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Autore: Parmandil    10/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 7: Wraith
 
   La Via Lattea dispiegava i suoi bracci a spirale nell’immensità del cosmo, come arcipelaghi di luce e calore. Era una galassia come tante, ma conteneva più stelle di quanti granelli di sabbia vi fossero sulle spiagge terrestri. C’erano stelle giovani, ancora avvolte dalla nebulosa che le aveva generate, e stelle anziane, ormai divenute immani giganti rosse, che divoravano i loro stessi pianeti. C’erano stelle che morivano, esplodendo in supernove, e così diffondevano elementi pesanti nello spazio. E c’erano residui stellari come le nane bianche, le stelle di neutroni, i buchi neri, alla cui gravità nulla sfuggiva. C’erano stelle che pulsavano come cuori, stelle che si divoravano come predatori, stelle che danzavano l’una con l’altra sulle note delle interazioni gravitazionali. E poi c’era Nemesis, una stella fuggiasca e isolata, nemmeno segnata sulle mappe.
   Attorno a Nemesis orbitavano diversi pianeti, tutti senza vita. Il più remoto era un gigante gassoso di tipo uranico, chiamato Erebus. L’atmosfera d’ammoniaca e idrocarburi gli conferiva un colore azzurro, striato di bianco. Brillanti anelli ghiacciati lo circondavano, riflettendo il bagliore del sole lontano. Su orbite più esterne c’erano quattro grandi satelliti: Acheron, Styx, Phlegethon e Cocytus. E da qualche tempo vi era una stazione spaziale.
   Si chiamava Avalon e custodiva alcune delle tecnologie più evolute e pericolose con cui l’umanità fosse mai entrata in contatto. Alcune erano opera degli Antichi e risalivano a un passato così remoto da essere inconcepibile; eppure funzionavano ancora. Si trattava di congegni che era troppo rischioso conservare sulla Terra, o su qualunque altro mondo abitato. Rischioso perché facevano gola a molti, o perché erano imprevedibili. Così erano conservati nella stazione Avalon, leggendaria quanto l’Isola dei Morti da cui prendeva nome. Di per sé era ben protetta: una massiccia struttura circolare, simile al cappello di un fungo, circondata da un anello d’attracco. Era protetta dalle armi più sofisticate, dagli scudi più resistenti e dallo scafo più impenetrabile che l’umanità del XXVII secolo potesse allestire. Ma soprattutto era protetta dal segreto. Solo un pugno di ufficiali d’alto rango della Flotta Terrestre e dell’Egida ne conosceva le coordinate. Nemmeno gli alleati più stretti, come Jaffa e Tok’ra, ne erano informati.
   Certo, con la guerra in corso e le spie di Ahriman sguinzagliate ovunque, era da credere che nessun segreto fosse al sicuro. Che fosse carpito con la forza, o venduto col tradimento, ogni segreto giungeva infine all’orecchio del Signore delle Menzogne. Così anche l’Avalon non era più al sicuro come un tempo. Ma ecco la buona notizia: Ahriman era in guerra solo coi Jaffa. Il conflitto non si era esteso all’Alleanza Terrestre e c’era da credere che non l’avrebbe fatto a breve. Ahriman doveva spolpare per bene la carcassa, prima di passare alla preda successiva. Fino ad allora, le installazioni militari terrestri erano relativamente al sicuro. Ahriman non avrebbe osato aprire un secondo fronte. Era molte cose, ma non un folle... giusto?
   Fu per questo che, quando la flotta nemica uscì dall’iperspazio in prossimità dell’Avalon, il Comandante Aaron McKay e i suoi ufficiali furono colti alla sprovvista.
 
   «Che diavolo succede?!» chiese McKay, entrando frettolosamente nel centro di comando. L’allarme tattico lo aveva svegliato nel bel mezzo del sonno. Secondo l’orologio di bordo, infatti, era il turno di notte. Che anche questo fosse stato calcolato dal nemico, per favorire l’attacco?
   «Flotta ostile in rapido avvicinamento!» disse il Tenente Young, l’Ufficiale Tattico. «Trenta vascelli, sono sbucati dall’iperspazio a 10.000 km da qui. Puntano verso di noi, con gli scudi alzati e le armi innescate. A momenti saranno a distanza di tiro».
   «Ma non ha senso!» fece il Comandante, sconcertato. «Ahriman è così folle da dichiararci guerra? Vuole aprire un nuovo fronte, proprio adesso che la sua offensiva sta rallentando?!».
   «Signore, questi non sono i Goa’uld!» disse Young, inquadrando la flotta sullo schermo. Gli ufficiali rimasero impietriti alla vista di quei vascelli inconfondibili.
   «Avrei preferito che lo fossero» mormorò McKay, con la bocca secca. «Ma ormai è chiaro che sono in combutta con loro».
   «Scudi al massimo, siamo pronti a lanciare i droni» lo aggiornò l’Ufficiale Tattico.
   «No, fermo! Per adesso usiamo solo i cannoni al plasma» lo frenò il Comandante. «Risparmiamo i droni per quando stringeranno il cerchio».
   In quella i vascelli nemici aprirono il fuoco. Malgrado le imponenti difese, l’Avalon tremò sotto il loro attacco concentrato.
   «Sto rispondendo coi cannoni al plasma, ma non sono molto efficaci» disse Young, tirato in volto. «Il nemico ci è addosso... no, un momento. I vascelli hanno fatto un rapido passaggio e ora si mettono fuori tiro».
   «Sono come orche... ci girano intorno, mordendo un poco alla volta e aspettando che ci dissanguiamo» mormorò McKay.
   «Signore, non reggeremo a lungo quest’assedio» convenne l’Ufficiale Tattico. «E l’evacuazione è impraticabile con così tanti attaccanti. Che facciamo?!».
   Il Comandante sedette in poltrona, sorreggendosi la testa con una mano. A parte attivare l’autodistruzione per proteggere i loro segreti militari, c’era una sola cosa che potevano fare. «Energia d’emergenza ai trasmettitori, inviate un segnale a banda larga verso la Terra. Richiesta d’aiuto immediato contro preponderante attacco nemico» ordinò.
   «A banda larga, signore?» si stupì l’addetto alle comunicazioni. Di regola le loro trasmissioni erano criptate.
   «Perché no? Ormai questa base non è più segreta. L’unica speranza è che qualcuno dei nostri risponda tempestivamente» ribatté McKay.
   «Servirà una grande flotta per spezzare l’assedio» osservò Young. «Dubito che faranno in tempo a inviarla dalla Terra. E non so proprio come potrebbero raccoglierne una dai sistemi più vicini. Se i rinforzi arrivano alla spicciolata, non avranno alcuna efficacia». Aveva appena finito di parlare che gli aggressori effettuarono un secondo passaggio ravvicinato. L’Avalon tremò ancora più forte e rispose al fuoco, sempre con scarso effetto. Dalle varie sezioni cominciarono ad affluire rapporti sui danni. Per adesso erano lievi, ma ad ogni passaggio nemico la situazione sarebbe peggiorata.
   «Se almeno sapessimo cosa stanno cercando di preciso. Così almeno potremmo distruggerlo» commentò l’Ufficiale Tattico.
   «Un’arma di sicuro, ma quale?!» fece il Comandante, frustrato. «Cos’è che il Signore delle Menzogne potrebbe desiderare o temere più di tutto il resto?». Mentre parlava, la risposta gli sorse spontanea. «Oh, no... presto, inviate rinforzi a vigilare l’ultimo livello. Non vogliono un’arma per la guerra convenzionale, ma per quella cognitiva».
 
   Da quando si era inaspettatamente trovato al comando della Destiny, cinque anni prima, Rivera aveva affrontato decine di battaglie, molte delle quali parevano senza uscita. Si era trovato di fronte avversari che la vera Flotta Stellare non aveva mai incontrato, e aveva dovuto improvvisare ogni sorta di strategie per tirare la Destiny fuori dai pasticci. Stavolta, però, si trovava davvero in uno scenario senza uscita.
   Sullo schermo, l’astronave che stavano cercando di soccorrere era alla deriva, senza supporto vitale. Ma come intervenire, con quattro Ha’tak che li colpivano da tutte le parti? Shati cercava di disimpegnarsi con ardite manovre evasive, ma quattro vascelli erano troppi da seminare. E sebbene Naskeel concentrasse il fuoco su una sola Ha’tak, non era ancora riuscito ad abbattere gli scudi.
   «Signore, i nostri attacchi sono inefficaci. Suggerisco la ritirata» disse il Tholiano.
   «Non ancora» fece il Capitano, teso. «Mi pare che abbiamo dei missili al tricobalto. Provi a lanciare quelli» ordinò, nella speranza che fossero più efficaci.
   «Missili al tricobalto lanciati» riferì Naskeel. Le testate impattarono sugli scudi della Ha’tak, senza perforarli. «Risultato modesto, gli scudi nemici reggono».
   «Tentativo d’accerchiamento!» avvertì Talyn. Due navi Goa’uld convergevano sulla Destiny, per prenderla nel fuoco incrociato.
   «Sono troppo veloci, non posso...!» fece Shati. La gragnola nemica squassò la nave prima che potesse finire. Come due galeoni d’altri tempi, le Ha’tak passarono a distanza ravvicinata dalla Destiny, centrandola su ambo le fiancate. Alcuni colpi oltrepassarono gli schermi indeboliti, aprendo brecce sullo scafo.
   «Stiamo perdendo gli scudi, integrità strutturale critica» avvertì Naskeel, la voce quasi coperta dagli allarmi.
   «Energia d’emergenza, compensare!» ordinò Rivera, ma in quella ci fu un’esplosione in plancia, che travolse la postazione sensori e comunicazioni. Persino a quella distanza il Capitano sentì l’onda d’urto, e alzò d’istinto le braccia per proteggersi.
   «Talyn!» gridò Losira, disperata.
   «Oh, no» mormorò il Capitano. Mentre la Destiny usciva dal fuoco incrociato, Rivera si precipitò alla postazione sensori, per soccorrere l’El-Auriano. Ma gli bastò un’occhiata per capire che non c’era più nulla da fare.
   Talyn era morto.
   «È colpa tua! Tu ci hai cacciati in questa dannata guerra!» gridò Losira, con le lacrime agli occhi.
   Rivera non seppe ribattere. Lasciò la Comandante, accasciata e affranta presso il figlio adottivo, e tornò rapidamente alla poltrona di comando. Aveva preso una decisione. «Questo è l’ultimo sangue che versiamo per la causa. Shati, portaci via da qui. La nostra collaborazione con l’Egida finisce ora» stabilì. Almeno, dopo essere passati tra le due Ha’tak, si trovavano innanzi lo spazio aperto. Non c’era nulla che potesse impedire la loro ritirata.
   «Ci provo. Energia d’emergenza al deflettore...» disse Shati, ma in quella un altro vascello uscì dall’iperspazio, proprio davanti a loro. Uno che il Capitano aveva imparato a temere.
   «La Typhon» mormorò Rivera, riconoscendo l’ammiraglia nemica. «Presto, manovre evasive...».
   Troppo tardi. La superarma della Typhon era già carica e colpì con forza devastante, infrangendo la sezione anulare della Destiny. Esplosioni a cascata si ripercossero nello scafo centrale, mentre la nave finiva alla deriva. In plancia ci furono sovraccarichi alle consolle e l’illuminazione principale venne meno.
   «Cough, rapporto!» tossì Rivera, rialzandosi dal pavimento dov’era caduto. C’era anche una perdita di gas, da qualche parte, che gli opprimeva i polmoni.
   «Frell, abbiamo perso la gondola di dritta, con tutta una porzione d’anello!» riferì Irvik, leggendo dalla postazione ingegneristica. «Non andremo più a cavitazione... mai più. Signore, la nave è persa, dobbiamo abbandonarla!».
   Il Capitano si sentì mancare. Una parte di lui avrebbe voluto continuare a battersi... ma a che serviva? E guardando il viso piangente di Losira, capì che avevano già pagato un prezzo troppo alto per la sua cocciutaggine. Si premette il comunicatore. «Capitano a equipaggio, abbandonare la nave. Tutti alle navette e alle capsule, fate rotta verso il più vicino pianeta abitato» ordinò. Dopo di che si rivolse agli ufficiali di plancia, che lo fissavano increduli e sconvolti. «Tutti al Centurion, presto!» ordinò.
   «Signore, il Centurion era nell’hangar 1, che è stato distrutto» disse cupamente Irvik. «Ora non restano abbastanza navicelle per tutti. Pensa di... scegliere lei chi si salverà?!».
   Rivera restò ammutolito. «No, questo no. Posso ordinare d’abbandonare la nave, ma non farmi scegliere tra l’equipaggio...» si disse. La sorte tuttavia lo privò anche di questo.
   «La superarma della Typhon si ricarica, colpirà a momenti» avvertì Naskeel. «Sta mirando la plancia. Siamo senza scudi, questa è la fine».
   «No, no, NO!» gridò il Capitano, osservando la nave infernale. Se solo fossero riusciti a schivarla... o se lui si fosse ritirato prima...
   La Typhon colpì a piena potenza e la Destiny inerme fu disintegrata. Attorno a Rivera tutto divenne bianco.
 
