Crossover
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Autore: Tubo Belmont    23/09/2022    3 recensioni
Dopo l' evento mondiale conosciuto come 'La Più Grande Rivelazione', uomini e creature sovrannaturali sono riuscite a raggiungere un incredibilmente pacifico equilibrio tra le due razze, e adesso vivino in tranquillità in un mondo condiviso tra le più bizzarre entità che l'esistenza possa offrire.
Sì...
Beh...
Quasi. Come in ogni società che 'si rispetti', esistono anche le mele marce. Mele marce che, in questo caso, potrebbero starnutire e far esplodere un grattacielo. Per questo motivo, in giro per il mondo, esistono piccole istituzioni segrete ma nascoste sotto gli occhi di tutti, istituzioni che, con la maschera di un semplice 'Club Scolastico', vegliano invece sulla pace di tutti i giorni, combattendo contro le terrificanti minacce che decidono di romperla.
Certo, in una città come Kouh Town, considerata 'la Terra Promessa di tutte le Creature', non ci si aspetterebbe mai che qualcosa di più grave di un gattino con tre occhi appeso ad un albero possa disturbare la sua quiete.
E nemmeno che, presto, la personificazione stessa dal Caos sarebbe entrata a far parte di un omonimo 'Club di Ricerca sull'Occulto' fondato nella prestigiosa Accademia della città.
Genere: Commedia, Demenziale, Horror | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shoujo-ai | Personaggi: Anime/Manga, Videogiochi
Note: AU, Cross-over, OOC | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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La normalità di un primo giorno di scuola in una città palesemente normale (1)
 
Data: XXXX/XX/XX
Gojira Kajima (Conosciuta anche come l’Isola dei Kaiju)
 
L’isola era talmente assurda da risultare quasi impossibile credere appartenesse al Pianeta Terra. In tutta onestà, lei aveva una propria teoria a riguardo: si trattava di un gigantesco meteorite entrato nell’atmosfera terrestre e che quando si era schiantato sul mare, in qualche modo, non si era disintegrato come i suoi simili ma era diventato una gigantesca incubatrice di mostri.

