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Autore: Parmandil    15/06/2024    1 recensioni
Star Trek incontra The Orville! Quando gli avventurieri della Destiny s’imbattono nel pittoresco equipaggio della Orville, le ostilità rischiano di prevalere. I rispettivi Capitani dovranno imparare a fidarsi e collaborare contro gli Undine, più insidiosi che mai sotto la guida del loro Imperatore.
Intanto Talyn incontra finalmente una sua simile, l’affascinante ma enigmatica Ratri. Da lei riceve l’agognata offerta: unirsi ai Viaggiatori. È l’inizio di uno straordinario viaggio sul vascello Nous, alla scoperta del proprio potenziale. Ben presto il giovane si troverà diviso tra l’ambizione di Viaggiatore e la lealtà ai vecchi amici, e poi ancora più lacerato fra l’amore per Ratri e oscuri presagi di sventura. Intanto le domande aumentano: dov’è il Viaggiatore, cosa nascondono i suoi apprendisti? Quale prezzo sono disposti a pagare pur di sconfiggere gli Undine? Spinto oltre ogni limite, Talyn dovrà decidere a chi spetta la sua lealtà e qual è la sua vocazione. Col destino dell’Unione Planetaria in bilico, il minimo errore di giudizio avrà effetti catastrofici. Ma forse stavolta non esistono scenari vincenti, e si può solo scegliere chi sacrificare...
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Il Viaggiatore, Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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-Capitolo 8: Estraniamento
 
   La Battaglia di Xelaya cominciò con un deciso attacco dell’Unione. Le prime a farsi avanti furono le Sfere Kaylon, simili a una valanga grigia. Appena furono a distanza di tiro aprirono il fuoco contro le bionavi. Nei precedenti scontri con l’Unione e i Krill, i vascelli Kaylon si erano sempre dimostrati assai efficaci. La potenza di armi e scudi, combinata con la capacità modulare, ne facevano una forza d’urto micidiale. Ma non avevano mai affrontato le bionavi prima d’ora. I vascelli Undine erano così agili e veloci che riuscivano a sgusciargli attorno, evitando la maggior parte dei colpi. E quando rispondevano al fuoco, i loro cannoni antiprotonici infliggevano danni spaventosi. Inoltre gli Undine avevano l’accortezza di non colpire la sovrastruttura armillare, cosa che avrebbe ancora permesso ai Kaylon di distaccare il modulo centrale e proseguire la battaglia. Piuttosto colpivano direttamente quest’ultimo, sino a farlo esplodere, lasciando il resto del vascello danneggiato e alla deriva. Era il segno che si erano ben documentati, non solo sull’Unione, ma anche sulle alleanze più recenti. Malgrado tutto, alcune Sfere Kaylon riuscirono ugualmente a liberare il modulo centrale. Anche questo non fu di grande aiuto: le bionavi erano comunque più svelte e manovrabili, conservando il vantaggio.
   Sulla plancia dell’Olympia, l’Ammiraglio Ozawa osservò corrucciata la prima fase dello scontro. Le cose non stavano andando come previsto: le perdite Kaylon erano enormi, a fronte di pochissime bionavi distrutte. Era necessario far avanzare il resto della flotta, in anticipo sui piani. Altrimenti i Kaylon sarebbero stati distrutti fino all’ultimo, cosa che avrebbe incrinato la neonata alleanza.
   «Segnalate alla nostra flotta d’attaccare. Avanti in formazione serrata, e ricordate i consigli degli avventurieri» ordinò Ozawa.
   La flotta dell’Unione si fece avanti come una marea azzurrina. Affiancò le Sfere Kaylon, passando tra l’una e l’altra, e dette manforte contro le bionavi. L’Unione aveva fatto tesoro dei consigli ricevuti. Le astronavi avevano regolato gli scudi su frequenze più efficaci, e all’interno di quel range facevano oscillare le armoniche, per impedire al nemico d’adattare la frequenza delle sue armi. Inoltre i vascelli dell’Unione concentravano il fuoco su poche bionavi alla volta, accertandosi d’averle distrutte prima di cambiare bersaglio, così da non dargli il tempo di rigenerarsi. Anche così, l’impatto fu devastante. Le bionavi sfrecciavano come vespe attorno alle navi dell’Unione, bersagliando la plancia e altri punti vulnerabili, come gli anelli quantici. Erano così piccole e agili da passare tra gli anelli e lo scafo principale, un punto cieco nella difesa. E le armi al plasma dell’Unione avevano un’efficacia minima contro di loro, tanto da dover mettere a segno moltissimi colpi per neutralizzarle.
   C’era un solo vascello che appariva in vantaggio contro il nemico. La Destiny si fece avanti come una punta di diamante, sovrastando ogni altra nave per dimensioni, potenza di fuoco e resistenza degli scudi. La sua difesa a 360º le permetteva di colpire le bionavi da qualunque angolazione attaccassero, e la precisione del puntamento era tale che quasi tutti i colpi andavano a bersaglio. Oltre a questo c’era una gradita sorpresa.
   «Il rendimento dei nostri phaser è aumentato del 25% grazie al surplus energetico fornito dal dysonium» disse Naskeel.
   «Ah, lo sapevo che era un ottimo affare!» gongolò Rivera. «Approfittiamone. Fuoco concentrato contro le bionavi, cerchiamo d’aiutare gli alleati in difficoltà. Cominciamo dalla Orville» ordinò, consultando uno schema olografico della battaglia.
   La Destiny bersagliò le bionavi che avevano circondato la Orville. Fra siluri e raggi phaser potenziati, riuscì a distruggerne un paio, inducendo le altre ad allontanarsi. Così le dette un po’ di respiro. L’attimo dopo però gli avventurieri dovettero fronteggiare un nuovo pericolo: il relitto di una Sfera Kaylon gli veniva addosso. Se avesse impattato contro la Destiny, a quella velocità, le avrebbe inflitto danni catastrofici.
   «Non riesco a evitarla!» avvertì Shati dal timone. Aveva navi dell’Unione su ambo i lati, e anche sopra e sotto. Se avesse sterzato bruscamente, sarebbero entrati in collisione.
   «Va’ dritta, ci penso io» disse Naskeel. Attivò i phaser al massimo della potenza, tagliando in due il relitto ormai senza scudi. Al tempo stesso attivò il raggio traente, per respingere le due metà. Ma ancora non bastava, e l’impatto era imminente. All’ultimo momento la Orville si pose sopra la Destiny, aggiungendo la potenza del suo raggio traente. I due raggi, sommati, respinsero le semisfere. Shati inclinò la Destiny di 90º, riuscendo a passare per un soffio. La Orville passò senza sforzo, date le sue ridotte dimensioni. Le due navi si gettarono di nuovo in battaglia, combattendo fianco a fianco.
   «Fiuuu... sembra che l’Unione faccia la forza» constatò il Capitano. «Complimenti a tutti. Continuiamo ad aiutare i nostri alleati, e vedrete che qualcosa ci torna indietro».
   «Ma la battaglia come sta andando?!» chiese Losira, preoccupata dalle immani distruzioni che vedeva sullo schermo.
   «Incerta, per il momento. Registro gravi perdite in ambo gli schieramenti» rispose Naskeel, continuando a colpire le bionavi.
   «Ricordate che questa battaglia, per quanto importante, è solo un diversivo. Per salvare Xelaya bisogna distruggere la nave dell’Imperatore, cosa di cui si occuperanno i Viaggiatori. Dovrebbero attaccare più o meno adesso coi loro caccia occultati. Se avranno successo, lo sapremo a breve» disse il Capitano a tutti gli ufficiali.
   «Senti un po’... quanto ti fidi di loro?» mugugnò Losira.
   «Come?!» fece Rivera, preso in contropiede.
   «Beh, dico solo che non ci hanno dato alcuna garanzia che faranno la loro parte. E finora non sembravano tanto avvezzi al combattimento... tranne quella Ratri. In effetti è strano che sia riuscita a convincere tutti, persino l’Ammiraglio, ad accettare il suo piano. Una mezza sconosciuta che assume praticamente il comando della flotta non è tanto normale» notò la Risiana.
   «Già, è strano...» ammise il Capitano, con una sgradevole sensazione allo stomaco. Ricordò come, durante la riunione, le critiche gli fossero più volte restate in gola. Qualcosa del genere doveva essere successo anche agli altri, visto che nessuno aveva obiettato... nemmeno quando Ratri aveva glissato alcuni dettagli fondamentali del piano. «Molto strano. Molto sospetto» si disse Rivera, sperando con tutto il cuore che i suoi timori fossero infondati.
 
   Sulla plancia del Nous, sempre occultato, Ratri osservava l’evolversi della battaglia. Finora le cose erano andate più o meno come previsto. Forse l’attacco dell’Unione era meno efficace di quanto l’El-Auriana sperasse... le perdite erano superiori al previsto... ma in fondo l’esito di quella battaglia era irrilevante. L’Unione doveva solo impegnare le bionavi, ed era quello che stava facendo. Una magnifica confusione, che distraeva tutti... Imperatore compreso... e dava a loro l’opportunità d’agire. Di mettere a segno la vera vittoria.
