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Autore: Parmandil    15/06/2024    1 recensioni
Star Trek incontra The Orville! Quando gli avventurieri della Destiny s’imbattono nel pittoresco equipaggio della Orville, le ostilità rischiano di prevalere. I rispettivi Capitani dovranno imparare a fidarsi e collaborare contro gli Undine, più insidiosi che mai sotto la guida del loro Imperatore.
Intanto Talyn incontra finalmente una sua simile, l’affascinante ma enigmatica Ratri. Da lei riceve l’agognata offerta: unirsi ai Viaggiatori. È l’inizio di uno straordinario viaggio sul vascello Nous, alla scoperta del proprio potenziale. Ben presto il giovane si troverà diviso tra l’ambizione di Viaggiatore e la lealtà ai vecchi amici, e poi ancora più lacerato fra l’amore per Ratri e oscuri presagi di sventura. Intanto le domande aumentano: dov’è il Viaggiatore, cosa nascondono i suoi apprendisti? Quale prezzo sono disposti a pagare pur di sconfiggere gli Undine? Spinto oltre ogni limite, Talyn dovrà decidere a chi spetta la sua lealtà e qual è la sua vocazione. Col destino dell’Unione Planetaria in bilico, il minimo errore di giudizio avrà effetti catastrofici. Ma forse stavolta non esistono scenari vincenti, e si può solo scegliere chi sacrificare...
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Il Viaggiatore, Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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-Capitolo 2: Invito
 
   «Come sta la paziente?» chiese Ratri, entrando in sala operatoria.
   Appena la squadra era tornata sulla Destiny, Alara era stata trasferita d’urgenza in infermeria, dove Giely stava cercando di curarla. Ratri però insisteva nel dire che poteva ancora aiutarla, tanto da convincere Talyn ad accompagnarla lì. I due El-Auriani videro la dottoressa affaccendata attorno al lettino, su cui giaceva la Xelayan priva di sensi. C’era anche il Medico Olografico ad aiutarla.
   «Questo non è un buon momento, ragazzi» disse Giely, alzando appena lo sguardo su di loro. «La paziente è in condizioni critiche. Già le ferite ordinarie sono serie, ma ciò che più mi preoccupa è l’infezione Undine. Ho somministrato le nanosonde, ma le cellule aliene hanno già attaccato il sistema nervoso. A questo stadio dell’infezione non so se la cura sarà efficace» ammise, scorrendo con preoccupazione le letture biometriche. I segni vitali erano debolissimi e non sembravano in via di miglioramento.
   «È per questo che sono qui. Come Viaggiatrice, ho delle facoltà curative che vorrei mettere a disposizione» spiegò Ratri.
   «Ha ragione. Quand’ero su Arena, il Viaggiatore mi guarì dallo stesso tipo d’infezione» confermò Talyn.
   «Sì, ho letto i rapporti» fece Giely, con una punta di dubbio. «Come medico, sono abituata a basarmi sulla scienza e a diffidare dal... paranormale. Ma ho già visto i tuoi poteri all’opera, quindi... procedi» cedette. Si scostò dal lettino, permettendo all’El-Auriana di farsi avanti. Giunta al capezzale di Alara, tuttavia, Ratri si rivolse a Talyn.
   «Le facoltà taumaturgiche richiedono molta energia, dubito di farcela da sola. Mi serve il tuo aiuto» lo richiamò.
   Talyn impallidì. «Io? Ma non ho ancora cominciato l’addestramento!» protestò.
   «Ti guiderò io. Considerala la tua prima lezione» disse Ratri, sebbene lui non avesse ancora accettato l’offerta.
   «No, no... e se poi faccio un pasticcio? Se peggioro la situazione? Non conosco nemmeno la sua specie!» obiettò il giovane, accennando alla Xelayan.
   L’El-Auriana sospirò. «Ascolta, in circostanze normali non mi sognerei di farti cominciare con una tecnica così avanzata. Ma ne va della sua vita» disse, accennando ad Alara. «Quindi vieni qui e fa’ come ti dico. Ricorda che, quando tu eri ferito su Arena, il mio maestro ti curò con l’aiuto di combattenti che non avevano nemmeno il potenziale di Viaggiatori. E nonostante ciò fornirono un apporto decisivo, con la loro energia mentale. A maggior ragione tu, che hai il dono, puoi renderti utile».
   Davanti a questa logica stringente, Talyn non poté esimersi. Affiancò Ratri accanto al lettino e osservò con preoccupazione la paziente. Alara era del tutto incosciente e respirava a stento. I filamenti Undine le risalivano il braccio fino alla spalla e al collo. La loro crescita si era arrestata, e anzi avevano cominciato a seccarsi e sfarinarsi sotto l’azione delle nanosonde; eppure la paziente non migliorava.
   «I filamenti stanno morendo, salvo quelli che hanno attaccato il sistema nervoso. Potete farci qualcosa?» chiese Giely.
   «Certo. Ora chiudi gli occhi e concentrati» disse Ratri a Talyn. «Percepisci Alara con gli occhi della mente. Senti il pulsare della vita in ogni organo, in ogni tessuto, in ogni cellula. Ogni essere vivente ha un timbro distintivo, come uno strumento in un’orchestra. Lo avverti?».
   Guidato dalle sue parole, Talyn entrò in uno stato mentale mai provato prima. D’un tratto fu come se ci vedesse di nuovo, ma era diverso. Alara era lì sul lettino, circondata da un’aura dorata, che tuttavia si affievoliva. Intanto dei filamenti rossi all’interno del suo corpo si propagavano; poteva vederli in trasparenza. Erano le cellule Undine che si facevano strada nel sistema nervoso, verso il cervello. Se lo avessero raggiunto – e ormai mancava poco – sarebbe stata la fine.
   Emozionato, Talyn si girò verso Ratri per dirle che c’era riuscito. E sobbalzò nel vederla con gli occhi della mente. In quella forma, l’El-Auriana rifulgeva di luce bianca come una creatura angelica, tanto che il giovane non riuscì a guardarla negli occhi. Osservando le sue stesse mani, si accorse che anche lui appariva simile. Allora si rivolse a Giely, e la vide ammantata di un’aura dorata assai più modesta, simile a quella di Alara. Così apparivano le persone ordinarie, se si poteva usare questo termine. Il Medico Olografico, infine, era una sagoma grigia che non emetteva alcuna luce: il prezzo da pagare per non essere realmente vivo.
   «Complimenti, hai fatto il primo passo in un mondo più vasto. Ora vedi che cosa siamo realmente. Fari nella notte, sorgenti nel deserto; non questa materia grezza» disse Ratri, con un sorriso radioso.
   «Di che parla?» chiese Giely, confusa.
   «Non posso spiegare» mormorò Talyn, cercando di restare concentrato. «Adesso che facciamo?».
