GIARDINO
Mia nonna, Fedele, è venuta a mancare nel duemila e diciotto. All’età di sessantotto anni, un’emorragia cerebrale l’ha lasciata completamente paralizzata. Ci siamo, a lungo, prese cura di lei, io e mia madre. Tutt’ora mi capita, spesso, di sognarla. Pochi giorni fa, non appena mi sono addormentata, ho ricevuto una sua visita onirica. Nel sogno, mi diceva di seguirla, mi doveva mostrare qualcosa di bello.
Mi ritrovo catapultata in un’immenso giardino fiorito, simile a quello che lei curava, con grande amore, nella cascina di campagna, nella quale mi ha cresciuta. Certo, era molto più grande, anzi, sembrava non avere una fine. Tra i fiori, svolazzavano bellissime farfalle che non avevo mai visto e, persino, colibrì.
In quel momento, la osservo meglio e noto che non è, esattamente, la persona che ricordavo. “Tu… non sei nonna Fedele, vero?” Le chiedo ansiosa.
“E’ curioso, non credo ci sia nulla di più fedele di me.” Mi risponde pacata.
Il mio sguardo perplesso la invoglia a spiegarsi meglio:- Sì, io sono proprio tua nonna, in questo momento. Alcune persone, però, preferiscono vedermi di colore azzurro, con più braccia, altri mi immaginano circondata di luce, con alle spalle enormi ali di colomba. Altri, più semplicemente mi vedono come un manto nero, dal quale sbuca una mano scheletrica che regge una falce.-
“Significa che è giunta la mia ora, sei venuta a prendermi?” E, stranamente, l’angoscia non mi assale.
“E’ giunta l’ora che tu capisca.” Mi risponde Fedele, in tono solenne, mi sorride.
“Cosa?” Mi fa cenno di seguirla.
Percorriamo il Giardino, seguendo l’argine di un fiume cristallino, fino a giungere ad un dirupo. Qui, l’acqua si tuffa in una cascata impetuosa.
“E’ talmente profondo che non se ne vede la fine.” Osservo malinconica.
“Perché non ne ha una.” Lo dice come fosse la cosa più normale del mondo.
In quell’attimo, noto innumerevoli uccelli, di specie che non dovrebbero coesistere, prendere il volo, proprio dal punto in cui ci troviamo.
“Dove vanno?”
Mi indica alcuni di loro. “Quelli sono Storni, hanno scelto di visitare Urano.”
Trascorre del tempo che non saprei quantificare, durante il quale rimaniamo in un silenzio contemplativo.
“Andrò anch’io su quel pianeta, quando sarà?” Mi voglio togliere questa curiosità, anche se non ce ne sarebbe bisogno, la mia mente è in pace.
“Solo se lo vorrai. Puoi anche essere una semplice farfalla, oppure, un gioioso Colibrì, se ti sembra sufficiente.” Mi sorride con calore, un sorriso che conosco ed amo.
“Non mi dispiacerebbe nessuna delle due. Tu cosa sei?”
“Non posso risponderti.”
“Perché?”
“Perché è tempo che ti svegli.” Il disagio prende a dilagare, nuovamente, in me, vorrei restare ancora un po’ in sua compagnia.
“E’ stato bello rivederti, nonna. Ci incontreremo ancora?” Scelgo, in fine, di dire.
Nello spazio etereo, tra veglia e sonno, vedo il suo ultimo, dolce sorriso. Mi rimane impresso per tutta la giornata, ricordandomi che i disagi della Vita sono piccola cosa, di fronte al volo che dovremo spiccare, un giorno.
Mi sveglio e la lacrima che mi scende dall’occhio si versa in una cascata senza fine.