   Ratri studiò una rappresentazione olografica del campo minato che circondava Xelaya. Solo i sensori del Nous – e dei suoi caccia – erano abbastanza sofisticati da rilevare le mine occultate. Si erano disposte in modo strano, formando due gusci concentrici, anziché occupare uniformemente lo spazio. Forse era un modo per ingannare gli eventuali attaccanti, inducendoli a credere di aver superato il campo, quando in realtà restava lo sbarramento più interno. Beh, nel loro caso era un’astuzia inutile. Prima i caccia, poi la nave madre potevano oltrepassare entrambi gli sbarramenti senza correre rischi e senza farsi rilevare... se non quando fosse stato troppo tardi per fermarli. E una volta giunta a bersaglio, la Materia Rossa avrebbe infallibilmente divorato la Medusa.
   Ah, l’El-Auriana avrebbe pagato pur di vedere la faccia dell’Imperatore, quando si fosse reso conto d’essere spacciato. Peccato solo non potergli dire che era stata lei a sconfiggerlo... lei a fare giustizia. Ma i Viaggiatori lo avrebbero saputo, eccome! Avrebbero dovuto ammettere che era stata lei, la rinnegata, a salvare il Multiverso, e quindi anche le loro vite obsolete.
   «Ratri a squadriglia, partite! Questa è l’ora del nostro trionfo!» ordinò la giovane, quando le parve il momento opportuno. Quaranta affusolati caccia stellari di classe Mana eruppero dall’emisfero meridionale del vascello sferico. Anziché uscire tutti insieme da un hangar, i caccia erano inseriti entro tubi di lancio, che li spararono come siluri. C’erano venti tubi, ciascuno contenente due caccia, per un totale di quaranta. La prima ondata procedette a velocità ridotta, per dare tempo alla seconda di raggiungerla e formare un’unica flottiglia. Nohadon guidava l’attacco, in testa alla formazione. Era previsto che, per tutta la durata dell’avvicinamento, sia il Nous che i caccia rimanessero occultati e in silenzio subspaziale, per non farsi rilevare dal nemico.
   «I caccia stanno superando il primo sbarramento di mine» riferì l’addetto ai sensori. «Nessuna bionave muove per intercettarli... non credo li abbiano rilevati».
   «Che vi dicevo? Non possono farlo» disse Ratri, compiaciuta. «State pronti. Non appena i caccia supereranno lo sbarramento interno, ci muoveremo anche noi».
   Portare il Nous nel campo minato era una mossa più azzardata, per via delle sue dimensioni considerevoli. Ma i sensori indicavano che le mine erano abbastanza distanziate da renderlo possibile. Con la dovuta attenzione potevano schivarle, per poi calare nell’atmosfera e infliggere il colpo decisivo al nemico.
   A quel pensiero, l’El-Auriana decise di festeggiare. Fece girare più volte la poltrona di comando, ebbra di gioia, come una bambina sulla giostra. Poi si adagiò sullo schienale, impugnò il flauto che aveva portato con sé e prese a suonare. Intonò una marcetta militare che le sembrava adatta all’occasione. Qualcosa che desse la grinta ai suoi ufficiali, che li spronasse a dare il meglio.
   Udendo la musica, i ragazzi si girarono e guardarono sorpresi la loro comandante. A loro non sembrava il momento adatto per mettersi a suonare. Non a battaglia ancora in corso. E in fondo nemmeno dopo... perché la loro vittoria comportava il sacrificio di un’intera civiltà. Tuttavia nessuno osò farlo notare. Passato il primo attimo di sconcerto e imbarazzo, tutti tornarono a concentrarsi sulle loro postazioni. Ancora pochi minuti e anche il Nous sarebbe partito all’attacco. Intanto Ratri continuava a suonare follemente il flauto, quasi fosse quello il suo unico ruolo.
 
   Chiuso in cella, Talyn sedeva sconsolato sulla brandina, col capo chino e le mani intrecciate. Nel suo isolamento non sapeva se la battaglia fosse già iniziata, e in tal caso se il Nous vi si fosse lanciato. Trattandosi di un’astronave così sofisticata, i suoi spostamenti erano impercettibili anche al più fine osservatore. Di certo non vi erano scossoni, segno che il Nous non stava subendo il fuoco nemico. Ma questo non era di alcun incoraggiamento all’El-Auriano. Se Ratri avesse portato a termine il suo piano criminale, Xelaya sarebbe stato completamente distrutto. D’altra parte, se gli Undine riuscivano a intercettarli e distruggerli, era probabile che portassero a termine il loro piano, contagiando e trasformando la popolazione. In entrambi i casi, gli Xelayan erano spacciati.
   Alla disperata ricerca di una via d’uscita, Talyn pensò all’Unione, ma nemmeno questo gli dette conforto. Anche se l’Unione avesse vinto la battaglia, poi che poteva fare? La sua flotta, ormai decimata, non avrebbe mai oltrepassato il campo minato. Né avrebbe potuto eliminare la Medusa senza arrecare gravissimi danni al pianeta. No, stavolta l’Imperatore aveva davvero previsto tutto.
   A quel pensiero Talyn si sentì invadere dalla disperazione, e anche dalla frustrazione. Là fuori si decideva la sorte di un mondo, di un’intera specie. In quanto Viaggiatore, o aspirante tale, lui avrebbe dovuto fare qualcosa... invece era chiuso in quella dannata cella. Non poteva neanche avvertire i suoi amici, che si trovavano nell’occhio del ciclone, delle intenzioni di Ratri. Di come quella fanatica li avesse manipolati, di come fosse pronta a sacrificarli pur di raggiungere il suo scopo. E dire che lui l’aveva amata, quella fanatica. L’amava ancora, nonostante tutto. Se solo fosse riuscito a uscire da lì...!
   «Be-beep?».
   Udendo l’inconfondibile pigolio elettronico, Talyn alzò lo sguardo. E si trovò di fronte Ottoperotto, che fluttuava appena oltre la parete trasparente. Se ci fosse stato un sorvegliante, nella sala di guardia, l’avrebbe certamente fermato. Ma il Nous era semivuoto, con quasi tutti gli allievi impegnati nell’attacco. I pochi rimanenti erano divisi tra plancia e sala macchine; non restava nessuno per sorvegliare le prigioni.
   «Sei qui!» sobbalzò Talyn. Con tutti gli eventi delle ultime settimane, si era quasi dimenticato che l’Exocomp fosse a bordo. Durante il giorno non ci pensava affatto, preso com’era dagli allenamenti. Solo a sera, tornando nel suo alloggio, lo trovava ad aspettarlo fedelmente; ma a quel punto era così stanco da rivolgergli appena la parola. A quel pensiero si sentì in colpa.
   «Be-beep. Talyn è in gattabuia» constatò Ottoperotto. Sembrava incerto se liberarlo oppure no. Per quanto ne sapeva, il giovane poteva essere lì per una giusta causa.
   «Non è come sembra, non ho rubato niente! Sono innocente!» gridò l’El-Auriano, balzando in piedi. Accortosi che questa difesa suonava patetica anche a lui, respirò a fondo e si calmò. «Sei al corrente della battaglia in corso?» chiese.
   «Affermativo» rispose l’Exocomp, che aveva tratto gli aggiornamenti dal computer.
   «Bene, sappi che Ratri ha perso la ragione e vuol colpire la nave dell’Imperatore con un missile a singolarità» avvertì Talyn, usando il nome tecnico dell’arma. «Se ci riesce, distruggerà Xelaya. Fammi uscire di qui, così proveremo a fermarla!».
   A quelle parole Ottoperotto schizzò verso il quadro comandi della sala di guardia e vi si connesse. Provò varie tecniche per decrittare il comando d’apertura. Ad ogni fallimento emetteva un «Bip!» seccato, mentre le sue lucette sfarfallavano.
   «Presto, abbiamo poco tempo!» lo sollecitò Talyn. Per quanto l’Exocomp fosse avanzato, temeva che non reggesse il confronto col sofisticatissimo computer del Nous.
   Falliti i primi tentativi, Ottoperotto ritirò le fibre dalla consolle e si avvicinò di nuovo alla cella. Lì accanto, incassati nella parete, vi erano alcuni comandi. L’Exocomp provò un approccio più analogico. Aprì uno sportellino, protendendo uno strumento metallico lungo e sottile come una matita, e si mise all’opera con quello.
   «Il cacciavite sonico, ottima idea!» approvò Talyn. Quello strumento era in grado d’aprire ogni genere di porta. Se n’era impadronito in una delle sue avventure più estreme, che lo aveva portato prima sulla Terra del passato, poi su uno strano veicolo temporale chiamato TARDIS. Da allora sperava che il proprietario non si accorgesse del furto, o almeno non riuscisse a rintracciarlo...