   «Adesso osserva la paziente e distingui l’infezione aliena. Percepisci la violenza con cui si fa strada in lei. Non le appartiene, deve essere distrutta» disse Ratri con fermezza.
   «Sì, la vedo» confermò Talyn. Con la sua nuova vista poteva scorgere le singole cellule Undine. Non era come osservarle al microscopio, perché in quel caso ne avrebbe viste solo alcune, un’infima parte del totale. No, gli sembrava di vederle tutte contemporaneamente. Poteva avvertire la loro dissonanza dal resto, il loro “sapore” diverso, persino il loro peso, in una strana sinestesia.
   «Distruggi le cellule aliene» ordinò Ratri.
   «Distruggerle? Come?» chiese Talyn. Un conto era vedere la realtà con occhi nuovi, ma influire materialmente su di essa gli sembrava tutt’altra cosa.
   «Ricorda la fisica quantistica. Non esiste la pura osservazione; vedere qualcosa significa influenzarla. Tutto è collegato a tutto» ribadì Ratri. «Quelle cellule Undine sono più aggressive delle altre, ma nondimeno sono comunque cellule. Hanno la membrana, il citoplasma, gli organuli e un nucleo col DNA. I mattoni della vita sono gli stessi. Li avverti?».
   «Credo di sì» fece Talyn, amplificando la sua nuova vista.
   «Bene. Smonta quella costruzione, riducila ai mattoni» spiegò Ratri. «Rompi le membrane cellulari. Disperdi gli organuli. Spezza la catena del DNA, riducila ai suoi componenti chimici. Che la vita torni ad essere non-vita. Ma sta’ attento a farlo solo con le cellule maligne!» avvertì.
   «Fosse facile!» fece Talyn, sudando freddo. Era come dividere una montagna di granelli di sale e di pepe che si fossero accidentalmente mischiati. Solo che le cellule erano molto più piccole e più numerose dei granelli.
   «Guarda come faccio» disse Ratri, e passò all’azione. Per sua volontà le cellule Undine cominciarono a disgregarsi e morire. Ma era una lotta contro il tempo, perché mentre lei ne distruggeva a milioni, altre si riproducevano a ritmo forsennato, infettando sempre più Alara. Talyn si rese conto che Ratri, da sola, non sarebbe riuscita a salvarla. Bisognava come minimo raddoppiare la velocità di cura per farcela.
   «La stiamo perdendo!» avvertì Giely, che controllava i suoi segni vitali. «Se potete fare il miracolo, questo è il momento».
   Con una rinnovata determinazione, Talyn si mise all’opera. I suoi primi tentativi furono maldestri, al punto da danneggiare alcune cellule sane. Ma una volta capito il meccanismo non commise più quell’errore. Cominciò a distruggere il tessuto alieno, con crescente sicurezza, riducendolo nei suoi componenti più minuti e innocui. Percepì i filamenti rossi che si disgregavano in tutto il corpo della paziente, compreso il sistema nervoso. Morirono a velocità esponenziale, come una valanga, finché il giovane non avvertì più una sola cellula estranea in tutto l’organismo. Al tempo stesso l’aura dorata di Alara, prima ridotta al lumicino, riprese vigore.
   «È finita, credo» mormorò Talyn. D’un tratto si sentì stanco come non mai. Era una spossatezza che gli arrivava fino al midollo e lo fece vacillare. Come se avesse sforzato, fino allo sfinimento, un muscolo che non era abituato a usare.
   «Sì, è finita» confermò Ratri, ugualmente provata.
   Sollevato, il giovane abbandonò la vista mentale. Indietreggiò di qualche passo, mentre Giely e il Medico Olografico esaminavano la paziente. Attivarono il sensore biometrico del lettino, che la scannerizzò da capo a piedi.
   «Stento a crederci» mormorò la dottoressa, studiando le letture. «Il tessuto alieno è stato totalmente estirpato. Qualunque cosa abbiate fatto, è stato più efficace delle nanosonde».
   «Quindi la paziente è salva?» chiese Talyn.
   «Beh, ha ancora dei traumi fisici piuttosto seri. Dovrò tenerla in coma indotto per qualche ora mentre li sistemo» spiegò Giely. «Comunque sì, ormai è fuori pericolo. Grazie infinite a tutti e due». Dopo una breve pausa, il suo tono si fece più confidenziale. «Confesso che sono un po’ invidiosa. É tutta la vita che studio medicina, poi arrivate voi e mi surclassate con poteri mistici che io non potrò mai avere. Se avessi le vostre capacità, il mio lavoro sarebbe più facile... e salverei molte più vite» ammise.
   Talyn non seppe che rispondere. Si era appena reso conto che coltivare questi poteri poteva creare una barriera fra lui e gli altri. Che fosse ammirazione, invidia, risentimento o un misto di tutte queste cose, stava di fatto che non lo avrebbero più visto come prima. Non lo avrebbero più considerato uno di loro. Volgendosi a Ratri, si accorse che anche lei lo guardava in modo diverso... con un’ombra di bramosia.
   «Klaatu non esagerava sul tuo conto. Hai padroneggiato in pochi minuti una delle nostre tecniche più avanzate. Sei davvero un diamante allo stato grezzo. Vieni con me, così potrò raffinarti!» lo tentò l’El-Auriana.
   «Credi davvero che potrei diventare come lui? Le cose che gli ho visto fare...» mormorò il giovane, ancora scettico.
   «Talyn, tu ancora non comprendi la tua importanza. Hai solo cominciato a scoprire le tue potenzialità. Col dovuto addestramento, potresti diventare persino superiore a lui!» rivelò Ratri, con una gioia selvaggia sul volto. Una gioia che, stranamente, la rendeva meno attraente.
   L’El-Auriano fissò il pavimento, rimuginando sulle implicazioni. Nella sua foga oratoria, Ratri si era spinta troppo in là, facendogli intuire qualcosa che non avrebbe voluto rivelargli. Se Talyn aveva un potenziale superiore al loro grande maestro... allora forse era superiore anche a lei. Che il suo interesse dipendesse da questo? Forse Ratri lo vedeva come un’arma di grosso calibro da usare nella guerra contro gli Undine. Se necessario da spendere nella guerra. «Andiamo in sala tattica. Così potremo parlarne con gli altri» disse il giovane, riscuotendosi.
 
   I due El-Auriani lasciarono la sala operatoria, mentre Giely e il Medico Olografico continuavano a occuparsi di Alara, risanando i suoi numerosi traumi fisici. Attraversarono l’infermeria e uscirono nel corridoio, diretti al ponte 1.
   «Se è il momento delle trattative, allora facciamolo a carte scoperte. Io ho visto la vostra nave; è tempo che voi vediate la mia» disse Ratri, con aria di sfida. Prima che Talyn potesse chiederle delucidazioni, si portò la mano al colletto della tuta, dove aveva agganciato un minuscolo comunicatore. «Ratri a Nous, ho preso contatto e procedo coi negoziati. Disattivate l’occultamento, così che questa brava gente possa vedervi» ordinò.
