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Autore: Parmandil    15/06/2024    1 recensioni
Star Trek incontra The Orville! Quando gli avventurieri della Destiny s’imbattono nel pittoresco equipaggio della Orville, le ostilità rischiano di prevalere. I rispettivi Capitani dovranno imparare a fidarsi e collaborare contro gli Undine, più insidiosi che mai sotto la guida del loro Imperatore.
Intanto Talyn incontra finalmente una sua simile, l’affascinante ma enigmatica Ratri. Da lei riceve l’agognata offerta: unirsi ai Viaggiatori. È l’inizio di uno straordinario viaggio sul vascello Nous, alla scoperta del proprio potenziale. Ben presto il giovane si troverà diviso tra l’ambizione di Viaggiatore e la lealtà ai vecchi amici, e poi ancora più lacerato fra l’amore per Ratri e oscuri presagi di sventura. Intanto le domande aumentano: dov’è il Viaggiatore, cosa nascondono i suoi apprendisti? Quale prezzo sono disposti a pagare pur di sconfiggere gli Undine? Spinto oltre ogni limite, Talyn dovrà decidere a chi spetta la sua lealtà e qual è la sua vocazione. Col destino dell’Unione Planetaria in bilico, il minimo errore di giudizio avrà effetti catastrofici. Ma forse stavolta non esistono scenari vincenti, e si può solo scegliere chi sacrificare...
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Il Viaggiatore, Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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-Capitolo 9: Effetto domino
 
   Ora che gli Undine si erano ritirati, l’Unione poté soccorrere gli Xelayan infettati dal virus mutageno. L’unico modo per curare una popolazione così vasta era diffondere l’antigene aereo. Poiché non c’era un istante da perdere, si decise di usare i caccia stellari, prudentemente tenuti al riparo dalla battaglia, secondo il consiglio di Rivera. I caccia furono caricati con speciali serbatoi, grazie a cui poterono rilasciare l’antigene nebulizzato sulla capitale e nei territori circostanti. Intanto gli ospedali lavoravano a pieno regime per curare i pazienti più fragili, come bambini e anziani, o adulti immunodepressi. Molti dei casi più gravi furono trasferiti sulle astronavi dell’Unione, dove il personale medico era pronto a riceverli. Le squadre della Sicurezza erano pronte a intervenire, poiché ogni paziente spirato si sarebbe rianimato di lì a poco, come Undine.
   Anche gli avventurieri della Destiny si unirono agli sforzi. Giely e il Medico Olografico tuttavia non poterono aiutare i medici dell’Unione, essendo troppo impegnati a curare i feriti della battaglia, che erano numerosi. In compenso Shati caricò grandi quantità d’antigene sul Centurion e sorvolò la capitale, facendo il lavoro di parecchi caccia. E il teletrasporto della Destiny fu usato per trasferire rapidamente i pazienti degli ospedali sulle altre astronavi, oltre che per localizzare e immunizzare quanti si erano incoscientemente allontanati dall’area di quarantena.
   Nel frattempo Talyn, dopo aver disattivato l’occultamento del Nous, avvertì la Destiny che presto sarebbe rientrato. Prima di poter aggiungere altro, tuttavia, si trovò alle prese con un nuovo problema. Era da un pezzo che Ratri cercava di liberarsi dalle manette elettroniche con cui l’aveva avvinta alla poltrona di comando. Potenziata com’era dalla Spezia, era questione di tempo prima che vi riuscisse. D’un tratto si udì un duplice schianto di metallo infranto e l’El-Auriana balzò in piedi, sfrigolante di rabbia e umiliazione. «Tu... è tutta colpa tua! Perché mi hai fermata?!» inveì.
   «Perché altrimenti anche tu saresti finita nelle grinfie dell’Imperatore» ribatté Talyn. «L’hai capito o no che il tuo piano era condannato fin dall’inizio? Che questa è sempre stata una trappola? Tenerci alla larga era l’unico modo per non cascarci».
   «Ma come faceva l’Imperatore a sapere...» farfugliò Ratri.
   «Non sapremo mai i dettagli, ma lascia che ti dica una cosa. Nel momento in cui hai cominciato a ragionare come lui, in termini di guerra e manovre militari, ti sei resa prevedibile. Se avessi conservato la filosofia di Klaatu, la vostra filosofia, non saresti caduta in trappola. Lui riuscì a eludere gli Undine a lungo su Arena, e sì che lo stavano cercando» disse Talyn.
