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Autore: Parmandil    07/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 3: Egida
 
   «Nave terrestre in rotta d’intercettazione. Ci stanno chiamando» avvertì Talyn.
   «Alla buon’ora. Sullo schermo» disse il Capitano, ancora incupito alla vista del degrado in cui era sprofondata la Terra.
   L’ufficiale che si presentò agli avventurieri indossava un’uniforme diversa da quella della Flotta Terrestre. Era quasi del tutto nera, con una mostrina che Rivera non riconobbe, ma di certo non era quella regolare.
   «Salve, Destiny» salutò l’ufficiale, un uomo sulla cinquantina, con capelli brizzolati dal taglio militare. «Sono il Colonnello Steven Mitchell. So che questa è la vostra seconda visita. Mi rammarico che l’altra volta siate stati ignorati. Temo che all’epoca nessuno abbia preso sul serio la vostra asserzione di provenire da un’altra realtà; ma le cose sono cambiate» assicurò.
   «In che modo?» chiese Rivera.
   «Beh, le informazioni sul Multiverso che inviaste alla dogana sono state inoltrate a chi di dovere. I migliori scienziati dell’Alleanza le hanno esaminate, trovandole convincenti. Così le forze armate si sono interessate a voi» spiegò il Colonnello. «Purtroppo ciò è accaduto solo dopo che eravate ripartiti... maledetta burocrazia! È da allora che vi cerchiamo in tutta la Galassia. Il modo in cui siete spariti per diciotto mesi, senza fare scali, corrobora l’idea che veniate da un altro cosmo».
   «Quindi siete disposti a riceverci?» chiese il Capitano.
   «Certamente. Col vostro permesso vorrei venire a bordo per discuterne. Se troveremo un’intesa preliminare, vi scorterò al Comando» promise Mitchell.
   «Muy bien, l’aspettiamo» disse Rivera, sperando che fosse la volta buona. Se non altro avevano attirato l’attenzione delle autorità. C’era una sola stranezza, che voleva chiarire prima d’accogliere quei militari. «Permette una domanda? Dalle mie parti il grado di Colonnello è pertinente alle forze di terra, e in effetti la sua uniforme non è quella della Flotta Terrestre. Perciò mi chiedo a quale branca delle forze armate appartenga...».
   Mitchell abbassò brevemente lo sguardo alla propria uniforme scura. «Ah, capisco che possa creare confusione. Lei ha visto giusto, io non rispondo alla Flotta» ammise. «Vede, tutto ciò che riguarda il Multiverso è altamente classificato. Di conseguenza non è l’esercito a farsene carico, bensì i servizi segreti. Mi ripresento: sono il Colonnello Mitchell dell’Egida, il servizio d’intelligence dell’Alleanza Terrestre. E sono impaziente di fare la vostra conoscenza».
 
   Il Colonnello si trasferì sulla Destiny assieme a un drappello di specialisti e di guardie. Rivera e i suoi ufficiali li ricevettero in sala teletrasporto. Notarono che il teletrasporto dei Terrestri era più avanzato di quello Goa’uld, in quanto non richiedeva gli anelli trasferitori. Era un semplice bagliore bianco, quasi istantaneo. Si trattava infatti di tecnologia ottenuta dagli Asgard, una delle specie più avanzate della Via Lattea.
   «Benvenuti sulla Destiny» li accolse Rivera. Ora che li vedeva da vicino, riconobbe le mostrine. Raffiguravano uno scudo con sopra un volto incorniciato di serpenti. L’Egida appunto, il mitico scudo appartenuto a Zeus e alla sua figlia prediletta, Atena.
   «Grazie» disse Mitchell, guardandosi attorno con interesse. «Ho portato con me alcuni tecnici. Col suo permesso vorrei che dessero un’occhiata alle vostre attrezzature. Giusto per confermare che questa nave è in grado di raggiungere altre realtà. Anche se non stento a crederlo» disse osservando gli ufficiali alieni, primo fra tutti Naskeel.
   «Temo di non poter soddisfare la curiosità dei suoi ingegneri. Noi non divulghiamo la tecnologia per muoversi nel Multiverso. Sarebbe troppo pericoloso se si diffondesse» avvertì Rivera.
   «Voi però ne fate uso. Questo non è pericoloso?» lo provocò il Colonnello.
   «Altroché! Così pericoloso da avermi convinto che meno persone lo fanno, meglio è» disse il Capitano. «Noi purtroppo siamo dispersi, e dobbiamo continuare a spostarci finché ritroveremo casa. Seguitemi in sala tattica, così potremo discuterne».
   Il Capitano fece strada, usando il passaggio diretto tra la sala teletrasporto e la sala tattica, evitando quindi di passare dalla plancia. Ancora non si fidava appieno degli ospiti. Sapere che erano dei servizi segreti gli metteva apprensione: temeva volessero impadronirsi della loro tecnologia. Del resto era così che i Terrestri, in quella realtà, erano progrediti tanto alla svelta.
   Una volta seduti attorno al tavolo, gli avventurieri spiegarono più nel dettaglio la loro provenienza e le loro motivazioni. Dopo tante missioni diplomatiche ormai gli veniva naturale: sapevano quali prove addurre per risultare più credibili e quali argomenti era meglio evitare. In molti casi risposero alle domande degli ospiti prima ancora che potessero formularle. Narrarono i loro scontri con gli Undine, dall’incidente iniziale alla scoperta del pianeta Arena, fino alla recente Battaglia di Xelaya. Il Colonnello li interruppe di rado, con poche domande mirate. Gli avventurieri peraltro non si limitarono a parlare: mostrarono registrazioni e rapporti dei sensori, dandone copia ai tecnici terrestri, così che potessero analizzarli.
   «Dopo Xelaya non abbiamo più avuto notizie degli Undine, ma non credo che abbiano perso il vizio. Del resto sappiamo per certo che sono già stati da voi» sottolineò il Capitano. «Su Arena c’è un vascello Ha’tak, sebbene non possa più volare. E tutti i mondi razziati dagli Undine sono collegati da stargate, del tipo in uso nella Via Lattea. È il segno che sono interessati alla vostra tecnologia e potrebbero volerne ancora» avvertì.
   «Come si chiama quel vascello naufragato?» chiese Mitchell.
   «Sodan» ripose Talyn. «Sono stato a bordo parecchi giorni, per ripararmi dalla tempesta di sabbia». Era stato allora che il suo mentore, il Viaggiatore, gli aveva parlato di quella realtà.
   «Sì, un vascello con quel nome è scomparso anni fa» confermò il Colonnello. «E sono decenni che ogni tanto sparisce uno stargate, sempre su mondi arretrati, disabitati o comunque non sorvegliati. Ora almeno sappiamo chi li prende».
   «Quindi ci crede» disse Rivera.
   «Le vostre asserzioni sono convincenti» ammise Mitchell. «E combaciano alla perfezione con quanto ci ha detto il Tenente Yo’rek». Era la prima volta che lo nominava. A quel nome un fremito percorse gli avventurieri, soprattutto quelli che avevano combattuto assieme a lui.
   «Ah, allora gli avete parlato!» esclamò Rivera, in parte sollevato.
   «Certamente. Le sue asserzioni straordinarie non sono passate inosservate all’Egida. Lo abbiamo convocato poco dopo il suo arrivo sulla Terra e abbiamo ascoltato la sua testimonianza» confermò il Colonnello.
   «Quindi dov’è adesso? Nemmeno i suoi compatrioti hanno saputo dircelo» ricordò il Capitano, preoccupato.
   «Dopo averci fatto rapporto è tornato dalla sua gente. In fondo è un Tenente della Milizia Jaffa e ha delle responsabilità, a maggior ragione durante un conflitto. Neanche noi sappiamo dove sia al momento. Del resto, se non lo sanno i Jaffa...». Mitchell non disse altro, ma dal tono s’intuiva il suo sospetto. Se non c’erano informazioni aggiornate su Yo’rek, era probabile che fosse morto.
   «Se avrete notizie, ce le comunicherete?» insisté Rivera.
   Il Colonnello esitò, incerto su quanto potessero condividere con quei visitatori di un altro cosmo. «Vi suggerisco di chiederlo alla Direttrice Thena, quando la incontrerete» disse infine.
   «Quindi ci porterà da lei?». Il Capitano avrebbe preferito rivolgersi all’Ammiragliato, come aveva fatto in quasi tutte le sue missioni diplomatiche, piuttosto che ai servizi segreti. Quando parlava agli ammiragli sapeva che anche l’intelligence ne sarebbe stata informata, mentre non era certo del contrario. Ma non aveva scelta: quello davanti a lui era un Colonnello dell’Egida.
   «Quando le avrò fatto rapporto, ritengo che la Direttrice vi riceverà» disse Mitchell. «Ma prima vorrei parlare un attimo del vostro intervento a Chulak» aggiunse.
   «Ah, sì» fece il Capitano, rabbuiandosi. «Vede, non abbiamo avuto scelta. Passando da un cosmo all’altro ci siamo trovati in mezzo alla battaglia. Eravamo nel fuoco incrociato delle astronavi. Dapprima abbiamo cercato di tirarcene fuori, non avendo contenziosi con nessuno. Ma parte della flotta di Ahriman ci ha inseguiti. Quei fanatici ci hanno attaccati solo perché non eravamo dei loro».
   «Di certo hanno pensato che foste rinforzi dei Jaffa. Mercenari a contratto. Ogni tanto se ne vedono» ammise il Colonnello.
   «Sì, beh, a quel punto eravamo coinvolti nostro malgrado. E quando la flotta di Ahriman ha bombardato il pianeta, ci è stato ancor più chiaro da che parte schierarci» disse Rivera, ancora scosso da quella carneficina. «Non potevamo cambiare le sorti della battaglia, naturalmente. Quindi abbiamo aiutato i Jaffa a ritirarsi».
   «Un risultato notevole, in ogni caso. Le nostre valutazioni tattiche dicono che, senza di voi, la flotta Jaffa sarebbe stata annientata» rivelò Mitchell. «Il prezzo è che ora siete sulla lista nera di Ahriman. Di certo vorrà ritrovarvi per vendicarsi. È una fortuna che siate giunti fin qui sani e salvi. Ma ditemi, perché avete scelto la Terra? Perché non proseguire il viaggio coi Jaffa, visto che eravate con loro?».
   Il Capitano sospirò, fissandosi le mani intrecciate, e non rispose subito.
   «Perché non ci hanno voluti, ecco perché!» disse Losira al posto suo. «Nonostante il nostro aiuto, temevano ancora che fossimo spie o sabotatori di Ahriman. Non hanno voluto farci vedere dove spostavano la flotta».