   «Da’ ordini alla loro astronave?» notò Talyn, chiedendosi quale fosse esattamente il grado di Ratri, e quali le sue mansioni, tra i Viaggiatori. Non ebbe tempo di rifletterci, perché di lì a un attimo la Destiny andò in Allarme Rosso.
   «Plancia a equipaggio, attenzione! Vascello sconosciuto davanti a noi, tutti ai posti di combattimento!» giunse la voce del Capitano. Subito ci fu agitazione nei corridoi.
   Il giovane capì di dover correre ai ripari, prima che accadesse l’irreparabile, e si premette il comunicatore appuntato sulla spalla. «Talyn a plancia, non servono allarmi. Quello è il vascello dei Viaggiatori» rivelò. «Io e Ratri stiamo arrivando, così potremo discutere del futuro».
   «D’accordo... potevate avvisarci. Computer, disattivare l’allarme. Rivera, chiudo» disse il Capitano, un po’ seccato. L’Allarme Rosso cessò prontamente e anche i corridoi tornarono calmi, senza gente che correva alle postazioni.
   «Quanta agitazione per un’astronave» fece Ratri, arricciando le labbra. Eppure sembrava che avesse ottenuto proprio quel che voleva, impressionare gli avventurieri. «A proposito, vuoi vederla? Presto sarà la tua casa» predisse.
   Talyn non rispose, ma accelerò il passo, accompagnando Ratri per i corridoi e poi su per la scala a chiocciola, fino in plancia. Allora vide il vascello dei Viaggiatori che si stagliava sullo schermo. Era radicalmente diverso da qualunque astronave avesse mai osservato.
   Visto da fuori, il Nous aveva forma sferica. Lo scafo era color argento, così polito da essere riflettente. Non si vedevano gondole, deflettori o collettori Bussard: nessuno dei tipici sistemi di propulsione e navigazione delle astronavi. Non si distinguevano nemmeno i portelli degli hangar, né le finestre degli alloggi. Solo un’uniforme superficie argentea, d’aspetto quasi liquido. E quell’enorme sfera incombeva sulla Destiny, a distanza ravvicinata. Al suo interno si trovavano chissà quanti Viaggiatori, con le loro inestimabili conoscenze. Chissà perché, Talyn non si era aspettato una cosa del genere... ma ragionandoci ora si disse che in realtà era logico. I Viaggiatori, per definizione, erano in perenne movimento; quindi aveva senso che anche il loro quartier generale fosse mobile.
   «Ha un chilometro di diametro ed è del tutto impenetrabile ai sensori» disse Lum, il Ferengi che sostituiva Talyn ai sensori. Questo comportava l’impossibilità di determinare i suoi armamenti.
   «Naturale che lo sia; noi Viaggiatori siamo schivi» disse Ratri, facendo girare di scatto i presenti. «Sappiate solo che la sua tecnologia è quanto di meglio il Multiverso abbia da offrire. Pochi federali hanno avuto il privilegio di salire a bordo. E ora lo sto offrendo a uno di voi; vogliamo parlarne?» fece l’El-Auriana, increspando le labbra.
 
   Di lì a poco erano tutti seduti attorno al tavolo tattico. Il Capitano, come al solito, occupava uno dei lati brevi, con gli ufficiali allineati lungo quelli lunghi. Mancava solo Giely, ancora impegnata in infermeria. Dal canto suo, Ratri si era posta sull’altro lato corto, così da fronteggiare Rivera. Si fissarono come giocatori di scacchi. Talyn stava a metà strada fra i due, quasi fosse la posta in palio.
   «Dunque» fece il Capitano, facendosi scrocchiare le dita. «Io e lei ci siamo già presentati, ma a beneficio dei miei ufficiali, le chiedo di farlo nuovamente».
   «Volentieri» disse l’El-Auriana. «Sono Ratri, apprendista del Viaggiatore noto come Klaatu, e ora Viaggiatrice io stessa. Anche se è la prima volta che c’incontriamo, il mio maestro mi ha detto tutto di voi, quindi è come se vi conoscessi». Osservò la tavolata, soffermandosi su Talyn, il vero oggetto del suo interesse. A loro volta, gli avventurieri la fissarono inquieti.
   «Posso chiederle come ha fatto a localizzarci?» chiese Rivera.
   «Beh, in realtà stavo dando la caccia agli Undine» rivelò Ratri. «Trovare voi è stata una gradita sorpresa. Vi cercavo da tempo, beninteso; ma non avevo tracce fresche. In effetti non sapevo nemmeno che foste in questo cosmo».
   «Uhm, parliamo un attimo degli Undine» disse il Capitano. Paradossalmente era l’argomento più facile da affrontare. «Che cosa stanno combinando?».
   «Niente di buono» si rabbuiò l’El-Auriana. «Sarin IV non è il primo avamposto che attaccano, sebbene sia il primo dell’Unione. Finora si erano accaniti su altre civiltà. Ogni volta lo schema è lo stesso. Gli Undine attaccano insediamenti isolati, disturbando le comunicazioni per ritardare l’arrivo dei soccorsi. In questo caso hanno persino approfittato di una tempesta ionica. Sopraffatte le difese, sbarcano a terra e infettano tutti. Poi si ritirano e aspettano».
   «Che cosa aspettano?» chiese Rivera, pur intuendo la risposta.
   «Che l’infezione faccia effetto» confermò Ratri. «Vede, di norma le loro cellule uccidono la vittima e basta. Ma stavolta gli Undine stanno iniettando un vero e proprio virus mutageno. Un virus che, come avete visto, cambia il DNA delle vittime, cellula dopo cellula. Alcune specie sono più resistenti, altre meno, ma alla fine soccombono tutti. Una volta che la trasformazione è completa, gli Undine tornano a raccogliere ciò che hanno seminato: nuovi guerrieri per i loro ranghi. Non rivendicano il possesso dei pianeti... almeno finora non l’hanno fatto. Ma questi hanno l’aria d’essere solo dei test».
   «Quindi gli Undine stanno sperimentando una nuova strategia di diffusione?» chiese Naskeel.
   «Ritengo che vogliano creare una nuova generazione di guerrieri, più evoluti, che nascono infettando e consumando le vittime umanoidi» precisò l’El-Auriana. «In tal modo si diffondono più rapidamente e sono più adatti a colonizzare i nuovi ambienti».
   «Uhm, ho avuto a che fare con una specie parassita mentre ero dispersa nello Spazio Fluido» commentò Shati, ricordando il suo scontro all’ultimo sangue con gli xenomorfi. «Non immaginate quanto si diffondano in fretta e quanto siano difficili da contenere. Fortuna che gli Undine si sono limitati a infettare gli avamposti. Se lo facessero su un mondo popoloso...».
