Serie TV > Star Trek
Ricorda la storia  |       
Autore: Parmandil    15/06/2024    0 recensioni
Star Trek incontra The Orville! Quando gli avventurieri della Destiny s’imbattono nel pittoresco equipaggio della Orville, le ostilità rischiano di prevalere. I rispettivi Capitani dovranno imparare a fidarsi e collaborare contro gli Undine, più insidiosi che mai sotto la guida del loro Imperatore.
Intanto Talyn incontra finalmente una sua simile, l’affascinante ma enigmatica Ratri. Da lei riceve l’agognata offerta: unirsi ai Viaggiatori. È l’inizio di uno straordinario viaggio sul vascello Nous, alla scoperta del proprio potenziale. Ben presto il giovane si troverà diviso tra l’ambizione di Viaggiatore e la lealtà ai vecchi amici, e poi ancora più lacerato fra l’amore per Ratri e oscuri presagi di sventura. Intanto le domande aumentano: dov’è il Viaggiatore, cosa nascondono i suoi apprendisti? Quale prezzo sono disposti a pagare pur di sconfiggere gli Undine? Spinto oltre ogni limite, Talyn dovrà decidere a chi spetta la sua lealtà e qual è la sua vocazione. Col destino dell’Unione Planetaria in bilico, il minimo errore di giudizio avrà effetti catastrofici. Ma forse stavolta non esistono scenari vincenti, e si può solo scegliere chi sacrificare...
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Il Viaggiatore, Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Star Trek Destiny Vol. XI:
Viaggiatori
 
 
LA DESTINY DOVEVA ESPLORARE IL MULTIVERSO,
MA QUALCOSA È ANDATO STORTO
E L’EQUIPAGGIO È STATO UCCISO.
ANNI DOPO, UNA BANDA DI CONTRABBANDIERI
HA ABBORDATO LA NAVE ALLA DERIVA,
VENENDO RISUCCHIATA NEL MULTIVERSO,
SENZA LE COORDINATE DI RITORNO.
AGLI AVVENTURIERI NON RESTA CHE
ESPLORARE UNA REALTÁ DOPO L’ALTRA,
IN CERCA D’INDIZI SULLA VIA DI CASA,
MENTRE CERCANO DI RISCOPRIRE IN LORO
QUELLO SPIRITO CHE CREÓ LA FEDERAZIONE...
 
 
-Prologo:
Data: 250 a.C.
Luogo: Pataliputra, capitale dell’Impero Maurya
 
   «Convertitevi al buddhismo, come ha fatto l’imperatore Ashoka, e sarete illuminati! Rinunciate alle illusioni, rinunciate ai desideri, e vi affrancherete dal dolore! Squarciate il velo dell’apparenza, e perverrete alla verità!» proclamò il monaco, primo di una lunga fila. Avevano tutti la testa rasata, come da regola, e indossavano una veste arancione fissata alla spalla sinistra, così da lasciare scoperta la destra. La processione attraversò lentamente la piazza, diretta verso il tempio buddhista. Restò un solo bonzo, dall’aria dimessa, che si fermò in un angolo a osservare i passanti.
   Pochi avevano tempo per i sermoni: era giorno di mercato e la piazza era tutta un andirivieni. Stoffe e sete colorate sventolavano sui sostegni, in attesa di un compratore. Innumerevoli voci si confondevano, talora parlando lingue diverse, in un continuo cicaleccio. I profumi delle spezie si miscelavano nell’aria, in strane e mutevoli combinazioni. Una giornata come un’altra, nella capitale del più vasto impero che l’India avesse mai conosciuto. I mercanti esponevano le loro merci, decantandone a gran voce le qualità, per poi contrattare accanitamente il prezzo coi clienti. Donne dai sari variopinti facevano acquisti o lavavano i panni alla fontana, scambiandosi pettegolezzi. Monelli di strada correvano qua e là, giocando e azzuffandosi. Umili servitori tiravano carretti colmi di merci o recavano pesanti ceste sulle spalle, sbrigando le incombenze assegnate dai padroni. Alcuni passanti, infine, si fermavano a guardare gli artisti di strada che si esibivano in cambio di monete o cibarie. Anche il bonzo si soffermò a osservarli, discretamente interessato, da una certa distanza.
