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Autore: Parmandil    07/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 2: Ai vincitori le spoglie
 
   La flottiglia Jaffa stazionava nello spazio aperto, ad anni luce di distanza da Chulak o da qualunque altro sistema stellare. Erano a distanza di sicurezza dalle forze Goa’uld, anche perché ormai era chiaro che queste non li avrebbero inseguiti: erano troppo impegnate a occupare e saccheggiare Chulak. Così i fuggitivi potevano concedersi una sosta per riparare i danni più urgenti. Gli Alianti entrarono negli hangar delle Ha’tak, permettendo ai piloti esausti di sbarcare.
   Dal canto suo, la Destiny stazionava a una certa distanza dalla flotta. Anche se avevano combattuto insieme, e gli avventurieri si erano aggregati ai Jaffa nella ritirata, non c’era stato un vero coordinamento. Entrambe le parti si erano semplicemente adeguate alle mosse altrui, in quel frangente disperato. Ora il Capitano Rivera si aspettava una chiamata dai Jaffa. Quel che vide, invece, furono i loro vascelli avvicinarsi in formazione d’attacco.
   «Le forze Jaffa ci circondano. Hanno rialzato gli scudi e danno energia alle armi» avvertì Naskeel.
   «Bel ringraziamento!» sbottò Shati.
   «Ma che diavolo... alzare gli scudi!» fece il Capitano, sobbalzando sulla poltroncina. «Talyn, trasmetti a banda larga. Qui è il Capitano Rivera della Destiny. Non attaccate, siamo vostri amici. Non avete visto che vi abbiamo aiutati?! Non pretendo chissà quale ringraziamento, ma almeno non sparateci addosso!» protestò.
   «Ci rispondono da un Ha’tak» fece Talyn, aprendo il canale.
   Sullo schermo apparve un Capitano dei Jaffa Liberi. La sua tenuta, color grigio ferro, era assai più leggera e sobria rispetto a quella dei seguaci di Ahriman. In particolare non aveva casco: il cranio glabro era protetto da un’aderente calotta metallica e il viso severo era ben visibile. Attorno a lui si muovevano concitati altri ufficiali, con tenute simili. Per quanto l’inquadratura fosse ravvicinata, non celava del tutto i danni alla plancia.
   «Sono il Capitano Ton’uk della nave Bra’tac e parlo a nome della flottiglia» esordì. «Abbiamo notato il vostro intervento, ovviamente, e suppongo di dovervi ringraziare. Ma abbiamo molte domande da porvi, prima di poter abbassare le difese. Tanto per cominciare abbiamo intercettato la vostra conversazione coi nemici. A loro avete detto d’essere neutrali. Poi però ci avete aiutati, presentandovi come mercenari inviati allo scopo. Allora, qual è la verità?».
   Rivera esitò, cercando il modo giusto di rispondere. Gli animi erano ancora sovreccitati dalla battaglia e bastava un nonnulla per guastare quel primo contatto. «Ascolti, noi veniamo da... molto lontano» disse, non volendo introdurre il Multiverso. «In effetti siamo estranei a questo conflitto. Questa è la nostra seconda visita a Chulak, spero che nei vostri archivi ci sia traccia della prima. Siamo stati qui diciotto mesi fa, per riportare a casa uno dei vostri: il Tenente Yo’rek. Lui può garantire per noi» spiegò, augurandosi che fosse ancora vivo. «Avevamo anche una missione diplomatica da condurre, ma siamo stati richiamati prima di poterla completare. Così siamo tornati a finire il lavoro. Non sapevamo che nel frattempo fosse scoppiata la guerra...».
   Il Jaffa sgranò gli occhi dalla sorpresa. Poi li strinse, insospettito. «Non lo sapevate?! Non credo ci sia un solo mondo così isolato nella Galassia da ignorarlo. Non tra quelli capaci di lanciare astronavi, almeno. Si può sapere chi siete e da dove venite?! Avete un vascello inconsueto... e un equipaggio ancor più strano». Il suo sguardo indugiò sugli alieni, in particolare sul Tholiano. Naturalmente non c’era nulla del genere nel suo Universo.
   «Veniamo dalla Federazione Unita dei Pianeti, che si trova in... un’altra galassia» disse Rivera. Tecnicamente non era una menzogna. «Come dicevo, siamo tornati senza sapere della guerra. Sulle prime ho cercato di schivare l’attacco Goa’uld, lo ammetto. Ma il bombardamento di Chulak e l’ultimatum nei nostri confronti mi hanno... sarò franco... costretto a schierarmi. Così siamo intervenuti in vostro aiuto. Ma ripeto, fino a stamane non eravamo al corrente del conflitto. Pensi che non sappiamo nemmeno quali sono le fazioni coinvolte. Oltre a voi e Ahriman, ci sono altri? I Terrestri, i Tok’ra...?» volle sapere.
   L’altro lo fissò come per capire se lo stava prendendo in giro. Visto che l’Umano era serio, gli rispose. «Per adesso il conflitto è limitato a noi. Beh, per modo di dire. Alcuni mondi-canaglia riforniscono d’armi Ahriman, questo è accertato. E poi c’è Azi Dahaka» s’incupì.
   «Chi?!».
   «Non la conoscete? Fortunati!» sbuffò il Jaffa. «Diciamo che contende ad Ahriman il titolo di peggior flagello della Via Lattea. È la regina di una specie mostruosa, proveniente da un’altra galassia. Tempo fa se ne stancò e venne qui, in cerca di nuove vittime. Lei non conquista pianeti... li prosciuga. Il suo popolo è come uno sciame di locuste, che consumano tutto al loro passaggio. Se vi tratterrete qui li conoscerete, a vostre spese. Formalmente non sono alleati di nessuno, ma in pratica colpiscono solo obiettivi che fanno comodo ad Ahriman, quindi c’è da credere che abbiano stipulato un’alleanza segreta» spiegò.
   «Ma... i vostri alleati che fine hanno fatto? Non c’era un’alleanza fra Jaffa, Tok’ra e Terrestri? Avete sconfitto i Goa’uld assieme, quand’erano molto più forti...» ricordò il Capitano.
   Ton’uk gli rifilò una strana occhiata. «Quella è acqua passata» disse con amarezza. «Le vecchie alleanze sono morte... pensi che molti incolpano proprio la Terra di ciò che sta accadendo. Ma io non lo credo. È il Signore delle Menzogne che ci ha ridotti così. Ci ha divisi e messi uno contro l’altro, così da poterci abbattere uno alla volta. Perché se noi Jaffa crollassimo, e tornassimo a servire Ahriman, allora quanto resisterebbero i nostri ex alleati?».
   Ci fu un breve silenzio, prima che Rivera riprendesse la parola. «Mi spiace per tutto questo. Almeno mi conferma che la Terra è al sicuro?».
   «Non credo esistano luoghi davvero sicuri, di questi tempi. Comunque non è stata attaccata... non ancora» rispose il Jaffa.
   «Questo è già qualcosa» fece il Capitano, sollevato. «Ho ancora delle domande, e di certo ne avrà anche lei. Forse è meglio vederci di persona. Accetta di salire sulla mia nave per discuterne?».
   «Spiacente, ma non ho ancora validi elementi per fidarmi» disse Ton’uk senza mezzi termini. «Però potrei accogliere lei sul mio vascello».
   Il Capitano esitò, accorgendosi che anche lui non si fidava abbastanza da accettare. Quei Jaffa gli sembravano troppo paranoici. Se lo avessero trattenuto per interrogarlo, ciò avrebbe condotto a un disastroso scontro con la Destiny. Diede una breve occhiata a Losira, che scosse la testa con decisione. La Comandante non voleva trovarsi a doverlo recuperare.
