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Autore: Fran Det    25/07/2022    0 recensioni
L'amore si può nascondere dove meno lo si aspetti e come un uragano ti stravolge la vita. Questo è quanto accadrà a Sara Wood, accolta e cresciuta dal duca di Devonshire provocando le gelosie dei suoi due figli, Elisabeth e Spencer. Proprio quest'ultimo sarà il principale tormento di Sara da bambina finché qualcosa cambia nel suo cuore. Sarà si ritroverà così a fare una scelta per la prima volta: da un lato avrà James Morrison, un uomo gentile ed affettuoso, dall'altro proprio Spencer, tenebroso e scostante. Seppur difficile sia, Sara troverà il coraggio di amare oltre i pregiudizi e fare la scelta più giusta . A fare da palcoscenico a questa storia d'amore troviamo prima la campagna del Derbyshire e in seguito la Londra dell'epoca vittoriana con i suoi pregi e i suoi difetti.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Triangolo | Contesto: Storico
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Prologo
 
 
 
 
Londra, 1842
 
In quei giorni in Inghilterra non si parlava d’altro che della fine della guerra contro la Cina e tutti si rallegrarono perché ben presto sarebbero rientrati in patria i molti inglesi partiti anni prima.
Uno fra i tanti era lo sfortunato contrammiraglio Edward Cavendish, secondogenito del V duca di Devonshire, decaduto in quelle terre lontane in solitudine, abbandonato non solo dalla sua patria, ma persino dalla sua stessa famiglia. Le circostanze che hanno spinto i Cavendish ad assumere tale comportamento risalgono alla decisione di Edward di unirsi in un matrimonio sconveniente anni prima.
La donna ad aver rapito il suo cuore era Lilian Wood. Lily, che così amava farsi chiamare dalle persone più care, era stata coinvolta in uno scandalo molto sconveniente. Lo stesso duca di Devonshire l’aveva reputata in più occasioni una donna senza freni inibitori e per questo inadatta a far parte della famiglia.
Malgrado l’ingiusta opinione, Lily possedeva un buon cuore. La verità era che il disprezzo del duca nasceva molto prima che Edward la sposasse. Infatti non fu l’unico ad invaghirsi di lei. John, l’erede del ducato, ebbe l’ardire di sfidare la propria famiglia per amor suo avendo in cambio però, solo dolore. Lily era una donna indomabile che desiderava per sé la libertà e l’indipendenza, e seppur trovasse in John uno degli uomini più interessanti ed affascinanti che avesse mai conosciuto rifiutò la sua proposta di matrimonio portando il giovane alla più grande disperazione.
Ferito decise di sposarsi, convincendosi che quello era l’unico modo per chiudere definitivamente con i suoi sentimenti. Ma allora non aveva ancora fatto i conti con il destino.
Edward invece tenne per sé il segreto, persino al suo amato fratello, e incapace di trovare via d’uscita da quell’amore infausto si arruolò nella marina per cercare di dimenticare.
Nel frattempo, Lily si trasferì nella capitale presso la sua adorata zia, lady Lamb, vedova di un barone. Qui venne continuamente corteggiata e ammirata dagli uomini più rispettabili di tutta Londra, ma nonostante ciò ogni notte era tormentata dalle immagini di un amore impossibile.
Lily era convinta che non avrebbe mai più fatto ammenda agli errori del passato e che doveva ormai accettare quella vita. Ma non era a conoscenza della vera natura della baronessa, finché una notte uno dei suoi amici più intimi non la stuprò con violenza. Invece di proteggerla, lady Lamb la cacciò via rinfacciandole di essere stata una poco di buono. Non perse tempo ad infangare il suo buon nome in tutta Londra rovinandole per sempre la reputazione, allontanandola persino dalla sua famiglia che per la vergogna dello scandalo si rifiutò di aiutarla.
