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Autore: Parmandil    10/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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-Capitolo 8: La notte dell’anima
Data Stellare 2615.071
Luogo: Duat, quarto livello
 
   «Dovremmo essere al sicuro, per il momento» disse Zahak, controllando che la porta fosse sigillata.
   «Non so... quei ragni possono infiltrarsi ovunque» disse Giely, ancora col fiatone per la corsa. Si guardò attorno, esaminando il salone principale dell’infermeria. Erano soli, dato che i feriti erano stati evacuati, e per il momento non c’era traccia di Replicatori. Ma le cose potevano cambiare molto in fretta. Quegli ordigni potevano consumare il metallo, quindi erano in grado di farsi strada anche lì. Bastava che ne entrasse uno, non visto, e in breve si sarebbe moltiplicato a dismisura.
   «Gli ingegneri troveranno il modo di sbloccare i livelli, così potremo risalire» disse il Jaffa, fiducioso. «Fino ad allora dobbiamo resistere. Le suggerisco di riposare, dottoressa. Riprenda le forze per quando torneremo in azione. Io farò la guardia» promise. E si piantò davanti all’ingresso, con la lancia in pugno.
   «Riposarmi?! Non credo che ci riuscirò» disse Giely. Non poteva fare a meno di setacciare l’ambiente. Scrutava in ogni anfratto, sotto i tavolini e persino negli armadietti medici, sempre col terrore di trovarvi qualche Replicatore all’opera.
   «Dobbiamo approfittare di questa sosta forzata, dottoressa» propose Zahak. «Se il computer qui ha ancora energia, possiamo esaminare le planimetrie. Così studieremo il percorso più breve per riunirci agli altri» suggerì. Lui però rimase vicino alla porta, come se temesse di lasciarla.
   «Buona idea» approvò la Vorta. Si diresse a un’interfaccia parietale, ancora illuminata, e prese a trafficarci. Cercò di richiamare uno schema della prigione sotterranea, ma si scontrò con l’estraneità della lingua. «Tenente, venga qui per favore. Serve qualcuno che conosca la scrittura Goa’uld. Io proprio non li capisco, questi geroglifici!» si lamentò.
   Nel parlare Giely dava le spalle al Jaffa, perciò non si accorse dei suoi movimenti. Non vide che, invece di avvicinarsi, Zahak aveva deposto la lancia. Non vide che aveva impugnato la pistola zat’nik’tel, regolandola su stordimento. E non vide che la stava prendendo accuratamente di mira.
   «Oh, presto li capirà, dottoressa. Presto capirà molte cose» promise il Jaffa.
   «Che sta dicendo? Perché non viene a...» fece la Vorta, accennando a voltarsi. Ma in quel momento Zahak aprì il fuoco, colpendola alla schiena, proprio in mezzo alle scapole. Giely s’irrigidì e gridò di dolore, avvolta da scariche crepitanti. I sensi le vennero meno, i muscoli le cedettero. La Vorta si afflosciò sul pavimento, priva di sensi, pervasa dagli ultimi lampi azzurrini.
   «Lo vedrà, dottoressa» disse Zahak, rinfoderando l’arma. «Finora è stata cieca, ma ora i suoi occhi si apriranno alla verità» aggiunse, sebbene lei non potesse sentirlo. Si avvicinò e la sollevò senza sforzo, impaziente di passare alla fase successiva del piano.
 
   Giely riacquistò i sensi poco a poco. Era ancora confusa e non ricordava con esattezza cosa fosse successo. Le ultime memorie tornarono a sprazzi: la battaglia nel Duat, gli orribili Replicatori simili a ragni, la fuga disperata nei corridoi. Lei e Zahak erano rimasti divisi dal resto della squadra. Si erano barricati in infermeria, sperando di salvarsi, ma poi... cos’era successo? A un tratto la Vorta ricordò: qualcuno l’aveva colpita alle spalle, a tradimento. E quel qualcuno non poteva essere che Zahak. A quel pensiero la sua mente si snebbiò.