   «Temo di dover declinare l’offerta» sospirò Rivera. «Possiamo continuare le trattative da qui. Allora, nei vostri archivi c’è traccia della nostra prima visita?» chiese, in cerca di qualunque fonte potesse convalidare le sue parole.
   Ton’uk abbassò lo sguardo, per leggere qualcosa sulla consolle. Quando rialzò gli occhi, questi erano ancora più freddi. «Il computer non ha trovato nulla. Sembra che il vostro passaggio non sia stato registrato. E non abbiamo informazioni aggiornate sul Tenente Yo’rek. Non sappiamo dove sia al momento, né se sia ancora vivo. Insomma, nessuno può garantire per voi».
   «Vi abbiamo salvato le chiappe, che altre garanzie vi servono?!» esclamò Shati, irritata, ma il Capitano le fece segno di tacere.
   «Ascolti, questa è una faccenda diplomatica. La cosa migliore è che mi consenta di seguirvi» propose Rivera, cercando di prenderla da un’altra angolazione.
   «Seguirci?» si accigliò il Jaffa.
   «Certo, sarete pur diretti da qualche parte! A uno dei vostri mondi, suppongo, per riorganizzarvi. Permetteteci di venire con voi. Così contatteremo le autorità» chiarì il Capitano.
   «Sta cercando di scavalcarmi?» s’incupì Ton’uk.
   «È lei che sta rifiutando le mie proposte una dopo l’altra. O accetta di trattare, o deve portarmi da qualcuno che sia disposto a farlo!» si spazientì Rivera. «Calma, gringo... ricorda la diplomazia...» si ripeté. Non poteva permettersi di fallire quel contatto.
   «Spiacente, ma non posso permettervi di seguirci. La nostra destinazione deve rimanere segreta. Nessuno, all’infuori della Milizia Jaffa, può essere informato delle sue coordinate. Men che meno avvicinarsi a portata dei sensori... o delle armi» spiegò Ton’uk.
   Il Capitano rimase a bocca aperta. «Credete che siamo spie nemiche?! Ma l’avete visto o no che abbiamo combattuto per voi?! Abbiamo distrutto i vascelli di Ahriman, abbiamo ucciso i suoi soldati. Come potremmo essere dalla sua?!» protestò.
   «Oh, non sarebbe la prima volta che Ahriman ricorre a simili raggiri!» ribatté il Jaffa, amareggiato. «I suoi agenti si guadagnano la nostra fiducia, anche sacrificando navi e soldati. Così riescono a individuare le nostre basi segrete. A scoprire il dislocamento delle nostre flotte. E allora Ahriman attacca in forze, ottenendo un vantaggio superiore rispetto a ciò che aveva sacrificato. È già accaduto parecchie volte da inizio guerra, e ci è costato... beh, ci è costato troppo. Quindi non condurrò un’astronave sconosciuta in uno dei nostri centri strategici. Se siete onesti, vi porgo le mie sincere scuse. Ma preferisco essere ingiusto verso dei possibili amici, piuttosto che rischiare un’altra ecatombe fra la mia gente. La fiducia è un lusso che non ci si può permettere, quando si affronta il Signore delle Menzogne» spiegò.
   Seguì un altro silenzio, più lungo del precedente. Rivera aveva esaurito gli argomenti. Non era più nemmeno in collera coi Jaffa, ora che iniziava a capire cosa stessero passando. Del resto anche gli avventurieri avevano affrontato battaglie e tradimenti. Non potevano biasimare i Jaffa se cercavano di proteggersi da un nemico spietato.
   «D’accordo, allora è meglio se ci dividiamo» disse il Capitano. «Riunitevi alle vostre forze, ovunque siano, e buona fortuna. Vi chiedo solo di rendere noto che a Chulak vi abbiamo aiutati. Noi faremo un ultimo tentativo di contattare il vostro governo. Si trova ancora a Dakara, vero?».
   «Sì, la capitale resiste» confermò Ton’uk con un moto d’orgoglio. «Ma c’è molta confusione di questi tempi. Milioni di profughi fuggono dai pianeti occupati da Ahriman... dalle sue persecuzioni... rifugiandosi a Dakara. Il nostro governo sta facendo un grosso sforzo d’accoglienza. Purtroppo tra i rifugiati s’insinuano le spie e gli agenti di Ahriman. Una volta accolti compiono attentati, sabotaggi, o agitano la popolazione nel tentativo di far cadere il governo. Capite quindi che una nave sconosciuta come la vostra non sarà bene accolta. Sarebbe fonte di preoccupazione in un contesto già critico. Se davvero provenite da un’altra galassia, vi consiglio di tornarci alla svelta. Potreste essere gli unici... a sopravvivere» ammise, e chiuse la comunicazione.
   Le navi Jaffa si allontanarono, rompendo l’accerchiamento della Destiny. Mantenevano gli scudi alzati, ma almeno avevano disattivato le armi. Si disposero in formazione e ripartirono, lasciando la nave federale.
   «Questa guerra getta lunghe ombre» mugugnò Rivera, sfregandosi il mento. «Se Ahriman è riuscito a creare tanta diffidenza, potrebbe vincere».
   «Allora che facciamo? Andiamo a Dakara?» chiese Shati, dubbiosa.
   «No, hai sentito quel Jaffa: quasi certamente avremo dei problemi anche lì» sospirò il Capitano.
   «Beh, a questo punto non abbiamo motivo di trattenerci in questa realtà» disse Losira. «Speravamo di contattare il governo Jaffa, ma non è possibile. Speravamo di combinare buoni affari, ma la guerra lo impedisce. Speravamo di ritrovare Yo’rek, ma con ogni probabilità è morto. Non c’è più nulla che possiamo fare. Sarà meglio tornare dov’eravamo prima, finché possiamo» consigliò.
   «Uhm» fece Rivera, insoddisfatto. «Stanno succedendo cose strane, vorrei vederci chiaro. La situazione è talmente peggiorata, in così poco tempo, che stento a riconoscere questa realtà. Ci servono risposte».
   «E dove pensa di trovarle?» chiese Naskeel.
   «Sulla Terra» decise il Capitano. «Finora è stata risparmiata dalla guerra, quindi non correremo rischi. È ancora un centro politico, quindi ci saranno informazioni aggiornate su ciò che accade. E ci siamo già stati una volta, quindi non piomberemo come sconosciuti. Stavolta non abbiamo fretta, quindi staremo lì finché qualche pezzo grosso accetterà di riceverci. E allora ne approfitteremo per fare qualche domanda».
   «Forse non le piaceranno le risposte» commentò Irvik.
   «Sempre meglio dell’incertezza. Coraggio, Shati... rotta verso la Terra!» ordinò Rivera.
   «E Terra sia» fece la timoniera. Manovrò la Destiny per metterla sulla giusta traiettoria, orientandosi con la mappa stellare che avevano ottenuto nella precedente visita. «Mettetevi comodi, serviranno tre giorni per arrivare» disse, mentre l’astronave balzava in cavitazione quantica.
 
   «Allora?» chiese Rivera, osservando i pazienti sui bio-letti, attraverso la parete trasparente dell’ufficio. Il Medico Olografico era ancora affaccendato per curarli. La battaglia coi Goa’uld infatti aveva messo a dura prova nave ed equipaggio, provocando una decina di feriti.
   «Se la caveranno, tutti quanti» sospirò Giely, visibilmente stanca dopo le lunghe ore di lavoro. «Con tre di loro c’è mancato poco, ho rischiato di perderli. Ci vorrà tempo prima che possa dimetterli. Sto applicando alcune tecniche rigenerative che ho appreso di recente... vedremo se daranno i risultati promessi».