Ovviamente era rimasta una teoria solo nella sua testa.
Non era pagata per farsi prendere per il culo.
Il fascino di quel luogo, tuttavia, non poteva non lasciarla letteralmente a bocca aperta, come una bambina che visitava Parigi per la prima volta (non era mai stata a Parigi): ricordava una scogliera immensa ed infinita, che si espandeva verso un orizzonte di cui non vedeva la conclusione, formata da scogli alti come grattacieli e neri come l’ossidiana, solcate da pallide venature di crepe bianche, che ricordavano la spuma alla fine delle onde che s’abbattono sulla spiaggia.
La tuta di plastica verde, che aderiva perfettamente alle sue forme, si accese di energia rossa, facendo brillare i motivi circolari che la ricoprivano come decorazioni aliene, e la donna si posò la gigantesca lama azzurra dello spadone sulla spalla, facendo saettare gli occhi gialli sotto ai vetrini della maschera antigas sull’ambiente.
Se in un primo momento, con quelle formazioni rocciose così alte, l’isola poteva assomigliare ad una città, adesso era in tutto e per tutto diventata un cimitero di Titani: ovunque si voltava, vedeva i cadaveri mastodontici di creature che, con un semplice colpo di coda, avrebbero potuto spazzare via tutta Tokyo in un istante, con le budella al vento e le fauci gigantesche spalancate.
I gabbiani avrebbero banchettato per ere, porca di quella miseria!
Se si sentiva in colpa per aver eradicato una specie tanto incredibile dal pianeta terra?
Non esattamente.
Erano pur sempre mostri che avrebbero potuto tranquillamente porre fine alla razza umana in poco meno di un paio di settimane, se un giorno si fossero svegliati tutti con il piede sbagliato. Kyoto… non esisteva più, praticamente. E tutto solo perché uno di quegli incubi – una piovra grande come il Biwa… anzi, forse più grossa ancora – aveva deciso di farsi una passeggiata per le sue strade. Non essendo i Kaiju, fortunatamente, i mostri più difficili da sconfiggere per i Quattro Cavalieri, il problema era stato risolto solo con un bilancio di vittime… che comprendeva tutta la popolazione della città.
Inutile dire che il governo aveva decisamente pensato fosse una buona idea di fare gli Americani con quei mostri.
Senza però impadronirsi del petrolio.
Solo una pura e semplice missione di sterminio totale.
Ed aveva funzionato, alla grande.
Non che ci fossero stati dubbi: quando tutti e quattro – lei compresa – i Cavalieri venivano scomodati, era impossibile che qualunque fosse ciò che minacciava la Terra, sarebbe potuto sopravvivere.
“Faccio un giro di perlustrazione”
La donna mascherata si voltò verso la compagna che aveva parlato, che aveva la tuta attillata rossa e la maschera antigas verde ricoperte di materia cerebrale, spuntando dalla cavità oculare di un gigantesco mostro col muso di un roditore.
Lo spadone medievale era sostituito da un’immensa katana dalla lama rossa e dall’elsa nera, a sua volta appoggiata sulla spalla destra. in due, le armi delle due ‘spadaccine’ arrivavano a misurare in lunghezza come l’intero perimetro di un Jet privato.
“Evitiamo che qualcuno di questi stronzi ci sia scappato. Ti va?”
“Ok!”
Dopo aver annuito, la combattente osservò come i simboli circolari sul vestito della compagna in rosso brillassero di energia nera, e poi vide la stessa piegare le gambe e spiccare un salto che la fece atterrare a poco meno di ottocento metri di distanza da dove si trovava prima. Lo slancio aveva letteralmente fatto esplodere il cranio del mostro morto.
Per fortuna nessun pezzo di cervello era finito sulla sua tuta.
… per quanto questa potesse considerarsi ben lontana dal definirsi immacolata, dopo aver combattuto ore contro ai mostri.
Si voltò in avanti notando, sotto uno di quei giganteschi promontori l’antro oscuro e ben poco invitante di una grotta immensa. Conscia che, sicuramente, qualcuna di quelle creature si era andata ad infilare lì sotto per sfuggire al massacro, decise che avrebbe seguito l’esempio dell’amica.
 
Le stalattiti puntavano verso il basso come milioni e milioni di opliti.
Ma anche se le sarebbe piaciuto definire il soffitto della grotta come un esercito di guerrieri pronti a scontrarsi, le piaceva di più definirlo come il palato irto di denti affilati di un mostro immenso, ancora di più di quelli che avevano fatto fuori fino ad ora.
 
[https://www.youtube.com/watch?v=boHKoHs43vw]
 