   «Sarà anche riuscito a eluderli, ma cos’ha fatto in concreto contro di loro? Niente! Siete stati voi della Destiny a distruggere l’Harvester!» ricordò Ratri. A un tratto gli rivolse una strana occhiata. «Tu... ti consideri il suo erede?!» chiese, piena d’invidia.
   «Non ho l’ardire di definirmi tale. Ci sono ancora tante cose che non conosco di lui, dei veri Viaggiatori, della loro filosofia. Ci sono cose che non capisco e altre che forse non sono pronto ad accettare. Ma una cosa ormai mi è chiara: non ho altro da imparare da te. Quindi tolgo il disturbo e torno sulla Destiny» concluse Talyn. Così dicendo manovrò i comandi del Nous, aprendo un portale. Non aveva ancora imparato a farlo senza la tecnologia.
   «Te ne vai... per sempre?!» gracchiò Ratri, con uno strano miscuglio d’amore e odio.
   A quella domanda Talyn ebbe una fitta al cuore. «Non so se le nostre rotte torneranno a incrociarsi. Ma ti do un consiglio dal profondo del cuore. Disintossicati dalla Spezia, perché solo a questa condizione sono disposto ad avere ancora a che fare con te». Ciò detto il giovane si diresse verso il portale bluastro. Stava per varcarlo quando Ratri lo trattenne con un accorato: «Aspetta!».
   Talyn si girò, in tempo per vedere l’El-Auriana che gli gettava il suo flauto. Sorpreso, lo afferrò al volo. «Che significa?» chiese.
   «Custodiscilo per me. E forse un giorno... tornerò a riprenderlo» disse Ratri, con un’espressione indecifrabile.
   Talyn non seppe come interpretare quel gesto. Era una speranza di riconciliazione? O l’augurio che la sua funesta visione si avverasse, e lui finisse in coma? Il flauto infatti era parte di quella visione. Per un attimo il giovane fu tentato di restituirglielo, come per allontanare da sé quel calice di dolore. Poi ricordò gli insegnamenti di Klaatu... e decise di non lottare contro la profezia. Non avrebbe cercato d’imporre la sua volontà sul Fato. Piuttosto avrebbe compiuto un atto... di rassegnazione per alcuni, di fede per altri. Tenne il flauto, e con quello varcò il portale. Il vortice bluastro si chiuse dietro di lui.
   Finalmente sola, Ratri smise di trattenersi. Si accasciò sul pavimento, piangendo lacrime amare. Inveì contro tutto e tutti, in preda alla rabbia e alla disperazione per essere caduta in trappola. E più ancora di questo, per la vergogna e il rimorso di aver smarrito la via. Poco alla volta i suoi lamenti si affievolirono. Le restavano pochissimi allievi, che avrebbe liberato al più presto dalle prigioni. Ma in tutto ciò che contava, era sola. E lo sarebbe rimasta a lungo... forse per sempre.
 
   «Talyn! Sei tornato!» s’illuminò Losira, vedendolo sbucare in plancia. Tutti, compreso il Capitano, gli fecero cerchio attorno, ansiosi di sapere cos’era successo.
   «Sì, sono tornato...» sospirò Talyn, fissando malinconicamente il flauto. «Mi spiace di non avervi aiutati, durante la battaglia. Purtroppo avevo altri problemi da risolvere».
   «Aspetta, eri sul Nous? Ratri ci aveva detto che tutti gli apprendisti erano stati trasferiti in un rifugio sicuro» si rabbuiò Rivera.
   «Ratri ha raccontato molte frottole, purtroppo» rivelò Talyn. «Lei e il suo gruppo sono tutti apprendisti. Ragazzi impazienti e addestrati a metà. Prima ancora d’incontrarci si sono scissi dal resto dei Viaggiatori, sperando di sconfiggere gli Undine con le maniere forti. Hanno millantato risorse che non avevano. Vi hanno persino influenzati per spingervi all’attacco, durante l’ultima riunione. Si erano esaltati al punto da credere che avrebbero sconfitto l’Imperatore. Invece, beh... avete visto com’è finita. Ora sono rimasti in pochi, e non so cosa ne sarà di loro».
   Queste rivelazioni crearono sconcerto tra gli avventurieri. Molti manifestarono risentimento verso i falsi Viaggiatori che li avevano ingannati. Tuttavia dopo una battaglia così dura, che aveva lasciato la nave danneggiata, non erano ansiosi d’attaccare il Nous.
