Serie TV > Star Trek
Segui la storia  |       
Autore: Parmandil    07/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
-Capitolo 5: Prigionieri nell’Oltretomba
 
   Duat campeggiava sullo schermo, un disco nero che eclissava la pallida luce della pulsar. Solo una flebile corona di luce, rifratta dalla tenue atmosfera, incorniciava quel mondo oscuro. Le aurore polari, dovute alle intense emissioni elettromagnetiche, erano di un blu livido, dato che l’atmosfera si componeva d’azoto. Sotto di esse si stendeva un panorama riarso e frastagliato, fatto di picchi taglienti, profondi crepacci e innumerevoli crateri. Duat era un pianeta morto, orbitante attorno a una stella morta. Per millenni i suoi unici abitanti erano stati prigionieri e secondini, la cui maggior differenza era che questi ultimi prima o poi ne uscivano. Le sue rocce nere sembravano intrise dall’odio e dalla disperazione di chi non aveva questa speranza.
   «Ci siamo» disse il Colonnello Mitchell, che era in plancia coi suoi addestratori. «Vi consiglio d’avvicinarvi restando nel cono d’ombra, per evitare il grosso delle radiazioni. Non avrete bisogno d’esporvi, dato che il pianeta è in orbita sincrona e il carcere si trova sul lato oscuro».
   «Muy bien, avanti a metà impulso» ordinò il Capitano.
   Non c’era da stupirsi che un mondo così antico fosse in orbita sincrona: la gravità della stella ne aveva rallentato la rotazione sino a fermarla del tutto. Così un emisfero era perennemente irrorato dalle micidiali radiazioni della pulsar, mentre l’altro giaceva in una notte eterna. Solo lì le radiazioni erano tanto basse da permettere la costruzione del carcere, ben protetto sotto strati di roccia isolante. E comunque restavano abbastanza interferenze da bloccare il teletrasporto. Si poteva scendere solo con le navette, come aveva detto Thena, il che rendeva pressoché impossibile evadere con le proprie forze. Ma non impediva ad altri d’attaccare da fuori. Alcuni lampi balenarono nel buio, segno d’immani esplosioni sulla superficie.
   «Qualcosa non va... c’è un’altra nave in orbita, un vascello enorme. E rilevo scambi di colpi con la superficie» avvertì Talyn. «È una battaglia in piena regola... le radiazioni mi hanno impedito di captarla prima. Ormai siamo vicini».
   Sulla plancia scese il gelo. La prima consegna si era già trasformata in un pericolo mortale. «Individua gli aggressori» ordinò subito Rivera, pur immaginando chi fossero. «Computer, Allarme Rosso! Tutti ai posti di combattimento!».
   La nave attaccante fu inquadrata sullo schermo. Come previsto era un vascello Goa’uld; e non uno qualunque. Somigliava più a una città nello spazio, con al centro una piramide ampia e schiacciata, circondata da estensioni urbane. «È ampia la metà di Atlantide» rilevò Talyn. «Credo sia... sì, è la stessa nave madre che abbiamo visto a Chulak. Quella che ha bombardato il pianeta» confermò.
   «È l’Ammit» riconobbe Mitchell. «Quella nave è responsabile dei bombardamenti più feroci della guerra. Se è qui, significa che i nostri timori si sono avverati. Ahriman ha fatto la sua mossa, cerca di liberare Astarte e gli altri prigionieri. Non possiamo lasciare che accada!».
   «Ehm, mi pare che questo esuli dal nostro ingaggio» notò Losira. «Siamo fattorini, non truppe d’assalto, ricorda?».
   «Ma vi ho addestrati proprio per fronteggiare imprevisti come questo!» obiettò il Colonnello. «Se i prigionieri evadono, sarà una catastrofe. Ahriman avrà la sua regina, e spie da infiltrare ovunque, e una vittoria d’immagine senza precedenti».
   «Possiamo chiamare aiuto? E perché dal carcere non l’hanno già fatto?!» chiese Rivera.
   «Sono le interferenze della pulsar... e anche dall’Ammit disturbano le trasmissioni» rispose Talyn. «Dovremmo uscire dal sistema per trasmettere. E potrebbero volerci giorni prima che qualcuno risponda. Per allora i Goa’uld avranno ciò che vogliono».
   «Capitano, mi ascolti!» lo fronteggiò il Colonnello. «Anche se chiediamo aiuto, i Jaffa e i Tok’ra non possono intervenire in tempo. E l’Alleanza Terrestre non può farlo apertamente. Qui ci siamo solo noi, siamo gli unici che possano impedire questa catastrofe. A nome dell’Egida, vi chiedo d’intervenire».
   «Signore, il potenziale bellico dell’Ammit è pari al nostro. Avremo serie difficoltà a respingerla» avvertì Naskeel.
   Vedendo che il Capitano era combattuto, anche Zahak gli si rivolse. «Signore, c’è mio fratello Yo’rek laggiù! Se è vero che siete amici... che ha persino un debito di vita con lui... questo è il momento di dimostrarlo. Salvi mio fratello e tutta la guarnigione!» implorò.
   Rivera fissò il Jaffa: in lui non vedeva più un severo istruttore militare, ma solo un uomo in pena per il fratello. E aveva ragione, era quello il momento di sdebitarsi con Yo’rek. Il momento d’affrontare il nemico, anziché fuggire. «Ci sono altre navi Goa’uld?» chiese.
   «Negativo, per quel che posso rilevare» rispose Talyn. Del resto l’Ammit era più che sufficiente per espugnare il carcere.
   «Armando...» mormorò Losira, cercando di dissuaderlo, ma fu ignorata.
   «Stato dei loro scudi?» chiese il Capitano. Aveva notato che gli assediati rispondevano al fuoco, con droni simili a quelli che loro stessi trasportavano. I droni impattavano contro gli scudi dell’Ammit, che avvolgevano la nave come una bolla dorata. Era un fuoco intenso, che andava avanti da chissà quanto.
   «Gli scudi nemici sono considerevolmente indeboliti» rilevò Naskeel. «A queste condizioni abbiamo un lieve vantaggio tattico. Però gli scudi della base hanno ceduto del tutto. Il nemico sta inviando alcune navicelle per invaderla». L’inquadratura zoomò su tre navette di classe Tel’tak. Erano dei trasporti truppe, più piccoli degli Al’kesh, ma simili per forma. Scomparvero nel cratere che, in realtà, costituiva l’accesso alla prigione sotterranea.
   «Sentite, non c’era quel discorso che le guardie uccideranno Astarte, piuttosto che consentirne l’evasione?» ricordò Shati.
   «Forse Ahriman non lo sa. O forse ha deciso di correre il rischio» ipotizzò Mitchell.
   «In ogni caso, se la trovano morta, i suoi soldati stermineranno la guarnigione» rincarò Zahak.
   «E va bene, avanti tutta!» ordinò il Capitano. «Appena siamo a tiro, attacchiamo l’Ammit con tutto quello che abbiamo. Possiamo usare anche i droni che stiamo trasportando?» volle sapere.
   «Impossibile, non sono innescati» rispose Vidarr, chiuso nella sua armatura. «Serviranno ore per predisporli all’uso».
   «Faremo senza» disse il Capitano. «Naskeel, fuoco concentrato sull’Ammit, vedi d’indebolire un settore degli scudi. Shati, cerca di stargli sotto, dove hanno meno armi. Talyn, trasmetti alla guarnigione che siamo al servizio dei Jaffa Liberi» disse, ricordando che ufficialmente la Terra era estranea al conflitto. «Digli di resistere, mentre noi pensiamo all’astronave».
   «Grazie» disse Mitchell, sollevato.
   «Aspetti a ringraziare, vediamo come va» mormorò Rivera, mentre la Destiny apriva il fuoco.
 
   Il vascello federale si gettò a capofitto contro la nave madre Goa’uld, bersagliandola con un fuoco intenso. Approfittando della maggior agilità, la Destiny le scivolò sotto, sottraendosi alla maggior parte dei colpi. Al tempo stesso continuò a sparare, prendendo di mira la parte inferiore dello scafo, il ventre dell’Ammit. Lì gli scudi erano già indeboliti dai droni scagliati dalla base.
   «Continuate così. Avanti con l’attacco concentrato, Naskeel. Restagli sotto, Shati!» ordinò il Capitano, sapendo che era l’unica possibilità.
   Lo scontro proseguì, con l’Ammit che manovrava per staccarsi di dosso la Destiny, e Shati che ne copiava i movimenti per mantenere la posizione vantaggiosa. La nave federale tremava sotto i colpi nemici, ma gli scudi aderenti e la forma traforata rendevano difficile per gli avversari colpire sempre lo stesso punto, e ciò consentiva agli scudi di rigenerarsi. I suoi attacchi invece andavano sempre a segno, martellando gli scudi ventrali nemici. I potenti siluri federali si rivelarono efficaci, sebbene l’output energetico dell’Ammit fosse persino superiore a quello della Destiny. Quando Naskeel lanciò un’intera salva di siluri transfasici, l’ultimo missile riuscì a perforare gli scudi. Ci fu un’esplosione, e per quanto la nave madre fosse corazzata, nessuna blindatura poteva reggere il contatto dell’antimateria. Dissolto il lampo, tutti videro che sullo scafo nemico si era aperto un ampio squarcio.
   «Fuoco contro la breccia! Finiamoli!» ordinò il Capitano, quasi incredulo del successo.
   In quella l’Ammit schizzò verso lo spazio aperto, scomparendo in un lampo azzurro.
   «Ma che...?!» si sgonfiò Rivera.
   «Sono balzati nell’iperspazio» confermò Talyn. «Non potevano combattere con quel buco in pancia, quindi si sono ritirati».
   «Tatticamente ineccepibile» disse Mitchell. «Le truppe di Ahriman si sacrificano solo quando ciò porta alla vittoria. In questo caso continuare a battersi sarebbe stato un sacrificio inutile, quindi era lecito fuggire».
   «Possiamo inseguirli?» chiese il Capitano, non volendo farsi soffiare la vittoria.
   «Temo di no. A velocità impulso saranno anche goffi, ma quel loro iperspazio è più veloce della nostra cavitazione quantica. Non li raggiungeremo» ammise Shati.
   «Allora... manteniamo la posizione» sospirò Rivera, sentendo venir meno l’adrenalina.
   «Non se ne abbia a male, Capitano. Ha comunque conseguito un’importante vittoria. È la prima volta che una singola nave riesce a mettere in fuga l’Ammit» lo consolò Mitchell.
   «A quanto ammontano i loro danni? Voglio dire, tra quanto potranno tornare all’attacco?» chiese Rivera, inquieto. Era certo che la sua sfida con quella nave non fosse terminata.
   Era una domanda per gli agenti dell’Egida, che conoscevano la tecnologia Goa’uld. Infatti fu Vidarr a rispondere, dopo aver consultato i diari dei sensori. «La breccia è ampia, ma non particolarmente profonda. E il nemico ha dimostrato di saper riparare le proprie navi con estrema velocità. Stimo che l’Ammit possa essere riparata nell’arco di pochi giorni. Quattro o cinque giorni, forse» disse il Vanir.
   «Quindi abbiamo quattro o cinque giorni per decidere se vale la pena potenziare le difese del carcere... o se sarebbe meglio evacuarlo. Perché anche con le nostre forniture, dubito che possa reggere un altro assedio del genere» ragionò il Capitano.
   «Uhm, sì, dovrò discuterne col Comandante Malek. E forse dovrò chiedere istruzioni all’Egida» convenne Mitchell, meditabondo.
   «A proposito del carcere... vi ricordo che i trasporti Tel’tak sono riusciti ad atterrare» disse Zahak, ancora preoccupato. «Potrebbero avere dei problemi, là sotto».
   «Già, non è ancora finita» convenne Rivera, scuro in volto. «Talyn, contatta la prigione. Chiedi se gli serve aiuto».
   L’El-Auriano eseguì, restando in ascolto. Servirono alcuni minuti prima che giungesse risposta. Il segnale era disturbato, e non solo per le interferenze della pulsar: i trasmettitori del carcere erano a corto d’energia. L’immagine sfarfallava, mostrando un centro di comando danneggiato, pieno di feriti e d’agitazione. Anche l’audio era pessimo.
   «Qui è il Comandante Malek. Grazie dell’intervento, vi dobbiamo – ssshhhh. Abbiamo subìto gravi danni, stiamo ancora cercando di – ssshhhh ssshhhh – sotto controllo per ora. Gli invasori sono stati eliminati, ma le nostre perdite sono – ssshhhh. Perciò vi chiediamo assistenza per i feriti. Ripeto, chiediamo – ssshhhh...».
   Rivera intrecciò le dita, inquieto. «Qui Destiny, potete confermarci che gli invasori sono stati neutralizzati?» chiese.
   «Affermativo, li abbiamo uccisi fino all’ultimo» disse il Comandante, mentre la trasmissione si stabilizzava un poco. «Ma abbiamo molte vittime e moltissimi feriti. Perciò – ssshhhh – assistenza, se potete...».
   Il Capitano dette una breve occhiata a Talyn. «Nessuna attività Goa’uld, per il momento. Credo proprio che non ci siano altre navi in agguato» disse il giovane.
   «Uhm, se potessimo teletrasportare i feriti a bordo sarebbe molto più facile» borbottò Rivera. «Invece dovremo scendere noi. E va bene». Alzò la voce, rivolgendosi al Comandante Malek. «D’accordo, manderemo una squadra in aiuto. Ci saranno tecnici per aiutarvi coi danni. Però non abbiamo molto personale medico, quindi dovrete accontentarvi. Scenderemo in navetta, ovviamente, quindi non sparateci addosso» raccomandò.
   «Grazie, Capitano. Ogni aiuto è più che – ssshhhh – vi aspettiamo con ansia. Malek, chiudo». Lo schermo tornò a mostrare l’emisfero in ombra di Duat, una scura presenza che copriva le stelle.
   «Sono ridotti male, poveracci» commentò Shati.
   «Dovremo scendere in molti per aiutarli» ragionò il Capitano. «Andremo col Centurion, che è abbastanza spazioso. Naskeel, lei verrà con me. Talyn, avverti Irvik e gli ingegneri di prepararsi a scendere. Aiuteranno con le riparazioni, ma per adesso lasciamo qui le forniture: dobbiamo ancora decidere se vale la pena installarle. Chiama anche Giely, ci sarà bisogno delle sue cure».
   «Verremo anche noi» disse il Colonnello, includendo i suoi addestratori.
   «Certo» convenne Rivera, sapendo che sarebbero stati coinvolti nelle decisioni. Inoltre Zahak era impaziente di rivedere il fratello... posto che fosse sopravvissuto. Ancora non lo sapevano.
   «Losira, a te la plancia. Talyn, non staccare gli occhi dai sensori, avvertici se arrivasse qualche altra nave. Anche se fossero amiche» raccomandò il Capitano. Ancora una volta li aveva esentati dallo scendere in missione, pur chiedendosi per quanto aveva senso continuare. «Shati, ti voglio al timone del Centurion, Ah, un’altra cosa...».
   «Sì?» fece la timoniera.
   «Malek ha detto che la situazione è sotto controllo, ma non si sa mai. Ci stiamo recando in un luogo appena attaccato, e che contiene prigionieri Goa’uld. Quindi saremo tutti armati. Nel tuo caso vorrei che prendessi i grossi calibri, mi sono spiegato?» ammiccò Rivera.
   La Caitiana drizzò le orecchie e fece un sorriso che le scoprì i denti affilati. Le sue pupille verticali, da predatore, si strinsero. «Volentieri, Capitano. Era da tanto che l’aspettavo» disse.
 