   «Be-beep. Test fallito. Obiettivi raggiunti: nessuno. Durata della prova: 11 minuti. Desidera effettuare un’altra simulazione?» chiese la voce imperturbabile del computer. Attorno al Capitano il ponte ologrammi simulò nuovamente la plancia della Destiny, in condizioni ottimali d’operatività. L’equipaggio tuttavia non c’era; sarebbe comparso solo una volta avviato il programma.
   «E chi lo sa? Magari la quarantasettesima volta sarà quella buona» sospirò Rivera, lasciandosi cadere in poltrona. Ma sapeva che non era così.
   Incerto sul comando, il computer non avviò la simulazione. In quella una sezione della paratia svanì, rivelando l’arco d’ingresso. Il Capitano si girò, infastidito dall’intrusione, in tempo per veder entrare Losira. La vera Losira, che al momento era incolume, come Talyn e il resto dell’equipaggio.
   «Che modi sono? I programmi di un uomo sono cose private!» disse Rivera, scorbutico.
   La Risiana lo fissò con scetticismo e si fece avanti, senza essere stata invitata. Attese che la porta si fosse richiusa alle sue spalle prima di prendere la parola. «Lo sai che sono otto ore che sei chiuso qui dentro?! Fuori s’era formata la fila, e i commenti non erano dei più rispettosi, Capitano. Ho dovuto mandar via tutti per riportare la disciplina. Ma adesso mi ascolterai! Questo è un pessimo momento per nascondersi sul ponte ologrammi» avvertì.
   «Non mi nascondo. Sto solo facendo delle simulazioni tattiche, come parte del nostro addestramento» ribatté Rivera.
   «Di solito le simulazioni le facciamo insieme» obiettò Losira. «A che scopo allenarti da solo? Cosa stai...». In quella notò un’astronave inquadrata sullo schermo. Era il vascello da soccorrere nell’ambito della prova. Stranamente apparteneva alla Federazione, per giunta con linee molto retrò. Il nome era indicato sullo schermo, assieme ad altri dati essenziali.
   «Sul serio? Fai la Kobayashi Maru, come un cadetto all’Accademia?!» fece Losira.
   «Perché no? All’epoca non l’ho mai superata» rispose il Capitano.
   «Grazie tante. Nessuno la supera, è un test appositamente progettato per essere imbattibile!» gli ricordò la Risiana.
   In origine naturalmente il test era diverso. La versione iniziale, risalente alla prima metà del XXIII secolo, prevedeva che i cadetti simulassero di pattugliare la Zona Neutrale Klingon. In questo scenario ricevevano una chiamata di soccorso dalla Kobayashi Maru, una nave da carico civile, danneggiata da una mina gravitazionale e finita oltreconfine. Il cadetto doveva quindi decidere se salvare la Kobayashi Maru, entrando nella Zona Neutrale. Ciò comportava di violare il trattato coi Klingon e ingaggiare una battaglia senza scampo coi loro sparvieri. L’unica alternativa era abbandonare la nave incidentata al suo destino, il che non poteva essere considerata una vittoria. Il test era stato rimaneggiato un’infinità di volte nel corso dei secoli, variando soprattutto gli avversari, man mano che la Federazione si appacificava coi vecchi nemici. Dai Klingon si era passati ai Romulani, quindi ai Breen, al Dominio, ai Borg. Quand’era in Accademia, Rivera aveva affrontato una versione ambientata nella Guerra Civile; ora l’aveva personalizzata per affrontare i Goa’uld. In tutto questo, la costante era l’impossibilità di vincere, per quante strategie si provassero.
   «In realtà James T. Kirk ci riuscì» disse Rivera, increspando le labbra.
   «Ah sì, e come?».
   «Riprogrammando il computer per alterare i parametri della simulazione. L’ho letto nella sua biografia».
   Losira alzò gli occhi al cielo. Era proprio quel che si aspettava da Rivera, che leggesse le biografie di Capitani morti e sepolti da secoli, in cerca d’ispirazione. «Alterare i parametri di un test d’Accademia... dalle mie parti si chiama barare. Non è ciò che ha fatto anche Shati? E lei è stata espulsa!» commentò.
   «Non proprio. Shati rese più difficile il test del suo rivale d’Accademia, e disattivò pure i protocolli di sicurezza, causandogli gravi lesioni. Kirk invece si limitò a rendere più facile la sua prova. Si giustificò dicendo che non credeva negli scenari senza uscita» chiarì il Capitano.
   «E la fece franca... adesso capisco perché lo ammiri!» ironizzò la Risiana.
   «Non si tratta solo di “farla franca”» disse Rivera, con un’impazienza che tradiva quanto gli stesse a cuore la faccenda. «Il punto fondamentale è che, quando le cose non funzionano, bisogna ridefinire le regole anziché limitarsi ad esse. Bisogna pensare fuori dalla scatola, insomma».
   «E tu lo stai facendo? Hai alterato i protocolli per lasciarti una sia pur minima possibilità di vittoria?» chiese Losira. A giudicare dal numero inverecondo di ore che l’Umano aveva passato sul ponte ologrammi, la risposta era...
   «No».
   «Perché?».
   «Perché non sempre si possono cambiare le regole! Non sempre si può uscire dalla scatola!» gridò il Capitano, con una rabbia che sconfinava nella disperazione. «Diamine, guarda noi. Sono anni che visitiamo una realtà dopo l’altra. Siamo stati in posti di cui la Flotta Stellare non sospetta neanche l’esistenza. Abbiamo combattuto battaglie che i più grandi Capitani non immaginano. Eppure, ovunque siamo andati, abbiamo trovato delle regole che non si possono aggirare. Alla fine c’è sempre il destino, la nemesi, l’entropia, chiamala come vuoi. Alla fine c’è sempre... la morte» concluse.
   Losira rifletté a lungo prima di rispondere. «È questo il senso della Kobayashi Maru, vero? Testare come ci si pone innanzi al fallimento, alla sconfitta. E in particolare davanti alla sconfitta più ineluttabile, la morte stessa» comprese.
   «Ho letto da qualche parte che ogni vita è una tragedia, e solo analizzando i singoli episodi ha più il sapore di una commedia» disse Rivera. «Ma quand’è che la commedia diventa tragedia? Quand’è che arriva l’ostacolo insormontabile? Insomma, quando sarà la nostra Kobayashi Maru?».
   «Se temi che sia Ahriman, possiamo fuggire finché siamo in tempo...» gli ricordò la Comandante.
   «Temere! Io temo tutto!» confessò il Capitano. «Ogni realtà che abbiamo visto finora ha cercato di ucciderci. Oh certo, alcune sembrano più insidiose di altre. Quindi potremmo cercare la... meno letale di tutte e fermarci lì in pianta stabile. Ma se fosse proprio allora che la sorte ci colpirà, mentre avremo la guardia abbassata? Se fosse il nostro tentativo di fuga a far avverare le profezie di Talyn? Se siamo innanzi a un Fato ineluttabile, che valore ha la scelta?!». Dopo questo sfogo, si prese la testa fra le mani e tacque.
   Ci fu un silenzio ancora più lungo. «Io... non lo so proprio» ammise infine Losira. «Sia andare che restare comporta dei rischi, anche se non ti nascondo che preferirei se andassimo. Cosa ne pensa Giely?».
   «Mah, negli ultimi giorni è taciturna. Credo che l’esperienza nel Duat l’abbia scossa. Comunque suppongo che anche lei preferirebbe andare» disse Rivera, afflitto.
   «Però non lo farai» indovinò Losira.
   «Non ancora» confermò il Capitano. «Prima vorrei almeno capire che direzione prenderà questa guerra. Devo sapere se c’è qualche speranza per le democrazie, oppure se... è la Kobayashi Maru dell’intera Galassia» concluse. Siccome la Risiana non ribatteva, le si rivolse di nuovo. «Mi dispiace» disse.
   «Per che cosa?».
   «Perché da quando siamo in questa realtà, continuo a ignorare i tuoi consigli» spiegò Rivera. «E così facendo ci getto in rischi sempre più grossi. Forse dovrei darti retta. Dovrei stracciare il patto con l’Egida, sbarcare Mitchell e gli altri sul pianeta più vicino, e chi s’è visto s’è visto».
   «Ormai sarebbe un tradimento. Sarebbe come lasciare la Kobayashi Maru al suo destino» notò Losira.
   «Ne porterei solo io il peso».
   «No, ormai siamo tutti coinvolti» sospirò la Risiana. «Se c’è qualcosa che ho imparato in questi anni, è che non si può andare in un posto senza trovarsi coinvolti nelle sue regole. In qualche regola, perlomeno. È stato così finora, lo sarà in futuro... quindi è inutile scappare. La Kobayashi Maru arriverà quando vorrà arrivare. Tanti viaggi... una sola destinazione, non è così?».
   Rivera annuì stancamente. In quel momento sembrava più vecchio dei suoi quarant’anni. Fu allora che giunse la fatidica chiamata. «Plancia a Capitano, ci è giunto un messaggio di massima priorità dall’Egida» avvertì Talyn. «Il nemico ha attaccato l’Avalon, una stazione militare segreta dell’Alleanza Terrestre. Tutte le navi disponibili sono convocate per respingerlo, noi compresi. Ci hanno inviato le coordinate, visto che ormai non sono più un segreto... e si da il caso che siamo vicini».
   Rivera e Losira si scambiarono un’occhiata cupa. I loro discorsi ipotetici avevano già acquisito la pesantezza della realtà. «Computer, fine programma... e attiva l’Allarme Rosso!» ordinò il Capitano, scattando in piedi. La finta plancia svanì, rivelando il reticolo esagonale del simulatore, mentre in tutta la nave squillava l’allarme.
   «Capitano a plancia, sto arrivando. Voi intanto modificate la rotta. Dirigiamoci a massima velocità verso l’Avalon» aggiunse Rivera. Lui e Losira si precipitarono fuori dal ponte ologrammi, mentre la Destiny cambiava rotta.
 