Il bagliore rosso della sua tuta illuminava l’ambiente.
O perlomeno, aveva illuminato le prime poche decine di metri al suo interno, prima che la luce artificiale fosse sostituita da quella naturale di miliardi e miliardi di strane escrescenze fungose, brillanti come un cielo stellato a distanza di centinaia di metri dal terreno.
Persasi nella meraviglia di quello spettacolo creato da Madre Natura, la donna spense le luci del suo vestito e alzò lo sguardo al cielo artificiale. Era come coricarsi sotto alla volta notturna della Monument Valley (no, non era nemmeno stata in America) a contare le costellazioni.
Non si sarebbe mai abituata alla bellezza che il suo mondo, senza per forza doversi andare a rifugiare in storielle fantasy o fantascientifiche, era in grado di offrire.
Era così rapita da quella bellezza da dimenticarsi il motivo per cui si trovava in quel posto.
Infatti, quando vide il gigantesco dragone dalle squame rosse accasciato al suolo a pochi metri di distanza, per poco non ebbe un infarto. Sembrava… in tutto e per tutto uscito da un quadro. O quantomeno, da un romanzo illustrato. Una creatura di una bellezza mozzafiato e terribile, con denti acuminati grandi quanto due volte il suo corpo e le gigantesche ali di membrana afflosciate al suolo come i resti di un gigantesco tendone da circo distrutto da una tempesta. Gli enormi occhi rossi erano vitrei e spenti, segno che probabilmente la creatura doveva essere stata ferita mortalmente durante lo scontro, per poi rintanarsi nella caverna da cui alla fine non sarebbe più uscita.
Si sarebbe voluta crogiolare un po’ di più in quell’incredibile ma triste spettacolo, tuttavia, chiaramente, non si trovava lì per cazzeggiare. Quindi, sarebbe già stata pronta a fare retromarcia e a togliersi dai piedi, se qualcosa che si trovava sotto alla gigantesca zampa di quel demone rosso non avesse attirato la sua attenzione. Sbatté le palpebre, per poi avvicinarsi incuriosita all’enorme artefatto tondeggiante sulla quale riposava l’arto della creatura.
La tuta s’illuminò nuovamente, permettendole di spostarlo senza sforzi. Quindi, rimase ammirata innanzi alla bellezza di quello che si trovava davanti ai suoi occhi: un uovo, grande come due bovini uno messo sopra all’altro, perfetto e lucido come un rubino rosso sangue.
Sulla sua superficie poteva persino vedere la propria immagine riflessa.
E fino a qualche giorno fa, nemmeno credeva che quelle creature potessero riprodursi.
In verità, era quasi certa che nessun Kaiju avesse mai avuto organi riproduttivi. Il che poteva significare soltanto che questo mostro che dormiva permanentemente davanti a lei o era un caso particolare, o si trattava di qualcos’altro che assolutamente non si sarebbe mai riuscita a spiegare.
O che non voleva riuscire a spiegarsi.
C’era un detto, all’università dov’era andata da giovane: se vuoi conoscere troppo, allora preparati un paio di secchi perché poi sarà complicato raccogliere il cervello che ti cola dalle orecchie.
Ma nonostante questo, il lavoro da Cavaliere arrivava prima e perciò, anche se un po’ a malincuore vista la bellezza di quell’uovo, attivò la sua tuta ed impugnò lo spadone con una mano sola, pronta per distruggerlo. Aveva coniato anche un altro detto, soprattutto dopo ciò che aveva visto combattendo sull’isola: l’unico Kaiju buono è quello che non lascia mai l’Isola dei Kaiju.
Anche se era convinta di aver sentito una cosa simile da un’altra fonte.
Sollevò l’arma, facendola piovere con un fendente terribile dall’altro sulla superficie levigata dell’uovo.
E quella stessa superficie emise un bagliore accecante non appena s’incontro con la lama gelida dell’arma, respingendola con una violenza che fece ribaltare la guerriera all’indietro come un manichino spinto dal vento. La sua arma, invece, volò come un missile verso la parete della caverna, ad una distanza di non meno di un centinaio di metri, dove si conficcò e rimase bloccata come un appendino.
… porca puttana.” Da coricata a terra, osservò la sua fidata arma che sembrava quasi deriderla del suo fallimento. Ma quando si rialzò, puntando lo sguardo in avanti, il suo fastidio lasciò spazio ad una certa inquietudine.
Inquietudine, mista a eccitazione, ed a quella sua curiosità che non l’avrebbe abbandonata nemmeno in fondo ad una buca di pochi piedi.
Scoprì che l’uovo rosso sangue non era opaco, ma semplicemente ciò che si trovava al suo interno ne copriva praticamente tutto lo spazio. L’impatto con la spada doveva in qualche modo aver disturbato il gigantesco embrione, che adesso si era mosso dalla sua posizione raggomitolata su se stessa. Scorse un muso lungo, quasi rettangolare, che esibì per mezzo secondo la silhouette di una lunga bocca di denti aguzzi, ed un paio di lunghe corna dritte ed appuntite.
Per un breve momento, quello che doveva essere un occhio incontrò il suo sguardo: un gigantesco bulbo rosso e brillante, dall’insolita pupilla a forma di croce.
Quando l’embrione parve calmarsi e tornare ad appisolarsi, la guerriera stava sorridendo come un ebete sotto la maschera.
Non solo era sorpresa della resistenza che aveva incontrato provando a rompere il guscio – la sua spada, poco prima, aveva tagliato come un cubo di burro la corazza di un Kaiju armadillo grande quanto uno stadio – ma anche da quello che aveva intravisto al suo interno. Non era lo stesso Kaiju che era morto lì davanti. Quel drago non aveva corna simili, e sicuramente non aveva occhi così particolari. Non poteva ritenerla una strana malformazione genetica… ma allora cos’era? Indubbiamente, si trattava di prole, considerato che la creatura aveva appoggiato la sua zampona sopra di essa come in un segno di protezione.
“… protezione…” si voltò verso il muso del drago morto “… siamo davvero sicuri si tratti di questo?”
Una madre Kaiju, per quanto non ne avesse vista nemmeno una, avrebbe davvero messo i propri figli così in bella vista dopo aver capito che gli ‘invasori’ non avevano intenzione di risparmiare nessuno?
E se… fosse stata una specie di offerta?
O ancora più assurdo, una richiesta?
Non sapeva che cosa dire, ma subito si avvicinò all’uovo, appoggiandovi sopra la mano.
Dopo qualche secondo, il suo riflesso venne sostituito da un arto così inspiegabilmente umano che per poco la sua mascella inferiore non si stacco dal resto della faccia. Un palmo nerissimo, da cui partivano quattro lunghissime dita artigliate, s’appoggiò sull’altra estremità del guscio.
E lì rimase, per qualche tempo.
Al Cavaliere venne da ridere.
Quasi da piangere.
“Questa sì che è una storia assurda...”
 
