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Autore: Parmandil    07/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 1: L’inverno sta arrivando
Data Stellare 2615.047
Luogo: USS Destiny
 
   Seduto alla scrivania, nel suo ufficio, il Capitano Rivera era alle prese con una decisione difficile. Da quasi sei mesi la Destiny bazzicava nello stesso cosmo, senza più esplorare altre realtà in cerca della via di casa. Ciò era dovuto al fatto che, una volta tanto, avevano trovato un cosmo accogliente. L’Unione Planetaria, tanto simile alla loro Federazione, gli permetteva di commerciare nel suo spazio, combinando ottimi affari. Naturalmente c’erano anche lì dei pericoli, ma bastava restare tra i sistemi centrali dell’Unione per schivarne la maggior parte. L’equipaggio era soddisfatto; alcuni pensavano che la Destiny avrebbe messo radici in quella realtà.
   Questo era proprio ciò che Rivera voleva evitare. Lui infatti non si era mai rassegnato a passare il resto della vita in una realtà alternativa, per quanto ospitale. Aveva anche promesso a quanti avevano famiglia – come Irvik, l’Ingegnere Capo – di non lasciare nulla d’intentato per riportarli dai loro cari. E sapeva che più si trattenevano in quel cosmo, più sarebbe stato difficile lasciarlo. Non voleva vedere il giorno in cui tutti, lui compreso, avessero rinunciato alla speranza di tornare a casa. A peggiorare le cose, qualche mese prima il giovane Talyn – l’addetto a sensori e comunicazioni – aveva avuto un’inquietante precognizione. Aveva visto la Destiny precipitare su un pianeta ghiacciato. Se ciò si fosse verificato mentre erano ancora dispersi nel Multiverso, ecco che non sarebbero mai tornati. Il Capitano non voleva andare verso quell’epilogo, quindi bisognava riprendere l’esplorazione. Già, ma stavolta dove sarebbero andati? Ormai avevano spuntato gran parte della seconda lista, quella delle realtà mai esplorate dalla Federazione. Alcune li avevano messi alla prova in modi terribili. Rivera chiuse gli occhi, assalito dai ricordi.
   Sembrava ieri – invece erano quasi due anni – che avevano esplorato lo Spazio Fluido, il regno dei mostruosi Undine. Vi avevano trovato un intero sistema stellare, formato da mondi razziati dalle altre realtà. E sul pianeta Arena, un deserto di sabbia e rocce, i migliori combattenti del Multiverso erano costretti a battersi come gladiatori. Così, osservandoli e talvolta sfidandoli, gli Undine perfezionavano le loro tecnologie e strategie belliche. Anche Rivera era finito su quel mondo spietato, assieme all’Ufficiale Tattico Naskeel. Invece di combattere tutti quelli che incontravano, tuttavia, avevano cercato degli alleati, unendo le forze allo scopo di fuggire. Così avevano radunato una squadra di nove combattenti, compresi loro stessi. I Magnifici Nove, come li aveva battezzati ironicamente il Capitano. Una di loro purtroppo s’era rivelata un’Undine sotto mentite spoglie, che li aveva attaccati, costringendoli a ucciderla. Gli altri campioni invece erano rimasti fedeli all’impegno, battendosi lealmente contro le avversità del pianeta.
   Così, quando erano riusciti a tornare sulla Destiny, Rivera aveva mantenuto la promessa di riportarli a casa. Ciò significava accompagnare ciascuno nel suo Universo d’origine, e poi fino al suo pianeta natale, o in qualunque altro luogo preferisse. Era stato un compito impegnativo, che aveva richiesto mesi, anche perché Rivera non si accontentava di riportare ciascuno a casa. No, aveva sempre cercato di contattare le autorità locali, per avvertirle della minaccia Undine. Dopo ogni missione diplomatica si chiedeva se avesse fatto bene a procurare tanto allarme. Ma di recente gli Undine avevano invaso un mondo dell’Unione, il pacifico Xelaya. Se non fosse stato per l’ultima missione diplomatica di Rivera, la flotta dell’Unione sarebbe stata del tutto impreparata ad affrontarli. Questo se non altro gli aveva dimostrato che le sue ambasciate non erano tempo perso. Al contrario, erano indispensabili per far sì che ogni realtà approntasse le difese. E questo lo preoccupava... perché lui e la sua ciurma non avevano sempre avvertito le autorità locali.
   Quando avevano riportato Scorpion sul Battlestar Galactica, ad esempio, avevano convenuto di nascondere tutta la faccenda, per non far scoppiare il panico tra la sua gente, già abbastanza disastrata. E quando subito dopo avevano riportato Yo’rek, il soldato Jaffa, sul suo mondo natale di Chulak, beh... lì era andata anche peggio. In quel caso avrebbero voluto avvertire il governo; ma avevano clamorosamente fallito. Ogni volta che ci ripensava, il Capitano sentiva tornare l’irritazione.
   Era stata la loro prima missione diplomatica, prima che ci prendessero dimestichezza. A bordo avevano ancora gran parte dei Magnifici Nove, che scalpitavano per l’impazienza di tornare a casa. Giunti nel cosmo d’origine di Yo’rek – uno dei più interessanti, per via degli stargate – avevano raggiunto Chulak. Era uno dei mondi più preminenti della Nazione dei Jaffa Liberi, nata dalle ceneri del vecchio Impero Goa’uld. Gli avventurieri pensavano di poter contattare subito le autorità, ma le cose avevano preso una strana piega. Si erano trovati infatti in un clima d’agitazione, anzi d’isteria collettiva, per via delle tensioni crescenti con l’ultimo Signore dei Goa’uld. Come si chiamava, già? Il Capitano cercò di ricordarne il nome. Ah, sì... Ahriman.
   All’epoca Rivera non si era preoccupato d’approfondire la faccenda, essendo concentrato sulla sua missione. Del resto tutte le realtà d’origine dei Magnifici Nove erano sconvolte da qualche conflitto; altrimenti gli Undine non vi avrebbero trovato dei veterani con cui misurarsi. A Chulak però c’era una tale agitazione, un tal viavai d’astronavi, che gli avventurieri non erano riusciti a farsi ascoltare dal governo. Lo stesso Yo’rek non aveva sufficienti agganci, civili o militari, da sveltire i tempi della burocrazia. Non riuscendo a contattare le autorità Jaffa, gli avventurieri avevano provato con quelle terrestri. Avevano raggiunto la Terra, che seicento anni dopo la caduta dei Goa’uld era uno dei mondi più importanti della Via Lattea. Ma si erano trovati ingolfati in una burocrazia ancor più soffocante. Se in altre realtà l’arrivo della Destiny faceva scalpore, lì sembrava che nessuno avesse tempo per loro. Così i giorni passavano...
   Rivera aggrottò la fronte, ricordando quel periodo frustrante, fatto di brevi chiamate a funzionari di scarsa importanza. Le discussioni terminavano invariabilmente con un: «Restate in orbita, vi richiameremo», seguite dal silenzio. Ma forse era colpa loro: come avventurieri erano abituati a fare le cose alla spiccia. Non avevano ancora preso familiarità con l’arte della diplomazia. Se avessero avuto la pazienza d’aspettare, con ogni probabilità avrebbero ottenuto risultati. Ma i campioni di Arena erano così irrequieti, così impazienti d’avvertire la loro gente, che a un certo punto il Capitano si era arreso. Aveva preso da parte Yo’rek, chiedendogli se poteva completare la missione da solo, mentre loro riportavano gli altri a casa. Il Jaffa aveva risposto di sì, anche se ripensandoci, forse l’aveva detto solo per scaricargli la coscienza. Così lo avevano lasciato sulla Terra, presso l’ambasciata Jaffa, con la vaga promessa che prima o poi sarebbero tornati a controllare. E avevano ripreso il loro viaggio nel Multiverso.
