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Autore: Parmandil    07/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 4: Mercenari
 
   «Non ci posso credere! Lo sapevo che sei uno scavezzacollo, ma questo supera ogni limite! Avevamo deciso di tenerci fuori dai guai, di lasciare al più presto questo cosmo... e tu che fai?! Ci trasformi in mercenari!» sbraitò Losira. Stavolta la Risiana era davvero fuori di sé. Aveva lasciato il tavolo tattico e camminava avanti e indietro, sull’orlo di una crisi isterica.
   «Non ci ho “trasformati” in niente. Siamo già mercenari, ricordi? E avventurieri, e contrabbandieri. È quel che facevamo fin dai tempi del vecchio Capitano Grilk, pace all’anima sua. All’epoca eri proprio tu a premere perché lo facessimo» disse Rivera. Al contrario della Risiana, lui se ne stava seduto, con le dita intrecciate, flemmatico. Sapeva di dover mantenere la calma, per non trasformare quella riunione in un parapiglia.
   «Non ha importanza!» rimbeccò Losira, scoccandogli un’occhiataccia. «All’epoca era tutto diverso!».
   «Infatti avevamo una bagnarola. Un vecchio mercantile di classe D’Kora. Se ben ricordo, rischiava d’esplodere ogni volta che superavamo curvatura 8. Converrai che la Destiny è un tantino più avanzata» disse il Capitano.
   «Sì, ma...».
   «Se correvamo rischi allora, perché non possiamo adesso? Del resto rischiamo ogni volta che passiamo da una realtà all’altra. E abbiamo convenuto molto tempo fa che non possiamo barricarci nella Destiny e rinunciare agli affari» proseguì Rivera.
   «Chiamali affari! Guerreggiare contro una superpotenza galattica!» insisté Losira, senza accennare a calmarsi.
   «Dovremo solo consegnare armi ai Jaffa, così che possano difendersi...».
   «Mi gioco il collo che avremo comunque degli scontri!».
   «Sì, come ne abbiamo avuti in passato. Come ne avremo ancora, continuando a esplorare il Multiverso» disse pazientemente il Capitano.
   «Tutto per i Jaffa?!».
   «Stanno morendo a milioni...».
   «Beh, meglio loro che noi!». A queste parole Losira smise d’agitarsi. Cadde il silenzio. «Non intendevo dire questo» mormorò la Comandante, girandosi finalmente verso il Capitano.
   «Lo so» sospirò Rivera. «È stata una decisione difficile, ma sono convinto che sia giusta».
   «Tu che ne pensi?» chiese Losira, rivolta a Talyn.
   «Sono cresciuto tra le rovine della Guerra Civile. Pochi giorni fa ho visto un bombardamento ancora peggiore. Se possiamo contribuire a prevenirne altri, credo che dobbiamo provarci» disse l’El-Auriano.
   Sconfitta, la Risiana si lasciò cadere sulla sedia che aveva abbandonato nello scoppio di collera. «Quali sono i termini dell’accordo, esattamente?» chiese.
   «Tanto per cominciare, non partiremo subito. Prima ci addestreremo per due settimane con la squadra del Colonnello» spiegò il Capitano. «Così conosceremo il nemico e le sue strategie. Avremo anche accesso alle armi dell’Egida, un punto su cui ho insistito. Al termine dell’addestramento, Mitchell stabilirà se siamo pronti a entrare in azione».
   «Uhm, è già qualcosa» ammise Losira.
   «E se in qualunque momento sentiremo puzza di bruciato... beh, siamo sulla Destiny. Possiamo abbandonare questo cosmo, in barba agli accordi, e non fare più ritorno» aggiunse Rivera a mezza voce. Questo, più di tutto, incoraggiò gli altri.
   «Che cosa avremo in cambio del nostro servizio?» chiese Naskeel.
   Il Capitano lasciò rispondere Shati e Irvik, che lo avevano seguito ad Atlantide e avevano partecipato all’ultima fase delle trattative.
   «Tanto per cominciare, ci daranno le loro informazioni sul Multiverso» cominciò la timoniera.
   «E poi avremo accesso a parecchie tecnologie!» gongolò l’Ingegnere Capo. «Persino ai moduli ZPM, che sono la chiave di un’energia illimitata. Con uno di quelli potremmo mandare in pensione il dilitio. Vale la pena correre qualche rischio per averli!» disse, lo sguardo bramoso.
   «E i sarcofagi? Posso avere un sarcofago?!» s’interessò Giely.
   «Verrà anche quello, ma... col tempo. Man mano che porteremo a termine le consegne, riceveremo qualcosa in cambio» spiegò Rivera.
   Vedendo che la maggior parte degli ufficiali parteggiava per il Capitano, attratta dalle ricompense, Losira cedette. «E va bene, torneremo al buon vecchio contrabbando d’armi» sospirò. «Ma parliamo un attimo di questi addestramenti con l’Egida. Quando si comincia?».
   «Le forze di Ahriman avanzano, non c’è tempo da perdere. Quindi si comincia subito» rispose il Capitano.
 
   «Bene, signori, questa è la prima di una serie di simulazioni» disse il Colonnello Mitchell. Lui e gli ufficiali della Destiny si trovavano sul ponte ologrammi, che replicava la plancia dell’astronave. Così potevano eseguire simulazioni di battaglia senza stressare davvero i sistemi di bordo.
   «Ho già inserito i parametri del programma» spiegò Mitchell. «Si tratta di portare a termine una delle vostre missioni di contrabbando. La missione fallirà se sarete costretti a ritirarvi prima d’aver consegnato il carico, o se il carico sarà danneggiato... e naturalmente anche se l’intera nave fosse distrutta».
   «Allegria» fece Shati.
   «Ha detto qualcosa, Tenente?!» la richiamò il Colonnello.
   La Caitiana dette un’occhiata a Rivera, come aspettandosi il suo aiuto, ma questi scosse la testa. Erano allenamenti troppo importanti per prenderli sottogamba. E chissà che, trovandosi con un vero militare, l’equipaggio imparasse finalmente la disciplina. «No, signore» mugugnò la timoniera.
   «Tutti ai propri posti, allora. Un’altra cosa: avete un tempo limite per completare la consegna. Il cronometro sarà sullo schermo. Questo perché il successo delle nostre operazioni dipende spesso dalla tempistica» spiegò Mitchell. «Qualche domanda?».
   «Si guadagna qualcosa a distruggere le navi avversarie?» chiese Naskeel.
   «Negativo, lo scopo è unicamente consegnare il carico» rispose il Colonnello. «Bene allora, siete pronti? E quindi... computer, avviare programma!».
   La simulazione partì, dando l’impressione che la Destiny fosse in viaggio. Alcuni dati apparvero sullo schermo, tra cui il cronometro: avevano solo due ore di tempo per arrivare a destinazione e sbarcare il carico.
   «Siamo diretti ad Amarna, un mondo sotto assedio» lesse Talyn dalla consolle. «Secondo i rapporti dell’Egida ci sono due Ha’tak».
   «Cerchiamo di scivolargli accanto senza essere visti. Attivare l’occultamento» ordinò Rivera.
   Di lì a poco l’astronave simulata scese a velocità subluce. Sullo schermo apparve il pianeta, così come gli Ha’tak. Per il momento le due navi, pur assediandolo, si tenevano a debita distanza.
   «Perché sono così lontane? Non vedo altre navi in orbita, che cosa temono?» chiese il Capitano.
   «Non rilevo altri vascelli» confermò Talyn. «Però i dati di missione ci dicono che il pianeta è difeso da uno sciame di droni».
   «Droni?» fece Naskeel.
   «Sono tra le nostre armi primarie. Tecnologia riscoperta dagli Antichi» disse il Colonnello, che supervisionava la prova, ma non aggiunse altro.
   «Okay, allora ci avvantaggeremo del fatto che il nemico è lontano. Rotta per Amarna, un quarto d’impulso, e mantenere l’occultamento» ordinò Rivera.
   Nei primi minuti le cose parvero filare lisce. Poi però le Ha’tak si mossero, prendendo a lanciare cariche esplosive contro la Destiny. La nave simulata sobbalzò sotto i colpi sempre più vicini.
   «Sono cariche ioniche, cercano di localizzarci» avvertì Talyn.
   «Ma come hanno fatto a capire che siamo da queste parti?!» chiese Losira.
   «Dalle forze di Ahriman bisogna sempre aspettarsi di tutto. Allora, come pensate di reagire?» fece Mitchell. Intanto le esplosioni si facevano sempre più vicine, i sobbalzi più violenti.
   «Senza gli scudi siamo troppo vulnerabili» ragionò il Capitano. «Uscire dall’occultamento, alzare gli scudi. Fuoco a volontà contro la nave di babordo».
   Shati eseguì, ma la Destiny si trovò soggetta a un attacco intenso. Le due Ha’tak cercavano di prenderla nel fuoco incrociato.
   «Shati, manovre evasive. Cerchiamo di frapporne una sulla linea di fuoco dell’altra» ordinò il Capitano.
   «Ricevuto» fece la timoniera, destreggiandosi nella gragnola.