   «Gasp!». La dottoressa spalancò gli occhi e cercò di rialzarsi... solo per scoprire che non poteva. Si trovava su un tavolo operatorio, e non uno qualunque. Era sul tavolo attrezzato per operare le vittime dei Goa’uld, rimuovendo i parassiti. Vale a dire che polsi e caviglie erano saldamente immobilizzati da robusti ceppi metallici. Persino la sua testa era bloccata da due archetti che le cingevano gola e fronte. Il comunicatore le era stato sottratto, così che non potesse chiedere aiuto al resto della squadra. Inoltre il lettino era rialzato al massimo, diventando simile a un sedile. In quella posizione, Giely poteva vedere la parete di fronte a sé. Ciò che vide le mozzò il fiato dal terrore.
   La parete era interamente ricoperta di Replicatori simili a ragni, così fitti da formare una massa brulicante. Non uscivano da lì, ma erano certamente al lavoro, in un fitto ticchettio di zampe e ingranaggi. Osservando i pochi spazi vuoti che apparivano e sparivano tra loro, la Vorta comprese che stavano riconfigurando la parete. Per l’esattezza la stavano trasformando in una struttura a nido d’ape. Che l’avessero scelta per farne il loro... alveare?
   «Ben svegliata» disse una voce familiare. Una sagoma le si avvicinò, entrando ai margini del suo campo visivo.
   «Zahak!» sibilò Giely, fremendo dal terrore e dal disgusto. «Sei completamente impazzito?! Perché mi hai fatto questo... cosa speri d’ottenere? Non vedi che ci sono i Replicatori?!».
   «Li vedo, eccome» annuì il Jaffa, rivolgendo un’occhiata noncurante alla parete. «Ma non li temo, perché sono miei strumenti. So cosa sono programmati a fare» rivelò.
   «Tuoi strumenti?!» mormorò la Vorta, sentendosi accapponare la pelle. La situazione era ancor più grave del previsto. «Come hai potuto? Ci hai messi tutti in pericolo... hai messo in pericolo tuo fratello! E se i Goa’uld scappassero...».
   «Ovviamente è quello il piano, liberare i prigionieri» disse Zahak in tono secco. «Prima fra tutti Astarte, la diletta sposa di Ahriman. Questa è una missione di salvataggio, sì... ma per loro, non certo per i carcerieri!».
   Giely divenne ancor più pallida del solito. Ogni parola confermava i suoi peggiori timori. «Tu hai sempre avuto in mente di tradirci... sei sempre stato un servo di Ahriman» comprese. «Ma perché?! Come puoi schierarti con gli oppressori del tuo stesso popolo?!» protestò.
   «Oppressori?!» s’inalberò Zahak, gli occhi ardenti di collera. «I Goa’uld erano i nostri dèi. Ci civilizzarono in tempi remoti, ci diffusero in tutta la Via Lattea, ci potenziarono nel corpo e nella mente. Cosa più importante, ci dettero uno scopo, una dignità e un orgoglio. Ci permisero persino di accogliere la loro divina progenie, finché non fosse matura» aggiunse, sfiorandosi l’addome, dove tutti i Jaffa – maschi e femmine – conservavano la sacca progettata per accogliere le larve Goa’uld. «Insieme prosperammo per diecimila anni, una lunga Età dell’Oro. Poi tutto cambiò... quando i Tau’ri scoprirono lo stargate» si rabbuiò.
   «Tu che vieni da un altro cosmo non puoi sapere cosa accadde, quindi non ti biasimo del tutto» proseguì il Jaffa. «I Tau’ri furono rapidi e implacabili. In pochi anni rubarono le nostre tecnologie e le usarono contro di noi. Sobillarono e spinsero a ribellarsi popoli che per millenni erano vissuti in pace. Ci cacciarono mondo dopo mondo, risparmiando solo i traditori che accettavano di sottomettersi. E soprattutto... uccisero gli dèi. Ra, Apophis, Anubis, Ba’al... e innumerevoli altri... caddero in una manciata d’anni. Loro naturalmente avrebbero potuto reagire, ma furono troppo buoni, e la loro bontà gli costò la vita. Fu un genocidio: non c’è altro termine per descriverlo». Il viso di Zahak era indurito dal dolore e dallo sdegno.