   Con un sonoro «Be-beep!» Ottoperotto riuscì nel suo intento. La parete trasparente della cella divenne fluida e si ritrasse con un risucchio, permettendo al prigioniero di uscire.
   «Grazie, amico. Scusa se ti ho trascurato in questi giorni» disse Talyn, carezzando il guscio metallico dell’Exocomp. «Se permetti, questo mi serve» aggiunse. Sganciò il cacciavite sonico dall’alloggiamento e se lo mise in tasca.
   Ora che era libero, e munito di un infallibile strumento di scasso, l’El-Auriano rimuginò sul da farsi. Doveva sabotare il Nous, ma come? Se comprometteva l’occultamento gli Undine lo avrebbero rilevato e distrutto. Talyn non era ansioso di sacrificarsi, né voleva che la Materia Rossa fosse rilasciata così pericolosamente vicino a Xelaya. Anche sabotare i motori era rischioso, dato che non ne conosceva il funzionamento e rischiava d’innescare danni a cascata dall’esito fatale. I sensori, forse... ma avrebbe dovuto andare in plancia, dove c’era Ratri. Non era ancora pronto ad affrontarla. Dopotutto era molto più addestrata di lui, e per giunta i suoi poteri erano accresciuti dalla Spezia. Combatterla in quel momento significava andare verso una sicura sconfitta. Ma allora che poteva fare? E poi il tempo stringeva...
   «Ma certo, il tempo è la chiave di tutto» comprese Talyn. Per agire in modo efficace gliene serviva di più, molto di più. E per averlo non c’era che un modo: doveva estraniarsi, prima che lo facessero gli altri. «Scusa, ma stavolta non puoi seguirmi. Non preoccuparti, torno subito» disse a Ottoperotto. Chiuse gli occhi, mentre si concentrava nel modo che Ratri gli aveva insegnato. Era triste usare a suo danno i poteri che lei stessa gli aveva insegnato, ma non aveva altra scelta.
   «Be-» cominciò il robottino, ma non terminò il fischio elettronico.
   Talyn riaprì gli occhi, trovandosi davanti Ottoperotto congelato a mezz’aria. In quel momento l’El-Auriano era così veloce che nemmeno l’Exocomp poteva interagire. Con un po’ di fortuna, anche Ratri e gli altri si trovavano ancora nel tempo normale, e ci avrebbero messo un pezzo ad accorgersi dell’inghippo. Doveva approfittarne per compiere un sabotaggio mirato. Qualcosa che gli altri non potessero rimediare, nemmeno se avessero ripreso il sopravvento.
   «Se devo impedire che lancino il missile a singolarità... allora è quello che devo mettere fuori uso» si disse il giovane. A che scopo cacciarsi nel campo minato e accostarsi al vascello dell’Imperatore, se non avevano più l’arma con cui colpirlo?
   Presa la decisione, Talyn si diresse ai livelli inferiori del Nous, dove si trovavano i tubi lanciasiluri. Per scendere dovette usare i condotti e le scalette d’emergenza, non potendo aspettare gli ascensori, troppo lenti per lui. Strada facendo cercò anche d’armarsi, in previsione di scontri coi giovani Viaggiatori. Sfortunatamente non aveva mai chiesto dove fossero gli armadietti delle armi. Alla fine, passando da un dojo, riuscì a mettere le mani su una lancia da combattimento, simile a quella usata da Ratri. Si assicurò che fosse regolata su stordimento: non voleva uccidere gli altri apprendisti, se poteva evitarlo. Così armato, riprese a scendere verso la camera di lancio. Il cuore gli batteva forte, mille dubbi lo assalivano. Non aveva mai lavorato su un missile a singolarità. Sarebbe riuscito a smontare la testata ed estrarre la Materia Rossa, senza destabilizzarla? E poi che ne avrebbe fatto, non potendo distruggerla? L’unica era tenerla nella sua camera di contenimento; ma poi sarebbe riuscito a portarsela dietro? Tutto dipendeva dalle dimensioni e dal peso...
   Mentre percorreva di buon passo un corridoio, Talyn passò davanti a una delle lunghe finestre che costellavano lo scafo esterno. Finestre visibili solo dall’interno, perché da fuori lo scafo appariva opaco e impenetrabile ai sensori. Mosso da una morbosa curiosità, il giovane guardò all’esterno... e vide la battaglia congelata. Navi dell’Unione, Sfere Kaylon e bionavi Undine erano mischiate in un guazzabuglio mortale; la loro immobilità rendeva tutto ancor più drammatico. I raggi distruttivi erano bloccati durante l’emissione, le loro luci riverberavano sugli scafi. Solo fissandoli a lungo Talyn riusciva a percepirne il movimento; allo stesso modo vedeva espandersi le esplosioni.
   «C’è la Destiny là in mezzo» pensò a disagio. Non riusciva a distinguerla, per via della distanza e degli altri vascelli che si frapponevano. Ma solo pensarci gli dette una fitta di nostalgia. Chissà come stavano i suoi amici... chissà se avevano già subito perdite. Le sue visioni del futuro tornarono a tormentarlo: la morte di Losira, la distruzione della Destiny, lui stesso ridotto in coma. Che fosse quella, la battaglia fatale? Nel dubbio doveva portare avanti il suo piano. Lasciò la finestra e accelerò il passo, fino a correre.
 
   La camera di lancio si trovava presso il “polo sud” del Nous, all’opposto rispetto alla plancia. Due giovani Viaggiatori erano lì per preparare il missile, sebbene l’equipaggio fosse ridotto all’osso. In quel momento erano concentrati sulle consolle, il che li rendeva facili bersagli. Talyn si vergognava di colpirli alle spalle, ma non poteva rischiare che percepissero la sua presenza e si estraniassero a loro volta. Dopo aver ricontrollato che la lancia fosse regolata su stordimento, aprì il fuoco, colpendoli con facilità. Allora poté dedicarsi al missile già allestito.
   Somigliava a un siluro quantico, lungo un paio di metri e dal liscio rivestimento nerastro. Anzi, era a tutti gli effetti un siluro quantico. I Viaggiatori si erano limitati a sostituire la testata d’antimateria con la Materia Rossa. Questa era un’ottima cosa. Se si fosse trovato alle prese con una tecnologia mai vista prima, Talyn non avrebbe saputo dove mettere le mani. Ma con un siluro quantico ci poteva provare.
   L’El-Auriano impugnò il cacciavite sonico e prese a smontare la testata con la massima attenzione. Il sudore gli colava sulla fronte: il minimo errore avrebbe innescato la detonazione. E nemmeno l’estraniamento lo rendeva così veloce da fuggire, se il siluro gli fosse esploso in faccia. Per prima cosa aprì il guscio esterno, fatto per sopportare lo spazio, mettendo a nudo la delicata componentistica interna. Poi cominciò a lavorare su quella, sia col cacciavite sonico, sia con strumenti specialistici reperiti nella camera di lancio. C’erano molte operazioni da svolgere, rigorosamente nel giusto ordine. Sbagliarne una, o invertire l’ordine, voleva dire morte certa.
   Sistema anti-intrusione... disabilitato.
   Processori di guida... disattivati.
   Propulsore a microfusione... scollegato.
   Detonatore anteriore... quello era già staccato, non essendovi la tradizionale carica d’antimateria.
   Sistema diagnostico, contenimento magnetico, emettitore toronico... scollegati uno dopo l’altro.
   L’El-Auriano si asciugò il sudore dalla fronte, prima che questo gli colasse negli occhi, o peggio ancora all’interno del siluro. Era il momento più delicato. Recisi gli ultimi collegamenti, aveva messo a nudo la camera di contenimento, detta “Orb” nel gergo tecnico. Ora doveva estrarla; per fortuna era più piccola del previsto. Aveva le dimensioni, e anche la forma ovale, di un melone. Conteneva una goccia di Materia Rossa, tenuta in sospensione da sofisticati campi di forza, così che non toccasse mai le pareti. Una sola goccia bastava a innescare la reazione a catena capace di consumare un pianeta. Talyn ricordò che Ratri aveva ammesso d’avere un solo colpo a disposizione. Meglio così: non doveva disinnescare altre testate.
   «Uno... due... tre». Con un movimento lento e costante, l’El-Auriano estrasse l’Orb dal suo alloggiamento. Se aveva sbagliato qualcosa, l’innesco tradizionale gli sarebbe esploso in faccia. Oppure la Materia Rossa sarebbe sfuggita al contenimento, cominciando a risucchiare tutto. Per sua fortuna non accadde né l’una, né l’altra cosa. Una rapida ispezione all’Orb confermò che il contenimento era stabile, e poteva rimanerlo per ore prima che servisse una ricarica.