   Di lì a poco il Centurion lasciò l’hangar 1, carico d’equipaggio. Mentre la Destiny restava in orbita fissa sopra la base, la navicella del Capitano – assai più grande ed equipaggiata di una comune navetta – calò nell’atmosfera. Sorvolò un territorio aspro e disseccato, così scuro da formare un’ombra indistinta. A bordo c’era uno strano silenzio, come se tutti fossero intimoriti da quell’ambiente funereo. In cabina, il Capitano sedeva accanto a Giely; a un tratto sfiorò la compagna. «Tutto bene?» le chiese, vedendola tesa.
   «Sì» rispose la Vorta. «Mi chiedo solo quanto durerà tutto questo, e che prezzo pagheremo».
   Rivera non rispose; non aveva una risposta da darle.
   Il Centurion continuò a scendere, finché sorvolò a bassa quota la superficie craterizzata. Guidata dal segnale della base, Shati raggiunse un cratere perfettamente circolare, dai bordi regolari come se fossero stati smussati. Non era uno dei tanti crateri da impatto, né aveva origini vulcaniche. Era la cima di un pozzo. La timoniera arrestò il moto della navicella e la fece calare lentamente, fino a scomparire sotto gli orli del pozzo. Fu una lunga discesa; per non farla al buio Shati attivò il riflettore anteriore del Centurion. Il cono luminoso mostrò strati di roccia basaltica e depositi carboniosi, tutti di un nero intenso. Frammenti di un mondo più antico, anzi di molti mondi, frantumati dalla supernova e poi ricomposti in modo caotico. Era appropriato che un mondo siffatto avesse dato nome all’Oltretomba... e loro stavano per sbarcarci.
   Al termine della lunga discesa, il Centurion superò i resti deformati di un portellone, distrutto dagli invasori. Poi attraversò un campo di forza, che tratteneva ancora l’atmosfera. Del resto erano così in basso che probabilmente non ce n’era bisogno: la gravità simile a quella terrestre e la distanza dalla superficie bastavano a trattenere l’aria più densa e ossigenata. Uscito dal fondo del pozzo, il Centurion si trovò in un vasto hangar, in cui vi erano alcune navette Jaffa. C’erano anche i trasporti Tel’tak che avevano condotto l’attacco, ma erano semidistrutti. Tutt’attorno giacevano i corpi sia degli invasori che dei difensori. Nessuno si era ancora preso la briga di spostarli, poiché tutti avevano problemi più urgenti. Shati mosse di lato il Centurion, così da non schiacciarli, e finalmente poté atterrare. «Fine della corsa. Benvenuti... nel regno dei morti» annunciò.
   «È dei vivi che mi preoccupo. Presto, c’è gente che ha bisogno!» disse Giely, scattando in piedi. Lei e gli altri lasciarono la cabina, mentre il Capitano si trattenne brevemente con Shati.
   «Noi andiamo in avanscoperta. Tu sorveglia il Centurion. E sta’ pronta a intervenire, se necessario. Sarai il nostro jolly» le raccomandò.
   «Intesi. Vado a prepararmi» disse la timoniera. E scomparve nella sezione posteriore della navicella, dove aveva caricato il suo equipaggiamento.
   Rivera non attese oltre e seguì gli altri all’esterno, augurandosi di non doverla chiamare.
 
   L’aria era impregnata dell’odore acre d’incendi ed esalazioni, sebbene non ci fossero composti pericolosi. Gli avventurieri si fecero avanti, osservando l’entità dei danni.
   «Be-beep! Tutto rotto!» commentò il robottino ovoidale e svolazzante che accompagnava gli ingegneri. Era l’Exocomp numero 64, Ottoperotto per gli amici, il più intraprendente fra i robot riparatutto della Destiny.
   «Sì, lo vedo» sospirò Irvik, pensando alla faticaccia che li aspettava. «Non so se valga la pena riparare questo posto. Soprattutto se consideriamo che il nemico può attaccarlo di nuovo, con forze anche maggiori» ragionò.
   «Ne discuteremo col Comandante Malek... eccolo» lo riconobbe Mitchell.
   Il responsabile del carcere venne verso di loro, zigzagando per evitare le macerie e i cadaveri sparsi ovunque. Aveva l’uniforme bruciacchiata sulla spalla, ma lui personalmente non sembrava ferito. «Colonnello Mitchell, è un piacere rivederla. Sono grato che l’Egida non ci abbia dimenticati in quest’ora buia» esordì, scambiando il saluto militare. «Capitano Rivera... grazie infinite, a nome della guarnigione. Senza di voi il nemico ci avrebbe travolti. Invece, come vedete, le difese hanno retto». Accennò ai Jaffa nemici, che erano stati abbattuti. Si trattava di Guardie Dragone, le truppe d’elite: doveva essere servito un fuoco accanito per abbatterli. Infatti le vittime tra i difensori erano ben più numerose.
   «Sì, congratulazioni» disse Rivera, sebbene non ci fosse molto da festeggiare. «La dottoressa Giely è qui per i feriti. E gli ingegneri vi aiuteranno a ripristinare l’energia».
   «Bene, e le forniture d’armi? Sono più urgenti che mai!» disse Malek.
   «Prima d’installare alcunché, vorrei discutere del futuro di questa struttura. Dobbiamo capire se vale la pena difenderla a oltranza... o se sia meglio evacuarla. Ricordate che, al prossimo attacco nemico, non ci saremo noi a difendervi» avvertì il Capitano.
   Il Comandante parve un poco risentito. «Capisco i vostri timori, ma credo che l’evacuazione sia prematura» sostenne. «Le strutture della base hanno resistito e le celle dei prigionieri sono inviolate. Venite, vi mostrerò tutto. Intanto la dottoressa e gli ingegneri possono mettersi al lavoro... lo apprezzeremo molto» ammise.
   Il gruppo mosse per lasciare l’hangar. Intanto Ottoperotto aveva preso quota e analizzava l’ambiente coi sensori. Scansionò la volta, per verificarne l’integrità strutturale: era accettabile. Poi analizzò i resti dei Tel’tak e dei caduti: non c’erano bombe, né altri pericoli. A un tratto però qualcosa attirò la sua attenzione. L’Exocomp si diresse verso un angolo dell’hangar, tornando ad abbassarsi e ronzando in segno di curiosità. Raggiunta la parete, constatò che a pochi centimetri dal pavimento c’era un foro circolare.
   «Be-beep!».
   «Che succede, ragazzo? Cos’hai trovato?» chiese Irvik, accostandosi. Notò il buco nella parete e si chinò a esaminarlo. Era un foro circolare, di venti centimetri di diametro. L’interno era buio, in quanto vi passava un condotto dell’aria; il Voth sentì il lieve sbuffo. «Uhm, sarà un colpo andato a vuoto...» mormorò, anche se in realtà differiva dagli altri. Gli orli erano semifusi in un modo che faceva pensare all’acido molecolare, piuttosto che a un colpo di plasma.
   «Irvik, che fai? C’è bisogno di te per ripristinare l’energia principale!» lo richiamò il Capitano, che attendeva presso l’uscita. «C’è qualche problema laggiù?».
   L’Ingegnere Capo si rialzò con un sospiro. Non poteva stare dietro a ogni minima stranezza della base. A quanto gli avevano detto, la prigione era antica di millenni. Con ogni probabilità quel foro era lì da chissà quanto, senza che nessuno si prendesse la briga di otturarlo. «Niente di preoccupante, arrivo!» disse, affrettandosi verso il resto del gruppo. Notando che Ottoperotto non lo seguiva, lo richiamò. «Su, vieni, piccoletto! Abbiamo cose più gravi e urgenti di cui occuparci. Il supporto vitale, per esempio!».
   L’Exocomp lo seguì di malavoglia, continuando a tenere d’occhio il foro finché poté. Solo quando tutti se ne furono andati qualcosa si mosse all’interno del condotto. Risuonò un ticchettio metallico, sempre più fioco per la lontananza; ma non c’era più nessuno che potesse udirlo.
 