   «Così l’età aurea fu distrutta e non tornò mai più. I Tau’ri dilagarono come una pestilenza, colonizzando questa e altre galassie, nella loro inesauribile sete di potere e conquiste» riprese il Jaffa. «Pensa allo splendore che hai visto sulla Terra! Come pensi che l’abbiano conseguito? Tutta la tecnologia dei Tau’ri è stata rubata. Tutto il benessere di cui hanno goduto negli ultimi seicento anni è fondato su montagne di cadaveri e oceani di sangue. Perché vedi, non si limitarono a sterminare i Goa’uld! No, negli stessi anni distrussero quasi del tutto i Replicatori, che sono esseri senzienti. Andarono nella galassia di Pegaso, accanendosi sugli Asurani e gli Wraith. E in una terza galassia sterminarono completamente gli Ori, esseri ascesi che nella loro infinita bontà offrivano la via dell’elevazione agli altri popoli. Da allora il segreto dell’Ascensione è andato perduto, finché il solo Ahriman l’ha riscoperto. Dunque non un solo genocidio, ma cinque! E poi, naturalmente, hanno commesso il genocidio culturale contro noi Jaffa».
   Così dicendo Zahak prese a camminare avanti e indietro, tormentato. «Ci hanno strappato la nostra cultura, le nostre leggi, la nostra religione. E ci hanno imposto le loro, che non ci appartengono. Ci hanno derubati dell’orgoglio, della dignità, della ragione per vivere. E ora pretendono di spezzare il pane alla stessa tavola come fratelli, quando in realtà sono i nostri peggiori nemici! Ah... se ci avessero sterminati, sarebbero stati più clementi. Ma purtroppo non ci hanno sterminati, hanno fatto di peggio: ci hanno resi simili a loro!» inveì. Si passò le mani sul volto, per nascondere le lacrime.
   Giely aveva ascoltato con crescente sgomento. Paragonando il racconto di Zahak con la versione che conosceva, si convinse che il Jaffa era in errore. Poiché era caduto il silenzio, deglutì e cercò d’imbastire una risposta. «Mi spiace che tu la veda così. È vero, siamo nuovi di questa realtà e ignoriamo molte cose. Ma la Terra e i suoi alleati erano in pace, prima che Ahriman li aggredisse. Quali che siano i vostri problemi, la guerra non può essere la soluzione».
   «È l’unica che i Tau’ri ci hanno lasciato» ribatté Zahak.
   Giely sospirò, intuendo che non avrebbe fatto breccia nel suo fanatismo. Ma fece un ultimo tentativo. «Io credo che Ahriman stia esacerbando vecchi rancori per il suo tornaconto personale. E credo che tu stia idealizzando un’età dell’oro che in realtà non è mai esistita. A quanto so, sia i Goa’uld che gli Ori erano schiavisti e vi usavano come carne da macello nelle loro continue guerre. Gli Wraith addirittura mangiano la gente. E i Replicatori, beh... abbiamo visto cosa fanno. Quindi penso che tu abbia abboccato alla propaganda di un tiranno che vuol rendervi di nuovo schiavi. Del resto è stato Ahriman a scatenare questa guerra. Pensa a come ha bombardato senza pietà il tuo pianeta, Chulak! Ha ucciso milioni di civili innocenti...».
   «Sono stati uccisi dai nostri leader, dal momento che hanno rifiutato d’accogliere Ahriman. Tutto per conservare il loro ruolo di fantocci dei Tau’ri» ribatté Zahak con gelido disprezzo.
   «Ma che bene potrà mai venire da queste carneficine?!» insisté Giely. «E pensa a tuo fratello Yo’rek... lui crede nella pace tra Umani e Jaffa!» argomentò.
   «Mio fratello è uno shol’va, un traditore, che ha abbandonato gli dèi per farsi servo dei Tau’ri!» ringhiò Zahak. «Merita di morire assieme a loro. In effetti spero di avere l’onore di ucciderlo con le mie mani. Ma prima mi occuperò della Destiny. Voi avventurieri siete un fattore estraneo che si è inserito nella guerra, minacciando i piani di Ahriman, quindi devo eliminarvi. Il che ci porta a noi due, e al motivo per cui sei qui» concluse.