   «Hai fatto uno splendido lavoro, come sempre. Ora riposati, querida. L’MOE può badare a loro durante la notte» esortò il Capitano.
   «Sì, credo che dormirò qualche ora» convenne la dottoressa. Controllati i segni vitali dei pazienti, per accertarsi che fossero stabili, spense l’oloschermo e lasciò la scrivania. Sembrava che dovesse infilare la porta; invece si fermò davanti al compagno. «Cosa c’è che non va?» gli chiese di punto in bianco.
   «Come sarebbe? Se ti riferisci alle ultime novità, è chiaro che sono preoccupato...».
   «No, mi riferisco a te» chiarì Giely. «Sono mesi che ti comporti stranamente. È come se ti tenessi qualcosa dentro. Un’ansia, una paura che non ti avevo mai visto. E non sono l’unica, anche gli altri l’hanno notato. Hai paura degli scontri, fai di tutto per evitarli. Ci hai persino fatto fare delle prove d’evacuazione, cosa che non avevamo mai fatto prima».
   «Ed è un male prendere precauzioni? Forse sto solo maturando come Capitano. Mi preoccupo di più della nave, dell’equipaggio... e di te» disse Rivera, abbracciandola.
   La dottoressa però rimase rigida tra le sue braccia e lo squadrò con sospetto. «Non me la dai a bere, Armando. Ti conosco... c’è qualcosa che ti rode. Perché non vuoi dirmelo? Non so se potrò aiutarti, ma... credevo che stare insieme significasse confidarsi i problemi. Io a te dico tutto. Perché non puoi fare lo stesso?» mormorò, inclinando la testa nel suo gesto caratteristico.
   Rivera le carezzò l’orecchio zigrinato da Vorta. «È complicato... non riguarda solo me. C’entrano Talyn e Losira. Beh, a dire il vero riguarda tutta la nave» confessò.
   «Motivo in più per dircelo!» insisté Giely. «Se c’è un problema sarebbe meglio che tutti ne fossimo informati. Specialmente ora che siamo in zona di guerra e rischiamo altri scontri».
   «Lo farò» cedette il Capitano. «Ne parlerò alla riunione tattica di domani. Contenta?».
   La Vorta annuì. Si scambiarono un rapido bacio e lasciarono l’infermeria, mentre il Medico Olografico continuava instancabile il suo lavoro.
 
   Il giorno dopo, alla riunione, il Capitano si schiarì la voce e osservò la tavolata. «Bene, cominciamo. Stato della nave?».
   «Le riparazioni procedono. Dovremmo terminare entro l’arrivo sulla Terra» rispose Irvik.
   «Sto facendo esperimenti con gli scudi, per trovare le frequenze più resistenti contro le armi Goa’uld» aggiunse Naskeel.
   «Congratulazioni a entrambi» disse Rivera. «Stato dell’equipaggio?» chiese poi.
   «Stamane ho dimesso sette feriti. Gli altri tre sono in via di guarigione» riferì Giely. Restò a osservarlo, aspettandosi il resto.
   «Bene anche questo. Ma il vero argomento del giorno è un altro» rivelò il Capitano, dando una breve occhiata a Losira e Talyn. Li aveva già avvertiti della sua intenzione di vuotare il sacco. «Credo sia il momento d’informarvi di una certa... esperienza che Talyn mi ha riferito. Risale ai giorni che ha trascorso coi giovani Viaggiatori. Lui... ma sarà meglio che parli direttamente. Dicci cos’è successo» lo esortò.
   L’El-Auriano si schiarì la voce, a disagio. «Ecco, dovete sapere che in quel periodo ho esplorato le mie facoltà precognitive. Pare che siano un dono raro, anche tra i Viaggiatori; in effetti era il motivo per cui volevano reclutarmi. Non è una cosa che posso controllare, ma... a un certo punto ho avuto una visione. Credo sia stata un’autentica profezia. Ed era... beh, raccapricciante».
   «Dicci tutto, figliolo» lo esortò pacatamente Irvik.
   Talyn chiuse gli occhi, sforzandosi di ricordare nel dettaglio. La memoria fotografica era un altro dei suoi doni. Ed ecco, gli parve d’essere nuovamente nella sala di meditazione del Nous. Una stella morente campeggiava nella finestra panoramica, tingendo ogni cosa di luce sanguigna. In quella cornice irreale lo avevano assalito visioni di guerra e morte.
   «Ho visto... scene di battaglia, ma erano confuse. Come riflessi nell’acqua increspata. Solo tre scene erano chiare» spiegò il giovane. «Nella prima sembrava che stessimo fuggendo da qualche nemico. Gli aggressori hanno preso di mira Losira. Le hanno sparato alle spalle... l’hanno uccisa» rivelò, aggrottando la fronte.
   Ci fu un cupo silenzio. Losira era già stata avvertita, perciò non ne fu toccata più di tanto. Gli altri invece dovettero metabolizzare la notizia.
   «Poi che altro?» chiese Irvik.
   «Nella seconda visione era come se fuggissimo sul Centurion, dopo aver perso la battaglia. Ho visto... ho visto la Destiny crivellata di colpi, che precipitava nell’atmosfera di un pianeta» rivelò Talyn. «Sembrava un mondo ghiacciato, di classe P o C. Oppure era la calotta polare di un pianeta di classe M. In ogni caso la Destiny s’è schiantata sul ghiaccio, lo ha frantumato... ed è affondata nell’oceano sottostante. Sapete cosa significa. Se perdiamo la nave, non torneremo più indietro».
   Il silenzio fu ancora più lungo. Questa calamità colpiva ognuno ancor più intimamente. Era la conferma del loro peggior timore: che non c’era alcun ritorno, che sarebbero naufragati in qualche angolo del Multiverso e lì sarebbero rimasti sino alla fine dei loro giorni.
   «Puoi identificare le astronavi che hanno abbattuto la Destiny? Per caso erano dei Goa’uld?» chiese Naskeel.
   Talyn si spremette le meningi, sforzandosi di ricordare con precisione. «Non le ho viste bene, erano lontane e sfuggenti. Ma direi che... no, non sembravano Goa’uld. Erano più curvilinee, senza quella piramide dorata al centro» rammentò.
   La tensione si allentò notevolmente. Alcuni avventurieri esalarono il fiato, finora rattenuto, e si rilassarono sulle loro sedie. «Questa è una buona notizia. Significa che anche se avessimo nuovi scontri coi Goa’uld, non saranno loro ad abbatterci» notò Irvik, con le scaglie che trascoloravano per il sollievo.
   «Significa di più!» si emozionò Shati. «Significa che, se affrontiamo i Goa’uld, non possiamo perdere! O almeno non possiamo essere distrutti! Nel peggiore dei casi riusciremo comunque a fuggire con la nave» sostenne.
   Gli avventurieri rifletterono su questa considerazione. Tecnicamente era così: se la Destiny doveva essere distrutta da un altro nemico, più avanti nel tempo, allora non dovevano temere le forze di Ahriman. Anzi, portando il ragionamento alle estreme conseguenze veniva voglia di restare in quel cosmo, posticipando la sconfitta all’infinito.
   «Sempre che queste visioni siano affidabili» disse Naskeel, notoriamente scettico riguardo questi fenomeni.
   «Vorrei che non lo fossero» assicurò Talyn. «Vorrei che fossero solo un sogno, un’allucinazione, qualunque altra cosa. Però... non so come spiegarlo. Ho la sensazione che invece siano vere. Che le cose debbano andare in quel modo».