   «Cercate di sfruttare i loro punti deboli» raccomandò il Colonnello. «Le Ha’tak hanno considerevole potenza di fuoco, ma scarsa maneggevolezza. Hanno una copertura di tiro a 360º come voi, ma sono sguarnite sul lato inferiore».
   «Sentito? Facciamoci valere!» raccomandò Rivera.
   Basandosi sulle dritte, Shati portò la Destiny sotto una delle navi avversarie e Naskeel la colpì con una raffica di siluri, riuscendo a disabilitarla. La Ha’tak danneggiata andò alla deriva, mentre l’altra proseguiva lo scontro.
   «Ormai è fatta. Uno contro uno, siamo più forti noi!» gongolò Shati. Ma il suo sorriso felino si spense quando una terza Ha’tak sbucò da dietro una luna asteroidale e li martellò con un fuoco serrato. «Frell, così non vale!» protestò la timoniera.
   «Da Ahriman dovete aspettarvi di tutto. Le sue forze sono spesso maggiori di quanto appaia a prima vista» avvertì il Colonnello. «Allora, come contate di riequilibrare lo scontro?».
   «Gli scudi sono scesi al 50%. Possiamo distruggere una nave, ma saremo indifesi contro l’altra» avvertì Naskeel.
   Il Capitano rifletté. Di tempo ce n’era ancora, ma era inutile se si facevano distruggere. Se si ritiravano, avrebbero ugualmente fallito lo scenario. No, doveva trovare una strada vincente. «Talyn, hai detto che Amarna è difesa da droni?» chiese.
   «Beh, qui c’è scritto così» fece il giovane, alludendo al database di missione. «È il motivo per cui gli assedianti stavano lontani».
   «E allora noi li faremo avvicinare. Rotta verso Amarna!» ordinò Rivera. «Concentrare l’energia sugli scudi di poppa. Adeguare il fuoco di conseguenza» aggiunse.
   La Destiny sfrecciò verso il pianeta, inseguita dalle Ha’tak. Fra i tre vascelli c’era un fuoco serrato. Talyn contò la distanza da Amarna, in rapida diminuzione: 400.000 km... 300.000... 200.000... quando furono a 100.000 km qualcosa si mosse.
   «Rilevo uno... sciame in avvicinamento. Devono essere i droni!» avvertì l’El-Auriano.
   Lo erano eccome: centinaia di piccoli droni, dalla curiosa forma a calamaro. Volavano in formazione serrata, come uno sciame appunto, ad alta velocità. Così facendo splendevano di luce dorata, come se ciascuno fosse un siluro fotonico.
   «Molto interessanti. Il loro potenziale esplosivo si direbbe elevato» rilevò Naskeel.
   «Yu-huuu! E con questo la partita si chiude!» esultò Shati. Ma la sua gioia fu breve. I droni infatti puntarono sulla Destiny, invece d’oltrepassarla, e ne crivellarono gli scudi. La nave simulata si squassò, mentre le luci sfarfallavano.
   «Beh, che succede? Perché ci attaccano?!» protestò Losira.
   «Non l’avete capito?» fece il Colonnello.
   «Caramba, non abbiamo informato i Jaffa della nostra identità!» comprese Rivera, sobbalzando sulla poltroncina.
   «Già. Un errore fatale, quando si opera sotto copertura» avvertì Mitchell. Intanto i danni simulati erano sempre più gravi. I sistemi cedevano uno dopo l’altro, così che la Destiny perdeva energia.
   «Talyn, trasmetti il codice di sicurezza ai Jaffa, informali che siamo qui per aiutarli!» ordinò il Capitano, ma ormai era tardi.
   «Nessuna risposta. Non so se ci ricevono, con tutte queste interferenze» avvertì il giovane.
   «Gli scudi cedono» disse Naskeel, senza enfasi. La nave si squassò ancora di più, le consolle esplosero. Un flusso di droni, distaccatosi dallo sciame principale, puntò contro la plancia. Si avvicinarono come lucciole giganti e inferocite, invadendo lo schermo.
   «NOOOOOOO!» ululò Shati, levando le braccia in modo melodrammatico. I droni impattarono e tutto divenne bianco. L’attimo dopo la simulazione si riavviò: la plancia era indenne.
   «Siete morti» commentò il Colonnello con disappunto.
   «Sì, l’ho notato» brontolò Rivera, irritato per aver fatto una figura da pivello.
   «C’erano molte sorprese...» commentò Losira in sua difesa.
   «Mai quante ne troverete nella realtà» avvertì Mitchell. «Dovete essere più previdenti e sveltire i tempi di reazione. Computer, riavviare programma!» ordinò. E gli avventurieri si trovarono di nuovo in rotta per Amarna...
 
   Le simulazioni proseguirono per tutta la giornata, e per la settimana seguente. Gli scenari variavano: a volte per completare la missione bisognava passare inosservati, in altri casi lo scontro era inevitabile. Gli avventurieri impararono molto sulle prestazioni dei vascelli Goa’uld e sulle loro strategie più tipiche. Appresero come ingannare i loro sensori, e come far perdere le tracce se erano già stati individuati. Scoprirono dove colpire le Ha’tak per disabilitarle più rapidamente, e quali manovre evasive erano più efficaci per lasciarsele alle spalle.
   Allo stesso tempo, gli avventurieri studiarono le mappe stellari della Via Lattea. Come avevano notato in altri casi, la conformazione fisica era simile: variavano le specie e quindi la situazione politica. Un pianeta che nel loro cosmo era densamente popolato, lì poteva essere disabitato, e viceversa. Certo che, nel complesso, la densità abitativa era più bassa di quella a cui erano abituati. L’impronta dei Goa’uld, che avevano trasferito piccole comunità umane un po’ ovunque, si faceva ancora sentire. Quanto alle specie autoctone, erano pochissime e nessuna si era granché diffusa.
   Rivera e i suoi familiarizzarono con l’ordinamento politico della Via Lattea. Appresero quali zone appartenevano alle varie potenze e quali erano ancora frammentate in mondi arretrati, ignari delle battaglie che si combattevano sopra le loro teste. Videro dov’era il fronte di guerra, come si era evoluto finora, quali erano le proiezioni per il futuro. In tal modo si resero conto, loro malgrado, del genio strategico di Ahriman, che riusciva spesso a sorprendere e intrappolare gli avversari. E non se ne stava nascosto nella sua capitale, la fosca Gehenna: no, guidava personalmente la sua flotta principale. In tal modo aveva vinto parecchie battaglie, anche quand’era in inferiorità numerica. In effetti il Goa’uld non aveva mai perso uno scontro. A volte aveva ottenuto risultati inconcludenti, in altri casi aveva sacrificato ingenti forze per ottenere la vittoria. Ma sconfitte vere e proprie no, non le aveva mai subìte. I suoi ammiragli e capitani non erano altrettanto scaltri: in alcuni casi si erano fatti sconfiggere, infliggendo delle battute d’arresto alla campagna militare.
   Nel complesso le forze di Ahriman continuavano ad avanzare sulla maggior parte dei fronti. Le sue intenzioni ormai erano chiare: le direttrici d’attacco convergevano su Dakara. Ahriman mirava alla capitale dei Jaffa, il loro pianeta più sacro e onorato. Il mondo dove avevano sconfitto i Goa’uld, guadagnandosi l’indipendenza. Perdere il luogo simbolo della loro emancipazione sarebbe stata una catastrofe. Il Colonnello non aveva dubbi: perdere Dakara significava perdere la guerra.
 
   Dopo una settimana d’intense esercitazioni, gli avventurieri tornarono in riunione con Mitchell. «Beh, mi congratulo con voi. L’inizio è stato un po’ zoppicante, ma in questi pochi giorni avete fatto passi da gigante. Le ultime simulazioni sono andate bene, quindi posso darvi il via libera» disse il Colonnello.
   «Come, di già?!» si stupì Rivera. «Avevamo concordato che l’addestramento sarebbe durato almeno due settimane». In effetti c’era ancora molto che voleva approfondire, soprattutto per quanto riguardava le strategie nemiche.
   «Purtroppo non c’è tempo per altre simulazioni spaziali. Dobbiamo passare alla seconda fase dell’addestramento» spiegò Mitchell.
   «Quale seconda fase?» chiese il Capitano. Finora non si era mai accennato al fatto che ce ne fossero due.
   «Quella in cui vi spiegheremo – io e i miei addestratori – come affrontare i nemici sul campo. Questo non ricade nel vostro ingaggio» chiarì il Colonnello, «ma voglio che siate pronti per ogni evenienza. Se una vostra squadra restasse bloccata a terra, dopo una consegna, deve essere preparata a resistere. Perciò vi mostreremo come affrontare le forze di terra nemiche, o almeno come eluderle il più a lungo possibile».
   «Potrebbe tornarci utile» ammise Rivera. «E sia, passiamo a questa seconda fase. Ormai sapete come caricare gli scenari sul ponte ologrammi...».
   «Veramente non pensavo di ricorrere a quello» lo sorprese Mitchell.
