Star Trek Destiny Vol. XII:
La vendetta di Ahriman
La vendetta di Ahriman
LA DESTINY DOVEVA ESPLORARE IL MULTIVERSO,
MA QUALCOSA È ANDATO STORTO
E L’EQUIPAGGIO È STATO UCCISO.
ANNI DOPO, UNA BANDA DI CONTRABBANDIERI
HA ABBORDATO LA NAVE ALLA DERIVA,
VENENDO RISUCCHIATA NEL MULTIVERSO,
SENZA LE COORDINATE DI RITORNO.
AGLI AVVENTURIERI NON RESTA CHE
ESPLORARE UNA REALTÁ DOPO L’ALTRA,
IN CERCA D’INDIZI SULLA VIA DI CASA,
MENTRE CERCANO DI RISCOPRIRE IN LORO
QUELLO SPIRITO CHE CREÓ LA FEDERAZIONE...
MA QUALCOSA È ANDATO STORTO
E L’EQUIPAGGIO È STATO UCCISO.
ANNI DOPO, UNA BANDA DI CONTRABBANDIERI
HA ABBORDATO LA NAVE ALLA DERIVA,
VENENDO RISUCCHIATA NEL MULTIVERSO,
SENZA LE COORDINATE DI RITORNO.
AGLI AVVENTURIERI NON RESTA CHE
ESPLORARE UNA REALTÁ DOPO L’ALTRA,
IN CERCA D’INDIZI SULLA VIA DI CASA,
MENTRE CERCANO DI RISCOPRIRE IN LORO
QUELLO SPIRITO CHE CREÓ LA FEDERAZIONE...
“Guai a quelli che chiamano bene il male e male il bene,
che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre,
che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”.
Isaia 5:20
-Prologo:
Data: 510 a.C.
Luogo: tribunale di Ra
I Goa’uld erano gli dèi. Loro stabilivano le leggi.
I Jaffa erano i soldati. Loro facevano rispettare le leggi.
Gli Umani erano i lavoratori e gli schiavi. Loro potevano dirsi fortunati se sopravvivevano alle leggi.
Così era stato negli ultimi ottomila anni, su gran parte della Via Lattea. E tutto lasciava intendere che l’ordine sarebbe rimasto immutato ancora a lungo. Su innumerevoli mondi, come Abydos e Chulak, i discendenti degli Umani prelevati dalla Terra erano tenuti in condizione d’ignoranza e asservimento, così che lavorassero per i padroni alieni, ad esempio estraendo il prezioso minerale naquadah. Persino il loro livello tecnologico era volutamente tenuto basso, e la storia delle loro origini terrestri era nascosta, affinché non potessero mai ribellarsi. Al resto pensavano i Jaffa, Umani geneticamente modificati per servire i Goa’uld, sia combattendo per loro, sia albergando le loro larve fino alla maturazione. Tanto i Jaffa che gli Umani non modificati erano convinti che i Goa’uld fossero dèi, da adorare e temere in ugual misura. Dopotutto erano i Goa’uld ad amministrare la rete di stargate, che consentiva trasferimenti istantanei da un mondo all’altro in tutta la Galassia. Ed erano sempre loro a comandare le grandi astronavi a forma di piramide che, malgrado gli stargate, erano ancora necessarie per mantenere la supremazia militare.
Ma anche tra gli dèi esistevano gerarchie. I Goa’uld minori avevano incarichi burocratici e scientifici. Alcuni comandavano le truppe Jaffa o agivano da spie, infiltrandosi presso altri popoli. Sopra di loro c’erano i Signori del Sistema, grandi feudatari che controllavano interi pianeti. Talvolta si riunivano in assemblea per risolvere le dispute o affrontare problemi comuni; ma spesso e volentieri erano gli scontri fra truppe Jaffa a sancire il vincitore. Infine, sopra tutto e tutti vi era Ra, il Supremo Signore, che presiedeva l’assemblea. Ra, che era venerato come un dio nell’Antico Egitto prima che una ribellione seppellisse lo stargate. Ra, che era tuttora venerato in gran parte della Via Lattea.