   Ce n’erano parecchi, ciascuno con la sua specialità. Un giocoliere che riusciva a tenere in aria gli oggetti più disparati, anche offerti dal pubblico. Un mangiatore di fuoco che prima camminava a piedi nudi sulle braci e poi s’infilava una torcia in bocca, sputando una gran fiammata. Un illusionista che faceva salire verso il cielo una corda che non era legata ad alcunché. Persino un vecchio fachiro scheletrico, dalla lunga barba bianca, coricato su un lettino irto di chiodi.
   E poi c’era l’incantatrice di serpenti.
   Appariva come una ragazza dalla carnagione ambrata, abbigliata con un umile sari da popolana. E tuttavia spiccava tra la folla per la strana intensità della sua presenza. I capelli corvini erano raccolti in una treccia lunga fino alla vita. Gli occhi nerissimi, perennemente vigili e inquieti, sondavano i passanti come in cerca di qualcosa. Sulla sua fronte spiccava il bindi, il punto rosso che rappresentava il terzo occhio, l’occhio della mente. Le dita delle mani, lunghe e affusolate, erano tinte di rosso; e così quelle dei piedi scalzi. La ragazza però non era una ballerina, bensì una suonatrice di flauto. Sedeva in un angolo, a gambe incrociate, soffiando nel suo strumento; le dita agili correvano da un foro all’altro. Tra gli spettatori, pochi notarono che non si trattava di un flauto pungi, come quelli solitamente usati dagli incantatori di serpenti. In effetti non somigliava ad alcun flauto tradizionale dell’India... e nemmeno d’altri paesi. Quale che ne fosse l’origine, la giovane lo suonava con maestria, riuscendo chissà come a farsi udire distintamente nel frastuono della piazza. La sua melodia era incantevole, eppur venata di struggente malinconia, perfino di tristezza. L’estremità del flauto ondeggiava davanti a una cesta di vimini scoperchiata. E dalla cesta faceva capolino un cobra reale, uno dei serpenti dal veleno più letale al mondo. Il rettile seguiva il movimento del flauto, più che il suo suono, avendo uno scarso udito. In ogni caso era sotto controllo, col cappuccio squamoso racchiuso lungo il corpo. Se lo avesse allargato, sarebbe stato segno che si accingeva a mordere.
   Lo spettacolo andava avanti da un pezzo, tanto che diversi passanti avevano già gettato monetine in segno d’apprezzamento. L’incantatrice, però, continuava a suonare imperterrita. Anche lei, come gli altri artisti di strada, conosceva dei trucchi. Delle illusioni, come avrebbero detto i monaci buddhisti. Nel suo caso, però, l’inganno era assai più profondo rispetto ai trucchi da prestigiatore degli altri. La prima illusione che proiettava era quella d’essere umana, quando in realtà non aveva una sola goccia di sangue umano nelle vene. Cosa di cui era oltremodo grata, perché altrimenti non sarebbe mai sopravvissuta alla sua vera missione.
 
   «Ehi, bellezza, che ne dici di tirarti su? Ti offro una moneta d’argento se balli!» propose un omone grasso e ben vestito che si era fermato a osservarla.
   A queste parole importune, l’incantatrice di serpenti smise di suonare. Alzò uno sguardo glaciale verso colui che aveva parlato. «Spiacente, buon signore, ma io non ballo. Suono solo il flauto» spiegò con garbo, ma anche con fermezza. Riportò lo strumento alle labbra, ma fu nuovamente apostrofata dal seccatore.
   «Senti, stracciona, se io ti dico di ballare, allora tu ballerai. Guarda, ti offro una moneta d’oro; contenta?!» sbuffò l’omone. Gettò la moneta aurea nel piattino che, fino a quel momento, ne aveva accolte solo di bronzo. Diversi passanti si fermarono, curiosi di vedere se la suonatrice avrebbe accettato. Il bonzo aggrottò lievemente la fronte, ma non intervenne.
   Con deliberata lentezza, la ragazza ripose il flauto in una bisaccia che teneva posata accanto a sé. Poi afferrò il coperchio di vimini e lo posò sul cestino, relegando il cobra al suo interno. Così non avrebbe dovuto preoccuparsene, mentre sbrigava quest’altra faccenda.
   L’omone sogghignò, pensando di averla spuntata. Ma anziché alzarsi per ballare, la giovane rimase caparbiamente seduta a terra. «Riprendete il vostro denaro, signore. Come ho detto, io non sono una danzatrice, bensì una suonatrice di flauto» ribadì. La sua voce aveva un tono di comando così inflessibile che la maggior parte delle persone avrebbe ceduto. L’uomo ben vestito tentennò, ma poi fu invaso dalla rabbia nel vedersi disobbedire davanti a tutti.