   «Sì, è questo il mio timore» confermò Ratri. «Se contagiassero un mondo densamente abitato, sarebbe la catastrofe. Per le autorità sarebbe impossibile curare in tempo tutti gli infetti, l’unica via sarebbe sterminarli. E nel momento in cui la trasformazione si completa, e quelli diventano capaci d’infettare a loro volta, ecco che il contagio diviene inarrestabile. Mondi popolosi come la Terra potrebbero essere convertiti in poche settimane, e a quel punto credo proprio che gli Undine ne reclamerebbero il possesso. Del resto chi vorrebbe disputargli un pianeta ormai popolato dalla loro specie?».
   Cadde il silenzio. Gli avventurieri fissavano sconfortati la superficie del tavolo, figurandosi una proliferazione incontrollata di Undine. Se era la loro nuova strategia bellica, era maledettamente difficile da contrastare. «Quindi... voi Viaggiatori che intendete fare?» chiese infine il Capitano.
   Ratri sospirò. «Per adesso stiamo neutralizzando queste nidiate. Così gli Undine hanno difficoltà a valutare l’efficacia del loro virus. Certe che se... anzi, quando... tenteranno il colpo grosso, dovremo prendere una decisione difficile. Dovremo scegliere se estraniarci dal conflitto, come abbiamo fatto con altre guerre in passato... o se farci coinvolgere sino in fondo, pagandone il prezzo. Io personalmente appoggio la seconda opzione. Se non ci opponiamo al male, che ci stiamo a fare? Comunque si vedrà» concluse.
   Ci fu un nuovo silenzio, ancora più lungo e deprimente. Infine Irvik si schiarì la voce. «Beh, se gli Undine sono così impegnati in questa realtà, direi che possiamo passare alla prossima. Il nostro contributo alla guerra lo abbiamo già dato...» ricordò.
   «Non così in fretta!» lo bloccò il Capitano. «Non possiamo cestinare interi universi alla prima avversità. E poi abbiamo altro di cui discutere. Non è così, Ratri?».
   «Può ben dirlo. Il nostro incontro, per quanto fortuito, non poteva capitare in un momento più opportuno» confermò l’El-Auriana. «Sono salita a bordo per offrire a Talyn la possibilità di seguirmi sul Nous, per essere addestrato a sfruttare i suoi talenti. Se s’impegnerà a fondo, diventerà a sua volta un Viaggiatore. Il che, a mio avviso, è altamente desiderabile; perché non c’è maggior peccato che sprecare il proprio potenziale» disse, fissando il diretto interessato.
   A queste parole, Losira andò subito sul piede di guerra. «Sprecare?! Talyn, ti senti forse sprecato qui fra noi?!» insorse.
   «Beh, no» rispose il giovane, a disagio nel fuoco incrociato. «Diamine, non passa settimana senza qualche emergenza che ci metta tutti alla prova. Ma è proprio questo il punto. Finora ho potuto sfruttare solo una piccola parte del mio potenziale. Se imparassi a usarlo appieno, sarei molto più utile».
   «Utile a chi?!» incalzò Losira. «A te stesso e alla nave, com’è stato finora? Oppure a questi maghi spaziali?!».
   «Modera i termini, Comandante» la richiamò Rivera. L’apostrofava raramente col suo grado, e solo per richiamarla all’ordine. «Questi non sono “maghi spaziali”».
   «Non si preoccupi, ci hanno definiti in modi peggiori» sorrise Ratri. «Signori, io credo che la mia proposta sia utile a tutti. In primo luogo al diretto interessato, che potrà finalmente padroneggiare i suoi talenti. Sarà utile a noi, che avremo un confratello in più. E naturalmente gioverà anche a voi: essere amici di un Viaggiatore comporta innegabili vantaggi» ventilò.
   «Uhm, sì, a proposito di questi vantaggi...» mormorò Irvik.
   «Dica pure» lo incoraggiò Ratri.
   «Voi Viaggiatori potete spostarvi nel Multiverso, dico bene? Prova ne è che, pur venendo dalla nostra realtà, vi abbiamo incontrati sempre in altre» notò l’Ingegnere Capo.
   «Sì, abbiamo questa facoltà» confermò l’El-Auriana.
   «Beh, in tal caso... non potreste riportarci a casa, una buona volta?!» esclamò il Voth, che era sempre stato ansioso di tornare dai suoi figli.
   «Mi faccia capire, sta ponendo una condizione? Io devo riportarvi a casa, affinché voi permettiate a Talyn d’addestrarsi? Non dovrebbe essere libero di scegliere?» obiettò Ratri.
   «No, no, stavolta non può cavarsela così!» insorse il Capitano. «La richiesta di Irvik è legittima. Sono quasi cinque anni che vaghiamo nel Multiverso, affrontando una minaccia dopo l’altra. Alcuni di noi non ce l’hanno fatta. Altri vivono nella speranza di tornare dalle loro famiglie. Quindi, Ratri... se lei può aiutarci, perché non lo fa?» inquisì.
   «Ecco, questa è una delle cose che chi non è Viaggiatore fatica a comprendere» sospirò l’El-Auriana. «Noi vediamo molte sfaccettature della realtà, e ci accorgiamo che spesso le persone desiderano ciò che è peggio per loro. Volete tornare a casa, dite? Ma siete certi che questo vi gioverà? Se tornerete alla Federazione, dovrete restituire la Destiny alla Flotta Stellare. Molti di voi saranno processati per i vecchi reati, alcuni probabilmente finiranno in carcere. Naskeel tornerà dai Tholiani, che cercheranno d’estorcergli informazioni tattiche riservate. E tutti quanti sarete più vulnerabili alla vendetta degli Undine. Come vedete, riportandovi a casa non vi farei un favore».
   «Guardi, tutto ciò che ha detto non ci è nuovo. Sono anni che ci riflettiamo» assicurò il Capitano, che aveva passato notti insonni a rimuginarci. «E siamo giunti alla conclusione che vale la pena rischiare. Se non altro per quelli di noi che hanno famiglia» disse, accennando a Irvik. «Quindi glielo chiedo di nuovo: è disposta a riportarci a casa?».
   L’El-Auriana gli restituì uno sguardo scaltro. «Le ribalto la proposta: mi lasci addestrare Talyn, e a quel punto sarà lui stesso a riportarvi a casa. Così noi avremo la garanzia del suo impegno e voi avrete quella del suo ritorno. Mi sembra equo» disse.
   Il gelo cadde sulla tavolata. Memori del vecchio Viaggiatore, così benevolo e disinteressato, gli avventurieri non erano preparati al pragmatismo della sua apprendista. Ma forse anche i Viaggiatori se la stavano passando male, con l’inasprirsi del conflitto.
   «Questo sa di ricatto» commentò il Capitano.
   «Io invece trovo che sia un giusto compromesso» fece Ratri, inflessibile. «Ma preferirei sentire la voce del diretto interessato. Tu che ne pensi, Talyn?».