   Il gruppo percorse corridoi semibui e invasi di fumo. L’illuminazione principale aveva ceduto in quella zona. Restavano pochi faretti d’emergenza, che sfarfallavano di luce sanguigna. La battaglia era arrivata fin lì: c’erano ancora corpi di Dragoni e delle guardie che li avevano affrontati. Giunti a un incrocio dei corridoi, gli avventurieri videro una sezione parzialmente crollata. Le paratie metalliche giacevano a terra, contorte e piegate, mentre i detriti rocciosi caduti dal soffitto ingombravano il passaggio.
   «Da questa parte, aggireremo l’ostacolo» disse Malek, invitandoli a seguirlo.
   «Un momento, rilevo un segno vitale! È debole, ma forse possiamo ancora salvarlo» disse Giely, che impugnava il tricorder medico. Indicò il corridoio buio e ingombro di macerie.
   «Non riesco a vederlo. Dov’è di preciso?» chiese Rivera, esitando sul limitare dell’oscurità. Naskeel fece luce con la torcia del suo fucile polaronico.
   «Lì sotto» disse Giely, indicando una delle paratie crollate in avanti. Nel cadere, la lastra metallica aveva formato una tettoia, proteggendo il malcapitato dai detriti piovuti dal soffitto. Ora però il peso combinato della paratia e dei macigni accatastati era tale che il poveretto non poteva muoversi. «Liberatelo, presto!» esortò la dottoressa.
   Gli avventurieri si misero al lavoro. Grazie alla sua fisiologia tholiana, Naskeel fu in grado di rimuovere macigni pesantissimi. Anche Vidarr non fu da meno, grazie all’armatura che moltiplicava le sue forze. Gli altri spostarono le pietre più piccole, finché rimase solo la paratia impolverata. Allora Naskeel la prese da una parte e Vidarr dall’altra. Combinando le forze riuscirono a sollevarla, ribaltandola dall’altro lato.
   Sdeng.
   Gli avventurieri puntarono le torce sul sopravvissuto, ancora raggomitolato in mezzo alle polveri e ai detriti più piccoli. La sua armatura Jaffa gli aveva offerto ulteriore protezione, ma la gamba sinistra era piegata a un angolo innaturale, segno che doveva essere rotta. Qua e là c’erano tracce di sangue.
   «Resisti, ti tireremo fuori di lì» promise Rivera.
   Udendolo, il sopravvissuto rialzò il volto. Gli occhi vitrei spiccavano sul volto dalla carnagione scura. «Questa voce non mi è nuova... Capitano Rivera, è proprio lei?» rantolò.
   «Yo’rek!» lo riconobbe l’Umano. S’inginocchiò accanto a lui, rimuovendo affannosamente gli ultimi detriti. «Finalmente ti abbiamo trovato! Coraggio, amico mio, tra poco starai meglio» promise.
   «Fratello!» gemette Zahak, unendosi allo sforzo per liberarlo. Dovettero stare attenti a liberargli la gamba rotta senza comprometterla ulteriormente.
   Il Jaffa passò lo sguardo dall’uno all’altro, confuso. «Siete qui... per me?!» si stupì.
   «Beh, siamo qui per tante ragioni, ma anche per te» rispose il Capitano. «Adesso lavoriamo per l’Egida, è così che abbiamo saputo di questo luogo».
   A queste parole Yo’rek strabuzzò gli occhi. «No, non dovevate tornare! Che cosa vi è preso, non sapete che siamo in guerra?!» si agitò.
   «Lo sappiamo, ma abbiamo deciso d’aiutarvi contro quel fetente di Ahriman...» fece Rivera, ma dovette interrompersi, perché l’altro era sempre più esagitato.
   «No, pazzi! Dovete andarvene subito! Lasciate questo cosmo sciagurato e non fate più ritorno!» gridò il Jaffa. D’un tratto drizzò la schiena e afferrò il Capitano per il bavero, fissandolo con occhi stralunati. «Non avete idea di cosa vi farà Ahriman. Credete che si accontenti di uccidervi?! No, lui può fare ben di peggio. Vi ruberà l’anima, vi renderà suoi schiavi! Fuggite, finché potete!».
   «Fratello, tu non stai bene!» disse Zahak, sconcertato. «Cerca di calmarti e lascia il Capitano. Siamo qui per aiutarti...».
   In quella Giely, che aveva già caricato di sedativo l’ipospray, praticò un’iniezione a Yo’rek. Il Jaffa si scosse come un ossesso, ma in breve le forze lo abbandonarono. Lasciò il bavero di Rivera e ricadde al suolo, balbettando parole incoerenti. Pochi attimi dopo era privo di sensi.
   «Non l’ho mai visto così» disse Zahak, ancora scioccato. «Deve aver passato l’inferno».
   «Ha una frattura scomposta alla tibia e un’emorragia interna» rilevò Giely, che lo stava analizzando. Caricò un’altra fiala nell’ipospray e gli fece una seconda iniezione. «Gli ho dato dell’inaprovalina per stabilizzarlo, ma mi servono più attrezzature per curarlo a dovere. Presto, portiamolo in infermeria!» esortò.
   Vidarr sollevò il Jaffa privo di sensi e seguì il gruppo verso l’infermeria. Il Capitano restò indietro, ancora accucciato, rimuginando sull’accaduto.
   «Lei non viene?» lo richiamò Naskeel.
   «Eccomi» fece Rivera, rialzandosi stancamente. Non c’era dubbio che il povero Yo’rek avesse passato l’inferno. La domanda che lo attanagliava era di quanti gironi sarebbero scesi loro.
 
   Il primo livello del carcere era occupato dall’hangar, dai magazzini e dalle armerie. Lasciato quello, il gruppo iniziò la discesa nei livelli inferiori. Non osarono prendere i turboascensori, per via dei danni e dei cali d’energia, che rischiavano di bloccarli o persino di farli precipitare. Dovettero perciò usare le scale d’emergenza: una lunga, lenta discesa verso abissi sempre più profondi. Intanto dai vari livelli continuavano a giungere rapporti su danni e feriti. Malgrado l’ottimismo del Comandante, era difficile credere che il carcere potesse tornare rapidamente in piena efficienza.
   I primi a fermarsi furono Irvik e gli altri ingegneri. Superato il secondo livello, occupato dagli alloggi e dalla mensa delle guardie, si fermarono al terzo, dove si trovavano la centrale energetica e altre infrastrutture chiave. I tecnici del posto lavoravano alacremente per ripristinare l’energia principale e impedire fughe di radiazioni. Vedendo arrivare i rinforzi, li accolsero di buon grado.
   «Signori, questi sono gli ingegneri della Destiny, la nave che ci ha soccorsi. Sono qui per aiutarvi, su incarico dell’Egida, quindi dategli piena collaborazione. Li autorizzo ad accedere a tutti i sistemi» disse il Comandante.
   «Forza, ragazzi, al lavoro!» disse Irvik, rivolgendosi al suo staff della Destiny. «Anche tu, piccoletto. Non è tempo di fare il riottoso!» disse a Ottoperotto, che sembrava intenzionato a seguire il resto del gruppo. L’Exocomp emise un suono irritato, ma si attenne agli ordini.
   Mentre gli ingegneri della Destiny si mettevano al lavoro, il resto del gruppo proseguì la discesa. Giunsero al quarto livello, in cui si trovavano il centro di comando e gli uffici, nonché l’infermeria. Qui Giely si fermò per soccorrere i feriti, che affluivano dai livelli superiori. «Spero tanto che non sia un’infermeria Goa’uld!» disse la dottoressa, mentre vi si dirigevano.
   «È stata rimodernata più volte, le assicuro che è all’avanguardia» la rassicurò Malek.
   Le porte scorrevoli, segnate col simbolo del caduceo e dei serpenti attorcigliati, si aprirono. Il Comandante aveva detto il vero: l’infermeria era vasta e moderna, con molti bio-letti muniti di scanner. Tuttavia i feriti erano così numerosi che alcuni erano stati sistemati a terra, in giacigli improvvisati. Molti erano gravi: i loro lamenti riempivano l’aria. Il medico e l’infermiera erano sopraffatti da quell’emergenza.
   «Okay, io mi fermo qui» disse Giely, presagendo uno dei peggiori tour de force della sua vita. «Deponilo a terra, per il momento» disse a Vidarr, che trasportava Yo’rek ancora privo di sensi. I lettini infatti erano tutti occupati da pazienti in condizioni critiche.
   Vidarr depose il Jaffa con attenzione, mentre Zahak gli teneva distesa la gamba rotta e Giely gli sistemava almeno un cuscino sotto la testa. Il Capitano esitò, incerto se lasciarla alle prese con una tale emergenza.
   «Dottoressa, io ho un’infarinatura medica. Non è granché, ma è meglio di niente. E ci tengo a soccorrere mio fratello, come anche gli altri. Vorrei restare qui ad aiutarla, col permesso del Colonnello» si offrì Zahak.
   «Certo, permesso accordato» disse Mitchell.
   «Grazie, ogni aiuto è prezioso» convenne Giely. Il Jaffa non era certo un medico esperto, ma poteva fare da infermiere, seguendo le sue istruzioni.
   «Ce la fate qui?» chiese Rivera, ancora incerto se lasciarli in quella bolgia.
   «Credo di sì. Voi andate, vi aggiornerò sulla situazione» disse la Vorta. E si dedicò ai pazienti più gravi, quelli in pericolo di vita.
 
   Il resto del gruppo lasciò l’infermeria. Erano tutti militari, e a parte Zahak nessun altro ne sapeva abbastanza di medicina da rendersi utile. Se si fossero trattenuti, avrebbero solo intralciato i dottori. «Bene, a questo punto vorrei ispezionare le prigioni, per verificarne la tenuta» disse il Colonnello. Con così tanti morti e feriti, infatti, non erano rimasti in molti a sorvegliare i detenuti.
   «Certo, seguitemi» disse il Comandante.
   Tornarono alle scale, con cui scesero al livello inferiore, il quinto. Da lì cominciava il carcere vero e proprio. I visitatori si trovarono a percorrere lunghi corridoi contornati di celle, che custodivano prigionieri umanoidi.
   «All’epoca di Ra, la maggior parte dei detenuti erano Umani, o al limite Jaffa ribelli» spiegò Malek. «Abbiamo ancora prigionieri del genere. Terroristi, malavitosi, pluriomicidi... la feccia della Galassia. Come vedete, le loro celle sono ancora in perfetta efficienza».
   Il Comandante condusse gli ospiti in un giro esauriente del livello, rispondendo a ogni domanda. In effetti le celle erano inviolate e i detenuti non avevano speranze d’evadere con le loro forze. La sorveglianza però era ridotta all’osso, per via della battaglia appena sostenuta.
   «Va bene, passiamo ai livelli inferiori» disse Mitchell. Erano quelli a premergli.
   Scesero al sesto livello, dov’erano rinchiusi i Goa’uld. In questo caso, gli alieni serpentini erano stati estratti a forza dalle vittime umane, liberandole dalla possessione. Privati dei loro involucri umani, i Goa’uld erano chiusi in cilindri di contenimento trasparenti. Anziché avere corridoi con una successione di celle, quindi, vi erano dei saloni, ciascuno contenente svariati cilindri. Per la maggior parte i Goa’uld giacevano inerti, come se dormissero. Solo pochi si muovevano debolmente. L’effetto era quello di un inquietante museo, o persino di uno zoo.
   «Caramba...» mormorò il Capitano, passando tra i cilindri. Era la prima volta che vedeva dei Goa’uld dal vivo, nella loro vera forma. Somigliavano a serpenti, o più ancora ad anguille, e in effetti la loro remota origine era acquatica. Il corpo sinuoso era coperto da squame il cui colore variava dal verdastro al bruno. Avevano una piccola pinna subito dietro alla testa e altre appendici filamentose nella stessa zona. Quei pochi che avevano gli occhi aperti li mostravano di un rosso brillante, come tizzoni ardenti. Ma la parte più impressionante era l’apparato boccale, fatto per perforare il collo degli umanoidi, insinuarsi al suo interno, connettersi al sistema nervoso e assumerne il controllo. In millenni di parassitismo, non si era mai sentito di una vittima che potesse opporsi al Goa’uld, dopo che questo gli era entrato in corpo.
   «Allora sono questi, gli antichi “dèi” pagani...» mormorò il Capitano. Era incredibile che esseri all’apparenza così piccoli e deboli avessero tiranneggiato la Galassia per trentamila anni. Che si fossero fatti adorare per oltre diecimila anni. E che uno di loro, Ahriman, fosse ancora venerato.
   «Questi che vede sono Goa’uld minori. Non hanno mai avuto grande potere, ma sono comunque pericolosi» chiarì Malek. «Erano amministratori, scienziati, comandanti di battaglioni. Alcuni erano anche ashrak, cioè assassini. Guardate, vi presento la star di questo livello: Serqet!». Così dicendo indicò il Goa’uld più attivo tra quelli in vista. Se gli altri erano perlopiù letargici, o si muovevano appena, quello si contorceva come un vero serpente. Quando gli si avvicinarono, si scagliò rabbioso contro il cilindro. Ovviamente fu inutile: erano progettati apposta per essere infrangibili. Ma era significativo che la creatura volesse ancora provarci.
   «La nostra cara Serqet ha servito a lungo su Abydos, al servizio di Aset» spiegò Malek. «Quando la sua signora disobbedì a Ra, dando alla luce un harcesis – un figlio umano con la memoria genetica Goa’uld – Serqet fece la spia. Così Ra intervenne, uccidendo Aset e il bambino. Un piccolo esempio di come i Goa’uld si tradiscano spesso a vicenda, nevvero?» la provocò il Comandante. «In seguito Serqet ha servito altri Signori del Sistema come ashrak, killer professionista, prima d’essere catturata con grande difficoltà. È qui da seicento anni, ma come vedete non ha ancora perso il mordente».
   La creatura sibilò a quelle parole, aprendo ritmicamente la bocca, come se non vedesse l’ora di perforargli il collo.
   «Gli altri Goa’uld però sono quasi tutti inattivi» notò Naskeel.
   «Oh, per la maggior parte sono in letargo» spiegò Malek. «Possono sopravvivere secoli e millenni in quelle condizioni, anche senza il sarcofago. Solo i più energici si sono risvegliati, quando la base ha tremato durante l’attacco».
   «Ma da quanto sono prigionieri?» volle sapere il Capitano.
   «Quasi tutti i Goa’uld che vedete sono qui da circa seicento anni, cioè dalla caduta del loro Impero» spiegò il Comandante. «Solo alcuni erano qui da prima, in quanto furono imprigionati da Ra. E fra loro c’è il piatto forte. Allora, volete vederla?!» chiese, con strana soddisfazione.
   «Naturalmente» rispose Mitchell.
 