   «Invece farai come ti dico, stracciona! Sono un funzionario di palazzo, di casta superiore alla tua, e mi devi obbedienza!» sbottò l’uomo. In preda all’ira dette un calcio al piattino, sparpagliando le monete finora raccolte. Alcune volarono in faccia alla giovane, che si protesse con una mano. Inaspettatamente riuscì ad afferrare al volo proprio la moneta d’oro, fra le tante.
   Sotto gli sguardi sempre più meravigliati dei presenti, la ragazza si alzò. Non ebbe bisogno di puntare una mano a terra per darsi la spinta: si alzò e basta, con un movimento fluido. I suoi grandi occhi indagatori avevano una strana fissità e non sbattevano quasi mai. Fissò l’interlocutore come se potesse leggergli nell’anima. «Il mio nome è Ratri, e non mi riconosco in alcuna casta» disse con calma. «Non sono al vostro servizio, né mi occorre la vostra carità. In effetti credo che questa serva più a voi che a me, con tutti i debiti di gioco che avete accumulato negli ultimi tempi» aggiunse. Inclinò la mano, obbligando l’altro a riprendersi al volo la moneta, prima che cadesse al suolo.
   «Come fai a sapere...» mormorò il funzionario, ma si accorse che non riusciva a sostenere quello sguardo penetrante. Dovette distogliere il proprio. E non gli restò che allontanarsi, borbottando improperi, vergognandosi della figuraccia pubblica.
   La tensione si allentò e Ratri tornò a sedersi. Raccolse di nuovo nel piattino le monetine che si erano sparpagliate. Notando che una scimmietta si era avvicinata alla cesta col serpente, e stava per scoperchiarla, la richiamò. «Qui, piccola. Quella non è roba per te. Prendi questi, piuttosto» disse, traendo alcuni datteri dalla bisaccia. Li offrì alla scimmietta, carezzandola sulla testa mentre questa si sfamava. Intanto la piccola folla raccoltasi attorno a lei si era in gran parte dispersa. «Via, ora. Devo lavorare» disse la giovane, sempre con quella peculiare fermezza. Contrariamente al carattere dispettoso tipico dei primati, la scimmietta obbedì subito all’ordine.
 
   Soddisfatta, Ratri riprese il flauto. Era sul punto di scoperchiare la cesta, per riprendere lo spettacolo, quando qualcos’altro attirò la sua attenzione. Era come se nell’aria serpeggiasse una strana elettricità. Nessuno degli Umani se n’era accorto, ma Ratri era assai più percettiva. Alzò all’istante lo sguardo e osservò i passanti, in cerca dell’origine di quella sgradevole sensazione. Ben presto la individuò.
   Tre strani figuri si facevano largo tra la folla. Anzi no, era la folla a scostarsi davanti a loro, stranamente respinta e inquieta. Erano alti, in modo sconcertante: dovevano sfiorare i due metri. Ed erano imbacuccati in pesanti abiti color pece, i volti seminascosti sotto i turbanti sempre neri. Come facevano a resistere sotto il torrido sole dell’India? Tutti e tre erano armati: portavano delle scimitarre in cintura. Quello al centro impugnava inoltre un lungo e sottile bastone bianco, forse d’avorio, con la sommità modellata a testa di serpente. Si guardò attorno e puntò con decisione verso un mendicante, scarno e dall’aria malata, che giaceva abbandonato in un angolo. L’essere nerovestito si fermò davanti a lui, senza tuttavia offrirgli alcuna elemosina. Restò semplicemente a osservarlo, mentre carezzava l’estremità del suo bastone serpentino.
   Vedendo questo, Ratri si portò il flauto alle labbra e riprese a suonare, sebbene il cobra fosse ancora chiuso nella cesta. Ma non era più quello il suo obiettivo. Anche la melodia era cambiata, facendosi più fischiante e sinistra. Sebbene i tre stranieri in nero fossero dall’altra parte della piazza, l’avvertirono distintamente e si guardarono attorno, in cerca della fonte. Ma era troppo tardi.