Fu allora che per caso conobbe Eleonor Cooper, una donna dall’ossatura piccola e dal sorriso gentile che le diede riparo e fece anche di più, le offrì un lavoro nel suo atelier. Per i primi mesi Lily cercò di ritrovare la serenità, ma una nuova scoperta la sconvolse. Scoprì di essere incita e il panico la divorò. Ma Eleonor le promise che avrebbero cresciuto quella creatura insieme.
Trascorsero due anni e per la prima volta nella sua vita, Lily si sentiva appagata. Finalmente aveva trovato il suo vero amore. Sara.
Quella bambina, dai suoi stessi occhi nocciola, rendeva la sua esistenza speciale. A volte però, si sentiva sola. Le mancava il calore di un uomo e quella sensazione di sentirsi desiderata e protetta. Un giorno Edward Cavendish entrò nell’atelier di Eleonor in compagnia di una signorina dall’aspetto esile e cagionevole, ma dai modi delicati. Mary Clarke era l’ereditiera più corteggiata a quel tempo, non perché godesse di grande bellezza, ma per le sue sole 20 mila sterline l’anno.
Subito dopo il suo ritorno in Inghilterra era stato assalito da donne in età da matrimonio e la sua famiglia aveva cominciato a fargli pressioni, ma quando rivide Lily riaffiorarono quei sentimenti del passato e non riuscì più a rifiutarsi a quell’amore ancora vivo in lui. Così ruppe il fidanzamento con la signorina Clark con non poca indignazione da parte della sua famiglia e sposò Lily.
Sarebbe stato saggio da parte sua rifiutare quella proposta visto che la sua reputazione era stata violata in tutti i modi possibili ed Edward non meritava di affondare con lei. Inoltre era anche consapevole del fatto che non avrebbe mai potuto ricambiare i suoi stessi sentimenti, ma l’egoismo la portò ad accettare. Era una proposta invitante, soprattutto per sua figlia che avrebbe così avuto un padre. Ma questa scelta la famiglia Cavendish non avrebbe mai potuto accettarla. Mai.
Solo due mesi dopo le nozze Lily si ammalò gravemente.
- La febbre non smette di scendere. Se supererà la notte, allora sarà salva. Altrimenti… – disse il medico ad Eleonor.
Il suo primo pensiero fu rivolto alla bambina. Avrebbe perso per sempre sua madre. Quella notte, mentre il cielo era in tempesta, un’ultima lacrima accarezzò il viso stremato di Lily e la sua vita scivolò in un sonno eterno.
Eleonor aveva provveduto a Sara in tutti quegli anni come fosse figlia sua facendola crescere tra chiffon, pizzi e lustrini. Era una bambina dolcissima e tutti l’adoravano. Mentre Edward accettava sempre nuovi incarichi per stare lontano da Londra, finché non tornò più a casa.
Qualche giorno dopo aver appreso la notizia sulla sua scomparsa giunse a Covent Garden un uomo alto, dalle spalle robuste e dal volto serio, ma dolce.
– Chi siete? – domandò Sara con due grandi occhi curiosi e una vocina flebile, attirando l’attenzione di quell’uomo che lentamente le si avvicinò porgendole una scatola contenente dei cioccolatini. Lei ne prese uno.
- Bambina mia, è giunta l’ora che ti prepari – le disse Eleonor con dolcezza, baciandole la fronte. Le spiegò che sarebbe andata via da Londra per ricevere un’educazione adeguata, ma soprattutto la vita che avrebbe dovuto spettarle. Sara però, non voleva staccarsi dall’unica donna che considerava un familiare.
- Sara, zia Eleonor sarà libera di recarsi nel Derbyshire ogni volta che vorrà – le disse quell’alto signore accarezzandole teneramente la guancia e Sara sentì l’odore aspro della pelle fresca del guanto che le invase le narici.
Eleonor si accovacciò, portandosi dirimpetto il volto piccolo e tondo di Sara - Questo non è un addio, sappilo. Io e te saremo sempre l’una vicino all’altra. Te lo prometto –
Pochi minuti dopo Eleonor la vide allontanarsi su una grande carrozza trainata da due magnifici cavalli bianchi che nitrirono allo schiocco della frusta.
