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Autore: Parmandil    07/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 6: Ragni e serpenti
 
   «Allora, puoi farlo?» chiese il Capitano, ansioso.
   «Non se mi state tutti col fiato sul collo!» ribatté Irvik, che si era seduto a una consolle di controllo e stava combattendo contro le cifrature del computer. Ingegneri e guardie erano tornati nella centrale energetica, il punto nevralgico del terzo livello, quello che dovevano difendere a tutti i costi dai Replicatori. Senza energia, infatti, non avrebbero più riaperto i portoni blindati che isolavano ogni livello del carcere sotterraneo.
   «Okay, lasciamolo lavorare» disse Rivera, scostandosi dalla consolle. Le guardie lo imitarono, permettendo al Voth e agli altri tecnici di concentrarsi sul difficile compito.
   «È una faccenda complicata, sa. Non avevo mai visto un computer del genere» disse Irvik, che aveva attivato così tanti oloschermi da esserne praticamente circondato. «Di base è tecnologia Goa’uld, ma piena di upgrade. Ci sono codici Jaffa, Tok’ra, Terrestri... alcuni persino Asgard».
   «Con quelli credo di poterla aiutare» si offrì Vidarr. Anche lui era rimasto bloccato nel terzo livello, mentre scendeva per dare manforte agli altri. L’alieno uscì dalla sua armatura, danneggiata dopo lo scontro coi Replicatori. Sedette accanto a Irvik e prese a esaminare i codici con lui. «Sì, queste cifrature sono opera dei miei cugini Asgard. Le lasci a me» disse con la sua vocina naturale. «C’è qualche problema?» aggiunse, notando che le scaglie di Irvik si erano arrossate dall’imbarazzo.
   «No, è solo che, progrediti come siete, mi aspettavo che usaste i vestiti» borbottò il Voth. Almeno il piccolo alieno grigio al suo fianco sembrava asessuato. Ma Irvik lo trovava comunque disturbante. Del resto che poteva aspettarsi, da una specie che si riproduceva per clonazione?
   Vidarr lo scrutò coi grandi occhi, neri e insondabili, e si mise al lavoro senza ribattere. Anche i tecnici locali davano manforte, ma sfortunatamente gli specialisti informatici erano stati evacuati al primo allarme, così che non restavano esperti di computer. E il processore del Duat era ultra-protetto, per scongiurare le evasioni. Ora però tutti quei livelli di sicurezza facevano il gioco del nemico.
   Il Capitano intanto misurava a grandi passi il salone, frustrato. In quel momento si sentiva inutile. Non poteva aiutare gli ingegneri, né sbloccare i portoni in altro modo. Poteva solo unirsi alle guardie nel pattugliare la centrale energetica, e nell’affrontare i Replicatori, qualora avessero attaccato di nuovo. Approfittò dell’attesa per fare qualche domanda sul nemico che stavano affrontando. Ma aveva difficoltà a concentrarsi: pensava a Giely, bloccata nel livello sottostante, col solo Zahak a difenderla. Il tempo gli pareva dilatato: ogni minuto era lungo come un’ora. Appena fu trascorsa la prima ora d’orologio, effettuò la chiamata di controllo.
   «Rivera a Giely, come va lì da voi?» chiese col cuore in gola.
   «Qui Giely, confermo che va tutto bene. Siamo sempre al sicuro in infermeria e non c’è traccia dei Replicatori. Ritengo che possiamo resistere tutta la notte» rispose la Vorta, con voce tranquilla. Al Capitano parve fin troppo ottimista... ma forse Giely stava cercando di confortarlo. Di non farlo sentire in colpa per l’accaduto.
   «Beh, finalmente una buona notizia. Restate lì dove siete, verremo a prendervi appena possibile. A presto, querida» disse, cercando di suonare altrettanto incoraggiante.
   «A presto, mi amor. Giely, chiudo» salutò la Vorta.
   Un po’ confortato, Rivera tornò al suo giro di pattuglia, rimuginando sugli ultimi eventi. A quanto aveva capito, i Replicatori seguivano una logica di sciame simile a quella degli insetti. Quindi forse erano attratti dalle concentrazioni di risorse... e di potenziali vittime. Questo spiegava perché avevano attaccato dapprima il quarto livello, dove si concentrava il personale, ma adesso che era quasi del tutto evacuato lo snobbavano. Il loro interesse doveva essersi spostato altrove, ai livelli ancora affollati. Ad esempio gli ultimi tre... ma se i Replicatori erano usati come arma da Ahriman, dovevano essere programmati per non nuocere ai detenuti. In tal caso, l’unico altro livello ancora affollato era il terzo.
   «Cioè quello in cui ci troviamo» si disse il Capitano. A quel pensiero si guardò attorno con ancora più attenzione. Non voleva allarmare gli ingegneri, per non distrarli; ma era sempre più convinto che il prossimo attacco di Replicatori sarebbe stato rivolto contro di loro.
   Qualche metro più in alto, anche Ottoperotto ispezionava il salone, facendo le sue considerazioni. Nel suo caso, però, ragionava come un robot riparatutto. E le sue valutazioni ruotavano attorno al problema energetico. Per moltiplicarsi a quel ritmo, infatti, i Replicatori non abbisognavano solo di metallo da lavorare in micro-blocchi. Gli serviva anche energia per alimentarsi: tanta energia. E da dove attingerla, se non dal reattore?
   L’Exocomp si recò a una consolle, connettendosi tramite delle micro-fibre. Cercava una perdita energetica che fosse localizzata nelle vicinanze. Una perdita non così grave da far squillare gli allarmi, ma compatibile con l’attività dei Replicatori... in particolare della Regina. In breve la trovò. Era subito sopra il reattore, nello spessore del soffitto, dove scorrevano i cavi di distribuzione dell’energia. L’elemento più sospetto era che in quella zona non c’erano danni strutturali dovuti a crolli. Nulla che giustificasse la perdita di potenza.
   Ora che aveva una traccia, Ottoperotto entrò in azione. Ispezionò la parte alta del salone, finché trovò quel che cercava. Era un foro di una ventina di centimetri che immetteva in un condotto di manutenzione. Uno dei tipici fori, scavati con l’acido, che i Replicatori usavano per infiltrarsi ovunque. L’Exocomp non perse tempo: allargò il pertugio con i suoi strumenti e s’immise nel condotto. Solo una volta all’interno ebbe una breve esitazione. Aveva constatato con che velocità i Replicatori scomponevano qualunque tecnologia. Se gli fossero arrivati addosso con le loro tenaglie, lo avrebbero smontato in fretta.
   Ottoperotto esitò per 0,47 secondi. Per un’Intelligenza Artificiale, era una decisione lunga e sofferta. Infine giunse alla conclusione che doveva rischiare. Disattivò i sistemi non essenziali, per ridurre l’output energetico e rendersi più difficile da rilevare. Le sue lucette si spensero, il suo ronzio calò d’intensità. Così in incognito, l’Exocomp percorse il condotto, diretto verso la perdita d’energia.
 
   Molto più giù, nel sesto livello, gravava un silenzio teso. Mitchell, Naskeel e Shati avanzavano cautamente fra i cilindri di contenimento, in cerca dei Goa’uld evasi. I segni d’effrazione con acido indicavano che qualche Replicatore ne era responsabile; ma al momento la maggior preoccupazione era la fuga dei parassiti.
   «Come si comportano i Goa’uld in questi casi? Attaccano, fuggono, si nascondono?» chiese Shati, volendo anticipare le loro mosse.
   «Io... non saprei» ammise Mitchell.
   «Come?! Lei è un Colonnello dell’Egida... e non lo sa?!» protestò la Caitiana.
   «Sono seicento anni che l’umanità non combatte i Goa’uld. Nessuno di noi li aveva mai affrontati prima» si difese Mitchell. «Ho solo le antiche fonti su cui basarmi. E comunque ci troviamo in una situazione anomala. Di solito i Goa’uld controllano corpi umani e combattono con quelli. È difficile prevedere cosa faranno, finché sono confinati nella loro forma naturale».
   «Uhm, di solito i parassiti sono furtivi. O si nascondono, o si avvicinano di soppiatto alle vittime, per coglierle di sorpresa...» mormorò Shati, ricordando la sua esperienza coi facehugger. Poiché il salone era semibuio, a parte i cilindri di contenimento, regolò il visore sugli infrarossi. Il Colonnello le apparve come una sagoma umanoide color arancione scuro nella testa e nel busto, lievemente più chiaro negli arti. La tipica segnatura termica degli Umani. Naskeel invece appariva d’un bianco abbagliante, per via del suo ardore tholiano. Ma non erano i colleghi il suo oggetto d’interesse. La Caitiana si guardò attorno, cercando quel fugace bagliore rossastro sul pavimento che le avrebbe indicato la presenza di un Goa’uld fuggiasco. Non ci volle molto prima di scorgerne uno.
   L’istinto da predatrice scattò in Shati. Con riflessi fulminei puntò il laser contro il bersaglio e fece fuoco, rilasciando un micidiale proiettile di plasma che scavò un cratere sul pavimento. Il boato risuonò nel salone e i cilindri di contenimento oscillarono sulle loro colonnine. Per un attimo il lampo di calore accecò la visione termica della Caitiana.
   «Tenente!» esclamò Mitchell.
   «L’ho visto, era proprio lì!» si giustificò Shati.
   «E l’ha colpito?».
   «Non ne sono sicura» ammise la Caitiana. Se l’aveva colpito in pieno, allora lo aveva disintegrato. Altrimenti doveva continuare a cercare.
   «Lei usa armi troppo potenti, perbacco! Così non capiamo nemmeno se ha fatto centro» la redarguì Mitchell, sempre guardandosi attorno, con la pistola al plasma in pugno. La sua inquietudine cresceva a ogni momento. Dai cilindri vuoti, sapevano che parecchi Goa’uld si erano liberati... allora perché non li vedevano?
   Un sibilo attirò la sua attenzione. Il Colonnello si volse appena in tempo per vedere un Goa’uld appollaiato sopra uno dei cilindri di contenimento. Ce n’erano parecchi in quella posizione, mentre loro li cercavano sul pavimento. «Attenti!» gridò, sparando contro la creatura; ma ottenne solo di frantumare la teca, liberando un altro parassita.
   Naskeel e Shati capirono all’istante. Alzarono lo sguardo, trovandosi circondati da Goa’uld che gli balzarono addosso; ma i parassiti avevano fatto male i conti. I due che attaccarono Naskeel non avevano idea di cosa fosse un Tholiano. Scoprirono a loro spese che non potevano introdursi nel suo corpo cristallino e rovente. Naskeel se li strappò di dosso, afferrandoli per il collo, e li tenne nella sua stretta incandescente. Si udì un crepitio come di una friggitrice, misto al lamento d’agonia dei parassiti. Un acre odore di bruciato si diffuse nell’aria, mentre i Goa’uld si dibattevano come anguille in padella. Infine il Tholiano li lasciò cadere, carbonizzati e col collo spezzato.
   Lì accanto, anche Shati lottava con accanimento. A differenza del collega, lei non era invulnerabile ai parassiti e quindi doveva tenerli a distanza. Ne disintegrò uno che le balzava addosso, cogliendolo a mezz’aria con un colpo al plasma. Un altro lo afferrò, sempre a mezz’aria, e poi lo inchiodò al muro con le lame scaturite dal suo bracciale. Un terzo parassita le arrivò addosso, tentando d’insinuarsi negli interstizi dell’armatura, in cerca della carne da perforare. Riuscì quasi a raggiungerle il collo, ma gli spessi dreadlock della criniera lo ostacolarono, facendogli perdere secondi cruciali. Con un ringhio leonino, Shati lo agguantò e se lo strappò di dosso a viva forza. Tenendolo per la coda, lo sbatté più volte contro il muro, fino a tramortirlo. Infine lo sbatté al suolo e gli schiacciò la testa col piede, spappolandola. Le cervella del parassita disegnarono una scia vermiglia sul pavimento.
   Esaurito il raptus, la Caitiana si guardò attorno, ansante. Vide Naskeel che afferrava un altro Goa’uld, distendendolo per la sua lunghezza, e lo tranciava in due col suo becco da rapace. Decisamente il Tholiano non correva rischi... ma il Colonnello? Shati si girò e lo vide, messo all’angolo da un Goa’uld. Stava per aiutarlo, ma Mitchell fu più veloce: sparò al parassita, facendogli saltare via la testa. Fu l’ultimo atto della schermaglia: non c’erano altri Goa’uld in vista.
   «C’è mancato poco» ansimò il Colonnello, riponendo la pistola al plasma. «Signori, siete stati fenomenali. Lei in particolare continua a sorprendermi, Shati. Tutta la sua gente è così?» chiese. Sembrava una domanda innocente; non immaginava quanto in realtà fosse dolorosa.
   «Direi proprio di no» rispose Shati, mesta. «I Caitiani sono considerati pacifici ed evoluti. Io purtroppo non sono mai stata alla loro altezza. In passato credevo fosse colpa del mio sangue».
   «Che intende?» s’incuriosì il Colonnello.
   «Beh, deve sapere che in realtà sono Caitiana solo per metà» rivelò Shati. «Per l’altra metà sono Kzinti. Lei non li conosce, ma... sono pessimi soggetti. Crudeli, schiavisti, persino antropofagi. Pensavo che tutti i miei difetti venissero da loro. Ma certe esperienze mi hanno fatto cambiare idea. È inutile rovesciare la colpa sui miei antenati, come se non fossi responsabile delle mie azioni. Suppongo che abbiamo tutti un lato bestiale da tenere a bada. Io faccio più fatica di altri. Così cerco di disciplinarlo. Mi sono fatta addestrare come Cacciatrice per imparare il controllo. Adesso, se mi tocca combattere, cerco di farlo per una giusta causa. Non so se abbia senso... spero di sì» disse, osservando i resti maciullati dei Goa’uld . Nella foga della battaglia era facile considerarli solo dei mostri, ma sapeva che erano creature senzienti, proprio come lei.
   «Credo che abbia senso, eccome» la confortò Mitchell. «Qui combattiamo tutti in difesa di qualcosa. E siamo stati fin troppo clementi coi detenuti. Se ora ci attaccano, abbiamo il diritto di usare la forza letale per difenderci».
   «A proposito dei Goa’uld» disse Naskeel, «finora ne abbiamo uccisi sette. Ma in totale ci sono otto teche infrante. Quindi uno dei parassiti è ancora in circolazione» avvertì.
   «Ne è certo? Ha contato il primo colpo di Shati?» si accigliò il Colonnello, a cui i conti non tornavano.
   «Non siamo certi che quel colpo sia andato a segno. E potrebbero esserci altri Goa’uld evasi, da altre stanze» precisò il Tholiano.
   «Questo è vero» ammise Mitchell. «Beh, allora stiamo in guardia. Al primo segno di presenza ostile, aprite il fuoco» ordinò.
   I tre si allontanarono di qualche passo l’uno dall’altro, così da coprire più spazio mentre ispezionavano il salone. Controllarono sia a terra che sulle teche, ma non trovarono niente, tanto che passarono alla sala successiva. All’apertura della porta scorrevole, Shati si trovò di fronte un’ampia segnatura termica. Si trattenne appena in tempo dall’aprire il fuoco. Quelli non erano Goa’uld... erano umanoidi. Due Jaffa, per la precisione.
   «Fermi, non sparate!» gridò Mitchell, rivolto a tutti. Passato il primo attimo di sorpresa e timore, tutti abbassarono le armi. I Jaffa si presentarono come guardie del carcere.
   «Che ci fate ancora qui? Credevo che questo livello fosse stato evacuato» disse il Colonnello.
   «Siamo stati trattenuti da alcuni Replicatori. Li abbiamo eliminati tutti, ma questo ci ha fatto perdere tempo, così siamo rimasti in trappola» spiegò uno dei Jaffa.
   Shati s’insospettì. Quei due avevano perso parecchio tempo per restare bloccati. Che in realtà fossero sotto il controllo di qualche Goa’uld evaso? Per fortuna la Caitiana aveva un modo per controllare, senza doverli aprire. Cambiò la lunghezza d’onda del visore, passando ai raggi X. In tal modo vedeva attraverso la pelle e i tessuti molli, che le apparivano semitrasparenti, fino a scorgere gli scheletri. Era una visione disturbante, per certi versi spaventosa, ma era ciò che le serviva al momento. Shati scrutò attentamente le guardie, in particolare nella zona del collo, in cerca di Goa’uld annidati. Provò varie lunghezze d’onda, in cerca di una visione sempre più nitida; ma non vide traccia di parassiti.
   «Sono puliti...» si rivolse a Mitchell. E restò agghiacciata. Il suo visore era ancora regolato sui raggi X, che le permettevano di vedere attraverso il Colonnello. Fu così che scorse, ben arrotolato attorno alle sue vertebre cervicali, il corpo serpentino di un Goa’uld.
 