   «Questo è peggio dei miei peggiori sospetti» disse il Capitano, amareggiato. «Dunque anche il nostro accordo è nullo... non ci riporteranno a casa?».
   «Io e Ratri non ci siamo lasciati bene» ammise Talyn, cupo. «Temo che non voglia più avere a che fare con noi».
   «E in queste settimane, non hai imparato a farti strada nel Multiverso?» chiese Losira con un filo di voce.
   Talyn sospirò e scosse la testa. «Competenze così avanzate richiedono anni d’addestramento. Certo, ho imparato molte cose. La Vista interiore, l’estraniamento, la difesa mentale, alcune capacità curative. Ma non so aprire i portali senza gli strumenti del Nous. E di certo non sono in grado di riportare a casa l’astronave» confessò.
   Dopo la rabbia e l’indignazione, fu lo sconforto a dilagare tra gli avventurieri. «Un’altra occasione sprecata!» borbottò qualcuno fra gli ausiliari. Talyn era certo che anche quelli impegnati altrove – Shati, Irvik, Giely – avrebbero avuto reazioni simili, una volta informati. E ne avevano ragione: stavolta erano andati vicinissimi al ritorno.
   «Potremmo contattare il Nous, ed esigere che gli occupanti stiano ai patti» propose Naskeel.
   «Non credo sia così facile» disse Talyn, osservando con rimpianto il vascello sferico, inquadrato sullo schermo. Proprio in quel momento il Nous ripartì, per una destinazione ignota. I successivi tentativi di rintracciarlo, anche attraverso i canali diplomatici dell’Unione, fallirono miseramente. Non era tornato in alcuna delle precedenti tappe che Talyn ricordava, né fu avvistato altrove. Per quanto ne sapevano, forse non era più nemmeno in quell’Universo.
 
   Prima che la giornata terminasse, gli avventurieri – informati da Talyn – ripresero a bordo Ottoperotto. L’Exocomp aveva ancora con sé la Materia Rossa, ben sigillata entro l’Orb. Riuniti in sala tattica, il Capitano e gli ufficiali discussero di cosa farne.
   «Dovremmo tenerla come arma» propose Naskeel. «Anche senza usarla, sarebbe un notevole deterrente nei confronti dei nemici, inclusi gli Undine».
   «Sarebbe una minaccia anche per noi» obiettò Irvik. «Voglio dire, la Materia Rossa è troppo pericolosa da custodire nel lungo termine. Il minimo guasto alla camera di contenimento ne provocherebbe il rilascio. E allora non ci sarebbe modo di fermarla. Divorerebbe la Destiny in pochi attimi, non avremmo nemmeno il tempo di fuggire».
   «E dovremmo vivere con quest’incubo perenne?!» s’inquietò Losira.
   «No, non lo faremo» decise il Capitano. «Da quando siamo nell’Unione abbiamo già guadagnato qualcosa in termini d’armamenti. Mi riferisco al dysonium che ha potenziato i nostri phaser. Non sfiderò la sorte, imbarcando un’arma che può distruggerci in qualunque momento». Di preoccupazioni, infatti, ne aveva già fin troppe. Così prese una decisione drastica. «Non terremo la Materia Rossa, e non la venderemo neanche. Piuttosto la distruggeremo».
   «In che modo? Avete appena detto che è indistruttibile!» notò Shati.
   «Oh, c’è sempre il modo d’aggirare l’ostacolo...» fece Rivera, con un sorriso sagace. «Consultate le mappe stellari che ci ha fornito l’Unione e individuate il più vicino buco nero». Se la Materia Rossa creava buchi neri, infatti, l’unico modo sicuro per sbarazzarsene era darla in pasto a uno già esistente.
   Detto fatto, il Capitano e alcuni ufficiali partirono col Centurion, mentre la Destiny era ancora in riparazione. Fecero rotta per un buco nero che si trovava a pochi anni luce di distanza. Lì giunti, Irvik e Talyn inserirono l’Orb con la Materia Rossa all’interno di un siluro quantico, invertendo la procedura con cui il giovane se n’era impadronito. E venne il momento di lanciare.
   «Posso?» chiese Talyn. In fondo era stato lui a impedire che la Materia Rossa fosse usata contro Xelaya. Perciò gli sembrava giusto che spettasse a lui sbarazzarsene per sempre.