   «Penso che, se le cose stanno così, dovrò seguirti per forza» borbottò l’El-Auriano. «Ma so che per diventare Viaggiatori non basta il talento, ci vuole anche la vocazione. E anche se mi piacerebbe imparare da voi, onestamente non so se voglio unirmi ai vostri ranghi. Ho delle responsabilità anche qui» ricordò.
   «Non vuoi mancare alle tue responsabilità sulla Destiny o temi d’assumerti quelle – ben maggiori – connesse al ruolo di Viaggiatore?» lo provocò Ratri.
   «Una cosa non esclude l’altra!» sbottò Talyn. «Voi Viaggiatori siete tanto interessati a me, ma io continuo a sapere pochissimo sul vostro conto. Come faccio a scegliere, se non so a cosa vado incontro?!».
   «Giusto!» intervenne Losira, che continuava a scrutare l’ospite con ostilità. «È il momento che riveliate qualcosa di voi. Qual è la vostra politica, il vostro scopo come organizzazione? Chi prende le decisioni e come risolvete i contrasti? Come intervenite sul campo e quali rischi vi sobbarcate? Queste sono tutte cose da chiarire, prima che Talyn possa decidere!».
   «Insomma, vuole il suo contratto d’impiego» fece Ratri, sardonica.
   «Perché no? Mi sembra il minimo!» confermò la Comandante.
   «Noi Viaggiatori non viviamo di burocrazia; del resto abbiamo origini così diverse che sarebbe arduo accettare un unico sistema legislativo» spiegò Ratri. «Di conseguenza seguiamo pochi, semplici assiomi. Per rispondere alla sua prima domanda, siamo in primo luogo dei custodi».
   «Custodi di cosa?» domandò il Capitano.
   «Custodi della vita, soprattutto quella senziente. Custodi della linea temporale, che difendiamo dalle alterazioni, similmente agli Agenti Temporali ma in modo ancor più sottile. E all’occorrenza custodi dell’intero Multiverso, quando qualcuno minaccia le altre realtà, come stanno facendo gli Undine» spiegò Ratri. «Le nostre decisioni sono prese da un organo collegiale, un Consiglio dei Viaggiatori più saggi ed esperti, che si occupa anche di risolvere eventuali diatribe. Sul campo interveniamo in una molteplicità di modi, in base alle esigenze. Di solito cerchiamo approcci discreti e non violenti, anche se la minaccia degli Undine ci sta costringendo a intervenire in modo più deciso del solito. Riguardo alla vostra preoccupazione... sì, è innegabile che corriamo dei rischi. È capitato che dei Viaggiatori fossero uccisi in missione» rivelò, e per un attimo il suo volto si contrasse in una smorfia dolorosa. «Ma anche voi siete abituati a vivere pericolosamente, fin da prima di smarrivi nel Multiverso, quindi per Talyn non farà differenza. Anzi, se imparerà ad aprire un portale per filarsela nei momenti peggiori, ecco che sarà più al sicuro di adesso».
   «Ammetto che non mi spiacerebbe avere una exit strategy» disse il giovane. Diamine, aprire e chiudere portali a comando era il sogno d’ogni ladruncolo... anche se era certo che fra i Viaggiatori avrebbe dovuto abbandonare questa sua tendenza...
   «Lo prendo come un sì?» chiese Ratri.
   «Aspetta, pensaci bene!» lo richiamò Losira. «Non sei costretto ad accettare questo ricatto. Troveremo un altro modo per tornare».
   «Cinque anni di vagabondaggi, e non abbiamo fatto significativi passi avanti» sospirò Talyn. «No, non posso rifiutare solo per paura dell’ignoto. Passerei il resto della vita a rimproverarmi per aver perso l’occasione. E con che faccia potrei presentarmi al resto dell’equipaggio? Mi accuserebbero di aver anteposto i miei comodi alle loro vite, e avrebbero ragione».
   «Qui nessuno pretende che tu diventi uno stregone per riportarci a casa...» mormorò Shati, per quanto lei stessa fosse tra i più determinati a tornare.
   «No, devo smetterla di nascondermi» disse Talyn, con crescente decisione. «Prima o poi gli Undine mi troveranno. Tanto vale che mi prepari per quel giorno. Accetto l’offerta, ti seguirò tra i Viaggiatori!» si rivolse a Ratri. Così dicendo, gli parve di liberarsi da un grosso peso. La nebbia dell’incertezza si era dissolta, per quanto il cammino fosse arduo e ancora non ne vedesse il termine.
   «Ero sicura che avresti preso la decisione giusta!» esclamò Ratri, con un sorriso di trionfo. «Prepara le valigie, partiamo al più presto!».
   «Ehi, un momento!» protestò Losira, già in preda all’ansia. «Quanto si presume che debba durare questo addestramento? Perché se dura dieci o vent’anni, hai voglia ad aspettare!».
   «Giusta osservazione» convenne Rivera. «Non possiamo passare il resto della vita in attesa del vostro ritorno. Se i tempi non sono ragionevoli, l’accordo va a monte».
   «Sigh... questo non è come fare un corso d’informatica» spiegò l’El-Auriana. «I nostri apprendisti devono maturare una profonda comprensione di se stessi e del cosmo. I tempi differiscono enormemente da uno all’altro. Ad alcuni servono molti anni d’addestramento. Ma Talyn è assai predisposto e, cosa ancor più importante, ha già cominciato a padroneggiare le sue capacità. Questo ci permetterà di stringere i tempi. Se volete una data precisa, però, non posso darvela. Del resto quale sarebbe un “tempo ragionevole”, dal vostro punto di vista?».
   Il Capitano osservò i suoi ufficiali, pensando anche al resto dell’equipaggio. Alcuni di loro erano davvero sfiniti da quell’esilio. Come poteva dirgli d’aspettare ancora per degli anni? «Okay, le faccio un’altra proposta» si rivolse all’El-Auriana. «Voi Viaggiatori potrete tenervi Talyn per... diciamo sei mesi. Scaduto questo tempo, lo riporterete qui. Se per allora sarà in grado di riportarci a casa, lo farà. Dopo di che sarà lui a decidere se vuol rimanere con voi o meno».
   «E se non ne fossi ancora in grado?» mormorò l’interessato, rosso d’imbarazzo.
   «Suppongo che tutto dipenderà dalla generosità della nostra ospite!» sbuffò il Capitano.
   Vedendo che tutti la fissavano con ostilità, l’El-Auriana cedette. «Sono convinta che, dopo sei mesi di costante impegno, ci riuscirai» si rivolse a Talyn. «Ma se così non fosse, vi riporterò ugualmente indietro. In tal caso, però, voglio che torni con noi, per completare il tuo addestramento, ci volesse poco o tanto. Questa è la mia ultima offerta».