   «Si può sapere che succede? Ahriman ha dichiarato guerra all’Alleanza Terrestre?!» chiese Rivera, entrando trafelato in plancia. Talyn infatti aveva riferito che l’Avalon apparteneva ai Terrestri, non ai Jaffa Liberi, e questo apriva scenari imprevedibili. Da un lato, l’apertura di un secondo fronte avrebbe notevolmente alleggerito i Jaffa. Dall’altro metteva l’umanità in un pericolo mortale, senza contare i rischi di diserzioni e ribellioni paventati da Thena.
   «Non lo sappiamo» rispose il Colonnello Mitchell, scuro in volto. «Il messaggio dell’Egida diceva solo che l’Avalon è sotto attacco. Per il momento non risultano dichiarazioni formali di guerra... anche se ormai non ce n’è bisogno. Se Ahriman ha attaccato, beh, stiamo assistendo all’inizio di quella che potrebbe essere l’ultima guerra dell’umanità. Tra quanto arriveremo?».
   «A massima cavitazione, due ore» rispose Shati.
   «Speriamo che non sia tardi» mormorò il Colonnello. «Purtroppo non ci sono molte altre navi, in questo settore. Potremmo essere fra i primi ad arrivare».
   «Lei cosa sa della Avalon?» chiese il Capitano.
   «Abbastanza. Ci sono stato anni fa, prima di passare all’Egida» rivelò Mitchell.
   «Allora deve ragguagliarci. Tutti in sala tattica!» ordinò Rivera, lasciando la plancia agli ausiliari.
 
   Di lì a un minuto erano tutti attorno al tavolo tattico. Oltre agli avventurieri c’erano Mitchell con i suoi ufficiali dell’Egida, Vidarr e Zahak. C’era anche Yo’rek, ormai ristabilito, come rappresentante dei Jaffa Liberi.
   «Bene Colonnello, ci dica cos’è l’Avalon, e cosa la rende importante» esordì Rivera.
   «Beh, in senso tecnico è una stazione spaziale militare di ultima generazione» spiegò Mitchell. «Ciò che conta però non è la stazione in sé, né la sua posizione. No, l’importante è che si tratta di un deposito militare. Contiene molte delle tecnologie aliene più strane e pericolose... diciamo più incontrollabili... su cui l’umanità abbia mai messo le mani. Alcune furono reperite dalle squadre SG, all’alba del Programma Stargate. Altre furono trovate dalla Missione Atlantide a Pegaso, o da altri esploratori in galassie ancora più remote...».
   «Stiamo parlando di tecnologie belliche? Insomma d’armi?» chiese Naskeel.
   «Non solo, ma... in buona parte sì» ammise il Colonnello. «Credo sia questo che preme ad Ahriman: impadronirsi di quelle armi per colmare ogni eventuale gap tecnologico nei nostri confronti. Sapete, una volta erano custodite sulla Terra, nell’Area 51. Ma con l’espansione dell’umanità nello spazio si è preferito allontanarle dal pianeta, come precauzione sia da attacchi esterni che da possibili incidenti interni. L’Avalon è solo l’ultimo di una serie di rifugi. Le sue coordinate e la sua stessa esistenza erano segrete... ma nessun segreto dura a lungo con Ahriman. Forse spera che, pur di non ammetterne l’esistenza, non reagiremo al suo atto di guerra. Se è così, ha sbagliato i conti» aggiunse, corrucciato.
   «Una stazione piena d’armi antiche e spesso incontrollabili... che di fatto non sono nemmeno installate sulle vostre navi...» rimuginò Irvik. «Non so, è strano che Ahriman ne abbia tanta paura. Non può darsi che sia in cerca di una cosa in particolare? Una che possa dargli un vantaggio decisivo nel conflitto? Oppure di un’arma che potrebbe distruggerlo?» suggerì.
   «Ipotesi interessante» convenne Mitchell, meditabondo. «Per come la vedo, ci sono solo due armi che potrebbero distruggerlo. La prima è il cosiddetto Sangraal, un’arma realizzata dagli Antichi per eliminare gli esseri Ascesi».
   «Pessima scelta del nome» fece Rivera, infastidito.
   «Seicento anni fa, quest’arma fu usata con successo contro gli Ori» proseguì il Colonnello. «Potrebbe funzionare anche con Ahriman... se è realmente Asceso. La sua propaganda sostiene che lo sia, ma finora non abbiamo le prove».
   «Beh, questo attacco all’Avalon può essere un indizio» ragionò il Capitano. «Comunque, se avete un’arma ammazza-Ascesi... perché non provarla?».
   «Perché in realtà non abbiamo l’arma vera e propria» rivelò Mitchell. «Quella fu inviata nella galassia degli Ori e andò perduta. A noi restano solo gli schemi, i progetti... ma in tutto questo tempo nessuno è riuscito a replicarne una funzionante. Forse qualche dettaglio chiave è andato perduto. In ogni caso dall’inizio della guerra sono raddoppiati gli sforzi per ricostruirla».
   «Potrebbe essere un movente sufficiente, per Ahriman» commentò Rivera. «E l’altra arma?».
   «Oh, quella è ancor più peculiare» disse il Colonnello. «È l’Arca della Verità, una delle più straordinarie invenzioni degli Antichi. La crearono milioni d’anni fa sul pianeta Celestis, prima ancora di trasferirsi nella Via Lattea e inventare gli Stargate. Anch’essa era pensata come strumento contro gli Ori, prima che ascendessero».
   «Prima che ascendessero?! Quindi è un’arma tradizionale?» chiese Losira, dando voce allo stupore di tutti.
   «Non è un’arma in senso stretto. Non è fatta per uccidere o distruggere» rivelò Mitchell. «Piuttosto agisce sulle menti, liberandole da ogni condizionamento coatto, da ogni indottrinamento ideologico. Gli Antichi stessi non osarono servirsene, perché è comunque uno strumento che altera le menti contro il volere dei soggetti, e così la seppellirono a Celestis. Questo eccesso di scrupolo permise agli Ori di tiranneggiare la loro galassia per milioni di anni e poi d’invadere la nostra. Infine, dopo averli già eliminati col Sangraal, l’SG-1 reperì anche l’Arca e la usò per infrangere il potere dei loro Priori. Solo allora la crociata ebbe termine e la Via Lattea fu salva».
   «Aspetti un momento... se avete l’Arca vera e propria, perché non la usate?! Così risolvereste anche questa guerra!» notò Shati.
   «Fosse così facile!» sospirò Mitchell. «Il limite dell’Arca è che funziona solo a breve raggio. Coi Priori fu risolutiva perché erano collegati tramite i loro bastoni, e l’intervento sul sommo sacerdote si ripercosse su tutti gli altri. Coi seguaci di Ahriman purtroppo questo non è fattibile. Al massimo possiamo usare l’Arca su qualche prigioniero, ma non possiamo certo introdurla nella sua corte. Né possiamo far sfilare milioni e milioni di sostenitori di Ahriman davanti all’Arca, per snebbiarli tutti. Se ci provassimo, ci accuserebbero d’essere noi a fargli il lavaggio del cervello».
   «E forse avrebbero ragione» intervenne Giely. «Non vi nascondo che sono turbata da questo strumento capace di far cambiare idea alle persone. Gli Antichi l’avranno anche creato a fin di bene, ma trovo significativo che loro stessi abbiano deciso di non avvalersene. Certo, può darsi che usarlo sui Priori sia stata la mossa giusta. Ma questa guerra mi sembra diversa, e se cominciaste a usare intensamente l’Arca, beh... non so dove potrebbe portare» avvertì.
   «Forse è questo il motivo per cui Ahriman sta attaccando l’Avalon» commentò Talyn. «Da un lato vuole evitare che usiate l’Arca per stanare le sue spie. Dall’altro potrebbe cercare di riprogrammarla per farne uno strumento di controllo mentale».
   «Come se non ne avesse già abbastanza!» si preoccupò il Colonnello. «Sì, temo che abbiate visto giusto, e che sia l’Arca il suo obiettivo primario. La nuova frontiera della Guerra Cognitiva».
   «Ma nemmeno lui può usarla a lungo raggio, dico bene?» intervenne Yo’rek.
   «Da quel che sappiamo, no» convenne Mitchell, assorto. «A meno che i suoi scienziati non trovino il modo di potenziarla, estendendo a dismisura il raggio d’azione. Di certo i nostri non ci sono riusciti, in seicento anni di studi. Beh, nel dubbio è meglio non correre rischi, quindi daremo priorità all’Arca. Appena saremo sul posto la imbarcheremo per metterla in salvo» stabilì.
   «Ci proveremo, se le condizioni lo permetteranno» precisò il Capitano. «Ora, finché c’è tempo, vorrei che ci descrivesse più a fondo l’Avalon e le sue difese. Così potremo intervenire in modo più efficace».
   In altre circostanze il Colonnello avrebbe esitato a fornire informazioni così riservate. Ma ora che l’Avalon era sotto attacco, e bisognava salvare il salvabile, non aveva alternative. Quindi riferì agli avventurieri tutto ciò che ricordava. «Sappiate, però, che non visito quella stazione da anni. Potrebbero esserci delle novità di cui non sono informato» concluse.
   «Lo terremo a mente» annuì il Capitano. «Se non c’è altro, ci aggiorniamo. Spero che potremo riunirci tutti a questo tavolo, a missione ultimata» aggiunse come augurio. Si alzò, imitato dagli altri. Mancava circa mezz’ora all’arrivo, per cui tornarono in plancia, recandosi alle loro postazioni.
   «Bene, io vado in sala macchine» si congedò Irvik.
   «E io in infermeria» disse Giely.
   «Chiedo il permesso di unirmi agli ingegneri» richiese Vidarr, che già indossava la sua armatura da combattimento.
   «Col suo permesso, Colonnello, vorrei andare anch’io in sala macchine» disse Zahak. «Una precauzione in caso d’abbordaggio» spiegò. In effetti erano tutti in apprensione per questo. Per imbarcare l’Arca della Verità, nonché la guarnigione dell’Avalon, la Destiny doveva abbassare gli scudi durante la battaglia, e ciò l’avrebbe resa vulnerabile sia agli attacchi che agli abbordaggi.
   «Concesso a entrambi» disse Mitchell. «Yo’rek, le va di accompagnarli?» chiese. Tecnicamente non poteva dargli ordini, dato che il Tenente militava nei Jaffa Liberi anziché nell’Egida, ma metterlo in squadra col fratello sembrava la cosa più ovvia.
   «Volentieri, Colonnello» acconsentì Yo’rek, e seguì gli altri due. Intanto Naskeel disponeva squadre della Sicurezza in tutte le aree critiche dell’astronave. Anche il Capitano dette le ultime disposizioni. «Shati, ti voglio al timone... ma vorrei che fossi anche pronta coi grossi calibri, come ultima linea di difesa» spiegò.
   «L’armatura m’intralcia quando sono al timone» avvertì la Caitiana. «La terrò a portata di mano, okay?» promise. Si recò in sala teletrasporto, trattenendosi qualche minuto prima di tornare in plancia. «Dieci minuti all’arrivo» avvertì, dopo aver ripreso il timone.
   Il Capitano si guardò attorno, sincerandosi che tutti fossero ai propri posti. Notò che Talyn aveva l’aria nervosa e gli si avvicinò. «Tutto bene?» chiese a bassa voce.
   «Non so, mi sento strano» mormorò il giovane, rabbrividendo. «Provo una sensazione mai avuta prima, come un ronzio di fondo. Credo che il pericolo sia vicino» disse, fissando insistentemente la porta della plancia. Al di là c’era l’ampia scala a chiocciola che conduceva al ponte sottostante. Al momento la porta era chiusa e vigilata dalle guardie... ma Talyn sentiva che qualcosa l’avrebbe oltrepassata.
   «Lo so che andiamo verso il pericolo. Puoi essere più specifico?!» chiese Rivera, impaziente.
   «So solo che siamo tutti a rischio... e lei più di altri. Si guardi le spalle!» avvertì l’El-Auriano. Così dicendo prese il phaser dal comparto segreto. Al Capitano non sfuggì che, prima d’agganciarlo in cintura, Talyn aveva alzato la regolazione da stordimento a uccisione. Non lo faceva praticamente mai, il che dava la misura della sua apprensione.
   Sempre più cupo, il Capitano tornò alla sua poltrona. Losira gli era accanto, come al solito, mentre Mitchell occupava la poltroncina del Consigliere sull’altro lato. Davanti a loro, al timone, Shati mise mano ai comandi.
   «Ci siamo, scendo a impulso» disse la timoniera. Il vortice azzurrino della cavitazione quantica lasciò il posto allo spazio normale. E la Destiny si trovò nell’occhio del ciclone.
 