Quando gli altri tre Cavalieri, dopo un’infruttuosa operazione di perlustrazione che non aveva dato frutti – avevano fatto un ottimo lavoro! – videro la loro quarta compagna uscire dalla caverna presso cui si erano ritrovati mentre si trascinava dietro la propria spada e con un uovo gigantesco sul groppone, dire che furono sorpresi sarebbe stato un eufemismo.
“Cosa diavolo…?” la donna con la tuta rossa sì massaggiò la nuca.
L’altra, per tutta risposta, mollò l’elsa della spada e fece cadere a terra rumorosamente il pesante carico, dove sollevò un bel polverone e creò una ragnatela di crepe. Ciò che si trovava al suo interno s’agitò appena, infastidito, sbattendo gli enormi occhioni un paio di volte, per poi tornare a dormire.
“Signori, e signora” la guerriera aveva gli occhi serrati ed un’espressione raggiante, per quanto nessuno dei presenti potesse vederla “sto per esprimere un’idea che potrebbe sconvolgervi!”
Gli interlocutori si guardarono tra loro, perplessi.
Consci che, visto che ogni singolo comportamento della Dottoressa Makima li sconvolgeva, c’era decisamente da preoccuparsi se in quella particolare occasione si era presa la briga di avvertirli.
 
[…]
 
Diversi anni più tardi…
Da qualche parte, in una città chiamata Kouh Town.
 
C’è da sapere che, nel bene o nel male, tutte le città del mondo, anche le più piccole, hanno dei segreti.
Alcune semplicemente avevano barato durante una qualche sagra.
Altre avevano inquinato considerevolmente patrimoni naturali.