   D’un tratto il bastone eburneo fu avvolto da crepitii elettrici simili a fulmini. In mezzo alle scariche si contorse e prese vita, trasformandosi in un vero serpente. O in qualcosa che ne aveva l’aspetto. Si volse contro Ratri e sibilò minaccioso, mentre i passanti si scostavano, sorpresi e impauriti dalla trasformazione. Allora anche i tre esseri in nero si volsero contro la giovane, lanciando grida stridule che non avevano nulla d’umano. In un attimo la folla si scostò tanto da creare un corridoio vuoto fra loro e l’incantatrice di serpenti.
   Era il momento a lungo atteso. Ratri gettò il flauto e al suo posto trasse un corto bastone metallico dalla bisaccia. Balzò in piedi, rigirandolo tra le mani, e subito il bastone si allungò prodigiosamente. Una lama acuminata scaturì all’estremità, trasformandolo in lancia. Quando l’avversario le puntò contro il serpente, ora arrotolato attorno al suo braccio, questo emise un raggio dalle fauci. Era energia triolica, una delle più instabili e pericolose del cosmo. Ma Ratri intercettò il raggio con la punta della lancia, disperdendolo. Dove le scariche caddero, provocarono piccole esplosioni e appiccarono il fuoco a tutto ciò che era infiammabile. Il panico dilagò nella piazza, le persone gridarono e fuggirono. Solo il bonzo rimase al suo posto, osservando lo scontro, come se fosse una cosa di tutti i giorni.
   «Rakshasa!» urlò qualcuno, pensando che gli esseri in nero fossero demoni. Dal canto loro, questi non cercarono di trattenere i fuggitivi; la loro attenzione era tutta sulla giovane che li aveva sfidati.
   «Sei un Agente Temporale?!» ringhiò il leader del trio, incredulo che il suo attacco fosse stato parato.
   «Nulla di così limitato, Devidiano!» ribatté la giovane.
   Vedendosi smascherati, gli alieni abbandonarono le fattezze umane con cui si erano camuffati. Luce bianco-azzurra emanò dai loro corpi, e in quel bagliore ripresero il loro vero aspetto. Adesso erano ancora più alti e scheletrici, coi volti pressoché privi di lineamenti. Avevano solo un vago accenno d’occhi e, proprio in mezzo alla fronte, un tondo orifizio che fungeva da bocca. Una bocca che non era fatta per ingerire cibi solidi, bensì per risucchiare l’energia neurale delle loro vittime. I Devidiani infatti erano parassiti, che dovevano predare altre specie per sopravvivere. Di regola si sfamavano con individui già in punto di morte; ma se attaccati se la prendevano con chiunque.
   Ratri però non voleva dargli il tempo di reagire, né permettere che gli Umani assistessero allo scontro. Ragion per cui si estraniò. Era un talento che pochi esseri nell’Universo riuscivano a padroneggiare. Estraniarsi significava uscire dalla gabbia del tempo: era come nuotare in un fiume anziché lasciarsi trasportare dalla corrente. Esistere nell’attimo, anziché in una successione d’attimi.
   Non appena si fu estraniata, Ratri si guardò attorno. Tutto appariva drammaticamente congelato nel tempo. Le persone erano bloccate nella concitazione della fuga, con gli occhi sbarrati dal terrore e le bocche aperte in mute urla. Le fiamme degli incendi erano ferme, come se fossero di materia solida, le lingue di fuoco stranamente sospese. Una mosca si librava immobile nell’aria, e immobili erano le gocce della fontana. Solo il bonzo, nel suo angolino, era ancora attivo, pur astenendosi dall’intervenire. L’attimo dopo, però, anche i Devidiani ricominciarono a muoversi. Anche loro sapevano estraniarsi... questo era imprevisto. E preoccupante.