   Erano passati diciotto mesi, e la Destiny non aveva mai fatto ritorno a quella realtà. Quasi tutti la consideravano un capitolo chiuso, tanto che nessuno ne accennava nelle riunioni. Prima erano dovuti tornare nello Spazio Fluido a recuperare la timoniera Shati, dispersa dopo la battaglia con gli Undine. Poi avevano riportato a casa gli ultimi campioni, stavolta compiendo le missioni diplomatiche. Dopo di che avevano visitato altre realtà promettenti, sempre avvertendo quanti incontravano. E poi, e poi... eccoli qui, a girarsi i pollici.
   Se ripensava al povero Yo’rek, e alla fretta con cui lo aveva lasciato, il Capitano si rendeva conto che non era stato affatto giusto con lui. I Jaffa avevano un forte senso dell’onore. Quand’era il momento di lottare su Arena, Yo’rek non aveva esitato: aveva persino affrontato l’Infiltratore Undine. Aveva fatto tutto ciò che Rivera gli aveva chiesto, e certo si aspettava in cambio la stessa lealtà. Confidava che il Capitano tornasse, se non altro per sincerarsi che le autorità fossero state avvertite. E allora cosa stava aspettando? Perché sprecare altri mesi, nei quali l’equipaggio si sarebbe solo impigrito?
   «Sì, è l’occasione giusta per riprendere a muoversi nel Multiverso» si disse Rivera. Non si aspettava d’incontrare grossi problemi. Del resto lui e gli altri non avevano più la fretta della prima volta; ora potevano affrontare i tempi della burocrazia. E avevano maturato abbastanza esperienza diplomatica da non commettere gli errori dei principianti. Sarebbe stata una missione di tutto riposo. E terminata quella avrebbero ripreso l’esplorazione vera e propria. Presa la decisione, il Capitano convocò la riunione tattica.
 
   «Tornare dai Jaffa?» fece la Comandante Losira, per nulla attirata dall’idea. «L’altra volta è stata una perdita di tempo. Non siamo riusciti a contattare le autorità, né a combinare buoni affari...».
   «Proprio per questo è ora di tornare» insisté il Capitano. «Non abbiamo più i Magnifici Nove che ci stanno col fiato sul collo. Ora possiamo fare le cose con calma, approfittando delle attese per combinare tutti gli affari che vorrai. Vedrete, sarà una passeggiata!» si rivolse a tutti i presenti.
   «Vuoi anche rintracciare Yo’rek, non è così?» indovinò Giely, medico di bordo nonché sua amata compagna.
   «Quando l’abbiamo lasciato, gli ho praticamente promesso che saremmo tornati a finire il lavoro» ammise Rivera. «Mi piacerebbe fargli sapere che abbiamo tenuto fede all’impegno».
   «Mi sembra giusto» approvò Irvik. «Così finalmente potrò studiare da vicino quei meravigliosi stargate! Pensate che stavolta me ne faranno tenere uno?!» chiese, come un bambino che ha messo gli occhi su un enorme giocattolo.
   «Ehm, la vedo un po’ difficile. Ce n’è solo uno per pianeta e sono molto sorvegliati. Comunque cercheremo d’ottenere tutte le informazioni disponibili» disse il Capitano.
   «Potrebbe essere vantaggioso, sempre che nel frattempo non sia divampato il conflitto con Ahriman» commentò Naskeel.
   «Sarà la prima cosa che appureremo» convenne Rivera. Sentì un nodo allo stomaco nel ricordare le fosche profezie di Talyn. Finora gli unici a cui il giovane le avesse confidate erano lui e Losira. Avevano deciso di non informare gli altri, per non deprimerli. Anche se forse era il momento di farlo, pensò il Capitano a disagio.
   «Io sono favorevole ad andare. Così finalmente vedrò quelle splendide astronavi di cui mi avete parlato!» disse Shati, tutta allegra.
   «Come, non... ah già, non c’eri l’altra volta» ricordò Losira.
   «Già, purtroppo non c’ero» s’incupì la Caitiana. All’epoca era ancora dispersa su Ferasa, nello Spazio Fluido. Aveva trascorso una quarantina di giorni su una versione alternativa, post-apocalittica, del suo mondo natale. Era stata l’esperienza più tremenda della sua vita: aveva dovuto unirsi a una banda di razziatori per sopravvivere. E verso la fine aveva lottato all’ultimo sangue con xenomorfi e cacciatori Yautja giunti da un’altra realtà. Dopo il suo ritorno era stata riservata su quei giorni: non ne aveva parlato neanche agli amici più stretti. Ma nel suo alloggio custodiva ancora la panoplia Yautja che aveva conquistato in battaglia. Ogni tanto la lucidava, chiedendosi – con un misto di timore e d’eccitazione – se sarebbe mai tornata a indossarla.
   «Ti rifarai del tempo perduto. Hanno delle tecnologie fantastiche in quella realtà. Stargate che uniscono intere galassie, teletrasporto ad anelli. Anche degli Zero Point Module che, se ci hanno detto il vero, producono energia illimitata estraendola dal vuoto» ricordò il Capitano.
   «Ecco un’altra cosa su cui metterei volentieri le mani» commentò Irvik, gli occhi luccicanti.
   «Io vorrei tanto vedere uno dei loro sarcofagi curativi» disse Giely. «Pare che possano ringiovanire l’organismo e persino rianimare chi è appena morto!».
   «Ringiovanire, eh? Ci farei un pensierino...» ammise Losira, che aveva appena compiuto 55 anni. In realtà non ne aveva ancora bisogno: la sua longevità Risiana le conferiva un aspetto giovanile.
   Gli avventurieri si scambiarono commenti. Erano quasi tutti favorevoli al ritorno, ora che ricordavano le meraviglie di cui avevano sentito parlare, ma che non erano riusciti a vedere – o a procurarsi – l’altra volta. Solo Talyn era taciturno. Se ne stava con le mani intrecciate, fissando la liscia superficie del tavolo.
   «Qualcosa non va? Credi che... non dovremmo andare?» chiese Rivera, turbato. Aveva imparato a fidarsi delle sue doti precognitive: li avevano salvati in parecchie occasioni.
   «Non spetta a me decidere, Capitano. Abbiamo valide ragioni per tornare in quella realtà. E il pericolo può attenderci lì come altrove. Non ho altro da aggiungere» disse il giovane, laconico.