   Talyn comprese che non poteva chiedere di più. Del resto il ritorno a casa della Destiny era assicurato, persino se avesse fallito il primo periodo d’addestramento. L’incentivo a riuscire, a parte la soddisfazione personale, era che così sarebbe stato ancora libero di sganciarsi dai Viaggiatori, se sentiva che quella non era la sua strada. Certo che, a quel punto, Ratri avrebbe anche potuto riportare subito la Destiny a casa. Se non lo faceva, era perché voleva mantenere un certo ascendente su di loro. Astuta, la ragazza. «Accetto le condizioni» disse il giovane, sperando che non ci fossero sorprese in corso d’opera. Ratri non gli sembrava il tipo da rimangiarsi la parola, ma... chissà che non ci girasse intorno con qualche escamotage.
   «Come farete a ritrovarci, scaduti i sei mesi?» chiese Losira, preoccupata da quella lontananza forzata. «Se avete avuto tanta difficoltà a trovarci adesso...».
   «Questo si può risolvere facilmente» assicurò l’El-Auriana. «Vi forniremo un Tracciatore subspaziale, che ci permetterà di conoscere sempre la vostra posizione. Basta che non vi spostiate in un’altra realtà: in quel caso perderemmo il contatto. Ho la vostra parola che resterete qui, o almeno che tornerete fra sei mesi?».
   «Certo. Penso proprio che resteremo tutto il tempo, per sicurezza» promise il Capitano.
   «Allora siamo d’accordo. Si prospettano sei mesi interessanti» fece Ratri, soddisfatta. Poi si rivolse a Talyn, con uno strano sorriso. «Preparati, novizio. Stai per imbarcarti in un viaggio che ti trasformerà».
 
   «Sei proprio sicuro di volerlo fare?» chiese Losira. Aveva seguito Talyn fin nel suo alloggio, e ora lo osservava con apprensione, mentre questi preparava la valigia.
   «Ho già accettato. È un po’ tardi per tornare da Ratri a dirle che ho cambiato idea» notò il giovane, setacciando l’armadio. Non sapeva quanti vestiti portare. Ci sarebbero stati replicatori sul Nous? Che domande, certo che sì... quel vascello doveva essere ancor più avanzato della Destiny.
   «Ratri! Non nominarla nemmeno!» sbuffò Losira, camminando avanti e indietro. «Per me, quella è una poco di buono. Hai visto come ci ha ricattati?! Un Viaggiatore non dovrebbe comportarsi così!» protestò.
   «Che ne sappiamo di come “devono” comportarsi? E forse anche loro sono in tempi di magra» commentò Talyn, sempre indaffarato a riempire la valigia. Chissà se c’erano dentifricio e spazzolini da denti sul Nous. Probabilmente sì, a giudicare dal bel sorriso di Ratri...
   «Bah! Non mi fido di quella ragazza, e non dovresti farlo neanche tu!» insisté la Risiana. «Quel suo atteggiamento passivo-aggressivo la dice tutta. Scommetto che non avrebbe nemmeno curato quella superstite, se non avesse voluto far colpo...».
   «Già, a proposito di quell’esperienza... è stato davvero incredibile. In un attimo ho avuto la capacità di curare una persona che, altrimenti, sarebbe morta. Pensa quanto sarei utile a tutto l’equipaggio!» sostenne Talyn, girandosi di scatto.
   Vedendo la sua euforia, Losira si commosse. «Figlio mio – posso chiamarti così? – ero fiera di te anche prima che cominciassi a fare le magie. Non devi inventarti nient’altro per avere la stima mia, del Capitano, di tutti».
   «Okay, ma... se ho la minima possibilità di riportarci a casa, devo provarci» insisté l’El-Auriano, animato. «E poi questa è la prima volta in vita mia che conosco qualcuno della mia specie. Che possa parlarmi della nostra cultura, del nostro antico pianeta...».
   Losira non disse nulla, ma aveva gli occhi lucidi di lacrime. Vedendo la sua afflizione, Talyn s’interruppe. Le si accostò e le prese affettuosamente le mani fra le sue. «Io... spero che tu non interpreti questo mio desiderio come una critica nei tuoi confronti» mormorò. «Mi hai salvato dal vivere in strada, hai fatto di tutto e di più per me. Sei l’unica madre che abbia mai conosciuto. Viaggiatore o meno, ti sarò sempre grato. È solo che sento di dover fare questa cosa, per il bene di tutti. Spero tanto di non sbagliarmi».
   Losira riuscì a sorridere, nonostante le preoccupazioni. «Ho sempre saputo che prima o poi avresti trovato la tua strada. Non immaginavo che sarebbe stata così particolare, ma non importa. Se sarai soddisfatto, lo sarò anch’io. Fammi solo una promessa, d’accordo? Se deciderai di restare coi Viaggiatori, devi prima tornare da noi a dircelo personalmente. Non inviare messaggi o portavoce. Torna di persona, così sapremo che è davvero una tua scelta. Intesi?».
   «Lo prometto. Del resto tornerò qui in ogni caso, per riportarvi a casa» s’impegnò Talyn. Sciolse le mani da quelle di Losira e fece per rimettersi al lavoro coi bagagli, ma poi si girò nuovamente. «Nel frattempo cercate di non mettervi nei guai, okay?».
   «Ci proveremo, ma sta’ attento anche tu. Non farti incantare da quegli stregoni, mantieni lo spirito critico» raccomandò Losira. «Quando sarai con loro, tutto sarà così diverso da parerti un’altra vita... ma non scordare chi sei».
   Talyn annuì, intuendo che l’ammonimento riguardava soprattutto Ratri. In quella si udì il cicalino dell’ingresso. «Avanti» fece l’El-Auriano, sperando che non fosse proprio lei.
   Era il Capitano.
   «Ah, vedo che sono nel mezzo di una riunione di famiglia» notò Rivera. «Forse è meglio se ripasso» fece, già in procinto di uscire.
   «No, Capitano. Sei di famiglia anche tu» lo trattenne Talyn.
   Rivera sorrise a quelle parole. «Beh, in tal caso, lascia che ti dia un consiglio. Quando sarai tra i Viaggiatori, vedi di controllarti e di non rubare niente. Lo so che spesso lo fai senza neanche accorgertene, ma... questo è il momento di perdere il vizio, una volta per tutte. I Viaggiatori non sono degli sprovveduti: se ne accorgerebbero di certo. E considerati i loro elevati standard morali, penso proprio che ti giudicherebbero inadatto all’addestramento e ti scaccerebbero. Così bruceresti la tua unica occasione. Voglio credere che non sarai così scriteriato» ammonì.
   «Non lo sarò» promise l’El-Auriano. «A meno che non sia assolutamente necessario...» aggiunse fra sé.
   Il Capitano lo fissò con un pizzico d’apprensione, ma non insisté sull’argomento. «L’altra cosa che volevo dirti è questa: Irvik mi ha suggerito di farti accompagnare da Ottoperotto. Un po’ per ricordarti il momento di tornare, un po’ per aiutarti nel caso ci fossero imprevisti. Che ne dici?».