Sara non lo sapeva, ma quello era l’uomo che le avrebbe cambiato per sempre la sua vita.
L’uomo era John Cavendish, VI duca di Devonshire.
 

1
Il Primo incontro
 
 
 
Derbyshire, ottobre 1862
 
La vita in quei giorni a Derwent House era in gran subbuglio. Stavano per giungere i figli del duca.
Tutto fu curato nei minimi dettagli. La casa fu messa a soqquadro, vennero ripulite più affondo tutte le camere, rinfrescate le biancherie per gli ospiti e lucidata l’argenteria. Persino il giardino, seppur già in perfette condizioni, fu sistemato. Il duca era estremamente ansioso o almeno fu quello che percepì Sara vedendolo osservare, dalla finestra del salotto da tè il viale d’accesso della tenuta di campagna. Si rese conto che il duca non stava osservando le bellezze del parco bensì stava aspettando di vedere le carrozze con abbordo i suoi figli che mancavano da casa ormai da diverso tempo. In particolare Spencer Cavendish, il futuro erede, la cui ultima volta che era stato visto presso la dimora di campagna fu poco più di un anno e mezzo prima. Sara in quella occasione non era stata presente poiché si era recata a Londra per far visita alla sua adorata Eleonor. Constatò con una certa curiosità che erano tre anni che non lo vedeva, ma ciò che ricordava di lui non gli faceva affatto onore. Non era mai stato gentile con lei e l’aveva sempre trattata con insufficienza. Ricordava ancora quando la chiamava maschiaccio per il suo corpo minuto e non ancora sviluppato. Non credeva di esserlo, ma questo non aveva certo aiutato la sua autostima nei successivi anni. Aveva sofferto molto per il suo aspetto, ma un giorno si accorse finalmente di essere una ragazza piacevole e attraente.
Da quando Spencer aveva espresso il furente desiderio di conoscere il mondo, la vita di Sara era migliorata. Almeno uno dei due fratelli era lontano.
Elisabeth, più grande di Spencer di soli due anni, era una donna elegante e ambiziosa. Non era cattiva, ma ostentava la sua superiorità nei confronti degli altri e probabilmente fu il suo animo ribelle a spingerla ad accettare la mano del facoltoso Charles Herbert, IV conte di Carnarvon, pur non amandolo.
Negli anni a venire entrambi i fratelli si erano visti ben poco presso la tenuta di campagna, dove i genitori avevano deciso di trascorrere gli ultimi anni di vita.
Rimasti soli, Sara fu l’unico vero appoggio per i coniugi Cavendish e seppur la duchessa l’avesse considerata sempre di troppo, quando si ammalò ebbe bisogno delle sue cure.
– Cara Sara – la chiamò – io e voi non abbiamo mai avuto modo di instaurare un rapporto familiare. Mi ricordavate costantemente il motivo per cui mio marito non sia mai riuscito ad amarmi. Ma adesso vi ringrazio per tutto quello che fate e ci tengo a scusarmi per l’amore che non vi ho mai saputo dare. Spero che in mia assenza possiate occuparvi del duca perché avrà bisogno di voi. Promettetemelo –
Sara annui e la perdonò.
Nei giorni successivi non poté avvicinarsi al suo capezzale, venendole proibito da quegli stessi figli che erano giunti troppo tardi. Dopo la confessione di lady Cavendish, Sara rimase a pensare alle sue parole per giorni. Perché era un ostacolo e cosa ricordava alla duchessa la sua presenza? Con il passare degli anni quelle parole furono dimenticate, ma il tempo non dimentica e un giorno avrebbe scoperto la verità.
 
Erano trascorsi tre anni da quell’infausto giorno e Sara aveva pienamente adempito alla promessa fatta alla duchessa. Era stata accanto al duca e lo aveva accudito con amore anche nei momenti più difficili.