   «Finora le tue precognizioni si sono avverate» sospirò Rivera. «Ricordo la prima volta che trovammo uno stargate. Non avevo idea di cosa fosse, e quando prese a ruotare rimasi a osservarlo da vicino. Se tu non mi avessi placcato a terra, sarei stato disintegrato dallo sbuffo d’apertura. Poi è arrivato il Viaggiatore, e da allora ti ho visto fare cose incredibili. Alla luce di questi precedenti, credo che le tue visioni vadano prese sul serio».
   «Tu però hai parlato di tre visioni. Qual era la terza?» chiese Giely.
   A questa domanda Talyn si fece ancora più cupo. «Ho visto me stesso in un bio-letto, ed ero... ero in coma». La sua voce si spezzò per l’angoscia.
   «Ne sei certo? Cosa ti fa pensare che fosse proprio quello?» si preoccupò la dottoressa.
   «Ero in coma, va bene?! Lo so e basta!» sbottò l’El-Auriano. «C’erano gli schermi coi segni vitali, ed erano stabili, ma io non mi svegliavo. Quello è il mio destino».
   «Talyn, ascolta. Esistono molti tipi di coma, in base alla tipologia di lesioni cerebrali. Le terapie moderne permettono di curarli quasi tutti, e io non ti lascerò prima d’averle provate dalla prima all’ultima...» promise la Vorta.
   «Non basterà. Io finirò in coma permanente».
   «Come puoi dirlo?».
   «Perché nella visione c’era anche lui, e aveva almeno ottant’anni!» gridò Talyn, indicando il Capitano, che ne aveva appena compiuti quaranta.
   I presenti restarono ammutoliti. Questo elemento della visione era così sconvolgente, così ineluttabile, che nessuno seppe trovare parole di conforto. Se Talyn doveva restare in coma per decenni – presumibilmente dopo la distruzione della Destiny – allora non aveva scampo. Il giovane si passò le mani sul volto, asciugandosi le lacrime, e fece un respiro profondo. Losira gli sfiorò la spalla, in un gesto materno, ma nemmeno lei sapeva come aiutarlo. Del resto, se la prima visione era corretta, per allora lei sarebbe già morta.
   «Dicevo: ho visto me stesso in coma sul lettino, e il Capitano anziano al mio capezzale» riprese l’El-Auriano, più calmo. «Stava suonando un flauto, quello che ho ricevuto da Ratri. Al momento lo custodisco nel mio alloggio. Sto imparando a suonarlo... e sembra che imparerai anche tu, Capitano. Col tempo» concluse.
   Tornò il silenzio, ancor più deprimente. La sorte di Talyn sembrava inevitabile. L’unica speranza dipendeva dal fatto che, in quanto El-Auriano, aveva un’aspettativa di vita plurisecolare. C’era l’eventualità che, pur restando in coma per decenni, si risvegliasse più avanti, magari con l’avvento di nuove terapie. Ma era una congettura, e in ogni caso la maggior parte di loro non avrebbe assistito al risveglio.
   Infine Giely trovò la forza di parlare. «Talyn... alla luce di tutto questo, ho bisogno che tu faccia testamento biologico. Se... se accadesse, devo sapere come comportarmi. Vuoi che ti tenga in vita, sperando in un risveglio più avanti nel tempo? O preferisci che... ti lasci andare?» mormorò.
   «Non devi decidere subito...» intervenne Losira.
   «No, ho già avuto sei mesi per pensarci. Ho deciso» disse Talyn, rialzando il capo di scatto. «In circostanze normali vi chiederei di lasciarmi andare. Ma qui c’è qualcosa all’opera... qualcosa che ancora non comprendiamo. La profezia deve realizzarsi, in un modo o nell’altro. E là fuori, da qualche parte, ci sono ancora i Viaggiatori. Loro hanno grandi poteri curativi, e sono interessati a me. Non posso escludere un loro intervento, per quanto tardivo. Alla luce di tutto questo... io chiedo d’essere tenuto in vita. Almeno finché il tempo della profezia si sarà compiuto. Diciamo entro il tuo ottantesimo compleanno, Capitano» disse, con un groppo in gola. «Se per allora sarò ancora in coma, potrete staccarmi la spina. Queste sono le mie volontà» dichiarò con fermezza.
   «Noi... le rispetteremo» mormorò Giely. Losira non disse nulla, ma il suo dolore sembrava oltre le lacrime.
   «Ciò non toglie che possiamo – anzi, dobbiamo – prendere certe precauzioni» disse il Capitano. «Alcune le ho già implementate, anche se finora non vi avevo spiegato il motivo».
   «Sono mesi che non manda Losira e Talyn in missione sul campo» notò Naskeel.
   «Già, e quelle prove d’evacuazione ora hanno senso» aggiunse Irvik. «Si prepara a salvare almeno l’equipaggio, se dovessimo perdere la nave».
   «È il minimo» sospirò Rivera. «Per il resto... beh, cercheremo d’evitare i pianeti ghiacciati. E vi esorto tutti a tenere alta la guardia contro ogni pericolo».
   «Questo vale anche per il resto dell’equipaggio? Quando pensi d’informarlo?» chiese Giely.
   Il Capitano assunse un’aria imbarazzata. «Io... preferirei non informarlo. Né ora, né mai» rivelò. «Già adesso il morale è appeso a un filo, per il protrarsi del viaggio e le occasioni di ritorno perdute. Se dicessimo a tutti che il viaggio è inutile e la nave è condannata, immaginate che accadrebbe. Caramba, ho esitato a dirlo a voi! Se la profezia è falsa ci saranno rabbia, panico e disperazione per nulla. Se invece è vera, il fatto stesso di renderla pubblica potrebbe contribuire ad avverarla. No, staremo meglio se tutti continueranno a comportarsi in modo naturale. Per questo avevo ordinato a Talyn e Losira di mantenere il silenzio. E ora lo ordino a tutti voi. Questa faccenda deve rimanere segreta, intesi?».
   «Sempre che il prezzo del segreto non sia superiore a quello di dire la verità» commentò Giely, echeggiando le considerazioni sulla segretezza del Programma Stargate.
   «Questo lo speriamo tutti» convenne Rivera, afflitto. Ascoltò gli ufficiali che uno dopo l’altro promettevano di serbare il segreto, compresa Giely, che era la più riottosa e lo fece solo per l’amore che gli portava. Questo lo fece sentire ancora peggio.
   Prima di diventare Capitano, Rivera si era spesso chiesto cosa si provasse a comandare un’astronave. Orgoglio, soddisfazione, ansia, paura, magari tristezza e rimorso per gli errori? Nel suo caso, dopo cinque anni di comando, si sentiva soprattutto colpevole per ciò che talvolta doveva nascondere all’equipaggio. Un bravo leader non avrebbe mai dovuto celare la verità a quanti confidavano in lui. Se lo faceva, forse era perché lui non si fidava abbastanza di loro, nonostante avessero superato ogni aspettativa. Nascondere la verità non era diverso dal mentire; e la menzogna era la specialità di Ahriman.
 
   Chulak bruciava.
   Gli incendi dei bombardamenti orbitali non si erano ancora placati e il cielo era oscurato dalle ceneri sollevate. Dopo il fuoco sarebbe giunto il freddo: un lungo inverno nucleare. Nel frattempo la soldataglia di Ahriman si dava ai saccheggi, alle stragi, alle violenze. Contrariamente agli altri Jaffa, che seguivano un ferreo codice d’onore, quelli al servizio di Ahriman avevano l’abitudine di seviziare gli sconfitti nei modi più atroci. Grida e lamenti riempivano l’aria fuligginosa, mentre ai lati delle strade si potevano già vedere i corpi impalati degli sconfitti.