   Non volendo affrontarli assieme, Ratri afferrò la torcia del mangiatore di fuoco. Le fiamme ripresero a crepitare non appena la toccò. Allora scagliò la torcia ardente contro il leader Devidiano, i cui abiti avvamparono. La creatura stridette e corse verso la fontana, lasciando cadere l’ofide – così si chiamava – con cui prosciugava l’energia neurale delle sue vittime. Gli altri Devidiani scattarono in avanti per recuperarlo. Ma Ratri fu più veloce e gli schiacciò la testa con la punta della lancia, inchiodandolo al suolo. Ci fu un’esplosione d’energia triolica, sotto forma di un’onda d’urto azzurrognola che si espanse rasoterra. Ratri la evitò con un salto, reggendosi all’asta, mentre i Devidiani che cercavano d’afferrare l’ofide ne furono investiti e atterrati. La giovane ne trafisse uno con la lancia, prima che potesse rialzarsi. Subito si rivolse contro l’altro, che aveva impugnato la scimitarra. Bloccò il fendente con l’asta, poi si abbassò e lo falciò all’altezza delle ginocchia, facendolo ricadere. Infine trafisse anche lui, approfittando del maggior allungo fornito dalla lancia. Ritirata l’arma, notò che non c’era sangue sulla punta. Arretrò leggermente, osservando gli avversari che stridevano in agonia, mentre la loro luminosità interna si spegneva.
   «Attenta!» avvertì il bonzo.
   Ratri percepì l’attacco alle sue spalle e lo schivò con una rapida torsione del busto. Si girò con la lancia in pugno, fronteggiando il leader Devidiano, tornato all’assalto dopo essersi spento gli abiti. Questi attaccò con la scimitarra, e Ratri dovette arretrare mentre parava la gragnola. Ancora estraniati rispetto al resto del mondo, si scambiarono colpi micidiali, facendo sprizzare scintille dalle armi. Il Devidiano era più forte, ma Ratri rispondeva con uno stile acrobatico e imprevedibile, oltre a godere il vantaggio del maggiore allungo.
   «Perché lo fai?!» sibilò l’alieno. «Noi uccidiamo solo per sfamarci. Tu per cosa uccidi?».
   «Sono qui per fare giustizia!» ribatté la giovane con ardore.
   «Quale giustizia, la tua? E con quale autorità?» incalzò il Devidiano.
   «C’è una giustizia oggettiva, e da lì viene l’autorità» obiettò Ratri.
   A queste parole il bonzo aggrottò lievemente la fronte, ma ancora non intervenne.
   Pressata dall’avversario, la giovane indietreggiò verso i materiali lasciati dagli artisti di strada. Non osando camminare scalza sulle braci ardenti, si puntellò con la lancia e le oltrepassò d’un balzo, come una campionessa di salto con l’asta. Il Devidiano la seguì, camminando sulle braci come se niente fosse. «Mi nutrirò di te, giovane stolta!» minacciò.
   «Non è questo il mio destino» rispose Ratri, con strana certezza. Afferrò la corda appartenuta all’illusionista, usandola a mo’ di frusta. Tra uno schiocco e l’altro costrinse il Devidiano ad arretrare dove voleva lei. Infine gli avvolse la fune attorno al corpo, bloccandogli le braccia lungo i fianchi. Prima che l’altro potesse liberarsi, lo trafisse al ventre con la lancia e lo ribaltò all’indietro... dritto sul letto chiodato del fachiro.
   Il Devidiano emise un lungo lamento luttuoso. Annaspò cercando di rialzarsi, ma Ratri lo tenne ben pressato contro i chiodi acuminati. Gradualmente le forze dell’alieno vennero meno, mentre il bagliore azzurrino si affievoliva in lui. Infine la luce si estinse del tutto ed egli ricadde inanimato, mostrando ancor più chiaramente il suo mostruoso volto senza lineamenti.
   Ansante e sudata per lo sforzo, Ratri uscì dall’estraniamento. Il tempo riprese a scorrere attorno a lei, con la folla che gridava e fuggiva, le fiamme che divampavano, gli odori acri che salivano dai banchi rovesciati. I tre Devidiani morti si disgregarono a vista d’occhio, sfarinandosi in polvere, che fu dispersa dal vento. Rimasero solo le vesti vuote e ammonticchiate al suolo, oltre alle scimitarre abbandonate. Quanto all’ofide, si era completamente dissolto.
 
   «Bene, missione compiuta» commentò Ratri, aggirandosi soddisfatta in mezzo alla devastazione. Il suo sorriso si spense quando vide il bonzo che le veniva incontro. «A proposito, grazie per l’aiuto!» commentò acida. Si rigirò la lancia tra le mani, trasformandola di nuovo in un innocuo bastoncino metallico. Tornata presso le sue cose, raccolse la bisaccia e ve lo ripose dentro. Recuperò anche il flauto, soffiando via la polvere e accertandosi che fosse intatto prima di riporlo con cura.
