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Autore: Spoocky    23/07/2022    3 recensioni
Una nuova (dis)avventura per gli Alaskan State Troopers Bruce MacKay, detto "Braveheart" ed il suo partner Jay Lee Ermey. Uno squilibrato si è barricato all'interno della North Pole Refinery con un ordigno e minaccia di far esplodere il complesso. Riusciranno a fermarlo in tempo?
La storia partecipa al contest "Questione di omonimia", indetto da Earth e goldenfish sul forum di EFP.
Genere: Drammatico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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Carissimi lettori, dopo essere sfuggiti alle grinfie di un serial killer nel gelo invernale, ecco i nostri eroi alle prese con una situazione scottante.
Avendo saputo del contest, e della presenza di un pacchetto "Braveheart" ho pensato subito di riesumare questi due, dato che uno di loro è noto proprio con quel soprannome. 
Il pacchetto mi chiedeva di usare una citazione del film, la troverete in grassetto nel testo.
Alcune citazioni sono prese dal Manifesto di Unabomber, le troverete in corsivo, ho fatto riferimento al testo originale inviato al Washington Post e l'ho tradotto.

Avvertimenti: non ci sono scene di particolare violenza, dovendo rispettare il rating Arancione, ma ci sarà del turpiloquio.


Buona Lettura ^^

Estate, a North Pole, in Alaska, significava 20° al sole, ma gli Alaskan State Troopers Jay Lee Ermey e Bruce MacKay erano in mezze maniche mentre uscivano dall’autopattuglia numero 221, infilandosi i giubbotti antiproiettile.
Bruce chiuse la portiera dal lato conducente mentre ancora si stava allacciando le cinghie.
Ad attenderli, in uno spiazzo del boschetto adiacente alla Flint Hills Refinery, c’era il capitano Fitzjames, ritto in tutto il suo metro e novantanove di statura, circondato da una piccola folla di agenti in tenuta antisommossa.
Sulle spalle di giubbotti antiproiettile e giacche di servizio spiccavano le sigle più disparate: SWAT, ATF, FBI, polizia. C’erano tutti.
Tra gli agenti regnava, però, un misterioso silenzio.
Nessuno gridava ordini, nessun megafono in vista, i motori dei veicoli erano tutti spenti, nessun elicottero né, ancora più strano, nessun nastro o transenna a delimitare l’area.
MacKay ed il collega si scambiarono uno sguardo inquieto.
Era strano che il grande capo Fitzjames li contattasse sulla radio di servizio.
Era strano che li convocasse con urgenza in un luogo specifico senza specificare il motivo, senza dare un codice, con l’indicazione di un’emergenza come unica spiegazione.
Era strano che il grande capo in persona si presentasse in prima linea, bardato di tutto punto.
Era ancora più strano che un tale dispiegamento di forze si radunasse senza produrre il minimo rumore. Era strano, e parecchio inquietante.