   Rivera lo osservò con apprensione. Da quando l’El-Auriano si era fatto addestrare dai Viaggiatori, non era più lo stesso. Per un breve, esaltante periodo aveva pensato d’unirsi a quella congrega d’esseri straordinari, capaci d’attraversare spazio, tempo e realtà. Poi gli era toccata un’amara sorpresa: quelli non erano veri Viaggiatori. Erano solo degli apprendisti ribelli che volevano usare le maniere forti contro gli Undine. E invece di lì a poco s’erano lasciati attirare in trappola e massacrare dagli avversari, nonostante gli avvertimenti di Talyn. Così il giovane aveva lasciato i pochi superstiti, tornando sulla Destiny senza completare l’addestramento. Ma ormai era cambiato: poteva percepire la realtà in modi incomprensibili per i colleghi, e persino alterarla in certa misura. D’altro canto aveva abbandonato Ratri, la leader degli “eretici”, nonché grande amore della sua vita. Da allora Talyn era caduto in depressione, facendosi smunto e taciturno. Le sue visioni lo tormentavano: la caduta della Destiny, la rovina dell’equipaggio. Ratri gli aveva detto che le profezie erano ineluttabili, che proprio gli sforzi per evitarle potevano farle avverare, e questo gli toglieva il sonno. Se ogni tappa della Destiny rischiava d’essere l’ultima, che consigli poteva offrire al Capitano? Poteva solo sperare che non fosse ancora il momento, pur sapendo che presto o tardi sarebbe arrivato... e lui non aveva il potere d’impedirlo.
   «Muy bien» disse Rivera, malgrado il malumore di Talyn. «Allora è deciso... torneremo dagli stargate. Irvik, fa’ i preparativi. Partiremo domattina» stabilì.
 
   La notizia si diffuse rapidamente in tutta la nave. Alcuni furono seccati di lasciare quella realtà accogliente; ma il grosso della ciurma accettò senza protestare. Quelli che volevano tornare a casa erano lieti che ci si muovesse di nuovo, mentre i più opportunisti speravano in nuovi e migliori affari. Gli ingegneri si misero subito all’opera, preparando la Destiny per la complessa procedura di trasferimento.
   Quella sera Shati si recò in sala mensa, com’era sua abitudine. La timoniera infatti era un tipo socievole e non le piaceva mangiare sola nel suo alloggio. Sedette al tavolo con le sue migliori amiche, Losira e Giely. Un tempo cenavano spesso assieme, scambiandosi i pettegolezzi della giornata. Da quando Giely aveva iniziato a convivere col Capitano la si vedeva più di rado, in quanto la coppia tendeva a cenare nell’alloggio. Ma ogni tanto la Vorta passava ancora la serata con le amiche, sebbene non parlasse molto, essendo la più introversa delle tre.
   «Allora, ditemi un po’: com’è questa galassia degli stargate?» chiese Shati, aggredendo il suo piatto a base di pesce lesso.
   «È strana» rispose Losira. «Sotto certi aspetti somiglia alla nostra, ma per altri è l’opposto. Ci sono poche specie umanoidi, quasi tutte derivate dai fantomatici Antichi che crearono gli stargate, disseminandoli nel cosmo. Gli Antichi però sono praticamente estinti. Alcuni furono spazzati via da guerre e malattie mentre altri, se dobbiamo credere ai racconti, sarebbero ascesi a una condizione di puro pensiero. Di loro restano i manufatti, come gli stargate... o anche intere città come Atlantide».
   «Forte, burp» commentò Shati, la bocca piena di pesce. In realtà non riusciva minimamente a figurarsi un’esistenza immateriale. Le sembrava così... vacua. Noiosa.
   «Caduti gli Antichi, subentrarono i Goa’uld... schifosi parassiti simili a serpenti. Entrano nel collo degli umanoidi, si connettono al sistema nervoso e ne assumono il controllo» proseguì Losira, rabbrividendo al pensiero. Si passò istintivamente la mano sul collo, dicendosi che avrebbe preferito morire piuttosto che subire quella sorte.
   «Come i Parassiti Neurali con cui la Flotta Stellare ha avuto a che fare» notò Giely, evidenziando la strana somiglianza fra le due realtà.
   «Già, ma i Goa’uld allestirono una flotta da guerra e s’impadronirono di gran parte della Via Lattea» riprese Losira. «Grazie ai sarcofagi potevano allungarsi la vita praticamente all’infinito. Scoprirono la Terra e sottomisero gli Umani primitivi, parassitandoli e facendosi adorare come dèi. Li portarono attraverso gli stargate, disseminandoli nella Galassia e facendone i loro sudditi. Così li dominarono per millenni, tenendoli nell’arretratezza e nell’ignoranza del passato. Paradossalmente i Goa’uld persero il controllo della Terra dopo una rivolta, in cui lo stargate fu seppellito, ma non si dettero la pena di riconquistarla, dato che ormai gli Umani erano ovunque. Ne alterarono geneticamente alcuni ottenendo i Jaffa, che combattevano per loro e ospitavano persino le larve».
   «Ugh, questo è brutto» fece Shati, ingollando una sorsata di latte. Da quando aveva affrontato gli xenomorfi e i loro facehugger, odiava tutti i parassiti alieni. «Quei poveri Umani come ne sono usciti?» volle sapere.
   «Sembra che tutto sia cambiato circa seicento anni fa» spiegò Losira. «I Terrestri, entrati nell’era industriale, disseppellirono il loro stargate e lo rimisero in funzione. Scoprirono che era connesso a una fitta rete, ancora operativa, capace di condurli ovunque nella Via Lattea, e persino in altre galassie. Così cominciarono a esplorare il cosmo, e fatalmente si scontrarono coi Goa’uld. Dapprima ne furono surclassati... voglio dire, quei poveretti non avevano nemmeno astronavi per difendersi. Ma sembra che a quel punto i Goa’uld fossero in piena decadenza...».
   «Tipico delle specie che si prolungano la vita» commentò Giely. «Se gli stessi individui restano al potere per millenni, la società si cristallizza in rituali sempre più inutili. Non c’è creatività, non c’è progresso tecnologico e sociale. E nessuno riesce ad adattarsi alle nuove sfide. I Goa’uld poi avevano una struttura sociale di stampo feudale, molto antiquata, che favoriva gli scontri intestini. Dopo la morte di Ra, il loro sovrano, presero a combattersi l’un l’altro per la supremazia. Non riuscirono mai a far fronte comune contro i nuovi avversari».
   «Qualcosa del genere, sì» convenne Losira. «Fatto sta che nel giro di pochissimi anni i Terrestri riuscirono a procurarsi tanta di quella tecnologia aliena da colmare il gap. Costruirono astronavi, fortificarono la Terra contro le invasioni. Ritrovarono armi, vascelli, persino un’intera città degli Antichi. Si allearono con altre specie, come gli Asgard, ottenendo ulteriori aiuti e tecnologie. Dopo aver ucciso Ra approfittarono della competizione tra gli altri signori dei Goa’uld per abbatterli uno dopo l’altro. Nel vuoto di potere che seguì ci furono disordini e invasioni da altre galassie. Alla fine, comunque, emersero vittoriose tre specie» disse, numerandole sulle dita.
   «La prima sono i Terrestri, o Tau’ri, come li chiamano da quelle parti. Ormai possiedono la flotta più potente della Via Lattea, hanno fondato colonie ed esplorato persino altre galassie. La seconda sono i Tok’ra, cioè quei Goa’uld ribelli che hanno accettato di vivere in simbiosi coi loro ospiti... un po’ come i Trill. La terza sono i Jaffa che si ribellarono in massa ai Goa’uld e ora hanno il loro governo indipendente. Il nostro amico Yo’rek è uno di loro... a quanto pare discende da Teal’c, uno dei primi Jaffa a ribellarsi».
   «Wow... è tanta roba!» mormorò Shati, pulendosi le labbra col tovagliolo. Aveva difficoltà a metabolizzare una vicenda così complessa e affascinante. Tante domande le affollavano la mente, ma si rese conto che solo una aveva davvero importanza. «Avete detto che i Goa’uld sono stati sconfitti, ma nella riunione non sembrava così. Naskeel ha accennato a uno ancora in attività...».