Ricordava ancora perfettamente le sere in cui si chiudeva in sé stesso, rifiutandosi di mangiare e di uscire dalla stanza. Se non ci fosse stata lei quell’uomo sarebbe sicuramente impazzito dal dolore.
Era comprensibile.
Era stato abbandonato dalla donna che era stata la sua compagna di vita per anni, ma soprattutto dai suoi figli. Sara invece, era un vero e proprio toccasana per la sua esistenza. Trascorreva tanto tempo in sua compagnia, ritrovandosi spesso in vivaci rimpatriate con amici di vecchia data del duca.
Sara li considerava uomini d’altri tempi che portavano a Derwent Hause una ventata di energia. Gregory Taylor, il padre della sua migliore amica Amanda, anche lui cresciuto nel Derbyshire come lord Cavendish. Si conoscevano fin da bambini e la loro amicizia era riuscita a superare tutti quegli anni. Da sempre amante della letteratura, gestiva un giornale a Londra, il News Journa.
Ma il suo preferito era sir Nathaniel Curzon, di Kedleston Hall. Spesso si recava, su invito o senza di esso, presso Derwent Hause dove trascorreva intere giornate con il suo miglior amico di tempi e marachelle passate. Nonostante si conoscessero sin da bambini, l’amicizia scoppiò solo durante la stagione del 1834 e da allora non avevano fatto a meno della propria compagnia.
Sara e lord Cavendish avevano una passione in comune: le passeggiate. Ne facevano di lunghe e piacevoli, durante le quali rimanevano in silenzio godendosi il grande spettacolo della natura. La bellezza del Peak District era senza pari. Il loro momento preferito era poco prima del tramonto. Entrambi amavano il cielo variopinto di colori caldi e freddi che si intrecciavano tra di loro sembrando una vera opera d’arte o almeno così lo definì il duca un pomeriggio.
Non avrebbe dimenticato mai quel momento perché da allora non smetteva di dirle che le voleva bene. Non che non glielo avesse mai detto, ma quel giorno sembrava ci fosse una punta di tristezza nelle sue parole. Come se la stesse preparando per un addio.
Sara ricordava ancora di aver provato un forte senso d’angoscia. Non sarebbe mai riuscita a separarsi dall’uomo che l’aveva amata incondizionatamente come un padre senza chiedere nulla in cambio. E proprio come un padre e una figlia, litigavano in continuazione! Per gli scarponi sporchi di terra, per i ritardi soliti di lord Cavendish quando avevano un appuntamento, litigavano per la sua svogliatezza o per il suo temperamento impetuoso. Ma ciò che Sara odiava principalmente in quell’uomo era la sua ostinazione di voler vincere su tutto. Nonostante questo non potevano fare a meno l’uno dell’altra.
Sara bussò lentamente la porta, tanto da sembrare quasi un sussurro, ma il duca la sentì comunque e si voltò nella sua direzione. Quando la guardò, lei si rese conto che nei suoi occhi nascondeva qualcosa che lo turbava.
– Caro duca, va tutto bene? –
– Sara siete voi, che piacere! Si va tutto bene, sto aspettando i miei figli. Mancano da casa da troppo tempo che sento la loro mancanza – alzò il volto verso il cielo e infine sospirò. Sara gli si avvicinò e lo prese sotto braccio.
– Anche loro saranno felici di rivedervi – ma nello stesso momento in cui lo disse se ne pentì. In duca sembrò ancor più angosciato.
– Mio piccolo tesoro – così amava chiamarla – penso stiano venendo solo perché credono che stia per morire –
Solo un mese prima il duca era stato poco bene, i medici le avevano detto che era stato un colpo al cuore e che sarebbe dovuto stare in assoluto riposo. I figli furono avvisati ovviamente, ma scrissero a Sara di non poter giungere prima a Derwent House.
– Sapete che non è così, non siate sciocco! – lo ammonì - nessun figlio vuole davvero assistere alla morte del proprio padre, neanche il peggiore. Godetevi questo momento felice, finalmente verranno a farvi visita – ma il duca sospirò di nuovo.