   «Certo» acconsentì il Capitano.
   «Perdonami, Ratri» pensò l’El-Auriano. Anche a lui sarebbe piaciuto usare quell’arma contro l’Imperatore, in altre circostanze, che non comportassero il sacrificio di un pianeta. Ma non sarebbe accaduto. Si consolò pensando che, con ogni probabilità, Klaatu avrebbe compreso e approvato la sua scelta. Così premette il comando di lancio. E restò a osservare il siluro che cadeva nel buco nero, apparendo sempre più rosso e allungato, fino a perdersi nell’orizzonte degli eventi.
 
   Le riparazioni alla Destiny durarono una settimana. In questo lasso di tempo anche i feriti furono dimessi dall’infermeria. Alcuni se l’erano vista brutta, ma fortunatamente non c’erano stati morti. Quanto a Xelaya, l’infezione fu sradicata sul nascere, grazie all’antigene aereo e agli altri accorgimenti. Al termine dello stato d’emergenza fu reso noto che il virus mutageno aveva mietuto appena quarantasette vittime, tutte cremate prima che si rianimassero come Undine. Le vittime dell’attacco iniziale, invece, erano molte di più. Solo la distruzione della stazione spaziale era costata cinquemila vite, di cui duemila civili.
   Anche la battaglia aveva richiesto un pesante tributo. Su trecento vascelli dell’Unione, un centinaio erano stati distrutti e quasi tutti gli altri avevano riportato danni. Almeno l’Olympia si era salvata, e al termine delle riparazioni sarebbe tornata in servizio. Quanto alla Orville, era uno dei vascelli più fortunati: aveva riportato danni lievi, riparabili in una settimana. I Kaylon, invece, avevano subìto perdite pesantissime: novanta Sfere su cento erano state distrutte. Anche il Kaylon Primario sembrava fosse tra le vittime. Ma gli avventurieri seppero che, come già una volta in passato, aveva copiato la sua memoria prima della battaglia. I dati erano stati trasmessi al server centrale del pianeta Kaylon, permettendo all’androide di tornare in un corpo meccanico nuovo di zecca. A conti fatti, la nuova alleanza tra l’Unione e i Kaylon era sopravvissuta al battesimo del fuoco. Restava da vedere a cosa avrebbe condotto negli anni a venire.
   La cosa più inquietante era che, a dispetto della vittoria, l’Unione aveva subìto maggiori perdite rispetto agli Undine. Cento navi dell’Unione, più novanta Sfere Kaylon, erano state distrutte, a fronte di centocinquanta bionavi. Dunque il successo era dovuto solo alla significativa superiorità numerica. E se la prossima volta l’Imperatore si fosse presentato con una flotta più numerosa? E se avesse distrutto un pianeta, anziché usarlo per tendere un’elaborata trappola? A fronte di questi timori, non c’era che una strada: potenziare le difese.
   «Almeno ora credono tutti alla minaccia degli Undine» si disse Rivera, osservando le navi in riparazione dalla finestra del suo ufficio. L’Ammiraglio Ozawa in persona aveva fatto un annuncio a tutta l’Unione, spiegando la natura della nuova minaccia. Per quanto si fosse sforzata di tranquillizzare la popolazione sulla tenuta delle difese, era chiaro che niente sarebbe stato più come prima.
 
   «Avanti» disse il Capitano Mercer, udendo il cicalino della porta. Al tempo stesso spense l’oloschermo della scrivania. Era grato che qualcuno lo distogliesse dalla lunga, noiosa lettura delle riparazioni in corso.
   «Salve, Capitano. Spero di non disturbare» disse Rivera, entrando nell’ufficio.
   «Al contrario, tempismo perfetto» disse Mercer, invitandolo ad accomodarsi su una delle sedie degli ospiti. «Sa, non credo di averla ancora ringraziata per... beh, per tutto. Se non fosse stato per voi della Destiny, avremmo perso Xelaya».
   «Oh, adesso non esageri. La battaglia l’avete vinta voi, a conti fatti. Noi vi abbiamo dato solo qualche dritta» disse Rivera, accomodandosi. Era la prima volta che visitava l’ufficio di Mercer e gli venne spontaneo osservarlo. Appesa a una parete c’era una fotografia del Flyer, il primo aeroplano della storia umana. Rivera ricordò che era stato costruito nel 1903 dai fratelli Wright, Wilbur e Orville. Ehi, ecco spiegata l’origine del bizzarro nome di quell’astronave. Nell’ufficio inoltre c’erano molti strani oggettini, veri e propri soprammobili, che Mercer teneva sulla scrivania, come anche in una scaffalatura incassata nella parete retrostante. Lo sguardo di Rivera fu attirato dal pezzo forte della scrivania: un pupazzetto verde, raffigurante una bizzarra creatura anfibia. «Quello cos’è?» s’incuriosì.