   «Uhm, come temevo» disse il Colonnello, rabbuiandosi a sua volta.
   «Che è successo per renderli così paranoici?» chiese Rivera. «Che è successo fra Terrestri, Tok’ra e Jaffa? Credevo foste alleati, da quando sconfiggeste gli altri Goa’uld. Com’è possibile che ora un solo Goa’uld vi abbia estraniati?!».
   «Voi non avete idea di cos’è capace Ahriman» borbottò Mitchell. «Venendo qui avrete rilevato dei detriti spaziali, suppongo...».
   «Colonnello...» fece uno dei suoi collaboratori, nel tentativo di non fargli dire troppo.
   «Posso parlarne, non è nulla di secretato» chiarì il superiore.
   «Abbiamo rilevato i detriti, sì. Di che si tratta?» chiese il Capitano, pur temendo la riposta.
   «Sono i resti di quattro navi da guerra di nuova generazione» rivelò Mitchell. «Sono state sabotate e distrutte da ingegneri dei loro stessi equipaggi. Tutte persone considerate affidabili, in servizio da anni... due di loro da decenni. Ma non hanno esitato un istante a farsi esplodere coi loro vascelli. Coi loro colleghi. Hanno lasciato dei messaggi in cui spiegavano d’averlo fatto perché, secondo loro, l’attacco di Ahriman contro i Jaffa è tutta colpa nostra, e non volevano che quelle astronavi fossero usate in guerra. Cosa che non può accadere, perché l’Alleanza Terrestre non è in conflitto. Questo è un esempio dell’effetto che Ahriman ha sulle persone; potrei farvene molti altri. I blackout sulla Terra, ad esempio, sono opera dei suoi seguaci. Idioti che si marchiano la fronte come gli schiavi di Ahriman e si considerano combattenti per la libertà. Quel demonio ha seminato così tante menzogne e sospetti che la gente è fuori di testa; nessuno si fida più di nessuno».
   Il Colonnello si massaggiò brevemente la fronte. Poi passò lo sguardo sulla tavolata, osservando gli avventurieri uno dopo l’altro. «Ora capite perché abbiamo tante cautele, anche nei vostri confronti. Devo assicurarmi che non siate al servizio del nemico, prima d’introdurvi nell’Egida e di farvi incontrare la Direttrice. Ma ormai sono convinto che abbiate detto la verità. Anzi, il fatto che veniate da fuori, e siate estranei a questo clima avvelenato, potrebbe esserci di grande aiuto... ma non precipitiamo. Per adesso tornerò a fare rapporto».
   Il graduato si alzò, imitato dai suoi accompagnatori. «Devo chiedervi di restare in orbita terrestre mentre sbrighiamo queste procedure. Non scendete in superficie, non contattate altri. E soprattutto non dite a nessuno da dove provenite! Meno fazioni lo sanno, meglio è» raccomandò. «La vostra condizione unica potrebbe essere vantaggiosa, a patto di giocarvela bene. Perciò abbiate pazienza e aspettate qui; vi ricontatterò al più presto».
 
   Mitchell tornò sulla sua nave, assieme agli accompagnatori. Da lì con ogni probabilità scese in superficie per fare rapporto. Gli avventurieri non conoscevano esattamente le sue mosse, né sapevano in che termini li avrebbe presentati. Potevano solo sperare che fossero positivi. Di certo l’astronave del Colonnello rimase a vigilarli, e anzi fu raggiunta da altre due, come se l’Egida volesse tenerli sotto controllo. Erano grandi vascelli, non dissimili da quelli degli Antichi, ora che i Terrestri avevano ritrovato gran parte della loro tecnologia. La differenza maggiore erano gli scafi secondari laterali, che li rendevano simili a catamarani. A giudicare dai portelloni frontali dovevano essere gli hangar. Ciò significava che quelle astronavi erano anche dei carrier, in grado di lanciare numerosi caccia.
   Col passare delle ore la situazione sulla Terra parve migliorare. I grandi blackout ebbero fine e le città tornarono a illuminarsi, coprendo i continenti con la loro trama luminosa. I notiziari riferirono che le proteste più violente erano terminate, con l’arresto di molti facinorosi; ma la situazione restava tesa. Le occupazioni di scuole e università erano ancora in corso. E con l’esercito a pattugliare le zone calde, bastava un nonnulla per scatenare nuovi scontri. Rivera non dubitava che fossero in molti, là sotto, ad attendere l’ordine di Ahriman per far riesplodere le violenze.
   Finalmente Mitchell ricontattò la Destiny. A vederlo sembrava più sereno; difficile dire se dipendesse dalla situazione a terra o dal suo rapporto all’Egida.
   «Lieti di rivederla, Colonnello. Allora, com’è andata?» chiese il Capitano.
   «Via libera, posso accompagnarla al nostro quartier generale» disse Mitchell. «Può portare un paio dei suoi ufficiali, se lo desidera. È superfluo dire – ma lo dirò ugualmente – che non sono ammesse armi. Inoltre non si può usare il teletrasporto, trattandosi di un’area di massima sicurezza. Vi trasferirete da noi, e vi porteremo giù in navetta» spiegò.
   «Mi sta bene» acconsentì Rivera. «Datemi qualche minuto. Destiny, chiudo».
   «Non so... mi sembra un brutto momento per scendere a terra» commentò Losira, alludendo ai disordini.
   «Guarda che non andrò mica in piazza. Sarò nel quartier generale dei servizi segreti... senza dubbio uno dei luoghi più protetti al mondo» obiettò il Capitano. «A te la nave, Comandante. Per quanto riguarda gli accompagnatori...» mormorò, guardando gli ufficiali uno dopo l’altro.
   «Mi offro volontario» disse Talyn, scattando in piedi.
   «Non s’era detto che non saresti andato sul campo?» s’inquietò Losira.
   «Non in luoghi pericolosi, ma qui siamo ospiti. E poi non posso rinchiudermi su questa nave per il resto della vita!» sbuffò il giovane.
   «Hai ragione, ma per questo primo contatto vorrei che restassi a bordo» disse Rivera. «Se le cose andranno bene, potrai sbarcare come gli altri».
   Rassegnato, l’El-Auriano si risedette alla postazione.
   «Mi serve qualcun altro che abbia una memoria fotografica e se ne intenda di tecnologia» disse il Capitano. «Irvik, se la sente?».
   «Perché no?» acconsentì il Voth. Di solito era più riottoso ad andare sul campo, ma stavolta la tentazione di vedere da vicino le tecnologie Tau’ri ebbe la meglio.
   «Come terzo elemento vorrei qualcuno di scattante» proseguì Rivera. Non lo disse apertamente, ma intendeva qualcuno d’avvezzo al combattimento, se ci fossero state brutte sorprese. Il suo sguardo si appuntò su Shati. «Stavo pensando a te» disse.
   «Volentieri! È da un pezzo che non mi sgranchisco le zampe» approvò la Caitiana. Lasciò il timone a un ausiliario e si unì alla squadra.
   «Penso che possa bastare» disse Rivera, ricordando che Mitchell lo aveva autorizzato a portare giusto un paio d’ufficiali. «Non mi aspetto grossi problemi... in fondo siamo stati invitati. Vi chiedo solo di tenere gli occhi aperti» raccomandò. Mosse verso la sala teletrasporto, in testa alla piccola squadra.
   «Fatevi sentire, ogni tanto. Giusto qualche chiamata di controllo per farci sapere che va tutto bene» aggiunse Losira, migrando sulla poltrona del Capitano.
   «Ci proveremo, ma voi non mettetevi a sparare siluri se le comunicazioni fossero interrotte. Stiamo andando dai servizi segreti, è probabile che ci sarà qualche schermatura» avvertì Rivera. E lasciò la plancia, con la mente già rivolta al nuovo incontro.
 
   La navicella dell’Egida sfrecciava sulle sterminate acque dell’Oceano Pacifico. Era un chiaro mattino e il sole riverberava sulla distesa azzurrina, appena increspata dalla brezza. A bordo della navetta il Colonnello Mitchell consultava un d-pad, mentre i tre ospiti attendevano con trepidazione.
   «Mi pare che ci stiamo allontanando dalla costa Ovest» disse a un tratto Rivera.
   «Uh-uh». Il borbottio di Mitchell valse come un assenso.
   «Dobbiamo superare tutto il Pacifico? O la destinazione è più vicina?» incalzò il Capitano.
   «Buona la seconda» disse Mitchell, deponendo il d-pad. «Vede, non siamo diretti a un’installazione militare nel senso tradizionale del termine. Ciò che sta per vedere è uno dei più grandi lasciti degli Antichi... oh, ecco, si vedono già le torri» notò.
   Torri... nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico?! Rivera lasciò la sua poltroncina e si fece avanti, accostandosi ai piloti. L’ampio schermo frontale della navicella mostrava solo il mare azzurro e il cielo di una sfumatura più chiara. No, un momento... c’erano davvero delle torri all’orizzonte. Anzi dei grattacieli avveniristici. Parevano sbucare direttamente dal mare, anche se doveva essere un inganno dovuto alla distanza.
   «Caramba... che diavolo è?!» chiese il Capitano. Irvik e Shati gli si affiancarono, non meno colpiti.
   «Non avete mai visto nulla del genere, eh?» fece Mitchell, orgoglioso. «Ci credo... la città di Atlantide è una meraviglia della Galassia».
   Man mano che si avvicinavano, gli avventurieri poterono scorgerla meglio. Era proprio un’intera città, scintillante di vetro e acciaio, costruita su una piattaforma galleggiante. Un’elaborata piattaforma a sei lobi, come un immenso fiocco di neve. Ogni lobo era come un quartiere, coi suoi palazzi e le strutture specializzate. Ciascuno era collegato da una strada al settore centrale, dov’erano raccolti i grattacieli più alti, tra cui la torre di comando.
   «Notevole» ammise Rivera. «Avete detto che è opera degli Antichi? Sembra così... nuova».
   «Le apparenze ingannano. In realtà Atlantide ha decine di migliaia d’anni» rivelò il Colonnello. «È una prova del genio degli Antichi che le loro opere resistano così bene alla prova del tempo. E pensate che questa città-nave è uno dei loro ultimi trionfi, uno dei più recenti. Abbiamo trovato lasciti enormemente più vecchi. Alcune astronavi hanno milioni di anni, eppure funzionano ancora».
   «Milioni di anni?!» trasecolò Irvik. «Voglio vederle. Devo vederle».
   «Calma, vecchio mio» disse il Capitano. «Credo che tu stia per vedere abbastanza tecnologia degli Antichi da tenerti occupato».