   Ottoperotto si faceva strada lungo il condotto di manutenzione, diretto verso la perdita d’energia. Stando ai suoi sensori non mancava molto. Il condotto, prima silenzioso, trasmetteva ora dei suoni, sempre più forti man mano che l’Exocomp si avvicinava. C’era il ronzio elettrico di cavi ad alta tensione, misto al ticchettio dei Replicatori. Ma c’era dell’altro... la scheda sonora di Ottoperotto identificò il rumore di saldatori e altri strumenti meccanici. Superata un’ultima svolta, il robottino sbucò in una saletta di controllo degli iniettori. E si trovò innanzi alla Regina.
   Era un ordigno enorme, rispetto ai Replicatori che fabbricava senza posa. Il corpo era rigonfio, quasi sferico, e brillava d’un azzurro elettrico. Per confronto, le zampe apparivano sottili e deboli; certo non le conferivano grande velocità. La Regina infatti stava ferma e la sua unica incombenza era produrre incessantemente Replicatori d’ogni genere. Ottoperotto rilevò che era satura d’energia, rubata dai cavi a cui si era connessa come una sanguisuga. Il materiale da costruzione, già lavorato in micro-blocchi, le veniva portato da una lunga fila di tarantole. Era una catena di montaggio che non rallentava e non s’interrompeva mai.
   Ora che aveva conferma della sua ipotesi, l’Exocomp fece per ritirarsi. La sua idea infatti era avvertire le guardie, affinché eliminassero la Regina. Ma non poté attuarla, perché un portello di sicurezza si chiuse dietro di lui. La Regina lo aveva scorto e voleva impedirgli di fuggire. Al tempo stesso ci fu fermento fra le tarantole, che smisero d’alimentarla e zampettarono contro l’intruso.
   Ottoperotto elaborò rapidamente uno scenario d’attacco. Anzi, ne elaborò un centinaio, calcolando le probabilità di successo per ciascuno. Dopo di che scelse quello più efficace – uno dei pochi a superare il 50% di successo – e lo mise in pratica. S’innalzò il più possibile, per sfuggire alle tarantole che si ammassavano sotto di lui, e attivò il laser anteriore. Era uno strumento da riparazione e non aveva l’energia per distruggere i Replicatori, men che meno la gigantesca Regina. Ma non era quella l’intenzione. L’Exocomp indirizzò il laser verso il fascio di cavi, tranciandoli, così da privare la Regina dell’alimentazione. La luce azzurrina che pulsava al suo interno diminuì, pur senza estinguersi. Ma la cosa più importante fu che i cavi tagliati si piegarono tanto da toccare il pavimento metallico. In tal modo la scossa si trasmise ai Replicatori, friggendo i loro processori. Ottoperotto invece ne fu risparmiato, dato che fluttuava a mezz’aria. Per sicurezza l’Exocomp attivò il suo piccolo scudo, proteggendosi dalle scariche statiche che pervasero il vano. Poi, come previsto, gli ingegneri rilevarono il problema e isolarono quella linea. L’energia smise di sgorgare dai cavi recisi e la saletta cadde in penombra. Dai resti dei Replicatori saliva uno sfrigolio di morte elettronica.
   Ma il pericolo non era finito. La Regina era ancora operativa, grazie agli schermi supplementari che proteggevano il suo processore. E aveva immagazzinato abbastanza energia, nelle batterie che la riempivano, da funzionare a lungo. I suoi strumenti d’assemblaggio, simili ai cheliceri di un ragno, schioccarono con aria ostile. L’attimo dopo la Regina si strappò dai cavi ormai inutili e si scagliò contro l’Exocomp, con velocità notevole per la sua stazza. Era così massiccia che al robottino non bastava innalzarsi per mettersi fuori tiro. Ma questo non era mai stato parte del piano.
   Con uno squillo bellicoso, Ottoperotto accettò la sfida. Azionò il replicatore anteriore, dotandosi di strumenti offensivi simili a quelli della Regina, e ingaggiò uno scontro serrato. Erano entrambi Intelligenze Artificiali, capaci d’analizzare gli schemi d’attacco nemici e reagire nell’arco di millisecondi. La loro natura però li obbligava a seguire strategie diverse. La Regina era confinata a terra, ma poteva contare su una corazza resistente e su notevoli capacità d’autoriparazione. Ottoperotto era in grado di volare, e quindi poteva attaccarla dall’alto, cercando di colpire i punti vulnerabili. Tuttavia era meno resistente e meno capace di ripararsi da sé.
   I due apparecchi ronzarono e stridettero, impegnati in una lotta mortale. Ottoperotto volava come un moscone, con bruschi e imprevedibili cambiamenti d’assetto. Cercava costantemente di mettersi fuori tiro, per poi calare dall’alto, colpendo l’avversaria sul groppone. La Regina, dal canto suo, subiva molti colpi ma quasi nessun danno. I suoi sforzi erano indirizzati a ghermire l’avversario, per non lasciarlo se non dopo averlo smontato. In parecchie occasioni fu sul punto di riuscirci, ma ogni volta le sue appendici scivolarono sul guscio dell’Exocomp, così liscio e ovoidale da non offrire appigli. Tuttavia vi lasciarono dei graffi, che alla lunga potevano indebolirlo. E c’era sempre il rischio che lo intrappolasse in un angolo. In tutta la sua esistenza, Ottoperotto non aveva mai sostenuto una lotta così difficile. Dovette rivedere le sue stime tattiche, abbassando le probabilità di successo sotto il 50%. Eppure continuò a battersi, con una tenacia che avrebbe commosso gli avventurieri della Destiny.
 