   «Oh, questo?» fece Mercer, vagamente imbarazzato. «Lui è Kermit».
   «Un amico suo?».
   «No, no, è Kermit la Rana, un personaggio dei... insomma, uno che ammiro. Una sorta di leader, a modo suo» incespicò Mercer. Non gli andava d’ammettere che quel ranocchio veniva dal Muppet Show, uno spettacolo di burattini della vecchia Terra.
   «Un leader» ripeté Rivera, perplesso. «Beh, per restare in tema, vorrei parlarle di uno un po’ più pericoloso. L’Imperatore degli Undine ci è sfuggito. E ascoltando il discorso dell’Ammiraglio Ozawa, mi sono fatto l’idea che non abbia ben compreso le ragioni del suo attacco. O forse non ha voluto divulgarle. In ogni caso, voglio accertarmi che almeno lei lo sappia».
   «L’Imperatore non voleva impadronirsi di Xelaya? Lo ha visto anche lei che stava contagiando gli abitanti!» obiettò Mercer.
   «Quello faceva parte della messinscena. Il vero obiettivo era ciò che ha raggiunto: far uscire allo scoperto i giovani Viaggiatori e catturarne il più possibile» spiegò Rivera. «Ora li sta usando per creare un nuovo ceppo di Undine, ancora più evoluti e pericolosi. Oh, non dubito che il suo obiettivo secondario fosse testare l’efficacia del virus in forma aerea» aggiunse il Capitano, prevenendo la domanda. «E purtroppo anche qui ha avuto successo. Il virus ha dimostrato di potersi diffondere rapidamente nell’aria, contagiando milioni di persone in poche ore. Il fatto che stavolta siate riusciti ad arginarlo – per un pelo – non deve tranquillizzarvi. La prossima volta potreste non averne la possibilità».
   «Perché mi dice questo? Ritiene imminente un altro attacco?» si preoccupò Mercer. Con così tante astronavi distrutte o danneggiate, l’Unione avrebbe stentato a radunare un’altra flotta di quelle dimensioni.
   «Non imminente» precisò Rivera. «Se l’Imperatore vi ha usati solo per tendere un’imboscata ai Viaggiatori, e per sperimentare nuove armi, significa che non siete il suo obiettivo principale. Ma resta il fatto che avete osato sfidarlo e lo avete persino costretto a ritirarsi anzitempo. È più che abbastanza per essere aggiunti alla sua lista nera. Quindi potrebbe tornare a attaccarvi. Magari non subito, visto che sembra dare più urgenza ad altri fronti. Ma prima o poi... sì, temo che tornerà. Per questo dovete essere pronti. Se ha qualche influenza sugli ammiragli, in particolare su Halsey, la prego di ricordargli la minaccia. Implementate le nuove difese e le nuove cure sui pianeti, oltre che sulle astronavi, o la prossima volta sarà un’ecatombe» raccomandò.
   «Guardi, dopo quanto accaduto gli ammiragli non hanno certo bisogno che io o lei gli ricordiamo il pericolo. A parole potranno ancora sminuire, per arginare il panico, ma le assicuro che a Union Central non prenderanno più sottogamba la faccenda» assicurò Mercer.
   «Muy bien» fece Rivera, un po’ sollevato.
   Dopo una breve riflessione, Mercer riprese: «Qualche mese fa, durante l’elogio funebre di Charly Burke, Isaac usò la metafora del domino per indicare le conseguenze del suo sacrificio. Disse che, come le tessere del domino cadono una dopo l’altra, così anche le azioni della nostra amica e collega si sarebbero riverberate a lungo. Ebbene, credo sia vero anche per questi eventi. Quanto accaduto negli ultimi giorni ha creato un effetto domino su tutte le parti in causa. Gli effetti per ora sono imprevedibili, ma... non c’è dubbio che si faranno sentire a lungo».
   «Concordo» disse Rivera. «Noi della Destiny, tuttavia, non potremo trattenerci ancora per molto».