   «Bene, questa è andata» si disse Talyn. Non si adagiò sugli allori; il suo compito era appena cominciato. Aveva altri sabotaggi in mente, e poi gli sarebbe servito del tempo per fuggire. Ancora non sapeva come lasciare l’astronave: anche disattivando gli scudi, dove poteva trasferirsi con la battaglia in corso? In tutto questo, ciò che più lo preoccupava era l’Orb. Non osava lasciarlo in giro, anche perché doveva averlo con sé quando avesse trovato il modo d’andarsene. Ma non gli andava nemmeno d’aggirarsi – e forse correre e combattere – portandosi dietro quell’ordigno micidiale, che poteva destabilizzarsi al primo scossone. Che avrebbe fatto se Ratri si fosse estraniata e lo avesse attaccato? Con queste domande che gli ronzavano in testa, Talyn raccolse la lancia e l’Orb, iniziando la lunga strada per risalire verso la plancia.
 
   Le due flotte continuavano a darsi battaglia, ignorando le perdite sempre più gravi. Col passare dei minuti, l’Unione parve acquisire un certo vantaggio. Le sue forze avanzarono, costringendo le bionavi a indietreggiare e riposizionarsi. Questa complicazione non sfuggì all’Imperatore, che monitorava attentamente l’evolversi dello scontro. «Concentrate il fuoco sull’ammiraglia dell’Unione. Distruggetela» ordinò.
   Subito le bionavi presero a convergere sull’Olympia. La grande astronave fu attaccata da più lati, sebbene fosse difesa dalla Destiny e dalla Orville. Colpo dopo colpo, gli scudi s’indebolirono, finché alcuni raggi antiprotonici giunsero a bersaglio. Gli anelli quantici furono infranti, mentre un altro raggio centrò la plancia. Ci fu un’esplosione e l’Olympia sbandò, costringendo la Orville a una brusca sterzata per non essere travolta. Sull’altro lato, gli avventurieri della Destiny videro la nave ammiraglia che si allontanava alla deriva.
   «Hanno una falla in plancia!» avvertì Lum dalla postazione sensori.
   In quel momento infatti gli ufficiali dell’Unione si reggevano disperatamente a sedie e consolle, mentre la decompressione li trascinava verso la breccia nello schermo anteriore. Il timoniere e il copilota furono i primi a perdere la presa, data la maggior vicinanza alla falla. Furono espulsi nello spazio, sotto gli occhi sconvolti dei colleghi, impossibilitati ad aiutarli.
   «Disattivate gli scudi di poppa. Trasferiamo il personale di plancia, e solo quello» ordinò Rivera. Non sapeva se l’Olympia fosse spacciata, ma in ogni caso non poteva lasciare la Destiny indifesa per il tempo necessario a imbarcare tutto l’equipaggio.
   Era una mossa rischiosa, ma gli avventurieri la eseguirono. Abbassati gli scudi di poppa, l’area meno esposta al fuoco nemico, agganciarono gli ufficiali dell’Olympia. E li trasferirono sulla Destiny, nella sala teletrasporto adiacente alla plancia. L’attimo dopo Naskeel rialzò gli scudi, appena in tempo per respingere un nuovo attacco.
   «Plancia a infermeria, abbiamo imbarcato dei feriti» avvertì Rivera.
   «Ricevuto» rispose Giely. Spettava a lei trasferire i più gravi, per gli interventi d’urgenza.
   Qualche attimo dopo l’Ammiraglio Ozawa entrò in plancia. Aveva l’aria provata, coi capelli scarmigliati, ma a parte qualche graffio non sembrava ferita. «La mia nave...?» boccheggiò, ancora a corto d’ossigeno.
   «C’è ancora, ma non credo che possa continuare a combattere» disse il Capitano, venendole incontro per sincerarsi delle sue condizioni. Accennò all’Olympia inquadrata sullo schermo. «Il suo equipaggio è in grado di portarla via?» chiese.
   «Sì, mi faccia trasmettere gli ordini» ansimò l’Ammiraglio.
   Rivera la guidò alla postazione sensori e comunicazioni, mentre la Destiny si scuoteva per la battaglia. «Pronti» le disse quando il canale fu aperto.
   «Attenzione, qui è l’Ammiraglio Ozawa. L’Olympia è compromessa e ha l’ordine di ritirarsi. Il resto della flotta però deve mantenere la formazione e portare avanti l’attacco. Ripeto: proseguire l’attacco fino al cedimento delle linee nemiche. Io continuerò a dirigere la battaglia dalla Destiny. Ozawa, chiudo». Ciò detto, l’Ammiraglio si rivolse al Capitano: «Spero non le dispiaccia, ma le circostanze m’impongono di restare qui fino al termine delle ostilità». In effetti sarebbe stato rischioso abbassare ancora gli scudi, per trasferirla su un vascello dell’Unione.
   «Prego, si accomodi» acconsentì Rivera. Se fosse stato un Capitano dell’Unione, le avrebbe ceduto la sua poltrona. Ma siccome non lo era, ne riprese possesso, né Losira cedette la sua. L’Ammiraglio dovette accontentarsi della terza poltrona, quella destinata al Consigliere di bordo, che dall’inizio del viaggio era rimasta vuota.
   Gravemente danneggiata, l’Olympia si ritirò dalla battaglia, lasciandosi dietro una scia di plasma. Gli ufficiali ancora a bordo la controllavano a fatica da un centro di comando ausiliario. Il resto della flotta serrò i ranghi, impedendo alle bionavi d’inseguirla e distruggerla. Adesso c’era la Destiny al centro dello schieramento, e le sue armi potenziate infliggevano danni considerevoli al nemico. Ormai entrambe le flotte erano decimate, ma quella dell’Unione appariva sempre più chiaramente in vantaggio. Con moto lento ma continuo, riprese ad avanzare.
   «Le sorti della battaglia girano in nostro favore» commentò Ozawa.
   «Uhm, così sembra» fece Rivera, non troppo convinto. «Adesso sarebbe ora che i Viaggiatori facessero la loro parte. Sempre che non abbiano dei problemi».
 
   «Comandante, abbiamo un problema!» avvertì uno degli allievi di plancia.
   Ratri smise di suonare e ripose il flauto sul bracciolo della poltroncina. «Che succede?!» chiese in tono seccato.
   «Non ci rispondono più né dalla sala macchine, né dalla camera di lancio siluri» avvertì il giovane.
   «Come sarebbe, non...» fece Ratri, ma d’un tratto si zittì. Si guardò attorno socchiudendo gli occhi, come in cerca di qualcosa che poteva vedere solo lei. Ora che si era allertata, percepiva una minaccia interna alla nave. Qualcosa capace di rovinare i suoi piani. Possibile che fosse...? Attivò l’oloschermo del bracciolo, che le mostrò la cella di Talyn. Era vuota.
   «No!» ringhiò Ratri. Da quanto era evaso? Se si era estraniato, quanto tempo aveva avuto per sabotare il Nous? Conscia che la rapidità era essenziale, l’El-Auriana si estraniò a sua volta. Gli allievi attorno a lei si bloccarono, ancora inconsapevoli di quanto stava accadendo. Anche la battaglia inquadrata sullo schermo si fermò, come se fosse una singola foto, anziché una presa diretta degli eventi. Ma a Ratri non importava più quel che accadeva nello spazio: la sua attenzione era tutta rivolta alla minaccia interna.
   «Dove sei, Talyn?! Vieni fuori, lo so che sei qui!» gridò l’El-Auriana, guardandosi attorno coi folli occhi blu. La sua mano corse alla lancia da combattimento, che teneva accanto alla poltroncina.
   «Wow, mi hai preso con le mani nella marmellata» ironizzò Talyn, ora visibile, lasciando la consolle su cui era affaccendato. Stava cercando d’inviare un messaggio alla Destiny, per avvisare i colleghi degli ultimi sviluppi.
   «Pazzo! Dai ponti inferiori non mi rispondono... cos’hai fatto?!» volle sapere Ratri.
   «Ho chiuso i tuoi accoliti in cella e ho buttato la Spezia nel cesso... o forse il contrario, non ricordo bene» ghignò Talyn, uscendo da dietro la consolle. Allora l’El-Auriana vide che era armato come lei. Agganciato in cintura, inoltre, aveva un Orb fin troppo familiare.
   «Non ci credo... nemmeno tu puoi essere così idiota...» mormorò Ratri.
   «Non mi hai lasciato scelta, mia cara» rispose seccamente il giovane. «Non potevo permetterti di lanciare quel missile, quindi ho estratto la Materia Rossa. Si trova qui dentro, e ti consiglio di non farle prendere scossoni, se non vuoi diventare l’aperitivo di un nuovo buco nero».
   «Te la sei portata in giro!» fece l’El-Auriana, esterrefatta. «E ora cosa credi di fare?!».
   «Intendo lasciare il Nous, visto che non sono più il benvenuto. E la Materia Rossa viene con me» mise in chiaro Talyn.
   «Ladro... lo sapevo che non avrei dovuto accogliere un miserabile ladro sulla mia nave!» gridò Ratri, perdendo l’ultima briciola d’autocontrollo. «Credi d’aver fatto il colpaccio? Vuoi rivendere quell’arma al miglior offerente? Mi spiace, hai fatto male i conti. La Materia Rossa resta qui. È mia e me la riprendo. Se fai resistenza, giuro che ti ammazzo con le mie mani!» minacciò.