   «Vuoi uccidermi? No, non credo... l’avresti già fatto» mormorò Giely. «Allora che vuoi da me?!».
   «La tua collaborazione» rivelò il Jaffa. «Devi aiutarmi in questa Guerra Santa. Sei il medico di bordo, nonché la compagna del Capitano, quindi nessuno sospetterà di te. Col tuo aiuto saboteremo la Destiny, così che gli alleati di Ahriman possano sconfiggerla».
 
   Giely restò di stucco. «Tu sei pazzo... non ti aiuterò mai a fare una cosa del genere. Su quella nave ci sono tutte le persone che amo. Ti conviene uccidermi, perché non gli farò mai del male!» dichiarò. Intanto stava cercando un modo per liberarsi, ma i ceppi la tenevano così immobile che non riusciva a fare progressi.
   A quelle parole, Zahak sospirò. «Ammiro la tua devozione, per quanto mal riposta. Sono persino disposto a crederti, se dici che i tuoi colleghi sono brave persone. Ma resta il fatto che in questa guerra vi siete schierati dalla parte sbagliata. Siete al servizio dei nostri carnefici, quindi ho il dovere di fermarvi» disse risoluto.
   «Non mi hai sentito? Io non tradirò mai i miei compagni. Sai, ti scioccherà scoprirlo, ma non tutti sono traditori come te!» disse la Vorta, sprezzante.
   «Non è tradimento abbandonare il male per il bene» sostenne il Jaffa. «Traditori semmai sono quelli che perseverano nel male, come stai facendo tu. Comunque oggi è il tuo giorno fortunato. Potrei ucciderti, naturalmente, ma non lo farò. Non è mai stata mia intenzione. Come ho detto, la missione consiste nel sabotare la Destiny. E tu mi aiuterai a completarla, dottoressa. Il fatto che al momento tu non voglia farlo è irrilevante».
   «Ah, e come pensi di farmi cambiare idea?!» lo canzonò Giely, ma in quella si zittì. Come aveva detto Yo’rek nel suo delirio, la morte non era il peggio che potesse capitare in quella guerra. I Goa’uld si erano sempre interessati al controllo mentale, e Ahriman più di tutti era progredito in quel settore. Dopo secoli di preparazione, era lecito aspettarsi che potesse spezzare chiunque.
   «Gli strumenti non mi mancano» disse Zahak, confermando i suoi peggiori sospetti. «Ti ricordo che i Replicatori sono al mio servizio. E loro possono plasmarsi in un’infinità di configurazioni. Non hai prestato attenzione a ciò che hanno fatto sinora?».
   Giely osservò la parete, dove i Replicatori non avevano interrotto un solo istante le loro frenetiche attività. Solo adesso si rese conto di cosa avevano fatto. Oltre a rimodellare il muro, facendone un alveare, avevano anche usato parte del metallo per assemblare nuovi modelli di se stessi. Questi nuovi Replicatori erano molto più piccoli degli altri. Avevano un corpo globulare, mentre le zampe erano lunghe e sottilissime. Se gli altri Replicatori erano tarantole, questi erano vedove nere. E Giely aveva un orribile sospetto sulla loro funzione.
   «Il soggetto è assicurato. Procedere col trattamento» ordinò Zahak. E i nuovi Replicatori gli obbedirono all’istante. Zampettarono giù dal muro, dirigendosi rapidi e decisi verso Giely. Il loro ticchettio parve quello di un orologio che correva verso la sua esecuzione. Tic-tic-tic-tic-tic...
   Angosciata, la Vorta si scosse con tutte le sue forze, ma sapeva che era inutile. Quei ceppi erano fatti per trattenere individui molto più forti di lei. Allora lasciò perdere, e osservò con la fascinazione dell’orrore gli esserini in avvicinamento. Sì, colpire lei era una mossa astuta. Era la compagna del Capitano, quindi l’ultima persona da cui lui si aspettava un tradimento. Cosa ancor più importante, era il medico di bordo. Se Zahak avesse compromesso qualcun altro, lei poteva accorgersene. Ma se comprometteva lei, ecco che nessuno lo avrebbe scoperto. Già, ma che intendeva farle con quei ragnetti? Vedendoli ormai vicinissimi, decise di chiederlo e basta.