   Attorno all’Avalon infuriava una battaglia assai più grande del previsto. C’erano decine d’astronavi e centinaia di caccia d’ambo le parti, così mischiati e confusi che gli schieramenti non erano più distinguibili. Le tecnologie più moderne erano impiegate allo scopo più primordiale che ci fosse: uccidere o essere uccisi. Al centro di tutto vi era l’Avalon, isola luminosa nel mare dello spazio, cittadella piena di tesori e assediata da ogni parte. La stazione era al centro di una ragnatela di fuoco, centinaia di colpi che ne martellavano gli scudi. Per il momento rispondeva con droni e armi a raggi. Ma né le sue imponenti difese, né i soccorsi terrestri sembravano sufficienti contro la marea nemica.
   Non appena si trovò in quel pandemonio, la Destiny subì un fuoco massiccio da parte degli attaccanti. La nave federale tremò, schivando di poco un vascello nemico. Un paio di caccia impattarono contro i suoi scudi, come moscerini su un parabrezza. E gli avventurieri rimasero di stucco... perché quelle davanti a loro non erano navi Goa’uld.
   Si trattava di una flotta completamente diversa e sconosciuta.
   I vascelli erano compatti, vagamente a forma di cuneo. In ogni caso avevano una simmetria bilaterale, contro quella raggiata delle navi Goa’uld. Gli scafi violacei avevano linee sinuose che facevano pensare a tecnologia organica. Sparavano raggi bianco-azzurri, lo stesso colore degli scudi. Ma la cosa più sbalorditiva era la loro stazza. Gli incrociatori più piccoli erano paragonabili alla Destiny. I maggiori erano dieci volte più grandi, e presentavano un’apertura centrale attraverso cui sfrecciavano i caccia, piccoli e acuminati come dardi. Sui lati avevano degli stabilizzatori piatti, mentre nella parte inferiore gli scafi presentavano strutture coniche, simili a favi. Persino le navi madre di Ahriman sarebbero parse piccole, a paragone di quei vascelli titanici.
   «Frell, siamo capitati in un altro Universo?!» imprecò Losira.
   «Impossibile, siamo solo scesi a velocità impulso!» disse Shati, affrettandosi a schivare quelle fortezze spaziali.
   «Oh, mio Dio» mormorò il Colonnello. «Questi non sono Goa’uld... sono peggio. Siamo incappati negli Wraith».
   «Gli Wraith?!» farfugliò il Capitano. Il loro nome aveva fatto capolino durante l’addestramento, ma l’Egida non li aveva mai edotti sul loro conto. Come sarebbe stato possibile? La guerra riguardava Ahriman, e c’era stato appena il tempo per parlare delle sue forze.
   «Sono umanoidi nativi di Pegaso, nati dal mostruoso incrocio tra il DNA degli Antichi e quello degli insetti Iratus» rivelò Mitchell.
   «Ugh, insetti?!» inorridì Losira. Si rattrappì sulla poltroncina, come se fossero lì sul pavimento.
   «Sì, ne hanno conservato molti aspetti» confermò il Colonnello. «La loro intera civiltà vive a bordo di quelle Navi Alveare. Sono rigidamente divisi in caste, governate da regine. E la loro tecnologia è organica, il che fornisce certi vantaggi, come la rigenerazione dei vascelli».
   «Abbiamo qualche esperienza di tecnologia organica» disse il Capitano, ricordando i mostruosi Undine.
   «Bene, vi servirà!» approvò Mitchell. La Destiny intanto aveva ingaggiato le titaniche Navi Alveare. Il Colonnello affiancò Naskeel, per indicargli dov’era più opportuno colpirle. Shati cercò di tenersi vicina all’Avalon e alle navi terrestri, per avere appoggio, mentre Talyn trasmetteva le loro generalità, per evitare il fuoco amico. Il giovane però si portava spesso le mani alle tempie, infastidito da quel ronzio che solo lui udiva, e che diventava sempre più un’emicrania.
   «Ci dica di più sugli Wraith!» incalzò Rivera. Tutto l’addestramento e le simulazioni fatte coi Goa’uld andavano a farsi benedire, adesso che erano incappati in tutt’altro nemico.
   «Gli Wraith... sono come le locuste» spiegò Mitchell, cercando di condensare il discorso. «I loro Sciami vagano di pianeta in pianeta, prosciugandoli di vita e risorse, per poi ripartire. Diecimila anni fa sconfissero gli Antichi a Pegaso, costringendoli a nascondere Atlantide in fondo all’oceano. Nei millenni successivi appestarono quella galassia, razziando gli altri popoli, costringendoli a nascondersi. Periodicamente s’ibernavano, lasciando che la galassia si riprendesse; poi si destavano per rastrellarla di nuovo. Sapete, gli Wraith sono sempre in cerca di vittime da... prosciugare».
   «Prosciugare?!» chiese Rivera, sentendosi raggelare fino al midollo.
   «Sì, anche gli Wraith sono parassiti, ma invece d’impossessarsi dei corpi, ne assorbono la forza vitale» rivelò il Colonnello.
   «Come sarebbe?!» fece il Capitano. Era la prima volta che sentiva una cosa del genere. Certo, il cosmo era grande e lui non aveva potuto informarsi di tutto.
   «Forza vitale, bio-energia... chiamatela come volete. I Wraith l’assorbono come vampiri, è il loro nutrimento e gli permette di restare eternamente giovani» spiegò Mitchell. «Le vittime incanutiscono come se in pochi attimi gli crollassero addosso decenni di vecchiaia. Se il processo viene interrotto possono sopravvivere, seppur debilitate. Altrimenti sono prosciugate a morte».
   «Come li avete...».
   «... sconfitti? Non l’abbiamo fatto. Non alla maniera dei Replicatori e degli Ori. Nessun’arma miracolosa ci ha permesso di spazzarli via» chiarì il Colonnello. «Comunque la Missione Atlantide fece grandi cose contro di loro, istigando anche i popoli di Pegaso alla ribellione. Nei secoli successivi gli Wraith sono stati messi sempre più all’angolo. I loro Sciami sono caduti uno dopo l’altro, finché ne è rimasto solo uno: quello di Azi Dahaka».
   Il Capitano ricordò di aver già sentito quel nome, sempre pronunciato con terrore.
   «È l’ultima regina Wraith» proseguì Mitchell. «Un secolo fa portò il suo Sciame nella Via Lattea, in cerca di nuovi mondi da consumare. Da allora percorre la Galassia come un flagello, senza che si riesca a fermarla. La sua alleanza con Ahriman non era stata confermata... finora».
   Rivera tornò a osservare la flotta Wraith che si accaniva contro l’Avalon, pur non avendo interesse strategico. «Ma certo... Ahriman non può attaccare direttamente la vostra stazione, perché ciò lo porterebbe in guerra con l’Alleanza Terrestre. E lui sta facendo di tutto per non aprire un secondo fronte. Non vuole che la Galassia si unisca contro di lui... divide et impera... quindi ha mandato gli Wraith al suo posto. Loro prenderanno l’Arca, e chissà che altro, e glielo consegneranno sottobanco. Per Azi Dahaka non farà differenza, visto che è già in conflitto con tutti... ma Ahriman ne uscirà pulito» comprese.
   «In pratica non sono Goa’uld, ma sono qui per fare il loro sporco lavoro!» sbuffò Shati, che aveva preso in odio gli Wraith fin da subito.
   «Già, quindi la nostra missione non cambia. Però dovremo cambiare strategia» disse il Capitano, mentre la Destiny sussultava sotto i colpi nemici. «Se i loro vascelli sono organici, allora useremo le armi già testate contro gli Undine. Date energia al cannone thalaronico!» ordinò. Era l’arma più temibile della Destiny: le sue radiazioni disgregavano la materia organica. Finora l’avevano impiegato solo contro gli Undine, con effetti devastanti.
   «Signore, le ricordo che non siamo soli contro il nemico. Attorno a noi ci sono decine d’astronavi e centinaia di caccia terrestri. La nube thalaronica si espande in modo incontrollabile. Se usiamo quell’arma, colpiremo anche gli alleati. Di sicuro uccideremo i piloti nei caccia, che sono poco schermati dalle radiazioni» avvertì Naskeel.
   Affossato, Rivera si rimproverò per non averci pensato. Era abituato a combattere in solitaria, senza navi di supporto, e senza doversi preoccupare troppo dei danni collaterali. Ma adesso che partecipavano a un conflitto, doveva pensarci eccome! Decimare gli Wraith non serviva a nulla, se infliggeva lo stesso danno agli alleati. «Contrordine, niente energia al cannone» disse, vergognandosi della figuraccia. Se aveva dovuto pensarci il Tholiano a metterlo in guardia dall’uso scriteriato degli armamenti, era proprio messo male. «Usiamo i siluri alle nanosonde, quelli sono più precisi» stabilì.
   «Ricevuto, lancio i siluri» disse Naskeel, a cui il Colonnello aveva indicato i punti più vulnerabili delle Navi Alveare. I siluri andarono a bersaglio, ma la maggior parte fu bloccata dagli scudi Wraith, efficaci anche contro gli attacchi cinetici. Pochi arrivarono a colpire gli scafi e iniziarono a corroderli. Ma considerando le enormi dimensioni delle Navi Alveare, ci sarebbe voluto molto tempo per vederne gli effetti. Il Capitano aggrottò la fronte nel constatare l’efficacia minima delle loro armi. Che altro potevano fare?
   «I Terrestri hanno perso un’altra nave, le loro squadriglie di caccia sono allo sbando» avvertì Talyn. «Urgh... non credo che possiamo vincere» mugugnò, sempre più ostacolato dall’emicrania.
   «Vediamo... se gli Wraith sono come insetti, dipenderanno dalla loro Regina» ragionò il Capitano. «Che accadrebbe se la nave ammiraglia fosse distrutta, e Azi Dahaka morisse?».
   «Non ne sono certo» ammise Mitchell. «Storicamente ci sono stati casi in cui, alla morte della Regina, il suo Sciame si è ritirato. Ma altre volte qualche ufficiale ha assunto il comando della flotta, proseguendo la battaglia. Questo accade se gli Wraith la considerano vitale per il loro futuro».
   «Quindi dipende tutto da quant’è stretta la loro alleanza con Ahriman» commentò Rivera. «Beh, direi che vale la pena tentare. C’è modo di riconoscere l’ammiraglia Wraith?» chiese a Talyn. In quella notò che il giovane si era praticamente accasciato alla sua postazione. Seguendo il suo sguardo, anche Losira si avvide del problema.
   «Talyn! Che ti succede?!» si preoccupò la Risiana, correndogli appresso.
   «È come... se potessi sentirli nella mia testa» rispose l’El-Auriano, tirato. «Mi pare di sentire lei, la Regina. Si trova su quella nave». Così dicendo inquadrò una Nave Alveare, ancora più grossa e corazzata delle altre, che si accaniva sull’Avalon.
   «Colonnello, ha una spiegazione?!» chiese il Capitano.
   «Gli Wraith hanno facoltà telepatiche. Le Regine, in particolare, hanno poteri formidabili» spiegò Mitchell. «Se anche tu sei un telepate, giovanotto, forse hai creato un contatto. Non lasciarla entrare nella tua testa!» raccomandò.
   «Ci provo» ansimò Talyn, portandosi le dita alla tempia. Usò una tecnica di schermatura che gli aveva insegnato Ratri, il suo perduto amore, mentre era coi Viaggiatori ribelli. Gradualmente il ronzio si attenuò, pur senza svanire del tutto.
   «Colonnello, che intendeva riguardo alle Regine? Che poteri hanno?!» chiese Losira, ancora in ansia.
   «Oh, si va dalla lettura del pensiero alla paralisi degli avversari, fino al proiettare allucinazioni» rispose Mitchell. «Niente telecinesi, però. E comunque i poteri Wraith diminuiscono in modo proporzionale al quadrato della distanza. Da un’astronave all’altra, nemmeno Azi Dahaka può fare granché. Dovrebbe abbordarci di persona per influenzarci. Non credo che sarà così ardita... di solito non si espone direttamente» aggiunse, cercando di tranquillizzare i presenti.
   «Speriamo» borbottò Talyn, riprendendo il controllo della sua postazione. Lanciò un’altra occhiata preoccupata all’ingresso della plancia. Che Azi fosse destinata a varcarlo, di lì a poco?
   Per quanto fosse in apprensione, il Capitano non poteva sostituire Talyn in un momento tanto cruciale. Aveva bisogno che i suoi ufficiali migliori fossero ciascuno al suo posto. «Naskeel, possiamo distruggere la nave di Azi prima che l’Avalon ceda?» chiese.
   «Negativo, gli scudi della stazione sono prossimi al collasso» avvertì il Tholiano.
   «Mannaggia. Allora... Talyn, chiama l’Avalon» ordinò Rivera.
   «Canale aperto».
   Il Comandante McKay apparve sullo schermo. Aveva gli occhi spiritati ed era circondato dalla concitazione dei suoi ufficiali. A Rivera sembrò di rivivere l’emergenza di pochi giorni prima col Duat; ma adesso la situazione era ancor più disperata. L’unico vantaggio era che stavolta avevano il teletrasporto, quindi potevano evacuare in fretta la base. Il Capitano parlò rapidamente, sapendo che potevano perdere il segnale in ogni momento.
   «Stazione Avalon, sono il Capitano Rivera della Destiny e sono qui per aiutarvi. Quando i vostri scudi cederanno, cercheremo di trasferirvi in salvo» promise. «Qui con me c’è una vostra vecchia conoscenza, il Colonnello Mitchell dell’Egida» disse, facendosi da parte.
   «Colonnello, temo che arriviate tardi. Non ci resta molto tempo» disse il Comandante, mentre una consolle s’infiammava a pochi passi da lui. Quando la spensero con un estintore, i vapori bianchi avvolsero il Comandante, quasi celandolo alla vista.
   «McKay, mi ascolti bene. Riteniamo che Azi Dahaka voglia l’Arca della Verità, per consegnarla ad Ahriman» spiegò Mitchell. «Quindi preparatela al trasferimento. Toglietela dalla camera blindata e portatela in plancia, così vi prenderemo assieme» raccomandò.
   «Sì, lo immaginavo. L’Arca è già qui, ma non so se potrete abbassare gli scudi. Conosce i miei ordini... la distruggerò, piuttosto che farla cadere in mano al nemico» avvertì McKay.
   «Ci dia un po’ di tempo, cercheremo di scrollarci queste Navi Alveare» disse Mitchell. «Ah, un’altra cosa... trasmetteteci i progetti del Sangraal. Per sicurezza» aggiunse.
   Il Comandante ebbe un attimo d’esitazione, ma un’altra esplosione in plancia lo riscosse. «D’accordo Mitchell, mi fido di lei, in nome dei vecchi tempi. Vi stiamo trasmettendo i piani dell’arma. Del resto, anche se Azi li intercettasse, non se ne farebbe nulla» disse McKay, azionando lui stesso i comandi.
   «Trasmissione in corso, sto ricevendo» disse Talyn, assicurandosi di copiare tutto. «Caspita, è una montagna di dati... ecco fatto, progetti acquisiti!» riferì.
   «Spero che vi siano più utili che a noi» disse McKay. «Se riusciste a ricreare l’arma, allora forse...». Il segnale fu troncato prima che potesse concludere il discorso.
   «Gli Wraith disturbano le trasmissioni. Forse non volevano che avessimo i piani» notò Talyn.
   «Beh, hanno fatto tardi. Un punto per noi!» disse Rivera, soddisfatto. In quella però due Navi Alveare attaccarono la Destiny. Non erano bordate occasionali come le altre: stavolta i vascelli li avevano presi di mira e non li mollavano.
   «Shati, manovre evasive. Cerchiamo di scrollarceli» ordinò il Capitano, mentre la Destiny tremava e gli scudi s’indebolivano. Anche uno sciame di caccia dart circondò la nave, colpendola da ogni lato. Erano così piccoli e agili che persino i sensori di puntamento della Destiny stentavano ad agganciarli. «Sembra che il salvataggio dovrà aspettare» mormorò Rivera, guardando l’Avalon con apprensione, prima che uscisse dalla visuale.
 