   «No? Ma allora come conta d’allenarci?».
   «Alla vecchia maniera, in un campo d’addestramento che abbiamo allestito ad Atlantide per i nostri agenti» rivelò il Colonnello. «Così già che ci siamo vi mostrerò delle vere armi Goa’uld, che non potrei far uscire dalla città. E conoscerete i miei migliori addestratori. Fate i bagagli, signori: la prossima settimana la passerete tutta ad Atlantide».
 
   Rivera e i suoi attendevano in una sala d’addestramento, simile a un poligono di tiro. Per volontà del Capitano c’erano tutti gli ufficiali superiori, tranne Losira che era rimasta al comando della Destiny e Giely in quanto medico. Quando Mitchell entrò da un ingresso laterale, tutti si volsero nella sua direzione.
   «Comodi, signori» disse il Colonnello, avvicinandosi a grandi passi. «Stavolta non sarò io a dare lezioni. Vi presento i miei ufficiali addestratori. Lui è il Maggiore Vidarr, esperto in armamenti».
   Dall’ingresso, ancora aperto e in penombra, venne una serie di tonfi. Passi pesanti, troppo pesanti per appartenere a un essere umano. Nella penombra si delineò una forma gigantesca, debolmente luccicante di riflessi metallici. Quando varcò la soglia, entrando in piena luce, gli avventurieri restarono senza fiato. Era un soldato gigantesco, interamente rivestito da una spessa armatura ultratecnologica. Il casco aveva una sottile visiera, un sistema di respirazione e due luci ai lati. L’armatura bruna presentava alcuni elementi retrò, come i vistosi spallacci.
   «Sarò il vostro addestratore in questa settimana. Confido nella vostra piena collaborazione» disse il colosso, con voce cavernosa. Ma se avesse detto: «Io vi spiezzo in due» avrebbe sortito lo stesso effetto.
   «Urca, spero che non debba darci lezioni di lotta!» sussurrò Shati a Talyn che l’affiancava.
   «Come ha detto?!» tuonò il Maggiore, puntando verso di lei col suo passo pesante.
   «Ehm... bella armatura. Anch’io ne ho una simile, con un sacco di gadget. Forse avrei dovuto prenderla!» disse la Caitiana, trovando il coraggio di sfidarlo.
   «Alé, adesso la polverizza» si disse Rivera, temendo il peggio.
   Invece Vidarr si fermò proprio davanti a Shati, osservandola dall’alto in basso. A un tratto ci fu un sibilo d’aria pressurizzata e l’armatura si aprì sul davanti, restando rigida mentre il proprietario ne usciva. Anzi, ne sgusciava fuori. Perché il proprietario era un alieno piccolo e gracile, dalla pelle grigiastra. Sul cranio enorme e glabro spiccavano due occhioni totalmente neri, che si socchiusero con curiosità. Aveva una boccuccia minuscola ed era pressoché senza naso, né orecchie. Insomma, era quello che gli ufologi di una volta chiamavano un Grigio.
   «Sarei molto interessato a visionare la sua armatura, Tenente Shati» disse Vidarr, con una vocina sottile, per nulla intimidatoria.
   «Alla prima occasione gliela mostrerò!» disse Shati, trattenendo non più la paura, ma le risate.
   «Oh, magnifico». Il piccolo alieno grigio volse gli occhioni verso il resto degli avventurieri, che lo osservavano altrettanto divertiti.
   «Il Maggiore è uno dei pochi Asgard ancora viventi» spiegò Mitchell. «La sua specie è illustre; un tempo erano alla pari con gli Antichi. Noi Terrestri siamo in debito con loro: ci hanno donato gran parte delle conoscenze e tecnologie moderne» riconobbe.
   «Quelli erano gli Asgard» corresse Vidarr. «Formalmente io sono un Vanir. I nostri cugini Asgard ci chiamavano la Tribù Perduta, o meno amichevolmente i Rinnegati. Millenni fa migrammo nella galassia di Pegaso, cercando una soluzione al decadimento genetico che ci stava distruggendo».
   «Il decadimento dovuto alla clonazione... ne ho sentito parlare. Ma perché cambiare addirittura galassia?» chiese Irvik.
   Il Vanir lo fissò, inclinando il testone grigio. «C’erano alcuni esperimenti che i nostri cugini non volevano compiere per motivi etici. Loro non credevano che il fine giustifichi i mezzi... e guardate a cosa li ha portati. Gli Asgard sono pressoché estinti, mentre noi siamo ancora qui» disse schiettamente.
   «E cosa l’ha portata a unirsi all’Egida?» volle sapere Rivera.
   «Il conflitto con gli Wraith» rivelò Vidarr. «La mia astronave è tornata nella Via Lattea sulle tracce della loro ultima regina, Azi Dahaka. Purtroppo siamo stati sconfitti e solo io sono sopravvissuto. L’Egida mi ha tratto in salvo, e sono giunto alla conclusione che il modo migliore per affrontare queste minacce sia unire le forze, come fecero gli Asgard».
   «Sono serviti dei salti mortali burocratici, ma formalmente è dei nostri, col grado di Maggiore» confermò Mitchell. «Ascoltatelo bene, perché ha molto da insegnare. E ora vi presento il vostro addestratore in strategie e tecniche di combattimento. Venga avanti, Tenente!» lo invitò.
   Un’altra figura emerse dalla penombra della sala adiacente. Questo era Umano... no, si corresse Rivera, era un Jaffa. E non uno qualunque. Alto e ben piazzato, scuro di carnagione, aveva qualcosa di familiare.
   «Yo’rek!» esclamò il Capitano. Gli venne incontro, tra l’incredulo e il sollevato. «Che ci fai qui... non importa, sono felice di rivederti! Nessuno sapeva dirmi dove fossi: né i Jaffa, né l’Egida...».
   La sua voce si spense e anche il suo movimento si arrestò, a pochi passi dal Jaffa. Era molto strano che Thena avesse finto ignoranza, se Yo’rek era membro dell’Egida, come confermavano l’uniforme e i gradi. Anche l’atteggiamento compunto del Jaffa e il suo sorrisetto divertito avevano qualcosa di strano.
   «Temo ci sia un equivoco, Capitano Rivera. Io mi chiamo Zahak» si presentò il Jaffa. «Lei mi confonde con mio fratello maggiore. In effetti siamo simili» spiegò.
   L’entusiasmo di Rivera si raffreddò. Ora che gli era vicino, si accorse che i lineamenti, per quanto affini, non erano identici. Zahak aveva un viso più stretto, dalla mascella triangolare, rispetto a quella quadrata del fratello. Aveva anche una corta barba nera sul mento, praticamente un pizzetto.
   «Oh, mi scusi. Lei gli somiglia molto» farfugliò il Capitano, celando la delusione. «Conoscerà gli eventi che ci hanno coinvolti...».
   «Ne sono informato, sì» confermò Zahak. «Mio fratello mi ha riferito tutto, quando ci siamo incontrati qui ad Atlantide. In seguito purtroppo la guerra ci ha nuovamente divisi. Lui è tornato coi Jaffa, mentre io lavoravo già per l’Egida e ho continuato a farlo. Quando siete tornati, la Direttrice Thena mi ha richiamato alla base, nella speranza che vi fossi utile. Purtroppo neanch’io ho notizie aggiornate su Yo’rek. Se saprò qualcosa, stia certo che la informerò. Sa, mio fratello ha avuto parole di grande elogio per lei... per tutti voi» disse, stringendo la mano al Capitano. Aveva una stretta d’acciaio, proprio come Yo’rek; anche il sorriso era simile.
   «Beh, il rispetto è reciproco. Devo molto a suo fratello, mi ha salvato la vita. E sono onorato di conoscerla, Zahak» disse Rivera, ricambiando la stretta. «Allora, sembra che abbiamo un problema in comune... Ahriman» disse poi.
   «Già, Ahriman» annuì il Jaffa. «Vi mostrerò come combattono le sue truppe. Purtroppo abbiamo poco tempo... ma vi accompagnerò nelle prime missioni, così continueremo l’addestramento strada facendo» si offrì.
   «Muy bien. Allora, come combatte il nemico?» chiese il Capitano. Così dicendo indietreggiò, riunendosi al suo gruppo.
   Ricevuto il via libera dal Colonnello, Zahak si accostò a una rastrelliera, su cui erano allineate numerose lance Jaffa. Ne impugnò una e con quella si avvicinò agli spettatori.
   «Allora, devo fare una premessa. Il modo di combattere dei Jaffa, al tempo dell’Impero Goa’uld, era altamente ritualizzato. Gli elmi di foggia animalesca, ad esempio, servivano più che altro a spaventare gli Umani primitivi. Anche le strategie di guerra erano, in certa misura, ritualizzate e prevedibili» spiegò Zahak.