   «Volete già ripartire?! Ma siete arrivati da così poco!» si rabbuiò Mercer.
   Un lieve sorriso increspò le labbra di Rivera. «Non ho detto che partiremo subito. Ci sono un sacco di buoni affari da combinare nella vostra Unione. E non ho ancora perso del tutto la speranza che il Nous possa tornare» spiegò. «Ma prima o poi sì, riprenderemo il nostro viaggio. Non perché ci siamo trovati male, anzi! Di tutte le realtà che abbiamo visitato, questa è stata la più ospitale. Forse persino troppo... ci ricorda così tanto la Federazione che molti saranno tentati di restare. E io invece voglio proseguire il viaggio, finché ci saranno ancora coordinate da tentare».
   «È convinto che tornerete a casa? Non per fare il menagramo, ma... se il Multiverso è infinito, non crede che la vostra ricerca sia vana?» azzardò Mercer.
   «Non è detto. Stavolta ad esempio ci siamo andati vicini. Cosa che non sarebbe accaduta, se ci fossimo fermati prima. E non va dimenticato che anche i veri Viaggiatori ci stanno cercando. Se ci hanno trovati gli apprendisti, potrebbero trovarci anche i loro maestri» argomentò Rivera. «Mal che vada, se ci stancassimo della ricerca torneremo qui. Almeno adesso abbiamo un porto sicuro». Così dicendo si alzò.
   «Buona fortuna, allora» disse Mercer, alzandosi a sua volta. «Vi auguro di trovare ciò che state cercando. E se mai aveste bisogno di qualcosa, non esitate a passare. Per noi sarà sempre un piacere rivedervi».
   I due Capitani si strinsero la mano, promettendosi che in caso di bisogno si sarebbero prestati ancora soccorso. Infine si lasciarono da amici e Rivera tornò sulla Destiny. Il giorno dopo, a riparazioni ultimate, gli avventurieri lasciarono il sistema di Xelaya.
 
   Nei giorni successivi Talyn continuò a sentirsi depresso. Sebbene avesse notevolmente affinato le sue capacità nel periodo trascorso coi giovani Viaggiatori, non era ancora in grado di riportare a casa la Destiny, il che gli pesava come un fallimento. E poi soffriva per la lontananza di Ratri. Quando l’aveva lasciata, dopo il loro scontro, gli era parso di non avere alternative. Col passare dei giorni, tuttavia, la nostalgia cresceva. Da parte sua, Talyn l’aveva amata davvero... continuava ad amarla persino adesso. E continuava a chiedersi se anche da parte di Ratri ci fosse stato amore, che andasse oltre l’infatuazione indotta dalla Spezia. Se solo l’El-Auriana non avesse assunto quella droga, Talyn sarebbe stato più certo dei suoi sentimenti e del suo equilibrio mentale. E se l’avesse rincontrata una volta disintossicata, chissà... forse avrebbero potuto ricominciare.
   Sempre che lui ne avesse il tempo. Perché era questo che lo angosciava più d’ogni altra cosa. C’era stata una grande battaglia, eppure le sue fosche premonizioni non si erano avverate... non ancora. Significava che erano state solo allucinazioni, suggestioni, come aveva ipotizzato Ratri? Oppure erano vere profezie, che dovevano ancora avverarsi? In tal caso, come riconoscere l’ora fatidica? Giorno dopo giorno, Talyn sentiva che la catastrofe si avvicinava, e che al momento decisivo non avrebbe potuto evitarla. Così si decise a parlarne alle due persone che gli erano apparse in visione: Rivera e Losira.
   Ne discussero a lungo nell’ufficio del Capitano. Talyn riferì le sue premonizioni nel modo più esauriente possibile, sforzandosi di ricordare ogni dettaglio. Immagini, suoni, sensazioni... tutto contribuiva a farsi un’idea più precisa di cosa li aspettava. Il Capitano e la Comandante fecero molte domande, a cui l’El-Auriano si sforzò di rispondere. Ma c’erano tante, troppe cose che non sapeva... a partire dall’identità del nemico che li avrebbe sconfitti.
   «Quelle visioni non erano come la vista normale» spiegò Talyn. «Alcune cose erano chiare, nette, definite. Altre invece erano confuse, come riflessi nell’acqua increspata. Ci ho pensato ogni giorno da allora, ma non riesco a identificare i nostri avversari. Ho solo avuto l’impressione che non fossero Undine. Sembravano piuttosto umanoidi, bipedi» rivelò.