   Dopo ore d’assedio, la stazione spaziale era ormai allo stremo. I suoi scudi vacillavano, tanto che alcuni colpi azzurrini arrivavano a intaccare lo scafo. Le navi Wraith sapevano dove colpire. Concentrarono il fuoco sulla griglia di trasmissione energetica, finché gli scudi furono perforati. L’Avalon fu squassata da una violenta esplosione; parte dell’anello d’attracco fu infranto. Nel centro di comando gli ufficiali furono gettati a terra dallo scossone.
   «Rapporto!» disse il Comandante McKay, rialzandosi a fatica. L’illuminazione principale aveva ceduto; restavano solo i faretti d’emergenza a illuminare i volti lividi degli ufficiali.
   «Griglia energetica fuori uso, abbiamo perso gli scudi. I cannoni al plasma e le batterie a particelle sono senza energia. E c’è stata un’esplosione al controllo droni. Young è morto e la sedia di controllo è distrutta. Siamo inermi!» gemette un ufficiale.
   «Gli Wraith potrebbero agganciare l’Arca» avvertì un altro.
   «Allora farò il mio dovere» mormorò il Comandante. Impugno la pistola al plasma e prese di mira l’Arca della Verità, posta al centro della plancia. Sembrava un cassone metallico, color ferro, dai bordi rinforzati e le linee leggermente concave. In sommità vi era un quadro comandi, fitto di simboli, disposti in circolo attorno al pulsante centrale. Inserendo il giusto codice, l’Arca si sarebbe attivata. Ma in quel momento non c’erano avversari nel raggio d’azione; del resto con ogni probabilità non avrebbe indotto gli Wraith a cessare l’attacco. Al Comandante piangeva il cuore al pensiero di dover distruggere uno dei reperti più straordinari degli Antichi, la reliquia insostituibile che aveva salvato la Via Lattea. Ma non poteva lasciarla cadere in mano al nemico...
   «Signore, la Destiny ha seminato gli inseguitori. Sta tornando verso di noi e ci chiama di nuovo» avvertì l’addetto alle comunicazioni.
   «Sullo schermo» ordinò McKay, trattenendosi dal fare fuoco.
   Il Colonnello Mitchell riapparve sullo schermo. «Fermo, Comandante! Siamo qui per trarvi in salvo... e anche per l’Arca. Dateci qualche attimo, stiamo regolando il teletrasporto per superare le interferenze» spiegò.
   «Fate presto. Ora che siamo senza scudi, non devono prenderla gli Wraith!» raccomandò McKay.
   «Ancora pochi secondi...» fece Mitchell, guardando impaziente gli addetti presso di lui. Infine ricevette l’okay. «Ci siamo, pronti al teletrasporto» avvertì.
   «Grazie di cuore» disse il Comandante, mentre lui e gli altri stavano immobili, per facilitare il trasferimento. Ma quando giunse, il raggio prelevò solo l’Arca della Verità. McKay la vide ricomparire a fianco del Colonnello. «Avete problemi?» esalò.
   «Oh no, tutto è andato come previsto!» ghignò quello che sembrava Mitchell. Solo allora il Comandante registrò il fatto che il teletrasporto dell’Arca era stato verde-azzurro... come quello degli Wraith. Davanti ai suoi occhi sbarrati, il Colonnello cambiò fisionomia e tono di voce. Anche l’ambiente attorno a lui si trasformò, perdendo i connotati di plancia federale e trasformandosi in un antro semibuio, dall’aspetto organico. Sullo schermo c’erano adesso Azi Dahaka e i suoi ufficiali Wraith. Alti e magri, avevano visi cadaverici, con un paio di narici addizionali che tagliavano le guance. Gli ufficiali avevano lunghi capelli grigi o bianchi; alcuni portavano anche delle barbette da capra. I capelli della Regina, invece, erano di un rosso fiammante. I suoi occhi da predatore – gialli, con le pupille verticali – si fissarono su McKay, che avvertì uno strano ronzio nella mente. Allora il Comandante comprese com’era stato perpetrato l’inganno.
   «Proiezione telepatica» mormorò, sentendo le gambe molli. «Chi l’avrebbe detto, da quella distanza...».
   «Voi Umani siete facili da influenzare. Basta farvi vedere ciò che volete» disse freddamente la Regina Wraith. «Ora che ho l’Arca, mi considero soddisfatta. Tenetevi pure gli altri segreti... non che possano salvarvi» disse, e chiuse la comunicazione. Al posto della Destiny – anch’essa un’allucinazione – c’era la sua Nave Alveare, che rialzò gli scudi e aprì il fuoco contro l’Avalon. Il resto della flotta Wraith si unì all’attacco, devastando la stazione ormai indifesa. Esplosioni sempre più grandi punteggiarono lo scafo, in un crescendo di distruzione.
   Sulla plancia squassata dagli scoppi, McKay rimase immobile, in una calma surreale. Ignorò il fumo acre, le fiamme che quasi lo lambivano, i lamenti dei feriti che non poteva aiutare. Si stava chiedendo se la prima conversazione con quelli della Destiny fosse stata vera. Gli avventurieri erano mai intervenuti in quella battaglia? Avevano ricevuto i progetti del Sangraal? Il Comandante poteva solo sperare di sì. Continuò ad augurarselo, finché una raffica di siluri centrò la plancia, disintegrandola con tutto il suo contenuto.
 