Il dominio di Ra, tuttavia, non era incontrastato. Ogni tanto qualche Signore del Sistema si levava, contendendogli il primato. Anubis, Sokar... in molti avevano tentato di strappargli la supremazia. E ora qualcun altro c’era andato pericolosamente vicino. Ma dopo interminabili stragi anche lui era stato sconfitto, con l’astuzia dei Goa’uld e il pugno di ferro dei Jaffa. E ora il tribunale di Ra doveva giudicarlo per i suoi misfatti.
Ra in persona presiedeva l’assemblea, il volto celato dall’impassibile maschera aurea. Tutt’attorno erano radunati i Signori del Sistema, giunti da ogni angolo della Galassia per assistere alla condanna. Ogni Goa’uld era assiso sul suo scranno, disposti a semicerchio nell’ampio salone illuminato dai bracieri. A vederli sembravano Umani, abbigliati con vesti sontuose e sovraccarichi di gioielli; ma era un’illusione. Per i Goa’uld, infatti, il corpo umano era un vestito e un ornamento. Un modo con cui la loro specie parassitica e schiavista poteva agire in modo più efficiente. I Goa’uld, quelli veri, erano parassiti simili a serpenti che si annidavano nel collo delle vittime umane, assumendo il controllo del sistema nervoso e muovendole come marionette. Questo valeva per tutti i Goa’uld, salvo una piccola frangia di contestatori detti Tok’ra, che vivevano in simbiosi coi propri ospiti, senza annullarne la volontà. Ma non erano ammessi Tok’ra in quel tribunale.
«Portate avanti il prigioniero!» ordinò Ra nella lingua dei Goa’uld, da cui era derivata quella dell’Antico Egitto. Subito si fece silenzio in aula. I Signori del Sistema volsero gli sguardi all’ingresso. Da lì giunsero le Guardie Horus, la scorta personale di Ra. I loro volti erano coperti da elaborati elmi, con maschere che ricordavano musi di rapace. Batterono il pavimento coi Ma’Tok, le lance a energia. E spinsero in avanti il prigioniero, colui che aveva osato sfidare gli dèi.
«Ecco Ahriman, figlio di Zurvan!» annunciò il capo delle guardie.
Ahriman, il più spietato e depravato della sua specie, si fece avanti. I più avveduti tra i mortali lo chiamavano il Signore delle Menzogne. Aveva le mani incatenate dietro la schiena e sul suo volto c’erano alcune cicatrici, segno delle recenti torture a cui era stato sottoposto. Eppure camminava a schiena dritta, guardandosi attorno con un sorrisetto di divertita superiorità. Il suo ospite umano era in effetti un uomo imponente, tanto da sovrastare tutti gli altri. D’etnia caucasica, aveva lineamenti marcati, con profondi occhi scuri e lunghi capelli neri che ricadevano sulla schiena. A differenza degli altri Goa’uld, pesantemente ornati, Ahriman vestiva poveramente, data la sua condizione di prigioniero. Ma quando fu al centro del semicerchio li apostrofò in tono sprezzante.
«Bene, bene... vedo che ci siete proprio tutti. Ra naturalmente non poteva mancare... anche se mi chiedo se ci sia davvero lui, sotto quel ridicolo mascherone. E poi i Signori del Sistema, grandi e piccoli!» ridacchiò Ahriman. D’un tratto i suoi occhi ebbero un bagliore rossastro – diverso da quello bianco o giallo dei Goa’uld – e la sua voce si fece cavernosa. «Vi siete radunati per me... e sebbene sia in catene, continuate a temermi!» disse.
«Silenzio!» intimò Ra. «Qui nessuno ti ha mai temuto. A maggior ragione ora che le tue armate sono disfatte e i tuoi servi sono morti o in catene. Ma se vuoi vedermi in faccia... eccoti accontentato». Così dicendo ritrasse la maschera aurea, facendola ripiegare nel collare. E mostrò il suo volto efebico, da adolescente. Non era invecchiato da quando Ra ne aveva preso possesso, ottomila anni prima: il sarcofago Goa’uld lo ringiovaniva periodicamente. Tutti loro, in effetti, mostravano l’età anagrafica che desideravano. C’era chi preferiva l’inquietante grazia dell’adolescenza, come Ra, e chi invece il cipiglio autoritario della vecchiaia, come Cronus. La maggior parte stava nel mezzo.