   «Non essere ridicola, sai bene che non ho intenzione di rivenderla. Voglio solo impedirti di compiere un genocidio, di cui ti pentiresti appena svanito l’effetto della droga!» ribadì Talyn.
   «No, tu vuoi provocarlo, il genocidio. Vuoi aiutare gli Undine a contagiare gli Xelayan, e poi chissà chi altri. Quanto... quanto ti hanno pagato per il tuo tradimento?! Ti pagano di più per la Materia Rossa o per la mia testa?!» ringhiò l’El-Auriana, in preda alla paranoia.
   Il giovane la guardò con commiserazione. «E tu saresti l’apprendista di Klaatu? Sei solo una drogata e una criminale di guerra. Il tuo maestro si vergognerebbe di te, se ti vedesse. I tuoi genitori si vergognerebbero di te» accusò.
   Ratri s’irrigidì, come se l’avesse pugnalata al cuore. Fissò Talyn, e in quel momento sentì di odiarlo ancor più intensamente di quanto odiasse l’Imperatore. Lo odiava così tanto perché temeva che avesse ragione. E quindi non le restava che ucciderlo, per estinguere quel sospetto. «Io sono la rinnovatrice, la salvatrice dei Viaggiatori. Io indico la via. Chi mi segue sarà salvo, mentre i miscredenti saranno dispersi come sabbia nel deserto!» sibilò. E partì all’attacco, rapida e letale come una folgore.
 
   Talyn fece appena in tempo a sganciarsi l’Orb dalla cintura e a lasciarlo sulla consolle. L’attimo dopo dovette difendersi dalla furia di Ratri. L’El-Auriana gli sparò un colpo, che il giovane schivò appena in tempo, grazie alla sua rapidità sovrumana. Il raggio colpì la parete di fondo, frantumando un pannello. Ratri si avvide che erano troppo veloci per le armi a raggi: ciascuno poteva schivare i colpi altrui, e insistere avrebbe portato solo a devastare la plancia. Allora attivò un’altra funzione dell’arma. La parte anteriore si plasmò in forma di lama acuminata, come una lancia antica. Era così che aveva ucciso i Devidiani, nella sua ultima missione con Klaatu. La parte terminale dell’asta invece sfrigolò d’elettricità, così da paralizzare per contatto. Con questa doppia arma, Ratri si scagliò contro Talyn, cercando di trafiggerlo o di randellarlo. Questi le oppose la propria lancia, regolata allo stesso modo. Le aste metalliche cozzarono con clangore.
   Gli El-Auriani lottarono come avevano fatto molte volte coi bastoni; ma non era più un allenamento. Stavolta Ratri combatteva per uccidere, senza lesinare finti attacchi e scorrettezze. Talyn dal canto suo restava più sulla difensiva; ma ogni tanto sferrava un contrattacco che, se non parato, sarebbe stato parimenti letale. Si batterono con accanimento, tanto che i colpi andati a vuoto schiantarono le consolle e ribaltarono le poltroncine. E non era solo una lotta fisica: erano impegnate anche le sottigliezze mentali. Ciascuno cercava di prevedere le mosse dell’altro, per anticiparlo.
   A un tratto Talyn deviò la lancia di Ratri con un colpo particolarmente vigoroso. Poi si abbassò e le sferrò un secondo colpo alle gambe, riuscendo a falciarla. Ratri cadde all’indietro, sulla schiena. Ma prima ancora d’urtare il pavimento riuscì ad aprire un portale, scomparendovi. Talyn esitò, incerto se tuffarsi in quel pozzo per seguirla. A un tratto ebbe una sensazione di pericolo. Alzò la testa, vedendo Ratri che gli pioveva addosso dall’uscita del portale, presso il soffitto. Si scansò appena in tempo, ma l’attacco successivo lo sospinse contro la parete.
   Per volontà di Ratri, la materia neuro-empatica prese ad avvolgerlo, bloccandogli braccia e gambe. Gli circondò anche il collo, mozzandogli il respiro. Talyn ne fu agghiacciato: non aveva mai visto usare la nave stessa come arma. Ma se Ratri riusciva a manipolare quella materia, poteva farlo anche lui. Si concentrò a fondo, ordinando alla paratia di lasciarlo andare. I due gareggiarono in volontà, finché Talyn riuscì a liberarsi almeno il collo, tornando a respirare. Mentre boccheggiava in cerca d’aria, Ratri gli si avventò contro, cercando di stordirlo con l’estremità elettrificata della lancia. Talyn allora ribaltò i suoi sforzi: invece di liberarsi fece crescere ulteriormente la materia attorno a sé, creandosi una corazza protettiva. La lancia di Ratri gli rimbalzò contro il petto, respinta da quell’improvvisata armatura. Allora Talyn andò oltre: fece sprofondare Ratri nel pavimento, come se fossero sabbie mobili. Quando fu affondata fino alle ginocchia solidificò di nuovo la materia attorno a lei, intrappolandola. Era sconvolgente avere un tale controllo sull’ambiente, anche se dipendeva dalla materia programmabile. Se si fossero trovati fuori dal Nous, non avrebbero potuto farlo.
   Gli El-Auriani dovettero interrompere lo scontro per liberarsi: Talyn dalla paratia, Ratri dal pavimento. Per un attimo si fissarono, ansanti e madidi di sudore. «Sai che non puoi sconfiggermi, vero?!» gracchiò Ratri. Mentre parlava, un graffio sulla guancia le si richiuse a vista d’occhio, segno di quanto la Spezia potenziasse le sue facoltà.
   «Può darsi, ma devo pur provarci» ribatté Talyn.
   Tornarono a scontrarsi, facendo cozzare le lance a un ritmo ancor più indiavolato di prima. Nessuno dei due voleva interrompersi prima d’aver piegato l’avversario. A un tratto Talyn, grazie alla maggior forza, riuscì a spingere indietro Ratri. La schiacciò contro il tavolo tattico e poi la ribaltò contro la sua superficie, bloccandola con le lance incrociate a X su di lei. «Frell, torna in te!» imprecò. Si chinò su di lei, baciandola in un gesto impulsivo.
  Inaspettatamente Ratri non si oppose, anzi ricambiò il bacio con passione. L’attimo dopo però fece leva con le gambe, riuscendo a respingere Talyn. Fece una capriola all’indietro, ritrovandosi in piedi sul tavolo, e continuò a combattere da quella posizione avvantaggiata. In difficoltà, Talyn provò a falciarla di nuovo, colpendola all’altezza delle ginocchia. Ratri parò con la lancia e rispose dandogli un calcio in faccia. Mezzo stordito e rabbioso, il giovane ripeté l’attacco alle gambe. Stavolta l’El-Auriana spiccò un gran balzo, eseguendo un salto mortale sopra la sua testa. Atterrò dietro di lui e subito sferrò un affondo cieco alle spalle. Lo colpì alla schiena con l’estremità elettrificata dell’asta. Talyn gridò, il corpo attraversato da un dolore lancinante. Cadde in ginocchio e da lì si accasciò sul pavimento, quasi del tutto paralizzato.
   Ratri si girò, assaporando la vittoria. Non paga, fece per colpirlo in testa con l’asta metallica, così da stordirlo del tutto. All’ultimo istante ricordò la visione che Talyn le aveva raccontato: il suo destino era finire in coma permanente. Se ora lo colpiva, ne sarebbe stata lei l’artefice. Con grande sforzo l’El-Auriana riuscì a dominarsi e si arrestò, a un centimetro dalla sua fronte. Rigirò la lancia, puntandogli la lama alla gola.
   «Hai combattuto bene, ma ti avevo avvertito che non puoi sconfiggermi» ansimò Ratri. La sua treccia, di solito ordinatissima, si era disfatta durante il combattimento, e ora i capelli neri le ricadevano scarmigliati. «Sei uno sciocco e un traditore dei tuoi benefattori. Dovrei ucciderti, ma... non lo farò. Ti risparmio la vita, per quel poco che vale. Ricorda che sei in debito con me!» disse con severità. Ritirò la lancia e si allontanò, senza perderlo di vista. Andò a riprendersi l’Orb, che Talyn aveva lasciato su una consolle.
   «Ho fatto quel che ritenevo giusto. Non ti devo un bel niente!» ribatté il giovane, ancora riverso sul pavimento. Era paralizzato, anche se l’effetto sembrava di breve durata. Cercò di usare i suoi poteri per riprendersi, anche se fino ad allora non aveva mai curato se stesso.