[https://www.youtube.com/watch?v=bpYz4EQVo1w]
 
Nel caso Kouh Town, un immenso e smantellato laboratorio segreto in cui negli anni si erano susseguiti gli esperimenti peggiori che la mente umana possa anche solo concepire, era nascosto da qualche parte in mezzo ai canali fognari.
Un pezzo di macabra storia dimenticata, certo, ma solo una rovina di un passato che nessuno voleva ricordare.
Più o meno.
Il problema era che, sfortunatamente, quel laboratorio avesse ricominciato ad operare. No, non era colpa degli abitanti della città. Che cosa ne potevano sapere loro?
Non potevano certo sapere che i corridoi erano tappezzati di pelle umana scorticata.
Che arti e interiora pendevano dal soffitto come grotteschi lampadari.
Non potevano sapere che, ogni settimana, da qualche parte in Giappone, qualcuno svaniva nel nulla senza lasciare nemmeno un cadavere, trasformandosi in una cavia da laboratorio.
Non potevano di certo sapere che, all’interno di una delle sue stanze, una dinoccolata e indescrivibile aberrazione di carne marcia e arti attaccati alla bell’e meglio tra loro stava operando, muovendo l’unico occhio vitreo come una biglia e con la lunga lingua che pendeva dalla bocca con la mascella inferiore mancante.
L’ago insanguinato si muoveva, e così faceva il filo nero come la pece, mentre formava delle grottesche X sull’ammasso di pelle che aveva davanti e finiva di dare gli ultimi tocchi artistici alla sua ultima opera, sotto ad un paio di lampadine sfarfallanti. Al suo fianco, il cadavere in avanzato stato di decomposizione e divorato dai ratti di un uomo in camice. La targhetta su cui s’intravedeva appena il cognome ‘Piccinini’ era ormai sfocata e quasi illeggibile.
La creatura concluse il suo grottesco operato, allontanandosi appena strisciando sulla massa carnosa e putrida che aveva al posto dei piedi. osservando ciò che aveva creato, l’essere cominciò ad agitare spasmodicamente il lungo collo ed a sollevare la testa verso l’alto.
Un urlo raccapricciante, che si estese passando per tutti i corridoi dell’edificio sepolto come una maledizione oscura, servì ad indicare il suo terribile trionfo.
 
[…]
 
“Sì, come sospettavamo.”
“Ne sei sicura al cento per cento?”
La ragazza si passò una mano sui lunghi capelli color fragola e sospirò mentre quella stessa mano passava anche sul viso “erano mesi che non percepivo una malvagità simile. Non ho nessun dubbio che Nezumi-Testing abbia finalmente riaperto i battenti” si tolse la mano dalla faccia, ghignando appena “mi sa che tra qualche minuto, in città, scoppierà un po’ di caos.”
Detto ciò, puntò gli splendenti occhi color acquamarina verso le altre tre ombre presenti nella larga stanza del Club.
“Oggi volevo andare alle terme, però…” Mormorò l’ombra più bassa, sbuffando infastidita.
“Credo sarà impossibile sollazzarsi come si deve per davvero, senza prima aver estirpato il male dalle sue radici” ribatté con voce pacata e flebile la seconda ombra, quest’ultima incappucciata, issando sopra la propria spalla un gigantesco oggetto, che emise un rumore di catene non appena si appoggiò sulla sua esile figura.
Oh cielo, suvvia, non siate così dispiaciute” La terza ombra, dopo una lieve risatina, soffiò sopra le proprie dita. Un vento gelido fuoriuscì dalla sua bocca, passando in mezzo alle dita come tentacoli di un minuscolo polpo e facendo scendere verso il basso dei minuscoli fiocchi di neve “era da tanto tempo che in questa città non succedeva nulla di stimolante!”
Rias Gremory sorrise nuovamente, quindi appoggiò le mani sulla larga scrivania di legno lucido e si alzò dalla sedia. Quindi, senza troppi giri di parole, superò le tre figure, che subito furono al suo seguito. Con ancora meno convenevoli, mise le mani sulla porta a doppia mandata e la spinse in avanti, spalancandola. La luce del giorno illuminò il lungo e meraviglioso vestito rosso come il sangue ed orlato d’oro.
Il vestito che poteva addirsi solamente se a indossarlo fosse stata una regina.
“Club Di Ricerca sull’Occulto, in marcia.”
E uscì nel corridoio, seguita dalle sue compagne.
 