   I bambini, ridotti in schiavitù, marciavano sotto i colpi di frusta in mezzo ai cadaveri impalati dei loro genitori, per poi essere caricati sulle astronavi. Sarebbero stati indottrinati al culto di Ahriman, per farne nuovi soldati. I più deboli e timorosi sarebbero stati picchiati a morte durante l’addestramento. Gli altri, quelli più forti e spietati, avrebbero ingrossato l’esercito, reiterando su altri pianeti ciò che avevano subìto in gioventù. Era un sistema eccellente, la vera forza del suo Impero. In tal modo Ahriman si accertava che i suoi sudditi gli fossero fanaticamente devoti e pronti a morire per lui. Cosa che le fragili democrazie non potevano neanche sognarsi.
   La flotta vittoriosa restava in orbita, abbattendo le occasionali navicelle dei Jaffa che cercavano ancora di fuggire dal loro mondo devastato. La nave madre Ammit era il centro di smistamento dei prigionieri, che poi sarebbero stati distribuiti sui mondi dell’Impero. A un tratto però, rispondendo a un messaggio, l’intera flotta Goa’uld aprì la formazione in segno di saluto. L’attimo dopo un altro vascello uscì dall’iperspazio. La sua sagoma discoidale oscurò il sole, gettando una lunga ombra sulle Ha’tak, che apparivano minuscole al suo confronto.
   Il nuovo vascello era ampio quanto l’Ammit, ma aveva il doppio del volume per via del maggior spessore. Pur appartenendo ai Goa’uld, non recava traccia della piramide centrale. Era appiattito e circolare come uno scudo, da cui si prolungavano otto “raggi” facenti parte degli armamenti. Lo scafo solidissimo era nero come ossidiana. Solo Anubis, in passato, aveva sfoggiato navi madre di questo tipo. E infatti questa era stata costruita negli stessi cantieri, ora sotto il controllo di Ahriman. Era la Typhon, la sua nave ammiraglia. Il Signore delle Menzogne era giunto per ricevere le spoglie degli sconfitti.
 
   Gravato dal dolore e dalle catene, il Governatore Deb’ron di Chulak fu scortato dai Dragoni di Ahriman – così erano chiamate le sue guardie – fin nella sala del trono. Il prigioniero sapeva cosa si stava consumando sul pianeta. E tuttavia era ancor più angosciato al pensiero di ciò che lo aspettava in quella camera. Tiranno, demonio, re-dio... questi termini non rendevano l’idea di cosa fosse Ahriman. No, Ahriman andava oltre qualunque definizione. Nessun mortale avrebbe mai potuto ambire a comprenderlo. Del resto, se fosse stato comprensibile non sarebbe stato una divinità...
   «Avanti» disse il Primo Jaffa, spintonandolo con la lancia.
   L’ex Governatore si fece avanti, col cuore che batteva all’impazzata. Si trovò in un immenso salone, a metà tra una sala del trono e il sancta sanctorum di un tempio. Grandi bracieri ardenti lo illuminavano. Le pareti rilucevano d’oro brunito, fitto d’iscrizioni. C’erano guardie, funzionari e sacerdoti, che degnarono appena di uno sguardo il prigioniero. L’elemento più appariscente era il gran foro circolare sul pavimento, proprio al centro del salone, simile a un pozzo senza parapetto. Da quella fossa salivano fiamme, perennemente alimentate.
   Gocce di sudore solcarono la fronte di Deb’ron. Quello era il pozzo sacrificale in cui Ahriman si divertiva a gettare i prigionieri. Al di là di esso vi era il trono, collocato in cima a una ripida scalinata che lo poneva ben sopra le teste dei miseri mortali. Lì stava Ahriman; pareva galleggiare sulle fiamme. Pur avendo reclamato il titolo imperiale, non portava corona né manto. L’unico simbolo di regalità era uno scettro... se di ciò si trattava. Era un liscio bastone color bronzo, che in sommità recava incastonata una grande e levigata pietra azzurra. Sembrava fuori posto in quel salone, come se fosse la reliquia di un’altra civiltà. Dietro al trono, la sala terminava con un’enorme finestra panoramica simile a un occhio, percorsa di nervature che incorniciavano iride e pupilla. Attraverso quell’occhio sempre aperto sullo spazio appariva Chulak, oscurato di ceneri.
   «Prostrati al tuo dio!» ordinò il Primo, colpendo Deb’ron dietro le ginocchia con l’asta della lancia. Il violento urto lo fece effettivamente cadere in ginocchio. Tuttavia il prigioniero ebbe la forza di lanciare la sua ultima sfida. «Lui non è il mio dio!» gridò con voce rauca.
   A queste parole cadde un silenzio di tomba, rotto solo dal crepitio del fuoco. Tutti fissavano il prigioniero, aspettandosi una punizione esemplare. Infine Ahriman si alzò, lasciando lo scettro appoggiato al trono. Senza una parola scese i ripidi gradini e aggirò il pozzo dei sacrifici, sino a fronteggiare il Governatore decaduto. Allora lo squadrò dall’alto in basso.
   Il Signore delle Menzogne non era cambiato, fisicamente, rispetto agli antichi giorni. Manteneva l’aspetto di un uomo imponente, dai lineamenti marcati. Non aveva barba, mentre i capelli neri scendevano folti lungo la schiena. L’unica differenza forse erano gli occhi, che brillavano ancora più maligni. Vestiva sobriamente, nei toni del rosso e del nero.
   «Io so cosa provi» disse dolcemente al prigioniero. «Conosco il sapore amaro della sconfitta. La confusione, l’umiliazione... la disperata consapevolezza d’essere nel giusto, e d’aver fallito ugualmente. Fa gelare il sangue, vero? Fa capire che non c’è alcun Dio a premiare i giusti e punire i malvagi. Io ho appreso la lezione... per questo sono diventato un dio, mediante l’Ascensione».
   «Un falso dio. Cadrai come gli altri. La Storia non ti ha insegnato niente?!» esclamò Deb’ron.
   «La Storia insegna che, quando strappi Dio dal cuore dei mortali, lasci un buco a forma di Dio che dev’essere riempito da qualcos’altro» ribatté Ahriman. «Alcuni lo riempiono col sesso, l’ambientalismo o altre fesserie del genere. Ma è una soluzione temporanea... presto o tardi l’animo umano reclama un padrone innanzi a cui prostrarsi. Qualcuno che lo assolva dai peccati e gli permetta di compierne altri, chiamandoli virtù». Si voltò a mezzo, dando un’occhiata al fiammeggiante pozzo dei sacrifici. «Questo pozzo, per esempio... sai come funziona?» chiese.
   «So che ci getti le tue vittime» mormorò il Jaffa, aspettandosi lo stesso trattamento.
   «No, non è così» disse gentilmente il Goa’uld. «A chi dovrei sacrificarle, scusa? Sono i miei sudditi che le gettano, per sacrificarle a me. Per chiedermi una grazia, o per esprimere gratitudine dopo che l’ho concessa. O anche per propiziare le campagne militari. Prendiamo a esempio la conquista di Chulak... un obiettivo cui ambivo da tempo. Io non ho preteso niente. È stata una mia devota a farsi avanti, offrendosi di gettare tra le fiamme il suo figlioletto appena nato, come sacrificio propiziatorio. Io le ho chiesto se era sicura... ho spiegato a entrambi i genitori che non erano obbligati. Ma mi hanno implorato di farlo. E io sono un dio benevolo, che accoglie le suppliche. Gli ho permesso di fare ciò che volevano. E guarda un po’... ha funzionato! Chulak è di nuovo in mano mia. Vedi, questa è la forza. Non le astronavi, non le armate, e nemmeno il genio strategico. La vera forza risiede nel dominare i cuori e le menti delle persone. No, ho detto una sciocchezza. La vera forza risiede nel soddisfare il desiderio d’essere dominate delle persone. È la domanda che crea l’offerta» si corresse.