Senza mostrare la propria incertezza, Bruce avanzò a passo deciso fino a raggiungere il suo ufficiale superiore: “Allora, capo. Che abbiamo qui?”
Fitzjames, di norma cordiale, aveva un’espressione grave: “MacKay. Ermey. Benarrivati. Prego, avvicinatevi.”
“Usa i cognomi: brutto segno.” Disse Jay, tra i denti, sussurrando in modo che solo Bruce potesse sentirlo.
“Stamattina, approfittando del cambio turno degli operai, uno squilibrato, tale Evan Barnes, quarantacinque anni, di Minto, si è introdotto nella raffineria e ha pensato bene di nascondercisi dentro con una non meglio quantificata carica esplosiva.” MacKay socchiuse le labbra, ma il capitano l’anticipò con un gesto brusco della mano “Prima che lo chiediate: non sappiamo come sia riuscito a eludere i controlli di sicurezza…”
“Con tutto il rispetto, signore.” Lo interruppe Bruce “Ma perché convocare noi? Avete schierato un esercito, a che vi servono due agenti di pattuglia?”
“E’ qui che si sbaglia, MacKay.” Intervenne Frank Simmons, capo della SWAT “Lei e il suo collega non siete agenti qualsiasi. Lei, in particolare, ha un curriculum di tutto rispetto: se non sbaglio, in Siria comandava una squadra di fanteria ed è esperto nel combattimento in zone urbane…”
Bruce, che proprio in Siria aveva visto il suo partner morire dilaniato da una granata, s’irrigidì e tutto il suo corpo venne scosso da un tremito impercettibile. Se ne accorse solo Jay, che gli diede un colpetto sul gomito per riportarlo alla realtà.
MacKay si riprese in tempo per sentire Simmons concludere: “…infine, lei ed il suo collega avete tolto di mezzo un pericoloso serial killer[1] e mandato all’aria un traffico internazionale di stupefacenti[2]. Entrambe operazioni condotte con risultati brillanti.”
“Oddio, ‘risultati brillanti’…” mormorò Bruce, gettando un’occhiata a Jay, che in entrambi i casi era quasi morto.
Il collega gli restituì lo sguardo, del tutto tranquillo, almeno in apparenza: “Eddai, Braveheart! E’ vero: siamo stati bravi.” Si rivolse poi al suo superiore “Ma ancora non capisco perché siamo qui, signore.”
“Vuole sapere perché siete qui, agente Ermey?” Intervenne Jordan Taylor, agente supervisore dell’FBI “Siete qui per questo.”
Mostrò loro il display del proprio cellulare, su cui fece partire un video.

La fotocamera, posizionata tra gli enormi serbatoi di stoccaggio del greggio, era rivolta verso un altoparlante della raffineria. La qualità delle riprese ed il tremito continuo facevano supporre che fosse ripreso da un telefonino.
Il suono acuto di una sirena pervadeva l’ambiente, soffocando le imprecazioni e gli interrogativi dei lavoratori.
Di colpo, però, tutto tacque.
Dagli altoparlanti si diffuse allora una voce gracchiante, che si sforzava di essere priva d’inflessioni: “’La Rivoluzione Industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. Hanno aumentato notevolmente l’aspettativa di vita di quelli tra noi che vivono nei cosiddetti Paesi “avanzati”, ma hanno destabilizzato la società…


“E’ il manifesto dell’Unabomber.” Sussurrò Jay.
Taylor annuì, serio.
“Cazzo.” Sibilò MacKay “Cazzo. Cazzo. Cazzo.”

…ed hanno inflitto gravi danni al mondo naturale. Il continuo sviluppo della tecnologia peggiorerà la situazione. Di sicuro imporrà agli esseri umani a maggiori indegnità e infliggerà danni sempre più gravi all’ambiente, probabilmente porterà ad una maggiore dissoluzione sociale e sofferenza psicologica, e potrebbe incrementare la sofferenza fisica anche nei cosiddetti Paesi “avanzati[3]”.’ Queste parole furono scritte quasi trent’anni fa da un uomo che il vostro sistema ha imprigionato perché lo riteneva pericoloso. E a ragione, perché aveva ucciso delle persone. Quell’uomo, però, aveva ragione: la Rivoluzione Industriale ed il capitalismo hanno rovinato questo pianeta, forse per sempre. Il cambiamento climatico in atto ci sta portando sulla soglia dell’estinzione, ma nessuno pare voler fare nulla di concreto per evitarlo. Volete mettere il profitto davanti alla vita, umana, animale e vegetale. Non posso più tollerarlo. Per questo, oggi, ho deciso di agire: sono nascosto nell’impianto con un ordigno di mia fabbricazione, e intendo farlo esplodere se non asseconderete la mia richiesta. Da questo momento, i dirigenti della Golden Valley Electric hanno dodici ore per spegnere del tutto la raffineria di greggio, chiudere gli approvvigionamenti, e scollegarla dalla rete elettrica. Se non obbediranno, la farò saltare. Se non si presenteranno entro oggi a mezzogiorno, la farò saltare. Se vedrò degli agenti di un qualunque corpo di polizia avvicinarsi, la farò saltare: è in gioco il futuro dell’intero pianeta, non è negoziabile. Se i giornalisti trasmetteranno qualsiasi notizia o immagine di quanto sta accadendo, la farò saltare. Non confidate nell’impianto antincendio: l’ho disattivato. Poiché non sono, e non voglio diventare, un assassino e voi non siete che ingranaggi di questo sistema, vi lascerò il tempo di evacuare l’impianto, prima di sigillarne l’ingresso. Così capirete che sono in buona fede e che non voglio fare del male, ma contribuire al futuro del pianeta.”
La comunicazione si chiuse, e con essa il video.