   «Se Ratri è d’accordo, volentieri» rispose Talyn. L’Exocomp numero 64, detto Ottoperotto, era il più intraprendente fra i robottini riparatutto che assistevano gli ingegneri della Destiny. Aveva salvato più volte la situazione, sia sulla nave che nelle missioni sul campo. Nell’ultimo anno aveva anche subito un significativo upgrade, divenendo capace di proiettare campi di forza protettivi, sia pure per breve tempo. E tra tutti loro, quello con cui aveva il legame più stretto era certamente Talyn. Quindi aveva senso che lo accompagnasse in questa missione così lunga e piena d’incognite.
   «Bene, così ci sarà qualcuno a tenerti d’occhio, mentre fai l’apprendista stregone» ammiccò Rivera. «Scherzi a parte, buona fortuna. Sfrutta al meglio quest’esperienza. E se possibile... cerca di ritrovare il buon vecchio Klaatu. Giusto per essere sicuro che Ratri ce l’abbia raccontata giusta» consigliò.
   «Ci proverò» sospirò Talyn, pur non sapendo se sarebbe riuscito a tener fede a tutti gli impegni.
 
   La mattina dopo, l’El-Auriano lasciò il suo alloggio con il borsone a tracolla. Alla fine aveva deciso di tenersi leggero coi bagagli, contando di trovare l’essenziale sul Nous. E poi non stava dicendo addio alla Destiny; era fermamente deciso a tornare. Percorse i corridoi diretto alla plancia, dove avrebbe salutato il Capitano e gli ufficiali, prima di farsi teletrasportare. Ma già lungo la strada trovò una sorpresa.
   Ai suoi lati, allineati lungo il corridoio, c’erano i colleghi della Destiny. Vedendo i primi fu sul punto di chiedergli che ci facevano lì, ma poi si avvide che la fila continuava, snodandosi lungo il tragitto dal suo alloggio alla plancia. C’erano proprio tutti, anche quelli degli altri turni. Anche quelli che, per una ragione o per l’altra, non conosceva e di cui sapeva a malapena il nome. Si erano radunati tutti e trecento per salutarlo, e al tempo stesso per affidargli le loro speranze. Evidentemente la voce della sua partenza si era sparsa in fretta. Sapevano che stava andando coi Viaggiatori, e che dal suo successo sarebbe dipeso il loro ritorno. Così eccoli lì, a incoraggiarlo e ammonirlo al tempo stesso.
   Talyn avrebbe voluto salutarli, spiegare qualche dettaglio, ma capì che non poteva fermarsi ogni pochi passi a ripetere le stesse cose. Del resto ci avrebbe pensato il Capitano a divulgare il divulgabile, se non l’aveva già fatto. Perciò l’El-Auriano tirò dritto, rivolgendo solo qualche occhiata di gratitudine ai colleghi che conosceva meglio. Procedette così, in un silenzio surreale, da un corridoio all’altro, fino alla base dell’ampia scala a chiocciola che portava alla plancia. La salì, sempre col borsone a tracolla, e finalmente giunse sul ponte di comando. Lì, come previsto, lo attendevano il Capitano e gli ufficiali superiori. C’era anche Ottoperotto, evidentemente autorizzato a seguirlo. E c’era Ratri, infastidita da quella cerimonia, che batteva il piede sul pavimento per l’impazienza.
   «Come sta Alara?» chiese per prima cosa Talyn, rivolto a Giely. Era la prima volta che la rivedeva, dopo l’intervento del giorno prima, e voleva approfittarne per un aggiornamento.
   «Bene» assicurò la dottoressa. «È ancora in coma indotto, ma ormai si è quasi del tutto ristabilita. Conto di svegliarla tra poche ore. Mi spiace che non faccia in tempo a vederti, ma le dirò a chi deve la vita».
   «Non occorre, l’importante è che stia bene» fece Talyn, e passò oltre. Adesso era davanti a Irvik e Shati.
   «Buona fortuna con gli stregoni. Tieni gli occhi aperti e fatti sentire, ogni tanto» raccomandò la timoniera.
   «Ottoperotto verrà con te. Ascolta i suoi consigli. E ricordati di pulirgli i filtri una volta a settimana» aggiunse l’Ingegnere Capo.
   «Lo farò» promise l’El-Auriano. L’Exocomp gli si affiancò, trillando emozionato. «Avete il Tracciatore?» chiese Talyn a mezza voce, ricordando che era il solo modo per ritrovarli.
   «Eccolo qui» fece Irvik, mostrando un congegno tanto piccolo da stare nel palmo della sua mano. Aveva la forma di un tetraedro, la piramide con tre lati. Gli spigoli erano ispessiti, mentre le facce coperte di simboli brillavano di luce verdastra. Un continuo ronzio ne promanava, segno che era in funzione. «Dispositivo interessante, non c’è che dire. Ratri sostiene che può captare la Destiny a intere galassie di distanza» commentò l’Ingegnere Capo.
   «Cerca di non aprirlo per vedere com’è fatto» raccomandò Talyn, visto che era la sua unica garanzia di ritorno. Si fece ancora avanti, accompagnato da Ottoperotto, arrivando innanzi al Capitano e a Losira.
   «Ti ho già fatto le raccomandazioni, perciò ti dico solo: fatti onore laggiù» disse Rivera, stringendogli la mano.
   «Aspetteremo il tuo ritorno» aggiunse Losira, la voce incrinata dall’emozione.
   Talyn annuì a entrambi, ma non trovò altro da aggiungere a ciò che si erano detti la sera prima. La sua attenzione si spostò fatalmente su Ratri, e sul futuro che lo attendeva. «Sono pronto al teletrasporto» disse.
   «Niente teletrasporto. Ci sposteremo alla nostra maniera» fece l’El-Auriana, teatrale. Impugnò un congegno sottile e affusolato che portava in cintura. Lo diresse in avanti, quasi fosse una bacchetta magica, e lo attivò incanalandovi la propria volontà. Apparve un vortice bluastro, incorniciato dalla porta che conduceva in sala teletrasporto. Viaggiando nel Multiverso, gli avventurieri si erano già imbattuti in simili tunnel spaziali miniaturizzati. Di solito però necessitavano di un portale, sia nel punto d’ingresso che in quello d’arrivo. Ratri invece era stata in grado d’aprirne uno senza supporto fisico. Proprio come aveva fatto il Viaggiatore, ricordò Talyn. Il vortice opaco impediva di vedere cosa ci fosse dall’altra parte, ma era evidente che conduceva sul Nous, il vascello dei Viaggiatori, che campeggiava ancora sullo schermo.
   «Mi raccomando, Capitano: distrugga l’avamposto su Sarin IV. Ormai non ci sono altro che Undine, laggiù» esortò Ratri.