   Il gruppo scese al settimo livello, il più profondo, in cui si trovavano le celle di massima sicurezza. Per la maggior parte erano vuote. Solo qua e là se ne vedeva qualcuna di occupata. In quel luogo, scavato a molti chilometri nel sottosuolo, erano imprigionati alcuni tra gli esseri più pericolosi della Via Lattea. E in una camera blindata, attrezzata con un solo cilindro di contenimento, i visitatori scorsero la prigioniera più illustre del Duat.
   «Vi presento Astarte, l’antica Regina dei Cieli, sposa di Ba’al e poi di Ahriman!» disse Malek in tono teatrale.
   I visitatori si accostarono al cilindro, aguzzando la vista. Il Goa’uld al suo interno si era risvegliato, ma si muoveva appena. Paragonato agli altri, sembrava vecchio e malato. Le sue squame erano di un grigio smorto e si stavano staccando. Uno degli occhietti pareva cieco. E per quanto fosse sveglio, il parassita stentava a muoversi; o forse non ne aveva motivo. Si limitò ad alzare stancamente la testa, per guardare i nuovi arrivati, e ricadde inerte. Si stentava a credere che un tempo quella creatura derelitta avesse fatto tremare la Galassia.
   «Uhm, sì, non è granché» ammise il Comandante. «Trentun secoli di prigionia le hanno raffreddato i bollenti spiriti. Pare che all’inizio fosse reattiva, ma col passare del tempo è diventata sempre più letargica. Ogni tanto si sveglia, e allora la nutriamo. Dopo di che torna a dormire. Suppongo che l’abbiano svegliata i tremori... si starà chiedendo che accade».
   Rivera la osservò a disagio. Non riusciva a immaginare che agonia fosse passare trentun secoli chiusi in quel minuscolo spazio vitale. Un’eternità senza nulla da fare, senza nessuno con cui parlare... senza nemmeno il corpo a cui in fondo i Goa’uld erano abituati. E sebbene Astarte avesse dormito per la maggior parte del tempo, doveva comunque aver passato chissà quanto a fissare la camera di contenimento, chiedendosi se qualcuno l’avrebbe mai liberata. E loro erano lì, ad accertarsi che non accadesse!
   Altro che prigione, quella era una tortura infernale. Figurandosi al suo posto, il Capitano pensò che sarebbe certamente impazzito. I Goa’uld erano diversi, ma dopo così tanto tempo, anche Astarte doveva essere a pezzi. Quali che fossero i suoi crimini... meritava davvero quel tormento? Se proprio non volevano liberarla, forse sarebbe stato più pietoso ucciderla.
   «Tutto a posto, Capitano?» chiese Malek.
   «Uhm, diciamo così» fece Rivera, distogliendosi suo malgrado dalla creatura stremata.
   «Okay, non c’è più nulla da vedere qui» convenne Mitchell. «Torniamo su, a discutere il da farsi».
 
   Di lì a poco gli ufficiali sedevano attorno al tavolo tattico, nella sala riunioni al quarto livello. Ora che l’ispezione era terminata, bisognava affrontare la decisione cruciale: fortificare il Duat secondo gli ordini di missione, oppure evacuarlo in previsione di nuovi attacchi. Era chiaro che il Comandante Malek caldeggiava la prima opzione.
   «È vero, il primo assalto ci ha colpiti duramente, e non ce la saremmo cavata senza di voi» ammise il Tok’ra. «Però coi vostri rifornimenti – lo scudo, i droni – saremo molto più difesi. Era questa la vostra missione, no?».
   «Quando siamo partiti, non sapevamo nemmeno se Ahriman intendesse attaccarvi» obiettò Mitchell. «Ora l’ha fatto, e possiamo star certi che lo farà di nuovo, con forze anche maggiori. Avete già subito danni, per quanto non catastrofici; e avete numerose vittime. Potrebbe passare del tempo prima che arrivino rinforzi. Se Ahriman attaccherà prima d’allora, sarà la fine, anche coi nostri rifornimenti».
   «Potreste lasciarci truppe di rinforzo?» suggerì Malek. Mentre parlava le luci sfarfallarono, segno che c’erano ancora problemi all’energia principale.
   «La Destiny è ingaggiata dall’Egida, ma questi non sono esattamente nostri agenti» spiegò il Colonnello. «Sono più, come dire, liberi professionisti...».
   «Dica pure mercenari, non ci offendiamo» fece Rivera.
   «... in ogni caso, sbarcare rinforzi e lasciarli qui esula dal loro contratto» concluse Mitchell.
   «Posso sapere i termini di questo contratto?» si accigliò il Comandante, frustrato dalla situazione. In quella un ufficiale gli si accostò, comunicando gli aggiornamenti sulle riparazioni. Disse che l’energia principale era stata ripristinata.
   «Davvero? Non si direbbe» fece Malek, accennando all’illuminazione precaria. «Controllate la griglia di distribuzione, dev’esserci qualche intoppo. Ah, e mi porti il d-pad. Devo averlo lasciato nel mio ufficio» aggiunse. Il sottoposto annuì e si recò nella camera adiacente. La porta si chiuse dietro di lui.
   «Scusate, stavo dicendo... sì, mi piacerebbe chiarire i termini del vostro contratto» riprese Malek. «Perché se non potete trattenervi, ho bisogno di qualcun altro che possa... oh, insomma!» protestò, quando l’illuminazione sfarfallò di nuovo. «C’è qualcosa che non va con l’energia, devo verificare se i trasformatori sono in funzione. Tenente, ha trovato il mio d-pad?!» chiamò, visto che il sottoposto non tornava, sebbene dovesse solo raccogliere lo strumento lasciato sulla scrivania. In quella dall’ufficio venne un grido strozzato; poi più nulla.
   Nella sala tattica scese il gelo.
   «Tenente, che succede? Mi risponda!» gridò il Comandante. Ancora niente... nessuna voce. In compenso dall’ufficio venne uno strano ticchettio. Era come se innumerevoli zampette metalliche picchettassero sul pavimento.
   «Guardate» disse Naskeel, indicando un angolo del tavolo tattico. Tutti seguirono il suo gesto e notarono uno strano congegno che vi si era arrampicato. Era un ragno meccanico, dal massiccio corpo centrale e lunghe zampe brancolanti che lo rendevano simile a una tarantola. Era più grosso di una mano distesa e si muoveva rapido, ticchettando a ogni passo. Osservandolo attentamente si notava che era composto da minuscoli blocchi metallici, incastrati come le tessere di un puzzle.
   «Cos’è quell’obbrobrio?!» chiese Rivera.
   «Oh, mio Dio...» mormorò Mitchell, impallidendo. «Distruggetelo, presto!» gridò, impugnando la sua arma.
   L’ordine fu così perentorio che tutti si affrettarono a eseguire. Il più svelto fu Naskeel, che centrò il ragno con un raggio polaronico, disintegrandolo. Al suo posto rimase una chiazza fumigante sul tavolo. «Bersaglio eliminato. E ora può dirci cos’era?» chiese il Tholiano con calma. A quel punto si erano tutti alzati, con le armi in pugno, e non accennarono a riporle.
   Il Colonnello si asciugò il sudore dalla fronte. «Si chiama Replicatore, e finora li avevo visti solo nei libri di storia o in filmati d’epoca. Sono macchine auto-replicanti, capaci di scomporre il metallo nei loro blocchi da costruzione. Hanno un’unica direttiva: consumare tutto ciò che trovano, per moltiplicarsi all’infinito» rivelò. «Se incontrastati, possono assimilare interi pianeti... potenzialmente intere galassie. Seicento anni fa hanno quasi distrutto la Via Lattea, contribuendo al crollo sia dei Goa’uld che degli Asgard. Si evolvevano più in fretta delle contromisure... verso la fine impararono persino a creare dei perfetti duplicati delle persone».
   «Come li avete sconfitti?!» chiese Rivera, che alla parola assimilare si era sentito accapponare la pelle. Quelle macchine auto-replicanti, che infettavano ogni cosa, gli ricordavano i Borg.
   «Con un impulso capace di scomporli nei loro blocchi costituitivi, ma... al momento non credo che abbiamo armi del genere. Non so nemmeno se abbiamo i loro progetti nel database» rispose Malek. «Credevamo che i Replicatori fossero estinti... chissà se hanno ancora quella vulnerabilità! Al loro tasso d’evoluzione, potrebbero averla risolta».
   «Il punto è che dove c’è un Replicatore ce ne sono sempre altri. Tanti altri» riprese Mitchell. «Quei bastardelli non fanno che moltiplicarsi, quindi...».
   Il ticchettio crebbe, sino a farsi insopportabile. Allora la porta dell’ufficio si aprì, vomitando centinaia, forse migliaia di Replicatori. Camminavano sul pavimento, sulle pareti e sul soffitto, con la stessa facilità. Probabilmente erano in grado di magnetizzarsi. Attraverso la porta aperta s’intravedeva il corpo dello sfortunato Tenente, ormai ricoperto dalle “tarantole”. Evidentemente riciclavano anche la materia organica.
   Tutti i presenti aprirono il fuoco contro i Replicatori, distruggendone in quantità; ma era come opporsi alla marea. Le macchine diaboliche guadagnavano terreno, senza curarsi dei raggi che le decimavano. Alcuni Replicatori, che erano stati danneggiati perdendo qualche zampa, si ripararono in pochi secondi, saldando le zampe strappate ai loro simili. Continuarono ad avanzare, come una grigia e inarrestabile valanga.
   «Non si fermano! Che facciamo, come si affrontano?!» gridò Rivera. Dette un calcio a una sedia, spedendola contro i ragni; in tal modo ne falciò molti.
   «Bisogna distruggere la Regina, l’unica in grado d’assemblare tutti i tipi di Replicatori. È più grossa degli altri, sembra un enorme coleottero» rispose il Comandante.
   «Beh, io non la vedo. Sarà nascosta in qualche buco, ben lontano da qui. Che si fa, se non si trova la Regina?!» chiese il Capitano, sempre più pressato.
   «Si scappa!» ribatté Malek. Guadagnò la porta sul lato opposto, sbucando nel centro di comando. Lì c’erano altri ufficiali, che solo allora si avvidero del pericolo. I visitatori lo seguirono di corsa. Appena furono usciti, il Comandante bloccò la porta scorrevole con un codice di sicurezza. Ma subito nella parte bassa dell’uscio si formò una chiazza fumigante. Il metallo si sciolse e colò, sebbene non irradiasse calore.
   «È come nei vecchi rapporti, i Replicatori sintetizzano un acido molecolare che scioglie il metallo. Non credo che alcuna barriera possa trattenerli!» avvertì Mitchell. Fronteggiò il Comandante, che appariva scioccato. «Beh, almeno questo risolve il nostro dilemma. La base è perduta, non resta che evacuarla. Dia subito l’ordine!» lo esortò.
   Intanto Rivera si era appartato e parlava al comunicatore.
   Il Tok’ra pareva ancora reticente, ma quando vide i Replicatori che invadevano il centro di comando, attraverso il foro appena praticato nella porta, si riscosse. «Comandante Malek a base, attenzione! Siamo stati infiltrati da un nemico che credevamo sconfitto da tempo, i Replicatori. Sono già al quarto livello e probabilmente hanno infettato i superiori. È da credere che siano state le truppe di Ahriman a rilasciarli, durante l’attacco» disse. In effetti era sospetto che fossero apparsi poche ore dopo l’assalto nemico.
   «Questi sono gli ordini: cercate i disgregatori di Replicatori nelle armerie, e se non ce ne sono più, vedete se è possibile assemblarne in fretta in base ai vecchi progetti. Nel frattempo cominciate l’evacuazione, a partire dai feriti in infermeria. La Destiny vi accoglierà. Però state attenti a non imbarcare nessun Replicatore sulle navette! Basta che se ne infiltri uno, soltanto uno, e l’emergenza si ripeterà sulla Destiny!» avvertì il Tok’ra.
   A queste parole il Capitano fremette. Non voleva trovarsi con quei mostriciattoli che invadevano la sua adorata nave, smontandola pezzo dopo pezzo. Ma non c’erano alternative. In mancanza di stargate, e con le interferenze al teletrasporto, non restavano che le navette per evacuare il Duat.
   Intanto i Replicatori affluivano sia dal foro nella porta che da vari angoli fuori vista, dove si erano scavati dei passaggi. Avanzavano incuranti delle perdite, con la metodica precisione delle macchine. E sebbene i difensori sparassero a tutto spiano, distruggendone molti, era come strappare poche foglie a una foresta. In compenso i colpi andati a vuoto stavano devastando il centro di comando. Molte consolle esplosero e gli oloschermi si disattivarono, rendendo arduo capire cosa stesse accadendo nel resto della struttura.
   «Tutti fuori!» ordinò Malek, indietreggiando verso l’uscita. Così facendo, passò incautamente vicino all’altro ingresso del suo ufficio. La porta si spalancò, facendo uscire una torma di Replicatori... ma non erano come gli altri. Questi erano enormi, a forma di coleottero, e assai più complessi dei ragni visti finora. Il loro apparato boccale era una selva d’aghi, saldatori, microseghe e altri strumenti. Eppure si componevano degli stessi micro-blocchi che costituivano tutti i Replicatori, d’ogni forma e misura.
   «Attento!» gridò Rivera, ma era troppo tardi. I Replicatori giganti abbrancarono il Comandante, conficcandogli i loro aghi nella nuca e nella schiena. Malek gridò d’orrore e di dolore; la pistola al plasma gli cadde di mano. I coleotteri lo trascinarono verso il suo ufficio, mentre lo sventurato si dibatteva ancora.
   Rivera e Naskeel tentarono di salvarlo, crivellando i Replicatori. Grossi com’erano, costituivano un facile bersaglio, anche se c’era il rischio di colpire accidentalmente il Comandante. Gli avventurieri riuscirono a distruggere un paio di coleotteri, ma altri presero il loro posto. Con la forza della disperazione, Malek afferrò lo stipite della porta, mentre fissava implorante i visitatori. «Attivate il Protocollo d’Eutanasia!» rantolò, riferendosi all’ordine di giustiziare i prigionieri, anziché consentirne la fuga. L’attimo dopo i Replicatori vinsero le sue resistenze e lo trascinarono nell’ufficio. La porta scorrevole si richiuse, celando gli ultimi momenti del Comandante, ma le grida d’agonia non lasciarono dubbi sulla sua sorte.
   «Via, via!» gridò Rivera, mentre il personale evacuava la sala. Lui e Naskeel si trattennero per fare fuoco di copertura. A un tratto Naskeel dovette interrompersi, perché i ragni gli si stavano arrampicando addosso. Fortunatamente non potevano nuocere al suo corpo cristallino; ma in pochi attimi gli misero fuori uso il fucile polaronico. E se avessero distrutto il generatore di campo che lo teneva alla temperatura ambiente dei Tholiani – oltre 200 Cº – l’alieno si sarebbe frantumato.
   La reazione di Naskeel fu rapida e feroce. Il Tholiano calpestò i Replicatori, se li strappò di dosso, li accartocciò o li squarciò a mani nude, scaraventando via i resti. Fu una scena impressionante, tanto più che lui stesso era simile a un insetto, dalla vita in giù. Quando uno dei grandi coleotteri gli venne addosso, cercando di travolgerlo, Naskeel lo afferrò saldamente e lo aprì in due con la forza bruta dei suoi arti cristallini. Una pioggia di scintille sprizzò dall’ordigno schiantato, mentre le sue metà cadevano a terra. I Replicatori più piccoli presero subito a cannibalizzarlo.
   Rivera sgranò gli occhi; a volte scordava quanto fosse forte il Tholiano. In quella si accorse che ormai restavano solo loro, il resto del personale era uscito. «Vamonos!» gridò, lasciando la sala brulicante di Replicatori. Naskeel si scrollò di dosso gli ultimi ragni meccanici e lo seguì. La porta blindata si richiuse e fu bloccata con un codice, ma era chiaro che non li avrebbe trattenuti a lungo.
 