   «C’è qualche problema, Tenente?» chiese quello che sembrava il Colonnello Mitchell.
   Shati non rispose. Stava ancora fissando il Goa’uld arrotolato attorno alle sue vertebre cervicali, ben visibile ai raggi X. Come poteva rimuoverlo, senza uccidere l’Umano? Cosa ancora più importante: da quando Mitchell era controllato dal parassita? Aguzzando la vista, la Caitiana notò le tracce di una ferita al collo che si stava rimarginando con incredibile velocità. Dunque il Goa’uld era appena entrato e stava ancora curando il suo ospite. Consolante, per certi aspetti; ma la prima questione restava aperta. E ogni secondo perso non faceva che accrescere i rischi.
   Fulminea, Shati diresse il puntatore laser contro il Colonnello, dritto contro la sua fronte. «Esci da questo corpo, schifoso parassita! O vi disintegro entrambi!» minacciò.
   «Ehi, ferma!». A quella vista i due Jaffa la presero di mira con le lance d’ordinanza. «Deponi le armi, mercenaria!» intimò uno dei due.
   In risposta, Naskeel puntò la pistola al plasma contro di loro. «Sei certa delle tue accuse?» chiese a Shati.
   «Assolutamente» confermò la Caitiana. «Il visore a raggi X mi permette di vedere il parassita nel suo corpo. Credo sia entrato poco fa, mentre eravamo distratti dal combattimento».
   «È impazzita, Tenente?! Ha visto anche lei che ho ucciso uno dei Goa’uld evasi!» obiettò Mitchell. Intanto però teneva le mani alzate.
   «Sì, lo hai ucciso per sviare i sospetti» ribatté Shati. «I Goa’uld si tradiscono spesso a vicenda... così ha detto Malek, che li conosceva bene. Vediamo, chi puoi essere? Riflessi rapidi, nessuna considerazione per i tuoi simili... scommetto che sei Serqet».
   «Lei ha perso il lume della ragione... no, anzi, scommetto che è lei il Goa’uld!» ritorse il Colonnello. «Ci ucciderà uno dopo l’altro con queste accuse che nessuno può verificare. Guardie, arrestatela. E se rifiuta di deporre le armi, uccidetela!» ordinò.
   «Ah! Pensi che questi Jaffa siano così idioti da obbedirti?!» rise Shati.
   «Deponga le armi, Tenente, o apriremo il fuoco» disse uno dei due, mentre entrambi la tenevano sotto tiro.
   «Groan, certo che sì!» mugugnò la Caitiana. «Signori, v’informo che le mie armi non hanno la modalità stordimento. Se cominciamo a sparare, vi faccio a pezzi. Quindi pensateci bene!» avvertì. Così dicendo regolò nuovamente il visore sui raggi infrarossi, più utili in combattimento.
   «Suggerisco di deporre tutti le armi e verificare le accuse del Tenente» disse Naskeel.
   «Non siete voi mercenari a dare gli ordini. Abbassate le armi, o al mio tre le guardie spareranno» minacciò il Colonnello. «Uno, due...».
   Accadde tutto in un attimo. Shati si girò e sparò un colpo al plasma contro la guardia più vicina, spezzandole la lancia tra le mani. Al tempo stesso Naskeel aprì il fuoco, stordendo la seconda guardia. Mitchell abbassò le mani, impugnando la pistola al plasma, e sparò a Shati. L’armatura parò il colpo, ma il sovraccarico d’energia l’avvolse come una miriade di fulmini, facendole drizzare la pelliccia. Shati balzò di lato, schivando un secondo colpo, e si nascose dietro un cilindro di contenimento, approfittando dell’ampio basamento. Allora Naskeel sparò contro Mitchell, mancandolo di poco e costringendolo a nascondersi a sua volta. Rimasto allo scoperto, il sorvegliante Jaffa raccolse la lancia del collega stordito e si rifugiò accanto al Colonnello.
   «Sei ferita?» chiese Naskeel, accorso presso la collega.
   «No, però si è fritta gran parte dell’elettronica, frell!» imprecò la Caitiana, pigiando inutilmente i comandi sul bracciale. «Ho perso l’occultamento... e anche il puntamento laser. Dovrò sbrigarmela alla vecchia maniera». Staccò l’arma al plasma dalla spalla, rimodulandola per avere il grilletto, e l’impugnò in modo tradizionale.
   A pochi metri di distanza, la guardia Jaffa si rivolse al Colonnello. «Signore, è proprio necessario scontrarci coi mercenari? Con tutti i problemi che abbiamo, dovremmo riflettere sulle priorità!» sostenne, in tono d’accusa.
   «Le priorità, eh?» fece Mitchell, squadrandolo. «Molto bene... tu sarai il primo» concluse, mentre i suoi occhi brillavano e la voce s’ispessiva, i tipici segni di possessione Goa’uld. Prima che il Jaffa potesse reagire gli sparò a bruciapelo, uccidendolo. Dopo di che infoderò la pistola e s’impadronì della lancia al plasma. Se la rigirò tra le mani, contemplandola come una vecchia amica che non vedeva da tempo. «Ah... non è come il mio modello personalizzato, ma basterà» disse. Si sporse dal riparo, scambiando alcuni colpi con Naskeel e Shati.
   Quando i colpi nemici furono sul punto di disintegrare il suo riparo, il Goa’uld balzò allo scoperto. Fece una capriola che in circostanze normali Mitchell non sarebbe mai riuscito a eseguire e rotolò al sicuro dietro un altro basamento. L’attimo dopo si sporse per rispondere al fuoco. Approfittando del nuovo angolo di tiro sparò a Naskeel, disintegrandogli la pistola, assieme ad alcune dita cristalline. Il Tholiano si ritrasse, disarmato.
   «Ah, questo mi ricorda i vecchi tempi su Abydos!» rise il Goa’uld.
   «Avevo visto giusto: sei Serqet» disse Shati.
   «Lo sono ancora? Non saprei... sono cambiate molte cose da allora» ribatté il parassita. «Ad esempio avevo un corpo ben diverso. Più giovane, più scattante... ero anche più carina, a detta di molti. Non avevo in programma il cambio di sesso, ma suppongo di dovermi accontentare!».
   Detto questo Serqet uscì allo scoperto, con un intenso fuoco di copertura. Sparò alle teche dei Goa’uld, liberandone altri, e infilò la porta, camminando a ritroso mentre sparava all’impazzata. Raramente gli avventurieri si erano imbattuti in un tiratore così rapido e preciso.
   «Ci penso io a lei!» ringhiò Shati, inseguendola.
   «Attenta, è un’ashrak» l’avvertì Naskeel, usando il termine che indicava i killer professionisti. Disarmato com’era, non poté darle manforte. Si trattenne nel salone, eliminando i Goa’uld appena evasi prima che potessero sgusciar via.
   Shati dovette strisciare lungo la parete per raggiungere la porta senza fare da bersaglio. Lì giunta si affacciò solo un istante, dando una rapida occhiata, ma non vide alcuna segnatura termica. Che Serqet fosse già passata all’ambiente successivo? La Caitiana fece irruzione, contando sulla protezione dell’armatura nel caso l’avversaria fosse in agguato. Ma ricevette una tremenda bastonata con l’asta della lancia, che le fece sfuggire l’arma al plasma. Serqet non era più avanti, si era acquattata proprio accanto all’ingresso.
   Shati reagì fulminea, afferrando l’estremità della lancia e distogliendola da sé, così che il Goa’uld non potesse prenderla di mira. Serqet si oppose con una forza prodigiosa e un’abilità nella lotta che era frutto di secoli d’addestramento. Combatteva senza risparmiarsi e senza il minimo riguardo per il corpo di cui s’era impossessata. Era chiaro che non avrebbe esitato un istante a sacrificarlo, per sostituirlo col prossimo che le fosse capitato a tiro. Shati invece esitava a ferire Mitchell, o peggio ancora a ucciderlo. Sperava ancora che fosse possibile salvarlo, rimuovendo il parassita. Ma nella furia del combattimento, l’esitazione rischiava d’esserle fatale. Il suo mentore Slicer l’aveva messa in guardia: quando un contendente lotta per uccidere e l’altro no, la vittoria va al primo. Del resto non era la prima volta che la Caitiana si trovava a dover uccidere un alleato, piuttosto che lasciarlo in preda a un parassita...
   «NO!» ringhiò Shati, lasciando che il suo lato Kzinti prendesse il sopravvento. Dette una testata a Mitchell, giovandosi della maschera metallica. Poi estrasse le lame da polso e tranciò in due la lancia a energia, mettendola fuori uso. Avrebbe potuto sferrare un affondo e sventrare l’avversario... ma esitò. Il Goa’uld ne approfittò per impugnare i tronconi della lancia. Colpì Shati tra capo e collo su entrambi i lati, e continuò a bastonarla con tale ferocia e rapidità da impedirle di reagire. Un colpo particolarmente violento le fece saltare via la maschera. Era quasi fatta... ancora una bastonata e le avrebbe spaccato il cranio. Ma Serqet non mise mai a segno quel colpo.
   Shati schivò l’attacco con una capriola e impugnò la lancia Yautja. Colpì di piatto l’avversario, con tutte le forze, scagliandolo all’indietro. Il corpo di Mitchell sbatté contro la parete e si accasciò.
«Fatica sprecata...» ghignò, sputando una boccata di sangue. Si stava già rialzando, ma in quella Shati gli sparò contro una rete di finissima trama metallica, finora ripiegata nel bracciale. Gli orli della rete si fissarono al muro, mediante piccoli ancoraggi magnetici. Dopo di che gli ancoraggi presero a risucchiare la rete, diminuendo lo spazio interno, così da immobilizzare la preda.
   Il Goa’uld ringhiò e si divincolò freneticamente, ma non c’era modo di sfuggire alla rete. Quando cercò di lacerarla con le mani, ottenne solo d’imprimersi a sangue le maglie metalliche sui palmi. Allora incrociò i bastoni, per evitare che la rete si stringesse tanto da triturarlo. Funzionò, perché gli ancoraggi smisero di risucchiare le maglie; ma ormai lo spazio vitale era così ridotto che Serqet era pressoché immobilizzata.
   «La tua fuga finisce qui!» ansimò Shati, puntandogli la lancia Yautja alla gola. «A tempo debito ti estirperemo dal Colonnello e ti metteremo di nuovo in scatola».
   «Non credo proprio» ghignò Serqet. «Anzi, sarai tu il mio lasciapassare!». I suoi occhi brillarono gialli un’ultima volta, mentre il parassita si districava dal corpo che aveva invaso. Emerse dal collo, schizzando sangue. Allora Mitchell si accasciò, privo di sensi, forse morente. Shati avrebbe voluto soccorrerlo... ma aveva un problema più urgente.
   Il Goa’uld – la vera Serqet – strisciò come un aspide sul corpo riverso del Colonnello. Approfittando della sua forma serpentina, s’insinuò tra le maglie metalliche della rete. E non appena fu all’esterno, fece un inaspettato salto da fermo, arrivando addosso a Shati. La Caitiana si difese con le lame da polso, ma lo mancò. Serqet le si avvolse attorno al braccio, con tale forza da costringerla a tenerlo disteso. Da lì prese a risalire verso il collo, sibilando famelica.
   Shati ebbe un tuffo al cuore. Se quel mostro si fosse impossessato di lei, nessun altro sarebbe stato al sicuro. Avrebbe potuto ingannare tutti, salire sulla Destiny e fare una strage. Non doveva permetterlo. Afferrò Serqet e cercò di strapparsela, tirando con tutte le forze che le restavano... ma invano. Che Serqet fosse più forte degli altri Goa’uld, o che lei fosse stanca per il combattimento, non riuscì a staccarsela di dosso. C’era qualcosa d’indomabile in quel parassita che avanzava verso il suo collo, centimetro dopo centimetro. Disperata, Shati estroflesse gli artigli da Kzinti e li piantò nella gola di Serqet. Solo allora, tirando con tutte le sue forze, riuscì a staccare almeno la parte anteriore del parassita. I due si fronteggiarono, stretti in quella lotta mortale.
   «Ne hai abbastanza?!» ringhiò Shati.
   Era quello che Serqet aspettava: che l’avversaria aprisse la bocca. Sgusciò fra le sue mani, lasciando che gli artigli le lacerassero la gola e il corpo serpentino. E s’introdusse nella bocca di Shati, per impadronirsi di lei alla maniera dei Tok’ra.
 