«Ra, vecchio mio, ti sei appena rifatto il lifting!» lo derise Ahriman. «E allora cos’è questo odore di mummia che appesta l’ambiente? Qualcuno ha problemi col sarcofago?».
«Taci, insolente! O ti farò cucire le labbra!» minacciò Ra, adottando anche lui la voce cavernosa dei Goa’uld. I suoi occhi scintillarono di bianco per la collera. «Sei stato tratto al nostro cospetto per essere giudicato. I tuoi crimini sono troppi per essere elencati, e del resto sono tristemente noti a noi tutti. Dirò solo che hai tradito la nostra fiducia, cospirando nel folle tentativo di detronizzarmi. Così facendo hai trascinato altri di noi nella tua rovina». Rivolse uno sguardo malinconico a uno dei seggi più preminenti, ornato con una stella a otto punte. Era vuoto.
«Non avevo altra scelta!» si giustificò il Signore delle Menzogne. «Sono millenni che la nostra società ristagna. Abbiamo raggiunto una condizione che pareva soddisfacente e ci siamo adagiati lì, senza tentare nulla di nuovo. Abbiamo persino tenuto gran parte dei nostri sudditi in una condizione pre-industriale... grosso errore! Così ci sono di poca o nulla utilità. E mentre noi ci decomponiamo, il resto del cosmo progredisce. Nuovi poteri stanno sorgendo... prima di quanto crediate vi disputeranno il controllo della Galassia. Credete di resistere solo perché finora nessuno vi ha sfidati?! Quando le razze più giovani e dinamiche entreranno in gioco, vi spazzeranno via. C’è una sola via di salvezza: dobbiamo rinnovarci, come il serpente che muta pelle. Sapete che è la verità» disse, osservando i Signori del Sistema. «Beh, nessuno dice niente?! Nirrti... tu sei tra i pochi a fare ancora ricerca scientifica. Avanti, di’ che ho ragione!» la esortò.
Ma Nirrti chinò il capo, quasi nascondendosi nelle sue elaborate vesti in stile indù. Quali che fossero le sue opinioni, non poteva appoggiare Ahriman nel momento della sua condanna. Il momento in cui Ra riaffermava la sua assoluta autorità. Più avanti, forse...
«Le tue parole sono come ronzio di mosche alle nostre orecchie!» esclamò Ra, infastidito. «Ma complottare contro di me non ti è bastato. Quando ti sei visto scoperto, hai scatenato una scellerata guerra civile, aizzando i nostri schiavi alla ribellione e decimando i nostri fedeli Jaffa. Hai persino seguito le orme di Anubis, cercando il segreto dell’Ascensione» s’incupì. Quello sì che era pericoloso... trascendere la materia, assurgere a puro pensiero. Diventare realmente ciò che i Goa’uld fingevano d’essere.
«Cercato? Io l’ho trovato!» si gloriò il Signore delle Menzogne. «Sono diventato ciò che tutti voi avreste potuto essere, e invece non sarete mai, per la vostra ristrettezza mentale. Sono diventato pari agli Ori: un vero dio, non un patetico prestigiatore come voi!».
Al cenno di Ra, il capo delle Guardie Horus lo colpì con violenza dietro le ginocchia, usando l’asta della lancia. In tal modo lo fece cadere inginocchiato, strappandogli un breve lamento. I Signori del Sistema ridacchiarono alla vista della sua fragilità.
«Per essere Asceso, sei alquanto vulnerabile!» infierì Ba’al, sporgendosi dal suo scranno.
«E va bene... sono mezzo Asceso» ammise Ahriman, mordendosi il labbro. «Ma proprio per questo non potete uccidermi. Perché se ci provate, non farete altro che uccidere la mia metà mortale. E libererete l’altra metà, quella indistruttibile. Allora non ci saranno più catene in grado di trattenermi. E voi non avrete alcun rifugio in cui nascondervi dalla mia collera!» minacciò.
«Sta mentendo!» insorse Apophis, alzandosi di scatto. «Non credere alle sue parole, fratello mio!» si rivolse a Ra. «Egli non è forse il Signore delle Menzogne? Quante volte, in battaglia, ha cercato d’ingannarci? Ma non siamo caduti nei suoi tranelli. Dovremmo farlo ora che le sue truppe sono schiacciate, e l’unica arma che gli resta è la sua lingua velenosa?!».