Quando lo odiava in quei momenti di autocommiserazione, ma non gli si poteva dar torto. Sia Elisabeth sia Spencer non avevano fatto nulla per accelerare i tempi di visita al proprio padre. Sara cercò nuovamente di tirarlo su.
– Presto vi ritroverete a giocare con i vostri nipotini, ricordate il piccolo William e la furbetta di Georgiana? Sono così affettuosi con voi – il duca la guardò con affetto.
– Georgiana mi ricorda voi quando eravate più piccola, una vera forza della natura. Non stavate mai ferma –
Quando cominciava a parlare dei suoi ricordi diventava un fiume di parole in piena. Sara gli strinse forte il braccio e lui lo interpetrò come un incoraggiamento per andare avanti.
– Ricordo ancora quel giorno in cui voleste cavalcare insieme a me, potevate avere dieci anni circa – Sara rise e rabbrividì a quel ricordo.
– Ne avevo nove in realtà, caro zio –
– Eri irremovibile dalla tua posizione. Dovevi cavalcare come me! E poi ti spaventasti a tal punto dell’altezza del cavallo che da quel giorno non lo hai più voluto rifare – rise a tale ricordo.
Sara lo strattonò affinché finisse di prenderla in giro, ma alla fine anche lei si ritrovò a ridere sommessamente.
– Non vi salirò mai più nella mia vita! –
Il duca provò a convincerla che avrebbe dovuto affrontare quella ridicola paura. Ora non aveva più nove anni, ma ben ventiquattro. Era una zitella, pensò Sara con una punta di amarezza. Aveva avuto in quegli anni ben tre proposte di matrimonio da gentiluomini rispettabili, che erano stati rifiutati con garbo; il primo per essere troppo giovane per convolare a nozze, il secondo perché troppo vecchio per lei e infine l’ultimo perché era troppo occupata ad accudire il duca.
Si erano trattate solo di scuse. Lei non li amava e non li avrebbe mai amati. Ma non si disperava come le altre fanciulle, pensava invece che quella sua condizione le avrebbe offerto una certa indipendenza. Inoltre quando il duca non ci sarebbe stato più, avrebbe ricevuto una modesta rendita per condurre una vita tranquilla nel cottage di famiglia o magari sarebbe andata a Londra dove avrebbe portato avanti l’attività di Eleonor. Era brava abbastanza nel cucito, anche se le sue creazioni non erano poi così brillanti.
I pensieri trovarono una fine quando il duca tornò a parlarle.
– Tu sei stata per me una rinascita, sei per me come una figlia – quelle parole le fecero pizzicare gli occhi. Anche quella volta, si rese conto Sara, aveva pronunciato quelle parole con una strana malinconia.
Lo odiava per questo.
 
All’improvviso sentì pronunciare il suo nome da una voce stridula che proveniva dal corridoio. Era Bessie, la governante.
– Signorina Wood! Signorina Wood! –
Si signorina Wood! Lady Cavendish aveva ritenuto che fosse sconveniente farle portare lo stesso nome dei propri figli nonostante Edward l’avesse riconosciuta come figlia sua. In qualche modo l’avrebbero messa al loro pari e questo non avrebbe mai potuto accettarlo.
Inoltre sarebbe stato un oltraggio, per una delle più antiche famiglie d’Inghilterra, dare il proprio nome ad una ragazza senza un passato rispettabile. Così riuscì a persuadere suo marito affinché non rovinasse la reputazione dell’intera famiglia e in cambio di tale favore non si sarebbe opposta ad accudirla e considerarla come una parente. Lord Cavendish aveva acconsentito per quieto vivere, ma soprattutto per potersi occupare della piccola ancora spaventata da quel cambiamento.
Sara tornò a concentrarsi sul frastuono che quella donna stava producendo e si girò proprio nel momento stesso in cui Bessie entrò nella stanza con il fiatone.
– Cosa diavolo è successo da fare così tanto frastuono! – infierì verso la governante lord Cavendish.