   «Perdita d’energia nella giunzione 3!» avvertì un tecnico.
   «Ma cosa... isolate la linea, presto!» esclamò Irvik, distogliendosi dall’intervento sul computer. Ci fu concitazione fra gli ingegneri. Lasciate le postazioni informatiche, corsero alle consolle energetiche, dove squillava un allarme. Le loro mani esperte corsero da un comando all’altro, dirottando l’energia, finché l’emergenza fu rientrata. L’allarme si spense e gli indicatori di potenza si normalizzarono.
   «Che diavolo è successo?!» chiese Rivera, accorso al primo squillo di sirena.
   «Una strana cosa, Capitano. All’improvviso c’è stata una grossa perdita di potenza nella terza giunzione della griglia di distribuzione energetica» spiegò Irvik, ancora scosso. «È come se qualcuno avesse tagliato i cavi. La scossa rischiava di danneggiare gli apparecchi circostanti, ma abbiamo isolato la linea in tempo. Adesso è tutto sotto controllo» garantì.
   «Uhm, puzza di sabotaggio. Pensi che siano stati i Replicatori?» chiese il Capitano.
   «Può darsi, anche se è strano. Loro hanno interesse a sfruttare l’energia per – beh – replicarsi. Non a interrompere il flusso» rispose l’Ingegnere Capo.
   «Comunque potrebbero essersi infiltrati lì» insisté Rivera. «C’è modo di controllare?».
   «C’è un condotto di manutenzione, anche se non mi azzarderei a infilarmi, sapendo che può essere pieno di Replicatori» spiegò un tecnico della base.
   «Magari Ottoperotto può dare un’occhiata... a proposito, dov’è finito?» fece Irvik, guardandosi attorno. Finché era concentrato sul computer non aveva notato la sua assenza, ma ora gli saltò subito all’occhio.
   «Forse non avremo tempo di occuparcene» avvertì Vidarr. In quella tutti i presenti udirono distintamente un ticchettio. Diventava più forte a ogni momento.
   «Il portone!» esclamò una delle guardie, notando che ne esalava del fumo lungo i bordi. I Replicatori stavano usando l’acido per scioglierlo. Il Jaffa si avvicinò, per verificare l’entità del danno, ma in quella il portone ormai tagliato fu rovesciato in avanti, schiacciandolo. Dall’ingresso aperto irruppe una marea di Replicatori, d’ogni foggia e misura. C’erano tarantole, coleotteri e molti altri modelli che i difensori non avevano ancora visto. E c’erano alcuni “scheletri” di metallo, simili a quello che avevano già affrontato. Curioso come le Intelligenze Artificiali tendessero ad assumere la forma degli esseri organici che volevano annientare...
   In un attimo scoppiò la battaglia. Rivera, Vidarr e le guardie aprirono il fuoco contro i Replicatori, che avanzavano col consueto sprezzo del pericolo. Gli ingegneri abbandonarono le postazioni, rifugiandosi dietro il cordone difensivo. Quelli fra loro che erano armati si unirono alla difesa. Ma i Replicatori continuavano ad avanzare, incuranti delle perdite.
   «Attenti al reattore! Se lo colpite saltiamo tutti in aria!» si disperò Irvik, inorridito nel vedere i colpi al plasma che balenavano a pochi metri dal nucleo pulsante.
   «Sentito? Se salta il reattore, saltate anche voi! Tutti, dalla Regina all’ultima blatta! È questo che volete?!» gridò il Capitano. In un impeto di disperazione, puntò il phaser contro il reattore. «Adesso conterò da dieci a zero. Se entro lo zero non vi ritirate, aprirò il fuoco. E ce ne andremo tutti in un lampo: noi, voi, i prigionieri. Quale che sia la vostra missione, non la porterete mai a termine!» minacciò. Contava sul fatto che i Replicatori non fossero lì di propria iniziativa, ma fossero usati per far evadere i Goa’uld. Ahriman non avrebbe mai sacrificato la sua amata Astarte... giusto?
   «Dieci... nove... otto...» contò Rivera ad alta voce.
   I Replicatori continuarono ad avanzare, calpestando i loro simili che erano stati distrutti dal fuoco di sbarramento. Così facendo costrinsero i difensori a pressarsi sempre più contro la parete di fondo.
   «Sette... sei... cinque...» proseguì il Capitano, la fronte imperlata di sudore. I Replicatori avanzavano, implacabili. Almeno lo stavano ascoltando? Capivano la sua minaccia?
   «Quattro... tre... due...».
 
   Naskeel lasciò il salone pieno di teche infrante e si affacciò sulla sala successiva. Era stata dura, ma era riuscito a eliminare tutti i Goa’uld fuggiaschi. Ora però era preoccupato per Shati, che aveva inseguito da sola Serqet. Oltre alla difficoltà pratica di affrontare quell’assassina provetta, la Caitiana aveva il sangue freddo necessario a uccidere Mitchell? Il Tholiano ne dubitava.
   Giunto nel nuovo salone, Naskeel assistette a una strana scena. Il Colonnello era riverso in un angolo, privo di sensi e intrappolato in una rete metallica. Molto astuto, riconobbe il Tholiano. Shati era in piedi, immobile, dando di spalle all’ingresso. Stava emettendo degli strani versi di gola.
   «Cos’è accaduto? Dov’è Serqet?» chiese Naskeel, impugnando una pistola Zat sottratta alle guardie. Aveva un orribile sospetto, che lo avrebbe costretto ad adottare una drastica contromisura.
   La Caitiana si girò lentamente, fissandolo con gli occhi gialli, che parevano brillare alla luce delle teche. Il Tholiano alzò la pistola, pronto a sparare, sia pur con riluttanza.
   In quella Shati sputò una boccata di sangue sul pavimento. Assieme al sangue c’era un oggettino solido. Naskeel si avvicinò, finché lo riconobbe: era la testa mozzata di un Goa’uld. Per la precisione, era la testa mozzata di Serqet. Allora il Tholiano notò che la Caitiana reggeva ancora il suo corpo serpentino, che palpitava come la coda di una lucertola. Lo gettò accanto alla testa, sprezzante.
   «Spiega» disse Naskeel.
   «Quando ho intrappolato il Colonnello, Serqet ha lasciato il suo corpo. Voleva impossessarsi di me» disse Shati con voce roca. «Quando l’ho agguantata, ha cercato d’entrare non dal collo, ma dalla bocca. Pessima idea. I Goa’uld sono abituati a parassitare gli Umani... che francamente sono indifesi come cuccioli. Ma il mio morso, beh... somiglia più a quello di una tigre del Bengala. Come questa parassita ha scoperto a sue spese» concluse, accennando ai resti senza vita di Serqet.
   «Capisco» disse Naskeel, infoderando la pistola. «Mi congratulo per la sua prontezza di riflessi. E per la creatività con cui ha incapacitato il Colonnello senza ucciderlo».
   Shati sorrise a quelle parole. «E dillo che sei felice di vedermi viva!» gongolò.
   Il Tholiano e la Caitiana si fronteggiarono, mentre su di loro gravava il silenzio. La situazione stava diventando quasi imbarazzante, ma Shati non voleva cedere prima d’aver avuto soddisfazione.
   «Sono felice di vederti viva, e non infestata» ammise infine Naskeel.
   «Evviva! Sono serviti cinque anni d’avventure, ma infine ho la tua approvazione» ironizzò Shati. «Gli Umani dicono che non si può cavar sangue da una pietra, ma almeno ho cavato una certa stima. Spero tu sappia che è ricambiata». Il suo sguardo andò alla mano del Tholiano, che aveva perso qualche dito nello scontro. «Mi spiace per le tue ferite. Sono gravi?» volle sapere.
   «No, affatto. Noi Tholiani non proviamo molto dolore, e come avrai notato non abbiamo sangue da versare. Inoltre siamo in grado di rigenerare interi arti. Per le dita basteranno pochi giorni» rivelò Naskeel.
   «Ah, i vantaggi di non essere fatti di cellule!» fece la Caitiana, sempre ironica. D’un tratto però si ricordò del Colonnello e tornò seria. «Temo che Mitchell non abbia la stessa fortuna. Un Goa’uld grosso come un’anguilla che entra ed esce dal collo avrà lasciato delle conseguenze. Vediamo che si può fare».
   I due si recarono presso il Colonnello, che giaceva ancora privo di sensi. Shati ritrasse la rete metallica nel bracciale, liberandolo dall’angusta prigione, e lo adagiò sul pavimento. Ora che poteva esaminarlo da vicino, si avvide che dalla ferita sul collo usciva sorprendentemente poco sangue. «Wow... dev’esserci qualcosa, nella fisiologia Goa’uld, che stimola una fenomenale rigenerazione dei tessuti. In effetti ha senso. Se così non fosse, le loro vittime morirebbero nel momento in cui le infettano» ragionò.
   «Sopravvivrà?» chiese Naskeel.
   «Spero di sì... anche se prima troviamo un medico, meglio è» rispose Shati. Prese il rigeneratore dermico che si portava appresso e lo passò sulla ferita dell’Umano. Con quello strumento poteva curare l’epidermide e gli strati sottostanti del derma; al limite anche il tessuto muscolare. Ma era preoccupata per i danni che il parassita poteva aver fatto più in profondità. Se Mitchell aveva un’emorragia alla carotide, o un danno al midollo spinale, lo avrebbero perso. «Frell, che stanno facendo i cervelloni là sopra? Quanto ci vuole a sbloccare i livelli?!» si lamentò.
   «Dobbiamo avere pazienza» disse il Tholiano. «Credo che anche loro stiano affrontando delle avversità. Forse peggiori delle nostre».
 
   Lo scontro fra Ottoperotto e la Regina dei Replicatori giunse a una svolta. Finora l’Exocomp aveva sferrato vari attacchi, colpendola in diversi punti, per farsi un’idea di quali fossero i più vulnerabili. Aveva tratto le sue conclusioni ed era pronto a verificarle. Per prima cosa attaccò le giunture delle sue zampe anteriori, recidendole. In tal modo compromise la sua già scarsa mobilità. Dopo di che la colpì sul groppone, non a caso, ma nei punti in cui aveva rilevato i regolatori di flusso. Attacco dopo attacco, riuscì a metterli fuori uso. E la Regina era troppo impegnata a combatterlo per auto-ripararsi.
   Accadde quindi che l’enorme potenziale energetico immagazzinato dalle batterie nell’addome della Regina fluisse al resto del corpo senza essere adeguatamente regolato. I sistemi si sovraccaricarono e sfrigolarono, mentre la temperatura superava i livelli di guardia. Con un ultimo, ardito affondo, Ottoperotto disattivò anche la griglia di dissipazione termica. Il calore aumentò a dismisura, provocando danni a cascata. La Regina stridette mentre i suoi circuiti fondevano. Un vapore rovente si sprigionò dal suo corpo globulare. Infine le batterie dell’addome cedettero, provocando un corto circuito. L’energia si liberò e stavolta le schermature non valsero a salvarla, perché la scossa veniva dall’interno. Fulmini azzurrini avvolsero l’ordigno, le scintille sprizzarono, mentre risuonava il suo ultimo lamento elettronico. Infine la Regina si accasciò, ridotta a un cumulo di hardware che puzzava di bruciato, la luce azzurrina spenta per sempre.
   «Be-beep!» trillò Ottoperotto, fiero della vittoria. Il suo guscio protettivo era tutto graffiato e una sezione si era quasi staccata, ma l’Exocomp non aveva riportato gravi danni. Andò al pannello di controllo e sbloccò l’uscita, deciso ad andarsene prima che arrivassero altri Replicatori. Appena il portello si riaprì, Ottoperotto infilò il condotto di manutenzione, percorrendo a ritroso il tragitto. Sapeva che la distruzione della Regina non bastava a sconfiggere i Replicatori: nella migliore delle ipotesi li avrebbe rallentati. Ma era il meglio che l’Exocomp potesse fare. Forse sarebbe bastato per dare agli altri il tempo di sbloccare i livelli ed evacuare la prigione.
 