«No di certo» convenne Heru’ur, appoggiandolo. «Ascoltami, padre Ra. Per tutto il conflitto non abbiamo trovato prove convincenti che costui sia Asceso, anche solo per metà. Il suo è un patetico tentativo di non farsi giustiziare. Ma i grandi re non si lasciano ingannare dai traditori che hanno sconfitto. Uccidilo, com’è giusto e urgente che sia! Solo così ristabiliremo pace e ordine!».
«Pace e ordine; di questo abbiamo bisogno» convenne Ra. Fece segno ai parenti di risedersi, cosa che essi fecero malvolentieri. «Tra poco emanerò la mia sentenza, ma prima voglio sentire le vostre voci. Tutte quante!» si rivolse al vasto auditorio. «Ditemi, ritenete che Ahriman sia colpevole o innocente dei suoi capi d’accusa?» domandò. Non era tanto un modo per dar voce a eventuali dissidenti, quanto piuttosto per costringere tutti ad accettare la sua autorità.
«Colpevole!» sentenziò Apophis.
«Colpevole!» convenne Heru’ur.
«Colpevole!» gli fece eco Ba’al.
E «Colpevole!» ripeterono uno dopo l’altro tutti i presenti, dai Signori dei Sistema fino ai Goa’uld minori. Quando anche l’ultimo si fu espresso, Ra sorrise compiaciuto. E tornò a fissare il suo avversario. «Come vedi, può esserci un solo Ra» disse con la sua voce di fanciullo.
«Per adesso» ammise Ahriman, fissandolo con sguardo velenoso. Si rialzò, ignorando il dolore alle gambe.
«Ora e sempre» ribadì Ra. Dopo di che si alzò dal trono, levando le braccia con un gesto imperioso. «Siate testimoni, tutti quanti! Io, Ra, emetto il mio verdetto inappellabile nei confronti del traditore Ahriman. E il verdetto è: colpevole!». La sua voce risuonò come un colpo di frusta nel salone.
Il Signore delle Menzogne fissò il pavimento, i lineamenti duri come granito. Sapeva che sarebbe stato condannato; l’unico dubbio riguardava il come.
«Ora dunque non resta che stabilire la pena» proseguì Ra. «Alcuni di voi hanno proposto la morte, che sarebbe certo appropriata per i suoi crimini. Ma se uccidessimo questo rinnegato, ecco che ne faremmo un martire per quanti ancora lo seguono. Dobbiamo invece far comprendere che egli non ha alcun potere».
Così dicendo, si rivolse all’interessato. «Io non ti ucciderò, Signore delle Menzogne. Farò di peggio: ucciderò la tua leggenda. Ahriman, figlio di Zurvan, io ti condanno alla prigionia e al tormento eterno sul pianeta Gehenna. Sarai torturato ogni giorno, e durante la notte verrai guarito col sarcofago, così che la tua agonia non abbia fine. E i tuoi seguaci potranno constatare la tua assoluta impotenza nel liberarti. Questo è il supplizio per chi sfida gli dèi... per chi sfida me» sentenziò.
Gli occhi di Ahriman lampeggiarono di rosso, come se in lui ribollissero davvero le potenze dell’Inferno. «Questa non è giustizia, ma paura! Hai più paura tu nell’emanare questa sentenza che io nell’udirla! Temi che io abbia davvero intrapreso il cammino dell’Ascensione, e che la porterò a compimento. E fai bene! Un giorno mi libererò e avrò la mia vendetta! Mi vendicherò di tutti voi, vecchie mummie assise su troni d’oro! Sempre che per allora le mie previsioni non si siano già avverate, e siano stati i vostri sudditi a fare piazza pulita!» ringhiò.
«Portatelo via» fece Ra, tornando a sedersi. «Anzi, no, aspettate. Voglio che prima assista alla sentenza della sua complice» aggiunse, con una smorfia crudele.
A quelle parole, Ahriman lo fissò con un’incredulità che andava oltre l’odio. «Non osare farle del male...» sussurrò. «Sono io il tuo nemico, il responsabile di tutto. Lei non ha colpa, tranne che aver creduto alle mie menzogne».
«Una colpa sufficiente per essere giudicata in questa sede» ribatté il signore dei Goa’uld, impassibile. «Portatela al mio cospetto!» ordinò.
