1. La retta via
«Cristo santo!» Esclamò Mattew perdendo per un attimo il controllo della Focus e ritrovandolo più per istinto che razionalità. Il cuore gli fece un balzo in gola, guardò nello specchietto retrovisore e vi trovò due occhi color cioccolato che lo fissavano, imperscrutabili. «Chi diavolo sei?»
«Non ti interessa chi sono! Ciò che conta è che tu mi dia ascolto da adesso in poi!» La ragazza si fece avanti, facendo aderire ancora di più la canna della pistola alla pelle rossiccia di Mattew. «Capito, Rosso?»
«Vuoi soldi? Ho solo la carta di credito dell’agenzia immobiliare per cui lavoro, giuro!» I due si studiarono attraverso lo specchio. Sebbene non riuscisse a vedere la sua immagine per intero, Mattew notò che la ragazza aveva origini ispaniche, con la carnagione olivastra e gli occhi dal taglio leggermente allungato. Anche i capelli erano scuri, lisci, legati in una bassa coda di cavallo, mentre un’ampia frangia le copriva la fronte. «Ho capito: sei una clandestina e stai cercando di nasconderti dagli agenti dell’immigrazione.»
Il sopracciglio destro della sconosciuta, dove teneva un piercing a cerchietto, si sollevò, donandole un’espressione insieme incuriosita e divertita.
«Puoi stare tranquilla, non ti denuncerò. Dimmi dove devo accompagnarti e lo farò, promesso. Vuoi andare alla stazione? Qualcuno ti aspetta a casa magari?» continuò Mattew, il quale la vide abbozzare un sorrisetto sghembo.
«Washington» fu la risposta della clandestina. Mattew sbarrò gli occhi, anche i suoi erano marroni come quelli di lei, ma di una tonalità decisamente più chiara.
«Stai scherzando? Io devo tornare nel Missouri!»
«Non mi interessa quello che devi fare tu!»
«Il mio capo mi ucciderà!»
«No es problema mio» sorrise ancora quella. «E cambia canale, questa musica fa schifo!»
Ormai stavano camminando da diversi minuti e nessuno dei due aveva più parlato. O meglio, Mattew ci aveva provato a estorcerle qualche informazione, ma la clandestina si era rivelata una volpe e ogni tentativo era andato a vuoto. Di tanto in tanto, l’agente immobiliare le lanciava sguardi furtivi attraverso lo specchietto retrovisore, trovandola sempre allo stesso punto e nella stessa posizione: seduta sui sedili posteriori, sbilanciata in avanti e con la canna della pistola puntatagli contro. Lo svincolo per raggiungere la casa degli Smith era stato sorpassato da tempo, quindi ogni speranza di concludere in fretta il suo lavoro e tornare a casa era sfumato. Ma accompagnare quella sconosciuta fino a Washington, in Virginia, era da pazzi! E se fosse stata una criminale pericolosa evasa dal carcere? Una terrorista internazionale? Una spia della mafia colombiana?
«Potresti almeno dirmi il tuo nome» riprese Mattew.
«Sarah» rispose quella distrattamente, sembrava interessata ad altro. Lui la fissò per qualche secondo:
«No, non è vero.»
«Dovrai fartelo bastare, Rosso.»
«Ho un nome e un cognome, sai?!»
Lei sbuffò:
«Ti chiami Mattew Stewart e vieni da St. Louis. Sei laureato in Economia e Commercio e attualmente lavori per la “Home&House”.»
Mattew sgranò gli occhi, spaventato:
«Come fai a sapere il mio nome? Chi sei veramente?»
Sarah sorrise, divertita dalla reazione esagerata del ragazzo; aveva le labbra carnose, screpolate a causa del caldo, e denti regolari, bianchi.
«Rilassati, Rosso, non sono Sherlock Holmes. Ho solo letto il curriculum vitae che tieni nel cruscotto. È poco motivante, sai?! Dovresti aggiungere qualche informazione che incuriosisca.»
«Puoi chiamarmi Matt, se preferisci» doveva fare in modo che si fidasse di lui o non aveva scampo.
«Preferisco Rosso, ma grazie.» Sarah studiò i riccioli fulvi del ragazzo, erano simpatici.
«Almeno potresti smettere di puntarmi la pistola addosso?»
«Non so se posso fidarmi, capisci?»
«Quindi vorresti farti tutto il viaggio, fino in Virginia, in quella posizione?» Mattew accennò un ghigno. «Lo sai che stiamo parlando di settecento miglia? Prima o poi dovremmo fermarci a mangiare e riposare.»
«No, non credo» fece Sarah, scivolando finalmente all’indietro e aderendo con la schiena ai sedili. In effetti, aveva i muscoli intorpiditi.
«Non credi, cosa?»
«Che ci fermeremo.»
«Tu sei pazza!» Mattew la vide mentre nascondeva fra i seni una derringer. Non se ne intendeva di armi, anzi, provava ribrezzo al solo pensiero, ma conosceva la cosiddetta “pistola da borsetta” perché era un grande appassionato di film gialli e sapeva fosse l’arma preferita dalle signore. Poi, l’attenzione gli cadde sull’intera figura. La straniera a bordo della sua auto non era per niente alta, sfiorava il metro e sessanta, il fisico asciutto, indossava pantaloncini corti di jeans con il risvolto ampio e una canotta nera. Sbirciava la strada di soppiatto dai finestrini laterali e dal lunotto posteriore, senza farsi scorgere dagli altri guidatori, come se si volesse accertare che nessuno la seguisse. Infine, per la prima volta, Mattew notò che in grembo teneva una custodia dalla forma rettangolare, grande poco più di un palmo, di colore grigio topo.