   Nella centrale energetica i difensori erano ormai con le spalle al muro. I Replicatori attaccavano a ondate, incuranti delle perdite, zampettando sui resti sbriciolati dei loro simili. Le loro forme richiamavano vari artropodi, ma i più inquietanti di tutti si erano modellati come scheletri umanoidi.
Un esercito di scheletri, come in un antico racconto dell’orrore. Eppure erano esseri senzienti, sia pure artificiali e meccanici. Come tali dovevano avere un minimo istinto di conservazione, se non individuale, almeno collettivo. Ed erano lì per una missione, liberare i Goa’uld, che in caso di distruzione totale sarebbe fallita. Era questo che il Capitano stava mettendo alla prova.
   «Quattro... tre... due...» contò Rivera, mentre rivolgeva il phaser contro il reattore. Era surreale arrivare al due senza sapere ancora se avrebbe sparato o meno. C’erano valide ragioni per farlo, dopo ciò che i Replicatori avevano fatto a Malek. L’unica cosa che lo tratteneva era il pensiero dei compagni bloccati ai livelli inferiori, prima fra tutti l’amata Giely. Ma se i Replicatori prendevano il sopravvento, non avrebbero fatto lo stesso anche a loro? Al pensiero di Giely con uno di quegli orrori conficcato nel cervello, il Capitano si persuase a sparare.
   «Uno...» contò, il dito che già iniziava a fare pressione sul grilletto.
   In quella i Replicatori, di comune accordo, si fermarono. E iniziarono ad arretrare. Che fosse per la distruzione della Regina, o per la minaccia del Capitano, abbandonarono il terreno che avevano guadagnato sacrificando molti dei loro.
   «Cessate il fuoco!» ordinò Rivera alle guardie. Queste eseguirono, osservando con un misto d’incredulità e sollievo i Replicatori che battevano in ritirata.
   «È finita?!» si lasciò sfuggire uno dei tecnici.
   «Macché, questa è solo una ritirata strategica. Il pericolo finirà quando sbloccherete quei dannati portoni!» ribatté il Capitano. Continuò a tenere sotto tiro il reattore finché l’ultimo Replicatore ebbe lasciato il salone e il ticchettio si fu allontanato. Solo allora si azzardò ad abbassare il phaser.
   «Sentito, gente? Tutti al lavoro!» esortò Irvik, tornando alla postazione informatica. Gli altri tecnici lo imitarono. In breve il loro chiacchiericcio riempì di nuovo l’ambiente, mentre s’ingegnavano per superare i blocchi informatici. Di lì a poco riapparve anche Ottoperotto. Aveva il rivestimento danneggiato, ma le sue lucette sfavillavano d’orgoglio.
   «Ah, eccoti... che ti è successo, ragazzo?!» si stupì Irvik nel vederlo.
   «Individuata Regina Replicatrice in giunzione 3».
   «Ah, allora sei stato tu a fare quel casino!».
   «Bersaglio neutralizzato, be-beep!» annunciò l’Exocomp.
   «Tu hai...!» fece il Voth, incredulo. Ma le tracce di lotta sul guscio del robottino confermavano la sua testimonianza. «Parola mia, se continui così, un giorno ci starai tu sulla poltrona del Capitano!» commentò Irvik, prima di tornare al lavoro.
   Intanto le guardie cercavano di rimuovere i resti dei Replicatori, un compito tutt’altro che facile. Questi infatti tendevano a sfaldarsi nei micro-blocchi che li costituivano, diventando una polvere fine come farina. In effetti bisognava stare attenti a non respirarla, tanto che molti si coprirono bocca e naso con fazzoletti e mascherine improvvisate. Il problema più pressante, tuttavia, riguardava il portone d’ingresso. I Replicatori lo avevano tagliato con l’acido, così che non si poteva rimetterlo in posizione. La sala controllo era pericolosamente esposta a ulteriori attacchi. Per il momento non ci fu altra soluzione che piazzare di guardia la maggior parte degli armati, pur sapendo che potevano solo rallentare la marea dei Replicatori.
   Approfittando di quella breve tregua, il Capitano ripeté le chiamate di controllo. Dapprima sentì Giely, che gli confermò di stare bene. Lei e Zahak erano sempre in infermeria, e fortunatamente non avevano subìto attacchi. «Ha senso, visto che i Replicatori hanno preso di mira noi» pensò Rivera. Tuttavia non le disse dell’attacco, e men che meno d’essere stato sul punto di distruggere l’intera base. Non era una cosa che si potesse spiegare.
   La chiamata successiva, a cui rispose Shati, fu meno consolatoria. Il suo gruppo era stato attaccato dai Goa’uld evasi e se l’erano cavata a stento. Il Colonnello Mitchell era in condizioni critiche e necessitava di cure, ma l’infermeria era due livelli più su.
   «Resistete. E appena i portoni saranno sbloccati, salite! Non perdete tempo con l’infermeria della prigione. Ce ne andremo via e cureremo i feriti sulla Destiny» disse il Capitano. E non gli restò che aspettare.
 
   Su Duat non c’era alternanza di giorno e notte, dato che il pianeta era in rotazione sincrona con la sua stella. Tecnicamente nel carcere era sempre notte, dato che era stato scavato nell’emisfero in ombra. O era sempre giorno, poiché l’illuminazione era tenuta accesa e nessuno saliva mai in superficie a contemplare il cielo stellato. Di fatto, per comodità di vita e lavoro, si osservava un ciclo giornaliero di 24 ore, arbitrariamente suddivise in turni “diurni” e “notturni”. Stando a questa convenzione d’orologio, passò gran parte della notte prima che ci fosse una svolta.
   «Ci siamo!» esultò Irvik, alzandosi dalla consolle su cui aveva faticato per ore. «I livelli sono sbloccati. Tutti, da cima a fondo!». Da basso infatti salì il rumore dei portoni blindati che si sollevavano.
   «Non rilevo Replicatori nelle immediate vicinanze delle scale» aggiunse Vidarr. Così dicendo rientrò nella sua armatura, per non abbandonarla. A causa dei danni mantenne il casco ripiegato, così che il suo testone grigio rimaneva visibile.
   «Muy bien, ora recuperiamo i nostri e tagliamo la corda!» disse il Capitano. Aveva avuto ore per pianificare le mosse. Per prima cosa avvertì gli altri due gruppi della svolta.
   Al sesto livello Naskeel sollevò Mitchell, ancora privo di sensi, e mosse rapidamente verso le scale. Ad aprire la strada ci pensava Shati, che aveva rimesso insieme l’armatura, riavviando in parte l’elettronica. In retroguardia c’era invece il sorvegliante Jaffa superstite, con cui avevano chiarito l’equivoco. Raggiunsero rapidamente le scale, senza fare brutti incontri, e presero a salire.
   Al quarto livello, invece, Giely e Zahak rimasero in infermeria finché il Capitano venne a prenderli col grosso della squadra. S’era deciso infatti che per i due era troppo rischioso avventurarsi da soli in quel livello infestato. Mentre si affrettava verso l’infermeria, Rivera aveva i pensieri in tumulto. Alle sue chiamate di controllo era sempre stato risposto in termini rassicuranti. Ma poiché si confrontavano con un nemico così versato in tecnologia, il Capitano temeva che le loro chiamate fossero state intercettate, forse persino deviate. E se in realtà avesse sempre parlato con un Replicatore? E se entrando in infermeria l’avesse trovata brulicante di ragni? Se Giely avesse subìto l’atroce sorte del Comandante Malek? No, non doveva nemmeno pensarci...
   Sceso al quarto livello, il Capitano percorse i corridoi semibui. Maledisse fra sé l’architettura Goa’uld: le sezioni sembravano tutte uguali, non c’era uno straccio di segnaletica. Fosse stato per lui, si sarebbe perso. Per fortuna c’erano le guardie Jaffa che conoscevano la strada. Giunti innanzi all’infermeria, Rivera dette un avviso via comunicatore. Attese col cuore in gola, mentre l’ingresso veniva sbloccato da dentro. Finalmente la porta si aprì... e il Capitano si trovò una lancia Jaffa puntata al petto.
 
   «Sono io, Tenente» disse Rivera, mantenendo il sangue freddo. Fece segno alle guardie di restare calme.
   «Scusi, Capitano» fece Zahak, abbassando l’arma. «Dopo una notte come questa, volevo essere certo che non fosse un inganno dei Replicatori. Venga, dottoressa, siamo al sicuro!». Il Jaffa si fece da parte, permettendo a Giely di uscire per prima. Vedendo la sua sagoma minuta incorniciata dalla porta, il Capitano tirò un sospiro di sollievo.
   Dopo quella notte d’orrori e di terrore, la Vorta aveva una brutta cera. I suoi occhi erano cerchiati dalla stanchezza, con le palpebre pesanti; sembrava persino un po’ febbricitante. Avanzò lentamente, quasi crollando tra le braccia di Rivera quando lui la strinse.
   «Stai bene? Sembri molto stanca» si preoccupò il Capitano.
   «In effetti lo sono» ammise Giely, con voce assonnata. «Sai, abbiamo dovuto vegliare tutta la notte, per timore che quei ragni s’infiltrassero. Per fortuna non è successo». A un tratto si riscosse, fissandolo con apprensione. «Hanno attaccato il tuo gruppo, vero? Come li avete respinti?».
   «Te lo dirò quando saremo al sicuro. Presto, non c’è un secondo da perdere!» l’esortò Rivera.
   La squadra tornò rapidamente verso le scale. Il Capitano teneva la compagna a braccetto, mentre con l’altra mano impugnava il phaser. «Tutto a posto con Zahak?» indagò, sebbene non si aspettasse che il Jaffa avesse dato problemi.
   «Si è comportato tutto il tempo come se fosse la mia guardia del corpo, incaricata di proteggermi a costo della vita. Devi avergli fatto una bella ramanzina, prima di mandarlo in missione. Del resto questi Jaffa hanno un senso dell’onore degno dei Klingon» rispose Giely, ritrovando una parvenza di sorriso.
   «Già, anche Yo’rek era così... speriamo che torni in sesto» si augurò il Capitano.
   Tornati alle scale, trovarono ad aspettarli la squadra proveniente dal sesto livello. Naskeel reggeva il Colonnello Mitchell, ancora privo di sensi. Sebbene gli avessero sommariamente curato la ferita al collo, l’Umano era pallido per l’emorragia. Come lo vide, Giely dimenticò la stanchezza e lo analizzò col tricorder. «Ha avuto un trauma al collo... qui vedo lesioni profonde. Per adesso gli darò l’inaprovalina per stabilizzarlo. Appena saremo sulla Destiny me ne occuperò meglio. Ben fatto, comunque: lo avete salvato» si congratulò con gli altri. Praticò l’iniezione e tenne d’occhio il ferito mentre risalivano.
   Ben presto giunsero in cima alle scale, al primo livello del carcere; ma erano ancora a centinaia di metri nel sottosuolo. E c’era un solo modo per andarsene. «All’hangar, presto!» disse il Capitano. Percorsero i corridoi di volata, superando le occasionali macerie che non erano state ancora rimosse, e a questo punto non lo sarebbero mai state. Finalmente sbucarono nell’hangar. Il Centurion era lì ad aspettarli, più invitante che mai. Controllato che non ci fossero Replicatori in vista, entrarono di corsa. Dovettero stiparsi, perché tra tecnici e guardie erano un gruppo numeroso; ma la navicella riuscì ad accogliere tutti. Naskeel depose Mitchell in una cuccetta e Giely gli prestò le prime cure, attingendo all’armadietto medico.
   «Cos’è... accaduto...?» farfugliò il Colonnello, riprendendo conoscenza.
   «Un Goa’uld è entrato e uscito dal suo collo» rivelò la Vorta senza mezzi termini. «Per fortuna quegli esseri rimarginano le ferite, ma ciò non toglie che lei abbia subìto un grave trauma, quindi non si muova» raccomandò.
   «Ho... ucciso qualcuno?!» rantolò Mitchell, assalito dal rimorso.
   «No, Shati l’ha fermata in tempo. Ha anche ucciso il parassita, se ci tiene a saperlo» lo rassicurò Giely. «Ora abbiamo evacuato il carcere e stiamo tornando sulla Destiny» spiegò.
   «Devo... andare in cabina...» mugugnò il Colonnello, cercando di rialzarsi, ma la dottoressa lo tenne fermo.
   «Cosa crede di fare?! Lei è sopravvissuto, ma ciò non significa che stia bene. Oltre al trauma al collo, ci sono tutte le sberle che Shati ha dovuto darle per fermarla. Ad esempio, qui rilevo due costole incrinate» lesse Giely dal tricorder.
   «Fa niente, ne ho molte altre» minimizzò Mitchell, ma una fitta al torace lo costrinse a desistere.
   «Altolà! Lei comanda la missione, ma io ho l’ultima parola sulla sua salute» rivendicò la Vorta. «Vorrei darle un sedativo, intanto che la rimetto in sesto...».
   «Niente sedativi, voglio solo un antidolorifico. La missione non è ancora finita!» insisté il Colonnello. Per quanto si fidasse degli avventurieri, c’erano ancora delle faccende in sospeso di cui doveva occuparsi.
   Giely sospirò davanti a quella cocciutaggine, che le ricordava certe sue conoscenze della Destiny. Infine lo accontentò, somministrandogli un semplice analgesico.
   Naskeel intanto si era recato in cabina, dove i colleghi erano già ai loro posti.
   «Farò una partenza a freddo. Reggetevi, potremmo ballare un po’» avvertì Shati. Si era tolta la maschera, ma per il resto indossava ancora la panoplia da Cacciatore.
   «Questo è l’ultimo dei miei problemi. Forza, lasciamo questo postaccio!» disse il Capitano, che occupava il posto di copilota. Accanto a lui Ottoperotto trillò in segno d’assenso.
   I razzi di manovra del Centurion ruggirono, sollevando la navicella. Gli avventurieri dettero un’ultima occhiata all’hangar devastato, augurandosi di non rimetterci più piede. Dopo di che Shati infilò il pozzo che conduceva in superficie. Il Centurion continuò a innalzarsi, mentre sullo schermo scorrevano strati di rocce nerastre. Irvik contò la distanza che li separava dalla sommità. Infine lo scuro pozzo terminò e gli avventurieri rividero le stelle.
 