   «Le cose cambiarono drasticamente quando i Tau’ri entrarono in gioco e noi Jaffa cominciammo a ribellarci. A quel punto non bisognava più spaventare dei primitivi superstiziosi; gli avversari erano soldati professionisti. Questo portò una rivoluzione nella dottrina militare, che dovette modernizzarsi. Gli elmi elaborati, per esempio, sono perlopiù scomparsi, o sono divenuti dei caschi efficienti. Alcune cose però sono rimaste. Questa è una lancia Ma’Tok, l’arma primaria della fanteria Jaffa. Spara colpi al plasma, di potenza regolabile. Osservate come la impugno. È una presa salda, che tuttavia si presta a giostrarsi la lancia tra le mani» disse, passando davanti agli spettatori.
   «Con quest’arma, un soldato esperto può colpire con notevole precisione. Guardate!». Così dicendo Zahak prese posto al poligono di tiro e inquadrò un bersaglio. Era una piatta sagoma umanoide, con linee bianche concentriche associate a un punteggio. Il Jaffa mirò attentamente e aprì il fuoco, colpendola al cuore. «Il rinculo è minimo, nessuno stress sulla spalla. E con le moderne celle energetiche si hanno cinquecento colpi a disposizione prima della ricarica. Il più grosso svantaggio, a parer mio, è che non si può eguagliare il fuoco concentrato di un mitragliatore».
   «Nessun puntatore laser...» notò Shati, che aveva una certa esperienza in materia.
   «È vero, nessun puntatore» ammise Zahak. «Spesso i soldati, dovendo mirare a grandi distanze, s’inginocchiano per avere una presa ancora più salda. Ecco, così». Poggiò un ginocchio a terra, ruotando leggermente la presa. Mirò a un bersaglio due volte più lontano, riuscendo a colpirlo ancora con precisione.
   Naskeel lo osservò imperscrutabile, mentre gli altri avventurieri applaudirono la performance.
   «Tutto questo era per dire che, se vedete dei Jaffa nemici che mettono un ginocchio a terra, avete tre o quattro secondi per mettervi fuori tiro» spiegò Zahak, alzandosi. «Le unità base dell’esercito sono piccoli plotoni. Se udite il grido: “Jaffa, kree!” significa che il plotone avanza e sparerà da un momento all’altro, appena avrà il tiro pulito».
   «Diciamo la verità... “Jaffa, kree!” può significare di tutto» ridacchiò il Colonnello Mitchell.
   Zahak gli restituì un’occhiata ironica, poi continuò la lezione. «Ci tengo a precisare che noi Jaffa Liberi diamo valore ai soldati e non li sacrifichiamo inutilmente, ma per le truppe di Ahriman non è così. Il loro fanatismo le spinge ad attaccare a ondate, anche quando le perdite sono elevate. È norma che i battaglioni continuino a combattere anche con oltre il 50% delle perdite. In casi estremi si sono battuti letteralmente fino all’ultimo Jaffa. Inoltre le truppe di Ahriman sono tristemente note per l’impiego d’attacchi kamikaze... come a Chulak...».
   Il Tenente s’interruppe, rabbuiato. Tutti ricordarono che, in quanto fratello di Yo’rek, anche lui era originario di quel mondo. Chissà come aveva reagito alla notizia che il suo pianeta natale era semidistrutto e in mano al nemico. Rivera stava per chiedergli, con molto tatto, se voleva fare una pausa, ma d’un tratto il Jaffa si riscosse.
   «Beh, dicevo, la presa è importante, perché all’occorrenza queste lance sono usate per attacchi diretti. Non hanno la baionetta, ma l’asta può infliggere duri colpi, capaci di rompere ossa e sfondare crani. Maggiore, se la sente di partecipare alla dimostrazione?» chiese.
   «Certo» fece Vidarr, rientrando nella sua armatura. Vi entrò camminando all’indietro e questa si richiuse attorno a lui, rendendolo di nuovo un super-soldato.
   Forte di questa protezione, Vidarr si accostò a Zahak e si lasciò colpire in vari modi con la lancia, per mostrarne la versatilità. Dapprima il Jaffa sferrò attacchi semplici, mirati alle mani per disarmare o alla testa per stordire. Per quanto l’altro fosse corazzato, evitava comunque di colpirlo a piena forza. Andando avanti mostrò sequenze più complesse. La dimostrazione terminò con una mossa spettacolare, che falciò le gambe di Vidarr, facendolo cadere all’indietro. Subito Zahak gli puntò la lancia alla gola. «Fine del gioco, Maggiore» sorrise. L’attimo dopo ritrasse la lancia, e al suo postò gli offrì la mano libera, aiutandolo a rialzarsi.
   «Non vi darò lezioni di scherma, almeno per adesso. Vi basti sapere che le lance sono pericolose anche sulle brevi distanze. Se incontraste le truppe di Ahriman, il mio consiglio è di tenerle a distanza» concluse il Jaffa.
   Ciò detto ripose la lancia nella rastrelliera. Poi si recò a un armadietto e tirò fuori un’arma da fuoco, così piccola da potersi impugnare, a mo’ di phaser. Anch’essa tuttavia era progettata col tipico stile Goa’uld, che mischiava arte e funzionalità. Aveva infatti la forma di un serpente ritorto, che sparava dalle fauci. Un sinistro rimando al fatto che i Goa’uld, nella loro vera forma, erano anch’essi serpentini.
   «Questa è una Zat’nik’tel...» cominciò il Tenente, mostrandola agli ospiti.
   «Noi la chiamiamo “pistola Zat”» s’intromise il Colonnello.
   Zahak fece un’altra smorfia ironica a quell’approssimazione. «È un’arma a energia con tre gradazioni. La prima vi stordisce... e vi avverto che è piuttosto dolorosa. La seconda, signori miei, è già una gradazione letale» ammonì, facendosi serio. «La terza disintegra completamente il corpo. Non c’è molto da aggiungere: le “pistole Zat” somigliano alle armi a raggi che conoscete. Però non sono adatte ad aprirsi un varco nel muro, dato che non possono far fuoco in modo continuato. Sparano solo singoli colpi».
   Ciò detto settò l’arma su stordimento e sparò contro un’altra sagoma da tiro. Gli avventurieri constatarono che il raggio azzurro aveva un effetto elettrico: le scariche crepitarono attorno al bersaglio come piccoli fulmini. Poiché era il settaggio più basso, la sagoma non fu danneggiata.
   «Posso?» chiese Rivera, facendosi avanti.
   «Certo. Ecco, prenda» disse Zahak, porgendogli l’arma con accortezza, in modo che l’altro la prendesse per l’impugnatura. «È già su stordimento» disse, implicando che era meglio non alzare il settaggio, a scanso d’incidenti. «Può essere impugnata a una o due mani. Magari provi con due, all’inizio. Prenda la mira, così... ma vedo che ci sa fare».
   Il Capitano puntò alla stessa sagoma che l’istruttore aveva già colpito. Mirò con cura, non volendo sfigurare. Infine sparò, riuscendo a colpirla, anche se non in modo così centrato. La sagoma fu nuovamente avvolta da scariche crepitanti.
   «Niente male» riconobbe il Jaffa. «Qualcun altro vuol provare?».
   Gli avventurieri si alternarono sul poligono. Quasi tutti riuscirono a colpire la sagoma al primo colpo. Talyn però non volle cimentarsi, e il Capitano non lo forzò. In quei giorni il giovane appariva distratto e malinconico, nonostante l’opportunità costituita dall’addestramento dell’Egida.
   Terminate le prove, Zahak riprese l’arma e la ripose nell’armadietto. «Complimenti a tutti, è chiaro che siete del mestiere» disse. «Bene, queste sono le principali armi d’ordinanza dei soldati Jaffa. Adesso è il turno delle difese, ma credo d’aver parlato fin troppo, quindi cedo la parola al Maggiore Vidarr». Si fece indietro, affiancandosi al Colonnello, mentre l’alieno prendeva il suo posto.
   Vidarr ripiegò il casco dell’armatura, così che la sua voce si udisse meglio. «La tecnologia difensiva Goa’uld è piuttosto evoluta, anche se è sempre stata distribuita in modo ineguale» spiegò. «Tradizionalmente i soldati Jaffa avevano un’armatura semplice, buona a difenderli dalle armi primitive dei sudditi, ma insufficiente contro un colpo diretto d’arma a energia. Per i Jaffa Liberi sostanzialmente è ancora così. Ma i Goa’uld potevano contare su potenti campi di forza individuali; riteniamo che Ahriman ne abbia uno.
   Una svolta si ebbe quando Anubis schierò in battaglia i guerrieri Kull, dall’armatura pratica e sofisticata. La corazza dissipava l’energia, rendendoli impervi sia ai proiettili che ai colpi al plasma. Potevano anche attraversare i campi di forza. Erano armati con un ripetitore al plasma fissato al polso destro, in grado di sparare a ripetizione. Anubis usò questi super-soldati come truppe d’elite, e il loro impatto fu devastante. Si dovette inventare un’arma apposita per sconfiggerli, uccidendo il guerriero con una scossa, senza perforare l’armatura».
   Così dicendo Vidarr attivò un proiettore olografico, mostrando un minaccioso guerriero Kull. La sua armatura nera e aderente, priva d’orpelli, era all’opposto delle precedenti panoplie, fastose ma ingombranti. Evidentemente era stata progettata avendo in mente solo la funzionalità.