 – Un disastro! – disse la povera Bessie rossa in viso per aver corso tanto velocemente dalla cucina alla sala da tè - Abbiamo un problema! Il povero Jack è rimasto ferito –
Sara non riuscì a trattenersi – Buon Iddio! Bessie, ma cosa è successo devi essere più chiara! – così la governante prese fiato e regolatosi il battito del cuore tornò a parlare rivolgendosi alla signorina Wood.
– Signorina il ragazzo stava sulla groppa del cavallo pronto per andare al villaggio di Bakeweel per alcune commissioni quando l’animale è come impazzito, ma non sappiamo come. Oddio povero Jack per poco non si è spezzato l’osso del collo! –
- Cosa è accaduto al ragazzo? – chiese più gentilmente lord Cavendish.
- Ha una gamba rotta! Povero ragazzo, povero ragazzo –
Terminò così quel lungo monologo pronunciato con tutto il respiro che la donna possedeva in corpo. Lord Cavendish disse in quello stesso momento – Ora basta! Bisogna fare qualcosa e non indugiare oltre –
Sara si sentì in qualche modo responsabile poiché era stata lei a chiedere al povero Jack di recarsi al villaggio dalla signora Ficher per procurarsi le sue speciali confetture così che la cuoca avesse potuto cucinare delle crostate per bambini.
Così decise di andare in soccorso alla povera Bessie. Non era proprio la più eccellente delle governanti, visto che chiedeva sempre il suo aiuto su qualsiasi questione, ma le erano profondamente affezionati. Quando il duca non era stato presente nella grande casa di campagna, era stata lei che a starle vicino in ogni momento.
– Lord Cavendish il dovere mi chiama, dovete scusarmi ma Iddio non voglia che Elisabeth come prima cosa debba rinfacciarmi della mancanza di attenzioni verso la servitù della nostra dimora – il duca non potette trattenersi dal ridere.
Quel momento di grande panico si stava trasformando in una scenetta comica. La signora Bessie addolorata da un lato (forse anche troppo) e dall’altro Sara che sapeva come sempre sdrammatizzare per rendere la situazione meno pesante. In effetti Elisabeth poteva essere davvero tediosa portando qualsiasi persona allo sfinimento. Ma quando Sara si avvicinò alla porta, con Bessie che la richiamava a gran voce, il duca le urlò scherzoso – Figlia mia armatevi di pazienza –
Prima di uscire lei lo sorrise.
 
La situazione era abbastanza tranquilla. Come sempre Bessie aveva esagerato. Jack, che in un primo momento si era spaventato da quella caduta, si stava riprendendo pian piano anche se la gamba continuava a dolergli. Tutti presunsero che fosse una semplice slogatura, ma per averne certezza sarebbe dovuto accorrere il medico.
Sara si offrì dunque di andare lei stessa al villaggio e condurlo a Derwent House. Doveva rimediare a tutto quel trambusto. Il prima possibile, si disse tra sé.
Si avviò per Beeley, uno dei villaggi più vicini a Derwent Hause, dove avrebbe trovato il dottor Robbinson.
Non se ne accorse nemmeno, ma arrivò in fretta al villaggio agevolata dal tempo che in quei giorni era stato clemente, per cui le strade erano facilmente percorribili a piedi.
Quando il dottore le propose di salire sul suo calesse per far ritorno a casa, Sara rifiutò. Non sapeva bene il perché, ma quella giornata era iniziata in modo strano e aveva bisogno di rilassarsi.
Era successo di tutto: c’era stato un litigio fra la cuoca Agathe e il nuovo vice-cuoco, Jacob, scelto in vista dell’arrivo degli ospiti, le cameriere erano più agitate del solito e avevano temuto di non concludere tutte le faccende e poi c’era stato il duca con le sue paranoie sempre più frequenti e in fine questo. Ed erano solo le dieci del mattino!
Per l’affaticamento accumulato in quei giorni di preparativi non aveva avuto il tempo di passeggiare, così considerò che quella fosse un’ottima occasione per provvedere. L’andata al villaggio non era stata affatto piacevole a causa della preoccupazione, ma adesso poteva rilassarsi e godersi lo spettacolo della natura.