   «Ahriman» s’incupì Losira. «Non sappiamo molto su di lui. Pare che sia uscito alla ribalta dopo la caduta dei suoi simili, impadronendosi di una manciata di pianeti nel nucleo galattico. Da lì, nel corso dei secoli, si è ricostruito un impero. Di certo ha sfruttato la confusione, il vuoto di potere e la frammentazione politica della Via Lattea. Adesso è abbastanza forte da minacciare i Jaffa Liberi, pretendendo che tornino a servirlo. Ma non credo che avrà successo... insomma, i Goa’uld furono sconfitti con pochi mezzi. Ora che i rapporti di forze si sono invertiti, non ce li vedo a tornare al potere» disse, più come augurio che come deduzione.
   «Uhm, speriamo» fece Shati, stranamente a disagio. Non era ferrata in storia e in politica come le sue amiche, ma nel corso degli anni aveva maturato una certa “esperienza di strada”. E si era resa conto che conservare il potere è ancor più difficile che conquistarlo. I Goa’uld lo avevano conservato per diecimila anni e ancora non erano del tutto sconfitti. Ciò significava che, malgrado i loro limiti, avevano parecchi punti di forza. Per contro gli attuali padroni della Galassia erano al potere da appena seicento anni... e chissà se erano pronti a fronteggiare la nuova tempesta.
 
   A differenza di altri, Talyn quella sera cenò da solo nel suo alloggio. Non aveva voglia di chiacchierare della missione che li aspettava. Né gli interessavano gli ultimi pettegolezzi della nave. Come al solito, da quand’era tornato sulla Destiny, preferiva stare per conto suo.
   Dopo cena l’El-Auriano provò a meditare e a compiere alcuni esercizi appresi dai giovani Viaggiatori. Anche se erano degli eretici, non poteva negare che gli avessero insegnato molto. E lui voleva tenersi allenato, nel caso che quelle capacità gli servissero di nuovo. Ma come spesso gli accadeva in quei giorni, ebbe difficoltà a concentrarsi, tanto da fallire anche gli esercizi più semplici. I ricordi di Ratri gli affollavano la mente, distraendolo. Ricordava il loro breve, ma ardente amore, consumato tra un addestramento e l’altro. Giorni d’estasi e di follia, in cui sembrava che tutto fosse possibile. Ma prima di quanto pensasse, la realtà gli aveva presentato un conto amaro. Il loro amore era stato avvelenato dalla scoperta che Ratri gli aveva mentito su tutto, che si drogava di Spezia per accrescere i suoi poteri, che voleva sacrificare un intero mondo innocente nella partita contro gli Undine. E lui... lui non aveva mai conosciuto la vera Ratri. Credeva di vivere un grande amore, ma in realtà aveva solo approfittato di una ragazza fragile e disperata, così stordita dalla droga che non era padrona delle sue azioni. E quando aveva dovuto fermarla... ah, non avrebbe mai dimenticato il suo sguardo ferito, tradito, pieno d’odio. L’avrebbe mai ritrovata? Cominciava a credere di no... a sperare di no.
   E il vero Viaggiatore? Si sarebbe mai rifatto vivo per completare il suo addestramento? Anche qui, Talyn cominciava a perdere le speranze. Forse il Viaggiatore non lo giudicava più all’altezza. O forse era morto; anche questo era possibile.
   «Devo smetterla d’aspettarmi che da un giorno all’altro accada qualcosa di meraviglioso. D’essere predestinato a chissà quale impresa. Questa è la mia vita: sono un avventuriero in una ciurma d’avventurieri. Il massimo in cui posso sperare è sfuggire alle mie visioni» si disse il giovane, lasciando il tappetino da meditazione. Non era riuscito nemmeno a estraniarsi, una delle prime abilità apprese da Ratri.
   Amareggiato, Talyn fu sul punto d’andare a dormire. Ma all’ultimo cambiò idea. Aprì il cassetto del comodino, estraendone un lungo e sottile astuccio di stoffa. Lo inclinò, facendo scivolare fuori un flauto. Non era un flauto qualunque. Di colore argenteo, aveva due lievi rigonfiamenti e un elevato numero di fori. Alcuni avevano un sistema di chiavi e anelli (com’erano detti in gergo musicale) per chiuderli, come nei clarinetti. Era un flauto tradizionale El-Auriano... ed era appartenuto a Ratri. Qualche volta l’aveva ascoltata mentre lo suonava, ora malinconica, ora appassionata. Era in quei momenti che l’aveva sentita più vicina. E dopo il loro scontro, quando Talyn se n’era andato, lei glielo aveva ceduto, sebbene fosse un caro cimelio di famiglia. Il giovane non sapeva come interpretare quel gesto. Una speranza di riconciliazione? O al contrario l’augurio che le sue funeste visioni si avverassero, visto che in esse compariva lo strumento?
   Nel dubbio, Talyn lo custodiva. E quando la nostalgia per Ratri si faceva tormentosa, lo suonava. Come fece in quel momento. Seduto in poltroncina, si portò il beccuccio alle labbra e intonò una melodia. Dato il suo umore, si trattò di una nenia lenta e triste. Eppure il fatto di suonarla lo faceva stare meglio, come se il dolore sublimasse nella musica. All’inizio, quando aveva fatto i primi tentativi, non era granché; le sue note erano incerte e stonate. Ma dopo sei mesi di pratica cominciava a padroneggiarlo. Questo dava l’idea di quanto spesso si sentisse malinconico a causa di Ratri. Avrebbe mai potuto restituirglielo? Avrebbe osato guardarla di nuovo negli occhi? E cosa ci avrebbe visto, amore oppure odio? Talyn non lo sapeva. Continuò a suonare fino a tardi, confortato dalla melodia che, in qualche modo, gli veniva da lei.
 
   Quando il Capitano mise piede in plancia, la mattina dopo, trovò i suoi ufficiali già ai loro posti, intenti agli ultimi controlli. Sorrise fra sé: all’inizio del viaggio si era trovato con una ciurma d’avventurieri indisciplinati, e adesso la loro efficienza faceva impallidire la Flotta Stellare. Ma forse era “merito” delle avversità che avevano fronteggiato, più che del suo esempio. Avevano appreso, a loro spese, che l’inefficienza costava la vita in tutti gli Universi. Così ad ogni passaggio interdimensionale ciascuno stava ben attento a dare il meglio di sé. Del resto era una procedura delicata, che metteva a dura prova i sistemi dell’astronave. Sebbene l’avessero condotta con successo decine di volte, non potevano abbassare la guardia. Già una volta si erano trovati sospesi fra le realtà in seguito a un guasto, e non era stato piacevole...
   «Tutto bene?» chiese Rivera, vedendo che Irvik era già alla sua postazione. In origine durante questa procedura l’Ingegnere Capo stava in sala macchine. Dopo un paio d’anni però aveva allestito una nuova postazione per sovrintendere dalla plancia. Così poteva coordinarsi meglio con gli ufficiali superiori ed era più pronto a rimandare indietro la Destiny, in caso di pericolo.
   «Sì, Capitano» annuì il Voth, concentrato sul suo lavoro. «Il nucleo è già in fase di caricamento. Sto terminando il check-up, per ora tutti i sistemi sono in piena efficienza».