   «Bene, tutto secondo i piani» disse Azi Dahaka, carezzando la superficie polita dell’Arca. «Spero proprio che ne sia valsa la pena» aggiunse, infastidita dal fatto che quell’attacco le stava costando perdite significative. Ma non c’era altro modo di procedere. Ahriman non poteva usare le sue forze, a rischio d’entrare in guerra coi Tau’ri; quindi l’onere dell’attacco ricadeva interamente sulle spalle degli Wraith. Beh, pazienza. Almeno era l’occasione per mostrare ad Ahriman quanto il suo supporto gli fosse necessario. E per ottenere qualcosa in cambio, si disse la Regina. Perché adesso la famosa Arca della Verità era in mano sua. L’aveva conquistata al prezzo di molto sangue Wraith, e quindi non l’avrebbe ceduta per niente. Oh, no... Ahriman avrebbe dovuto pagare salato per averla!
   Azi Dahaka si avvicinò allo schermo, per osservare gli ultimi momenti dell’Avalon, divorata dalle esplosioni. L’aveva sempre affascinata, il formidabile spettacolo della distruzione. Forse perché ci aveva convissuto tutta la vita. Era ancora molto giovane quando la Missione Atlantide aveva risvegliato anticipatamente gli Wraith dall’ibernazione, decimandoli in numerosi scontri. Azi aveva giurato vendetta contro gli invasori, ma prima di poterla attuare, questi erano tornati nella Via Lattea portandosi dietro l’intera Atlantide. L’avevano derubata della sua vendetta, lasciandola in una galassia di Wraith indeboliti e litigiosi, e d’altri popoli che non li temevano più come un tempo.
   Divenuta Regina del suo Sciame, Azi aveva compreso che gli Wraith dovevano evolvere per non essere spazzati via. Così aveva rinunciato alla pratica di trascorrere lunghi periodi in ibernazione con la sua gente, preferendo restare sempre in attività. Un’attenta esplorazione di Pegaso le aveva permesso di rinvenire alcuni moduli ZPM appartenuti agli Antichi, con cui aveva potenziato la sua Nave Alveare. Il suo crescente successo le aveva consentito d’agglomerare i resti di alcuni Sciami semidistrutti.
   Ormai a capo della più potente flotta Wraith rimasta, Azi aveva deciso che Pegaso le stava stretta. Cercava mondi indifesi da prosciugare, né aveva scordato i suoi propositi di vendetta contro i Tau’ri. Così aveva osato condurre la sua flotta nel lungo viaggio attraverso il vuoto intergalattico, fino alla Via Lattea. Qui aveva trovato mondi più popolosi, e meno attrezzati contro gli Wraith. A loro spese aveva espanso ulteriormente il suo Sciame. Per molto tempo, tuttavia, si era sottratta allo scontro diretto coi Tau’ri, memore delle dure sconfitte subìte dal suo popolo. Aspettava l’occasione giusta... e infine questa si era presentata, nella persona di Ahriman.
   Sulle prime non era stato facile fidarsi, soprattutto da parte di Azi, abituata a non dipendere da nessuno. Col tempo però i due avevano forgiato una salda alleanza, prestandosi soccorso militare in diverse occasioni. Anche sul piano personale erano diventati sempre più intimi, benché Azi si accorgesse che Ahriman pensava ancora ad Astarte... cosa che lei trovava incomprensibile. Ora finalmente i due sovrani avevano scatenato l’assalto a lungo pianificato. Il primo obiettivo erano i Jaffa Liberi, che Ahriman voleva ricondurre sotto il suo dominio. Fatto ciò, si sarebbero finalmente rivolti contro i Tau’ri. Era questo che Azi aspettava con ansia. Nel frattempo poteva già lanciare attacchi come quello all’Avalon, gustando un anticipo della sua vendetta, e risparmiando ad Ahriman l’incomodo di aprire un secondo fronte. Per adesso la strategia funzionava, permettendo all’alleato di conquistare rapidamente i mondi Jaffa. Le cose andavano bene...
   «Più che bene» si disse Azi, ammirando l’Avalon che si disintegrava in un’immane esplosione. L’onda d’urto danneggiò alcuni degli incrociatori Wraith minori, che si erano avvicinati un po’ troppo, e fece tremare persino l’ammiraglia della Regina.
   «Gli scudi reggono, siamo ancora operativi» assicurò l’Ufficiale Tattico.
   «Bene, abbiamo conseguito il nostro primo obiettivo» disse Azi, volgendosi verso i suoi ufficiali. «Ora passiamo al secondo. Che fa la Destiny?».
   «Fugge verso gli anelli ghiacciati, inseguita da due Navi Alveare» rispose l’addetto ai sensori.
   «Uniamoci alla caccia. Quella nave non deve fuggire. Che il resto dello Sciame trattenga i Tau’ri» ordinò la Regina. La sua nave si disimpegnò dalla mischia, gettandosi all’inseguimento, anche se era rimasta molto indietro.
   «I mercenari sembrano a mal partito, ma potrebbero sempre darsi alla fuga. In quel caso non è detto che riusciamo a tracciarli» avvertì il vicecomandante.
   «Oh, non penso proprio che fuggiranno» ghignò Azi, sicura di sé. «Penso invece che avranno un’avaria alla griglia energetica, restando indifesi».
   «Altezza, come fate a saperlo?!» si stupì il vicecomandante. Era una domanda legittima... dal momento che lei non lo informava sempre di tutto.
   «Lo so perché io e Ahriman abbiamo pianificato questa battaglia in ogni dettaglio» spiegò la Regina. «Tra le altre cose, ci siamo assicurati di avere qualcuno a bordo della Destiny, che saboterà la nave e ucciderà il Capitano. Beh, in realtà più di qualcuno» aggiunse, mentre il suo sorriso si allargava fino a scoprire i denti.
 
   Braccata dalle titaniche Navi Alveare e dallo sciame di minuscoli dart, la Destiny si allontanò dalla battaglia. L’idea iniziale era di percorrere un’ampia circonferenza per tornare al punto di partenza, seminando gli inseguitori, ma ben presto fu chiaro che non era possibile. Gli Wraith continuavano a tallonare la Destiny, martellandone gli scudi.
   «Frell, è inutile!» imprecò Shati, esasperata. «Ogni volta che provo a deviare, per tornare indietro, mi tagliano la strada!».
   «Scudi di poppa al 25% in diminuzione» avvertì Naskeel, mentre la nave continuava a sobbalzare.
   «Dobbiamo scollarceli di dosso, o non dureremo a lungo!» avvertì Losira.
   Il Capitano rimuginò, sul punto d’ordinare la ritirata. In quella però gli cadde lo sguardo sugli ampi, luminosi anelli del gigante gassoso. Un’idea disperata si formò nella sua mente. «Talyn, di che sono fatti quegli anelli?» chiese.
   «Frammenti di roccia e ghiaccio, come quelli di Saturno. Saranno i resti di un’antica luna frantumata» rispose l’El-Auriano.
   «Che hai in mente di fare?!» chiese Losira, fissando inquieta il Capitano. Ma questi si rivolse alla timoniera.
   «Shati, dipende tutto da te. Te la senti di fare la gimcana là in mezzo?» chiese Rivera. «Quelle Navi Alveare non possono seguirci, grosse come sono. E se si azzardano, finiranno male» spiegò.
   «Io... ci proverò» disse Shati, deglutendo. In realtà non era affatto sicura di poter condurre la nave attraverso quel percorso a ostacoli. Avrebbe dovuto sapere quant’erano fitti i frammenti, quant’erano massicci, la velocità, la densità... ma non c’era tempo per questi calcoli. «O la va, o la spacca» si disse, dirigendosi a massimo impulso verso gli anelli lucenti.
   «Ci tuffiamo là in mezzo, con gli scudi indeboliti?!» si preoccupò Losira.
   «Gli scudi di poppa sono indeboliti, ma quelli di prua reggono, non è così?» fece il Capitano, chiedendo conferma a Naskeel.
   «Affermativo, gli scudi di poppa sono ancora al 60%» confermò il Tholiano.
   Era meno di quanto sperasse Rivera, ma dovevano farseli bastare. Il Capitano contattò gli ingegneri, per avvisarli della rischiosa mossa. «Plancia a sala macchine, ci accingiamo a nasconderci negli anelli ghiacciati per seminare le Navi Alveare. Deviate tutta l’energia disponibile agli scudi di prua» ordinò, dato che sarebbero stati quelli più bersagliati.
   «Un altro brillante piano, eh?!» fece Irvik, trafelato. Dall’inizio della battaglia correva da una consolle all’altra della sala macchine, cercando di tenere tutto sotto controllo. «E va bene, farò il possibile. Ma cercate di non rimanere a lungo negli anelli! E al primo danno, fateci uscire subito!» raccomandò.
   Mentre gli ingegneri si davano da fare, Yo’rek e Zahak li osservarono dall’alto dei ponteggi del nucleo, dove si erano appostati. In caso d’abbordaggio nemico, infatti, quella posizione soprelevata offriva una posizione di tiro assai vantaggiosa. Passando da un ponteggio all’altro si poteva tenere sotto tiro l’intera sala macchine, con brevi spostamenti.
   «La battaglia va male» commentò Yo’rek, che aveva udito gli ultimi ordini e vedeva l’agitazione degli ingegneri. «Forse dovremo combattere per difendere questa nave» aggiunse, stringendo la sua lancia Jaffa.
   «Gli Wraith avranno capito che viene da un’altra realtà?» chiese Zahak, che impugnava un modello simile.
   «Ormai è chiaro che Azi Dahaka è alleata di Ahriman, quindi è probabile che le abbia passato informazioni» annuì Yo’rek. «Se lui sospetta, allora lo sospetta anche lei».
   «Già, prepariamoci al peggio» convenne Zahak. Poi si allontanò dal fratello maggiore, per controllare anche la parte posteriore della sala macchine.
   Ancora più in alto dei Jaffa, fluttuava Ottoperotto. Erano ormai diversi minuti che l’Exocomp aveva rilevato delle lievi fluttuazioni d’energia, che gli strumenti non riuscivano a spiegare. In circostanze normali non sarebbero state gravi, ma con la battaglia in corso, ogni minimo guasto poteva avere gravi conseguenze. Perciò il robottino scansionava la griglia di distribuzione energetica, in cerca di perdite. A un tratto qualcosa attirò la sua attenzione. Qualcosa di pericolosamente simile a ciò che aveva visto pochi giorni prima, nei sotterranei del Duat.
   Nella parte alta del soffitto, in corrispondenza di un tubo di Jefferies, c’era un foro nella paratia. Un foro circolare, di una ventina di centimetri, che sembrava prodotto da un potente acido molecolare. Ottoperotto si avvicinò, allarmato, in tempo per captare il suono proveniente dall’interno. Era un ticchettio ritmico, come di molte zampette metalliche che si muovessero all’unisono. Tic-tic-tic-tic-tic...
 