   «Pensala come vuoi, traditore. L’importante è che ho recuperato questo!» disse Ratri con bramosia, afferrando l’Orb. Intendeva reinserirlo nel missile, per procedere all’attacco. Ma nel momento in cui le sue dita si chiusero sull’ordigno, questo sfrigolò d’elettricità. L’El-Auriana gridò di sorpresa e dolore, cercando di mollare la presa. Ma la scossa elettrica agiva sulle sue fibre muscolari, costringendola a serrare sempre più le dita. Sconvolta, Ratri scattò all’indietro, stringendo ancora l’Orb. Le scariche bluastre crepitarono lungo il suo braccio e poi nel petto, fino al cuore. Le salirono alla testa, schioccando tra i denti e i capelli, mandandole in tilt il cervello. Nemmeno i suoi talenti di Viaggiatrice valsero a proteggerla. Sopraffatta dall’elettroshock, l’El-Auriana stramazzò sul pavimento, priva di sensi.
 
   Chiuso nella carlinga del suo caccia stellare, Nohadon provava un senso d’esaltazione. Aveva già fatto cose che molti, nel suo popolo, avrebbero giudicato notevoli; ma per i Viaggiatori erano ordinaria amministrazione. Ebbene, questa era un’impresa eroica anche per i Viaggiatori. Guidare una squadriglia di caccia stellari all’assalto della nave ammiraglia dell’Imperatore era un gesto che sarebbe stato ricordato secoli dopo il termine della sua breve vita da Ocampa. Lui e quanti lo seguivano sarebbero divenuti eroi, dal primo all’ultimo. Avrebbero dato una svolta alla guerra contro gli Undine, cosa che i vecchi maestri non avevano saputo o voluto fare. Li avrebbero messi davanti al fatto compiuto che loro, i giovani Interventisti, erano il futuro dell’organizzazione.
   Come caposquadriglia, spettava a Nohadon garantire il successo dell’attacco. Al momento non poteva comunicare coi compagni, per non svelare la loro presenza. Quindi si limitò a controllare che il resto della squadriglia lo seguisse in formazione serrata, come da ordini. Poi tornò a concentrarsi sui sensori anti-occultamento, che mostravano le mine. C’era qualcosa di strano nella loro disposizione. Di solito nei campi minati spaziali le cariche erano poste in modo più o meno uniforme nelle tre dimensioni, per fare più danno agli intrusi. A volte seguivano degli schemi geometrici, con zone ad alta densità alternate ad altre più libere. In quel caso, però, la cosa era portata all’estremo. C’era un primo, fitto strato di mine che circondava il pianeta. Superato quello vi era un ampio spazio praticamente vuoto, salvo i detriti dell’attacco iniziale, anche quelli da evitare per i piccoli caccia. Infine c’era un secondo strato di mine, ancor più fitte delle precedenti. Erano come due sfere concentriche. In quel momento la squadriglia aveva oltrepassato la prima barriera, poi i detriti, e si apprestava a superare il secondo sbarramento.
   Finora era andato tutto secondo il piano. I sensori avevano rilevato le mine occultate e gli agili caccia non avevano avuto problemi a schivarle. I piloti non avevano commesso errori, infatti erano ancora tutti lì, senza alcuna perdita. Cosa più importante, i caccia stessi restavano occultati, così che gli Undine erano ignari dell’attacco. Se ne sarebbero accorti solo troppo tardi. Meglio di così non poteva andare... solo la strana disposizione delle mine impensieriva Nohadon. I due sbarramenti, soprattutto quello interno, erano così fitti che forse il Nous avrebbe stentato a passare. Forse avrebbe dovuto aprire il fuoco contro le mine, svelandosi anzitempo. Ma che ci potevano fare? Arrivati a quel punto, non potevano tornare indietro. L’Ocampa aumentò la velocità, inducendo il resto della squadriglia a imitarlo. Non vedeva l’ora di superare anche il secondo sbarramento. E soprattutto di poter ripristinare le comunicazioni col Nous, per accertarsi che potessero seguirli.
   «Andrà tutto bene... Ratri ci ha indicato la via» si ripeté Nohadon, per farsi coraggio. Aveva ancora la massima fiducia in lei.
 
   Ratri riacquistò gradualmente i sensi. Era dolorante in tutto il corpo, ma in particolare aveva un tremendo mal di testa. Cercò di portarsi le mani alle tempie, ma scoprì con orrore di non poterle muovere. Qualcosa la bloccava. Cos’era successo? I ricordi le tornarono a sprazzi: l’attacco a Xelaya, il suo piano perfetto, il tradimento di Talyn. Quell’ingrato... come aveva osato sabotare la sua nave, dopo tutto ciò che aveva fatto per lui?! Ratri ricordò il loro combattimento...  ricordò di aver vinto. Aveva sconfitto Talyn, com’era ovvio, essendo più esperta, nonché corroborata dalla Spezia. Ma allora cos’era andato storto? D’un tratto rammentò di aver subito un violento elettroshock non appena aveva afferrato l’Orb. Era svenuta, dando all’avversario la possibilità di ribaltare la situazione. A questo pensiero il flusso d’adrenalina la svegliò del tutto.
   «Gasp!» fece Ratri, spalancando gli occhi blu. Era ancora in plancia, ma non c’era traccia dei suoi allievi; Talyn doveva averli trasferiti in cella come gli altri. Quanto a lei, era seduta sulla sua poltrona di comando, i cui display tuttavia erano stati distrutti. Cosa peggiore, era ammanettata ai braccioli. Erano speciali manette elettroniche, del genere che i Viaggiatori usavano per arrestare chi fra loro aveva commesso gravi trasgressioni. Non sarebbe stato facile liberarsi. A peggiorare le cose, era uscita dall’estraniamento, come indicava la battaglia in corso sullo schermo. Anche se si fosse estraniata di nuovo, sarebbe rimasta ammanettata alla poltroncina. Era stata un’idea astuta da parte di Talyn: la poltrona di comando era uno dei pochi arredi non composto da materia neuro-empatica, perciò non poteva manipolarla per liberarsi.
   «Ah, ti sei ripresa» notò Talyn. Girando la testa più che poteva, Ratri lo vide seduto alla postazione sensori e comunicazioni. Accanto a sé aveva entrambe le lance, oltre all’Orb. «Non fare affidamento sui tuoi seguaci: li ho storditi e poi li ho teletrasportati in cella. Non ne usciranno tanto presto» spiegò il giovane.
   Ratri comprese che il suo svenimento era durato poco, infatti la battaglia era ancora in corso. Forse non era troppo tardi per vincerla... se fosse riuscita a liberarsi. Ma prima di tutto doveva sapere una cosa. «Cos’hai fatto all’Orb? Perché mi ha dato la scossa?!» volle sapere.
   «Ah, questa è la parte più interessante» disse Talyn. «Ti ho accennato al fatto che, quando vivevo per strada, oltre a rubare facevo anche il prestigiatore. Ebbene, la prima regola dei prestigiatori è distrarre il pubblico, farlo guardare nella direzione sbagliata. Quando ho estratto l’Orb, sapevo che mi avresti dato la caccia per riprenderlo. E non mi andava di combattere portandolo appresso. Così l’ho affidato a un amico».
   «Un tuo amico... qui sul Nous?!» fece Ratri, sconcertata. Dunque c’era un altro traditore a bordo? E chi poteva mai essere?
   «Sì, il più leale degli amici» confermò Talyn, enigmatico. «Poi ho preso un altro Orb, ovviamente vuoto, e sono andato in giro con quello. Così non abbiamo rischiato perdite di Materia Rossa. Hai combattuto per una copia» rivelò. «Naturalmente ho dovuto combattere anch’io, per rendere la truffa più credibile. E poiché sapevo che mi avresti sconfitto, essendo così dopata di Spezia, ho preso un’ulteriore precauzione. Ho riprogrammato il secondo Orb, inserendo una codifica genetica, così che solo io possa toccarlo. Tutti gli altri ricevono un elettroshock, provocato dalla bobina di campo, come hai sperimentato. Comunque ho sperato fino all’ultimo che non giungessimo allo scontro. Purtroppo non mi hai dato alternativa».
   Ratri era rimasta a bocca aperta. Il suo piano perfetto era andato in fumo per gli inganni di un prestigiatore. «A chi hai affidato il vero Orb, quello con la Materia Rossa?» mormorò. Voleva sapere almeno questo, il nome del secondo traditore.
   «Oh, non credere di poterlo riacciuffare» disse Talyn, chino sulla postazione sensori. «Ha già lasciato la nave, col suo prezioso carico». I sensori gli mostrarono Ottoperotto che sfrecciava nello spazio, allontanandosi dal Nous e dalla battaglia. Gli Exocomp infatti erano progettati per operare anche nel vuoto. Potevano muoversi a impulso, percorrendo distanze considerevoli. E Ottoperotto se ne andava alla massima velocità, con l’Orb agganciato anteriormente. Era così piccolo da confondersi coi detriti della battaglia, o con un minuscolo asteroide. Nessuno ci avrebbe fatto caso, non sapendo cosa cercare.
   «L’Exocomp!» comprese Ratri. «Tu... sei impossibile. Tutte queste astuzie per aiutare il nemico! Perché alla fine l’unico a guadagnarci è l’Imperatore!» accusò.