   «Muy bien, mi avverta quando saremo a tiro» disse Rivera, sedendo in poltrona. Guardò distrattamente un pianeta boscoso inquadrato sullo schermo.
   Assieme al Capitano era arrivata Giely, per non perdersi il trasferimento. Come sempre in questi casi, la dottoressa si accomodò sulla sedia del Consigliere, altrimenti vuota. «Dopo il passaggio, quanto ci vorrà per arrivare a Chulak?» s’interessò.
   A questa domanda Shati ruotò il sedile del timone, così da fronteggiarla. «Vediamo... approssimativamente nulla» rispose divertita.
   «Spiritosa. Dico sul serio, vorrei saperlo» insisté la Vorta.
   «Ma io sono seria» avvertì la Caitiana. «Eravamo così vicini alle coordinate di Chulak che l’abbiamo già raggiunto. Quello che vedi è il suo omologo di questa realtà» spiegò, accennando al pianeta sullo schermo.
   Il Capitano e la dottoressa lo osservarono con più attenzione. Era un comune pianeta selvaggio, come tanti nella Galassia. Le terre emerse erano boscose; il clima andava da temperato a freddo. Sembrava disabitato.
   «Spero che dall’altra parte sia più interessante, perché qui è una pizza» commentò Shati, girandosi a mezzo per osservarlo.
   «Il Chulak che abbiamo visto noi è abitato, eccome» assicurò Rivera. «Non ha un’alta densità di popolazione... pochi mondi ce l’hanno in quella realtà... ma è comunque tra i pianeti più importanti dei Jaffa Liberi. È lì che iniziò la rivolta contro i Goa’uld, con un singolo gesto da parte di Teal’c, che rifiutò di giustiziare dei prigionieri indifesi».
   «Un atto di pietà che ha cambiato la Galassia» notò Giely.
   «Uh-uh» fece la timoniera. «Ma ditemi una cosa: è vero che i Terrestri rovesciarono i Goa’uld senza aver rivelato nulla alla loro popolazione?!». Irvik gliene aveva accennato, ma le sembrava impossibile.
   «Così ci hanno detto» fece il Capitano, meditabondo. «Lo so, è difficile da credere. A quanto ho capito lo stargate della Terra fu rinvenuto a inizio Novecento, negli scavi di Giza, e per molto tempo nessuno capì cosa fosse. Solo a fine secolo il governo degli Stati Uniti venne a capo del mistero e riuscì ad attivarlo. Così fu varato il Programma Stargate, volto a sfruttare le potenzialità dello spazio. Le squadre SG furono inviate ovunque a cercare alleati, reperire nuove tecnologie, affrontare le minacce, eccetera. Il fatto è che si trattava di un programma militare segreto, per giunta gestito da una sola nazione. Il resto del mondo era tenuto all’oscuro, sia per non scatenare il panico tra i civili, sia per evitare un’escalation tra le nazioni».
   «Ma una volta incontrati i Goa’uld, la minaccia non riguardava tutta l’umanità?!» chiese Shati, ancora incredula.
   «Sì, certo. E col passare degli anni il Programma Stargate crebbe, coinvolgendo sempre più persone, man mano che si esploravano nuovi mondi, si reperivano tecnologie aliene e si avviava persino la costruzione delle prime astronavi» spiegò Rivera, ricordando ciò che gli aveva raccontato Yo’rek. «Poco alla volta il governo americano fu costretto a informare le altre nazioni, consentendo a squadre straniere di usare lo stargate. Le nuove tecnologie iniziarono a essere condivise, permettendo ad altri Stati di costruire astronavi. Si cominciò a parlare di difesa comune, politica comune. Questo portò alla firma di un trattato e alla nascita dell’IOA – International Oversight Advisory – un consiglio internazionale che regolava l’uso dello stargate e delle tecnologie ricavate. Nacquero missioni congiunte, anche a guida civile, come quella che scoprì Atlantide nella galassia di Pegaso. Insomma, era il germe dell’unificazione terrestre.
   E con tutto questo... sì, la popolazione civile era ancora tenuta all’oscuro. Non so come sia stato possibile, con così tante persone coinvolte. Non so nemmeno perché i governi si ostinassero a mantenere il segreto. Voglio dire, ormai la frittata era fatta. Gli alieni andavano e venivano dalla Terra. Le forze armate erano in guerra aperta coi Goa’uld e altre minacce. A quel punto tanto valeva dire come stavano le cose. Non ha senso mantenere un segreto, quando provoca più problemi che svelarlo» ragionò il Capitano.
   «Forse c’era un motivo» intervenne Naskeel.
   «E sarebbe?» chiese Rivera, sorpreso e incuriosito. Se nemmeno lui riusciva a capire cosa avessero pensato i leader Umani, come poteva riuscirci il Tholiano?
   «È difficile da spiegare, ma guardiamo ai fatti» disse Naskeel. «All’inizio l’umanità disponeva di poche squadre SG, con una tecnologia obsoleta rispetto agli avversari. Eppure nel giro di pochi anni riuscirono a prendere il sopravvento. Le squadre andavano dove c’era bisogno di loro e facevano ciò che andava fatto, senza attendere autorizzazioni. Nessuna Prima Direttiva gli impediva d’interferire con le altre culture, nemmeno quando le conseguenze erano pesanti. Perciò vi domando: credete che sarebbero state altrettanto efficaci, se avessero dovuto rendere conto all’opinione pubblica?».
   Sulla plancia cadde il silenzio. Infine il Capitano si schiarì la voce e riprese la parola. «Sta dicendo che i Terrestri nascosero così a lungo la verità perché dovevano vincere. E vinsero perché agirono in modo non democratico» comprese.
   «Precisamente» confermò il Tholiano. «So che, essendo lei un federale, la democrazia le sta a cuore. Tuttavia vi sono ragioni logiche per affermare che è un sistema di governo inefficiente. Essa dà luogo a una burocrazia che rallenta i processi decisionali, come abbiamo osservato la volta scorsa. In tempo di guerra, quando servono decisioni rapide e coerenti, questa lentezza è fatale. Inoltre i leader democratici devono preoccuparsi della loro rielezione. Perciò agiscono come se fossero sempre in campagna elettorale, facendo promesse populiste che poi non si concretizzano. La frequente alternanza tra schieramenti politici opposti fa sì che ogni governo disfi quanto ha fatto il suo predecessore. Così diventa impossibile portare avanti politiche di lungo respiro.
   Vede quindi che, specialmente in occasione dei conflitti, i regimi autoritari risultano assai più efficienti delle democrazie. Infatti persino in queste ultime le forze armate sono organizzate in modo tutt’altro che democratico. La Flotta Stellare non fa eccezione. Su ogni astronave le cose funzionano solo rispettando la catena di comando, senza votare sulle decisioni, e nemmeno su chi debba dare gli ordini. Come vede, la democrazia per sopravvivere deve comunque basarsi su qualche forma d’autoritarismo. Mentre l’autoritarismo funziona benissimo senza appoggiarsi alla democrazia».
   Il Capitano era rimasto senza parole. «Caramba, questa è la più convincente sviolinata anti-democratica che abbia mai sentito» ammise a malincuore. «I difetti che ha individuato sono veri, purtroppo. Ed è vero che in molti contesti serve una gerarchia. Ma quando si parla della forma di governo, resto dell’idea che la peggior democrazia sia comunque preferibile alla più efficiente dittatura. Non sei d’accordo?!» si rivolse a Giely, in cerca d’aiuto.