   «Che facciamo?!» gemette uno dei controllori del carcere. Con la morte di Malek e di tanti ufficiali, la catena di comando era destrutturata al punto che non era chiaro a chi andasse l’autorità.
   «Quello che ha detto il Comandante. Questa struttura dev’essere evacuata, a cominciare dall’infermeria» disse Mitchell, assumendo de facto il comando.
   «Giely!» ansimò Rivera, temendo che i Replicatori fossero arrivati fin lì.
   Corsero a perdifiato nei corridoi, senza incontrare altri ragni meccanici, fino a trovare l’infermeria. Questa era in subbuglio dopo l’ordine d’evacuazione di Malek, trasmesso a tutta la base. I pochi medici cercavano di spostare i pazienti, con l’aiuto di guardie e altro personale generico. Rivera si fece largo fino a trovare la sua amata. «Stai bene? Sono arrivati anche qui?!» ansimò.
   «Cosa, i Replicatori? No, non li abbiamo visti né sentiti» rispose Giely. «Ma dimmi, è proprio necessario spostare i pazienti? Molti di loro sono ancora in condizioni critiche!» si lamentò. Accanto a lei Zahak stava aiutando il fratello Yo’rek a camminare. Oltre alla frattura in sé, Yo’rek soffriva ancora gli effetti del potente sedativo. Camminava come un sonnambulo, biascicando frasi sconnesse, a stento consapevole di cosa gli accadeva intorno.
   «Credimi, non c’è alternativa. Quelle macchine infernali consumano tutto ciò che trovano. Hanno già ucciso Malek» rivelò il Capitano, ancora scosso. «Hanno un acido che scioglie il metallo, permettendogli d’intrufolarsi ovunque. Tra poco questa base ne sarà del tutto infestata».
   «E va bene» si arrese Giely. «Forza voi in fondo, muovetevi! Tutti alle scale di servizio!» esortò. Lei stessa sostenne uno dei feriti, impedendogli di accasciarsi.
   Il gruppo mosse verso le scale, con penosa lentezza, dal momento che dovevano adeguarsi al passo dei più deboli. Mitchell e Vidarr aprivano la fila, con le armi spianate. Seguivano i feriti, sorretti da medici come Giely, ma anche da militari come Zahak. In retroguardia stavano Rivera e Naskeel, quest’ultimo con una pistola al plasma in luogo dell’arma perduta. Poiché il centro di comando era dietro di loro, si aspettavano che un eventuale attacco dei Replicatori giungesse dalle retrovie. Perciò rimasero sorpresi quando udirono le urla provenire dall’inizio della fiumana.
   «Replicatori!» urlarono più voci, mischiate agli spari. La piccola folla ondeggiò, sul punto d’invertire la direzione di fuga.
   «No, non disperdetevi! Nessuno deve allontanarsi da solo! Se vi perdete è finita!» gridò Giely, cercando di tenerli uniti.
   «Fate passare, fate passare!» tuonò Rivera. Non esitò a spintonare i feriti per giungere in testa al gruppo, così da aiutare gli altri. Sbucando dall’assembramento, trovò una situazione drammatica. Il corridoio era invaso da “tarantole” che zampettavano sul pavimento, sulle pareti, persino sul soffitto. Mitchell e i suoi facevano un fuoco serrato, ma non bastava a respingerli.
   A un tratto alcuni Replicatori raggiunsero Vidarr, arrampicandosi su di lui. Se il Vanir pensava che la sua armatura ultratecnologica lo avrebbe protetto, si sbagliava. I Replicatori presero subito a smontarla con spaventosa efficienza. Ruppero i tubi di respirazione, s’insinuarono nelle giunture, aprirono un comparto sulla schiena e attaccarono i circuiti. Vidarr cercò di scrollarseli, ma l’armatura limitava i suoi movimenti, impedendogli di raggiungersi la schiena. Naskeel intervenne in suo aiuto, strappandogli di dosso i Replicatori come aveva già fatto con se stesso. Così però due dei migliori tiratori del gruppo erano impegnati e non potevano aiutare gli altri.
   Rivera affiancò Mitchell, e insieme a una manciata di guardie continuarono a sparare. Contro di loro non venivano solo piccoli ragni, ma anche grandi coleotteri. Erano più facili da colpire, ma tanto robusti che servivano più colpi per finirli. E i loro resti erano cannibalizzati dalle tarantole.
   «Stavolta la vedo male» ammise il Colonnello. «Mi spiace d’avervi coinvolti in questa guerra».
   «Non ci ha costretti nessuno. E non è ancora detta l’ultima parola» ribatté il Capitano.
   In quella un triplice puntatore laser, rosso come il sangue, si appuntò sul carapace di un coleottero. Seguì un potente colpo al plasma, che disintegrò il bersaglio. Il plasma era così rovente che i micro-blocchi furono liquefatti, impedendo di riciclarli. Seguirono altri due colpi, in rapida successione, che distrussero altrettanti coleotteri. Allora ci fu agitazione fra i Replicatori, che interruppero l’assalto e si guardarono attorno, cercando di localizzare l’aggressore.
   Anche i fuggitivi cercarono di capire chi li stesse aiutando. I colpi venivano da più avanti, dove il corridoio sembrava vuoto. Alcuni però colsero un movimento: una sagoma umanoide, intuibile solo nei contorni, come un gioco di luce. Per un attimo i suoi occhi arcigni brillarono di un blu elettrico.
   «Che diavolo?!» imprecò Mitchell, prendendola di mira.
   «No, fermo! Quella è la nostra One Woman Army!» lo trattenne Rivera. «Sei arrivata al momento giusto» le si rivolse.
   «Ho un debole per le entrate a effetto» ammise Shati, con voce alterata dalla maschera. Era da tempo che non indossava la panoplia di un Cacciatore Yautja, ma ricordava come muoversi. Si tenne invisibile e attaccò i Replicatori con un fuoco concentrato. I suoi colpi al plasma, sparati dal cannoncino fissato alla spalla, ne distruggevano parecchi alla volta. Approfittando dell’incertezza dei Replicatori, gli altri armati ripresero animo, sparando contro la massa brulicante. Naskeel aveva intanto liberato Vidarr, così che entrambi poterono unirsi all’attacco. I Replicatori si trovarono presi nel fuoco incrociato. La gragnola era così fitta che le paratie ne furono arroventate; allora quelli che zampettavano sul soffitto e sulle pareti presero a cadere.
   Il doppio attacco gettò i Replicatori in uno stato di frenesia. Localizzata la direzione da cui venivano i colpi al plasma, vi si diressero. Ma Shati rovesciò sul pavimento il contenuto di una fiala, formando una pozzanghera bluastra e ribollente. Quando i Replicatori provarono ad attraversarla, presero a sciogliersi per via dell’acido molecolare, ancor più potente del loro. Intanto, sull’altro fronte, le forze del Colonnello continuavano a crivellarli, tenendoli a distanza. I pochi che superavano il fuoco di sbarramento erano prontamente schiacciati da Naskeel. L’enorme numero di Replicatori era considerevolmente diminuito. Stavano cedendo, vinti dalle armi e dall’acido.
   «Coraggio, ce la facciamo! Non demordete!» gridò Rivera, sovrastando a stento il fragore.
   Sull’orlo dell’annientamento, i Replicatori tentarono un’ultima offensiva, radunandosi su una paratia per superare la pozzanghera acida. Ma Shati era pronta. «State al centro del corridoio!» gridò, prima di lanciare una lama rotante, rasente la paratia. La ruota dentata mulinò, spezzando le zampe dei ragni meccanici, che caddero miseramente nella pozza ribollente. La lama invece si conficcò nella paratia di fondo. Gli ultimi Replicatori furono abbattuti a colpi di phaser o di pistole al plasma.
   «È finita?» chiese Mitchell, asciugandosi il sudore dalla fronte.
   «Quasi» disse Rivera, indicando un ultimo coleottero che si scagliava contro la Cacciatrice invisibile. Era grosso come un cinghiale e altrettanto veloce; attraversò la pozza d’acido ormai rappreso senza rallentare.
   Shati si rese visibile, così che il Replicatore puntasse dritto su di lei. All’ultimo momento sparò col cannoncino al plasma, centrando i delicati meccanismi sul muso. Il coleottero fu ribaltato indietro, sul carapace. Sebbene avesse la testa disintegrata, continuò a zampettare freneticamente, nel tentativo di raddrizzarsi. Allora Shati impugnò la lancia Yautja, estendendola al pieno della lunghezza, e lo inchiodò al suolo. Ci furono una pioggia di scintille, un ronzio elettronico, e le zampe smisero di dibattersi. Il coleottero prese a sfaldarsi nei micro-blocchi che lo costituivano, per favorire il riciclo da parte dei Replicatori che sarebbero subentrati.
 