«Che cos’è quello?»
Sarah strinse l’oggetto a sé, fulminandolo con uno sguardo che rimbalzò nel riverbero dello specchio:
«Non ti riguarda! Pensa a guidare!»
Mattew Stewart tornò con l’attenzione sulla strada, stritolando con rabbia il volante dell’auto. Era in una situazione pessima, non sapeva come ma doveva trovare un modo per tirarsene fuori al più presto. Il cartello stradale sotto il quale stava passando informava i viaggiatori che tra cinquecento metri ci sarebbe stato lo svincolo per Houston, forse in una grande città avrebbe trovato il modo di allarmare qualcuno e chiamare la polizia. Ma, quasi che Sarah l’avesse letto nel pensiero, lo ammonì, ordinandogli di restare sulla I-30 E, evitando così di viaggiare sulle arterie principali. Mattew fece per controbattere, voleva comunque ricordarle che presto o tardi avrebbe avuto bisogno di una sosta per mangiare e andare in bagno – funzioni fisiologiche – o fare il pieno di gasolio. Avrebbe potuto accompagnarla all’aeroporto più vicino, se il suo intento era arrivare a Washington in un batter d’occhio. La sconosciuta non lo degnò neanche di uno sguardo, restando in silenzio. Matt si stava chiedendo quale fosse il suo segreto, cosa nascondeva nella custodia grigio scuro che stringeva al petto con tanto ardore, da dove fosse sbucata fuori, quando un furgoncino bianco, con la scritta “CARWASH” a caratteri cubitali sulle fiancate, li affiancò, percorrendo qualche metro in parallelo.
«Ehi, ma che vogliono questi?!» Fece lui, accorgendosi che i tre uomini all’interno del veicolo bianco li stavano osservando con interesse. All’improvviso, quello vicino al finestrino mise fuori il muso di un fucile a doppia canna e prese la mira.
«Cazzo!» Sarah si sporse in avanti e prontamente estrasse la propria pistola, sparando un paio di colpi prima che potesse farlo l’altro. La Ford sbandò, ma di nuovo Mattew riuscì a tenerla in carreggiata, evitando di schiantarsi contro il guardrail. «Accelera, Rosso! Schiaccia quel cazzo di pedale!»
Il ragazzo eseguì, l’adrenalina gli faceva pulsare le tempie. Ebbe l’impressione che improvvisamente i colori fossero più forti, i sensi acuiti all’ennesima potenza. Sarah tornò sui sedili posteriori, guardando il furgoncino bianco che intanto perdeva terreno. Erano salvi, per ora.
«Adesso tu mi spieghi chi cazzo sei o giuro ti lascio sulla prima piazzola di sosta!»
«Non posso, scusa» Sarah teneva ancora d’occhio l’altro mezzo, sperava di avere un vantaggio maggiore ma si era sbagliata. Quelli si erano ripresi subito e gli stavano alle calcagna. Avrebbe dovuto mirare alle ruote, ma la distanza era troppo ravvicinata e non poteva rischiare di perdere tempo, l’uomo sul furgone era pronto a sparare.
«Che cosa significa “non posso”? Mi hanno appena puntato un fucile in faccia, senza contare che sei stata per mezz’ora con la pistola contro la mia nuca, una pistola carica tra l’altro, e non avrei neanche il diritto di sapere in che guaio mi hai ficcato?!»
«Sei sordo? Ti ho detto che non posso dirti nulla!» Il furgoncino con la scritta “CARWASH” stava recuperando sensibilmente terreno, Sarah diede un paio di pacche sulla spalla di Matt incitandolo ad accelerare. Mattew le rispose che la macchina non poteva fare di più, era una Ford Focus di qualche anno, non una Ferrari! Il furgone però li aveva raggiunti di nuovo e si accingeva a tamponarli. L’urto non fu così violento come si erano aspettati, forse perché il furgone non riusciva comunque a raggiungere la velocità dell’auto su cui viaggiavano Sarah e Mattew. Le altre macchine sfrecciavano nelle corsie libere, qualcuno suonando il clacson, altri completamente presi dai propri pensieri da filare dritto.
«Devi uscire dalla strada!» Gli ordinò Sarah.
«Cioè, dovrei buttarmi dal dirupo?»
«È l’unico modo per seminarli, o ci penseranno loro a-»
Uno dei tre uomini nel furgoncino sparò alla ruota posteriore destra con lo stesso fucile che pocanzi aveva puntato contro al volto di Mattew. La Focus questa volta sbandò malamente e per il guidatore fu decisamente un problema tenerla in carreggiata: prima virò tutto a sinistra, ma d’istinto Mattew sterzò a destra, schiantandosi sul guardrail e ritrovandosi a discendere una ripida scarpata. La botta fu tremenda, i tronchi, gli arbusti e il terreno accidentato fecero sobbalzare l’auto come fosse un giocattolino. Dopo un tempo che parve infinito, la Ford finalmente si fermò e per qualche secondo né Mattew né Sarah compresero bene cosa fosse successo.