   «Ho letto da qualche parte che la democrazia è quella forma di governo grazie a cui il popolo non ha mai leader migliori di quelli che merita[1]» mormorò Giely, permettendo al cinismo dei Vorta di fare capolino in lei.
   «Io aggiungerei che il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio[2]» aggiunse Losira, ugualmente disillusa.
   «E io ho sentito che la democrazia sono due lupi e un agnello che votano su cosa si mangia per pranzo. Mentre la libertà è un agnello ben armato che contesta il voto[3]» rincarò Shati. Quanto a Talyn, si mantenne taciturno, come sempre in quel periodo.
   Rivera si guardò attorno, sorpreso e deluso – quasi indignato – dalla mancanza di spirito democratico. Ma in fondo cosa si aspettava? Era al comando di una ciurma d’avventurieri, totalmente esclusi dai processi democratici della Federazione. Non votavano da anni; alcuni non l’avevano mai fatto in tutta la vita. E naturalmente era sempre lui, il Capitano, a prendere le decisioni... per quanto ascoltasse i pareri degli ufficiali. Non poteva certo parlare contro se stesso e il proprio ruolo. Anche riprendere l’odissea nel Multiverso era una decisione tutta sua, che aveva imposto all’equipaggio, e non era piaciuta a tutti. Doveva rinunciarvi per questo?
   «Non se la prenda, Capitano. Una vita difficile come la nostra può avere questi effetti» disse Irvik, in tono comprensivo. «Personalmente credo che chi ha sperimentato sia la democrazia che l’autoritarismo abbia pochi dubbi su quale sia preferibile. Detto questo, siamo pronti a procedere, Capitano. Mi dia l’ordine e aprirò la breccia».
   Rivera esitò. Trascinato dal dibattito, aveva quasi scordato che erano sul punto di recarsi in un altro cosmo. Per qualche momento fu tentato di rinunciare all’idea. La riesaminò, cercando di capire se era la cosa giusta da fare. Giunse alla conclusione che rinunciare al viaggio, e alla speranza di ritorno, avrebbe solo peggiorato la situazione. «Ci porti dall’altra parte, signor Irvik» ordinò.
   La Destiny vibrò, il nucleo quantico attivato al massimo della potenza. Il deflettore secondario, di forma triangolare, proiettò un fascio luminoso di gravitoni. Le particelle collassarono poco più avanti, squarciando il velo tra le realtà. Innanzi all’astronave si stagliava ora una fenditura, simile a un vortice dorato. Era la breccia interdimensionale, la soglia per un altro Universo. Gli avventurieri ne avevano viste tante, eppure ogni volta continuava a emozionarli.
   «Avanti a un quarto d’impulso» ordinò il Capitano.
   La Destiny si diresse verso la soglia luminosa. Dall’altra parte si estendeva un intero cosmo con le sue regole, le sue meraviglie e i suoi pericoli, in gran parte ignoti.
   «Bentornati a Chulak» disse Rivera.
   L’astronave varcò la breccia. Per un attimo gli avventurieri ebbero la sensazione d’essere in due luoghi allo stesso tempo; finì prima che potessero processarla. Ora la Destiny si trovava presso Chulak, fiore all’occhiello dei Jaffa Liberi. E si ritrovò nel mezzo di una battaglia all’ultimo sangue.
 
   Due grandi flotte si affrontavano – no, si demolivano – nell’orbita di Chulak. Lo spazio era ingombro di vascelli da guerra, dei loro relitti, dei loro detriti. E dei corpi di quanti erano stati espulsi nello spazio, circondati dalle bolle del loro sangue congelato. Tutto ciò che non era ancora stato distrutto sparava all’impazzata. Quando le astronavi erano così sventrate da non avere più energia per le armi, allora gli ultimi superstiti – avvelenati dalle radiazioni, circondati dai commilitoni morti – le dirigevano in rotta di collisione coi vascelli nemici. Se qualcuno provava a fuggire in navetta, gli avversari lo abbattevano spietatamente: non si facevano prigionieri. E c’era da credere che nel caos non pochi vascelli subissero fuoco amico.
   Distinguere i due schieramenti era arduo, e non solo perché ormai erano talmente compenetrati da dare luogo a una mischia caotica. No, il fatto era che le flotte si componevano ambedue di navi Jaffa, un tempo appartenute ai Goa’uld. C’erano le grandi Ha’tak, dal corpo centrale a forma di piramide dorata, circondata da un’ampia sovrastruttura più scura. C’erano le grigie navicelle Al’kesh, più compatte, ma sempre con un accenno di piramide in sommità. E c’erano squadriglie dei cosiddetti Alianti della Morte, a forma di mezzaluna. Questi caccia sfrecciavano attorno alle navi madri, cercando di finire le più danneggiate; ma parecchi cadevano sotto i loro colpi.
   «Frell, dove siamo finiti?!» imprecò Shati, trovandosi nel mezzo di quel pandemonio. Un Ha’tak sventrato riempì lo schermo, in rotta di collisione. Solo una disperata manovra evasiva evitò la catastrofe. Anche così, molti detriti impattarono gli scudi della Destiny, che vibrò per gli urti. Il cadavere di un Jaffa finì dritto contro lo schermo principale, a braccia spalancate, il viso congelato in una smorfia d’orrore. Per un attimo Shati si trovò a fissare i suoi occhi sbarrati, ridotti a pezzi di ghiaccio nelle orbite. Poi il corpo disarticolato scivolò lungo lo scafo curvilineo, liberando lo schermo e perdendosi nello spazio. Alcuni colpi al plasma centrarono la Destiny, facendo brillare gli scudi. Perlopiù si trattava di colpi erratici, che avevano mancato il bersaglio. Nessuna delle due flotte stava prendendo di mira i nuovi arrivati, dato che nessuno sapeva chi fossero.
   «Allarme Rosso!» ordinò Rivera. «Shati, manovre evasive! Cerchiamo di levarci dalla mischia. Naskeel, analisi tattica. Di chi sono queste flotte?!».
   La Destiny zigzagò tra i vascelli Jaffa, mentre la timoniera cercava una traiettoria che li portasse in salvo. D’un tratto gli avventurieri si trovarono innanzi a un vascello colossale, simile alle Ha’tak ma assai più grande. La piramide centrale era più larga e schiacciata, mentre lo scafo secondario si allungava in sei smisurate propaggini. Più che un’astronave pareva una città, punteggiata dalle luci delle finestre.
   «Frell, sono sempre più grandi!» imprecò Shati. La nave madre aprì il fuoco, costringendo la timoniera a sterzare e poi accelerare per mettere la Destiny fuori tiro. Gli scudi ressero a stento la gragnola. Subito dopo l’astronave si trovò sulla traiettoria di una squadriglia d’Alianti. Il suo movimento ne disturbò la manovra, tanto che gli Alianti furono costretti a sospendere l’attacco, cambiando bruscamente rotta. Uno non fu abbastanza veloce: impattò contro gli scudi ed esplose, facendo tremare la Destiny. Dopo parecchie manovre spericolate, l’astronave si sottrasse infine alla battaglia. I suoi scudi, non più colpiti, presero a rigenerarsi.
   «Dov’è la breccia interdimensionale? Non la vedo!» si lamentò Shati, che sperava di riportare la Destiny al sicuro dall’altra parte.