   Deb’ron era annientato, ma riuscì in qualche modo a controbattere. «Non siamo tutti così, tiranno» mormorò, umettandosi le labbra secche. «Le immagini delle tue atrocità stanno facendo il giro della Galassia. Questo bombardamento, ad esempio... ormai ne saranno informati su ogni pianeta civilizzato. I popoli della Via Lattea ti odieranno per questo. Rinsalderanno le loro alleanze per non subire la stessa sorte. E insieme ti sconfiggeranno» auspicò.
   Ahriman scoppiò a ridere, genuinamente divertito. «Le mie atrocità?! No, sei in errore... questa è la tua atrocità» corresse.
   «Come sarebbe a dire?!».
   «Beh, in fondo sei stato tu a ordinare alle tue navi di bombardare Chulak. L’hai fatto per obbedire al governo illegittimo di Dakara e ai vostri padroni terrestri. Preferite massacrare i vostri cittadini pur d’impedire che io li liberi. Tsk-tsk... che crudeltà! Non mi stupisco che la gente vi disprezzi, e veda me come il salvatore» spiegò il Goa’uld, compiaciuto.
   L’ex Governatore era rimasto di stucco. «Cos’è questo delirio?! Sappiamo entrambi che sono state le tue navi a devastare Chulak. Le mie lo hanno difeso finché hanno potuto, come gli avevo ordinato!» rivendicò.
   «Ah, ma non è quello che raccontano i miei canali di propaganda, sui mondi democratici della Galassia. Gli intellettuali, i gruppi studenteschi, gli attivisti per i diritti, e tutti gli influencer sul mio libro paga» spiegò Ahriman, allargando le braccia trionfante. «Loro sono concordi nel diffondere la mia versione dei fatti. E i cittadini... gli elettori... gli crederanno. Perché è quello che vogliono credere».
   «No... no, questa è una menzogna troppo grossa. Non riuscirai a convincere l’opinione pubblica!» gemette Deb’ron.
   «Proprio perché è una menzogna colossale sarà convincente, invece!» ribatté il Goa’uld. «Non è una questione di credibilità, ma di natura umana. Le persone hanno bisogno di credere alle menzogne, di credere a chi gliele racconta. Le menzogne sono l’unica cosa capace di dare scopo, significato e valore a un’esistenza che altrimenti ne sarebbe desolatamente priva. Le persone vivono per le menzogne, uccidono per le menzogne. Sono felici di sacrificare se stesse e i propri figli per difendere le menzogne. Ben pochi sono disposti a fare altrettanto in nome della verità» disse, girando intorno al prigioniero.
   «Ti dirò di più: solo le menzogne riescono a unire le persone in uno scopo comune, e quindi a far funzionare la società. La Storia ha dimostrato che le civiltà fondate sulle menzogne sono forti e durature, mentre una che cerchi di fondarsi sulla verità crollerà miseramente in poco tempo. A conti fatti, direi che le menzogne sono il fondamento dell’esistenza, mentre la verità è una bislacca forma di suicidio» concluse Ahriman.
   L’ex Governatore pensò a quante volte anche lui aveva “ritoccato” la realtà per ricavarne dei vantaggi politici, sia pure non in modo così plateale. Tuttavia non volle ancora darsi per vinto. Da inginocchiato che era si rialzò in piedi, senza che le guardie lo ostacolassero. «Ti credi forte, solo perché hai ottenuto qualche successo. Ma prima o poi sarai sconfitto. Tu stesso hai ammesso di conoscere l’amarezza della sconfitta!» ricordò.
   «L’unico che potrebbe sconfiggermi sarebbe qualcuno uguale a me. Vale a dire che nella Galassia ci sarà sempre qualcuno come me!» ribatté il Goa’uld, ma quell’ultima frecciata lo aveva infastidito. «Beh, è stata una piacevole chiacchierata, ma ho altre faccende di cui occuparmi. Temo di doverti congedare... in modo permanente» avvertì.
 
   Il prigioniero fissò il pozzo dei sacrifici, da cui salivano sempre nuove fiamme. Di tutte le morti che potevano toccargli, quella era davvero atroce. Il suo viso impallidì e la testa gli girò al punto che quasi svenne. Si disse che doveva conservare la sua dignità: non avrebbe urlato, non si sarebbe dimenato. E soprattutto non avrebbe implorato pietà; era certo di non riceverne.
   Ahriman seguì il suo sguardo, fino al pozzo fiammeggiante. «Come, stai pensando che voglia buttarti lì? Me ne guardo bene» disse a sorpresa. «Conosci il detto “al vincitore vanno le spoglie”? Ebbene, tu sei la mia spoglia. E non bisogna lasciare che la buona carne bruci tutta nel fuoco. Guardie, liberatelo dalle catene. E aprite il portone!».
   A quell’ordine uno dei Dragoni liberò il prigioniero stupefatto, mentre un altro si accostò alla parete istoriata e premette un comando. Un portone nascosto dai decori si sollevò, lasciando intravedere una sala adiacente. Era semibuia al punto che le pareti sembravano bluastre. Il prigioniero se ne stupì: di solito i Goa’uld preferivano stanze decentemente illuminate. Guardando con più attenzione si accorse che c’era qualcuno nella sala in ombra. Una figura umanoide torreggiante, con occhi gialli che rilucevano nell’oscurità come quelli di un felino. Sembrava che stesse artigliando al petto una figura più piccola, inginocchiata davanti a lei, quasi volesse strapparle il cuore. La vittima emetteva rauchi lamenti. Perché non cercava di sfuggirle?!
   «Ebbene, mia cara, come procede il banchetto?» chiese Ahriman in tono premuroso.
   Mia cara?! Deb’ron fece qualche passo incerto, sperando di vederci chiaro.
   «Niente male» rispose l’umanoide con voce femminile, per quanto ringhiosa. «Questi Jaffa hanno la scorza dura, ma dentro c’è buon succo. Sono anche più nutrienti degli Umani!» disse in tono d’approvazione. La luce che filtrava nella stanza baluginò sui lunghi capelli, di un rosso fiammante.
   Nutrienti?! Il prigioniero continuò a farsi avanti, spinto da una morbosa curiosità.
   «Mi fa piacere sentirlo. Spero che non ti sia guastata l’appetito, perché qui ce n’è uno bello grasso» la invitò Ahriman.
   «No, che dici? Sono appena all’aperitivo!» ghignò l’aliena. Si rivolgeva al Goa’uld con stupefacente familiarità, quasi fossero vecchi amici. Come se lui la riconoscesse come proprio eguale. La sua vittima, intanto, continuava a rantolare.
   «Cosa le stai facendo? Lasciala!» esclamò Deb’ron, cercando di non far tremare la voce.
   L’aliena si volse verso di lui, ringhiando sommessamente. «I conigli non dovrebbero dare ordini ai leoni. Ma se vuoi sapere cosa le sto facendo... eccoti accontentato!». Sollevò di peso la vittima, con una sola mano, e la scaraventò in avanti senza il minimo sforzo.
   La poveretta rotolò fuori dall’ombra, nella sala illuminata. Era una Jaffa così avvizzita dalla vecchiaia che veniva da chiedersi come respirasse ancora. Aveva i capelli bianchi come neve, il viso incartapecorito; le mani grinzose tremavano. Stranamente era vestita come una giovinetta, cosa che enfatizzava lo sfacelo del tempo. Pareva una scelta inappropriata, ma Deb’ron non stette a pensarci. Si slanciò in avanti e si chinò su di lei, temendo che il volo le avesse spezzato le ossa. «Siete ferita, signora...?» chiese.