   «Non ti serviva il mio aiuto. Era chiaro che controllavi la situazione» rispose quietamente il bonzo. Ora che il fuggi-fuggi era terminato, e la piazza era deserta, poteva parlare in piena libertà. «A parte questo... non ero tenuto a soccorrerti. In fondo sei stata tu ad aggredire i Devidiani» aggiunse inaspettatamente.
   «Come-come?!» fece Ratri, volgendosi di scatto verso di lui. «Sei tu che mi hai condotta qui, dicendo che dovevo superare un altro test. Non si trattava forse di salvare questa gente?!».
   Il bonzo sospirò, scrollando le spalle. L’attimo dopo fu circonfuso di luce bianca, che emanava da tutta la sua persona. Quando il bagliore cessò, era tornato al suo vero aspetto. Era un alieno stempiato e senza sopracciglia, dalle mani tridattile. Un nativo di Tau Alpha C. Ma soprattutto era un Viaggiatore: un essere capace di superare le barriere dello spazio e del tempo senza l’ausilio di tecnologia, con la sola forza di volontà. Uno dei tanti, come aveva confidato alla Flotta Stellare. Lui in particolare era detto Klaatu. E quella davanti a lui era la sua talentuosa, ma impaziente discepola.
   «Non dare niente per scontato, Ratri» l’ammonì il Viaggiatore. «Io ti ho condotta qui, e ti ho spiegato che questo è un terreno di caccia dei Devidiani. Ma non ti ho mai detto che dovevi affrontarli; men che meno ucciderli».
   «Che alternative avevo? Quelli uccidono le persone! Divorano la loro energia neurale!» protestò la giovane.
   «Lo fanno con chi è già in punto di morte, come quel poveretto» disse Klaatu in tono dolente, accennando al mendicante in stato comatoso. «Tu puoi averlo salvato da loro, ma così facendo hai solo prolungato di qualche ora la sua agonia. Sei certa che sia un’impresa meritoria? In fondo i Devidiani non sono altro che gli spazzini del cosmo. Occupano la loro nicchia ecologica, come ogni altra forma di vita».
   «Sciacalli. Parassiti» fece Ratri a muso duro.
   «Questo è un modo di vedere le cose. Ma si potrebbe anche affermare che, in fondo, si occupano d’eutanasia. Abbreviano le sofferenze di chi è in punto di morte» insisté il Viaggiatore.
   «Senza il consenso dei diretti interessati!» obiettò la giovane. «E in certi casi hanno aggredito anche individui che potevano salvarsi, o persino del tutto sani. Quando li ho visti accostarsi a quel pover’uomo, che avrei dovuto fare?!».
   «Ah, dipendeva tutto da te. Potevi semplicemente osservare. Magari avrebbero tirato dritto senza ucciderlo. Oppure potevi provare a comunicare con loro. Ti ho addestrata a lungo nei primi contatti» spiegò pazientemente Klaatu. «Sei tu che non hai visto alternative allo scontro e all’uccisione. Che hai dato per scontato d’essere qui per questo. Così facendo, hai visto solo una sfaccettatura della realtà... e l’hai fatta avverare. Ma come Viaggiatori, noi dobbiamo vedere più sfaccettature possibili».
   Ratri chinò il capo, rimuginando sull’accaduto. In effetti non le era nemmeno passato per l’anticamera del cervello di tentare un altro approccio coi Devidiani. «Allora ho fallito la prova» mormorò, demoralizzata e in preda alla vergogna.
   «Non è così» la sorprese il Viaggiatore. «Questa non è una prova che si debba riuscire o fallire. A meno che ti fossi fatta uccidere; in quel caso potrei parlare di fallimento» si corresse. «Lo scopo di questa prova era semplicemente di vedere come avresti reagito, senza pretendere che una reazione sia migliore dell’altra. Forse lo scontro coi Devidiani era inevitabile, anche se inizialmente avessi cercato di dialogare. In ogni caso, vorrei che meditassi sulla tua reazione, e capissi se è rappresentativa del tipo di Viaggiatrice che vuoi essere» la esortò.
   La giovane fissò il suolo, mortificata. «Suppongo di no» ammise con un filo di voce. Era sempre così, coi Viaggiatori. Ogni volta che le pareva d’aver capito la loro filosofia, d’essere vicina a terminare l’apprendistato, succedeva qualcosa d’inaspettato, e scopriva d’essere solo all’inizio. E sì che ce la metteva tutta! Non aveva altro scopo nella vita. Se avesse fallito l’addestramento, che ne sarebbe stato di lei? Non osava pensarci.