“Vi abbiamo convocato, agenti, perché pensiamo che siate la nostra migliore risorsa per risolvere questa crisi.” Affermò Fitzjames, la cui voce stentorea tradiva una punta d’orgoglio.
Simmons porse loro un tablet, con una mappa tridimensionale della raffineria: “Non abbiamo idea di dove sia nascosto quello psicolabile, ma il complesso è troppo vasto perché possa controllarlo tutto. Ci siamo accorti che qui” mostrò loro un’entrata di servizio chiusa con una catena arrugginita “le telecamere hanno un punto cieco. Probabilmente perché non è in uso da molto tempo. Il vostro compito sarà introdurvi nell’impianto, neutralizzare il soggetto e consentirci l’ingresso in modo da disinnescare l’ordigno e mettere in sicurezza la zona. Sono le nove del mattino, avete tre ore a disposizione.”
Abituato a studiare i volti delle persone, Taylor notò l’incertezza sui volti all’apparenza impassibili dei due: “Questo è il piano che pensiamo abbia maggiori probabilità di successo, ma la posta in gioco è alta. Sapete anche voi che andremmo incontro ad un disastro di proporzioni immani se dovesse fallire, non sentitevi obbligati ad assumervi questa responsabilità.”
Alle sue spalle, però, Fitzjames rivolse agli agenti uno sguardo eloquente: se non avessero partecipato di loro iniziativa, l’avrebbero fatto dietro suo ordine esplicito.
Entrambi estrassero le pistole e misero il colpo in canna in sincrono.
“Allora, capo, dov’è quella dannata porta?” chiese MacKay, con il tono che avrebbe usato per ordinare una birra al pub.
 


Gli anfibi dei due agenti scricchiolavano sull’asfalto mentre, chini in avanti e con le ginocchia piegate, correvano verso l’entrata secondaria della raffineria, cercando di sfruttare il punto cieco delle telecamere. Tenevano le pistole puntate verso terra ma il dito sul grilletto, pronti a premerlo se necessario. Per quanto fosse improbabile che il loro obiettivo uscisse allo scoperto, entrambi preferivano non rischiare più del necessario.
Dovevano essere cauti: un passo falso e l’attentatore avrebbe fatto esplodere il suo ordigno, scatenando una reazione a catena che avrebbe distrutto l’intero impianto e devastato la zona circostante.
Quando arrivarono alla parete in cemento che delimitava l’area industriale, vi si appiattirono contro, ai lati opposti della porta.
Bastò uno sguardo, un cenno d’intesa, per dividersi i compiti.
Jay estrasse un paio di cesoie tascabili e iniziò a lavorare sul lucchetto, attento a non provocare scintille. Piegato su di lui, Bruce alzò lo sguardo oltre la cinta: un serbatoio enorme troneggiava su di loro, mentre sullo sfondo si stagliavano le forme affusolate ed inquietante delle torri di frazionamento, con le loro fiammelle sempre accese in cima.
Si masticò il labbro inferiore per il nervoso, e strinse le dita sull’impugnatura della Beretta. Non gli piaceva quella situazione, non gli piaceva per niente.