   «M-ma quanto sono antichi gli Antichi?!» insisté il Voth. «La mia specie ha venti milioni di anni, ed è considerata tra le più vecchie della nostra Galassia...».
   «Notevole» riconobbe Mitchell. «Ma gli Antichi, una volta detti Alterani, hanno almeno cinquanta milioni di anni».
   Irvik era talmente in delirio che non disse più nulla. Fu Shati a voler approfondire un’altra questione. «Ho sentito bene, Colonnello? Avete detto che Atlantide è una città-nave?!» chiese.
   «Proprio così» confermò Mitchell. «Vedete, la piattaforma su cui sorge non è ancorata al fondale, bensì galleggia. In caso di necessità, Atlantide può levarsi in volo, protetta da uno scudo. Raggiunge lo spazio e da qui balza a velocità iperspaziale, come un’astronave. Una volta giunta a destinazione cala nuovamente nell’atmosfera. L’unica limitazione è che deve adagiarsi in acque profonde, come quelle di un mare o di un oceano».
   «Ma... è mai stato fatto?!» chiese Shati, ancora incredula.
   «Certo, più di una volta. Anche se è una procedura complessa, che richiede un enorme dispendio energetico» rivelò il Colonnello. «Atlantide fu costruita sulla Terra, a Santorini. Quando gli Antichi lasciarono il nostro pianeta, la fecero decollare e la portarono fin nella galassia di Pegaso, sul pianeta Lantea, che divenne la loro nuova capitale. Molto tempo dopo, quando persero la guerra con gli Wraith, la sommersero per simulare la sua distruzione. Suppongo che sperassero di rioccuparla, ma ciò non avvenne, e la città cadde nell’oblio.
   Seicento anni fa un team internazionale la raggiunse via stargate, trovandola ancora sommersa. La riportò in superficie e vi si stabilì, usando le sue risorse per esplorare Pegaso. E per combattere gli Wraith, che appestavano ancora quella galassia. Dopo un duro attacco alieno la Missione Atlantide dovette trasferire la città su un altro pianeta. Pochi anni dopo decollarono di nuovo, per inseguire una Nave Alveare Wraith diretta verso la Terra. Raggiunsero l’astronave appena in tempo e la distrussero in orbita terrestre. Ma a quel punto Atlantide era allo stremo e non si era certi che potesse tornare a Pegaso. Così la fecero atterrare al largo di San Francisco, dove si trova tuttora. Naturalmente in seguito è stata del tutto riparata.
   Dopo la rivelazione dell’esistenza degli stargate, per qualche tempo Atlantide fu persino aperta al pubblico. Si pensava di trasformarla in un museo, com’è stato fatto col vecchio Comando Stargate di Cheyenne Mountain. Alla fine però prevalse l’idea che Atlantide era una risorsa troppo preziosa per essere musealizzata. Così negli ultimi secoli è stata adibita a vari usi, militari o scientifici. Infine, dopo la fondazione dell’Egida, è stata scelta come quartier generale. Vi lascio immaginare i vantaggi di una base che può spiccare il volo e andarsene, in caso d’attacco. Anche se finora non è mai stato necessario. Certo che, con la guerra di Ahriman alle porte, stiamo rispolverando i protocolli di volo...» mormorò, facendosi cupo.
   D’un tratto il Colonnello fissò severamente i passeggeri. «Tutto ciò che vi ho detto finora è di dominio pubblico. Quando entreremo, però, vedrete e ascolterete cose su cui vige il segreto militare. Su queste dovrete mantenere assoluto riserbo, intesi?».
   «Intesi» convenne il Capitano.
   Si erano intanto avvicinati ad Atlantide, tanto da ammirarne l’affascinante conformazione urbana. La navicella puntò verso uno dei sei “quartieri” periferici, che si allungava nel mare come il petalo di un fiore. Lì si trovava una pista d’atterraggio, circondata da rimesse. La navetta atterrò in verticale, senza il minimo scossone. Il portello sulla fiancata si aprì, lasciando entrare l’aria calda e salmastra dell’oceano.
   «Benvenuti nel nostro mondo» disse il Colonnello, mentre i passeggeri si avventuravano all’esterno.
 
   Il viaggio alla torre di comando fu breve. Gli avventurieri pensavano che avrebbero avuto l’opportunità di camminare per le strade di Atlantide e poi di risalire la torre centrale, ma non fu così. Quel che fecero fu entrare in un modesto edificio accanto alla pista d’atterraggio.
   «Ci sono ancora delle formalità burocratiche?» chiese Rivera.
   «Niente affatto» disse il Colonnello, guidandoli lungo un breve corridoio. Con loro c’erano delle guardie, fastidiosamente simili a sorveglianti. Era come se l’Egida non si fidasse ancora del tutto degli avventurieri.
   «Allora cosa? Ci dovete perquisire? Io pretendo che se ne occupi un sauro!» disse Irvik, ben sapendo che non ce n’erano da quelle parti.
   «Nemmeno questo» fece Mitchell distrattamente. Scambiò il saluto con un militare che sorvegliava un ingresso. La porta rossa si aprì, rivelando uno stanzino angusto e senza finestre, come il vano di un ascensore.
   «Lo sapevo, dovete decontaminarci! Allora, chi si spoglia per primo?!» fece Shati, guardandosi attorno con interesse.
   «Ma quale decontaminazione. Tutti dentro, forza!» fece il Colonnello, quasi spintonandoli. Poi entrò lui stesso, lasciando che la porta gli si richiudesse dietro. «Torre di comando, ultimo piano» ordinò. Il vano fu invaso da un breve lampo bianco. L’attimo dopo la porta si riaprì, mostrando un salone ben diverso dal corridoio di prima.
   «Vani di teletrasporto» comprese Rivera. Erano stati trasferiti dalla periferia di Atlantide fino al centro di comando, risparmiandosi la scarpinata. E la vista di chissà quante cose interessanti.
   «Sono pratici, quando ci si deve muovere per una città chilometrica» confermò Mitchell.
   «Sì, ce li abbiamo anche noi, sulla Destiny» disse il Capitano, non volendo sfigurare. In effetti ne avevano una manciata, utili soprattutto per trasferirsi dallo scafo primario alla sezione anulare del vascello. Ma il teletrasporto federale non era sofisticato come quello degli Antichi, così rapido e preciso che gli avventurieri non l’avevano nemmeno percepito. Con crescente disagio, Rivera si chiese in quanti altri campi i padroni di casa erano più progrediti di loro.
   «Oh, wow!» fece Shati, guardandosi attorno con gli occhioni spalancati. Si trovavano in un salone variopinto, luminoso, lussuoso. Una rara sintesi d’eleganza e funzionalità, il capolavoro degli Antichi. La luce entrava a fiotti da una vetrata colorata, come quella di una cattedrale gotica, rifrangendosi sulle pareti anch’esse dai colori vivaci. Davanti alla vetrata troneggiava uno stargate, diverso da quelli della Via Lattea. I sette chevron erano azzurri, mentre al posto dei geroglifici vi erano costellazioni a segnare le coordinate di destinazione.
   «Uno stargate di Pegaso. L’unico passaggio diretto per quella galassia lontana» spiegò il Colonnello. «Sapete, di solito ogni galassia ha una rete indipendente, non comunicante di stargate. Ma la Missione Atlantide ha portato qui l’intera città, così ci ritroviamo con questo accesso».
   Gli avventurieri annuirono, continuando a guardarsi attorno. C’era una piattaforma soprelevata di qualche scalino, in cui si trovavano i comandi dello stargate; anche la pulsantiera era diversa dal solito. La presidiavano diversi ufficiali dell’Egida, dalle uniformi scure che stonavano con la vivacità del luogo. Lungo le pareti vi erano gli accessi alla plancia vera e propria, alla sala tattica e agli uffici. C’era anche una balconata da cui ammirare la città che si estendeva in ogni direzione, e ancora oltre il vasto oceano. La brezza marina saliva fino a quell’altezza.
   «La Direttrice Thena attende il Capitano Rivera» annunciò un ufficiale. «Gli altri ospiti possono attendere qui» chiarì, notando la loro esitazione.
   Irvik e Shati lanciarono un’occhiata dubbiosa al Capitano.
   «Beh, perché quelle facce? Siamo qui da incensurati, ricordate? Aspettate qui – e state calmi – mentre vado a parlare con la Direttrice» ordinò Rivera.
   Il Voth e la Caitiana rimasero con le mani in tasca, guardandosi attorno, divisi tra la meraviglia per Atlantide e l’apprensione d’essere sorvegliati. Il Capitano si augurò che non combinassero qualche guaio in sua assenza. Almeno non c’era Talyn... uno dei motivi per cui non l’aveva voluto con sé era la sua mai sopita tendenza a rubacchiare. In altri casi Rivera aveva chiuso un occhio; ma non stavolta. Aveva la netta sensazione che con l’Egida non si scherzasse.
   Vedendo che anche il Colonnello Mitchell rimaneva indietro, non essendo stato espressamente convocato, il Capitano avanzò da solo verso l’ufficio. Accanto all’ingresso notò una targhetta, certo applicata in tempi recenti.
 
AGNES THENA
DIRECTOR OF AEGIS
 
   «Bene, vediamo questa Direttrice» si disse Rivera, presagendo un incontro dei più interessanti. L’ingresso si aprì al suo avvicinarsi ed egli lo varcò, entrando nell’ufficio.
 
   Rimasti sotto l’occhio vigile delle guardie, Irvik e Shati passeggiarono per il salone. Non avevano granché da fare, salvo guardarsi attorno e cercare di memorizzare il più possibile. La bellezza e la complessità di Atlantide continuavano a sconcertarli.
   «Sai, ancora non mi capacito che sia tutto così antico» disse a un tratto Irvik, a bassa voce, poiché l’ambiente lo metteva in soggezione. «Questa città ha oltre diecimila anni... forse molti di più... eppure sembra tutto nuovo. Questi Antichi erano ingegneri eccezionali!».
   «Suppongo che i Terrestri l’abbiano spolverata, dopo il loro arrivo. Comunque sì, è impressionante» ammise Shati. La sua attenzione fu attirata da tre ritratti fotografici, allineati lungo una parete. La prima era una donna in abiti civili, dai capelli scuri. Seguiva un’altra donna, dall’uniforme militare e i capelli biondi. Il terzo era un uomo calvo e occhialuto, anche lui con un qualche genere d’uniforme.