   «Temo si sia già richiusa. E servirà un’ora prima di poterne aprire un’altra. Tra il ciclo di ricarica del nucleo e gli indispensabili check-up...» spiegò Irvik.
   «Okay, per adesso resteremo qui» fece il Capitano, cupo.
   «Capitano, a quanto posso vedere le flotte sono assai simili. Di certo derivano entrambe dall’Impero Goa’uld» disse Naskeel. «Quella che difende il pianeta deve appartenere ai Jaffa Liberi. Quella attaccante può essere solo di Ahriman». Inquadrò la titanica nave madre, evidenziando un dettaglio sullo scafo. Era l’emblema di un drago a tre teste, arrotolato su se stesso. Lo stemma di Ahriman, come sapevano dalla precedente visita.
   «E così è scoppiata la guerra» mugugnò Rivera, preoccupato per Yo’rek e il suo popolo. «Come procede la battaglia, chi sta vincendo?».
   «Attenda, sto distinguendo i due schieramenti» disse il Tholiano, applicando un filtro cromatico allo schermo man mano che il computer riconosceva le astronavi. Quelle dei Jaffa Liberi divennero tutte dorate, mentre quelle di Ahriman s’incendiarono di rosso. Allora fu evidente che restavano pochi vascelli difensori, annegati nella marea scarlatta.
   «Le forze di Ahriman hanno preso il sopravvento» constatò Naskeel. «La loro flotta si chiude sui difensori, per impedirgli di fuggire. Restano pochi minuti prima che siano accerchiati».
   «Oh, no» mormorò il Capitano, con un groppo in gola. Istintivamente avrebbe voluto aiutare i Jaffa Liberi, per evitare il massacro e farseli amici. Era una strategia che aveva già applicato con successo in altre realtà. Ma quella non era una scaramuccia: si trattava di una guerra all’ultimo sangue tra potenze galattiche. Stavolta la Destiny non aveva la superiorità tecnologica e peraltro c’era una tale disparità di forze che non avrebbe cambiato l’esito della battaglia. Al massimo poteva impedire che i Jaffa fossero accerchiati e aiutarli a ritirarsi; ma il pianeta era perduto. Inoltre aiutare i Jaffa significava schierarsi nel confitto, divenendo bersagli di Ahriman. Rivera non voleva esporre il suo equipaggio a un tale rischio. E c’era un altro pericolo...
   «Talyn, analizza il pianeta. Ci sono calotte polari?» chiese il Capitano, ricordando la profezia della Destiny che precipitava sul ghiaccio.
   «Affermativo, ci sono calotte estese» disse l’El-Auriano.
   «Che importanza ha?!» si meravigliò Giely. Tutti i presenti se lo chiedevano, tranne Losira che era informata della visione.
   L’incalzare degli eventi sgravò Rivera dall’imbarazzante necessità di rispondere. «Ci chiamano dalla nave madre» avvertì Talyn. «Ci stanno anche analizzando, ma non credo che vedano oltre i nostri scudi».
   «Sullo schermo» disse il Capitano, alzandosi in vista del difficile confronto.
   Apparve un imponente Jaffa dall’armatura sanguigna, con un minaccioso elmo che ricordava una testa di drago. Il guanto metallico destro terminava in veri e propri artigli, affilati come rasoi. Nel vederlo Shati ebbe una reazione istintiva: estrasse gli artigli retrattili e arruffò la criniera, ringhiando piano.
   «Io sono il Primo di Ahriman» si presentò il Jaffa, riferendosi al suo grado di supremo comandante delle truppe. «Nel suo nome, vi ordino d’identificarvi. Siete forse dell’Alleanza Terrestre, voi che interferite nella nostra operazione?!» chiese con voce cavernosa, di certo alterata dalla maschera.
   Rivera comprese che correvano un rischio mortale. Se la guerra aveva coinvolto i Terrestri, e loro erano scambiati per tali, la flotta di Ahriman li avrebbe attaccati. Ma se la guerra non coinvolgeva i Terrestri, peggio ancora! I nemici avrebbero creduto che l’arrivo della Destiny segnasse la loro entrata in guerra a fianco dei Jaffa. E quindi avrebbero considerato la Terra e le sue colonie come obiettivi validi da colpire. No, bisognava chiarire l’equivoco prima che accadesse l’irreparabile.
   «Sono il Capitano Rivera della Destiny. Non siamo dell’Alleanza Terrestre. Ripeto, non siamo dell’Alleanza Terrestre! Tra noi e la Terra non c’è alcun rapporto, siamo un gruppo indipendente» si affrettò a spiegare. «Siamo capitati qui per caso, non volevamo intrometterci nella vostra... operazione» aggiunse a disagio. Era un eufemismo per indicare quella carneficina.
   Il Jaffa inclinò lievemente la testa mascherata, rimuginando. «Un gruppo indipendente, avete detto. Significa che siete mercenari? Curioso vedervi apparire proprio nel momento in cui il nemico cede. La vostra nave è inconsueta... e si direbbe potente. Può essere uscita solo da un cantiere militare. Da dove venite esattamente, e chi è il vostro Signore?» inquisì.
   «Il mio... che dovrei rispondere? Gesù?!» fece Rivera, colto alla sprovvista. «Senta, noi non vogliamo problemi. Siamo giunti senza cattive intenzioni e ora ce ne andremo» promise.
   «Non posso permetterlo» disse il Jaffa, facendosi minaccioso. «Avete interferito con la nostra avanzata, ostacolando un attacco di Alianti e distruggendone uno. Ora rifiutate di rivelare la vostra provenienza e il vostro allineamento. Se non siete dell’Alleanza Terrestre, devo credere che siate mercenari pagati per aiutare gli shol’va» ragionò. Il termine significava “traditori” e indicava i Jaffa ribelli, ovvero quelli che adesso erano i Jaffa Liberi.
   Il Capitano si accorse che non stava riuscendo a diminuire la tensione. «Non è così. Se fossimo mercenari avremmo aperto il fuoco, le pare? Invece ci siamo ritirati senza sparare un colpo. Che altro possiamo fare per dimostrare la nostra neutralità?» chiese, nell’estremo tentativo d’evitare lo scontro.
   «Non accettiamo neutralità in zona di guerra. Se non siete con noi, allora siete contro di noi» disse il Jaffa, truce. «Abbassate gli scudi e preparatevi all’abbordaggio. Se ci consegnate la nave e obbedite agli ordini avrete salva la vita. In caso contrario sarete distrutti!» minacciò.
   «Senti, mascherone, non posso consegnare la mia nave al primo che capita!» si scaldò Rivera. Ormai aveva capito che le trattative erano inutili. Per quanto temesse lo scontro, non poteva in alcun modo arrendersi a quei fanatici.
   «Capitano!» esclamò Talyn.
   Rivera interruppe la discussione e osservò il resto dello schermo, molto sviluppato in larghezza, che mostrava ancora la battaglia in corso. La flotta di Ahriman, compresa la nave madre, aveva cominciato a bombardare Chulak. I vascelli sparavano con le armi a energia e anche con missili al naquadria, più potenti degli ordini nucleari. Sulla superficie del pianeta, specialmente sul lato in ombra, apparvero innumerevoli piccole luci. Ciascuna era un’esplosione così potente da devastare una città. I Jaffa erano indifesi, in mancanza di uno Scudo Planetario.