   «Quando Ahriman salì alla ribalta, impadronendosi dei resti dell’impero di Anubis, apportò ulteriori modifiche» proseguì il Vanir. «Le sue truppe regolari, beninteso, sono ancora armate alla leggera. Ma le truppe d’elite, chiamate Guardie Dragone o semplicemente Dragoni, incorporano molti elementi dei Kull».
   Attivò un secondo ologramma, che mostrava un Dragone. Vedendoli così affiancati, era lampante l’evoluzione dall’uno all’altro. «Come vedete la corazza a dissipazione energetica è quella, anche se le armi vengono impugnate, anziché essere fissate al polso. Ho valutato che i vostri fucili polaronici siano in grado di perforare l’armatura, mentre coi phaser manuali servirebbe un fuoco prolungato. La differenza più appariscente è l’elmo». Vidarr indicò quello del Dragone, che era ingombrante e ricalcava appunto una testa di drago, dagli occhi rossi.
   «L’elmo riprende in parte la funzione cerimoniale e intimidatoria dei modelli più antichi. Tuttavia è munito di sistemi ad alta tecnologia. Tra le sue funzioni ci sono la vista a infrarossi e il filtraggio atmosferico. Un Dragone può attraversare i campi di forza, come i suoi predecessori Kull, ed è protetto dalle radiazioni. Può anche uscire nello spazio aperto, con un’autonomia di un’ora: molto di più se aggiunge una speciale bombola.
   Un’altra differenza chiave è che i Kull di Anubis erano creati geneticamente al solo scopo di combattere. Erano prodotti in gran quantità con tecniche di clonazione, e dopo una crescita accelerata erano subito gettati in battaglia. Questo non fu un bene, dato che mancavano d’esperienza e d’elasticità mentale. I Dragoni di Ahriman invece sono Jaffa normali, che hanno fatto carriera nell’esercito e possono vantare una grande esperienza».
   Vidarr parlò a lungo, alternandosi con Zahak nel descrivere l’equipaggiamento nemico. Ci furono altre dimostrazioni di tiro. Al termine della lezione, gli addestratori raccolsero le armi.
   «Queste tornano in magazzino, per adesso» spiegò Zahak. «Nei prossimi giorni ne parleremo in modo più approfondito, una alla volta, facendo delle simulazioni di combattimento. Ci rivediamo questo pomeriggio alle 15, per parlare delle strategie Jaffa».
   «Possiamo vedere il magazzino? Per dare un’occhiata alle armi più esotiche?» chiese Rivera.
   Zahak ebbe una breve esitazione, così che il Colonnello rispose al suo posto. «Certo, anche se non abbiamo tempo per parlare di tutte. Comunque se qualcosa attira la vostra attenzione, cercheremo di rispondervi» promise.
 
   Gli avventurieri seguirono così gli addestratori nel magazzino delle armi. Era una vasta sala piena d’armadietti, sostegni e rastrelliere, disposti ordinatamente così da creare dei passaggi. C’erano anche armi di grosso calibro, che andavano fissate a terra con dei treppiedi, come dei mitragliatori. Di queste finora non s’era parlato, tanto che Rivera e Naskeel fecero alcune domande al riguardo.
   Mentre gli addestratori rispondevano, Talyn si allontanò dal gruppo, addentrandosi verso il fondo del magazzino. Neanche lui era certo del perché lo facesse. Si guardò attorno, notando altre strane armi che non c’era tempo di conoscere. Infine, giunto alla parete di fondo, notò qualcosa che pareva fuori posto. Era un bastone metallico lungo e sottile, come un bastone da passeggio d’altri tempi. O forse uno scettro, dato che in sommità era incastonata una grande pietra azzurra e liscia. Di per sé non era un cimelio dei più appariscenti, ma era strano trovarlo lì, in mezzo a tante armi letali. Se ne stava appoggiato al muro, come se qualcuno l’avesse dimenticato.
   «Tutto a posto, giovanotto?» chiese Mitchell, comparendo accanto a Talyn così all’improvviso da farlo sobbalzare.
   «Colonnello! Scusi se ho lasciato il gruppo. Mi chiedevo cosa fosse quello» disse l’El-Auriano, accennando al bastone.
   «Ah, quello» fece Mitchell, grattandosi il mento con aria meditabonda. «Vedo che, entrando nella Caverna delle Meraviglie, hai puntato subito alla Lampada Magica. Scherzi a parte, si tratta di un manufatto interessante. È un bastone dei Priori, i sacerdoti degli Ori, esseri Ascesi provenienti da un’altra galassia. Seicento anni fa, dopo il crollo dei Goa’uld, gli Ori cercarono d’impossessarsi della Via Lattea. I loro Priori erano investiti di grandi poteri, che manifestavano con questi bastoni. Il loro funzionamento non è mai stato compreso, perché all’interno sembrano privi di strumentazione. Eppure agivano da interfacce neurali e da amplificatori delle facoltà mentali».
   «Quali facoltà?» s’interessò Talyn.
   «Le più disparate. Telepatia, telecinesi, proiezione. Potevano manipolare varie forme d’energia e connettersi a varie tecnologie. Stando alle fonti avevano anche capacità di guarigione e persino di rianimazione. Insomma, sembravano veri e propri miracoli» rivelò il Colonnello. «I bastoni erano anche interconnessi, consentendogli di comunicare. Infatti, quando l’SG-1 usò l’Arca della Verità per snebbiare il sommo sacerdote, gli effetti si riverberarono su tutti gli altri Priori».
   «Interessante» mormorò Talyn. I poteri dei Priori sembravano simili a quelli dei Viaggiatori che aveva conosciuto. Se i bastoni fungevano da interfacce neurali e persino da amplificatori delle loro facoltà, allora forse...
   La sua mano corse istintivamente al bastone, all’apparenza inoffensivo.
   «Cosa credi di fare, giovanotto? Nessuno è riuscito ad attivare questi arnesi dopo la fine della crociata Ori...» avvertì Mitchell, ma la voce gli morì in gola.
   Nell’attimo in cui Talyn chiuse il pugno attorno al bastone, la gemma incastonata splendette dall’interno, diffondendo un’eterea luce bianco-azzurra. Il giovane fissò rapito quel bagliore sovrannaturale, mentre il Colonnello indietreggiava sgomento.
   Allora anche il resto della squadra fu attirata dalla luce purissima. «Ma che diamine...» mormorò Zahak, smettendo di spiegare. Tutti si precipitarono da Talyn, trovandolo col bastone in mano, circondato da un’aura ultraterrena.
   «Che stai facendo?! Mettilo subito giù!» ordinò il Capitano.
   «Io non ho “fatto” niente. S’è illuminato da solo!» si difese l’El-Auriano.
   «Forse ha un LED nascosto» suggerì Shati, ma i colleghi non erano in vena di scherzi. Quindi Talyn ripose il bastone, adagiandolo contro il muro. Nell’attimo in cui le sue dita lo mollarono, la gemma smise di brillare.
   «Affascinante» commentò Vidarr.
   «Straordinario» aggiunse Zahak.
   Gli avventurieri fissarono Mitchell, in attesa di chiarimenti. Il Colonnello si schiarì la gola, ancora scosso. «Come stavo spiegando, quello è un bastone dei Priori, i sacerdoti degli Ori. Con quegli strumenti compivano ogni sorta di miracoli. Dopo il loro ritiro, più nessuno era stato capace d’attivarlo. Se il vostro Guardiamarina c’è riuscito, beh, significa...».
   «Cosa significa?!» incalzò Rivera.
   «Francamente non lo so. Di certo ha grandi poteri. Forse persino il potenziale per Ascendere» rivelò Mitchell.
   Il Capitano fischiò piano. «Avevamo già – ehm – sospetti del genere. Ma il Guardiamarina Talyn fa parte del mio equipaggio. Non lascerò che lo sottoponiate a chissà quali esperimenti. Dico sul serio, ne va della nostra collaborazione!» avvertì.
   Il Colonnello passò lo sguardo da lui a Talyn, che annuì con decisione. Dopo l’esperienza deludente coi giovani Viaggiatori, l’El-Auriano non intendeva più piantare in asso i compagni per inseguire miraggi di successo.
   «Come volete» cedette Mitchell. «Ma facciamo così... tieniti il bastone. Ti autorizzo a custodirlo, finché durerà questa collaborazione» disse a Talyn.
   «Signore, ne è certo?» mormorò Zahak.
   «Eccome. Sono seicento anni che quel bastone se ne sta tra le ragnatele, senza che nessuno ci combini niente. Arriva questo giovanotto e subito lo accende! Se ci traffichi un po’, figliolo, magari riuscirai a fare anche le altre cose di cui ti parlavo» gli disse il Colonnello.
   «Vedremo. Per adesso, grazie dell’opportunità» disse l’El-Auriano, tornando a impugnare il bastone. Quello brillò di nuovo, ma passati i primi attimi la luce si affievolì fin quasi a spegnersi.
   «Ah, senti... se riuscissi a fare qualcosa, ce lo dirai, vero?» raccomandò Mitchell.