   «State osservando i tre direttori della Missione Atlantide, nel periodo in cui questa si trovava ancora a Pegaso» spiegò Mitchell, accostandosi. «La prima è Elizabeth Weir, già direttrice ad interim del Programma Stargate. Fu lei a guidare la spedizione che scoprì Atlantide e a dirigere l’installazione nei primi tre anni. Come vedete aveva una carica civile, e infatti si batté a lungo per evitare la militarizzazione della missione, sebbene gli scontri con gli Wraith fossero all’ordine del giorno. Purtroppo rimase gravemente ferita in un attacco degli Asurani. I colleghi fecero di tutto per salvarla, ricorrendo persino al mind uploading in un corpo sintetico... ma infine dovettero lasciarla andare».
   «Mi dispiace» disse Irvik, osservando quel volto perduto nel tempo.
   «La seconda è Samantha Carter, che aveva servito per dieci anni nella leggendaria squadra SG-1, affrontando le peggiori minacce di questa e altre galassie. È una delle figure più riverite dell’intera storia terrestre. Purtroppo comandò la Missione Atlantide per un solo anno, il quarto, prima d’essere richiamata sulla Terra. In questo breve tempo si distinse nella Battaglia di Asuras, riuscendo a porre fine alla minaccia degli Asurani» proseguì il Colonnello.
   «Senti, senti... e Mister Occhiali?» chiese Shati.
   «Lui è Richard Woolsey, già membro dell’IOA e d’altre commissioni legate al Programma Stargate. Il suo operato è discusso, in quanto a volte prese decisioni impopolari, sotto la spinta della realpolitik. Tuttavia comandò la Missione Atlantide nel quinto e ultimo anno a Pegaso, dimostrandosi un buon leader. Fu lui a riportare Atlantide sulla Terra, per inseguire la Nave Alveare» concluse Mitchell.
   «Non doveva essere poi così male» commentò Irvik.
   Accanto a lui, Shati osservava assorta la fotografia di Woolsey. «Sai, è buffo... ma quell’Umano mi ricorda tantissimo i Medici Olografici d’Emergenza di tipo 1. Mi pare che fossero modellati sulle fattezze del loro progettista... il dottor Zimmerman. Ecco, lui e Woolsey sono due gocce d’acqua!» notò.
   «Sarà una somiglianza casuale» disse il Voth, facendo spallucce.
   «Suppongo di sì... del resto non sono nemmeno vissuti nella stessa epoca» convenne Shati, notando le targhette biografiche apposte sotto le fotografie.
   «Oppure è uno dei misteri del Multiverso» aggiunse Irvik, spiritoso ma non troppo. «Certo che... è un peccato» rimuginò, tornando a guardare l’immagine di Weir.
   «Che cosa?» chiese Mitchell.
   «Ha detto che la prima direttrice di Atlantide s’impegnò a lungo per evitare la militarizzazione della missione. Dubito che avrebbe approvato di vedere questa città trasformata nel quartier generale dei servizi segreti» commentò il Voth.
   «Suppongo di no» ammise il Colonnello, distogliendo lo sguardo dalla fotografia.
 
   La Direttrice Thena era una donna sui quarantacinque anni, dalla carnagione olivastra. I capelli, neri e lisci, erano tagliati corti, dandole un’aria da manager. Anche gli abiti erano alquanto maschili, con la giacca e i pantaloni gessati. Solo le scarpe erano da donna; i corti tacchi schioccavano sul pavimento a ogni passo. I suoi occhi scuri e insondabili si appuntarono sull’ospite.
   «Capitano Rivera, sono lieta che abbia accettato il mio invito» disse, facendosi avanti per stringergli la mano. Aveva la voce profonda, con uno strano accento. «Dopo diciotto mesi passati a cercare la sua nave, stavo per perdere le speranze. È un bene che siate tornati». La sua stretta fu forte e prolungata, anche se non calorosa. Tutto il suo atteggiamento era composto, quasi solenne.
   «Quindi crede alla nostra provenienza?» chiese cautamente il Capitano.
   «Oh, sì. Le prove sono inconfutabili. I nostri migliori scienziati hanno passato questi mesi ad analizzare quanto affidaste a Yo’rek, e il loro verdetto è unanime. Le cautele che abbiamo osservato al vostro ritorno erano finalizzate ad accertarci che foste proprio voi, ma di fatto ero già convinta della vostra sincerità» spiegò Thena.
   «Buono a sapersi» disse Rivera, lieto di non dover ripetere daccapo quanto detto al Colonnello. Si dette una breve occhiata attorno. L’ufficio della Direttrice era ampio e luminoso, come gli altri ambienti di Atlantide. Era arredato in modo particolare, si sarebbe detto con gusto antiquario. L’elemento più insolito era il trespolo su cui posava una civetta bianca. In un primo momento Rivera pensò che fosse impagliata, ma dovette ricredersi quando il rapace girò la testa verso di lui. Lo fissò coi tondi occhi gialli, dall’aria inquisitrice, e stridette.
   «Buona, Lilith» l’ammonì Thena. Poi si rivolse al Capitano. «L’ornitologia è una mia passione di vecchia data, non ci faccia caso. Prego, si accomodi. Posso offrirle qualcosa?» si premurò, accennandogli le comode poltroncine davanti alla scrivania.
   «Muchas gracias, ma non prendo niente» disse Rivera, ben deciso a restare lucido per tutta la durata dell’incontro. Sedette cautamente; stava ancora cercando di decifrare la Direttrice.
   «Come preferisce». Thena sedette a sua volta, non sulla sua poltrona dietro la scrivania, bensì sull’altra poltroncina degli ospiti, in modo che non ci fossero barriere fra loro. «Io e lei abbiamo molto di cui parlare, Capitano» annunciò.
   «Davvero?» fece Rivera. «Con tutto il rispetto, ma... se lei crede alle informazioni che le abbiamo fornito, allora la mia missione diplomatica è già terminata. Ogni volta che abbiamo visitato una realtà parallela, io e i miei ufficiali abbiamo cercato d’avvertire le autorità locali della minaccia Undine. In genere sono difficili da convincere, e non posso biasimarle. A nessuno piace sentirsi dire che potrebbe essere attaccato da una specie extra-dimensionale. Ma una volta fatto questo, beh... il nostro dovere si esaurisce. E la nostra ricerca della via di casa ricomincia».
   «Una straordinaria odissea, la vostra» disse Thena, fissandolo assorta. «Ciò che state facendo è ammirevole, Capitano. E posso simpatizzare col vostro desiderio di tornare in patria. Vi aiuterei, se potessi, come ho già aiutato altri viaggiatori dispersi. Ma siete un caso difficile».
   «Il Multiverso tende a complicare le cose» convenne il Capitano.
   «Beninteso, nei nostri archivi ci sono tracce di visite in altre realtà» rivelò Thena. «In alcuni casi sono così simili alla nostra da poter essere definite linee temporali alternative. In altri si tratta di realtà del tutto aliene. In una, per esempio, ci sono degli invertebrati luminescenti che zampettano ovunque. Ma la vostra realtà, purtroppo, non ci è nota. Vale a dire che non posso farvi tornare».
   «Non si preoccupi, l’avevo già messo in conto» sospirò Rivera.
   «Ciò non esclude che possano esserci altre modalità di collaborazione tra noi» proseguì la Direttrice. «Questo straordinario contatto tra Universi che stiamo vivendo non deve essere sprecato. Sono certa che possiamo trarne reciproco beneficio. Ma lei sembra scettico... aveva in mente d’andarsene?».
   «In effetti contavo di riprendere l’esplorazione del Multiverso» confermò il Capitano. «A maggior ragione ora che la guerra c’impedisce di fare affari».
   «La guerra, già...» mormorò Thena, aggrottando appena la fronte. «La guerra rimescola tutte le cose. Chiude molte porte, è vero... ma ne apre altre, per chi è abbastanza accorto da cogliere le occasioni. E a quanto ho capito, voi siete avventurieri».
   «Questo non significa che andiamo a cercarci i guai» disse Rivera, chiedendosi dove volesse andare a parare.
   «Ma quando, vostro malgrado, vi siete trovati nei guai, avete fatto la scelta giusta» notò la Direttrice. «Sono informata dei fatti di Chulak. Avete aiutato le navi Jaffa a sfuggire all’accerchiamento, e così facendo avete salvato migliaia di vite. Una brillante manovra tattica. Desidero esprimervi la mia profonda riconoscenza per questo. Avete avuto un enorme coraggio a sfidare la flotta di Ahriman, per gente che nemmeno conoscete».
   «Beh, non è che avessimo molta scelta. Le navi Goa’uld ci avrebbero attaccati in ogni caso, credendoci mercenari assoldati dai Jaffa» ammise Rivera.
   «Vero; loro non vanno per il sottile» convenne Thena. «Le vittime del conflitto si contano già a milioni. E purtroppo le nostre proiezioni tattiche sono infauste. Se qualcosa non cambia, e alla svelta, Ahriman riuscirà ad asservire nuovamente i Jaffa. A quel punto sarà così potente, in termini di capacità industriale e bacino di reclutamento, da sopraffare l’Alleanza Terrestre».
   «E non potete fermarlo prima?!» protestò il Capitano. «So che in passato Terrestri, Tok’ra e Jaffa rovesciarono i Goa’uld, e anche altri nemici, con pochissime risorse. Ora che avete risorse enormemente superiori, e di Goa’uld ne resta solo uno, come mai siete così impotenti? Perché non vi unite contro di lui? Che aspetta l’Alleanza Terrestre ad aiutare i Jaffa?!» chiese, con crescente frustrazione. Le parziali risposte di Mitchell non gli bastavano, voleva andare più a fondo.
   «Non è così semplice» sospirò la Direttrice. «Scendere in guerra è una decisione politica, e la nostra politica si trova in una fase... delicata, per usare un eufemismo. Venendo qui, avrà visto i sabotaggi compiuti dai seguaci di Ahriman...».
   «Sì, ho visto i blackout e le navi distrutte» annuì Rivera, ricordando le spiegazioni del Colonnello. «Ma se di fatto Ahriman vi ha già attaccati, questo non è un incentivo a reagire?».
   «Niente affatto! Vede, entrare in guerra sarebbe un suicidio politico per il Presidente» spiegò Thena. «L’opinione pubblica è compatta nel non volere coinvolgimenti. La gente non capisce, o non si cura, del fatto che permettere ad Ahriman d’assoggettare i Jaffa significherà trovarcelo contro tra pochi anni, ancora più forte. Mentre noi non avremo più alleati, dato che nessuno si fiderà più di noi. Ma questo è il volere dei cittadini. E chi governa deve rispettare la volontà popolare: è il prezzo della democrazia».
   «Uhm, sta diventando un prezzo alto, per i Jaffa» brontolò Rivera. Ultimamente la sua fiducia nella democrazia era sempre più scossa, e questo lo preoccupava.