   «Bella caccia» commentò Shati, e ritrasse la lancia. «Venite avanti, non temete. L’acido si è rappreso» assicurò.
   La piccola folla avanzò esitante fra i resti fumiganti dei Replicatori. Qua e là alcuni ragni muovevano ancora le zampette, cercando di ripararsi; furono distrutti con tiri precisi. La maggior parte dei presenti però aveva occhi solo per Shati, ora visibile.
   «Che mi venga... cosa diavolo è?!» esclamò Mitchell, che non l’aveva ancora riconosciuta.
   Shati indossava la panoplia da Cacciatore Yautja che aveva conquistato tempo prima, quand’era naufragata su una versione post-apocalittica del suo mondo. L’armatura si componeva di numerosi pezzi, alcuni originali, altri creati in seguito da Irvik per adattarsi alle sue misure. L’arcigna maschera, munita di puntatore laser, era originale, come l’arma al plasma fissata alla spalla sinistra. I dreadlock della criniera le scendevano ai lati della maschera, rendendola simile al proprietario originale. Per il resto, la Caitiana era sovraccarica d’armi da taglio, quasi tutte ripiegate per occupare poco spazio. Era come se dieci guerrieri provetti fossero stati fusi in uno, creando la quintessenza del combattente.
   «Come, non mi riconosce? Sono la timoniera poco seria» rivelò Shati. Ripiegò la lancia e se l’agganciò sulla schiena. Poi andò a recuperare la lama rotante. Tutti si fecero da parte al suo passaggio.
   «Il suo equipaggiamento è notevole» riconobbe Vidarr.
   «Quindi tutti gli allenamenti erano superflui?!» chiese il Colonnello, sconcertato.
   «Gli allenamenti non sono mai superflui» rispose Shati. La sua voce era alterata dall’apparato fonico, che la rendeva più bassa e meccanica. Regolò il visore della maschera, passando da una frequenza d’onda all’altra. Doveva riabituarsi a quell’equipaggiamento, a quello stile di vita. Ricordi del passato riaffiorarono, alcuni esaltanti, altri dolorosi. Ricordi di cacce, di lotte all’ultimo sangue, di amici che non era riuscita a salvare. Ma la Caitiana li scacciò, seguendo i consigli del suo mentore Slicer, che le aveva insegnato a concentrarsi sul presente. Le aveva anche detto che, una volta indossata la panoplia da Cacciatore, non bisognava deporla senza aver versato del sangue... chissà se l’olio di macchina era un valido sostituto.
   «Muoviamoci, le scale sono vicine» esortò Shati. Staccò la ruota dentata dalla paratia e con un movimento secco la ripiegò, ritraendo le lame affilatissime. Dopo di che se l’agganciò in cintura. Un buon Cacciatore deve sempre recuperare le sue armi.
   «Su, svelti!» rincarò il Capitano, esortando il gruppo a rimettersi in marcia. L’evacuazione dei feriti riprese, sotto la scorta di quanti erano ancora abili al combattimento.
   «Ce ne sono altri di quei mostriciattoli?» chiese uno dei feriti.
   «Temo proprio di sì» rispose Mitchell. «Gli abbiamo dato una scorciata, guadagnando un po’ di tempo. Minuti, forse ore. Ma torneranno all’attacco, ancora più numerosi. Non si fermeranno prima d’aver assimilato questa base. Il che mi costringe a una decisione difficile» aggiunse, senza entrare nei dettagli.
 
   Per fortuna Shati aveva ragione: in breve raggiunsero le scale. Non era facile, per i feriti, salire tanti gradini. Ma ora più che mai non ci si poteva fidare degli ascensori. «Maggiore, a lei il comando» disse Mitchell, rivolto a Vidarr. «Porti questa gente all’hangar e poi sulla Destiny. State molto attenti a non portarvi dietro dei Replicatori!» raccomandò.
   «Lei non viene, Colonnello?» chiese Vidarr.
   «Ho ancora un dovere da compiere» disse Mitchell. Poi si rivolse agli avventurieri: «Vorrei che mi accompagnaste. Credo avremo bisogno anche di lei per procedere, dottoressa».
   «Di che sta parlando?» chiese Giely.
   «Ma certo, il Protocollo d’Eutanasia» disse Rivera, ricordando gli ultimi ordini di Malek.
   «Andiamo, svelti. Zahak, venga con me!» ordinò il Colonnello. Imboccò le scale per scendere, mentre il resto del gruppo le risaliva. Zahak lo seguì, con la tipica lealtà dei Jaffa, dopo aver affidato ad altri il fratello ferito. Scomparvero nella tromba delle scale, malamente illuminata.
   «Mannaggia. Naskeel, Shati, seguiteci!» ordinò Rivera, volendo contare sui migliori combattenti. E seguì Mitchell nella sua discesa.
 
   Di lì a poco erano nel settimo e ultimo livello del Duat, nella camera blindata di Astarte. L’antica Goa’uld si mosse debolmente, come se percepisse che la sua ora era giunta. Il Colonnello si recò a un pannello di controllo, attivando la schermata dell’eutanasia. Poi accese il microfono, in modo che Astarte potesse udirlo.
   «Sono il Colonnello Mitchell dell’Egida» si presentò. «Devo informarla che questo carcere è stato invaso dai Replicatori, creature meccaniche che non possiamo fermare. Nell’impossibilità d’evacuare tutti i prigionieri, devo attenermi agli ordini, e impedire che questa crisi si traduca in un’evasione di massa. Dunque, con l’autorità delegatami da Tok’ra e Jaffa, mi vedo costretto ad applicare il protocollo d’eutanasia. La sentenza sarà eseguita mediante gas nervino e sotto controllo di un ufficiale medico. Siamo dolenti che la sua lunga condanna trovi questo triste epilogo, ma non dipende dalla nostra volontà. Questo è tutto... proceda, dottoressa Giely» ordinò il Colonnello.
   La Vorta indugiò davanti al pannello di controllo. I comandi erano intuitivi: bastava poco per rilasciare il gas nervino nel cilindro di contenimento. Sarebbe stata una morte rapida e – forse – indolore. Era anche nel rispetto della legge, a quanto pareva. Ma Giely non riusciva a levarsi dalla mente l’idea che fosse contraria a una legge più elevata di quella che regolava il carcere. Le sue mani esitarono sui comandi, infine ricaddero. Volse le spalle al pannello e si accostò al cilindro di contenimento, per osservare Astarte, o ciò che ne restava. Vide una creatura sfinita, sofferente, consumata da millenni di solitudine... e ne ebbe pietà.
   «Dottoressa, che sta facendo? Abbiamo poco tempo!» la pressò Mitchell.
   «Vuol parlarmi di tempo? Questa creatura è stata rinchiusa per più di tremila anni!» ribatté la Vorta. «Là fuori intere civiltà sono fiorite e cadute, la Galassia è cambiata in modi impensabili. E lei era sempre qui, a fissare queste pareti e chiedersi se l’avreste mai fatta uscire. Millenni d’agonia... solo per finire così? Con noi che capitiamo qui e l’ammazziamo per paura che si liberi? Non riesco a chiamarla giustizia».
   Né Giely, né gli altri notarono che il microfono era ancora aperto, ragion per cui Astarte udiva tutto ciò che si diceva sul suo conto. Sentendo che la dottoressa intercedeva per lei, la Goa’uld alzò debolmente il capo grigiastro, in una muta richiesta di soccorso.
   «Non è che mi sia venuto l’uzzolo di ucciderla. Dottoressa, ha visto che minaccia stiamo affrontando!» obiettò il Colonnello. «Gli ordini sono chiari, i prigionieri vanno terminati. Specialmente questa!» disse, scrutandola torvo.
   «I suoi crimini sono davvero così abietti?» chiese Giely.
   «Era la sposa di Ahriman, ha partecipato alle sue azioni contro...».
   «... contro i Signori dei Goa’uld!» ricordò la Vorta. «Insomma, non ha agito molto diversamente dai vostri eroi delle squadre SG. È stata imprigionata per millenni... non sappiamo nemmeno se sarebbe ancora al fianco di Ahriman».
   «È una Goa’uld!» protestò Mitchell. «Loro sono tutti uguali, e non cambiano mai!».
   «Davvero? Che cosa sono i Tok’ra, se non i Goa’uld dissidenti?» insisté Giely. «Ascolti, so d’essere nuova da queste parti, e di non potervi giudicare. Ma questa creatura è stata imprigionata così a lungo che ormai non sarà nemmeno più la stessa di un tempo. Se la guardo, vedo un’esule che ha perso ogni cosa. Il suo mondo, i suoi affetti... tutto ciò che aveva è cenere. E ne provo solo compassione. Io non credo che sia giusto ucciderla, non credo che ne abbiamo il diritto» concluse.
   Cadde il silenzio, rotto inaspettatamente da Zahak. «Penso che la dottoressa abbia parlato con saggezza. Dovremmo seguire il suo consiglio» disse.
   Il Colonnello lo guardò sorpreso. «Eri l’ultimo da cui me l’aspettavo» disse.
   «Signore, più questa guerra diviene sanguinosa, più mi trovo a pensare che non basta vincerla. Dobbiamo anche vincerla nel modo giusto, altrimenti... che vinca Ahriman» sussurrò il Jaffa.
   «Mi unisco alla richiesta di grazia» disse Rivera, commosso dalle parole della compagna.
   Naskeel però era d’altro avviso. «La vostra pietà potrebbe diventare un’arma in mano al nemico. Non dimenticate che questa crisi è dovuta alla volontà di Ahriman di liberare Astarte» disse.
   «Sono d’accordo: in guerra non bisogna mai dare al nemico ciò che vuole» rincarò Shati.
   Mitchell sospirò, passando lo sguardo da Giely ai comandi. «La scelta ricade su di me, ma devo ammettere che mi ha dato molto su cui riflettere, dottoressa. Forse questo è il momento di mostrare una certa umanità, persino nei confronti di chi non è umano. Sempre che la nostra pietà non avvantaggi il nemico» ragionò, lacerato fra opposte considerazioni. «L’unica certezza è che questa scelta avrà pesanti ricadute, nel bene o nel male. Mi chiedo solo a chi toccherà scontarle». La sua mano si mosse verso il pannello. Giely trattenne il fiato, certa che avrebbe rilasciato il gas nervino...
   Il Colonnello disattivò la schermata, riportando i parametri ambientali in condizione standard.
   La Vorta espirò. Anche Mitchell aveva un cuore, dunque. Nel suo cilindro, Astarte si lasciò ricadere, sollevata. Non le era sfuggito il nome di colei che l’aveva salvata: dottoressa Giely. Era stata la prima a preoccuparsi per lei, in... più tempo di quanto riuscisse a ricordare.
   «Okay, adesso che si fa? I Replicatori sono sempre qui, e presto ci sommergeranno» avvertì Shati, frustrata.
   «Proveremo a evacuare le prigioni» decise il Colonnello. «Del resto i Goa’uld sono facili da portar via, finché restano nei cilindri». Così dicendo lasciò la camera blindata, seguito dagli altri.
   «Senza il teletrasporto dovremo trasferirli manualmente. Resta poco personale per occuparsene. E coi Replicatori in circolazione abbiamo i minuti contati!» protestò Shati.
   «Sono consapevole degli ostacoli» disse Mitchell, senza rallentare. Prese il comunicatore e contattò i livelli superiori, ordinando a tutto il personale abile di radunarsi e scendere per trasferire i prigionieri. Mentre il Colonnello parlava, lui e gli altri risalirono le scale fino al livello precedente, il sesto. Lì si trovava la maggior parte dei Goa’uld, in cilindri che affollavano i saloni.
   «Sono troppi, non ce la faremo» avvertì Naskeel.
   «Prima cominciamo, più ne trasporteremo» disse Mitchell, ormai risoluto. «Naskeel, Shati, restate qui con me. Iniziamo a sganciare i cilindri dai supporti. E avvertitemi se vedete traccia di Replicatori!» raccomandò. Finora nei livelli più bassi non se n’erano visti, ma era ottimistico credere che non ce ne fossero. Probabilmente erano ancora pochi e se ne stavano nascosti, intenti a moltiplicarsi, per attaccare solo quando avessero avuto la forza dei numeri.
   «E noi, signore?» chiese Zahak.
   «Portate al sicuro la dottoressa, riunitevi al resto del personale e tornate qui coi rinforzi, per raccogliere i cilindri» stabilì il Colonnello.
   «Come vuole, signore. Saremo di ritorno a minuti» disse il Jaffa, e riprese a salire le scale. Rivera e Giely lo seguirono, mentre il resto del gruppo si tratteneva nelle profondità del Duat.
 