Era ormai autunno e la brughiera sembrava un quadro dipinto dalle mani esperte di un pittore. Si mostrava a lei in una varietà di colori che andavano dal rosso al giallo e dall’arancione al verde in contrasto con l’azzurro del cielo. È da sempre risaputo che l’Inghilterra fosse, in gran parte dell’anno, fredda e piovosa. Straordinariamente quel periodo si era presentato nel migliore dei modi.
L’aria, seppur non più calda, era gradevole e il sole lasciava un bel tepore sui volti. Quella era la stagione dell’anno che preferiva perché adatta alle passeggiate, ma finiva sempre troppo presto, infatti tra pochi giorni si sarebbe avvicinato l’inverno che l’avrebbe costretta in casa. Avrebbe sicuramente occupato le sue giornate con letture e al pianoforte. La musica le dava un gran piacere quanto le passeggiate all’aperto. Poteva affermare con assoluta certezza di possedere un grande talento. Il duca la incoraggiava ad esercitarsi sempre di più per poi godere delle sue ottime doti dopo cena.
Sara amava tanto anche la stagione primaverile, soprattutto in quegli ultimi anni. Prima della morte di lady Cavendish si recava con la famiglia a Londra per la stagione ogni anno. Fortunatamente non era più così, infatti non aveva partecipato a nessuna delle ultime tre. Tanto sarebbe stato inutile. Se non fosse per Eleonor, Londra sarebbe diventata un vano ricordo.
La soave tranquillità che stava accompagnando Sara in quella lunga passeggiata fu improvvisamente interrotta da un rumore estraneo alla campagna circostante. Una carrozza correva spedita sullo sterrato proprio verso la sua direzione. Fortunatamente non fu travolta da quel mezzo, ma sporgendosi di lato finì per cadere a terra. Vide con gran stupore che quella stessa carrozza, che pochi minuti prima aveva rischiato di ucciderla, si era fermata non lontano dal punto in cui lei era caduta.
Così lo vide.
Un uomo scese dalla carrozza e le andò incontro. Il sole batteva troppo forte sul volto dello sconosciuto per poterlo vedere con nitidezza, ma ad ogni falcata sembrava meno estraneo. Finché non la raggiunse.
– Signorina con mio più grande dispiacere vi porgo le mie scuse, ma avevamo fretta di...- quella voce, conosceva quella voce.
– Venite fatevi aiutare. Sono uno sciocco, continuo a parlare mentre voi siete ancora seduta a terra – 
Di certo doveva trattarsi di lui, ma non l’aveva ancora riconosciuta? Pensò lei, mentre quell’uomo continuava a starle dirimpetto con una mano tesa. Sara decise che non l’avrebbe presa e così si alzò da sola.
Lui la guardò tra lo sgomento e la meraviglia. Nessuna donna aveva mai avuto l’ardire di negarsi alla gentilezza che lui dimostrava per il gentil sesso. A colpirlo non era stata solo la sfrontatezza di quella donna, ma i suoi occhi lo lasciarono senza fiato. Non che avessero un colore particolare, anzi erano di un nocciola molto comune, ma trasparivano qualcosa. Il modo in cui lei lo guardava, in cui nessuno lo aveva mai guardato, gli mozzò il fiato.
– Signorina credo che a questo punto sia mio dovere presentarmi. Sono Spencer Cavendish, futuro duca di Devonshire. Abito a Derwent House, forse la conoscete. È poco più distante da qui –
Lei continuava a guardarlo, sorridendo tra sé e sé, per il modo in cui si pavoneggiava di fronte ad una donna.
– Voi siete di queste parti? Non mi sembra di avervi mai vista prima – Sara non riusciva a crederci. Davvero non era stata riconosciuta? È mai possibile che in tre anni fosse cambiata così tanto? Ma prima che poté rispondere, lui parlò di nuovo.