   «Purtroppo abbiamo le mani legate» ammise la Direttrice. «Già adesso i seguaci di Ahriman hanno scatenato una mezza rivoluzione. Hanno occupato scuole e università, hanno dato l’assalto a tribunali e caserme della polizia. E prima che me lo chieda, sappia che le forze dell’ordine fuggono davanti a loro. Se osassero contrastarli, sarebbero accusate di “metodi fascisti”. Pensi che, per rabbonire quei fanatici, il Presidente è andato a visitare il loro tempio a Washington. Ha dichiarato che “La fede in Ahriman è parte integrante delle radici culturali terrestri, e la più grave minaccia per la democrazia è costituita da quanti lo negano”. Ciò naturalmente li incoraggerà a pretendere ancora di più...» disse con amarezza.
   «Il vostro Presidente ha detto questo?» si rabbuiò il Capitano. «Senta, visto che parliamo dei Goa’uld... è possibile che sia stato compromesso? Magari ha uno di quei parassiti in corpo, che lo muove come una marionetta!» suggerì. Mosse rigidamente le braccia, a imitazione dei movimenti spezzati dei pupazzi.
   La Direttrice abbozzò un sorriso, il primo di quell’incontro. «Il sospetto mi aveva sfiorata. Ma vede, noi dell’Egida abbiamo l’autorità per eseguire visite mediche di sicurezza. Nemmeno il Presidente può sottrarsi alle analisi. E dalle analisi risulta che né lui, né i ministri, né altri del governo sono controllati dai Goa’uld. Anche le forze armate sono pulite. Non c’è alcuna infiltrazione... all’infuori della propaganda nemica, che è difficile da contrastare. Mi dica, Capitano: ha familiarità col concetto di Guerra Cognitiva?».
   «Sì, purtroppo» annuì Rivera. «È la guerra condotta con mezzi di propaganda e disinformazione. Più efficace di quella condotta con le armi convenzionali. Perché ingannare le persone è facile, ma convincerle d’essere state ingannate è quasi impossibile».
   «Precisamente. Il problema è che si tratta di una guerra asimmetrica» spiegò Thena. «Da un lato, le dittature sono abilissime a fare propaganda nelle democrazie, sfruttando la nostra libertà d’espressione. Dall’altro, le democrazie non possono fare altrettanto con le dittature, visto il loro stretto controllo sull’informazione. Il risultato è che, col passare del tempo, sempre più cittadini delle democrazie sono indotti a preferire le dittature. E ormai gli strumenti di propaganda sono così sofisticati da convincere gli elettori a compiere scelte suicide. Odiano le istituzioni democratiche che li tengono in vita, e inneggiano a un tiranno che li renderebbe schiavi o cadaveri».
   «Ma insomma... cosa dice esattamente questa propaganda?!» volle sapere il Capitano.
   «Oh, è semplice» fece la Direttrice. «Sostiene che la civiltà umana è fondata sul genocidio dei Goa’uld, per cui questi – nella persona di Ahriman – hanno il diritto di riprendersi i pianeti che gli sono stati sottratti. Compresa la nostra Terra. Inoltre si afferma che noi Terrestri abbiamo costretto i Jaffa ad adottare il nostro stile di vita. Quindi ora i Jaffa hanno il diritto di “riscoprire la loro cultura”... cioè di tornare schiavi di Ahriman. Quest’ideologia ha attecchito in modo capillare sia qui sulla Terra, sia sulle nostre colonie.
   Naturalmente non è accaduto dal giorno alla notte. No, quello a cui assistiamo è il culmine di un processo secolare. È almeno un secolo che Ahriman finanzia – per via traverse – il nostro sistema educativo e altre agenzie culturali. Alcune volte i canali di finanziamento sono stati scoperti e interrotti. Ma per ogni successo ci sono altri dieci finanziamenti occulti che passano inosservati. Così Ahriman si è impadronito di scuole e università, dei mass media, delle aziende. Gli insegnanti ideologizzati hanno indottrinato i loro studenti. I datori di lavoro hanno preso ad assumere e promuovere solo i dipendenti ideologizzati, escludendo gli altri dalla società. Ora siamo arrivati al punto in cui gli studenti indottrinati hanno fatto carriera nella politica e nell’economia. Per fortuna l’attuale governo è ancora relativamente pulito, ma se cadesse, il potere andrebbe sicuramente a uno dei partiti favorevoli ad Ahriman.
   Lei mi ha chiesto perché non aiutiamo i Jaffa. Ebbene, se l’Alleanza Terrestre li sostenesse apertamente, accadrebbero tre cose. Primo: le colonie terrestri si proclamerebbero indipendenti e si unirebbero all’Impero di Ahriman. Secondo: ci sarebbero numerose defezioni anche nell’esercito terrestre. Terzo: i cittadini stessi insorgerebbero contro il governo, facendo piombare la Terra nella guerra civile. Alla fine il governo cadrebbe e il potere andrebbe ai seguaci di Ahriman».
   «Ma... questi esaltati sono la maggioranza della popolazione?!» chiese Rivera, sconcertato.
   «Questo è difficile da stabilire» sospirò Thena. «A parole sembra di sì, ma ho ragioni per credere che molti lo dicano solo per convenienza o per paura. Deve capire che ormai opporsi ad Ahriman significa subire un pesantissimo ostracismo sociale. Gli studenti dissidenti sono bocciati o espulsi, i lavoratori sono licenziati. Qualunque oppositore viene accusato d’essere “fascista” e “nazista”. A conti fatti, ritengo che il grosso della popolazione si sia piegata per quieto vivere. Gli adoratori di Ahriman veri e propri, quelli che lo pregano nei templi, sono un’esigua minoranza. Ma sono talmente organizzati, determinati e inseriti nei ruoli di potere che riescono sempre a imporre la loro volontà. Come al solito, la “maggioranza silenziosa” permette ai fanatici di dettar legge».
   Ciò detto, la Direttrice lasciò la sedia e tornò dietro la propria scrivania. Attivò un oloschermo e vi trafficò brevemente, scorrendo un database fitto di file. «So che lei stenta a credermi, quindi le mostrerò alcuni filmati esemplificativi. Il primo è l’intervista di un famoso intellettuale Tok’ra. Subito dopo lo scoppio della guerra, questo professore ha pubblicato un saggio d’analisi politica intitolato: “La guerra dei Tau’ri, i morti altrui”. Senta cos’ha detto nella presentazione al volume. Ricordi che il termine Tau’ri designa noi Terrestri».
   Thena attivò il filmato, portando avanti l’indice temporale, per mostrare il passaggio più saliente. L’autore del libro sedeva comodamente in poltroncina, parlando con pacata sicurezza.
   «... quindi non c’è da stupirsi che la guerra sia scoppiata, come volevano i Tau’ri. Vedete, questa non è una guerra tra Ahriman e i Jaffa. Si tratta invece di una guerra per procura, con cui i Tau’ri cercano di completare lo sterminio dei Goa’uld e dei loro fedeli. L’Alleanza Terrestre infatti è fondata sul genocidio, e può perdurare solo compiendone periodicamente altri».
   «Tuttavia è stato Ahriman ad aprire le ostilità, assalendo i Jaffa Liberi senza alcuna dichiarazione formale di guerra...» notò l’intervistatore, che sedeva davanti a lui.
   «Questa è solo l’apparenza» rispose il professore. «Ha mai guardato una mappa politica della Via Lattea? Se lo facesse, noterebbe che i mondi di Ahriman si trovano raggruppati nel nucleo galattico. Ebbene, sono secoli che i Tau’ri e i cosiddetti Jaffa Liberi perseguono una scellerata politica d’espansione e colonizzazione del nucleo. Così stanno accerchiando Ahriman, creando una cintura di morte da cui lui e il suo popolo non possano sfuggire. È evidente che lo scopo finale sia il loro annientamento. Ahriman, nella sua saggezza, ha più volte protestato contro questa politica criminale, ma non è stato ascoltato. Di conseguenza ha agito da leader responsabile, per proteggere il suo popolo. Ha tagliato il cappio che il nemico gli stava avvolgendo attorno al collo, prima che questo si serrasse. Ha salvato la sua gente, e viene additato come criminale per questo. Io ritengo invece che sarebbe stato criminale non farlo. Rendiamoci conto che Ahriman sta agendo nell’unico modo etico possibile. Se non ci sono alternative è solo perché i Tau’ri e i Jaffa le hanno caparbiamente rifiutate tutte».
   «Lei continua a menzionare i Tau’ri, ma essi non hanno alcun ruolo nel conflitto. Anzi, hanno rifiutato le richieste d’aiuto dei Jaffa...» ricordò il giornalista.
   «Questo è ovvio, anzi, è proprio il meccanismo perverso che ho esplicitato nel titolo del mio saggio» rispose il professore. «I Tau’ri non combattono direttamente, quando possono costringere altri a farlo per loro. Al momento si servono dei Jaffa – le loro truppe coloniali – come carne da macello, per abbattere Ahriman. Così possono fingersi innocenti, quando in realtà sono gli unici responsabili della guerra».
   «Lei parla di “abbattere Ahriman”, ma le proiezioni tattiche sono a vantaggio di quest’ultimo. Gli analisti militari affermano che i Jaffa Liberi crolleranno in pochi anni» insisté l’intervistatore.
   «Questo dipende da due fattori. Primo: Ahriman non è indifeso come i suoi predecessori. Vedendosi circondato da regimi imperialisti e guerrafondai, si è giustamente premunito. Secondo: i leader Jaffa sono del tutto scollegati dalla realtà. Hanno scelto di combattere fino all’ultimo Jaffa, pur di conservare le loro poltrone. Mi correggo: pur di obbedire ai loro padroni Tau’ri. Hanno voluto la guerra invece dei negoziati, e ne stanno pagando le conseguenze. Naturalmente potrebbero arrendersi in ogni momento... però non lo fanno. Preferiscono prolungare l’agonia della loro gente, piuttosto che disobbedire agli ordini della Terra».
   Il professore scosse la testa con aria rattristata, ma anche disgustata. «E dire che, ovunque sono giunte le forze di Ahriman, la popolazione Jaffa le ha accolte come i liberatori che effettivamente sono. Il verdetto è chiaro: i Jaffa vogliono Ahriman, l’unico in grado di restituirgli pace e dignità. Quanti innocenti dovranno ancora morire, prima che la loro volontà sia rispettata?» chiese retoricamente.
   Il giornalista esitò, a corto d’argomenti. «In definitiva, quali ritiene che siano le motivazioni dei Tau’ri nell’ordire questa guerra?» chiese.