   «Ci siamo, reggetevi!» disse Shati. Gli anelli planetari erano davanti a loro, fitti di frammenti di roccia e ghiaccio. Nessun timoniere sano di mente si sarebbe mai ficcato in quella rotta a ostacoli, potendo evitarlo. Il fatto che Shati fosse in procinto di farlo dava la misura di quanto fossero disperati. In quella un bagliore lontano riverberò sugli anelli.
   «La stazione Avalon... è stata distrutta» riferì Talyn, sconfortato.
   «Abbiamo fallito» disse Mitchell, chinando il capo. «E se l’Arca della Verità è caduta in mano al nemico, come temo, i nostri guai sono appena iniziati. Dovremmo distruggere l’ammiraglia Wraith, per eliminare anche l’Arca...».
   «Lo dica alla sua flotta. Noi non siamo nelle condizioni d’attaccare» disse il Capitano. Non erano riusciti a soccorrere la stazione, e ora loro stessi erano in condizioni critiche. Che fosse questa, la loro Kobayashi Maru?
   La Destiny si tuffò negli anelli, raddrizzandosi per restare entro lo spessore di pochi chilometri. Frammenti d’ogni misura affollarono lo schermo, come una tormenta. Si andava dai sassolini, che impattavano sugli scudi senza comprometterli, fino agli iceberg che andavano evitati a ogni costo. Shati aveva avuto l’accortezza d’entrare nel senso di rotazione dei frammenti, tanto che se avesse uniformato la velocità alla loro, la Destiny sarebbe stata relativamente al sicuro. Ma a causa delle navi Wraith che la inseguivano, la nave federale sfrecciava assai più rapida dei detriti. Di conseguenza se li vedeva venire incontro, sia pur non così veloci come sarebbe stato in caso di moto contrario.
   «Oh, questo non mi piace...» mormorò Losira, rattrappendosi sulla poltroncina. «A che impatti possiamo resistere?».
   «Con gli scudi così indeboliti, ogni frammento roccioso più grande di trenta metri rischia di trapassare lo scafo. Cinquanta metri nel caso degli iceberg» riferì Talyn. Mentre parlava, bolidi di quelle dimensioni o anche più sfrecciavano tutt’intorno alla Destiny. Shati s’ingegnava a schivarli, ma non era facile con una nave di quella stazza. E ogni attimo che trascorrevano negli anelli aumentava le probabilità di un impatto catastrofico. Per aiutarla, Naskeel aprì il fuoco coi phaser anteriori, aprendo un varco per la nave. Gli asteroidi rocciosi si disintegravano in frammenti più piccoli, che martellavano gli scudi come grandine. Quelli di ghiaccio sublimavano, sprizzando vapore da tutte le parti, come comete incerte sulla direzione.
   «Che fanno gli Wraith?» chiese il Capitano, sperando d’aver seminato almeno le Navi Alveare. Quanto ai dart, erano fastidiosi, ma troppo piccoli per costituire una minaccia, almeno finché gli scudi reggevano.
   «Ci stanno ancora alle costole, i bastardi» disse Talyn. Mostrò l’inquadratura di poppa: gli inseguitori si erano tuffati negli anelli ed erano impegnati a schivare i bolidi. «Però le Navi Alveare stanno incassando un impatto dopo l’altro. Sono troppo grandi e goffe per schivarli come facciamo noi» aggiunse, speranzoso.
   «Continuiamo così. Naskeel, lanciasiluri posteriori. Aiutiamo i bolidi a fare giustizia» ordinò il Capitano.
   La temeraria gimcana proseguì. La Destiny veniva per prima, usando i phaser per frantumare parte dei bolidi e schivando gli altri con rapide manovre. Al tempo stesso lanciava siluri contro le Navi Alveare che la inseguivano. Queste, dal canto loro, erano in svantaggio. Le enormi dimensioni e la limitata manovrabilità le rendevano facili bersagli, sia per i bolidi che per i siluri. Di conseguenza le Navi Alveare non poterono più colpire la Destiny: tutta la loro potenza di fuoco doveva essere impiegata contro i bolidi. Anche così, incassarono molti colpi, finché gli scudi vacillarono e le prime brecce si aprirono sugli scafi. Quanto ai dart, erano così piccoli e agili da schivare quasi tutto, ma avevano scudi così deboli che il minimo impatto era fatale. Col protrarsi dell’inseguimento, parecchi furono distrutti dalla ghiaia spaziale. A un tratto ci fu un lampo.
   «Una delle Navi Alveare ha impattato contro un grosso asteroide ferroso» riferì Talyn. «È ridotta male. Sta rallentando, esce dagli anelli... ha rinunciato all’inseguimento». La ripresa di poppa mostrò la nave Wraith che restava indietro, squassata dalle esplosioni.
   «Siluri contro l’altra. Coraggio, ce l’abbiamo quasi fatta!» disse il Capitano.
   Naskeel scagliò una raffica di siluri quantici, che perforarono gli scudi indeboliti e fecero esplodere la prua della seconda Nave Alveare. Il vascello restò indietro, bersagliato da altri bolidi, che forse lo avrebbero distrutto.
   «I caccia rimasti senza appoggio si ritirano... ce l’abbiamo fatta!» disse Talyn, incredulo. Che i suoi sinistri presagi fossero errati? Gli sarebbe piaciuto, ma aveva imparato a non cantare vittoria troppo presto...
   In quella si accesero alcune spie d’emergenza. Gli ufficiali si chinarono sulle loro consolle, allarmati. «Frell, abbiamo un calo d’energia! Sto perdendo la spinta!» imprecò Shati, sentendo che i propulsori non le rispondevano più a dovere.
   «Anche i phaser e gli scudi perdono energia» avvertì Naskeel. Colpì un bolide, ma i phaser a mezza potenza non bastarono a distruggerlo, il che costrinse Shati a una rapida sterzata. Alcuni frammenti rocciosi batterono sullo scafo come grandine, non più respinti dagli scudi. Gli avventurieri udirono distintamente la gragnola.
   «Plancia a sala macchine, perdiamo potenza. Che succede?!» chiese Rivera, allarmato.
   «Capitano, c’è un enorme problema!» gemette Irvik, consultando uno schema della griglia energetica. «La griglia EPS è stata compromessa in più punti. Anche il nucleo è danneggiato... devo smaltire l’antimateria prima che il contenimento ceda». Attorno a lui squillavano gli allarmi e gli ingegneri erano in fibrillazione.
   «Ma così resteremo indifesi!» protestò il Capitano. «Si può sapere che è accaduto? Credevo non ci avessero colpiti!».
   «Non sono stati gli Wraith» disse Irvik, mentre un agghiacciante ticchettio risuonava nelle pareti. «Sono i Replicatori. Non so come, ma li abbiamo a bordo. Stanno sabotando un sistema dopo l’altro. E ancora non abbiamo l’arma per disgregarli».
   Rivera si sentì sprofondare. Il suo peggior incubo si era avverato. Avevano i Replicatori a bordo... e potevano averli presi solo nel Duat. Doveva essere accaduto quando Shati aveva lasciato il Centurion incustodito, per scendere a salvarli. «Mi aveva assicurato che il Centurion era pulito!» protestò, sebbene ormai fosse inutile accertare le responsabilità.
   «Non so che dire, in qualche modo hanno eluso i sensori. Quei mostriciattoli sono bravi a camuffarsi. Se non troviamo subito un rimedio, la Destiny è condannata» avvertì l’Ingegnere Capo. Salì una scaletta, recandosi sui ponteggi del nucleo per consultare alcuni indicatori.
   «Se ci riuniamo alle navi terrestri, dovrebbero avere almeno i progetti dell’arma anti-Replicatori...» suggerì Mitchell, ma in quella avvenne la catastrofe.
   Un iceberg di ghiaccio, duro come roccia, colpì in pieno la Destiny. Centrò la giunzione tra lo scafo primario e la sezione ad anello, danneggiandoli entrambi. Parecchi ponti furono messi allo scoperto, in un caos di lamiere deformate e taglienti. Tutta la nave rimbombò per il colpo, mentre gli occupanti erano gettati a terra dalla brusca decelerazione. Ci furono danni in sala macchine: un condotto esplose vicino a Irvik, che fu scaraventato all’indietro, mentre i gas tossici lo avvolgevano. Il Voth non si rialzò.
   «Signor Irvik!» gridò Yo’rek, che si trovava a poca distanza. Il Jaffa si precipitò a soccorrerlo, sebbene le esalazioni lo facessero lacrimare e tossire. Anche Ottoperotto venne in aiuto, trillando agitato. In quello stesso momento, sull’altro lato del nucleo, Zahak aveva rischiato di cadere giù dai ponteggi per via dello scossone. Si resse a fatica, mentre attorno a lui era un caos d’allarmi e grida.
   «Signor Irvik, mi sente?!» gridò un altro ingegnere, un Ferengi di nome Yam. Non ottenne risposta. I ponteggi erano invasi dal fumo, tanto che non riusciva a scorgere il superiore. I gas pesanti scendevano a terra come una nebbia, intossicando anche il resto del personale. «Sala macchine a infermeria, emergenza medica. Irvik è stato travolto dallo scoppio di un condotto e sta respirando composti d’ammoniaca. Li stiamo respirando tutti, ci serve aiuto immediato. Dottoressa Giely, mi sente?!» chiese Yam.
   Dall’infermeria non giunse risposta.
   Temendo che anche la dottoressa fosse rimasta vittima, l’ingegnere salì sui ponteggi, per trarre in salvo Irvik – se era ancora vivo – prima che le esalazioni lo finissero. Gli altri intanto cercavano di fermare la perdita. Ma era tutto inutile, se i Replicatori continuavano a sabotare un sistema dopo l’altro. La Destiny era come una bestia ferita, che lentamente si dissanguava.
 