“Nervoso, Braveheart?” l’apostrofò Jay, con un sorriso storto.
“E’ che non mi ricordo se ho dato da mangiare a Igloo, prima di uscire.” Scherzò il veterano, per sdrammatizzare “Non vorrei che mi distruggesse il divano nuovo.”
“Proprio non ce la fai a chiamarlo con il suo nome, eh?”
“No. Troppo complicato.”
“Aglooka. Cosa c’è di complicato?” lo istigò Ermey.
“Tutto.”
“E tutti i vostri strani nomi scozzesi no?”
“No, eh! Non ti permetto di mescolare il gaelico con i vostri grugniti da barbari!”
Risero entrambi, sottovoce, ma non meno sinceri. Ne avevano bisogno per smorzare la tensione.
Tornati seri, Bruce lasciò lavorare il collega in silenzio per un altro minuto, prima di sentire di nuovo la tensione montargli dentro: “Ehi, Jay.”
“Sì?”
“Ti ho mai detto perché mi chiamano ‘Braveheart’?”
“Beh, perché sei di origini scozzesi, no?”
“No. Cioè, non solo.”
“E allora perché?”
Bruce esitò un momento, sopraffatto dall’emozione, poi riuscì ad avere ragione di sé: “Facciamo così. Se usciamo vivi da questo schifo te lo spiego. Magari davanti ad una birra gelata, che dici?”
“Dico che con questo caldo ci vuole.”
Il lucchetto si spezzò sotto le cesoie con uno schiocco.
Jay trasse un respiro profondo e si voltò verso il collega: “Sei pronto, Braveheart? Da qui non si torna indietro.”
MacKay scrollò le spalle, strinse l’impugnatura della pistola e, con tono solenne, declamò: “Tutti moriremo, è solo questione di quando e di come.
"Amen."

La porta arrugginita s’aprì, cigolando sui cardini.
Entrarono.
 


Il perimetro dell’impianto era immenso, troppo vasto per perlustrarlo a tappeto.
Bisognava capire dove si fosse nascosto l’attentatore, e in fretta, perché i minuti scorrevano in esorabili e ogni secondo li portava più vicini al disastro.
Avanzavano spalla a spalla, le pistole puntate di fronte a sé, con passi lenti e misurati.
Tallone, punta. Tallone, punta.
Sinistro, destro. Sinistro, destro.
Respiri lenti, misurati.
Jay a destra, Bruce a sinistra, un passo davanti a lui.
Scivolavano all’ombra dei serbatoi, cercando di tenersi fuori portata delle telecamere.
Entrambi erano dotati di auricolari, con cui Simmons li guidava attraverso il labirinto della raffineria, avvisandoli in tempo reale di eventuali ostacoli. Per essere sicuri di non essere sentiti, avevano silenziato le ricetrasmittenti.
L’aria era immobile, la brezza leggera che li aveva accolti al loro arrivo si era quietata.
Il cielo terso, solcato solo da qualche sporadico cirro, assisteva immobile allo svolgersi degli avvenimenti. Solo il tempo continuava a scorrere, silenzioso e inesorabile.

L’impianto era tanto vasto che sarebbe stato impossibile sentirli parlare ma, per scrupolo, lo facevano sottovoce.
“Ehi, Braveheart. Tu dove pensi che sia?”
“Se fossi in lui, cercherei di fare il maggior danno possibile.”
“I serbatoi del greggio?”
“No, non credo. Il greggio s’infiamma a temperature altissime, e spargerlo ovunque, magari per incendiarlo dopo, richiederebbe troppo tempo. Non vuole fare un danno economico: vuole distruggerla. Ricordati il manifesto dell’Unabomber: ‘Un altro motivo per cui la società industriale non può essere riformata in favore della libertà è che la tecnologia moderna è un sistema unificato in cui tutte le parti sono interdipendenti. Non si può liberarsi delle parti “cattive” e tenere solo quelle “buone”.’ La farà saltare in aria, se non lo fermiamo prima.”
“E perché aspettare i dirigenti, allora?”
“Perché vuole fare piazza pulita. Nella sua testa è meglio distruggere tutto, e creare un danno enorme a breve termine, che lasciare le cose come stanno. L’ho già visto succedere.”
Jay si limitò ad annuire, confidando nell’esperienza sul campo del collega: “Quindi dove pensi che sia?”
“Se fossi in lui, mi sarei piazzato il più vicino possibile ai serbatoi del gas, in mezzo alle torri di frazionamento, dove gli idrocarburi sono sottoposti a pressioni e temperature altissime. E’ il modo più efficace per distruggere tutto l’impianto.”
“Una carica sola?”
“Più facile che ce ne siano diverse, secondo me, collegate insieme da un detonatore.” Nervoso, Bruce si morse di nuovo il labbro “Vorrà essere sicuro di riuscire nel suo intento, quindi niente timer. Avrà un telecomando, e se lo terrà vicino. Molto vicino.”
“Cazzo.”
“Esatto.”