   «Oh, i loro interessi sono molteplici» spiegò il professore, enumerandoli sulle dita. «In primo luogo, come dicevo, vogliono completare il genocidio dei Goa’uld e dei Jaffa fedeli. Questo sia per impadronirsi dei loro pianeti e saccheggiarne le risorse, sia per una questione d’immagine. Distruggendo Ahriman, infatti, mostrerebbero al resto della Galassia cosa succede a chi li sfida, garantendosi altri secoli di predominio.
   In secondo luogo, i Tau’ri vogliono mantenere i cosiddetti Jaffa Liberi – definizione ipocrita – in uno stato d’oppressione coloniale. Così potranno continuare a dettare la loro politica e a inondare il loro mercato coi propri prodotti scadenti. È per questo che i Tau’ri si oppongono ferocemente a ogni tentativo dei Jaffa di riappropriarsi delle loro tradizioni. Sarebbe un affronto ai padroni, un intollerabile segno d’indipendenza.
   Per terzo, i Tau’ri hanno bisogno di una guerra per distrarre la propria opinione pubblica dai loro problemi interni, che sono enormi. Il loro modello di sviluppo fallimentare, infatti, ha creato enormi squilibri sociali. Anziché risolverli, preferiscono distrarre la popolazione con un conflitto, che la induca a stringersi patriotticamente attorno alla bandiera. Dopo di che riempiranno i loro buchi di bilancio saccheggiando i pianeti semidistrutti.
   Infine la quarta motivazione, che in realtà è la più importante di tutte: vendere armi. La loro industria bellica stava languendo, a causa della pace, e quindi hanno deciso di rivitalizzarla. La nuova corsa agli armamenti ha rimesso in moto l’economia terrestre. Le lobby delle armi stanno facendo affari d’oro coi nuovi contratti per la Difesa, e in cambio finanzieranno la rielezione del Presidente. Come vede, la decantata “democrazia” della Terra ha bisogno del sangue innocente per funzionare correttamente».
   Ci fu un lungo silenzio prima che l’intervistatore trovasse la forza di parlare. «Quindi... lei cosa propone per risolvere il conflitto?» mormorò.
   «L’unica speranza di pace per la Galassia è che sia Ahriman a prevalere, mediante la resa incondizionata del regime illegittimo di Dakara» rispose il professore con convinzione. «Certo, questo potrebbe indurre i Tau’ri a entrare direttamente in guerra, per conservare il loro impero coloniale. Purtroppo è un rischio da correre. L’unico modo per ridurlo consiste in un completo riallineamento politico da parte nostra. Per seicento anni noi Tok’ra siamo stati alleati dei Tau’ri; oggi questa posizione non è più sostenibile. Abbiamo l’obbligo morale di staccarci da quel regime guerrafondaio, alleandoci coi nostri fratelli Goa’uld. Non siamo forse un’unica specie, al di là d’irrilevanti differenze culturali? La logica e l’etica esigono che noi ci schieriamo dalla parte giusta. E la parte giusta è Ahriman, il vero aggredito, la vera vittima del conflitto».
   A questo punto il professore fissò la telecamera, rivolgendosi direttamente al pubblico. «Considerate inoltre questo: l’Alleanza Terrestre ha bisogno di continue guerre, di continui genocidi per restare al potere. Ma se Ahriman e il suo popolo dovessero cadere, non ci sarà più nessuno da sterminare. Allora con chi se la prenderanno?
   Sì, l’avete capito. I prossimi sulla lista nera siamo logicamente noi Tok’ra, in quanto parenti stretti dei Goa’uld. I Tau’ri diranno che siamo una minaccia come loro, che devono proteggersi con un attacco preventivo... ormai conosciamo la loro retorica. Troveranno un pretesto per aggredirci, come fecero coi Goa’uld, e ci riserveranno lo stesso trattamento. Ci spazzeranno via dalla Galassia. La nostra sola speranza consiste nell’allearci con Ahriman, finché resiste, e nell’offrirgli pieno sostegno militare. Se non vogliamo farlo per gli innocenti che stanno già morendo, dobbiamo farlo per noi stessi. Non mi stancherò mai di ripeterlo, non mi farò mai silenziare: unirci ad Ahriman è la nostra unica speranza di sopravvivere» disse con gravità.
   A queste parole scrosciarono gli applausi. Allora l’inquadratura si allargò e ruotò parzialmente, mostrando che l’intervista aveva luogo in un’aula conferenze. Il salone era gremito di pubblico, tutti Tok’ra, che applaudivano con convinzione le tesi del professore. Non c’era distinzione tra uomini e donne, vecchi e giovani: erano tutti dalla sua. Allora Thena disattivò il video, pur tenendo acceso l’oloschermo.
   «Ecco, quella che ha visto è l’intellighenzia del momento» ironizzò la Direttrice. «Ora capisce perché i Tok’ra non stanno soccorrendo i Jaffa. E noi non siamo messi meglio. Anche i nostri intellettuali portano avanti la stessa narrazione, incolpandoci per le atrocità di Ahriman. Immagini com’è ridotta una popolazione che è stata istruita da questi insegnanti».
   Il Capitano stava fremendo di rabbia. Gli sembrava di rivivere la Guerra Civile, che si era portata via la sua famiglia e aveva quasi distrutto la Federazione. «Ha detto che questa intervista risale all’inizio della guerra. Da allora Ahriman ha distrutto interi pianeti, schiavizzato milioni di Jaffa. Ho visto coi miei occhi il bombardamento di Chulak. Come fanno a condonargli questo?!» esclamò.
   «Oh, lei non ha ancora idea!» sospirò Thena. «Guardi, le mostro un’altra testimonianza. Questa risale a pochi giorni fa, quando si diffuse la notizia della caduta di Chulak. È il discorso di un leader politico di Alpha, la prima colonia umana extrasolare, che oggi fa parte dell’Alleanza Terrestre». Così dicendo attivò un secondo video, preso dall’elenco.
   Stavolta l’inquadratura mostrò un comizio elettorale. L’oratore, il segretario del suo partito, parlava da un podio all’aperto. Oltre il cordone di sicurezza sgomitava una folla di sostenitori.
   «... siamo tutti scioccati e sconvolti dalle immagini giunte da Chulak. Un altro mondo è stato devastato da questa guerra insensata. Mi unisco alle condoglianze per le vittime e garantisco il mio supporto per l’invio d’aiuti umanitari ai superstiti» disse il politico. «Ma non dobbiamo lasciare che l’emozione offuschi il nostro giudizio. E soprattutto non dobbiamo cadere nell’inganno dei responsabili di questo eccidio.
   Alcuni notiziari hanno riferito che il bombardamento sarebbe opera della flotta di Ahriman. Questo è un esempio di cattivo giornalismo, in quanto la notizia è stata riferita dalle autorità Jaffa, senza riscontri super partes. Ebbene, sono qui per dirvi che quest’accusa è una menzogna, oltre che un insulto alle vittime. Chulak non è stato, e non potrebbe mai essere, bombardato da Ahriman.
   Ogni volta che ci troviamo di fronte a un crimine di guerra, chiediamoci sempre: qui prodest? A chi giova? La logica esclude categoricamente che possa essere stato Ahriman. Lui infatti avrebbe solo da perderci, sia in termini di risorse che d’immagine. A che scopo bombardare un pianeta che si era già arreso? Un pianeta già annesso al suo spazio? Insomma, chi può mai essere così folle da bombardarsi da solo?! No, chiunque sia stato, di certo non è Ahriman, che anzi si sta prodigando per soccorrere i superstiti.
   Resta dunque la domanda: chi ci ha guadagnato? Ebbene, è facile constatare che gli unici interessati a distruggere Chulak sono proprio i Jaffa. E in particolare il Governatore Deb’ron, già autore di minacce e dichiarazioni razziste contro i Goa’uld. Ebbene sì: sono i Jaffa che avevano tutto da guadagnarci dalla distruzione di un mondo sfuggito al loro controllo. In tal modo hanno ottenuto due obiettivi. Primo: fare terra bruciata, impedendo alla flotta di Ahriman d’approvvigionarsi, e anzi approfittando del suo buon cuore, dato che ora le sue navi sono ferme per aiutare i superstiti. Secondo: inviare un chiaro messaggio ai loro stessi cittadini. E il messaggio è: “Combattete per noi fino all’ultimo Jaffa, altrimenti macelleremo le vostre famiglie”».
   Il politico si fermò brevemente, fissando con gravità la folla ammutolita. Poi riprese, con voce appena incrinata. «Non occorre rimarcare la gravità di questi fatti; ciascuno di voi può valutarla nell’intimo del suo pensiero. Dirò solo che la violenza guerrafondaia del governo illegittimo di Dakara si è trasformata in un aberrante, depravato genocidio. Un sonno della ragione che non ha pietà di nessuno, nemmeno dei bambini. Siamo di fronte a un regime in putrefazione, che massacra la propria gente piuttosto che farla liberare da Ahriman. E oltre al danno la beffa, perché dopo il bombardamento hanno incolpato Ahriman, cioè l’unico che sta soccorrendo gli abitanti. L’unico che sta concretamente salvando vite. Beh, che dire... i leader Jaffa devono crederci depensanti, se si aspettano che abbocchiamo alle loro ignobili menzogne.
   Con tutto questo, l’Alleanza Terrestre continua ad armare i Jaffa. E da più parti si chiede addirittura la nostra entrata in guerra. Dovremmo cioè combattere per un regime bugiardo e schizofrenico, che massacra la propria gente piuttosto che vederla libera! A tutti i guerrafondai, io dico: andateci voi a combattere! Se siete così assetati di sangue, andate in prima linea! Io non vi permetterò MAI di prendere i miei figli e gettarli nel tritacarne della vostra guerra!».
   A queste parole scrosciarono gli applausi. L’inquadratura cambiò, segno che il comizio era ripreso da più telecamere. Adesso si vedeva quanto fosse numerosa la folla: riempiva un’enorme piazza. Molti manifestanti avevano cartelloni o striscioni che inneggiavano ad Ahriman e insultavano i Jaffa, accusandoli d’ogni infamia. Placati gli applausi, il candidato riprese a parlare, nuovamente inquadrato dalla telecamera.