   «Credi che se non ti avessi ostacolata avresti potuto vincere? Sei ancora troppo sicura di te. Guarda cosa sta succedendo» disse Talyn con gravità, mentre inquadrava Xelaya sullo schermo. Il pianeta era avvolto da una bolla giallognola.
   «Che roba è?!» chiese Ratri con un brivido. C’erano i suoi allievi là fuori, e non poteva aiutarli.
   «Le mine si sono rese visibili. Solo che, a quanto pare, non sono affatto mine» rivelò Talyn, man mano che leggeva i dati. «Somigliano più a dei generatori di campo. Sono disposte in modo da formare due bolle concentriche. E hanno intrappolato i tuoi caccia tra i due campi di forza».
   «Nohadon!» gemette Ratri. «Fammi parlare con lui!».
   «È tardi per richiamare la squadriglia. Te l’ho detto, sono intrappolati fra i due scudi» ribadì Talyn. «E ora che altro... oh, no». Ripeté le analisi, per esserne sicuro. «È confermato. Lo spazio fra le due bolle si sta riducendo. Quella interna si espande, quella esterna si contrae. Fra pochi minuti entreranno in contatto. E i caccia saranno schiacciati nel mezzo».
   «Ma com’è possibile...» mormorò Ratri.
   «Ancora non capisci?! Questa missione è sempre stata destinata al fallimento!» sbottò Talyn. «Mi chiedevo perché l’Imperatore fosse così interessato a Xelaya. Ebbene... in realtà non lo è mai stato. Non gli interessa conquistare il pianeta, né trasformare la popolazione. Questa non è altro che una trappola, ordita per voi! Tu, i tuoi seguaci... insomma, una trappola per i Viaggiatori. L’Imperatore sapeva che, esponendosi in prima persona, ti avrebbe spinta ad attaccarlo. Così si è piazzato sulla superficie, facendo da esca. Tu hai lanciato i caccia, credendo che avrebbero superato facilmente il campo minato... e invece sono caduti in trappola. Ci saremmo finiti anche noi, con tutto il Nous, se non vi avessi sabotati».
   Ratri fissò lo schermo, come fulminata. Lacrime d’angoscia e disperazione le rigarono il volto. Aveva creduto d’essere una giocatrice esperta... invece era solo una pedina. Tutto quello che aveva fatto, incluso persuadere l’Unione ad attaccare, rientrava nei piani dell’Imperatore. L’unico che si era sottratto al gioco era Talyn, e solo così era sfuggito alla trappola. Grazie a lui il Nous era salvo. Ma i caccia, coi loro piloti, erano perduti.
   Sotto lo sguardo afflitto degli El-Auriani, il piano dell’Imperatore volse all’epilogo. La bolla interna si espandeva, quella esterna si contraeva, così che lo spazio intermedio si restringeva inesorabilmente. I caccia ruppero la formazione, cercando una via di fuga, ma non ce n’era nessuna. Allora spararono all’impazzata contro lo scudo esterno, cercando di perforarlo; ma ci voleva ben altro. Sarebbero occorsi giorni di bombardamento ininterrotto, da parte dell’intera flotta dell’Unione, per abbattere uno scudo come quello.
   E non era tutto. La Medusa, che finora aveva galleggiato sulla capitale diffondendo il virus, improvvisamente riprese quota. I suoi ugelli si chiusero, i motori a impulso si attivarono con un boato. L’onda d’urto della partenza fece tremare la città. La grande astronave s’innalzò oltre le nubi, sempre più rapida, fino a tornare in orbita. Puntò verso i caccia dei Viaggiatori, ormai pressati in uno spazio ridottissimo.
   «Che vuole ancora da loro?» si chiese Talyn.
   Restavano pochi metri... infine lo spazio si serrò del tutto. Le due bolle vennero a contatto, divenendo una. Ratri chiuse gli occhi, non volendo assistere all’esplosione dei caccia. Ma quando li riaprì, di lì a poco, restò sgomenta nel vedere che i caccia c’erano ancora. Sembravano alla deriva davanti alla Medusa, che li stava raccogliendo con un raggio traente. La bolla giallognola era svanita. «Cos’è successo?» chiese l’El-Auriana con voce roca.
   «È molto strano» disse Talyn, sempre ai sensori. «Credevo che l’impatto coi campi di forza avrebbe distrutto i caccia. Invece sembra che li abbia solo danneggiati e disattivati. Ora sono alla deriva, senza energia. Gli Undine li stanno raccogliendo... credo che vogliano prendere vivi i piloti» mormorò.
   «Possiamo imbarcarli noi?!» chiese Ratri.
   «Niente da fare, le interferenze gravimetriche della Medusa bloccano il teletrasporto» disse Talyn, passando a un’altra postazione. Lottò con i comandi per qualche minuto, senza successo. «Ecco, è finita. Li hanno presi tutti».
 
   Ci fu un lungo silenzio. Ratri era in un tale stato di prostrazione che sembrava mezza svenuta. Talyn era ancora in grado di connettere, ma non sapeva che fare. La trappola dell’Imperatore era ingegnosa e aveva funzionato piuttosto bene. Ma ora che aveva catturato gli apprendisti, quale sarebbe stata la sua prossima mossa? Avrebbe dato la caccia anche al Nous? O si sarebbe nuovamente accanito su Xelaya? E che dire della battaglia ancora in corso?
   Ritenendo che quest’ultimo punto fosse decisivo, al punto da influenzare le decisioni dell’Imperatore, Talyn esaminò lo scontro. E vide che, almeno su quel fronte, le notizie erano incoraggianti. Man mano che leggeva i dati, li riferì anche a Ratri. «La flotta dell’Unione sta avanzando. L’Olympia ha subìto gravi danni e si è ritirata, ma la Destiny e le altre navi continuano a combattere. Si direbbe che stiano vincendo. Se è così, potrebbero costringere l’Imperatore alla ritirata» ragionò.
   Ratri non rispose. Era ancora in uno stato quasi catatonico.
   Talyn avrebbe voluto contribuire alla battaglia, ma dopo l’accaduto non si azzardava a esporre anche il Nous. Del resto non poteva manovrarlo da solo. E non si fidava a restituire il comando a Ratri e ai pochi allievi superstiti. Nelle loro condizioni avrebbero potuto combinare qualche pazzia. Perciò l’El-Auriano si rassegnò a fare da spettatore degli eventi. L’Unione era sempre più in vantaggio... ormai la sua vittoria era certa.
   A un tratto Talyn notò che c’era del movimento attorno alla nave dell’Imperatore. Tornò alla postazione sensori e fece subito una scansione. «È confermato, i droni hanno lasciato la formazione e convergono sulla Medusa. Si direbbe che stiano sbaraccando» commentò. «Inoltre rilevo una trasmissione a banda larga dalla Medusa. Vediamo cos’hanno da dire». L’El-Auriano visualizzò il messaggio sullo schermo principale.
   L’Imperatore apparve in tutta la sua mostruosa maestà. L’enorme testa triangolare, dai sei occhi gialli e le fauci zannute, riempiva quasi tutto lo schermo. Come lo vide, Ratri sussultò e si riebbe. «Tu!» ringhiò, drizzando la schiena.
   «Non può sentirti, siamo solo in ascolto» avvertì Talyn. Era troppo pericoloso aprire un canale, perché questo avrebbe svelato la loro posizione, rendendoli un bersaglio. E la Medusa aveva una potenza di fuoco sufficiente a disintegrare il Nous al primo colpo.
   «Salve, giovani Viaggiatori» esordì l’Imperatore. «Sì, mi è giunta voce del vostro piccolo scisma. Vi capisco... al vostro posto anch’io avrei abbandonato quegli inutili, pavidi maestri. Naturalmente la vostra impazienza mi ha facilitato il lavoro. Osservate!».
   L’inquadratura si spostò di lato e si ampliò, mostrando un lungo corridoio. Vi erano decine d’alcove incassate nelle pareti. E dentro ogni alcova era imprigionato uno degli apprendisti appena catturati. Alcuni erano privi di sensi, mentre altri gridavano e si scuotevano nel tentativo di liberarsi. Ma erano invischiati in un liquido organico, una specie di melassa viscosa che impediva i movimenti. Solo il viso sporgeva, permettendo di cogliere i loro sguardi disperati e i loro lamenti.
   Vedendo i suoi allievi così ridotti, Ratri si sentì spezzare il cuore. Ma il peggio doveva ancora venire. Uno degli Undine – la Maestra Formatrice – stava percorrendo il corridoio. Ogni volta che passava davanti a un prigioniero lo graffiava, contagiandolo con le sue cellule. Gli infetti gridavano in modo straziante, e anche Talyn rabbrividì, ricordando l’agonia di quel genere di ferita. Gli allievi non erano in grado di curare se stessi; del resto persino Ratri aveva avuto bisogno d’aiuto per salvare Alara. I filamenti giallastri si diffondevano a vista d’occhio dalle ferite, iniziando il processo di trasformazione. Presto dei giovani Viaggiatori non sarebbe rimasto alcunché. Al loro posto ci sarebbero stati nuovi, pericolosi Undine.
