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Autore: StellaMarina5500    15/09/2022    1 recensioni
Un monologo che vuole raccontare ad un tu assente una parte di sé delicata e complessa.
Dal testo:
"Siediti un attimo. Un giorno vorrei raccontarti una storia. Mi piacerebbe, ma non saprei da dove attingere la forza per parlarne.
È una storia di post verità, dove è diventato tutto un fluido divenire nella nebulosità del ricordo.
Eravamo in tre, ognuno di noi conserva una falce di pensieri. Sono tuttavia certa che se provassimo a riunire quelle falci, per avere una luna piena, esse creerebbero solo lo scarabocchio di un niente impazzito. "
Genere: Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Siediti un attimo. Un giorno vorrei raccontarti una storia. Mi piacerebbe, ma non saprei da dove attingere la forza per parlarne.
È una storia di post verità, dove è diventato tutto un fluido divenire nella nebulosità del ricordo.
Eravamo in tre, ognuno di noi conserva una falce di pensieri. Sono tuttavia certa che se provassimo a riunire quelle falci, per avere una luna piena, esse creerebbero solo lo scarabocchio di un niente impazzito.
Ancora oggi, e temo per sempre, mi interrogherò sulla sottile linea di confine tra le mie più recondite paure e la realtà oggettiva.
È una storia di creta, modellabile e fragile, una storia urlata senza voce in un soggiorno al buio mentre fuori il sole muore.
È un’amaca che oscilla continuamente tra dolore e amore, tra odio e rivalsa, che basta sedervisi sopra perché il filo non regga e crolli tutto, a terra, senza senso.
È una ricerca continua di me stessa dentro gli incubi psicolabili di un viso che ad occhi chiusi si sforma di continuo.
È un racconto che vorrei etichettare con la classificazione Dewey e archiviarlo nella biblioteca delle esperienze e tuttavia non ne conosco le credenziali.
È la narrazione di una bambina donna a cui neppure lei ha mai creduto, in cui quel gas ottundente continua ad affastellarsi tra gli specchi neuronali, senza darle il permesso di fidarsi di memorie incerte che come pezzi di vetro verde bottiglia tornano sulla spiaggia dopo anni modellate dallo scroscio ondulatorio del mare.
Un giorno vorrei raccontarti non la mia testimonianza, non la mia deposizione, né una mia versione dei fatti. Un giorno vorrei raccontarti non le mie colpe, non i miei perdoni. Vorrei raccontarti non di quella volta che grattando l’intonaco sulla parete delle mie relazioni sono iniziate a riaffiorare impressioni rimaste solo sull’epidermide, lasciandomi indecisa a chiedermi se credere alla tinteggiatura brillante o al dolore delle mie viscere. 
Vorrei raccontarti non della strada fatta, delle direzioni prese, del percorso seguito. Non delle forme varie che gli eventi hanno assunto nella mia mente di volta in volta modellandosi attorno a certezze discutibili.
Un giorno vorrei solo raccontarti del labirinto tentacolare di cristallo brillante di convinzioni che le mie mani hanno permesso di costruirmi addosso, soffio di vetro per soffio di vetro.
Vorrei raccontarti della mia falce di luna, che non risponde ormai alle altre due né più corrisponde.
E dirti, far rotolare sulla lingua parole per spiegarti, che il vero dolore l’ho conosciuto guardando nello sguardo di chi mi ha sentito senza ascoltare e ha reso topolino il mio elefante di male. Sussurrarti la lallazione di voci della conchiglia che accosto al mio orecchio prima di dormire, voci che sanno quanto ero piccola, influenzabile, esageratamente drammatica.
È questa la paura più grande che in realtà mi vive sulla spalla, la sottile convinzione di non aver sofferto abbastanza, amato abbastanza, di non essere stata ferita abbastanza, di non avermi creduto abbastanza per essere creduta. E so che in quest’atomo opaco del male il mio dolore è nulla, perché si è creato rimbalzando tra specchi mentali e a dimostrare i fatti resta un solo messaggio vocale invecchiato in un’app.
Vorrei raccontarti questa storia che mi si è insinuata dentro fino alle tube di Falloppio, ma se solo leggessi nei tuoi occhi chiari il lampo di luce sbagliato so che diventerei cenere in una vampata di fuoco. Come le virgole che dimentichi nei tuoi discorsi parlati con quel tono di incredulità faceta quando ti lascio briciole del marciume che ho scagliato via da me ma che è tuttavia me.
Esagerazione.
Che parola incredibilmente larga e stretta al medesimo tempo. Ed è come se quell’equilibrio di cui risplendi e che amo me la urlasse al solo mio inalare aria. Se la scorgessi nella curva regolare delle tue sopracciglia mi lascerei appassire per sempre anche se fiore non sono mai stata.
Tuttavia mentre sei qui seduto di fronte a me non posso non chiedermi se davvero è possibile tenere fuori da un rapporto le crepe dell’anima, senza che questo rapporto ne soffra.
Rischieresti il sole della tua esistenza solo per mutilare l’incomunicabilità di un dolore?
Solo per un dolore così soggettivo, così non creduto. Un dolore a cui non crede neppure chi nel cuore della notte si chiede come sia possibile annullarsi per amore mentre affoga nell’ennesimo attacco di panico.
Vorrei una certezza giuridica, biblica o millenaria alla quale aggrapparmi per credermi io per prima. O semplicemente un timbrino che lo attesti sul mio corpo. Che mi tatui vittima. Non per costruire attorno a questa parola un’identità, solo per concedermela. E mostrartela, lì, nascosta da un seno, quando vedrai la mia carne nuda, per non doverti spiegare io che tu, almeno tu, devi credermi, perché io non lo faccio.
E come, come credermi, se non c’è un livido sulla mia pelle, non una ferita tra le mie gambe, non un contratto scritto di violato consenso? Nel tribunale della mia esistenza l’unica condanna è per quella donna che ha diffamato due ragazzi assolti perché il fatto non costituisce reato. Non lo costituiva neppure per lei quando ha deciso che, non potendo materialmente dare il corpo, avrebbe dato l’anima.
In un mondo dove sono i fatti che contano, e non le parole, che a contare non hanno mai imparato perché sono fatte di lettere e non numeri, questa storia che di parole è fatta vale il tempo di un’incoronazione alla drammaticità del mio personaggio.
Io che le parole le ho sempre amate e dominate mi sono lasciata uccidere lentamente da loro.
E queste parole ora le affido al tuo sguardo.
 