   «A fronte di questa drammatica situazione, servono scelte coraggiose per consentire ai nostri figli di sopravvivere. Perciò chiedo a ciascuno di voi di dare il proprio contributo alle prossime elezioni. Se sarò eletto, io vi prometto che farò uscire Alpha dall’Alleanza Terrestre. In tal modo non saremo trascinati nella sua rovina, quando deciderà follemente d’entrare in guerra. Perché ormai è chiaro a tutti che l’Alleanza ha tradito gli scopi per cui era nata. Invece di garantire la pace, si è fatta promotrice di guerre in tutta la Galassia. Invece di proteggere i suoi membri, li sacrifica per gli interessi della Terra. È a tutti gli effetti una dittatura che vuole gettarci in guerra, con l’inganno o con la forza. Uscirne al più presto è la nostra sola speranza di sopravvivere. Molti ci biasimeranno, ma io vi dico: quando tutti corrono verso il baratro, i pochi che vanno nella direzione opposta vengono presi per folli. Eppure sono gli unici a salvarsi.
   Naturalmente Alpha non può restare isolata politicamente. Isolazionismo e autarchia sono antistorici, ora che la Galassia è interconnessa come non mai. Dunque ci servono alleati. Ebbene, io ritengo che questi debbano condividere i nostri valori, primo fra tutto il ripudio della guerra. Per questo motivo il nostro alleato naturale è Ahriman, il più grande statista della nostra epoca. Colui che non solo sta proteggendo il proprio popolo, ma sta liberando anche il resto dei Jaffa dal loro governo illegittimo. E nonostante la sua bontà e sincerità, si prende tutto il biasimo. L’unico leader galattico che si è dimostrato responsabile, onesto e interessato alla pace...».
   La conclusione del discorso fu fagocitata dagli applausi del pubblico. Accortosi che nessuno poteva più sentirlo, il candidato smise di parlare e rimase a raccogliere le ovazioni. Sorrideva come chi è certo d’avere la vittoria in tasca. Allora Thena spense anche questa registrazione.
   «Come vede, Ahriman può bombardare un intero mondo, ridurre le città in cenere... e passare come benefattore. Mentre le sue vittime passano per carnefici. Così interi pianeti chiedono di uscire dall’Alleanza Terrestre, cioè dall’unica istituzione che li sta proteggendo. Se ne usciranno, beh... ha visto cosa succede quando Ahriman occupa un pianeta» disse la Direttrice.
   Il Capitano lo aveva visto, eccome. Aveva ancora negli occhi le immagini delle città bombardate. Milioni di uomini, donne e bambini bruciati vivi... ed erano i più fortunati. Gli altri, quelli finiti in mano alla soldataglia di Ahriman, avevano sofferto di più. Lui c’era mentre accadeva, e sapeva perfettamente che era Ahriman il responsabile. Ma si rese conto che non sarebbe riuscito a convincere nessuno di quelli che pensavano il contrario. Se anche avesse divulgato le riprese, avrebbero pensato che erano false, create al computer. Diamine, quel discorso era stato così convincente che a momenti lui stesso dubitava di ciò che aveva visto coi propri occhi!
   «Quelli che protestano sulla Terra hanno la stessa retorica? Perché se ci fossero differenze significative, potreste mettere gli uni davanti agli altri, e verrebbero a galla le contraddizioni» suggerì Rivera, pur immaginando che fosse inutile. In realtà non sapeva cosa dire.
   «Oh, i dimostranti terrestri sono i peggiori di tutti. Inutile cercare di farli ragionare. Guardi, le voglio mostrare un’ultima testimonianza, che rende l’entità del problema» disse Thena. Prese a scorrere il database, mentre si spiegava. «Quello che ascolterà ora è il discorso di un gruppo di studenti che hanno occupato una delle più prestigiose università della costa Ovest, non lontano da qui. Oltre al discorso, faccia caso all’apparato visivo che hanno allestito».
   Individuato il file che le interessava, la Direttrice lo attivò. La ripresa proveniva dall’aula magna dell’università occupata. C’erano pesanti segni di vandalismo. I quadri e le fotografie di grandi personaggi storici allineati lungo le pareti erano stati fatti a pezzi, o ricoperti d’insulti con una vernice rosso sangue. Dietro al tavolo delle conferenze era appesa un’enorme bandiera nera, con l’emblema di Ahriman ricamato in oro. Quella non era più un’università... era diventata a tutti gli effetti un tempio Goa’uld. I capi dell’occupazione, seduti in cattedra, si erano persino marchiati la fronte con lo stemma del loro padrone.
   A prendere la parola fu una giovane studentessa. «Salve, parlo a nome di tutti coloro che stanno esercitando il diritto e il dovere del dissenso. Mi rivolgo ai cittadini liberi, prima che la polizia militarizzata venga a picchiarci e incarcerarci coi suoi metodi fascisti. Voi dovete sapere perché la coscienza c’impone questo atto di resistenza!» disse con voce sicura e squillante.
   «Fuori da qui, in questo momento, si consuma l’infame guerra per procura con cui il governo terrestre cerca di sterminare i Goa’uld. Pochi giorni fa abbiamo assistito all’ennesimo eccidio, quando le navi Jaffa in ritirata da Chulak hanno bombardato il pianeta, piuttosto che cederlo alle forze di liberazione di Ahriman. Dopo questo crimine di guerra hanno perfino cercato di rovesciare la colpa sui liberatori; ma le bugie hanno le gambe corte!
   Ebbene, davanti a queste atrocità, la resistenza diventa un dovere. Noi riteniamo che chiunque non si ribelli contro l’attuale governo d’impronta neo-nazista sia moralmente complice del genocidio. Se ve ne state a casa vostra, senza partecipare al conflitto, questo non vi assolve! I soldi delle vostre tasse alimentano la guerra, quindi state contribuendo alla mattanza. Il tempo dei compromessi e delle scuse è finito: o state coi nazisti, o state con noi. Non c’è una terza via!».
   In vita sua, il Capitano Rivera aveva affrontato gli avversari più spaventosi. Se l’era vista con alieni capaci di spazzare via l’umanità nella più completa indifferenza. Ma non aveva mai visto tanto odio e disprezzo quanti ne vide negli occhi di quella studentessa, dalla fronte orgogliosamente marchiata come gli schiavi di Ahriman.
   «Questo conflitto è solo l’ultimo atto di un dramma iniziato molto tempo fa» riprese la giovane, leggendo i suoi appunti. «Un tempo, sotto la guida illuminata dei Goa’uld, c’erano pace e prosperità in tutta la Galassia. Poi siamo entrati in scena noi Terrestri, e abbiamo fatto l’unica cosa che ci riesce bene: il genocidio. Abbiamo massacrato i Goa’uld e i Jaffa fedeli per rubargli terre e tecnologie, oltre che per intolleranza religiosa. Abbiamo distrutto i Replicatori, anch’essi creature senzienti. Non contenti di fare il deserto nella Via Lattea, abbiamo esportato la nostra violenza in altre galassie. In tal modo abbiamo sterminato gli Ori e gli Asurani, e abbiamo decimato gli Wraith. Ci siamo giustificati con la necessità di difendere, e persino d’esportare, la democrazia. Curioso come questa “democrazia” debba essere annaffiata di sangue innocente per sopravvivere!
   Ora i nostri politicanti ci dicono che siamo ancora in pericolo, e che serve un’altra guerra per difenderci. Ebbene, la misura è colma. I politicanti sappiano che non crediamo più alle loro spudorate menzogne. Siamo qui per mettere in chiaro che noi crediamo in Ahriman, l’unico leader che si è sempre dimostrato onesto e sincero. E intendiamo fare ammenda per le nostre colpe storiche. Siamo consapevoli che la civiltà terrestre è interamente fondata sul furto e sul genocidio. Tutte le nostre tecnologie sono state rubate a specie più antiche ed evolute. Tutti i mondi che abbiamo colonizzato appartenevano a qualcun altro: basta scavare per trovare le loro ossa. Ciascuno di noi porta questa colpa ereditaria, e fa parte di un sistema di potere che tuttora ne beneficia.
   Se ora Ahriman rispondesse per le rime, e ci sterminasse, compirebbe un atto di giustizia. Ne avrebbe pienamente diritto! Però non lo fa, perché oltre ad essere giusto, è anche infinitamente misericordioso. Giorno dopo giorno, ci dimostra d’essere migliore di noi. Ci offre ancora la possibilità di redimerci e tornare al suo servizio. Ogni nostro respiro è un dono che Ahriman ci fa, senza che noi lo meritiamo. Ebbene, noi siamo grati della sua clemenza e accettiamo la sua generosa offerta. Noi ripudiamo la cittadinanza terrestre e ci proclamiamo sudditi fedeli e leali di Ahriman, l’unico signore legittimo della Terra e di tutta la Via Lattea. Per questa ragione, prestiamo il seguente giuramento».
   L’inquadratura si ampliò, mostrando l’aula magna gremita di studenti e studentesse che partecipavano all’occupazione. Quasi tutti recavano il marchio di Ahriman o altri simboli equivalenti. Quelli che non condividevano le loro idee erano fuggiti da tempo, per non essere massacrati di botte. Al segnale dell’oratrice i presenti alzarono la mano destra, ripetendo in coro le sue parole. Le loro voci sincronizzate fecero tremare i vetri.
   «Giuriamo di compiere tutti gli atti di disobbedienza civile che potremo, per danneggiare gli interessi politici ed economici dell’Alleanza Terrestre.
   Giuriamo di votare solo per quei partiti favorevoli a smantellare l’Alleanza ed entrare a far parte dell’Impero di Ahriman.
   Nel caso scoppiasse l’aperto conflitto, e scattasse la coscrizione militare obbligatoria, giuriamo di disertare, passando al servizio di Ahriman. Giuriamo di portare con noi tutte le informazioni utili per favorirlo e di combattere instancabilmente coloro che rifiutano di fare altrettanto. Se ciò non fosse possibile, giuriamo di lasciarci arrestare, processare e giustiziare dall’esercito. Questo perché preferiamo morire per i nostri valori, piuttosto che uccidere per quelli della Terra. Questo è il nostro solenne impegno, da oggi e fino all’ultimo giorno delle nostre vite».
   Caduto il silenzio, i presenti abbassarono le mani e tornarono ad ascoltare l’oratrice. Questa fissò la telecamera con un sorriso di trionfo, inebriata dalla sensazione di potere. Infine riprese la parola, sempre con voce squillante e orgogliosa.
   «Invito tutti coloro che ci hanno ascoltati a ripetere il nostro giuramento, e a metterlo in pratica nella vita quotidiana. Perché se noi rifiutiamo di sostenere l’attuale regime, questo perde ogni potere. Per concludere, mi rivolgo ai nostri politicanti e ai pochi nazisti che ancora li sostengono. Sappiate che questo conflitto può finire solo in due modi. O voi sarete costretti a ucciderci tutti, e non avrete più nessuno da comandare, e a quel punto sarete sconfitti da Ahriman. Oppure noi cittadini ci ribelleremo in massa, e vi schiacceremo, ed entreremo con gioia nell’Impero di Ahriman. In ambo i casi voi morirete e Ahriman vincerà, com’è giusto e sacrosanto che sia. Perché noi crediamo in lui, e siamo pronti a lottare per lui, e saremo onorati di morire per lui».