   «Niente male, come prima missione per conto dell’Egida» commentò Shati.
   «Speriamo che non siano tutte così!» borbottò Irvik, memore di quando il Capitano aveva quasi fatto esplodere il reattore. Intanto il Centurion s’innalzava nella tenue atmosfera di Duat, diretto in orbita, dove la Destiny li attendeva.
   «Poteva andare peggio» commentò Vidarr, anche lui in cabina. «I Replicatori hanno sferrato quattro attacchi nelle prime ore, e nessuno nelle ore successive. Non hanno cercato d’intercettarci nemmeno quando abbiamo lasciato la centrale energetica, sebbene in quel momento fossimo vulnerabili».
   «Si direbbe che ci abbiano lasciati andare» convenne Naskeel.
   «Ah, per voi è stato facile?!» s’indignò Irvik. «Vi ricordo che se qualcuno – non faccio nomi – non avesse sbloccato i livelli, saremmo ancora là sotto!».
   «Nessuno vuole sminuire la tua competenza» disse il Capitano. «Però è vero, i Replicatori sono passati da una strategia aggressiva a una più attendista. Come se avessero già ottenuto ciò che volevano...» rimuginò.
   «Abbiamo superato l’atmosfera, siamo in orbita. Dite ciao alla Destiny!» fece Shati, accennando a un puntolino sullo schermo. La loro nave, la loro casa, era sempre più vicina.
   Fu in quel momento che riapparve l’Ammit.
 
   «Frell! Com’era quel discorso che gli servivano quattro o cinque giorni di riparazioni?!» imprecò Shati, sterzando per schivare il fuoco nemico.
   «Era una valutazione basata sulla media dei valori per danni di quella portata» si difese Vidarr.
   «Beh, direi che è sbagliata, non ti pare?!» protestò la timoniera, sempre schivando i colpi.
   «Forse non si tratta della stessa nave madre» ipotizzò il Capitano.
   «Macché, è proprio quella. Vedo il nome sullo scafo» corresse Irvik, che la stava analizzando.
«Scommetto che hanno usato i Replicatori per accorciare i tempi di riparazione».
   «Questa è l’ipotesi più probabile» convenne Vidarr. «Se d’ora in poi li useranno abitualmente, questo gli darà un significativo vantaggio tattico».
   «Ne parliamo dopo, eh?!» fece Rivera. «Non voglio che ci separiamo dalla Destiny. Pensi di riuscire a entrare nell’hangar?» chiese a Shati.
   «Entrare nell’hangar durante una battaglia? Come no, ho fatto delle simulazioni con Malloy, quand’eravamo con la Orville» ricordò la timoniera. «Lui diceva che ho un talento naturale».
   «Per entrare ad alta velocità?».
   «Per schiantarmi. Centurion a Destiny, aprite l’hangar 1. Faremo un atterraggio veloce» disse Shati, senza dargli il tempo di ribattere.
   La Destiny sparò una salva di siluri che esplosero davanti all’Ammit, accecando i sensori di puntamento, già ostacolati dalle radiazioni della pulsar. Al tempo stesso aprì l’hangar, in una notevole prova di fiducia. Shati si chinò sui comandi, mentre la nave federale ingrandiva rapidamente sullo schermo. Troppo rapidamente.
   «Rallenta, frell!» imprecò Irvik, le scaglie blu di paura.
   «Raggio traente inverso, ora!» gridò il Capitano.
   Il Voth fece come ordinato. Dal muso del Centurion partì un raggio traente che, invece d’attirare gli oggetti, li respingeva. Il raggio colpì la parete di fondo dell’hangar e, non potendo respingerla, ebbe l’effetto di frenare la navicella. Al tempo stesso anche Shati spense i propulsori e attivò la contro-spinta.
   Il Centurion infilò l’hangar, rasentando l’orlo del portellone. Entrò a una velocità ben superiore ai limiti di guardia e frenò così bruscamente da gettare a terra chiunque non fosse assicurato al sedile. La punta della navicella si fermò a un palmo dalla parete di fondo, mentre il refrigerante usciva dai propulsori surriscaldati. Infine il Centurion calò, posandosi dolcemente sui piloni d’atterraggio.
   «I passeggeri sono pregati di scendere. Attenti al gradino. Spero che siate soddisfatti, e che volerete ancora con le Linee Shati» mormorò la timoniera, incredula di non essersi schiantata. Evidentemente le simulazioni col vecchio Gordon erano state proficue.
   «Le Linee Shati saranno sempre le mie preferite. Infatti dobbiamo fare subito un altro volo» disse Rivera, lasciando il sedile del copilota. «Svelti, tutti in plancia. Voglio chiudere i conti con quella dannata nave».
 
   «Rapporto!» disse il Capitano, entrando in plancia.
   «L’Ammit è tornata in anticipo sul previsto, coi rinforzi» rispose Losira, accennando ai vascelli sullo schermo. Oltre alla nave madre, infatti, c’erano due Ha’tak. Tutte e tre bersagliavano la Destiny con l’aria di voler chiudere i conti. La nave federale tremava sotto i loro colpi.
   In un attimo gli ufficiali superiori ripresero i loro posti: Naskeel al tattico, Shati al timone e Irvik alla postazione ingegneristica. Anche Vidarr e Zahak erano con loro, in veste di consiglieri militari.
   «Ora che siete tornati, suggerisco di tagliare la corda. Non c’è altro che possiamo fare qui» disse Losira, osservando con apprensione i vascelli nemici.
   «Sarebbe un errore» avvertì Vidarr. «Le navi Goa’uld sono più veloci della vostra, non riuscirete a seminarle. E se riescono a uniformare il loro campo iperspaziale col vostro, potrebbero colpirvi durante la fuga».
   «Occultiamoci, allora. Così non potranno seguirci» propose la Comandante.
   «Le radiazioni sono così forti, anche nel cono d’ombra, da interferire col campo d’occultamento. Non credo che passeremo inosservati» obiettò Talyn.
   «Dobbiamo provarci, non possiamo affrontare quelle navi!» insisté Losira, mentre la Destiny si scuoteva sempre più.
   Accanto a lei, il Capitano scrutò cupamente i vascelli nemici. Un piano disperato stava prendendo forma nella sua mente. «Ormai ho capito che i Goa’uld sono cocciuti. Se scappiamo, continueranno a braccarci come segugi. Ed è proprio ciò che voglio» disse.
   «Che?!» fece Losira, ma non c’era tempo per le spiegazioni.
   «Shati, allontaniamoci a massimo impulso. Solo impulso, mi raccomando! Portaci sul lato diurno del pianeta. Naskeel, massima energia agli scudi di poppa, dobbiamo resistere più che si può. Talyn, cosa credi che accadrà quando saremo esposti alla pulsar?» chiese Rivera.
   «Quel che accade con le radiazioni più perforanti dell’Universo. I sensori saranno accecati, e se gli scudi cedono, noi saremo fritti» rispose l’El-Auriano.
   «Questo vale anche per loro, vero?» incalzò il Capitano.
   «Vale per chiunque, quale che sia la loro tecnologia» confermò Talyn. Intanto Shati dirigeva la Destiny verso il terminatore, quella linea in cui la notte eterna cedeva il posto all’eterno giorno. I tre vascelli Goa’uld la tallonarono, sparando a tutto spiano.
   «Ho deviato l’energia, ma anche così gli scudi di poppa non reggeranno a lungo» avvertì Naskeel.
   «Ci basta poco. Shati, preparati a frenare: voglio un arresto totale d’emergenza. Cerca di perdere quota mentre lo fai» proseguì il Capitano.
   «Nient’altro?!» fece la timoniera, già affaccendata a schivare i colpi.
   «Oh, il meglio deve ancora arrivare» fece Rivera, con una strana smorfia. «Plancia ad hangar 2, avete terminato le modifiche al carico?».
   «Affermativo, i droni sono innescati» rispose uno degli ingegneri dell’Egida, che erano rimasti a bordo per tutto il tempo. «Però c’è un problema. La sedia di controllo ha una codifica genetica, e nessuno di noi è abilitato all’uso...».
   «Io lo sono» disse il Colonnello Mitchell, entrando a sorpresa nell’hangar. Era ancora debole, tanto che Giely doveva sostenerlo, affinché non cadesse.
   «Signore!» fece Zahak dalla plancia, riconoscendo la sua voce. «Lei dovrebbe essere in infermeria. È quasi morto per quel parassita...».
   «Sono vivo quanto basta per fare il mio dovere» disse Mitchell, il viso indurito da un’incrollabile determinazione. Con l’aiuto di Giely raggiunse la sedia di controllo e vi si accomodò, attivando l’interfaccia neurale. Tutt’attorno, migliaia di piccoli droni da combattimento si attivarono, brillando di luce dorata.
   «Scudi posteriori al 25% in diminuzione» avvertì Naskeel, mentre la nave continuava a scuotersi.
   «Ci siamo quasi!» disse Shati. Sullo schermo la lunga eclisse stava per finire. La corona luminosa attorno al pianeta morto era sempre più brillante in un punto, man mano che si avvicinavano al terminatore. Dal loro punto di vista, stava per spuntare l’alba.
   «Polarizzare lo schermo, avanti tutta!» ordinò il Capitano. Per qualche secondo lo schermo si oscurò al punto da diventare nero. Poi tutto cambiò.
   La Destiny uscì dal cono d’ombra, trovandosi al cospetto della pulsar. Una luce intensissima rischiarò l’orizzonte, simile a un faro in rapida rotazione. Agli occhi degli inseguitori, la Destiny stessa brillò come una stella per la luce riflessa.
   «Non ancora... i Goa’uld devono passare il terminatore...» fece Rivera, più teso che mai.
   Passarono alcuni interminabili secondi. Poi i vascelli inseguitori entrarono in piena luce e parvero incendiarsi.
   «Ora!» esclamò Talyn.
   «Arresto totale!» gridò il Capitano.
   Shati si era già preparata. Disattivò i propulsori di poppa e attivò quelli di frenata, avendo cura che gli smorzatori inerziali fossero al massimo. Anche così la Destiny sussultò per la brusca decelerazione. Al tempo stesso la timoniera scese di quota. Accecati dalle micidiali radiazioni, i vascelli Goa’uld non si avvidero subito della manovra. Perciò tirarono dritto... e superarono la Destiny, passandole sopra.
   «FUOCO!» ordinò Rivera.
   Dalla sedia di controllo nell’hangar, il Colonnello impartì l’ordine ai droni. Questi si animarono, sciamando a migliaia nello spazio, attraverso il campo di contenimento atmosferico. Si avventarono sulle navi Goa’uld soprastanti, dividendosi in tre correnti. Quelle laterali crivellarono le Ha’tak, distruggendole in meno di un minuto. Il flusso centrale, intanto, colpiva la nave madre, incontrando molta più resistenza. Servirono centinaia di droni per abbattere gli scudi e altre centinaia per perforare lo scafo. I droni rimanenti s’incanalarono nelle brecce, esplodendo all’interno. Quando lo sciame dorato si fu consumato, l’Ammit era ancora lì, pur squassata da esplosioni interne.
   «Non ci credo... ce n’era abbastanza da disintegrare una piccola luna» mormorò Shati.
   «Mitchell a plancia, ho esaurito i droni» avvertì il Colonnello, disattivando l’interfaccia neurale.
   «Il vascello nemico ha perso armi e scudi» riferì Naskeel. «Anche la propulsione iperspaziale è compromessa. Si sono fermati».
   «Hanno molte brecce... non oso immaginare l’effetto delle radiazioni» aggiunse Talyn.
   Il Capitano notò che Zahak era tutt’altro che lieto per la vittoria; al contrario sembrava affranto. In fondo avevano appena ucciso centinaia di Jaffa come lui, e altre migliaia stavano morendo per le radiazioni. Per quanto fossero nemici, il Tenente non riusciva a rallegrarsi, ed era comprensibile. «Gli permetterò d’evacuare la nave» disse Rivera, cercando di confortarlo. Tuttavia sapeva che, a parti inverse, gli avversari non avrebbero avuto lo stesso riguardo. Ricordava bene la ferocia gratuita con cui avevano bombardato Chulak.
   «Lei non capisce, Capitano» disse Zahak con tristezza. «Quei soldati hanno votato la vita ad Ahriman. Ora che sono sconfitti, tutto ciò che gli resta è morire con onore. Se ha pietà di loro, è questo che deve dargli».
   Giely aveva ragione, si disse Rivera. I Jaffa avevano davvero un senso dell’onore degno dei Klingon. Doveva accontentarli, per quanto gli ripugnasse?
   «L’Ammit si sta muovendo a impulso» avvertì Talyn. «Vengono contro di noi... credo che vogliano speronarci». L’astronave in fiamme s’ingrandì sullo schermo, mentre puntava la Destiny, lasciando una scia di detriti e gas. C’era qualcosa d’apocalittico in una piramide che si abbatteva su di loro, cercando di travolgerli. E infatti una collisione a quella velocità avrebbe distrutto ambo i vascelli.
   «Manovre evasive!» ordinò il Capitano. «E va bene, facciamola finita. Siluri transfasici, salva completa. Li indirizzi nelle brecce, Naskeel».
   Il Tholiano era già pronto. Scagliò i siluri transfasici, l’arma più potente di cui disponevano, indirizzandoli contro lo scafo ventrale dell’Ammit, già crivellato dai droni. Le testate luminose sparirono nelle brecce. Al tempo stesso Shati riattivò i motori a impulso, sfuggendo appena in tempo al tentativo di speronamento.
   Ci fu un lampo che per un attimo eguagliò il fulgore della pulsar. La Destiny fu squassata dall’onda d’urto, al punto che molti furono gettati a terra. Gli scudi ressero a stento la raffica di detriti, simile a un immane shrapnel. Quando gli avventurieri tornarono a guardare, la tenue atmosfera di Duat era rigata di stelle cadenti. Erano i frammenti dell’Ammit, che cadevano a profusione sul deserto radioattivo, formando nuovi crateri.
   «La vostra guerra è finita, riposate in pace» mormorò Zahak, chinando il capo.
 