   «N-non avvicinarti...» mormorò l’anziana, facendo un debole tentativo di respingerlo. Fu allora che Deb’ron notò il suo braccialetto ingioiellato. Era stranamente familiare.
   «Questo dove l’avete preso?!» chiese il Jaffa, prendendole la mano tra le sue per osservare meglio il monile. «È identico a quello che ho donato a mia figlia per il suo diciottesimo compleanno...!». Guardando con attenzione, riconobbe la dedica. Non era un gioiello identico, era proprio quello. Ma la proprietaria...
   «Allontanati... non guardarmi... p-padre...» singhiozzò la sventurata.
   Il cuore sussultò nel petto di Deb’ron, che prese il viso dell’anziana tra le mani e la costrinse a guardarlo. La pelle era rugosa e macchiata, ma gli occhi... li riconobbe. Quella povera vecchietta, così anziana che avrebbe potuto essere sua nonna, era in realtà sua figlia ventenne.
   «Li’landra, che ti hanno fatto?!» gemette il Jaffa, cullandola tra le braccia.
   «Non sono stati i Goa’uld...» sussurrò la figlia con un filo di voce. «È opera di... quella bestia...». La sua voce si spense e reclinò il capo, senza vita, tra le braccia del genitore distrutto.
   «Oh, poverina. Doveva essere debole di cuore!» ridacchiò la responsabile, acquattata nell’ombra. «Ehi, Governatore! Tua figlia era una ragazza deliziosa, ma io ho ancora fame!» infierì.
   Deb’ron adagiò il corpo raggrinzito della figlia e si rialzò, fronteggiando l’aliena che gliela aveva strappata. Il viso del Jaffa era solcato di lacrime; la sua ultima ragione di vita lo aveva appena lasciato. «Assassina...» mugolò.
   «Assassina? No, sei in errore!» sghignazzò l’interessata. «Assassino è chi uccide una persona. Chi ne uccide diecimila è un generale. Chi ne uccide un milione è un re. Chi le uccide tutte è Dio. Io sono... beh, come minimo una regina!» rise, gli occhi ardenti nel buio.
   «Maledetta!» gridò Deb’ron, impazzito dal dolore. Si gettò contro di lei, sebbene fosse disarmato e sapesse come sarebbe andata a finire. Dalla camera tenebrosa vennero brevi suoni di colluttazione, seguiti dallo scricchiolio d’ossa infrante e dall’urlo del Jaffa. Poi un lungo rantolo d’agonia mentre Azi Dahaka, regina degli Wraith, gli spremeva la vita.
 
   Ahriman volse le spalle all’alleata, ancora intenta a pasteggiare. C’erano questioni più importanti che richiedevano la sua attenzione. Si recò dai suoi collaboratori, che avevano atteso durante il confronto, per discutere della nuova amministrazione di Chulak.
   «Mio signore» intervenne il Primo Jaffa, posando un ginocchio a terra. «C’è un problema urgente che devo sottoporre alla vostra attenzione».
   «Ti ascolto».
   Il Jaffa si rialzò, pur restando a capo chino. «Nelle fasi finali della battaglia, una potente nave sconosciuta è apparsa dal nulla e ha interferito nel nostro accerchiamento. Ha aiutato i resti della flotta nemica a fuggire, aprendogli un varco. Ed ha... distrutto un numero significativo di Al’kesh e Alianti» ammise. «Il suo nome è Destiny e non somiglia ad alcun vascello noto. Se non fosse stato per il suo intervento, nessun Ha’tak nemico ci sarebbe sfuggito!».
   Ahriman aggrottò la fronte. «Uhm, sì, ho letto i rapporti. Un incidente inaspettato quanto inquietante. L’unica macchia su una vittoria altrimenti perfetta» commentò, passeggiando avanti e indietro. «Quel che m’infastidisce non è tanto il ruolo che la Destiny ha svolto nella battaglia, quanto il fatto che ne sappiamo così poco. Quella nave è un enigma, un elemento di disturbo nei nostri piani. Molto seccante... e molto affascinante».
   «Se si tratta di mercenari assoldati dal nemico, potrebbero interferire ancora» avvertì il Primo. «Vi chiedo il permesso di raccogliere una flottiglia, per inseguire la Destiny e distruggerla».
   «No!» esclamò Ahriman, accompagnandosi con un gesto secco. «Sarebbe oltremodo sciocco distruggere ciò che non conosciamo. Prima dobbiamo scoprire tutto su quegli intrusi. Voglio sapere chi sono, da dove vengono, che cosa vogliono. E che cosa possiedono che potrebbe tornarci utile. Solo allora deciderò quali provvedimenti adottare».
   «Sarà fatto, Altezza» promise il Primo, portandosi il pugno chiuso all’altezza del cuore.
   «Dico a tutti!» esclamò Ahriman, rivolgendosi all’auditorio di funzionari e gerarchi. «Attivate i nostri canali d’informazione. Allertate le nostre spie sui mondi nemici. Battete ogni pista, ricercate ogni indizio. Mi servono quanto prima informazioni su quel vascello. Il primo che avrà qualcosa da riferirmi sarà ricompensato. La Destiny è un mistero che non vedo l’ora di sviscerare!» disse, assaporando l’emozione della sfida.
 
   «Siamo ai margini del sistema solare» riferì Shati.
   «Okay, scendiamo a impulso. Anche se la guerra non ha raggiunto i Terrestri, sarà meglio non piombargli addosso senza preavviso. Avviciniamoci con calma, e intanto diamogli il nostro biglietto da visita» ordinò il Capitano. Si riferiva a un messaggio preregistrato, in cui si rivolgeva alle autorità doganali, ricordando la precedente visita e rinnovando la richiesta d’incontro diplomatico.
   «Fatto. Continuerò a trasmettere a intervalli regolari» riferì Talyn.
   «Bene, non ci resta che aspettare. Avanti a mezzo impulso verso la Terra. Se le pattuglie non c’intercettano prima, entriamo in un’orbita alta» disse Rivera.
   «Sono proprio curiosa di vederla...» mormorò Shati, facendo quanto ordinato. La Destiny si addentrò nel sistema solare, sempre ritrasmettendo il proprio messaggio. Superò le orbite dei pianeti gassosi, poi la cintura d’asteroidi. Passò nelle vicinanze di Marte, ormai colonizzato, ma non vi si soffermò. E infine giunse in vista della vecchia Terra.
 
   La situazione era assai mutata dai tempi dell’SG-1, quando i Terrestri si erano trovati catapultati nell’arena galattica, costretti a contendere con potenze che potevano annientarli senza nemmeno scomporsi. L’alleanza con gli Asgard e il ritrovamento delle tecnologie degli Antichi avevano rivoluzionato la società umana, proiettandola in avanti di millenni dal punto di vista tecnologico. Respinta la maggior parte delle minacce, i Terrestri avevano costruito una potente flotta d’astronavi. Con quelle, e con gli stargate, avevano fondato avamposti e poi vere colonie su numerosi pianeti. Si erano spinti persino in altre galassie, specialmente quella di Pegaso. Infine, com’era inevitabile, i governi non avevano più potuto serbare il segreto. Troppe persone erano coinvolte, troppe sospettavano. In una seduta plenaria senza precedenti, le Nazioni Unite avevano svelato all’opinione pubblica l’esistenza degli stargate, degli alieni, e tutti i progressi compiuti.
   Era stato il più grande terremoto politico e culturale della storia umana. Le nazioni minori erano insorte, accusando le potenze d’averle escluse da decisioni cruciali per l’umanità, e d’avergli negato i benefici delle nuove tecnologie. A livello popolare c’erano stati incredulità e panico; anche indignazione e proteste per essere stati tenuti all’oscuro di fatti che riguardavano tutti. Ora che la Terra era passata, in pochissimi decenni, da mondo dimenticato a potenza galattica, il suo ordinamento politico era apparso antiquato. Come ci si poteva rapportare ad altre specie, dai governi centralizzati che controllavano interi mondi, se si era ancora divisi in duecento Stati? Non c’era che una via praticabile, quella dell’unificazione.