[…]
 
Dopo l’evento conosciuto in tutto il mondo come ‘La Più Grande Rivelazione’, non era difficile vedere, mischiati per le strade della città, esseri umani assieme a esseri e creature che, fino a non poi così tanto tempo fa, si trovavano solamente nella mente di scrittori o programmatori di videogiochi.
 
[https://www.youtube.com/watch?v=Qu5GIMiRKiw]
 
A partire dai molto più semplici Elfi, più alti di un essere umano normale e con le orecchie a punta, ad entità ben meno descrivibili, come… beh, come quello strano coso tutto tentacoli e bocche che stava discutendo animatamente con il proprio collega alla terrazza del bar che la vettura nera aveva appena superato.
Erano state poche, pochissime le volte che la mamma le aveva permesso di fare un giro in città. No, non era un genitore troppo protettivo, però per qualche strana ragione quella donna era convinta che tra le mura del ‘Dogmeat Lab’ si sarebbe trovata molto più a proprio agio, piuttosto che per le strade in un mondo che conosceva poco.

Ok, forse era un po’ protettiva.
Ma le voleva comunque bene.
Insomma, dopo l’ultima riforma di tutti i governi in cui, apertamente, la razza umana accettava come lontani parenti e amici l’esistenza dei mostri e delle creature decisamente non umane, non aveva mai avuto l’occasione di vedere da vicino gli effetti di questo gigantesco passo per tutte le specie. Sapeva di non essere umana, benché il suo aspetto suggerisse altro, ed in qualche modo che proprio non riusciva a comprendere era estremamente felice nel sapere che, fuori dalle mura alla quale era stata abituata per tutti quegli anni, esisteva comunque un mondo che era disposto ad accettarla per quello che era in realtà.
Tuttavia, benché l’accettazione dell’esistenza dei mostri fosse ormai diffusa in quasi ogni città, tutti al laboratorio dicevano che Kouh era in assoluto una terra promessa per mostri ed esseri umani, come non si vedeva quasi da nessun’altra parte. E il fatto che la sua mamma le stesse permettendo di andare a scuola proprio lì, la riempiva di una gioia che non provava nemmeno quando, alla fine di un estenuante allenamento, la genitrice le dava qualche caramella.
Aggrappata al finestrino della vettura come un cagnolino – probabilmente avrebbe anche scodinzolato, avesse avuto una coda – la ragazza sorrideva energicamente, mostrando la dentatura affilata quasi simile a quella di uno squalo.
“Ok! OK! Puoi lasciarmi qui, Charles!” disse la giovane, con voce squillante.
“N-ne è sicura, signorina? Non siamo ancora arrivati all’Accademia (E non mi chiamo nemmeno Charles).”
“Fa lo stesso! E’ il mio primo giorno in città, voglio fare due passi e prendere un po’ d’aria!”
L’anziano al volante ebbe uno sbuffo di risa e abbassò il capo “Beh, suppongo vada comunque bene.”
Si affiancò ad un marciapiede, dove permise al proprio unico passeggero di scendere.
O meglio, permise al proprio passeggero di aprire la portiera con un calcio e di scendere con un balzo, portandosi sulla spalla lo zaino nero. Senza smettere di sorridere, l’uomo non poté fare a meno di voltarsi e di osservare come la rampolla adottata dalla Dottoressa si fosse, finalmente, trasformata in una meravigliosa giovane donna. Ancora si ricordava di quando…
Di quando…
… di quando era qualunque cosa fosse uscita da quell’enorme uovo.
E adesso eccola lì, completamente capace a mantenere la sua forma umana, con quei suoi lunghi capelli biondo chiarissimo che parevano tendenti al rosa, che svolazzavano alla lieve brezza, da cui spuntavano un paio di corna appena ricurve, rosse come il sangue, quasi a voler indicare con fierezza quale fosse, effettivamente, la sua vera natura.
Con quel suo corpo quasi troppo maturo per l’età che dimostrava, coperto dalla maglietta a maniche corte bianca da cui spuntavano le bretelle nere della canotta, avvolte intorno alle spalle, e da quei semplici pantaloncini corti neri e bianchi che facevano pendant con le scarpe da ginnastica.
Vedendo quel sorriso smagliante, lo stesso di una persona pronta a conquistare il mondo, senza accorgersene l’uomo aveva cominciato a piangere.
S’affrettò ad asciugarsi la lacrima ribelle che le era scesa dall’occhio destro, per poi rivolgersi alla mocciosa mostruosità che aveva visto crescere quasi fosse una nipotina ancora una volta “Mi raccomando, signorina, si riguardi e faccia molta attenzione, altrimenti sua madre potrebbe staccarmi la testa!”
“Non preoccuparti, vecchio.” La giovane si voltò verso di lui con un sorriso spocchioso “Sarò ben disposta a prendere a pugni ogni mio singolo problema!”
L’uomo rise, per poi finalmente allontanarsi e lasciare la giovane a quello che sarebbe stato… chissà, forse il suo destino.
Quando fu sola, la giovane inspirò a fondo, per poi puntare col suo solito sorriso strafottente l’edificio davanti a se. Gli occhi rossi, con la loro particolarissima ed inconfondibile pupilla a forma di croce, mandarono un bagliore eccitato.
“Preparati, Kouh Town…” e alzò il pugno al cielo, con una grinta che per poco non sradicò gli alberi che spuntavano lungo il marciapiede “POWER E’ ARRIVATA IN CITTA’! E STA PER CONQUISTARTI!”
E con queste parole si avviò…
Verso…
Una semplice… casa?
“Uhm…” la giovane si fermò, portandosi un dito al mento e guardandosi attorno “… un momento, dov’è l’Accademia, esattamente?”