Ci fu agitazione in fondo al salone. Le Guardie Horus si fecero da parte, trascinando con sé Ahriman incatenato. Nello spazio centrale, così liberato, avanzò un secondo drappello di guardie Jaffa. Queste avevano elmi che richiamavano il muso canino degli sciacalli. Con le loro lance tenevano sotto tiro una prigioniera, anch’essa con le mani legate dietro la schiena.
Era una splendida donna, dal portamento altero e regale nonostante le sue misere condizioni. Vestiva secondo la foggia dell’antica Mesopotamia, sebbene la corona e i gioielli le fossero stati strappati al momento della cattura. Anche le vesti preziose erano lacerate in più punti, dato che i Jaffa avevano strappato gli ori e le gemme che vi erano intessuti. I serici capelli neri, lunghi fino alle spalle, erano scarmigliati. Almeno non c’erano graffi o lividi sul suo bel corpo, segno che non aveva subìto ulteriori violenze. Anche così, Ahriman ebbe un tuffo al cuore nel vederla.
«Ecco Astarte, figlia di Anum!» proclamò il capo-plotone, la voce tonante sotto la maschera da sciacallo.
«Mia adorata, che ti hanno fatto?!» ringhiò Ahriman. Tese i muscoli allo spasimo, ma nemmeno la sua gran forza poteva spezzare le catene di naquadah che lo avvincevano.
«Nulla d’intollerabile... finché penso a te, e ai nostri giorni felici» rispose Astarte, guardandolo con incrollabile amore. Aveva occhi grigi, enfatizzati da una linea di bistro. Occhi nei quali anche un dio poteva perdersi. Mantenne il contegno, come si addiceva a una regina, per quanto decaduta. Ma non poté evitare che una singola lacrima le brillasse nell’angolo dell’occhio e scendesse a rigarle il bel volto. Dopo di che fu costretta a farsi più avanti, pungolata dalle guardie, finché giunse di fronte a Ra. Questi la osservò a lungo, con rimpianto.
«Beh, eccoti qui» sospirò il Signore dei Goa’uld. «Tu che eri la Regina dei Cieli, ora sei solo un’altra galeotta. Ci mancheranno il tuo sorriso, la tua bontà, la tua misericordia. Sì, ci mancherai molto» disse, alludendo al trono vuoto, quello con la stella a otto punte.
«Preferisco fare la galeotta con Ahriman, che la Regina dei Cieli con voi!» disse Astarte, sputando le parole come pezzi di ghiaccio. «Ha ragione lui: siete diventati delle mummie, degli idoli senz’anima. Quando cadrete, la vostra fine sarà così rapida che tutti si chiederanno come avete fatto a durare tanto».
«Affascinante, fino all’ultimo!» ironizzò Ra. «Ma stavolta non te la caverai con poco. Ti sei lasciata sedurre dal Signore delle Menzogne, tanto da lasciare il tuo legittimo sposo Ba’al. Hai partecipato alle malefatte di Ahriman...».
«Ho solo liberato i vostri schiavi!» proclamò Astarte con fervore.
«...quindi meriti una condanna analoga» concluse Ra.
«Vuoi condannarmi alla Gehenna, non è così?!» rabbrividì Astarte. Temeva il ferro, il fuoco e gli altri orrori che si raccontavano di quel posto. «Ebbene, che sia! Il mio sollievo è stare con colui che amo, non tra voi morti viventi!» disse stoicamente. In realtà non era affatto certa d’avere una tale forza d’animo. Ma al momento poteva solo conservare quel poco di dignità che le restava, e non tremare davanti agli aguzzini. Sapeva che implorare non li avrebbe mossi a pietà.
Udendo questo, Ba’al scosse la testa. Astarte evitò d’incontrare il suo sguardo. Non si erano lasciati bene, e ormai non avevano più nulla da dirsi.
«E ancora mi sfidi» constatò Ra. «Sì, meriti una punizione esemplare... quindi non andrai alla Gehenna».
«Cosa?!» fece Astarte, colta di sorpresa.
«Mi hai udito. Se v’imprigionassi assieme, avreste pur sempre il conforto della reciproca vicinanza. Io non vi darò questo conforto. Non lo meritate» infierì Ra, con un sorriso crudele. «Pertanto decreto che siate divisi per sempre. Ahriman andrà alla Gehenna, come ho detto. Tu invece andrai... da un’altra parte». Non disse dove, per evitare che Ahriman – se fosse realmente evaso – potesse ritrovarla.