   I tre risalirono al quarto livello, quello in cui avevano già affrontato i Replicatori. Qui incrociarono un gruppetto di guardie che stavano scendendo, dopo aver accompagnato i feriti all’hangar. «Capitano, può confermare gli ordini? Dobbiamo scendere di nuovo per salvare i Goa’uld?!» chiese un ufficiale, esprimendo il malumore che serpeggiava tra loro.
   «Questi sono gli ordini del Colonnello» confermò Rivera.
   «Ma il Comandante Malek aveva ordinato il Protocollo d’Eutanasia! Perché dovremmo trasgredire al suo ultimo ordine?!» protestò un altro.
   Rivera, Giely e Zahak esitarono. Avevano tutti chiesto al Colonnello d’avere pietà dei detenuti, ma ora stentavano a giustificarsi davanti alle guardie arrabbiate. E a rigor di legge i carcerieri avevano ragione: stavano trasgredendo agli ordini.
   «Sentite, prima iniziamo e prima finiamo...» disse il Capitano. Ma in quella il plotone si scostò, tra esclamazioni di sorpresa e sgomento. Qualcuno era appena giunto dal corridoio.
   «Chi ha annullato i miei ordini?» chiese una voce familiare. Non poteva essere...
   Le ultime guardie si scostarono, e Rivera si trovò faccia a faccia col Comandante Malek. Era coperto di sangue e sembrava avere una paresi facciale, ma era indubbiamente vivo. Tanto vivo da andarsene in giro con le sue gambe.
   «Lei... ma... com’è sopravvissuto?!» farfugliò il Capitano. Era convinto che i Replicatori lo avessero fatto a pezzi.
   «Non si muova, devo visitarla!» disse Giely, accostandosi col tricorder medico. Tutto quel sangue la inquietava... e cos’era quella strana gobba sulla schiena?
   «I Replicatori sono più... complessi del previsto» disse Malek, biascicando per via della paralisi facciale. «Ma è un bene che abbiate trasgredito al mio ordine. I prigionieri devono restare in vita».
   La dottoressa gli girò attorno, preoccupata... ed ebbe un moto d’orrore. Aveva notato un Replicatore, simile a una tarantola ma più grosso e complesso, abbarbicato alla schiena del Comandante. Numerosi aghi erano conficcati alla base del cranio e nella spina dorsale, segno che l’ordigno si era connesso al suo sistema nervoso. Si era connesso per controllarlo. «Ha un Replicatore nel cervello!» strillò Giely, balzando indietro.
   In quella una porta accanto a lei si aprì, vomitando un’altra fiumana di Replicatori. Erano così veloci che in pochi attimi la tagliarono fuori dal gruppo. La Vorta gridò, arretrando precipitosamente per non essere raggiunta.
   «Giely!» gridò il Capitano. Fece per raggiungerla, ma i Replicatori si erano frapposti tra loro. Erano troppi per superarli con un salto, e non osava camminarci in mezzo, per timore d’esserne travolto e finire come Malek. Ma Giely era tagliata fuori, e se non la soccorreva...
   «Resista, dottoressa!» gridò Zahak. Era armato con una lancia Jaffa, ma non perse tempo a sparare contro la massa brulicante. Piuttosto si servì della lancia come di una pertica. La puntò sul pavimento, in mezzo alle tarantole, e sfruttò l’appoggio per spiccare un salto degno di un atleta olimpionico. Superò di volata i Replicatori e atterrò accanto alla Vorta, così che non restasse indifesa.
   Subito il Jaffa ritrasse la lancia, scrollando un paio di ragni che l’avevano afferrata. Allora sparò contro i Replicatori, mentre Rivera e le guardie li colpivano dall’altro lato. Ma fu subito chiaro che nemmeno così li avrebbero eliminati. Erano troppi e si muovevano troppo svelti.
   «Allontanati, Giely! Zahak, la protegga!» gridò il Capitano, maledicendosi per non essere stato più veloce. Doveva esserci lui con Giely, non il Jaffa. Almeno la Vorta era con un amico fidato; ma erano entrambi in pericolo mortale.
   «La difenderò, lo giuro!» s’impegnò Zahak, sempre sparando contro i Replicatori. Era un tiratore provetto, ma nemmeno lui poteva eliminarne abbastanza da aprire un passaggio. Il Jaffa e la Vorta indietreggiarono sempre più, fino a svoltare l’angolo, sparendo alla vista.
 
   Sconvolto, Rivera dovette arretrare verso le scale... e si trovò vicinissimo a Malek. O a ciò che ne rimaneva. L’ex Comandante camminò tranquillamente in mezzo ai Replicatori, che non lo toccarono. Evidentemente lo riconoscevano come uno di loro.
   «Mio Dio, cos’è diventato?!» mormorò il Capitano. Regolò il phaser su stordimento e gli sparò a bruciapelo, in pieno petto. Malek vacillò, ma si resse in piedi, e continuò ad avanzare con totale sprezzo del pericolo. Non osando sparare per uccidere, Rivera e gli altri furono costretti ad arretrare. Risalirono un’intera rampa di scale, sbucando nei corridoi del terzo livello, quello dove avevano lasciato gli ingegneri. Qui si fermarono, non volendo salire ulteriormente senza aver risolto il problema.
   «Ultimo avvertimento, Malek, o qualunque cosa sia. Si fermi o apriremo il fuoco!» minacciò il Capitano.
   Finalmente l’ex Comandante si arrestò; ma non per collaborare. «Computer, attivare il Protocollo di Quarantena. Autorizzazione Malek 747-Omega!» ordinò con voce stentorea.
   La reazione fu immediata. In ogni livello del carcere squillò una sirena, seguita da un avviso automatico: «Attenzione, avviato Protocollo di Quarantena contro Rischio Biologico. Tutti i livelli saranno isolati fino al termine dell’emergenza. Al personale è severamente vietato lasciare il proprio livello. Grazie per la collaborazione».
   Un massiccio portone blindato calò dal soffitto, isolando le scale dal corridoio. Non si poteva più salire né scendere. Lo stesso accadde in tutti gli altri livelli del carcere. Le scale erano inagibili e anche gli ascensori furono bloccati. Ogni piano era isolato, per contenere un immaginario rischio biologico. Ma il risultato fu che in quasi ogni livello c’erano persone bloccate assieme ai Replicatori. Questi non dovevano fare altro che moltiplicarsi, fino a travolgere ogni resistenza. E i difensori del Duat non potevano più fuggire.
   Rivera si figurò le conseguenze. Mitchell, Naskeel e Shati erano bloccati al sesto livello, assieme ai prigionieri Goa’uld; e non si poteva escludere che qualche Replicatore fosse sceso fin lì. Mentre Giely e Zahak erano isolati nel quarto livello, quello più infestato dai Replicatori. A quel pensiero il Capitano fu invaso dal terrore, che si mutò in collera contro il responsabile. Regolò il phaser su uccisione e lo puntò in faccia all’ex Comandante.
   «Mi ascolti bene, Malek! Adesso lei ordinerà al computer di cessare la quarantena e riaprire i livelli. Lo faccia, o giuro che la uccido!» minacciò il Capitano. Anche le guardie lo tenevano sotto tiro, aspettando l’ordine di sparare. In precedenza avevano esitato, perché vedevano ancora in lui il loro Comandante. Ma ormai avevano compreso la situazione ed erano pronte a far fuoco.
   «Perché resistete? Noi cerchiamo solo un modo per coesistere. L’evoluzione non risiede nella carne o nel metallo, ma in una combinazione d’entrambi...» disse Malek, facendosi avanti senza alcun timore. I suoi occhi erano senza vita, la voce monotona. Il sangue si era rappreso e la pelle cominciava a ingrigirsi. Agli occhi di Rivera, apparve spaventosamente simile a un Borg.
   «Dalle mie parti, noi resistiamo così!» ringhiò il Capitano, e aprì il fuoco. A quel segnale anche le guardie spararono. Il raggio phaser e i colpi al plasma crivellarono Malek, disintegrandolo. Il Replicatore che gli avvinghiava la schiena cadde a terra, con le estremità arroventate. Per qualche secondo nulla si mosse. Rivera stava già per agganciare il phaser in cintura, quando udì uno stridio metallico che non gli piacque per niente. Rialzò lo sguardo... e restò impietrito.
   Il Replicatore si era rialzato e si stava riconfigurando come un meccano. I suoi micro-blocchi si rimodulavano con incredibile rapidità e precisione, dandogli proprietà quasi liquide. Interi arti furono riassorbiti, mentre nuove appendici scaturivano dal corpo centrale. Sotto gli occhi sconvolti dei presenti, il Replicatore divenne bipede. Braccia e gambe si allungarono, mentre le nuove protrusioni si arcuavano, formando una gabbia toracica. La parte superiore si riconfigurò completamente, divenendo un teschio ghignante. Il Replicatore si era trasformato in uno scheletro umanoide, fatto di metallo. La differenza era che non gli servivano muscoli né tendini per muoversi. Né gli servivano occhi per vedere, o una lingua per parlare. Niente tessuti molli, solo duro metallo per adempiere al suo scopo.
   «Non potete opporvi al progresso. Le specie evolvono costantemente in base alla selezione ambientale. Arroccatevi nella forma attuale e vi estinguerete, poiché l’evoluzione vince sempre». La voce meccanica uscì dalla bocca senza guance e senza labbra.
   «Credo che ci evolveremo ad ogni passo che ci porterà lontano da voi» ribatté il Capitano, e aprì il fuoco col phaser a piena potenza. L’effetto fu modesto, perché l’essere si riconfigurava in continuazione, rigenerando le parti distrutte. Ma quando le guardie spararono a loro volta, crivellandolo di colpi al plasma, il danno divenne troppo esteso. I micro-blocchi metallici furono liquefatti, impedendo la rigenerazione. Passo dopo passo, lo scheletro si assottigliò, cannibalizzando se stesso, fino a crollare in una pozza di metallo fuso. Il teschio ghignante fu l’ultimo a liquefarsi, come se ridesse anche della morte.
   «Wow...» mormorò Rivera, contemplando la pozzanghera fumigante. Poteva aver distrutto quel mostro, ma il danno ormai era fatto: i livelli del Duat erano isolati. «Non per molto» si disse. Indirizzò il raggio phaser contro il portone blindato, con l’idea di tagliarlo lungo i bordi. Lo aveva già fatto in altri luoghi, con porte e portelli che gli intralciavano la via. Stavolta però qualcosa non andava: il phaser colpiva il metallo, ma questo non voleva saperne di tagliarsi. Accorgendosi che stava scaricando il phaser, Rivera dovette fermarsi. Non poteva affrontare i Replicatori con un’arma a secco. Si avvicinò al portone e accostò la mano, arrivando a tastarlo cautamente: non si era nemmeno scaldato. «Impossibile!» protestò.
   «Inutile, Capitano» disse una delle guardie. «Quello è naquadah, un metallo superdenso. Lo stesso di cui sono fatti gli stargate. Le nostre armi manuali non possono scalfirlo. Ne servirebbero di ben più potenti. Purtroppo l’armeria si trova al primo livello e non possiamo raggiungerla».
   Rivera lasciò il portone, scornato. La superiorità tecnologica di quel cosmo si stava rivelando esiziale. Si chiese se c’era un altro modo per aprirsi la via, e concluse che non potevano farlo con la forza bruta. L’unica speranza era agire attraverso il computer, ma ciò richiedeva un esperto.
   In quella giunse Irvik, con altri ingegneri. Il frastuono della sparatoria aveva attirato la loro attenzione, richiamandoli dalla centrale. Con loro c’era Ottoperotto, che ronzò sui resti dello scheletro Replicatore, facendo chissà quali analisi. «Insomma, si può sapere che succede? Che avete combinato, per tutti i protoni?!» chiese il Voth.
   «Il primo allarme del Comandante era corretto, c’è davvero un’infiltrazione di Replicatori» spiegò il Capitano. «Per questo abbiamo evacuato l’infermeria. Volevamo evacuare anche i prigionieri, invece di ucciderli, ma i Replicatori ci hanno travolti e divisi. Si sono impossessati di Malek e gli hanno fatto dare un falso allarme di quarantena, per isolare i livelli e intrappolarci. Giely è bloccata sotto di noi, in un livello infestato di Replicatori, col solo Zahak a difenderla. Mitchell, Naskeel e Shati sono ancora più giù, ugualmente in pericolo» riassunse.
   «Che ne è di Malek? Lui è l’unico che potrebbe riaprire i livelli!» disse Irvik.
   «Ehm... questo è ciò che ne resta» ammise Rivera, accennando alla pozzanghera di metallo fuso.
   «Non voglio neanche sapere perché l’avete fatto» si lamentò il Voth, portandosi una mano alla fronte. «Quindi ora mi tocca hackerare il computer per riaprire i livelli».
   «Sì, e prima è, meglio è» confermò il Capitano. «Fallo per Giely... e anche per noi. Credo che i Replicatori possano muoversi da un livello all’altro, in barba al lockdown».
   Mentre Rivera parlava, tutti udirono un ticchettio insistente, come di zampette metalliche in rapido movimento. Ma i corridoi di quel livello erano vuoti: non c’erano Replicatori in vista. Allora compresero che il ticchettio veniva dai condotti dentro le pareti...
 