   «Forse è una nuova fazione, che non abbiamo ancora incontrato» ragionò il Capitano. «Se ti capitasse di vederli per la prima volta, credi che potresti riconoscerli?».
   «Erano come ombre, forme distorte... non credo che li riconoscerei, neanche se me li trovassi davanti» sospirò l’El-Auriano.
   «E sei convinto che sia un’autentica profezia?» chiese Losira.
   «Crederei volentieri il contrario» disse Talyn con amarezza. «La tua morte, la distruzione della Destiny, me stesso in coma... quanto vorrei che fossero solo incubi! Ma qualcosa mi dice che è tutto vero... che è il destino ineluttabile. Prima o poi ci arriveremo e non potremo evitarlo».
   Cadde un pesante silenzio. Rivera e Losira rimuginarono su quelle affermazioni così drastiche. Erano abituati ad aggirare i problemi, a trovare soluzioni inaspettate. Ma che si può fare innanzi al Fato ineluttabile?
   «Sai, sono sempre stato del parere che la sorte non è scritta. Che abbiamo un arbitrio, per così dire» mormorò infine Rivera. «Se alla luce dei tuoi presagi prendessimo delle precauzioni...».
   «Ne ho parlato con Ratri. Lei sostiene che, se è una vera profezia, allora potrebbe auto-avverarsi. Vale a dire che saranno proprio le contromisure adottate per impedirla a ottenere l’effetto opposto, di concretizzarla» spiegò l’El-Auriano. «Ora, Ratri si sbagliava in alcune cose... ma in questa credo che avesse visto giusto».
   «Non so che dire, non essendo un esperto in meccanica temporale» sospirò il Capitano, sconfortato. «L’umanità si è posta il dilemma della profezia che si auto-avvera fin dai tempi dell’Edipo. Se non c’è via di scampo, allora possiamo solo andare avanti per il tempo che ci resta. Tuttavia voglio prendere ugualmente qualche precauzione. Ad esempio, è meglio che tu non vada più in missione sul campo» si rivolse a Losira.
   «Vuoi tenermi confinata su questa nave, come un uccellino in gabbia?» chiese la Risiana con tristezza.
   «Non vorrei farlo contro il tuo volere, ma... diciamo che non ti manderò in luoghi sconosciuti e potenzialmente ostili. Scenderai solo quando saremo certi d’essere tra amici» propose Rivera, cercando un compromesso. «Questo vale anche per te» si rivolse a Talyn.
   «Non so se sia un’idea vincente, Capitano. Ora che padroneggio certi poteri, potrei esservi d’aiuto in caso di pericolo» disse l’El-Auriano.
   «Se la tua visione è corretta, pagheresti un prezzo troppo alto» insisté Rivera.
   «E la distruzione della Destiny? Come potremmo mai prepararci a quella?» chiese Losira.
   «Beh, tanto per cominciare, cercheremo di tenerci fuori dai guai. D’evitare gli scontri, le battaglie» ragionò il Capitano. «A volte in passato ce le siamo andate a cercare. Questa cosa cambierà. D’ora innanzi saremo più prudenti, anche a costo di ritirarci».
   «Nella mia visione, la Destiny precipitava su un mondo ghiacciato...» ricordò Talyn.
   «Questo è un dettaglio utilissimo!» s’illuminò Rivera. «Significa che possiamo ancora batterci nello spazio aperto, o presso qualunque pianeta che non abbia calotte glaciali. Sono un bel po’ di possibilità».
   «Nella tua visione, che cosa accadeva all’equipaggio?» chiese Losira.
   «Ho avuto l’impressione che noi di plancia fossimo fuggiti sul Centurion, gli altri non so. Era una sequenza molto confusa. C’erano relitti d’altre astronavi – non so quali – come se fosse una grande battaglia» aggiunse l’El-Auriano.
   «Una grande battaglia attorno a un mondo ghiacciato... questo restringe parecchio il campo. Mi viene da pensare che dovemmo essere in grado d’evitarla» ragionò il Capitano.
   «Potremmo anche fare delle esercitazioni con l’equipaggio. Sai, simulare l’evacuazione della nave con capsule e navette» suggerì Losira. «Mi pare che finora non l’abbiamo mai fatto».
   «Ottima idea, lo faremo senz’altro» approvò Rivera. Nel peggiore dei casi, se la Destiny era condannata, almeno avrebbero salvato la ciurma.