   «Vi ha dato di volta il cervello?! State uccidendo milioni d’innocenti!» gridò Losira. Dietro di lei Talyn era impallidito, ricordando l’analogo bombardamento che aveva distrutto la sua patria e la sua famiglia. L’atmosfera di Chulak si stava già oscurando per le polveri sollevate dal bombardamento orbitale.
   «Se fossero innocenti, non avrebbero rinnegato Sire Ahriman» ribatté il Jaffa, impassibile. «E anche se tra loro ci fossero delle anime pure, penserà Ahriman a distinguerle dai dannati. Gloria ad Ahriman, giusto e misericordioso!».
   A queste parole il Capitano scosse la testa e fece segno di troncare la comunicazione. Talyn eseguì con qualche attimo di ritardo, ancora scioccato. «Capitano, laggiù è una carneficina. Stanno compiendo un genocidio sotto i nostri occhi» mormorò il giovane.
   Rivera si chiese che ne fosse stato del suo amico Yo’rek. Era forse in una di quelle città che venivano rase al suolo? O in uno dei relitti alla deriva? O forse era già morto in una precedente battaglia? Quale che fosse la sua sorte, con ogni probabilità non l’avrebbero rivisto. E sarebbero morti anche loro, se non reagivano. Alcune Ha’tak si erano già distaccate dalla flotta di Ahriman e venivano contro di loro, circondate da nugoli di Alianti. Conoscendo l’estrema velocità delle astronavi di quel cosmo, gli avventurieri dubitavano di poterle distanziare con la fuga.
   «Okay, pronti al combattimento» ordinò il Capitano. «Shati, portaci più vicini che puoi alle navi Jaffa. Dobbiamo aiutarle a ritirarsi. Naskeel, fuoco contro i vascelli Goa’uld. Siluri contro le Ha’tak, raggi contro i caccia. Talyn, chiama i Jaffa Liberi e avvertili che siamo qui per aiutarli, ma... di’ che siamo mercenari ingaggiati dal loro governo» aggiunse, sempre nel tentativo di non estendere il conflitto.
   «Vado in infermeria, ce ne sarà bisogno» disse Giely, lasciando di corsa la plancia.
   «Irvik a sala macchine, energia d’emergenza agli scudi» raccomandò l’Ingegnere Capo, eseguendo lui stesso alcune procedure dalla sua consolle.
   «Groan... niente male, come primo giorno da queste parti» mugugnò Shati. Sotto la sua guida, la Destiny sfrecciò di nuovo verso la battaglia. Se fosse rimasta isolata, infatti, le forze nemiche l’avrebbero rapidamente circondata e distrutta. L’unica speranza di salvezza consisteva nell’unirsi ai Jaffa Liberi – quel poco che ne restava – e aprirsi una via di fuga combattendo. Quanto agli abitanti di Chulak, erano spacciati in ogni caso.
 
   La Destiny si rituffò nella battaglia da cui era appena uscita. Si congiunse alla flotta Jaffa, ormai ridotta a una manciata di vascelli, quasi del tutto circondati. E martellò le forze Goa’uld con tutto il suo arsenale. La grande nave federale sovrastava – anche se di poco – le Ha’tak. I suoi siluri quantici e transfasici bersagliarono i vascelli a forma di piramide, squarciando gli scafi neri e dorati. Le sue armi a raggi invece colpirono le navicelle più piccole, Al’kesh e Alianti. Queste attaccavano a ondate, da tutte le direzioni, incuranti delle perdite. Ancora una volta la difesa a 360º della Destiny si rivelò provvidenziale. Il Capitano ringraziò tra sé i progettisti federali, che si erano impegnati a non lasciare punti ciechi. Gli Alianti erano così piccoli e agili che persino i sistemi di puntamento stentavano ad agganciarli, ma almeno bastava un colpo a distruggerli. Le Al’kesh, più grosse, avevano scudi così resistenti che servivano due o tre colpi. E dire che di recente la Destiny aveva potenziato l’alimentazione dei phaser. Se non fosse stato per quelle ultime modifiche, pensò Rivera, sarebbero stati spacciati. Infatti le Al’kesh danneggiate si lanciavano in attacchi kamikaze e bisognava distruggerle prima della collisione, onde evitare danni catastrofici. Era sconcertante vedere un così ampio uso d’attacchi suicidi da parte di una flotta che stava vincendo.
   A suo merito, Naskeel sfruttava gli armamenti della Destiny in modo piuttosto creativo. Vedendo una squadriglia di Alianti che attaccavano in formazione serrata, li colpì col raggio traente. Questo li fece sbandare, tanto che alcuni entrarono in collisione, distruggendosi a vicenda. Gli altri furono abbattuti con precisi colpi di phaser, approfittando del loro sbandamento. L’attimo dopo una Al’kesh con gli scudi ancora intatti puntò contro la plancia della Destiny, in un deliberato attacco kamikaze. Naskeel la distrusse all’ultimo momento con una raffica di siluri quantici. L’esplosione riempì lo schermo, costringendo tutti a distogliere brevemente lo sguardo.
   «Brecce sui ponti 5 e 9, i campi di forza reggono» avvertì Talyn di lì a poco. «È una fortuna che non sappiano dove colpirci per fare più danno» commentò. Molti attacchi, infatti, prendevano di mira sistemi non essenziali. Se non fosse stato per quel vantaggio, dovuto alla loro estraneità, si sarebbero già trovati a mal partito.
   «Scudi al 25%» riferì Naskeel, mentre la nave sobbalzava. «Abbiamo aperto un corridoio di fuga. I Jaffa si stanno ritirando, ma la nave madre si avvicina. Non possiamo reggerne il fuoco» avvertì.
   «Andiamo coi Jaffa. Massima velocità, cerchiamo di non perderli» raccomandò il Capitano.
   I miseri resti della flotta Jaffa s’incanalarono nel corridoio aperto dalla Destiny. Erano rimaste solo sei Ha’tak, una delle quali – già danneggiata – subì un fuoco così pesante ai lati da essere distrutta. La Destiny seguì i fuggitivi, tenendo la retroguardia per schermarli dai colpi degli inseguitori. Ben presto la flottiglia fu nello spazio aperto. Le cinque navi Jaffa superstiti balzarono nell’iperspazio, assieme alle squadriglie decimate. La Destiny si accinse a seguirle.
   «Gli invasori sbarcano truppe su Chulak» avvertì Talyn, inquadrando le astronavi che emettevano fasci luminosi verso la superficie. Era il teletrasporto Goa’uld, che richiedeva di calare fisicamente gli anelli di trasferimento in superficie, per fare da ricevitore. Poteva sembrare presto per sbarcare le truppe, a bombardamento ancora in corso, ma gli avventurieri intuirono il motivo. Gli invasori concedevano alle truppe di fare bottino. Le poche città ancora in piedi avrebbero subìto giorni di saccheggi e violenze, prima che si ricostituisse un’autorità: quella dei conquistatori.
   L’immagine del pianeta invaso e bombardato dai Goa’uld s’impresse in modo indelebile nella memoria del Capitano. Avrebbe voluto fare di più... ma non poteva. Era già un miracolo che riuscissero a fuggire coi resti della flotta Jaffa, anziché andare incontro alla profezia. In quel momento la Destiny balzò in cavitazione quantica, seminando gli inseguitori. E abbandonando il popolo di Chulak al suo tragico destino.
 
 
[1] Cit. da George Bernard Shaw.
[2] Cit. da Winston Churchill.
[3] Cit. da Benjamin Franklin.
   
 
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