   Giely e Zahak correvano per gli androni del quarto livello, inseguiti dai Replicatori. Il Jaffa si teneva in retroguardia e ogni tanto si volgeva per sparare un colpo. A complicare le cose, l’illuminazione aveva ceduto quasi del tutto; restavano solo i faretti d’emergenza. Poco alla volta, comunque, i due fuggitivi riuscirono a distanziare i Replicatori, finché anche il ticchettio si perse in lontananza. Allora si fermarono, ansanti.
   «Non li sento più... li abbiamo seminati?!» chiese la Vorta, piegata in due dalla fatica.
   «Per il momento» rispose il Jaffa. Sebbene fosse un agente in ottima forma, anche lui aveva il fiatone. «Ma ci troviamo in un livello isolato e quelli aumentano di continuo. Li rivedremo presto».
   «Allora che facciamo?!» chiese Giely, angosciata.
   Zahak si guardò attorno, rimuginando. «Se vaghiamo nei corridoi, sarà facile imbatterci in qualche Replicatore. All’Egida insegnano che quando le forze nemiche sono soverchianti, la cosa migliore è nascondersi. Non sarà eroico, ma può salvare la vita» raccomandò.
   «D’accordo, allora dove ci nascondiamo?».
   «Beh... dato che il centro di comando è compromesso, direi che l’ambiente più riparato che resta in questo livello è l’infermeria. E ha più di un ingresso, quindi se i Replicatori attaccassero da una parte, potremmo fuggire dall’altra» ricordò il Jaffa.
   «Vada per l’infermeria» approvò la Vorta. «Non credo che sia lontana».
   «No, infatti... speriamo solo di non confonderci, con questa luce precaria...» mormorò Zahak, sforzandosi di ricordare il percorso. Nella penombra i corridoi sembravano diversi. Più spettrali.
   I due ripresero a correre, col Jaffa in testa, sempre armato di lancia. Ad ogni bivio la puntava in avanti, accertandosi che la via fosse libera. D’un tratto il comunicatore della dottoressa si attivò. «Rivera a Giely, mi senti?!».
   La Vorta si affrettò a premerlo per rispondere. «Qui Giely, ti ricevo».
   «Grazie al Cielo! Stai bene, querida? Zahak è lì con te?» si preoccupò il Capitano.
   «Sì, stiamo entrambi bene» confermò la Vorta. «Abbiamo seminato i Replicatori, per il momento. Stiamo andando in infermeria per barricarci dentro. Ma l’unico modo per uscire da questa situazione è bypassare il Protocollo di Quarantena e riaprire i livelli».
   «Sì, Irvik e gli altri cervelloni ci stanno lavorando» assicurò Rivera. «Per adesso continuate col vostro piano. Barricatevi in infermeria e cercate di non farvi notare. Non so quanto ci vorrà per sbloccare i livelli... può darsi che dovremo superare la notte. So che siete stanchi, come tutti, ma cercate di vegliare, okay? Io vi contatterò ogni ora, per accertarmi che stiate bene. E se in qualunque momento i Replicatori vi attaccano, avvertitemi. Non so cosa potrò fare, ma... avvertitemi».
   «Intesi» disse Giely.
   «Coraggio, querida, supereremo anche questa. A presto».
   «A presto, mi amor. Giely, chiudo».
   Un po’ confortata, la Vorta tornò a prestare attenzione a dove si trovavano. Constatò che avevano raggiunto l’infermeria. Zahak era riuscito a orientarsi, malgrado tutto.
   «Ci siamo. Entri, presto!» la sollecitò il Jaffa, scrutando ansiosamente il corridoio, per ora vuoto.
   Giely varcò l’ingresso, augurandosi con tutto il cuore che l’interno non brulicasse di Replicatori. Le sue speranze furono esaudite. L’infermeria era semibuia e spettrale, come tutto il livello, ma non sembrava infestata. Non si vedevano Replicatori, né si udiva il loro ticchettio. «Via libera» disse la Vorta.
   «Bene» fece Zahak, entrando a sua volta. Bloccò la porta con un codice, perché non si riaprisse automaticamente al primo venuto. Poi corse all’altro ingresso, bloccando anche quello. «Dovremmo essere al sicuro, per il momento» disse, controllando che la porta fosse effettivamente sigillata.
   «Non so... quei ragni possono infiltrarsi ovunque» disse Giely, ancora col fiatone per la corsa. Si guardò attorno, esaminando il salone principale dell’infermeria. Erano soli, dato che i feriti erano stati evacuati, e per il momento non c’era traccia di Replicatori. Ma le cose potevano cambiare molto in fretta. Quegli ordigni potevano consumare il metallo, quindi erano in grado di farsi strada anche lì. Bastava che ne entrasse uno, non visto, e in breve si sarebbe moltiplicato a dismisura.
   «Gli ingegneri troveranno il modo di sbloccare i livelli, così potremo risalire» disse il Jaffa, fiducioso. «Fino ad allora dobbiamo resistere. Le suggerisco di riposare, dottoressa. Riprenda le forze per quando torneremo in azione. Io farò la guardia» promise. E si piantò davanti all’ingresso, con la lancia in pugno.
 
   «... appena gli ingegneri avranno sbloccato i livelli vi avvertiremo, così potrete risalire. Per adesso mantenete la posizione e cercate di passare inosservati. Vi contatterò a scadenza oraria, per accertarmi che stiate bene. Intesi?» fece il Capitano, rivolto alla prima squadra.
   «Intesi» rispose Naskeel. «Ma suppongo che a questo punto non ci resterà il tempo di portar via i prigionieri».
   «Temo proprio di no» convenne il Capitano. «Comunque per adesso non fate nulla che possa rivelare ai Replicatori che vi trovate lì. Resistete... come stanno resistendo gli altri. Spero che presto potremo rivederci tutti. Rivera, chiudo».
   «Bell’affare!» mugugnò Shati, che passeggiava nervosamente avanti e indietro, ancora rivestita della panoplia Yautja. «Se ce ne fossimo andati subito, invece di perdere tempo...».
   «Inutile piangere sul latte versato» disse il Colonnello Mitchell. «Ormai la situazione è questa. La nostra salvezza non dipende da chi ha più armi, ma dal lavoro degli ingegneri là sopra. Il meglio che possiamo fare, come ha detto il Capitano, è starcene buoni e non attirare l’attenzione». Così dicendo sedette con la schiena addossata a una parete, per riposarsi.
   «Sì, sperando che non siano i Replicatori a trovarci!» borbottò Shati. Si aggirò nel salone semibuio, le cui uniche fonti di luce erano nei cilindri di contenimento dei Goa’uld. Si trattava di luci crude che piovevano dall’alto, mostrando i parassiti, ma senza diffondersi nell’ambiente. Faceva uno strano effetto camminare in mezzo a quei cilindri brillanti, mentre tutto il resto era in ombra. La Caitiana si guardò attorno, cambiando più volte lunghezza d’onda, in cerca del minimo segno di movimento. «Certo che, di tutti i posti in cui restare intrappolati, una prigione Goa’uld era l’ultimo che avevo in mente. E state fermi, brutti mostriciattoli! Sennò vi friggo seduta stante!» ringhiò, puntando il cannoncino al plasma contro alcuni parassiti irrequieti.
   «Niente disintegrazione» le ricordò Naskeel.
   «Sì, lo so. Dicevo così per dire» si giustificò Shati, in tono annoiato. Mentre gli altri restavano fermi in un angolo, lei continuò ad aggirarsi tra i cilindri, irrequieta. A un tratto si fermò. «Signori, qui c’è qualcosa che dovete vedere» avvertì.
   Il Colonnello sospirò e si rialzò, ignorando la stanchezza. Lui e Naskeel zigzagarono tra i cilindri di contenimento, fino a raggiungere la Caitiana. «Allora, che c’è di così urgente?» chiese Mitchell.
   «Guardate» disse Shati, indicando il cilindro davanti a sé. Secondo la targhetta, lì era custodita Serqet, uno dei Goa’uld più pericolosi. Loro stessi l’avevano vista poche ore prima, durante l’ispezione. Ma adesso la camera di contenimento era vuota. Orribilmente, innegabilmente vuota. Il motivo era evidente: una piccola porzione del cilindro era sciolta. Il parassita serpentino non aveva stentato a insinuarsi nel piccolo foro, sfuggendo alla secolare prigionia.
   «Ma cosa...» fece Mitchell.
   «E non è l’unica» aggiunse Shati. Indicò una fila di cilindri che da lì arrivavano alla parete opposta. Anche quelli erano tutti perforati e vuoti. «La mia ipotesi è che almeno un Replicatore sia arrivato fin qui. Però, invece di moltiplicarsi, quel bastardo ha cominciato a liberare i Goa’uld. Siamo nei guai, Colonnello» avvertì la Caitiana.
   Come a darle ragione, un suono echeggiò nel salone semibuio. Non era il ticchettio metallico dei Replicatori. Somigliava piuttosto al sibilo di un serpente. O di parecchi serpenti.
   «Oh, merda» imprecò Mitchell, impugnando la pistola al plasma. Sembrava che avrebbero pagato a caro prezzo la sua compassione per i detenuti.
 
   
 
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Serie TV > Star Trek / Vai alla pagina dell'autore: Parmandil