Eravamo in tre. Io, lui e l’altro. È stato l’altro a plasmarmi perché aderissi completamente a loro. Il dubbio che non aspettassi altro a volte fulmineo mi sovviene. Quando sorrideva sapevo di perfezione luminosa. Eppure, umanamente perfettibile, erano gli errori quelli che compivo più spesso. A distanza di anni li ricordo tutti. Come ricordo ogni singola azione volta a punirmi per quegli errori. Il silenzio. Le urla. La rabbia. L’odio. Di questo, ricordo soprattutto il mio per me stessa. Così tanto che posso spiegarti che l’acqua calda sulle ferite dei polsi non lenisce davvero il dolore, solo risciacqua il sangue più velocemente.
Basta così. Lo percepisco nell’ombra delle tue labbra che non mi hai chiesto di sapere chi io sia.
Eppure sono anche quella che si è ritratta così spaventata da correre dall’altro a lui. È stato lui ad amarmi senza volermi possedere. È stato lui a farmi provare il profumo della libertà tra i capelli. È stato lui a frapporsi tra me e l’altro, che stanco di mutilarmi l’anima voleva scarnificare il mio corpo, e che, ombra silenziosa, seguiva il mio passo.
È stato lui a rimanere in silenzio pur avendo ascoltato quello che c’era stato con l’altro. È stato lui a giudicarmi per gli errori dell’altro, perché non avevo negato esplicitamente il mio consenso. È stato lui a chiedere all’altro come farmi cedere, visto che era l’altro a conoscere così bene la mia mente. È stato lui ad imparare dall’altro che i miei no erano dei sì. È stato lui a cui ho regalato anche il mio corpo, dopo aver aspettato tanto, e lui l’ha preso, l’ha usato e non l’ha ascoltato, non ha ascoltato le mie lacrime né il dolore che cercavo di spiegargli. È stato lui a dirmi che ero rotta. È stato per lui che ho provato ad aggiustarmi anche quando il mio corpo e le mucose e i nervi e gli interstizi tra carne e carne lo rifiutavano.
Mi dispiaceva non riuscirci. Mentire non è mai stato così facile. Ma è stato lui a credermi. A credere all’unica cosa falsa tra tutte quelle che a me parevano vere sempre più, e che lui e l’altro negavano esserlo.
Vedi, alla fine non è stata una storia di violenza. È stata la storia della mia incapacità di farmi ascoltare e della mia incapacità di comunicare.
È solo la storia che quando sono da sola mi sussurro allo specchio accarezzando tutti i lembi di pelle che l’altro avrebbe voluto strapparmi prima di vendermi al miglior offerente.
È la storia che si insinua tra le labbra quando bevo un po’ troppo. È la storia che mi porta ad abbracciarmi di notte dopo aver sognato ancora una volta quelle mani su di me.
È la storia a cui non credo quasi mai e a cui non permetto a nessuno di credere, tra eufemismi, silenzi e sublimazioni.
È la storia che, quando tu mi rispetti, consente al mio cuore di confondersi e chiedersi dove fosse il rispetto per me stessa prima di te.
È la storia che non espliciterò mai del tutto, perché le parole che ho dovuto ascoltare in quel passato mi spaventano così tanto da ammutolirle e renderle prive di significato.
 
Ormai siamo seduti uno di fronte all’altra da qualche tempo, non saprei quantificare lo scorrere muto dei secondi. Nella mia testa si è composto e scomposto questo discorso una decina di volte nell’attesa di cogliere la tua disponibilità ad accogliere anche questa parte così mal rattoppata di me.
Un giorno vorrei raccontarti una storia, quel giorno non sarà mai.
Delle parole non riesco più a fidarmi, solo colgo la loro incomunicabilità fallace.
Temo di voler interpretare per tutta la vita la sconosciuta della porta accanto anche per me stessa, per non dover mai ammettere che forse ciò che ho vissuto non era solo una questione di vocaboli.
   
 
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