   «Vedremo» ripeté Talyn, che non aveva alcuna intenzione di fare da cavia. Detto questo lasciò il magazzino, seguito dai compagni della Destiny. Per il momento le lezioni erano terminate.
 
   Quella sera, recatosi nel suo alloggio provvisorio ad Atlantide, Talyn non resisté alla tentazione di fare qualche esperimento. Sedette a gambe incrociate, cercando di meditare come gli avevano insegnato i Viaggiatori, ma impugnando il bastone dei Priori. Dapprima la sua luce intensa fu fonte di distrazione. L’El-Auriano era sempre tentato di sbirciare, per vedere se accadeva qualcosa. Poco alla volta tuttavia riuscì a rilassarsi e a estraniarsi dal presente. Percepiva il bastone tra le sue mani. Riusciva persino a vedere sprazzi del passato grazie al dono della psicometria, con cui percepiva gli eventi legati a un oggetto, specie i più drammatici. Intravide così scene di battaglia risalenti alla crociata Ori, che culminarono quando l’SG-1 uccise il Priore su Dakara, requisendo il bastone. In passato quell’oggetto era servito per fare del male, ma non era malvagio di per sé. Poteva essere usato in modo costruttivo, per quanto il potere fosse di per sé una tentazione...
   Talyn ricordò una delle cose più sorprendenti rivelate dal Colonnello, cioè che i bastoni erano interconnessi. La sua mente vagò tra le stelle, ad anni luce di distanza, in cerca di un contatto. E lo trovò. D’un tratto aprì gli occhi e si trovò sul fondo di un oceano, coi pesci che gli nuotavano attorno. Ebbe un attimo di terrore, temendo d’affogare, ma poi comprese di non essere realmente lì. I bastoni trasmettevano visioni, ma non erano stargate: non potevano trasferire fisicamente i detentori. Tastando sotto di sé, infatti, Talyn avvertì ancora il pavimento liscio dell’alloggio, in luogo del fondale fangoso. Del resto continuava a respirare aria. Dunque era ancora al sicuro. Guardandosi attorno, notò il bastone-ricevitore, mezzo sepolto dalla fanghiglia, con la pietra che luceva debolmente. Quel bastone era andato perduto in qualche battaglia; probabilmente durante la crociata Ori nella Via Lattea. Chissà se ce n’erano altri, ancora utilizzati...
   Talyn indirizzò di nuovo i suoi pensieri tra le stelle. Nuove visioni lo rapirono. Si trovò in una foresta aliena, di notte, fra le nebbie. Un bagliore bianco-azzurro attirò la sua attenzione, rivelandogli un altro bastone perduto, seminascosto fra i rovi. Al successivo contatto il giovane si trovò in un museo alieno, dove il bastone era esposto con altri cimeli. Lì accanto c’era un manichino rivestito con la tonaca grigia di un Priore, con tanto di cappuccio sollevato a coprire la testa senza volto. Dall’altro lato, su un leggio, era esposta una copia del Libro delle Origini, il testo sacro degli Ori. Il museo era aperto, tanto che un visitatore passò attraverso Talyn senza vederlo né toccarlo, a ulteriore conferma che era lì solo in visione. Il bastone esposto però brillava debolmente, poiché faceva da ricevitore. Prima che i presenti lo notassero, e si allarmassero, Talyn cercò un altro contatto. E s’imbatté in qualcosa d’imprevisto.
   Si trovò in una sontuosa sala del trono, illuminata da bracieri, con le pareti coperte di geroglifici. Era stato abbastanza a lungo sul relitto di un Ha’tak da riconoscerli: era scrittura Goa’uld. Il salone aveva al centro un ampio pozzo, senza parapetto, da cui salivano fiamme e fumo. Un pozzo sacrificale, comprese Talyn. Dietro di esso c’era il trono, su una piattaforma rialzata accessibile da ripidi scalini. Ancora più indietro, la sala terminava in un’ampia vetrata panoramica, su cui spiccavano le stelle e uno spicchio di pianeta. Dunque era su un’astronave, e non una qualunque. Doveva essere l’ammiraglia di Ahriman... la Typhon, così l’aveva chiamata il Colonnello. Mai il giovane avrebbe immaginato di vederne l’interno.
   Emozionato, Talyn si disse che poteva approfittarne per spiare le mosse dell’avversario. Magari carpire qualche segreto militare. In fondo era là dove nessuna spia dell’Egida poteva sperare di arrivare! Ma all’esaltazione subentrò il terrore. Il giovane si guardò attorno, sentendosi pericolosamente esposto. Ahriman era uno degli esseri più potenti e pericolosi della Galassia. Se si fosse accorto che lo stava spiando...
   «Già, che può farmi? Io non sono realmente qui. Questa è solo una visione. Ahriman non può catturarmi, non può farmi del male» si disse l’El-Auriano. Ma ne era certo? Non aveva idea di dove si spingessero i poteri di Ahriman. Se era davvero Asceso, poteva fare cose inimmaginabili. Forse poteva usare i bastoni dei Priori per colpirlo a distanza...
   I bastoni, già. Perché quel contatto fosse possibile, doveva essercene uno nella stanza, che facesse da ricevitore. Talyn si guardò attorno, finché lo scorse: era poggiato al trono. Un trono vuoto, per il momento, poiché il sovrano non era lì. Il bastone però c’era e brillava come avevano fatto gli altri ricevitori. Che Ahriman lo usasse come scettro? Se era Asceso, o aveva un interesse per l’Ascensione, forse riusciva a usarlo...
   In quella ci fu movimento e si udirono delle voci. Le guardie all’ingresso – le famose Guardie Dragone – si misero ancora più sull’attenti. E il loro signore entrò nel salone, parlando fitto con alcuni collaboratori. Talyn sentì il cuore palpitargli. Ahriman in persona era lì, a due passi da lui! Pur essendo invisibile, il giovane si nascose istintivamente dietro a un braciere. Da lì sbirciò quanto accadeva. Vide Ahriman – imponente, vestito di scuro – dare ordini riguardo all’addestramento delle nuove reclute, sui mondi recentemente annessi. Cercò d’imprimersi tutto nella memoria, per riferirlo all’Egida.
   «Le nuove caserme hanno dato risultati scadenti. Così non può continuare» stava dicendo Ahriman in tono seccato. «Servono ispettori che verifichino i nostri standard. E punizioni esemplari per chi trasgredisce! Inoltre voglio che un certo numero d’addestratori sia trasferito dai vecchi centri ai nuovi, per insegnare il metodo. Ci vuole disciplina, altro che! Quanti maestri possiamo trasferire da Gehenna, senza intaccare la qualità del...».
   Il Goa’uld tacque di colpo. Aveva notato che il suo scettro stava brillando.
   «Mio signore?» chiese uno dei funzionari al suo seguito.
   «Silenzio. Qui sta accadendo qualcosa di strano...» disse Ahriman, dirigendosi a passo svelto verso il trono.
   Talyn rabbrividì nel suo cantuccio. Cercò di passare oltre, come aveva fatto nelle precedenti visioni, ma non ci riuscì. Era talmente spaventato che non riusciva a concentrarsi.
   In pochi attimi Ahriman salì la pedana del trono e agguantò il suo scettro. Subito la luce bianco-azzurra crebbe d’intensità. Allora il Goa’uld scese gli scalini, guardandosi bramosamente attorno. «Un contatto, dopo tutto questo tempo! Dove sei, intruso? Non puoi nasconderti a me... non puoi fuggire. Vieni fuori! Volevi conoscermi e sarai accontentato!».
   Talyn cercò di mollare il bastone, nel tentativo d’interrompere il contatto. Ma le sue dita parevano incollate. Era come se una scossa elettrica gli impedisse d’aprirle. D’un tratto il braciere che gli dava riparo fu rovesciato e il giovane si trovò faccia a faccia col Signore delle Menzogne.
   «Beh, eccoti qui, intruso. Sembri umano, ma hai ben altre facoltà. Cosa sei esattamente?» inquisì Ahriman. Intanto le Guardie Dragone circondarono l’El-Auriano, tenendolo sotto tiro, sebbene in realtà non potessero nuocergli.
   «Ha importanza? Sono in tanti ad avversarti. Era solo questione di tempo prima che qualcuno ti raggiungesse» rispose Talyn, celando il terrore.
   «Suppongo sia vero. Beh, ora che sei qui, cosa conti di fare, giovane spia? Non puoi toccarmi, di certo non puoi uccidermi... al massimo potresti ammorbarmi di chiacchiere!» ghignò Ahriman.
   «Ti do un avvertimento: non credere d’avere la Galassia in pugno. I tuoi fratelli Goa’uld sono caduti come birilli e tu non sei diverso, Signore delle Menzogne. I vostri giorni di potere sono finiti, non torneranno mai più. Per abbattere le democrazie ci vuole più che qualche esaltato col tuo marchio in fronte!» dichiarò Talyn, cercando di suonare deciso. Così almeno sarebbe parso un vero agente, e non un ragazzo che stava giocando con tecnologie pericolose.