– Scusatemi forse siete indisposta e io sono qui a chiedervi il vostro nome – dopo una pausa aggiunse con fervore - mi piacerebbe davvero saperlo –
Sara rimase sbigottita tanto da spalancare gli occhi e lui la guardò con aria interrogativa. Così decise che era arrivato il momento di finire quella farsa.
– Signore se mi lasciaste parlare, anche solo per un secondo avrei modo di dirvi che…- ma la frase rimase sospesa perché lui subito si scusò. Di nuovo.
Appurato che il suo monologo fosse finito, Sara riprese a parlare con grande padronanza di sé.
– Volevo solo dirvi che in realtà abbiamo già fatto conoscenza, direi almeno venti anni fa –
Lui parve disorientato e a Sara quella situazione piacque molto. Per la prima volta, dopo anni, lo aveva lasciato ammutolito. Seppe solo dire – Non puoi essere tu! – a bassa voce, poi di nuovo silenzio. Da lontano si sentì la voce di un altro uomo.
– Cavendish! Cosa diamine è successo perché non rientri più in carrozza, le mie povere gambe stanno soffrendo e puzzo come un cane, ho bisogno di un… - anche quest’ultimo tacque. Per la gloria del cielo, Sara non ne poteva più.
Quella giornata aveva preso una piega inaspettata. Pensava di incontrare quell’odiato cugino una volta tornata a casa, dopo essersi sistemata e aver indossato un abito migliore di quello che portava in quel momento. Eppure, pensandoci su, lui era rimasto ammaliato da lei tanto da non riconoscerla nonostante quell’abito non facesse onore alla sua femminilità.
L’uomo alle spalle di Spencer si avvicinò dopo essersi accorto della presenza di Sara. Quest’ultimo le rivolse un sorriso carico di entusiasmo e fece subito per scusarsi della gaffe precedente.
– Vi prego accettate le scuse di un povero uomo –
Lei pensò subito ecco un altro che si sta scusando. Oggi non è proprio giornata, cercando subito dopo di concentrarsi sullo sconosciuto.
– Mi presento, sono James Morrison, caro amico del signor Cavendish che in questo momento mi sembra assente – disse rallentando la sua parlantina vivace.
Infatti era proprio così. Sembrava che il corpo fossi lì in bella mostra, ma l’anima fosse dissolta. Non curandosene, Sara subito prese a rispondere al signor Morrison.
– Felice di fare la vostra conoscenza. Penso che passeremo lieti giorni in compagnia. Almeno spero – lui la guardò sorpreso – sono Sara Wood, abito a Derwent House. Sono una sorta di parente, alla larga s’intende, di lord Cavendish –
Spencer non poteva crederci. Si stava autodefinendo sua parente? Quella ragazzina impudente. Quando si riprese, senza perdere tempo, ribatté a quella affermazione avventata – Morrison la ragazza vive con noi da quando mio padre l’ha presa sotto la sua protezione –
Mise in chiaro, con poche e brevi parole, la realtà della situazione, ma soprattutto che non la considerasse una parente.
Morrison parve disorientato dal comportamento del suo amico e decise di allentare quella freddezza che arieggiava intorno a loro.
– Meraviglioso! È sempre un gran privilegio fare nuove conoscenze – detto questo chiese a Sara se volesse essere accompagnata a casa in carrozza, così almeno non si sarebbero dati pena nel caso in cui le fosse accaduto qualcosa.
Era tentata di accettare, almeno uno dei due sapeva cosa significasse essere un vero gentiluomo, ma declinò l’offerta. Tanto ormai valeva godersi quella passeggiata e nessuno glielo avrebbe negato. Ne aveva assoluto bisogno. Doveva far sbollire la rabbia che Spencer aveva provocato in lei. Ancora una volta si era dimostrato lo stesso di sempre. I due uomini salirono in carrozza e si diressero verso Derwent House. Lei rimase lì per altri minuti, pensando a come Spencer l’avesse lasciata senza degnarla di uno sguardo. Mascalzone.
 
   
 
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