«Non è tutto» proseguì Ra, implacabile. «Sei sempre stata la più vanitosa fra noi. Sempre intenta a farti bella, in quel corpo umano che non è nemmeno il tuo. Hai dimenticato cosa sei... cosa siamo realmente. Quindi la tua pena deve ricordartelo. Sarai privata del corpo... quel bel corpo di cui vai tanto fiera. Esso sarà incenerito, non lo riavrai mai più. Quanto a te, sarai rinchiusa in un’urna per tremila anni, prima che il tuo caso sia ridiscusso. Allora sarai riportata al nostro cospetto, e vedremo se rinnegherai il Signore delle Menzogne. Sempre che per allora noi “idoli senz’anima” siamo ancora vivi, s’intende. Se dovessimo cadere prima d’allora, ecco che la tua prigionia diverrà eterna. Quindi ti conviene sperare d’esserti sbagliata, e che il nostro dominio rimanga incontrastato!» concluse, con un sorriso perfido.
Astarte vacillò, in preda all’orrore. Credeva d’essere pronta a tutto... che sciocca. Avrebbe dovuto sapere che Ra e gli altri erano maestri nell’infliggere tormenti. L’idea di passare tremila anni sepolta viva, con la sola speranza che i suoi aguzzini fossero ancora al potere... oh, sarebbe ammattita molto prima d’allora. A quel pensiero, fece ciò che si era promessa di non fare mai: umiliarsi a chiedere perdono.
«Volete davvero privarvi di me, che fui con voi fin dal principio, quando scoprimmo la Terra?» mormorò, trattenendo a stento le lacrime. Osservò i Signori del Sistema uno dopo l’altro, alla disperata ricerca di una faccia amica. Qualcuno che potesse impetrare la grazia per lei. Ed ecco la candidata migliore: una donna dai capelli ricci e neri, il viso seminascosto da una maschera e l’abito con un motivo a piume di corvo.
«Aset! Tu sei sempre stata la mia migliore amica, da ancor prima che vestissimo questi corpi» disse Astarte. «Come me, sei sempre stata benevola nei confronti degli Umani. Abbiamo condiviso così tante idee, così tante esperienze! Se questo ha significato qualcosa per te... com’è stato per me... dimostralo adesso. Intercedi per me, salvami da questa morte vivente!» implorò.
Ma Aset fissò il pavimento, imbarazzata. Non poteva esporsi così tanto per chi era già stata condannata. «Mi dispiace, amica mia» mormorò. «La nostra amicizia è stata importante, non lo nego. Ma quando ti sei schierata con Ahriman, ci hai traditi tutti. Compresa me. Non posso aggrapparmi a un’amicizia che tu per prima hai reciso, e che ora rivendichi solo perché ti serve il mio aiuto. Non è così che funziona» sussurrò, addolorata.
Per Astarte fu un colpo al cuore. Il suo sguardo percorse il semicerchio, fino ad appuntarsi su un’altra figura familiare. Costei indossava un’armatura di superba fattura, con tanto d’elmo, da cui uscivano lunghi capelli ramati. I suoi occhi glauchi ricambiarono lo sguardo, mentre carezzava la sua inseparabile mascotte: una civetta.
Stavolta le labbra di Astarte s’incresparono, al ricordo d’antichi torti subiti. Ma non era quello il momento per rivangarli. Ora non era che una supplice. «Sorella Ereshkigal, ascoltami, ti prego!» implorò, usando il suo antico nome sumero, ormai desueto. «So che abbiamo avuto i nostri dissapori, come sovente accade tra sorelle. Ma ti ho sempre rispettata, e credo d’averlo dimostrato in più di un’occasione. La tua parola ha gran peso in questo consiglio... perciò ti chiedo di spenderne qualcuna per me. Non pretendo d’essere perdonata, ma almeno non dividetemi dal mio amato!» supplicò.