   Per qualche momento nessun altro se la sentì di parlare. Fu Talyn a rompere il silenzio. «Gli scudi sono al minimo, faremmo meglio a tornare nel cono d’ombra» raccomandò.
   «Va bene, torniamo al fresco» convenne il Capitano. Mentre Shati eseguiva, sottraendo la nave alle radiazioni, lui visualizzò il rapporto danni che le sezioni stavano inviando. Per fortuna i danni erano lievi: bastavano un paio di giorni per ripararli. Poteva andare molto peggio. Tuttavia la missione di rifornimento era fallita, trasformandosi in un’evacuazione. Peggio ancora, avevano scoperto che il nemico faceva uso di Replicatori. E c’era ancora in sospeso la questione dei detenuti.
   «Dobbiamo ucciderli» disse il Colonnello, entrando in plancia. Giely era sempre con lui, dato che non era ancora riuscita a portarlo in infermeria.
   «Signore?» fece Zahak.
   «Parlo dei prigionieri Goa’uld» chiarì Mitchell. «Le circostanze impongono di giustiziarli».
   «Ne è certo? Poche ore fa aveva scelto altrimenti...» gli ricordò Giely.
   «Li avevo risparmiati solo perché contavo di trasferirli a bordo, il che non è più fattibile» spiegò il Colonnello. «Converrete che la base è così infestata di Replicatori da rendere impensabile tornarci. Quindi non resta che bombardarla. Qualche siluro basterà a far esplodere il reattore, distruggendo l’intero carcere. Mi spiace ricorrere a queste misure estreme, ma non possiamo andarcene, lasciando i Goa’uld incustoditi».
   «Approvo la sua decisione, Colonnello» disse Naskeel.
   «L’approvo anch’io! E dopo un round con Serqet credo che l’approvereste tutti!» esclamò Shati, lanciando un’occhiata di sfida a Giely.
   La dottoressa distolse lo sguardo e restò in silenzio. Dopo ciò che quei tre avevano passato a causa dei Goa’uld, non si poteva più invocare misericordia. Intanto la Destiny era tornata nel cono d’ombra e si avvicinava alle coordinate del carcere.
   «Faremo come vuole, Colonnello» cedette il Capitano. «Naskeel, salva di siluri quantici al mio ordine...».
   «Fermi tutti, c’è un’altra nave!» avvertì Talyn. Come al solito i sensori, ostacolati dalle radiazioni, l’avevano rilevata all’ultimo momento. «La traccia energetica è sempre Goa’uld, ma... frell, è più grossa dell’Ammit! Sta calando nell’atmosfera, proprio sopra il carcere. Guardate!».
   L’El-Auriano inquadrò il colossale vascello, usando gli infrarossi per renderlo visibile, perché altrimenti il suo scafo nero si sarebbe confuso con le rocce sottostanti. Differiva da ogni nave Goa’uld che avessero visto finora, in quanto non presentava alcuna piramide centrale. Somigliava piuttosto a un enorme scudo circolare, più spesso al centro, con l’orlo raggiato.
   «E quello che diavolo è?!» chiese Rivera. Rivolgendosi a Mitchell, vide sul suo volto un terrore quale non aveva scorto nemmeno mentre erano circondati dai Replicatori.
   «Quello... è proprio il Diavolo» mormorò il Colonnello. «Si tratta della Typhon, la nave ammiraglia di Ahriman. Di questi tempi non la lascia mai... se l’astronave è qui, significa che lui è a bordo».
   «La Typhon continua a scendere nell’atmosfera. Sta estendendo gli scudi verso la superficie» riferì Talyn. «Vogliono impedirci di bombardare il carcere» comprese.
   «Dopo tremila anni, Ahriman protegge ancora la sua sposa... dovevo immaginare che non avrebbe delegato una faccenda così personale...» sussurrò Mitchell. L’attimo dopo si rivolse al Capitano, con urgenza. «Le altre navi erano solo un diversivo. Servivano a distrarci, a farci consumare risorse... ma erano sacrificabili. Ahriman ha sempre inteso portare l’attacco con la sua ammiraglia. Se lo affrontiamo ora, con gli scudi al minimo e senza più droni, saremo distrutti... o peggio, catturati. Dobbiamo ritirarci, finché è impegnato nel salvataggio. E preghiamo che non abbia tempo e voglia d’inseguirci» disse.
   Rivera non aveva mai visto il Colonnello così spaventato, così deciso a fuggire. Del resto aveva ragione: non potevano affrontare un’altra nave madre. Così non restava che fare come diceva. «Shati, portaci via di qui a massima cavitazione. Rotta verso la Terra» ordinò.
   «Frell, allora è stato tutto vano!» si lamentò la timoniera, mentre eseguiva. La Destiny puntò verso lo spazio aperto e balzò in cavitazione quantica.
   «Non è stata una missione inutile» disse il Capitano, cercando d’incoraggiare la ciurma. «Abbiamo salvato il personale della base, tra cui il nostro amico Yo’rek. E abbiamo distrutto l’Ammit, una delle più potenti navi nemiche».
   «Già, quindi Ahriman vorrà vendicarsi» avvertì Mitchell. «Dovrete stare ancora più attenti, d’ora in poi vi darà la caccia...». La sua voce si affievolì e d’un tratto le ginocchia gli cedettero. Per fortuna Zahak gli era accanto ed ebbe la prontezza di sorreggerlo.
   «Ora che siamo in salvo, vuole avere la bontà di seguirmi in infermeria?! Così potrò finalmente curarla come si deve!» disse Giely, esasperata.
   «Come vuole, dottoressa» acconsentì il Colonnello. Con l’aiuto di Zahak la seguì verso l’uscita.
   «Lascia che se ne occupi il Medico Olografico e riposati. Ne hai bisogno» raccomandò il Capitano, che la vedeva stanca dopo la notte insonne.
   «Darò qualche istruzione all’MOE e poi riposerò» promise la dottoressa. «Comunque hai ragione: non è stata una sconfitta. Abbiamo salvato molte persone, questo è l’importante» disse, prima di lasciare la plancia.
   Rivera si abbandonò sulla poltroncina, esausto come tutti. Era lieto che Giely la pensasse così. Ma se chiudeva gli occhi gli pareva di rivedere il Comandante Malek nei suoi ultimi momenti, quando aveva ordinato il Protocollo d’Eutanasia, per impedire la fuga dei prigionieri. E allora non poté fare a meno di pensare che avevano tradito la sua fiducia.
 
   Due giorni dopo la Destiny incontrò un vascello Jaffa, trasferendovi il personale che aveva evacuato dal Duat. Mitchell e i suoi ufficiali rimasero a bordo, come rappresentanti dell’Egida. E per il momento vi rimase anche Yo’rek, ancora convalescente. Il Capitano gli fece visita in infermeria, assieme a Talyn. Vedendoli arrivare, il Jaffa cercò d’alzarsi dal lettino.
   «Riposo, non sono qui per le formalità» disse Rivera, avvicinandosi. «Voglio solo vedere come stai, amico mio. L’ultima volta che ci siamo visti non eri molto – ehm – comunicativo».
   «Già, mi avrà creduto pazzo» mormorò Yo’rek. Aveva una cera migliore di com’era apparso nel Duat; in particolare aveva ritrovato la compostezza. Eppure nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso. Erano gli occhi di chi ha visto l’inferno della guerra, di chi ha perso la patria e gran parte della famiglia.
   «Eri sotto shock, per valide ragioni. Sappiamo cos’hai passato in questi mesi di guerra. In effetti colgo l’occasione per farti le mie condoglianze... per Chulak» disse il Capitano, sperando di non destabilizzarlo.
   Una fitta di dolore fece aggrottare la fronte a Yo’rek, ma nel complesso il Jaffa rimase calmo. «Rivera di Buenos Aires, Talyn di Stardust City... in questi mesi non pensavo che vi avrei rivisti. Speravo non accadesse. Perché ovunque foste, nessun’altra realtà poteva essere buia e brutale come questa, ora che Ahriman ci ha mosso guerra. Sia chiaro, non so dirvi quanto mi fa piacere rivedervi, amici miei. Né quanto vi sia grato dell’aiuto che ci state dando. Ma il mio consiglio resta lo stesso: andatevene, finché potete! O finirete travolti nella nostra rovina. E non voglio che ciò accada. Vorrei solo che trovaste la via di casa».
   «Questo purtroppo non è ancora all’orizzonte» sospirò il Capitano. «Ora che siamo qui, e abbiamo visto cosa state affrontando, ci è parso giusto collaborare con l’Egida. È così che abbiamo conosciuto tuo fratello, e abbiamo avuto l’opportunità di soccorrerti. E detto per inciso... quelli dell’Egida non sono così pessimisti. Mi spiace che tu abbia perso la speranza».
   «Non mi sono arreso, se è questo che temete!» disse Yo’rek, con un sussulto d’orgoglio. «Ma vedete, in un certo senso era meglio quand’eravamo su Arena. Oh certo, lì rischiavamo ogni giorno una morte atroce... ma tutto finiva lì. Adesso invece devo assistere, giorno dopo giorno, alla distruzione di tutto ciò che considero degno e giusto nella Galassia. Combatto per qualcosa più grande di me, e non riesco a salvarlo. I miei cari, la mia patria, l’idea stessa di libertà, vengono annientati; e mi chiedo se vivrò più a lungo di loro».
   Rivera rimuginò brevemente. «Sai, se le cose si mettessero male, noi potremmo andarcene. E in tal caso, beh... tu saresti bene accetto a bordo» lo invitò.
   Yo’rek scosse la testa, addolorato. «No, Capitano. La sua offerta è generosa, e dettata dalle migliori intenzioni, ma non posso accettarla. Non fuggirò mentre tutto ciò a cui tengo brucia dietro di me. Se questa è la fine dei Jaffa Liberi, io finirò con loro».
   «Già, temevo che l’avresti detto» fece Rivera. «Beh, non siamo ancora a quel punto. Ahriman avrà anche recuperato la sua sposa, ma ha perso una nave madre, e penso che questo sia uno svantaggio nella bilancia della guerra. La lotta continua, e spero che ti resti abbastanza speranza da continuarla al nostro fianco».
   Yo’rek lo fissò con rinnovato rispetto. «Lei parla come gli eroi dell’SG-1, Capitano. Pochi contro molti, eppure cambiarono la Galassia. Se è deciso a continuare la lotta, ebbene, sarò onorato di combattere al suo fianco» disse. Gli tese la mano e se la strinsero con forza. Poi Rivera si scostò leggermente, permettendo a Talyn di farsi avanti per salutarlo a sua volta.
   «Anch’io sono felice di rivederti. Sai, la permanenza sulla tua vecchia nave si sta rivelando utile, ora che siamo qui» disse l’El-Auriano, ricordando i giorni trascorsi nel relitto su Arena.
   «Talyn, sei maturato dal nostro ultimo incontro. Hai ritrovato il Viaggiatore?» s’interessò Yo’rek.
   «No, purtroppo» rispose l’El-Auriano di malavoglia. «Ho incontrato altri che si definivano Viaggiatori, e devo ammettere che mi hanno insegnato molto. Ma nel momento decisivo ho scoperto che erano dei fanatici, pronti a sacrificare gli innocenti pur di sconfiggere i nostri avversari. E allora ho dovuto andarmene».
   «Mi spiace che sia stata una delusione. Ma se ti hanno aiutato a padroneggiare i tuoi poteri, potrà sempre tornarti utile» lo incoraggiò Yo’rek.
   «Lo spero» fece Talyn. Non gli disse delle sue profezie di sventura. Il morale del Jaffa era già abbastanza basso, e del resto non ne aveva informato nemmeno il grosso dell’equipaggio.
   «Allora, cosa ci attende?» chiese Yo’rek, nuovamente rivolto al Capitano.
   «Beh, il Colonnello Mitchell ha fatto rapporto all’Egida, quindi siamo in attesa di nuove istruzioni. Appena avranno un’altra missione, noi saremo pronti» disse Rivera. «Nel frattempo hai pieno accesso alla nave. Ti assegneremo un alloggio, e se lo desideri puoi usare il ponte ologrammi».
   «Lo farò, per tenermi in esercizio» disse Yo’rek, nuovamente determinato. «Grazie di tutto, Capitano. Nel Duat sono stato un peso, ma le prometto che alla prossima missione sarò al suo fianco».
 