Impiegarono quasi un’ora per arrivare nel settore delle torri di frazionamento.
Un labirinto di tubature e imponenti, contorte, strutture d’acciaio. Al silenzio del resto della struttura si era sostituito un ronzio onnipresente, interrotto dai sibili delle valvole di raffreddamento.
Erano ormai le undici e mezzo.
Sopraffatto dalla tensione, Jay si voltò verso il collega e, quando questi gli restituì lo sguardo, vide le fiamme delle torri riflesse nelle sue iridi azzurre. Il suo volto era teso, i lineamenti marcati contratti in un’espressione di profondo nervosismo.
Non parlavano più, ormai, da diversi minuti. Erano concentrati sul suono dei propri passi.
Attraverso gli auricolari, Simmons li aveva avvisati che nessuno dei dirigenti dell’impianto aveva voluto presentarsi sul posto. Avevano preferito barricarsi dietro i propri legali e alle necessità azionarie dell’azienda.
Erano soli.

Di colpo, però, Bruce strinse il pugno, avvisando il collega di fermarsi.
Jay s’immobilizzò all’istante, in attesa di ordini.
Quando MacKay gli fece cenno di spostarsi di lato, sfruttando la copertura di un serbatoio, riuscì a vederlo anche lui.
Seduto a gambe incrociate, con la schiena poggiata alla base della torre più alta ed un computer portatile in grembo, c’era un uomo.
Si trattava di un individuo di statura media, magro e scalzo, con indosso un paio di jeans sdruciti e una semplice maglietta nera. La barba brizzolata gli nascondeva la parte inferiore del volto e portava i dreadlocks raccolti alla bell’e meglio sulla nuca.
Accanto a sé aveva un borsone e computava incessantemente sulla tastiera.
Ermey si voltò di scatto verso il collega, che gli fece un cenno d’assenso: il computer era il telecomando. Senza bisogno di parlarsi, si divisero in modo da accerchiare il soggetto senza farsi scorgere.

Da quel momento, fu una questione di secondi.
Jay gli saltò addosso da destra, e Bruce lo placcò dal lato opposto.
Nella colluttazione che ne seguì, il computer sfuggì di mano al terrorista, che, però, riuscì a calciarlo lontano da loro.
Oppose una tenace resistenza, ma il suo fisico sparuto poté ben poco contro quelli robusti ed allenati degli agenti.
Nel giro di un minuto, era faccia a terra sull’asfalto, con le mani legate dalle fascette di plastica.
“Lo tieni, Jay?”
“Sì. Pensa al computer.”
Bruce si precipitò verso l’apparecchio, ma trovò una schermata con delle cifre che scorrevano senza logica apparente. Gli occorsero alcuni secondi per capire che i numeri stavano sfilando in ordine decrescente: era un conto alla rovescia.
“Bastardo! Che hai fatto?!” Ringhiò, rivolto verso l’attentatore.
Questi gli rivolse un sorriso sardonico, rivelando due fila di denti scuriti dal tartaro: “Naturalmente, in una discussione di questo tipo, bisogna fare grande affidamento sul giudizio intuitivo, e questo a volte può fallire.” e scoppiò in una risata isterica.
Alle sue spalle, Ermey rivolse al collega uno sguardo da bestia braccata: “Devi inserire un codice per spegnere tutto. Vuole che lo indovini.”