   «Allora tieni a mente che, come Viaggiatori, dobbiamo sempre allenarci a vedere e ricercare le alternative alla violenza» raccomandò Klaatu. «Anche quando sono difficili. Specialmente quando lo sono. Spesso è proprio in questi frangenti che si scoprono le vie più inaspettate» spiegò.
   «Lo terrò a mente, Maestro» promise Ratri. Si guardò attorno, osservando la piazza abbandonata e devastata, con le bancarelle e i carretti rovesciati. «Fra poco arriveranno i soldati, e avranno parecchie domande. Possiamo andarcene, o la prova continua?» chiese innervosita.
   «No, la prova è terminata. Possiamo tornare all’Aleph» disse Klaatu, alludendo al quartier generale dei Viaggiatori, posto oltre lo spazio e il tempo, alla confluenza delle innumerevoli realtà. Così dicendo trasse dalle pieghe della veste un oggettino metallico, sottile e affusolato come una matita.
   «Riprendiamo l’addestramento?» chiese la giovane, senza allegria. Ormai non ne poteva più di studi e meditazioni. Anche quelle prove sul campo iniziavano a stancarla. Si sentiva pronta a diventare una vera Viaggiatrice... perché allora avrebbe avuto un ampio margine di discrezionalità nelle sue missioni.
   «No, purtroppo non c’è più tempo per addestrarti» rispose il Viaggiatore, insolitamente preoccupato. «Qualcosa di grosso bolle in pentola. Stiamo richiamando il maggior numero di Viaggiatori possibile. Anche gli apprendisti come te dovranno fare la loro parte» rivelò, pur mostrando di non approvare la cosa.
   Ratri sgranò gli occhi nell’udire di quell’iniziativa senza precedenti. «È ciò che penso, Maestro? È arrivato il momento d’affrontare gli Undine?» sussurrò.
   «Diciamo che gli Undine si stanno muovendo. In effetti hanno fatto molte mosse preoccupanti, ultimamente. E quindi non possiamo permetterci di restare indietro. Non dobbiamo farci cogliere impreparati» spiegò Klaatu. «Da quando hanno cominciato a depredare il Multiverso, sono diventati una gravissima minaccia. Presto nemmeno l’Aleph sarà più al sicuro. Infatti stiamo preparando i vascelli Nous, in caso d’evacuazione» rivelò.
   «Evacuare l’Aleph?! Ma... è mai stato fatto?» chiese Ratri, atterrita. Le cose precipitavano in fretta. Un attimo prima era tutta assorbita dal pensiero del suo addestramento, e ora si rendeva conto che non avrebbe avuto tempo di ultimarlo.
   «No, mai» ammise il Viaggiatore. «Comunque ne parleremo in dettaglio con gli altri. Preparati a un raduno come non ne hai mai visti. Ci saranno Viaggiatori da ogni angolo del Multiverso. Comprese le più grandi leggende del nostro Ordine» avvertì.
   «Non vedo l’ora di conoscerle» mormorò la giovane, emozionata. Di molti aveva studiato le gesta, senza mai incontrarli. In genere i Viaggiatori operavano da soli o in piccoli gruppi. Raduni come quello erano rarissimi e avvenivano solo in caso d’estrema necessità.
   Klaatu scosse la testa e diresse in avanti il suo piccolo strumento, incanalandovi la propria volontà. Un vortice bluastro apparve davanti a lui e alla sua pupilla. In breve si stabilizzò in un imbuto, un tunnel che li avrebbe riportati a casa, attraverso lo spazio e il tempo. Sempre che chi lo attraversava avesse ben salda nella mente la propria destinazione. Gran parte dei poteri dei Viaggiatori, infatti, erano direttamente correlati alla forza di volontà e alla chiarezza di pensiero. Guai a distrarsi! Si poteva finire relegati in qualche remota plaga della realtà.
   «Andiamo, c’è molto da fare» disse Klaatu. Porse la mano alla sua apprendista, che gliela strinse. E varcarono insieme la soglia del wormhole, abbandonando la Terra del passato. Erano diretti a una delle più grandi sfide che i Viaggiatori avessero mai affrontato. 
 
   
 
Leggi le 0 recensioni
Ricorda la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Serie TV > Star Trek / Vai alla pagina dell'autore: Parmandil