   «Ecco qui, tutto in perfetta efficienza. Promettimi che alla prossima missione non la scasserai di nuovo» disse Irvik, accennando alla panoplia Yautja. L’aveva riparata con l’aiuto degli altri ingegneri. Ora armi e armatura scintillavano sui loro sostegni, nel laboratorio cibernetico della Destiny. C’era anche Ottoperotto, riparato dopo il duro scontro con la Regina dei Replicatori.
   «Sai che non faccio promesse. La battaglia è imprevedibile» disse Shati, girando attorno all’equipaggiamento. Sfiorò alcuni componenti che le avevano salvato la vita.
   «Almeno cerca di starmi vicino, la prossima volta. Così la guerriera provetta che ho contribuito a forgiare non sarà da un’altra parte, quando io sarò circondato dal nemico!» insisté il Voth.
   «Ci proverò» fece la Caitiana, chinandosi a osservare il bracciale. «Sai, stavo pensando che l’elettronica dovrebbe essere più protetta...».
   «Già fatto!» la informò Irvik. «Ho ammodernato i circuiti e ho migliorato l’isolamento. Ora non basterà un tuffo in acqua o una scarica di plasma per friggerli».
   «Wow, se non ci fossi dovrebbero inventarti!» si complimentò Shati. «Mi chiedo tra quanto dovrò indossarla di nuovo».
   «Poco, suppongo. Ormai è chiaro che non ci limiteremo a trasportare armi e rifornimenti. Dovremo combattere, come al solito!» sbuffò il Voth. «Ah, senti... il Capitano mi ha detto di passare parola con gli ufficiali. Se hai qualche effetto personale che consideri particolarmente importante, dovresti trasferirlo sul Centurion. Talyn per esempio ci ha messo il flauto».
   «Perché?!» chiese la Caitiana.
   «Non si sa mai» fece l’Ingegnere Capo, ma la sua occhiata era eloquente. Era una misura precauzionale nel caso si presentasse lo scenario peggiore, l’evacuazione della Destiny.
   «Va bene, lo farò» disse Shati, innervosita. «Tu intanto assicurati che gli scanner anti-infiltrazione siano efficienti. Ora che tutti quei Goa’uld sono evasi, e finiranno al servizio di Ahriman, temo proprio che ne avremo bisogno» raccomandò.
 
   La Typhon sfrecciava a velocità iperspaziale, allontanandosi dal Duat. A bordo regnava una speciale euforia per il riuscito salvataggio di Astarte e degli altri prigionieri. Era la prima volta in seicento anni che così tanti Goa’uld potevano essere mobilitati per la guerra. La vittoria era appannata solo dalla perdita dell’Ammit, una potente nave madre, difficile da rimpiazzare. Ma per Ahriman nessun sacrificio era troppo grande, in cambio di questo successo.
   Ora, nelle infermerie della Typhon, i Goa’uld liberati erano rimessi in forma, sia mediante i sarcofagi che con farmaci più specifici. Infine ai parassiti venivano concessi nuovi corpi, scelti tra i prigionieri di guerra. Così, nuovamente rivestiti di spoglie umane, i Goa’uld potevano servire il loro liberatore. Solitamente si cercava di fornirgli dei corpi che somigliassero a quelli antichi, a meno che Ahriman decidesse altrimenti. Ogni Goa’uld così rinato doveva giurare fedeltà al nuovo sovrano. Alcuni lo facevano con entusiasmo, nella speranza di veder tornare gli antichi fasti. Altri erano più reticenti, dato che non conoscevano Ahriman... o al contrario, lo ricordavano fin troppo bene. Ma nessuno rifiutò di mettersi al suo servizio. Sapevano che, in quel caso, sarebbero stati privati dei nuovi corpi e rimessi in prigione per chissà quanto. Nessuno voleva trascorrere altri secoli chiuso in una teca.
   In tutto questo, Ahriman aveva un’attenzione speciale per la sua antica sposa. Lui stesso era sceso nel livello più profondo del Duat, liberandola con le sue mani. E ora, al sicuro sulla Typhon, l’ammirava nella sua teca scoperchiata.
   «Oh, Astarte... perdonami per averci messo tanto a liberarti» disse Ahriman in tono malinconico. «Sai, io stesso sono stato prigioniero per molti secoli, sottoposto ai tormenti della Gehenna. E quando finalmente riuscii a liberarmi, credetti che ormai ti avessero uccisa. Non immagini quanto ti ho pianta, mia adorata. E quanto abbia pianificato la mia vendetta!» aggiunse, mentre il suo volto s’inferociva. «Ho speso secoli a edificare questo Impero, per ricondurre la Via Lattea sotto la nostra legge. Ma solo di recente ho appreso che eri ancora viva, in quella buia prigione. Allora sì, ho fatto piani e ho speso ingenti forze per liberarti. Purtroppo dei mercenari si sono messi tra noi, rendendo tutto più difficile... li annienterò per la loro insolenza. Ma nulla di tutto questo ha più importanza, amore mio. Ciò che importa è che finalmente siamo riuniti, sebbene tutte le potenze galattiche abbiano tentato d’impedirlo. E stavolta niente e nessuno ci separerà!» esultò.
   Così dicendo ficcò le braccia nella teca, raccogliendo Astarte. Se la strinse amorevolmente al petto, nella sua forma serpentina. Dal canto suo, il parassita stridette piano; era ancora debole.
   «Oh, anima mia, che ti hanno fatto? Mai avrei pensato di vederti così fragile, così sofferente. Siano maledetti tutti gli shol’va... la mia vendetta sarà ancora più implacabile!» inveì Ahriman. «Ma tu non affliggerti, cara. Le tue sofferenze sono finite. Sei al sicuro sulla mia nave, e i miei migliori medici si prenderanno cura di te. Ti faranno tornare forte e sana come un tempo. E appena ti sarai ripresa, naturalmente ti offrirò un nuovo corpo. Anzi, ti darò un’ampia scelta! Potrai scegliere tra le donne più belle del mio Impero... dammi solo il tempo di farle venire qui a bordo. Così finalmente il tuo antico fascino potrà rivivere. I cieli avranno di nuovo la loro Regina. Ti piace l’idea, eh?!».
   Astarte annuì debolmente e si strinse a lui, come una creatura spaurita. Dopo tremila anni di solitudine e disperazione, si sentiva affamata di vita. Non vedeva l’ora di riavere un corpo, per provare quelle cose che le erano state negate tanto a lungo.
   D’un tratto le luci furono abbassate, lasciando solo l’incerto bagliore dei bracieri, e qualcuno entrò in sala. Ahriman alzò la testa di scatto, sorpreso da quell’intrusione.
   «Oh, che quadretto delizioso! Quasi mi dispiace interrompere le vostre effusioni» disse Azi Dahaka. La Regina degli Wraith era una sagoma appena intuibile nella penombra; i lunghi capelli rossi rilucevano al bagliore delle fiamme.
   «Azi, che ci fai qui? Non vedi che è un momento privato?!» protestò Ahriman, seccato.
   «Suvvia, siamo abbastanza intimi per questo» ribatté la Wraith. «Volevo vedere la tua sposa, dopo averne sentito parlare fino alla nausea. Vediamo... ugh, non ha un bell’aspetto. E puzza ancora di galera. Spero che farà miglior figura, quando le darai un corpo!» ironizzò.
   «Ci puoi scommettere» disse il Goa’uld, riponendola delicatamente nella teca. «Lei era la mia regina, ancor prima che tu nascessi!».
   «Beh, allora... God save the Queen!» ridacchiò Azi Dahaka, facendo una sarcastica reverenza. «Spero solo che quando la riavrai al fianco non ti dimenticherai di me».
   «Mia cara, una come te non si scorda neanche in un milione di anni» garantì Ahriman.
   «Bene, perché ti serve la mia flotta per vincere questa guerra. La nostra alleanza è vitale, niente deve ostacolarla!» avvertì la Wraith, levando l’indice ammonitore. Nessun altro, nella Galassia, si sarebbe permesso di parlargli in quel tono.
   «E perché dovrebbe ostacolarla? Astarte è sempre stata di larghe vedute, come noi. Credo che ci troveremo benissimo assieme. In effetti credo che voi due legherete subito!» ghignò il Goa’uld.
   «Sarà...» fece Azi Dahaka, guardando con sufficienza Astarte, che dal canto suo sibilò in modo tutt’altro che cordiale. «Beh, è meglio rimandare la conversazione a quando la tua vecchia fiamma sarà tornata in forma» concluse.
   «Uhm, sì» convenne Ahriman, un po’ deluso dal primo approccio fra le due. «Ebbene, volevi dirmi altro?».
   «Solo che la mia flotta è pronta e attende al punto di rendez-vous» lo informò la Wraith. «L’ho irrobustita come volevi, nell’eventualità che arrivino quei mercenari».
   «Eventualità? Oh no, arriveranno di sicuro!» garantì il Goa’uld. «La prossima battaglia sarà decisiva... la vera svolta della guerra. L’ho pianificata nei minimi dettagli; stavolta nulla può andare storto. Avremo l’arma più potente che sia mai esistita. E quando arriveranno quei guastafeste della Destiny, beh... allora farai ciò che ti riesce meglio».
   «Non vedo l’ora. Pensa che sto digiunando da giorni per non rovinarmi l’appetito, in previsione del nostro incontro!» ridacchiò Azi Dahaka, pregustando il sapore di quel piatto esotico.
 
   
 
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