   Il boato d’entusiasmo che salì dalla folla fece tremare le pareti. Allora Thena spense il video e si accasciò sulla poltroncina. «Ecco cosa succede quando le persone sono libere di decidere per sé stesse: credono alle menzogne che più soddisfano il loro sadomasochismo» sospirò. «Menzogne che si moltiplicano e si evolvono come esseri viventi, diventando sempre più adatte a colonizzare l’ambiente, cioè i cervelli umani. Sa, a volte credo che nemmeno Ahriman ci odi tanto quanto certi Terrestri sono arrivati a odiare se stessi».
   Dopo ciò che aveva visto e sentito, il Capitano non poteva che darle ragione. Rimuginò su quelle raccapriccianti testimonianze, finché un elemento comune attirò la sua attenzione. «Tutti quanti hanno detto che l’Alleanza Terrestre fornisce armi ai Jaffa Liberi. È la verità?» chiese.
   «Queste informazioni sono altamente riservate» avvertì la Direttrice. «Ma in quanto proveniente da un altro cosmo, lei è in una posizione unica. Poiché spero nella collaborazione, mi fiderò a risponderle... se lei promette di non divulgare ciò che le dirò».
   «Mi riservo il diritto di discuterne coi miei ufficiali. Se ciò non le aggrada, allora questo incontro è terminato» disse il Capitano. «Ciò che posso prometterle è che non divulgheremo queste informazioni al di fuori della Destiny».
   «Lei mi forza la mano... ma così sia» cedette Thena. «Ebbene, per rispondere alla sua domanda: sì, l’Alleanza Terrestre sta fornendo enormi quantità d’armi ai Jaffa. E quando dico “enormi”, intendo che stiamo svuotando i nostri arsenali pur d’aiutarli. Se non lo facessimo, avrebbero già perso. E siamo noi dell’Egida a occuparci delle consegne. Quando possibile lo facciamo tramite gli stargate. Ma sempre più spesso dobbiamo raggiungere avamposti su planetoidi che non hanno nemmeno un portale, o persino flotte Jaffa in perenne movimento. Quindi dobbiamo inviare i nostri vascelli attraverso le linee nemiche. Cosa pericolosissima, perché se fossero scoperti, i seguaci di Ahriman si rafforzerebbero ancora di più. Ed è qui che entrate in gioco voi».
   La Direttrice tacque, mentre Rivera metabolizzava la notizia.
   «Immaginavo che volesse arrivare a questo punto» disse il Capitano. «Tutte quelle testimonianze, le informazioni riservate... erano la sua esca per coinvolgermi. Lei ha bisogno di mercenari che facciano il lavoro sporco» comprese.
   «Un modo rude d’esprimersi, ma... non negherò che in sostanza è così» ammise schiettamente Thena. «Comunque non vi sto chiedendo di combattere. Vi chiedo solo di fare da fattorini... da corrieri, se preferite il termine. Dovete consegnare le armi ai Jaffa, così che possano difendersi. Vede, le nostre navi non riescono a tenere il passo con le necessità di consegna, anche perché spesso devono fare lunghi giri per evitare lo spazio nemico. Ma la Destiny dispone di un efficace occultamento...».
   «Questo come lo sapete?» si accigliò Rivera.
   «Suvvia, ho studiato a fondo le informazioni che ci avete fornito. Per nascondervi tanto a lungo nello Spazio Fluido, è evidente che disponete di un occultamento evoluto» rispose la Direttrice, con un altro dei suoi sorrisi abbozzati.
   Il Capitano si morse la lingua. Doveva stare più attento alle informazioni che condivideva. «Non abbiamo mai messo alla prova il nostro occultamento contro la tecnologia Goa’uld, che a quanto vedo è assai evoluta. Non posso garantire che passeremo inosservati» avvertì.
   «Eh, ma è questo il bello!» fece Thena, il sorriso più pronunciato. «Se anche vi avvistassero, la vostra nave è indiscutibilmente aliena. In nessun modo può essere collegata all’Egida, alla Terra, all’Alleanza Terrestre. Siete solo dei mercenari, provenienti da chissà dove, che hanno deciso di collaborare coi Jaffa».
   «Così le sue mani restano pulite» notò Rivera. Poteva apprezzare quell’astuzia machiavellica, ma ne vedeva anche il rovescio. «Ciò significa che, se finiremo nei guai, lei non muoverà un dito per aiutarci. Anzi negherà di conoscerci!» accusò.
   «Questo non è esatto» rivelò la Direttrice. «Vede, per consegnare le armi abbiamo già allestito una “flottiglia mercenaria” che in realtà appartiene all’Egida. Sono piccoli vascelli senza contrassegni, che possono passare per contrabbandieri. In realtà hanno armamenti all’avanguardia e sono pilotati da nostri agenti. Ve li affiancheremo quando sarà possibile. E se vi trovaste nei guai, tanto da chiedere aiuto, li manderò a soccorrervi. Come vede, non vi abbandonerò al nemico, se non altro nel mio interesse: non voglio che Ahriman s’impadronisca delle vostre tecnologie».
   «Sembra che lei abbia pensato a tutto...».
   «Il mio lavoro lo impone».
   «... ma se non fossi interessato? Se non volessi rischiare la mia nave e il mio equipaggio per la vostra guerra?».
   «Beh, ovviamente nessuno la costringe» chiarì Thena, intrecciando le dita. «Però ha visto cosa c’è in gioco. I Jaffa stanno morendo e anche l’Alleanza Terrestre rischia di crollare. Se le cose continuano così, Ahriman prenderà il sopravvento e secoli di sforzi per affermare la democrazia saranno vanificati. Non per un’effimera stagione politica, ma per sempre. Non so se il vostro aiuto potrà cambiare le cose... ma ho imparato che a volte basta poco, un atto simbolico, per ispirare tanti altri a resistere. Vedere un’astronave sconosciuta che si oppone ad Ahriman potrebbe riaccendere la speranza in molti cuori» disse, inaspettatamente poetica.
   «Mah... da quel che ho visto, i suoi oppositori sono tutt’altro che apprezzati» notò il Capitano. «E poi, anche volendo, dubito che reggeremmo il confronto con le sue navi» ammise, dando per scontato che prima o poi sarebbero giunti allo scontro.
   «Ovviamente non vi manderei in missione senza un’adeguata preparazione» spiegò Thena. «Questa è la mia proposta: passerete due settimane ad addestrarvi con una delle nostre squadre sotto copertura. Così apprenderete i punti di forza e di debolezza del nemico. Sarete sotto la supervisione del Colonnello Mitchell, che già conoscete. Se al termine di questo periodo il Colonnello vi riterrà pronti, comincerete a consegnare le armi ai Jaffa. Non vi chiedo d’ingaggiare direttamente il nemico... almeno non all’inizio. Col procedere della nostra collaborazione, potremo affrontare anche questo argomento. Che ne dice?».
   Il Capitano scostò la sedia e si alzò, turbato. Prese a camminare avanti e indietro, rimuginando, sotto gli sguardi imperscrutabili della Direttrice e della sua civetta. Potenti forze si agitavano in lui, combattendosi per il sopravvento. Aveva già preso decisioni difficili, ma quella era davvero lacerante. Il suo cuore, che era ancora quello di un ufficiale della Flotta Stellare, gli diceva che opporsi ad Ahriman era giusto; che forse erano capitati lì proprio per questo. Certo, le direttive della Flotta vietavano d’intromettersi in conflitti alieni... ma i Capitani più famosi erano proprio quelli che avevano trasgredito.
   Rivera scosse la testa. Al diavolo la Flotta: era un avventuriero, Capitano d’avventurieri, e doveva ragionare come tale. Questo però non gli semplificava la scelta. Per carità, in passato avevano già accettato incarichi come contrabbandieri e mercenari. Lo avevano fatto prima ancora d’impadronirsi della Destiny, e occasionalmente anche in seguito. Nell’Universo dello Specchio, per esempio, avevano conseguito un’importante vittoria, migliorando le cose per quanti vi abitavano. Potevano farlo anche lì? Ma quale sarebbe stato il prezzo?
   Dopo l’esperienza su Arena, per riportare a casa i Magnifici Nove, avevano visitato molte altre realtà sconvolte da conflitti. Spesso i campioni gli avevano chiesto di fermarsi ad aiutarli, e Rivera aveva sempre detto no. Ricordava ancora lo straziante appello di Kara Thrace ad aiutare i superstiti delle Dodici Colonie, contro i Cylon che gli davano una caccia implacabile. Aveva fatto bene a rifiutarsi, anteponendo la sicurezza della Destiny? Forse, ma da allora continuava a pensarci. Idem per le altre emergenze in cui si era imbattuto. Aveva accettato di combattere gli Undine, con cui erano già in conflitto, ma per il resto si era sforzato di non farsi altri nemici. A maggior ragione dopo le funeste premonizioni di Talyn.
   Poteva continuare così? Forse no... dopo la Battaglia di Chulak erano finiti nel mirino di Ahriman. Certo, potevano lasciare quel cosmo e non tornarci mai più. Il Capitano poteva benissimo abbandonare Yo’rek, ignorare l’accorato appello di Thena, lasciare che i Jaffa fossero ridotti in schiavitù e che i Terrestri si consegnassero a un demonio che li avrebbe sterminati. Poteva farlo... ma sentì che ne avrebbe portato il peso per il resto dei suoi giorni. C’era qualcosa, in lui, che si ribellava in modo viscerale all’idea di darla vinta ad Ahriman.
   E c’era qualcosa d’ancora più profondo. Negli ultimi giorni gli era capitato, da più parti, di vedere persone nate e cresciute in democrazia che la odiavano con tutte le loro forze, preferendo la dittatura. Questo atteggiamento le faceva sentire speciali, le faceva sentire importanti. Naturalmente avrebbero strillato come porci, se solo avessero ottenuto ciò che volevano; ma a quel punto sarebbe stato tardi per tornare indietro. Persino nel suo equipaggio aveva percepito una certa disillusione, una certa rassegnazione. Ebbene, Rivera non voleva rassegnarsi. Doveva dimostrare... forse più a se stesso che agli altri... che la democrazia non era sorpassata, che valeva ancora la pena difenderla.
   Fu così che il Capitano prese una sofferta decisione.
 
   
 
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