Ereshkigal la fissò per qualche attimo, imperscrutabile. Intanto continuava meccanicamente a carezzare la civetta, che tubò compiaciuta. «Spiacente, sorella Inanna» disse infine, ricorrendo anche lei al vecchio nome sumero. «Tu e Ahriman avete quasi distrutto un ordine che abbiamo impiegato millenni a edificare. Avete violato le leggi che ci hanno uniti per tutto questo tempo. E per cosa, poi? No, non parlarmi di liberazione degli schiavi e di progresso» la prevenne. «Voi lo avete fatto perché, pur avendo tutto ciò che si può desiderare, ancora non vi bastava. Volevate scalzare Ra e prendere il suo posto. Se ci foste riusciti, vi sareste sbarazzati anche di me, la sua consigliera strategica. Quindi ora non aspettarti che ti estragga dal baratro in cui la tua hybris ti ha gettata» disse severamente.
La hybris, l’orgoglio che accecava i mortali, e talvolta anche gli dèi...
«Che tu sia dannata, ingrata sorella! Ora e per sempre!» sibilò Astarte, ritrovando l’antica collera. Per tutta risposta, Ereshkigal continuò a fissarla di sbieco e a vezzeggiare la sua nottola.
Ormai Astarte non sapeva più a chi rivolgersi. Disperata, passò lo sguardo oltre Ra e i suoi biechi parenti, percorrendo l’altro lato del semicerchio. Superò il suo seggio vacante e si appuntò su quello adiacente, dove sedeva una vecchia conoscenza. «Ba’al, mio sposo» mormorò con un groppo in gola. «Anche se il nostro tempo è finito, non puoi negare che sia stata una buona moglie...».
«Come no, sei stata eccellente. Non pensavo che si potesse godere tanto, prima di sposarti» fece Ba’al, sarcastico. Se ne stava seduto tutto sghembo, con una gamba sull’altra, sorreggendosi la testa con una mano. «Peccato che, nel momento decisivo, tu abbia buttato tutto alle ortiche per quello lì» aggiunse, scoccando un’occhiata di puro odio ad Ahriman. Non c’era da stupirsi che, durante la guerra, Ba’al fosse stato un suo accanito oppositore. E dire che, sotto molti aspetti, si somigliavano: entrambi percepivano la decadenza della loro civiltà e avevano una mentalità più elastica degli altri. Ma nel momento in cui aveva sedotto Astarte, Ahriman si era irrimediabilmente inimicato Ba’al. A ben vedere, era stato il suo errore più grosso.
«Suvvia, caro... lo sai che è la mia natura. In fondo sono la dea dell’amore! Mi ameresti altrettanto, se fossi diversa?» chiese Astarte, con la voce suadente che in altre occasioni le era valsa ciò che voleva. Ma questa non era una circostanza come un’altra.
«Credo che una parte di me ti amerà sempre, “cara”, malgrado i tuoi facili costumi» ammise Ba’al. «Amo la tua passione, il tuo coraggio... anche la tua faccia tosta e i tuoi sotterfugi. Ma resta il fatto che mi hai rimpiazzato; quindi non avertene a male se io ho fatto altrettanto. Saluta la nuova Regina dei Cieli!» esclamò, facendole segno d’avvicinarsi.
Ci fu movimento tra i Goa’uld minori ammassati ai margini. Una di loro si fece avanti, altezzosa nella sua tenuta da parvenu. Si affiancò a Ba’al, sedendo senza vergogna sullo scranno appartenuto ad Astarte. Gli porse la mano, che lui si portò alle labbra, e gli sorrise vezzosa. Poi accavallò le gambe e fissò la rivale con aria di sfida.
Astarte la guardò incredula, riconoscendola come una vassalla d’infimo rango e di dubbia fama. «Qetesh?! Di tutte le viscide serpi...» s’interruppe, rivolgendosi di nuovo a Ba’al. «Ti sei preso una sgualdrina come sposa?!» protestò.
«Ormai ci sono abituato, amore mio» ironizzò Ba’al. «Almeno questa avrà sotto gli occhi l’esempio di cosa accade a chi mi rinnega. Spero che ciò la renderà più saggia» ammonì.
«Ma certo, mio adorato!» trillò Qetesh. Poi apostrofò la rivale: «Rassegnati, cocca, ormai sei fuori dai giochi. Hai scelto Ahriman, e lui ti ha trascinata dalle stelle alle stalle. Io invece ho scelto Ba’al, e ho fatto l’inverso. C’è una giustizia poetica in tutto questo. Faremo aggiornare gli inni sulla tua discesa agli Inferi, che ne dici?» infierì.