   Il processo non era stato facile. C’erano state resistenze, anche accanite, da parte dei regimi più autoritari, che non volevano perdere il potere. Attentati terroristici e minacce nucleari avevano fatto temere che, dopo essersi fatti strada nella Galassia, i Terrestri si sarebbero distrutti a vicenda. Eppure la catastrofe era stata evitata, e col passare del tempo le cose erano migliorate. I regimi dispotici infatti si erano trovati isolati dal mercato interstellare, con le sue immense opportunità. Così erano rimasti sempre più indietro tecnologicamente, e questo alla lunga li aveva fatti implodere. Alla fine del XXI secolo, cent’anni dopo l’avvio ufficiale del Programma Stargate, gran parte della Terra era unificata. Un altro secolo e anche i regimi più riottosi erano crollati; le nuove amministrazioni erano confluite nel governo globale.
   Le Nazioni Unite si erano così evolute nella Terra Unita, e poi nell’Alleanza Terrestre, che comprendeva un gran numero di colonie disseminate nella Via Lattea. Queste godevano d’ampie autonomie locali, ma erano comunque considerate parte integrante dell’Alleanza. Se una colonia era minacciata, quindi, la Terra mandava rinforzi a proteggerla. Squadre e navicelle potevano attraversare gli stargate, ma sempre più spesso la Terra era in grado di schierare potenti astronavi, così veloci da giungere in pochi giorni. Beninteso, le colonie sorgevano a macchia di leopardo in una Galassia che per il resto rimaneva frammentata. La maggior parte dei mondi era ancora scarsamente popolata, tecnologicamente arretrata e tagliata fuori dai circuiti interstellari. Gli abitanti, anticamente portati lì dai Goa’uld, non avevano idea degli enormi cambiamenti avvenuti sopra le loro teste.
   All’alba del XXVII secolo, dopo oltre seicento anni d’esplorazione e progresso, i Terrestri (o Tau’ri) erano divenuti la maggior potenza galattica. La loro poteva ormai definirsi una società post-scarsità, tanto che sulla Terra non c’erano più povertà né conflitti. Il vecchio Impero Goa’uld era stato smembrato fra i Jaffa Liberi e i Tok’ra. Gli Asgard erano tramontati, mentre qua e là facevano capolino nuovi governi interstellari, come l’Alleanza Lucian. Nel nucleo galattico, infine, perdurava l’Impero di Ahriman, come una spada di Damocle che pendeva sulle altre civiltà. La sua vittoria avrebbe riportato l’orologio della Storia indietro di secoli, all’epoca in cui i Goa’uld erano i padroni indiscussi.
 
   «Ancora nessuna risposta?» si stupì Rivera, mentre la Destiny s’inseriva nell’orbita alta.
   «Non ancora» confermò Talyn. «Capitano, c’è qualcosa che non va. È dal nostro arrivo che rilevo un groviglio di trasmissioni subspaziali, difficili da districare. Parecchie sono dirette verso il centro della Galassia, vale a dire verso l’Impero di Ahriman. Sto cercando d’isolarle. Ma sono le condizioni della Terra a preoccuparmi maggiormente. Guardate, ci sono estesi blackout».
   Era vero. La Destiny si avvicinava alla Terra dall’esterno del sistema solare, dunque dal lato in ombra del pianeta, così da vedere la ragnatela luminosa delle città. Ma in quella fitta rete s’erano aperti degli squarci: ampie porzioni dei continenti erano piombate nel buio. Il Nord America, in particolare, era quasi del tutto immerso nell’oscurità.
   «C’è dell’altro» proseguì l’El-Auriano. «Rilevo detriti d’astronavi in orbita. Dalla loro dispersione direi che i vascelli sono stati distrutti di recente. Diciamo qualche giorno fa».
   «Maledizione» borbottò Rivera, serrando i braccioli della poltroncina fino a sbiancarsi le nocche. «Eppure i Jaffa ci avevano detto che la Terra non era stata attaccata!». Se le navi Goa’uld erano ricorse anche lì ai bombardamenti orbitali, il numero delle vittime doveva essere astronomico.
   «Forse è stato un attacco-lampo. Può darsi che i Jaffa non ne fossero informati» suggerì Shati.
   «Però è strano...» fece Talyn, proseguendo le analisi. «I detriti sono compatibili solo con le navi Terrestri. Non c’è traccia di leghe Goa’uld».
   «Stai dicendo che gli aggressori non hanno subìto alcuna perdita? E allora come hanno fatto i Terrestri a respingerli?» si stupì Losira.
   «Non credo ci sia stata una battaglia» li sorprese Naskeel. «Del resto sulla Terra non vi sono segni di bombardamenti. Le città sono integre, nonostante i blackout».
   «Ma allora...».
   «La mia ipotesi è che si tratti di sabotaggio» disse il Tholiano. «Qualcuno dall’interno ha fatto esplodere le astronavi. E qualcun altro sulla Terra ha provocato i blackout. Potrebbero essere attentati di Ahriman, per danneggiare i Terrestri senza dichiarare guerra aperta».
   «Il problema non è solo la mancanza d’energia» disse Talyn, che stava scansionando la Terra. «Rilevo disordini in tutto il globo».
   «Disordini?» chiese Rivera.
   «Proteste violente. Incendi, saccheggi, scontri fra manifestanti e polizia. Nelle zone più calde è stato dispiegato l’esercito e ordinato il coprifuoco, ma non sembra che sia servito» disse l’El-Auriano, sempre più preoccupato. «Signore, la Terra è sull’orlo della guerra civile».
   «Ma l’altra volta non era così, giusto?!» chiese Shati, sconcertata.
   «No, per niente» confermò il Capitano. «L’altra volta... diciotto mesi fa... era un pianeta ricco e pacifico. Mi chiedo come abbia fatto a peggiorare tanto in così poco tempo».
   «Ma queste proteste... queste rivolte... da chi sono fatte? Cosa vogliono i rivoltosi?» chiese Losira.
   Talyn si collegò coi principali notiziari, in cerca di risposte. Rimase a lungo chino sulla consolle dei sensori. Quando rialzò lo sguardo, era disgustato. «Sono i sostenitori di Ahriman, che mettono la Terra a ferro e fuoco nel nome di quel demonio. Dicono che, essendo l’ultimo Signore dei Goa’uld, ha diritto a reclamare tutti i mondi un tempo appartenuti alla sua specie. Dicono che gli vanno restituiti per... uhm... “combattere il colonialismo e l’imperialismo umano” e “restituire la libertà ai popoli oppressi”».
   «Cornudos cabrones!» imprecò il Capitano, dando un pugno sul bracciolo. Questo modo di svendere la propria patria a una dittatura non gli era nuovo. Gli ricordava la sua infanzia, rovinata dalla Guerra Civile federale.
   «C’è dell’altro» aggiunse Talyn, sempre più angosciato. «Ho isolato alcuni di quei messaggi subspaziali. Sono trasmessi dai rivoltosi e indirizzati ad Ahriman... oh, no».
   «Che c’è? Cosa dicono?!» chiese Losira. Accanto a lei Rivera si curvò in avanti con la testa fra le mani, immaginando la risposta ancor prima che il giovane la fornisse.
   «I seguaci di Ahriman... che sono Terrestri... lo stanno invitando a reclamare uno dei primi mondi occupati dai Goa’uld. Lo stanno implorando di prendere possesso della Terra». 
 
   
 
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