Bruce, che ormai sentiva il sudore freddo imperlargli la fronte, con le mani che tremavano, aprì una finestra di dialogo con la macchina.
Esitò per un istante, poi scrisse una parola ed inviò il comando.
Le cifre presero a scorrere più rapide sullo schermo.
Apparse una frazione: 1/3.
Tentò una combinazione di numeri e cifre.
La schermata accelerò di nuovo: 2/3.
Preso dalla disperazione, MacKay fece un ultimo tentativo.
Aprì la finestra di dialogo, impostò il codice e digitò: 09-22-1995.
Il computer si bloccò.
La schermata divenne blu scuro, con delle frasi in bianco, poi si spense del tutto. I due agenti trattennero il fiato, in spasmodica attesa.

Non accadde nulla.


Quella sera, i due agenti erano seduti sul molo che dava sul lago dietro casa di MacKay.
Tra loro un tavolino con i resti di un barbecue e due bottiglie di birra aperte.
Ai loro piedi, Aglooka, l’Alaskan Malamute del padrone di casa, era allungato sul fianco, con la lingua fuori dalla bocca, e il respiro veloce.
Jay lo accarezzò con un piede e l’animale emise un brontolio soddisfatto: “Ha caldo anche lui, poveretto.”
“Eh, sì. Lo spazzolo tutti i giorni per togliergli il sottopelo ma non basta. Sta a vedere che mi tocca dare ragione all’idiota di stamattina.”
“Beh, in fin dei conti, non è che avesse tutti i torti.” Rispose Ermey, bevendo un sorso dalla propria bottiglia “Era il metodo ad essere sbagliato.”
“E quegli stronzi dell’azienda andranno avanti come niente fosse.” Sbottò Bruce “Come se non sapessero i danni che fanno. E noi con loro.”
La tecnologia moderna è un sistema unificato in cui tutte le parti sono interdipendenti.” Citò Jay, prendendo un altro sorso di birra.

Rimasero per qualche minuto in silenzio, ponderando quella scomoda, e inquietante, verità.
Ermey fu il primo a riscuotersi, e diede un buffetto sul braccio al collega: “Ehi, Kay.”
“Dimmi, Jay.”
“Siamo vivi, no?”
“Pare di sì.”
“Allora mi dici perché ti chiamano tutti ‘Braveheart’?”
MacKay si mosse sulla sedia, come a disagio, e tentennò un poco prima di rispondere: “E’ stato Robert Lockett, il mio partner in Siria, a chiamarmi così. Era il nostro film preferito: dopo ogni missione impegnativa, ci piazzavamo nella sala video e, cascasse il mondo, dovevamo guardarlo. Gli altri ragazzi alla base non ci sopportavano più.”
Si fermò un attimo, pensieroso, e sopraffatto dal ricordo del compagno scomparso.
Jay se ne accorse e gli pose una mano sulla spalla: “Beh, sai cosa? E’ ancora presto e il grande capo Fitzjimmy domani ci ha dato il giorno libero. Che ne dici di entrare a guardarlo?”
“E inaugurare così il divano nuovo?” gli sorrise Bruce “Dovremmo vedercela con lui.” E indicò il cane, che adorava spiaggiarsi su quel divano in particolare.
Ermey finse un cipiglio serio e, forzando un finto accento scozzese, recitò: “Tutti moriremo, è solo questione di quando e di come.” Poi s’alzò di scatto e prese a correre verso l’abitazione “Non c’è morte più onorevole di quella per la liberazione di un divano dall’oppressione animale!”
Bruce prese a rincorrerlo ridendo, con Aglooka che li inseguiva scodinzolando e abbaiando come un matto.

- The End -


[1] “Tra le fauci dell’orca”, storia d’esordio dei nostri eroi.
[2] Opera inedita di Old Fashioned, che mi ha chiesto in prestito i due personaggi

 
  
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