 

(Power, o Powy [Chainsaw-Man] chiamatela pure come vi pare. E vogliatele bene almeno un quarto di quanto glene voglio io)

Nuova storia? Nuova storia.
Ed in un fandom che... non mi sarei nemmeno mai aspettato di utilizzare? Ok, innanzi tutto, devi dedicare questa storia  a Scarlet Queen, dato che è palesemente dedicata a lei e SPINGO ogni mio singolo autore - soprattutto tu, Investigatore Privato di Elden City - a passare tra le sue storie, perché sono veramente incredibili e, senza alcun dubbio, non fosse stato per lei non sarei riuscito a trovare l'ispirazione per iniziare questa storia.
No, non vi preoccupate, non le abbandono le altre, però quando l'ispirazione ti prende è come un coccodrillo: non ti molla più e ti spacca le ossa con le mascelle.
Fa male, ogni singola volta.
Detto ciò, so che sicuramente non tutti conoscerete questo fandom... ma mi conoscete: io scrivo fondamentalmente Originali con i personaggi non originali miei di altre storie, come quando da piccolo facevo combattere i gormiti contro un porca puttana di modellino di Spiderman Nero.
BEH!? Avevo uno Spiderman Nero, e con questo?
Detto ciò, mi auguro che questa mia prima esplorazione per una storia che... più crossover di così non si può, possa divertirvi! In fin dei conti, sono sempre senza pretese e con una voglia assurda di menare le mani.
Detto ciò, carissimi lettori e lettrici (vecchi e nuovi) grazie per essere arrivati fin qui e ci vediamo alla prossima!
   
   
 
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