   «Lo farò» promise Rivera, chiedendosi perché non l’avessero già fatto i Viaggiatori col Nous. Forse il pacifismo gli legava le mani, tanto da dover chiedere a loro di fare il lavoro sporco? No, Ratri aveva già ammesso di aver spazzato via altri insediamenti contagiati. Forse la scaltra El-Auriana non voleva mostrargli l’armamento della sua astronave. Per lo stesso motivo aveva aperto un portale, invece di farsi teletrasportare: così non aveva dovuto abbassare la schermatura del Nous, permettendo alla Destiny di sondarne l’interno. Davvero astuta, anche se sconfinava nella paranoia.
   Ratri avanzò con decisione verso il portale. Quando vi fu innanzi si girò a mezzo, rivolgendosi a Talyn: «Vieni, i nostri confratelli ci aspettano. Stai per aprire il nuovo capitolo della tua vita». Gli tese la mano, con un sorriso incoraggiante. E Talyn si fece avanti, afferrandola saldamente. Attraversarono insieme il portale, scomparendo alla vista.
   «Aspettate, be-beep!». Ottoperotto schizzò in avanti, tuffandosi a sua volta nel vortice bluastro. Appena in tempo. Di lì a un attimo il tunnel impallidì e si chiuse, lasciando vedere nuovamente la porta retrostante.
 
   «Se n’è andato...» mormorò Losira, con gli occhi lucidi.
   «Su, su... non è mica perduto per sempre. Lo rivedremo fra sei mesi al massimo. Forse anche prima» la confortò il Capitano.
   «Speriamo» fece la Risiana, e sedette a capo chino sulla sua poltroncina. Poco alla volta tutti tornarono ai loro posti. Compreso Lum, il Ferengi che ora sostituiva Talyn alla postazione sensori e comunicazioni.
   «Il Nous si sta attivando!» avvertì il Ferengi.
   Tutti fissarono lo schermo, in tempo per vedere il vascello sferico che brillava lungo il suo equatore. L’attimo dopo era svanito, senza scattare in avanti e senza emettere il tipico lampo delle astronavi in partenza.
   «È balzato in cavitazione quantica? In transcurvatura?» chiese il Capitano.
   «Somiglia più al propulsore cronografico» rispose Lum. «A quest’ora potrebbe essere ovunque nel cosmo». A queste parole Losira si affossò ancor più nella sua poltroncina.
   «Beh, non resta che confidare nel Tracciatore» disse Rivera, osservando il congegno ancora in mano a Irvik. «Mettilo sottochiave, che nessuno lo tocchi per i prossimi sei mesi» raccomandò. Poi aprì un canale con tutti i ponti. «Plancia a equipaggio, il Nous è partito. Confidiamo che, al suo ritorno, la nostra odissea abbia fine. E ora tutti ai propri posti» ordinò, ricordando che si erano schierati per salutare Talyn.
   Irvik lasciò la plancia, portando con sé il Tracciatore, per chiuderlo in una cassetta di sicurezza. Gradualmente tutto l’equipaggio tornò alle proprie mansioni. Ma la Destiny era ancora nell’orbita di Sarin IV e il Capitano scrutava con apprensione il pianeta boscoso. Non aveva scordato che laggiù c’erano ancora degli Undine a piede libero. Per quanto gli ripugnasse uccidere quelli che, fino al giorno prima, erano stati ufficiali dell’Unione, si ripeté che quelle persone erano già morte. Ormai la trasformazione doveva essersi completata, facendone degli Undine a tutti gli effetti.
   «Signore, ci resta un’ultima incombenza prima di riprendere la rotta verso la Terra. Dobbiamo distruggere l’avamposto, come promesso ai Viaggiatori» disse Naskeel.
   «Sì, armare i siluri quantici. Uno dovrebbe bastare, è una piccola installazione» si riscosse il Capitano.
   In quella la postazione sensori si animò e Lum prese ad armeggiare coi comandi. «Sta arrivando un’astronave sconosciuta a velocità di cavitazione – o spinta – quantica» disse, ricordando la terminologia locale. «Ci sono addosso, la tempesta ionica ha mascherato il loro avvicinamento» avvertì.
   «Disdetta. Allarme Rosso, attivare gli scudi!» ordinò Rivera. In un attimo l’illuminazione si abbassò e le consolle brillarono di colori più vividi.
   «Pensi che siano gli Undine?» si preoccupò Losira.
   «Probabile. Ratri ha detto che tornano a raccogliere ciò che hanno seminato, cioè nuovi guerrieri» ricordò il Capitano. «Se è così, dovremo combattere. Se solo il Nous non se ne fosse già andato!» mugugnò. Gli avrebbe fatto comodo avere l’aiuto di quel vascello, per quanto non ne conoscesse il potenziale bellico.
   «Arrivano!» esclamò Lum, inquadrando i nuovi arrivati sullo schermo.
   Non erano gli Undine. Ma ciò non significava che non ci sarebbero stati scontri. Davanti alla Destiny apparve infatti un agile vascello dell’Unione, dall’affusolato scafo argenteo e tre sezioni ad anello posteriori che brillavano d’azzurro.
   «Anche loro hanno gli scudi alzati» avvertì Naskeel. «Quelle sezioni anulari sembrano l’equivalente delle gondole dei vascelli federali. Dalle nostre parti le navi vulcaniane hanno un design simile. Le ho già inquadrate come obiettivi sensibili, assieme alla plancia».
   «Aspetta! Non saremo noi ad aprire il fuoco. Dobbiamo ragionare con l’Unione, non possiamo inimicarcela al primo incontro» disse il Capitano.
   «Già, altrimenti dove ci nasconderemo nei prossimi sei mesi?!» gemette Losira. Non potevano abbandonare quella realtà, se volevano rivedere Talyn.
   «Ci chiamano» fece Lum.
   «Bene, sullo schermo» ordinò Rivera, contando di spiegare la situazione ai nuovi arrivati. Ma il primo approccio non fu dei migliori. Davanti agli avventurieri apparvero dei veri ufficiali dell’Unione, decisi a prendere il controllo della situazione. Per la maggior parte erano umani, ma c’erano anche un Moclan, una Xelayan... e quell’androide era un Kaylon? Che strano vederli tutti assieme...
   I due Capitani si scrutarono per qualche momento, come pistoleri del Far West. Poi quello dell’Unione parlò con voce stentorea: «Nave sconosciuta, sono il Capitano Ed Mercer, dell’USS Orville. Avete violato lo spazio dell’Unione e assalito un nostro avamposto, sterminando la guarnigione. Tutto senza alcuna provocazione da parte nostra. Spero vi rendiate conto che ciò equivale a una dichiarazione di guerra. Abbassate gli scudi e preparatevi all’abbordaggio, o saremo costretti ad aprire il fuoco. Avete cinque minuti per decidere, a partire da ora».
 
   
 
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