   A queste parole Ahriman scoppiò a ridere. «Signore delle Menzogne... era da tanto che nessuno mi chiamava così!» ammise. «Beh, visto che siamo in argomento, sai qual è la più grande menzogna che sia mai stata raccontata? Che gli esseri umani vogliano la democrazia, o peggio ancora, quella cosa totalmente astratta che chiamano “libertà”. Chiunque li conosca sa che non è così. No, gli Umani hanno solo due desideri veramente insopprimibili.
   Il primo desiderio è possedere schiavi da sfruttare e torturare, così da sentirsi importanti e soddisfare il proprio naturale sadismo.
   Il secondo desiderio – altrettanto vitale – è essere schiavi di qualcun altro, così da sfuggire a ogni responsabilità e soddisfare il proprio naturale masochismo.
   Qualunque leader che soddisfi entrambi questi desideri avrà sempre la fedeltà incondizionata dei suoi sudditi. Per contro, chiunque cerchi d’imporre ideali innaturali come libertà ed eguaglianza si troverà circondato da un popolo che lo odia, che odia la patria, e che si sottometterà al primo conquistatore. Questo, mio giovane amico, è il motivo per cui ho la vittoria in pugno».
   «Tu sei troppo abituato a governare sugli schiavi» ribatté Talyn, deciso a non perdersi d’animo. «Là fuori c’è una Galassia di persone che vivono meglio, ora che sono libere dalla tirannia dei Goa’uld. Non sono disposte a perdere facilmente ciò che hanno guadagnato. La loro gratitudine va ai tuoi avversari, non certo a te!». Così dicendo stava pensando anche a se stesso, alla riconoscenza che provava verso gli avventurieri, che lo avevano salvato da un’esistenza miserabile.
   «La gratitudine! Cos’è, qualcosa che si mangia?!» sghignazzò Ahriman, ancora più divertito. «Giovanotto, ti spiegherò io come funziona la gratitudine. Immagina di trovare per strada un derelitto mezzo morto di fame, che non possiede nulla. Sfamalo, vestilo, curalo. Offrigli un luogo dignitoso in cui vivere. Confortalo, abbi ogni premura nei suoi confronti. Risultato? Il tuo protetto ti invidierà, odierà essere in debito, si convincerà che gli hai offerto le briciole di ciò che gli hai rubato e che doveva essere suo. Alla prima occasione ti pugnalerà alle spalle per rubarti tutto ciò che ancora possiedi. Infine negherà d’averti mai conosciuto, oppure parlerà di te come di un ladro.
   Ora immagina di trovare lo stesso derelitto, e di prenderlo come tuo schiavo. Sfamalo quel poco che basta per non farlo morire di fame. Costringilo a lavori massacranti, infliggigli le peggiori umiliazioni per la minima trasgressione. Fallo vivere negli stenti, nello squallore e nel terrore di disobbedirti. Poi indicagli qualcun altro – un perfetto sconosciuto – e digli che è lui l’artefice delle sue sofferenze. Risultato? Il tuo schiavo ti adorerà, ti sarà fedele, ucciderà per te. Sarà persino disposto a morire per te. Questa è la natura umana. E chi sono io per oppormi? Sto solo usando gli Umani nel modo corretto, nel modo in cui funzionano!». Così disse l’essere che, in quel preciso momento, era venerato da milioni di persone.
   «Magari ti sbagli» mormorò Talyn, sebbene fosse a corto d’argomenti.
   «Ho diecimila anni d’esperienza con gli Umani a corroborare le mie affermazioni. Quanti ne hai tu, a sostegno delle tue?!» lo sfidò Ahriman.
   L’El-Auriano non poteva certo vantarsi dei suoi ventisei anni, ma volle lanciare un’ultima sfida. «Attento, Signore delle Menzogne. Solo perché conosci il passato, non significa che puoi prevedere il futuro. Ci saranno sempre eventi nuovi e inaspettati, che nessuno può anticipare, perché non procedono dal passato. E una di queste sorprese sarà la tua rovina» ammonì. Detto questo sollevò il bastone dei Priori, che sfavillava di luce. E con un terribile sforzo riuscì a schiudere le dita.
   Finì tutto in un attimo. Il bastone cadde a terra, mentre la sua luce si estingueva. Nello stesso istante Ahriman, le sue guardie e tutta la sala del trono svanirono. Talyn si trovò in piedi nel suo alloggio, addossato alla parete. Aveva la fronte madida di sudore, il respiro ansante, il cuore che batteva all’impazzata; ma era illeso. Nemmeno Ahriman aveva potuto colpirlo. O per meglio dire, non ci aveva provato. Di certo l’El-Auriano non voleva rischiare un secondo incontro. Ancora non sapeva quanti assi nella manica avesse Ahriman. Immaginava che in quel preciso momento il Goa’uld stesse incaricando le sue spie di rintracciarlo. Se poi lo avesse collegato con la Destiny, ecco che con quella bravata Talyn aveva appena messo in pericolo l’astronave.
   «E così come io ho creato il contatto, mediante il bastone, così potrebbe riuscirci anche lui, usando il suo» intuì il giovane. Non voleva trovarsi con Ahriman che lo spiava nella sua stanza,  magari senza che lui se ne accorgesse. Perciò contattò la Sicurezza, chiedendo che venissero a riprendersi il bastone. Lasciò che fossero gli agenti a raccoglierlo e portarlo via: lui non voleva più toccarlo. Ma ormai il danno era fatto: aveva sfidato Ahriman nella sua sala del trono, davanti ai suoi funzionari, e prima o poi ne avrebbe pagato il prezzo.
 
   Se nella prima settimana d’addestramento Talyn era parso taciturno, nella seconda fu difficile cavargli una parola. Le lezioni però proseguivano, ed era più importante che mai conoscere il nemico. Perciò gli avventurieri continuarono ad ascoltare gli addestratori che parlavano di strategie e tecnologie belliche Goa’uld. Appresero che le maggiori vittorie di Ahriman erano state ottenute facendo pervenire false informazioni al nemico, o infiltrando spie e sabotatori nelle sue file. Il risultato era che spesso i Jaffa Liberi erano caduti in imboscate, trovandosi circondati da forze superiori al previsto. Se ciò accadeva nello spazio, con le astronavi, si poteva tentare la fuga. Ma restare bloccati a terra, circondati dalle forze di Ahriman, voleva dire morte certa. Quindi gli avventurieri fecero simulazioni di combattimento in vari ambienti, finalizzate soprattutto a non farsi accerchiare. Gli addestratori, primi fra tutti Zahak e Vidarr, furono severi, ma non ci si poteva aspettare altro. E dire che gli avventurieri si erano impegnati solo a consegnare armi, non a ingaggiare il nemico. Ma nell’incertezza della guerra, dovevano prepararsi agli scenari peggiori.
   In quei giorni nessuno degli avventurieri, nemmeno il Capitano, ebbe modo d’incontrare la Direttrice Thena. Indubbiamente seguiva i loro progressi, ma lasciava che fossero gli addestratori a occuparsi di tutto. Parlando con loro, gli avventurieri seppero che la Direttrice lasciava raramente la torre di comando. Tuttavia alcune volte la videro al balcone, specie di prima mattina. Chiamava a sé la sua civetta, lanciandole pezzetti di carne, e questa rispondeva come se fosse addestrata. Forse lo era davvero, si disse il Capitano, osservando quell’inatteso spettacolo di falconeria. La civetta sfrecciò nella luce radente dell’alba, ghermendo al volo i bocconcini che le erano lanciati. Infine venne al polso di Thena, che la carezzò soddisfatta e rientrò nella torre.
   Nel complesso la Direttrice restava un enigma: nessuno conosceva le sue origini. Questo non era poi così sorprendente, data la sua occupazione. Probabilmente i suoi dati biografici erano secretati per proteggere i suoi parenti. Sembrava inoltre che mantenesse una certa distanza dai sottoposti, ad esempio evitando di frequentare le aree di ritrovo. «Non vuole fraternizzare troppo» si disse Rivera, che aveva uno stile di comando molto più alla buona. Ma lui comandava una banda d’avventurieri, non un servizio segreto. Comunque Mitchell e gli altri ufficiali dell’Egida avevano tutti una buona opinione di Thena. In più occasioni la descrissero come l’ultimo baluardo contro le insidie di Ahriman, per cui il Capitano decise di fidarsi a sua volta.
 
   Al termine della seconda settimana, Mitchell convocò Rivera e i suoi ufficiali a una riunione tattica nella torre di comando. Era dall’inizio dell’addestramento che non vi mettevano piede. Mentre entravano nel vano di teletrasporto, la tensione era palpabile.
   «Calma, gente» disse il Capitano, sebbene anche lui fosse nervoso. «Abbiamo fatto tutto quello che volevano. Ora sentiamo se è il momento d’entrare in azione».
   Trasferiti in cima alla torre di comando, gli avventurieri trovarono il Colonnello e i suoi addestratori ad attenderli. «Benvenuti» li accolse Mitchell. «Seguitemi in sala tattica, ci sono importanti novità».