   «Ma se coinvolgiamo l’equipaggio... questo significa rendere note le mie premonizioni?» chiese Talyn.
   «No!» fece il Capitano. Accorgendosi d’essere stato fin troppo brusco, si spiegò. «L’equipaggio è già abbastanza demoralizzato dal fatto che abbiamo perso l’opportunità di tornare a casa. Ormai tutti davano per scontato che al tuo ritorno ci saremmo riusciti. Invece è stato un altro fiasco... non ti sto dando la colpa, dico solo che per la ciurma è stata dura. Ora che abbiamo ripreso il viaggio, non voglio affliggerli ulteriormente con la notizia che questa nave è condannata. Dilagherebbero il panico, la rabbia, magari anche l’apatia. A che scopo impegnarsi a fare alcunché, se tanto siamo spacciati? Ecco, non voglio che accada questo. Perciò la profezia deve restare un segreto fra noi tre. È un ordine, Talyn... non voglio che tu lo dica ad altri. Mi sono spiegato?» chiese severamente.
   «Sì, Capitano» rispose il giovane, pur dubitando che fosse saggio. «Comunque, se non vogliamo che tutti comincino a farsi domande, sarebbe meglio non esentarmi dalle missioni sul campo. Anche perché, come dicevo, potrei esservi utile. Guardate cos’ho imparato!» si rivolse a entrambi.
   Rivera stava per ribadire che non voleva sentir storie, quando a un tratto l’El-Auriano, che sedeva innanzi a lui, svanì. E ricomparve l’attimo dopo, in piedi in fondo alla stanza. «Ma che...?!» farfugliò il Capitano, credendo d’essersi perso qualcosa.
   «È l’estraniamento di cui le parlavo. Se ricorda, Ratri lo usò la prima volta che l’incontrammo, per salvarci dagli Undine. Piuttosto utile, vero?» fece Talyn, tornando presso la scrivania.
   «Eccome» ammise Rivera, impressionato. «E va bene, continuerai a venire in missione. Anche se rimpiangerò i tempi in cui ti occupavi di scienza... e non anche di stregoneria» sospirò.
   A quelle parole l’El-Auriano si rabbuiò. Ricordò quando, dopo aver curato Alara, aveva avuto la sensazione che Giely lo guardasse in modo diverso, come se d’un tratto fosse più distante. Ora che era reduce dall’esperienza coi Viaggiatori, questo atteggiamento si era esteso agli altri, persino al Capitano. Lo vedevano come un’altra persona, quasi come un estraneo. E lui ne soffriva, perché quegli avventurieri erano la sua famiglia, e non voleva che si creassero barriere di sospetto e timore fra loro. L’unica a non essere cambiata nei suoi riguardi era Losira.
   «Capitano, mi spieghi una cosa» disse Talyn. Si curvò in avanti, posando le mani sulla scrivania, per osservarlo da vicino. «Alla luce delle mie nuove capacità, lei ha... paura di me?» indagò.
   «Certo che no! Come ti passa per la testa?!» s’indignò Losira, ma l’El-Auriano le fece segno d’aspettare. «L’ho chiesto a lui» disse con fermezza.
   Davanti a tanta determinazione, Rivera capì che doveva essere schietto. Anche perché in caso contrario Talyn se ne sarebbe certamente accorto. «Se ho paura di te? Ce l’avrei... se non fossi certo della tua amicizia» rispose.
   A quelle parole, il giovane rilassò la postura. «E io avrei paura di me stesso, se non ci foste tutti voi a tenermi la testa sulle spalle» ammise. «Sei ancora il mio Capitano, e lo sarai fino al termine di questo viaggio» disse, senza specificare se sarebbe stata una fine lieta o triste.
   «Mi fa piacere sentirlo» disse Rivera. «Ma dimmi un’ultima cosa. A parte le tue infauste visioni su noi tre, credi che il resto dell’equipaggio possa salvarsi?» chiese pensando a Giely, Irvik, Shati e tanti altri.
   «Non lo so» ammise Talyn, intristito. Pensò ai caduti dell’ultima battaglia. La Destiny non ne aveva avuti, per fortuna, ma quelli dell’Unione si contavano a migliaia. Se un nemico del genere si fosse accanito su di loro, difficilmente l’avrebbero scampata. «Molte foglie sono già cadute... e ora sento che l’inverno sta arrivando».
 
   
 
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