   «Come vedete, i vostri accoliti andranno ad arricchire i miei ranghi» riprese l’Imperatore. «La Maestra Formatrice sostiene che, trasformando un Viaggiatore, il nuovo Undine erediterà una parte dei suoi poteri. Sono impaziente di verificarlo; questo sì che sarebbe un balzo evolutivo! Ma non tutti coloro che avete gentilmente messo a mia disposizione saranno trasformati. No, dei più talentuosi mi sto occupando personalmente».
   L’inquadratura tornò a mostrare l’Imperatore, ma adesso era molto più ampia. L’alieno appariva nella sua interezza, con le lunghe braccia dalle mani artigliate, le tre zampe dalla strana andatura e i tentacoli che solo lui aveva sulla schiena. Allora gli spettatori rimasero ancora più sconvolti nel vedere cosa stava facendo.
   Ciascuno dei quattro tentacoli dell’Imperatore avvolgeva e immobilizzava un giovane Viaggiatore. Uno di essi era Nohadon, l’Ocampa. C’erano anche una Betazoide, una Platoniana e un Talosiano. La scelta non era casuale: erano i quattro prigionieri più potenti. Tuttavia apparivano del tutto privi di forze, tanto che non provavano nemmeno a liberarsi. E a ragion veduta. Ciascuno di loro, infatti, aveva l’estremità di un tentacolo conficcata alla base del cranio. A giudicare dal moto di suzione, i tentacoli stavano risucchiando qualcosa, come mostruose cannucce. Sangue, fluido linfatico... forse persino materia cerebrale.
   A un tratto Nohadon si riscosse e alzò la testa. Aprì gli occhi, che apparvero del tutto bianchi e ciechi. «Ratri... perché non ci aiuti?!» mugugnò, piangendo lacrime di sangue. Fece un debole tentativo di liberarsi, ma il tentacolo lo avvolse ancor più strettamente, e parve affondare più in profondità nel suo cervello. La vana ribellione fu prontamente stroncata.
   «Ratri... sì, ora è tutto chiaro, grazie alle memorie dei tuoi adepti» gongolò l’Imperatore. «So che sei lì fuori, piccola Ratri. Devo ammettere che tenere al sicuro il Nous è stata una mossa inaspettata... contavo di prendere anche quello. Beh, suppongo di dovermi accontentare. Se non altro ho la maggior parte dei tuoi discepoli; e dopo oggi non credo che troverai molti altri volontari. Se ti chiedi cosa sto facendo, sappi che non assorbo solo i loro ricordi. No, sto facendo miei anche i loro poteri. Nuovi, magnifici talenti, che aspettano solo d’essere sfruttati con più cognizione di causa. Guarda!».
   Così dicendo l’Imperatore tese una mano artigliata. E attirò a sé la lancia da combattimento, ora ripiegata, che Nohadon si era portato dietro al momento dell’attacco. La prese al volo e la dispiegò, ammirandone la fattura. «Stolto ragazzino... forse speravi di conficcarmela nel cuore, se ci fossimo incontrati. Invece hai solo arricchito la mia sala dei trofei» commentò.
   Talyn e Ratri erano annientati. Sapevano che gli Undine avevano molti poteri, anche mentali; ma la telecinesi non era fra questi. In compenso era il talento di Nohadon. L’Imperatore aveva detto il vero: in qualche modo perverso riusciva ad assorbire i talenti delle sue vittime.
   «Ma torniamo a te, piccola Ratri... perché so che mi ascolti...» disse l’Imperatore, fissando di nuovo lo schermo. «Se ti stai chiedendo come ho sviluppato questa capacità, sappi che ho avuto tempo per affinarla. Sì, molto tempo... con i tuoi genitori. Loro sono stati i primi Viaggiatori che ho prosciugato, e mi hanno dischiuso un mondo, ma che dico, un Multiverso di conoscenze e capacità. Ti amavano proprio tanto, sai? E anche se non sono più fra noi, i loro ricordi vivono in me. Dimmi, piccola mia, conservi ancora il flauto di tua madre? Hai imparato a suonarlo? Sì, ero certo che anche tu saresti divenuta un’ottima suonatrice. Forse uno di questi giorni suonerai per me!» ridacchiò, godendo del dolore che infliggeva.
   Nel frattempo le sue quattro vittime erano sempre più prosciugate. Gli occhi sprofondarono nelle orbite, i volti si accartocciarono come foglie secche. Talyn chiuse la trasmissione, non volendo assistere alle ultime fasi dell’agonia. Ma Ratri, ancora ammanettata sulla poltroncina, prese a scuotersi come un’ossessa. «Liberami, dannazione! Devo salvare i miei allievi!» strepitò.
   «Non hai imparato niente?!» fece Talyn, esasperato. «Sei appena caduta nella trappola dell’Imperatore e hai perso il grosso dell’equipaggio. Se ora cedi alle sue provocazioni, e ti lanci all’attacco senza una strategia, cadrai di nuovo in trappola. E perderai anche il resto. Gli ultimi allievi, questa nave... persino te stessa».
   «Ma devo provarci!».
   «No, non devi. Non devi fare più niente» la gelò Talyn. «La flotta dell’Unione sta arrivando. E il pianeta non è più circondato dai droni, quindi non c’è nulla che possa impedirne la liberazione. Ho il forte sospetto che ciò costringerà l’Imperatore a battere in ritirata. Del resto, questa è sempre stata una trappola destinata a noi. Se ci rifiutiamo d’abboccare, lo costringeremo ad andarsene».
   «Tu hai solo paura! Liberami, ho detto!» strillò Ratri, schiumando dalla bocca. Continuò a dibattersi, concentrando i suoi poteri sulle manette elettroniche, che sfrigolarono. Talyn riprese la lancia, pronto a estraniarsi di nuovo se l’El-Auriana si fosse liberata.
   Nel frattempo la battaglia volse al termine. Le bionavi erano ridotte alla metà del loro numero iniziale; troppo poche per mantenere lo schieramento. A un tratto, forse obbedendo a un ordine dell’Imperatore, smisero di combattere. Fecero dietrofront e sfrecciarono verso la Medusa, inseguite dalla Destiny e dalla flotta dell’Unione.
   Nel frattempo la Medusa aveva raccolto tutti i droni nell’hangar, che si richiuse. La grande astronave lasciò l’orbita, rivolgendo i tentacoli verso le forze dell’Unione in avvicinamento. Un bagliore arancione ne percorse la struttura, concentrandosi nelle estremità anteriori. A quella vista, Talyn temette che stesse per colpire la Destiny. Forse le sue oscure visioni potevano ancora avverarsi...
   La Medusa sprigionò dai tentacoli dei raggi abbaglianti, che si fusero in uno. Il fascio luminoso si diresse contro la Destiny... ma non la raggiunse mai. Perché a metà strada si arrestò, aprendo uno squarcio giallastro nello spazio. Talyn lo analizzò coi sensori, trovando conferma alla sua impressione. Era un’emissione di gravitoni e stava aprendo un’ampia fenditura interdimensionale. Non appena questa si fu stabilizzata, la Medusa cessò l’emissione e vi si diresse a pieno impulso.
   Le bionavi furono le prime a varcarla. Una dopo l’altra svanirono nello squarcio lucente, finché non ne rimase nessuna. Allora la Destiny si arrestò, e così pure le navi dell’Unione, per ordine dell’Ammiraglio Ozawa. Non osavano inseguire le bionavi nello Spazio Fluido, dove con ogni probabilità avevano dei rinforzi, per non parlare del rischio di rimanervi bloccati. E poi tutte le loro risorse andavano impiegate a soccorrere gli Xelayan, finché erano in tempo.
   Pochi attimi dopo la Medusa, proveniente dalla direzione opposta, si tuffò anch’essa nella fenditura. Tornò nello Spazio Fluido, portandosi via il grosso dell’equipaggio di Ratri. Giovani apprendisti che non erano mai arrivati a fregiarsi del titolo di Viaggiatori. Ancora qualche istante e la fenditura prese a contrarsi, fino a svanire in un lampo. Il collegamento tra le due realtà era reciso, per il momento.
   «È finita» disse Talyn. Ora che non c’era più pericolo poté finalmente disattivare l’occultamento. Intanto le navi dell’Unione s’inserivano nell’orbita di Xelaya, per soccorrere gli abitanti contagiati dal virus mutageno. Erano ancora in tempo, grazie al nuovo antigene aereo. Dunque le cose sembravano volgere al meglio: gli Xelayan erano salvi e l’Unione aveva vinto la battaglia... almeno sotto il profilo tattico. Ma pensando agli apprendisti caduti in mano all’Imperatore, Talyn comprese che questi aveva prevalso sotto il profilo strategico. Aveva creato una nuova stirpe di Undine, ancora più potenti, e si era potenziato lui stesso. Questo lo avrebbe inorgoglito, inducendolo a sferrare nuovi attacchi. E quindi la Guerra Multiversale era destinata a inasprirsi. 
 
   
 
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