   Passarono dall’atrio dello stargate a una sala più piccola, di forma circolare. Lì c’era un lungo tavolo, circondato da comode sedie. A capotavola attendeva la Direttrice Thena, in piedi accanto alla sedia. «Bentornati. Prego, prendete posto» li accolse. Attese che si fossero accomodati prima di sedersi a sua volta. «Dunque, ho letto il rapporto del Colonnello Mitchell. È lusinghiero: sostiene che siate pronti a entrare in azione. Condivide la valutazione, Capitano?».
   «Direi di sì» fece Rivera, augurandosi che fosse esatto.
   «Ottimo, perché la situazione al fronte è sempre più critica, e abbiamo urgenza di mettervi al lavoro» rivelò la Direttrice. «Quindi passo seduta stante a illustrarvi il primo incarico. Ecco, questa è la destinazione». Così dicendo attivò un ologramma al di sopra del tavolo.
   Gli avventurieri lo osservarono con attenzione. Era un pianeta, e non dei più comuni. Scuro, senza oceani, aveva una superficie incredibilmente frastagliata. Enormi catene montuose si alternavano a canyon profondi. Sembrava quasi fatto a pezzi e ricomposto. Le uniche macchie di colore erano le vistose aurore, che tremolavano ai poli.
   «Vi presento Duat, il pianeta-prigione dei Goa’uld» rivelò Thena. «Orbita attorno a una stella di neutroni, per la precisione una pulsar. Vale a dire che è stato frantumato quando la stella esplose come supernova, e si è ricomposto in seguito».
   «Le radiazioni devono essere micidiali. Ora capisco quelle enormi aurore» commentò Shati. La parte più avventurosa di lei aveva sempre desiderato visitare un mondo così estremo. La parte più sorniona, invece, stava bene anche senza.
   «Ci sono emissioni intense, sì. Per questo motivo la prigione è costruita a grande profondità nel sottosuolo, sotto strati rocciosi superdensi che fungono da schermo» spiegò la Direttrice. «Inizialmente apparteneva a Ra, il Supremo Signore dei Goa’uld, che vi gettava i suoi peggiori nemici. Parecchi degli esseri più pericolosi che la Galassia abbia mai conosciuto sono stati rinchiusi, e non di rado giustiziati, in quegli abissi».
   «Ora capisco... Duat, come l’Oltretomba degli antichi Egizi» ricordò il Capitano.
   «È l’Oltretomba che ha preso nome da quel pianeta» corresse Thena. «In millenni di utilizzo, non c’è notizia di una sola evasione portata a termine con successo. Ciò dipende anche dal fatto che non ha uno stargate, e le interferenze elettromagnetiche della pulsar bloccano il teletrasporto. Infatti l’unico modo per salire o scendere è usare le navette, che devono percorrere un lungo condotto».
   Così dicendo la Direttrice evidenziò il punto della superficie in cui si apriva il pozzo. Si trovava in una delle zone meno frastagliate dell’emisfero settentrionale. Visto dall’alto pareva un cratere da impatto, che si confondeva tra centinaia di crateri simili. La Direttrice zoomò in quell’area, mostrando uno schema della prigione sotterranea. I livelli formavano un cono rovesciato, come l’Inferno dantesco.
   «Sembra fatto apposta per sbatterci dentro le persone... e dimenticarsele» commentò Irvik.
   «Doveva trattenere i nemici di Ra» convenne Thena. «Dopo la caduta dei Goa’uld, il pianeta è passato in mano ai vincitori e molti detenuti sono stati liberati. Tuttavia la prigione è rimasta in uso... era così ben costruita che sembrava un peccato abbandonarla. Ora è gestita congiuntamente dai Jaffa e dai Tok’ra».
   «E i nuovi detenuti...» fece Rivera, intuendo la risposta.
   «... sono Goa’uld, naturalmente» confermò la Direttrice. «Spesso si dice che i Goa’uld sono praticamente estinti, a parte Ahriman, ma non è così. Ce ne sono molti altri, chiusi in quella prigione, che scontano pene secolari. Beninteso, per la maggior parte si tratta di Goa’uld minori. Tuttavia c’è ancora una prigioniera illustre...». Per un attimo il suo volto ebbe un guizzo sardonico.
   «Di chi si tratta?» incalzò il Capitano.
   «Astarte, un tempo detta Inanna o Ishtar» rivelò Thena. «Era la compagna di Ahriman, quando si ribellarono a Ra. Pare che fosse pazza di lui... di certo partecipò ai suoi crimini. Quando furono sconfitti e catturati, Ra decretò che fossero divisi per sempre. Li imprigionò su mondi diversi, così che non potessero aiutarsi nella fuga. Ahriman finì su Gehenna, che ora purtroppo è la sua capitale. E Astarte finì per l’appunto a Duat, che invece resiste ancora».
   «Quindi Astarte è rimasta in prigione da allora? Ma... quanto tempo è passato?!» chiese Shati.
   «Vediamo... più di tremila anni. Tremila e centoventicinque, per l’esattezza» calcolò la Direttrice. «È il prezzo da pagare per essere così longevi: l’ergastolo diventa un’eternità. Ma non siate troppo afflitti per quella creatura: ha avuto ciò che meritava» disse severamente.
   «E Ahriman non è mai andato a liberarla? Sebbene fosse la sua antica compagna?» chiese Rivera, perplesso.
   «Sì, è strano» ammise Thena. «Con un’intelligence come la sua, ormai dovrebbe aver scoperto dove si trova. Forse, dopo tutto questo tempo, non ha più interesse a salvarla. Del resto, anche se lo facesse, non ci guadagnerebbe granché. Ai vecchi tempi, l’alleanza con Astarte gli fruttò un ingente supporto militare per la sua ribellione. Ma se la liberasse ora, che ne ricaverebbe? Lei ha perso tutto: terre, astronavi, seguaci.
   Al limite Ahriman potrebbe volerla come trofeo. Per una questione d’orgoglio, insomma. Infatti, ora che le linee del fronte si sono avvicinate a Duat, temiamo che possa lanciare un assalto. Non solo per liberare Astarte, ma anche per i Goa’uld minori, che a quel punto passerebbero al suo servizio. Infatti al direttore del carcere, il Comandante Malek dei Tok’ra, è stato ordinato di giustiziare i prigionieri piuttosto che consentirne la fuga. Quindi in caso d’attacco, se le difese cedessero, Astarte e gli altri saranno uccisi» rivelò.
   «Mi sembra una barbarie» commentò Irvik, turbato da quel regolamento spietato.
   «Beh, è qui che entrate in gioco voi» disse Thena con un mezzo sorriso. «Dovete consegnare un nuovo scudo per proteggere l’installazione, più una folta dotazione di droni esplosivi per contrastare gli attacchi. Fatelo, e la prigione sarà così ben difesa che non serviranno misure estreme» concluse.
   «Lo faremo» s’impegnò Rivera. «Partiamo subito».
   «Con voi verranno degli ingegneri, per installare le nuove difese. A lavori conclusi li riporterete indietro» aggiunse la Direttrice.
   «Intesi».
   «Verremo anche noi» disse il Colonnello Mitchell. «Io e i miei addestratori vi seguiremo in questa prima missione. Non prendetela come una mancanza di fiducia. È solo un modo per consigliarvi ancora qualche giorno» sostenne.
   «Non ho obiezioni... ma ricordate che la Destiny è la mia nave. Vale a dire che avrò l’ultima parola, specialmente in caso di pericolo» avvertì il Capitano.
   «Così sia, anche se spero rispetterà scrupolosamente l’ingaggio» disse Thena. «E ora un ultimo dettaglio. Come ricorderete, avevamo promesso d’informarvi, se ci fosse giunta notizia del Tenente Yo’rek. Ebbene, c’è un aggiornamento».
   «È vivo?» chiese Rivera. Dall’aria tranquilla degli interlocutori pareva di sì.
   «Il vostro amico sta bene» confermò la Direttrice. «Si trova nel Duat, dove si è rifugiato dopo una ritirata. Ha effettuato il viaggio con una decina di commilitoni, su un Al’kesh danneggiato, che non può portarli oltre. E come dicevo il pianeta è privo di stargate. Perciò, dopo aver consegnato le armi e lo scudo, dovrete anche prelevare quel pugno di Jaffa e riportarli indietro».
   «Nessun problema, sarà un piacere» garantì il Capitano. Non vedeva l’ora di rivedere il vecchio amico, per mostrargli che era tornato a finire il lavoro, come promesso.
   «Bene, direi che è tutto» concluse Thena. «Raggiungete Duat, consegnate i materiali, imbarcate i Jaffa e tornate qui. Se tutto va bene, le prossime missioni le compirete in autonomia, senza gli addestratori. Ricordate che non state semplicemente sbrigando un lavoro per l’Egida. No, state aiutando i Jaffa a sopravvivere a un nemico che li vuole schiavi o morti. Ogni vostra missione salverà vite e darà un po’ di respiro a quanti combattono Ahriman. Non c’è causa più giusta di questa. Buona fortuna a tutti voi, spero di rivedervi presto».
 
   
 
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