«Tu!» gridò Astarte, fuori di sé dalla stizza. Cercò di lanciarsi contro Qetesh, sebbene non avrebbe potuto farle granché, avendo ancora le mani legate dietro la schiena. In ogni caso le Guardie Sciacallo la trattennero, impedendole di mettersi ulteriormente in ridicolo.
«Basta così» disse Ra, che aveva osservato l’alterco con vago divertimento. «Le mie sentenze sono emanate, e sono irrevocabili. Così sia scritto, così sia fatto!» ordinò, e batté forte le mani.
A quel comando, i Jaffa agguantarono i prigionieri e li trascinarono via, sebbene questi urlassero e si dimenassero. Le Guardie Horus trascinavano Ahriman, mentre le Guardie Sciacallo si occupavano di Astarte. Li avrebbero condotti su pianeti diversi, tramite gli stargate, così che non potessero vedersi mai più. Il dramma si consumò sotto gli occhi dei Signori del Sistema: alcuni impassibili, altri malignamente divertiti.
«Non ti dimenticherò, amore mio! Il nostro legame è più forte d’ogni condanna, più forte del tempo!» gridò Astarte, gli occhi annebbiati dalle lacrime.
«Mia adorata, ti prometto che questa non è la fine! Un giorno mi libererò... spezzerò ogni catena, abbatterò ogni muro. E allora ti troverò, verrò a salvarti! Io e te saremo di nuovo uniti, lo giuro!» tuonò Ahriman, dibattendosi con tale foga che le guardie stentarono a trattenerlo.
«Ti credo, amore mio! Aspetterò quel giorno, ci volessero diecimila anni!» singhiozzò Astarte. L’attimo dopo fu trascinata oltre la soglia e scomparve alla vista.
Allora il Signore delle Menzogne, che era ancora nel salone per via della sua strenua resistenza, ruggì di rabbia animalesca. Poi si rivolse ai Goa’uld, con gli occhi che brillavano rossi e la voce che pareva salire dagli Inferi. «Attenti a voi... oggi avete vinto, ma avete solo ritardato l’inevitabile. Dèi o non dèi, voi cadrete! Siete solo ossa dannate, e anime dannate, e brucerete tra le fiamme dell’Inferno!» predisse.
Le Guardie Horus lo afferrarono più saldamente, riuscendo a trascinarlo via. Per lunghi momenti sul tribunale di Ra gravò il silenzio, per quella minaccia che sapeva di profezia. Infine la tensione si allentò. I Signori del Sistema si rilassarono sui loro troni.
«Bene... penso che d’ora in poi non sentiremo più parlare di quei due folli!» commentò Cronus in tono spavaldo.
«Non per i prossimi tremila anni, almeno» convenne Moloc.
«La seduta è tolta, potete andare» li congedò Ra. «Tornate ai vostri domini, risanate le ferite della guerra. I nostri eserciti devono tornare al massimo del potenziale. E cosa ancor più importante, i nostri sudditi devono continuare a credere in noi. Altrimenti...» lasciò in sospeso.
I Signori del Sistema annuirono e si accomiatarono uno dopo l’altro con brevi inchini. Lasciarono l’aula del tribunale e si recarono al vicino stargate, che li riportò ciascuno sul suo pianeta. Aset camminava a testa bassa, mentre Ba’al e Qetesh mostravano allegria. Anche Ereshkigal pareva soddisfatta d’essersi sbarazzata della famigerata sorella. Permise alla sua adorata civetta di svolazzare un po’ nel salone, infine la richiamò con un fischio e se ne andò tenendola al polso.
Congedate anche le guardie Jaffa, Ra rimase solo. Avrebbe dovuto sentirsi euforico, ma non era così. Le minacce di Ahriman gli echeggiavano nella mente come un sinistro presagio, fondendosi con le ultime parole che lui stesso aveva pronunciato. «I nostri sudditi devono continuare a credere in noi, altrimenti...».
«Altrimenti Ahriman e Astarte, chiusi nelle loro prigioni ctonie, potrebbero sopravvivere più a lungo di tutti noi» mormorò Ra. E allora fu percorso da un brivido, più consono a un mortale che a un dio.