   «Brecce sui ponti da 9 a 17!» gridò Talyn, sovrastando gli allarmi. «Le paratie e i campi di forza contengono le perdite atmosferiche, ma abbiamo sicuramente dei feriti, forse delle vittime. Ci sono danni in sala macchine, tra cui una fuga di gas tossici... e Irvik non risponde» riferì.
   «Usciamo da questi dannati anelli!» ordinò Rivera, temendo che altri bolidi li finissero.
   «Mi spiace, Capitano!» disse Shati, con le lacrime agli occhi. Impennò la Destiny, portandola fuori dalla tormenta di ghiaccio.
   «Non è colpa tua» disse Rivera, maledicendo la sua decisione d’infilarsi in quella trappola. «Ora cerchiamo d’allontanarci, finché...». La voce gli morì in gola. Sullo schermo campeggiava un’altra Nave Alveare, che aprì il fuoco contro di loro.
   «È l’ammiraglia Wraith» avvertì Naskeel.
   «Azi Dahaka!» ringhiò Shati, fissando il vascello. Le strutture ventrali sembravano davvero dei favi, pronti a vomitare uno sciame d’insetti inferociti. E la Caitiana detestava gli insetti e i parassiti.
   «Energia in diminuzione, scudi al minimo. Capitano, non possiamo tenergli testa. E non possiamo balzare a cavitazione, né occultarci» proseguì Naskeel.
   «Ritirata, massimo impulso» ordinò Rivera. «Attaccati da dentro e da fuori... come ne usciamo stavolta?!» si chiese, mentre la nave scricchiolava attorno a lui.
   «Non possiamo fuggire verso lo spazio aperto, sono più veloci di noi. Si stanno avvicinando!» avvertì Shati. Più indietro, Talyn si portò di nuovo le mani alle tempie. Ora che la regina Wraith si accostava, sentiva di nuovo quell’odioso ronzio. Si sforzò di tenerlo fuori dalla sua mente; ma il senso di pericolo cresceva a ogni attimo.
   «Fuoco coi siluri. Risparmiamo l’energia dei phaser» ordinò il Capitano. Erano troppo vulnerabili, dovevano distanziare gli Wraith, ma come fare? Rivera contemplò brevemente il pianeta gassoso. Se si fossero calati nelle sue profondità azzurrine, avrebbero potuto nascondersi... ma no, era troppo rischioso. Se i Replicatori continuavano a sabotare la nave, non avrebbero mai avuto abbastanza energia per risalire. Rivera aveva sentito troppe storie d’astronavi accartocciate dalla micidiale pressione di un gigante gassoso per aver voglia di provarci. Tanto più ora che avevano già delle brecce nello scafo. E dopo l’incidente negli anelli, non voleva ficcarsi in un’altra trappola. Ma allora dove potevano fuggire?
   «Shati, facciamo rotta verso il satellite più vicino. Useremo la vecchia tecnica della fionda gravitazionale per darci più spinta» decise infine il Capitano. Se perdevano energia, avrebbero lasciato che fosse la gravità a spingerli in avanti.
   «Può funzionare... i vecchi trucchi sono sempre i migliori» convenne la timoniera.
   «I tre satelliti più interni sono tutti dall’altra parte del pianeta. Servirebbe troppo tempo per aggirarlo. Dobbiamo andare verso il quarto satellite, sto inviando le coordinate» disse Talyn, trasferendole al timone.
   «Ce le ho. Dirotto l’energia d’emergenza ai propulsori, sperando che i Replicatori non ci tolgano anche quella» disse Shati. I motori a impulso ruggirono di nuovo e la Destiny prese velocità. Puntò verso il satellite più esterno, nell’estremo tentativo di sfuggire agli Wraith.
 
   Sulla plancia della sua ammiraglia, Azi Dahaka contemplò la Destiny in fuga. Per quanto fosse malmessa, la nave federale continuava a rispondere al fuoco. Senza energia per i phaser, sparava solo siluri, che facevano tremare la Nave Alveare.
   «Massima energia agli scudi anteriori, la nostra difesa dev’essere impenetrabile. E continuate a far fuoco!» ordinò la Regina. Guardando i fuggitivi, provò suo malgrado una certa ammirazione per loro. Avevano coraggio e tenacia, oltre a una buona dose d’inventiva. Adesso, per esempio, si dirigevano verso la quarta luna, sperando d’usarla come fionda gravitazionale. Poteva funzionare... per questo dovevano raggiungerli prima.
   «Colpitegli i propulsori, ma state attenti. Dobbiamo azzopparli, non distruggerli» raccomandò Azi Dahaka. «E tenete pronta la squadra d’abbordaggio. Appena i loro scudi avranno ceduto, entreremo in azione. Dobbiamo impadronirci di quella nave».
   «La squadra è pronta al teletrasporto, la guiderò di persona» disse l’Ufficiale Tattico, mentre continuava a scambiare colpi con la Destiny.
   «No, la guiderò io stessa!» annunciò inaspettatamente la Regina. A queste parole i suoi ufficiali la guardarono meravigliati.
   «Altezza, siete certa di volervi esporre? Può essere rischioso» notò l’Ufficiale Tattico.
   «Il pericolo non mi spaventa» ribatté Azi Dahaka, che nella sua vita plurisecolare era uscita indenne da parecchi combattimenti. «Non temere, non è una critica nei tuoi confronti. Sono soddisfatta di te... di tutti voi. Ma è una cosa che devo fare di persona» chiarì. «E poi, se tutto va come previsto, il Capitano Rivera morirà prima ancora che abbordiamo la sua nave. Questo getterà i mercenari nel panico, e noi faremo il resto» aggiunse. Strinse i pugni sino a far scricchiolare le nocche. Il suo digiuno era quasi giunto al termine.
 
   «Abbiamo superato l’orbita delle lune vulcaniche più interne» riferì Talyn. «Ci avviciniamo alla quarta luna, Cocytus. È un satellite ghiacciato di classe P». Così dicendo lo inquadrò sullo schermo. Cocytus era un globo biancastro, per via del ghiaccio che lo ricopriva. Aveva molto in comune con Europa, satellite di Giove, ed Encelado, satellite di Saturno. Era infatti una luna oceanica, che in superficie si era congelata. Sotto il ghiaccio però perdurava un oceano liquido, riscaldato dalle fumarole vulcaniche sul fondale. Queste, a loro volta, prendevano il calore dal nucleo. E il nucleo si scaldava per via delle forze mareali indotte dalla formidabile gravità del pianeta primario. Era un meccanismo naturale che produceva calore, innescando moti convettivi nell’oceano. A volte il ghiaccio superficiale si fratturava, producendo spettacolari geyser e criovulcani. Il loro vapore s’innalzava nella tenue atmosfera, per raffreddarsi e ricadere in ampie nevicate. Vista dallo spazio, la luna appariva sfregiata da lunghe crepe, come se un artiglio titanico l’avesse graffiata. Gli artigli dell’Inverno... a quella vista Talyn impallidì.
   «Il mondo ghiacciato!» sussurrò l’El-Auriano. «Non è un pianeta, ma un satellite...». Non poté aggiungere altro, perché in quella le cose precipitarono.
   La porta della plancia si aprì, sebbene il Capitano avesse ordinato di non far entrare nessuno, salvo gli ufficiali superiori. Dalla sua postazione, Talyn vide tendersi un esile braccio. La mano pallida impugnava un phaser. E il phaser mirò dritto alla testa di Rivera, che faceva capolino da sopra la poltrona del Capitano. A Talyn non servì la preveggenza per capire che il sicario era lì per uccidere; e allora scattò.
   L’El-Auriano ricorse all’estraniamento, la tecnica appresa dai Viaggiatori ribelli. La sua mente uscì dal normale flusso del tempo. Esistette nell’attimo, anziché in una successione d’attimi. Attorno a lui le voci divennero sempre più basse, fino a tacere. I movimenti rallentarono finché tutto parve immobile. Persino le scintille che sprizzavano da una consolle infranta erano ferme a mezz’aria. Nemmeno il sicario poté sottrarsi, e il suo braccio armato di phaser parve congelato mentre mirava al Capitano. In realtà tutto questo era un’illusione. Il tempo dell’Universo non era certo rallentato; era solo il tempo soggettivo di Talyn a scorrere molto più veloce.
   Il giovane sfruttò questo vantaggio per lanciarsi contro il sicario. La sua vista gli spezzò il cuore... ma non lo rallentò. Non era la prima volta che affrontava una persona cara, per salvare altri. La rovesciò a terra, strappandole il phaser di mano. Come temeva, era regolato su uccisione. Talyn lo gettò lontano, poi estrasse il proprio. Placcò l’avversaria, immobilizzandola con una presa di lotta, e le puntò il phaser alla tempia. Solo allora abbandonò l’estraniamento, tornando nel tempo normale.
   «PERCHÉ?!» urlò, la voce come un fiotto di sangue.
   A quel grido tutti si girarono e rimasero impietriti. Videro Talyn che tratteneva l’intrusa, dopo averla disarmata. L’ingresso inaspettato e il secondo phaser a terra indicavano che le aveva impedito di sparare. Ma il tentato omicidio era il meno; la cosa più sconcertante era un’altra.
   La sicaria era Giely.
 
   Rivera scattò in piedi, fulminato da quella rivelazione. Avrebbe preferito impazzire, piuttosto che vedere realmente una scena del genere. Avrebbe preferito strapparsi gli occhi dalle orbite, se questo avesse potuto cancellarla. Si avvicinò cautamente, sperando contro ogni logica che ci fosse una spiegazione diversa dall’evidenza.
   «Voleva ucciderti, Capitano! Lo giuro sulla mia vita!» gridò l’El-Auriano, continuando a trattenere la Vorta.
   Il trambusto richiamò le guardie che Rivera aveva piazzato all’esterno. «Non capisco» disse una di loro. «La dottoressa ha detto che doveva entrare per un’emergenza medica. Aveva la sua valigetta...».
   La valigetta era a terra, aperta e vuota. Conteneva solo il phaser che Giely aveva estratto per compiere l’attentato. Un attentato che sarebbe andato a buon fine, se non fosse stato per Talyn.
   «Perché, querida?» sussurrò Rivera, con voce rotta. La domanda aleggiò nel silenzio.
   Giely non rispose, ma sussultò e gorgogliò, come se dovesse rimettere.
   «Lasciala» ordinò il Capitano.
   Talyn obbedì a malincuore, ma continuò a minacciarla col phaser. Naskeel aveva già raccolto quello della dottoressa. La tennero entrambi sotto tiro, mentre la Vorta annaspava al suolo, come in preda alle convulsioni. Infine sputò davvero qualcosa. Sembrava una biglia metallica.
   In preda a una morbosa curiosità, tutti osservarono la biglia che rotolava sul pavimento. La videro fermarsi alla base di una consolle. Passato qualche attimo, le spuntarono delle zampette molto lunghe e sottili. La “biglia” somigliava ora a un ragno. Per la precisione a una vedova nera, dal corpo globulare e lunghe zampe sottili. Era un Replicatore, di una categoria mai vista prima. Si arrampicò sulla consolle, con le zampette metalliche che ticchettavano ritmicamente. Una volta lì, prese ad attivare i comandi, certo per compiere qualche sabotaggio. Naskeel lo schiacciò col pugno, infrangendo anche la consolle. Ma i guai erano appena iniziati. Perché adesso era evidente in che modo i Replicatori si erano introdotti sulla Destiny.
   «Oh, mio Dio» sussurrò il Capitano, raggelato dall’orrore. «Dall’interno... l’hanno divorata dall’interno».
 
   
 
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