   «Cosa si suppone che debbano farmi?» domandò, cercando di non far tremare la voce.
   «Tranquilla, non ti faranno soffrire» sostenne Zahak, con voce addolcita. «Si tratta solo di liberarti dall’ignoranza, dai pregiudizi e dalle menzogne che al momento offuscano il tuo giudizio. Quando sarai libera di pensare con chiarezza, passerai spontaneamente dalla mia parte» spiegò.
   «Mettila come vuoi, ma sembra proprio una coercizione» mormorò Giely, con la bocca secca.
   A queste parole il Jaffa fece un sorriso triste. «Sì, al momento la vedi così» sospirò. «Ma vorrei che capissi una cosa: nel momento in cui la tua banda di mercenari ha scelto di combattere contro Ahriman – cioè contro il bene – avete firmato la vostra condanna a morte. Di fatto avete scelto di suicidarvi. E io purtroppo non posso salvarvi tutti da questa decisione scellerata. Ma voglio salvare almeno te, che sei un medico e non un combattente. Portandoti dalla nostra parte, farò in modo che almeno tu sopravviva. In questo momento sei troppo agitata per rendertene conto, ma ti sto salvando la vita. Del resto sto solo seguendo gli insegnamenti di Ahriman».
   «Cioè rapire e torturare la gente?!» sibilò Giely.
   «Cioè impedire alle persone di farsi del male da sole. Ti faccio un esempio: se ti sorprendessi nell’atto di tagliarti le vene dei polsi con un coltello, io interverrei per fermarti. Ti strapperei il coltello di mano, per impedirti di suicidarti. Ecco, quello che sto facendo adesso è esattamente lo stesso. E l’ho imparato da Ahriman, non certo dai Tau’ri. Vedi, questa è la buona notizia: Ahriman ci ama anche se noi lo odiamo. Ahriman ci salva anche se non lo meritiamo. Quest’oggi nella sua misericordia ha deciso di salvare te. Gioisci, perché sarai strumento di salvezza per molti altri». Così dicendo i suoi lineamenti si rasserenarono nel sorriso del giusto.
   I Replicatori stavano ormai sciamando sul lettino di Giely. Ben presto la Vorta se li sentì zampettare sul corpo. Le avrebbero fatto il solletico, se solo non fosse stata così terrorizzata. Il suo cervello ragionava a mille, cercando di prevedere i vari scenari e le possibili contromosse. Era chiaro che, a dispetto dei vaneggiamenti di Zahak, quei mostriciattoli avrebbero cercato d’influenzarla. Altrimenti non avrebbe mai sabotato la Destiny. Ma che le avrebbero fatto di preciso? A complicare le cose, lei era una Vorta, per cui i Replicatori non conoscevano il suo organismo. Questo poteva essere un bene, se l’avesse aiutata a resistere. Ma poteva anche essere un male, se i ragnetti le avessero causato – sia pur involontariamente – dei danni neurologici.
   In tutto questo, lei che poteva fare? Non molto, purtroppo. Poteva solo armarsi di coraggio e tenacia. Non era la prima volta che qualcuno cercava d’influenzarla. Ci avevano provato gli Undine, con la telepatia, e lei era riuscita a liberarsi da sola. Magari ce l’avrebbe fatta anche stavolta. Doveva concentrarsi sui suoi cari, e sul perché gli voleva bene. Doveva focalizzarsi su ciò che aveva imparato in quegli anni, sull’individualità che aveva conquistato a caro prezzo. Era la sua unica speranza. E come dicevano gli Umani, la speranza è l’ultima a morire.
 
   Inarrestabili, i ragnetti metallici risalirono il collo di Giely e giunsero a zampettarle sul viso. La Vorta chiuse la bocca e serrò le palpebre, in una reazione istintiva. Cercò di scuotere la testa, per farli cadere, ma era così immobilizzata che non vi riuscì. Allora attese la prossima mossa, col cuore che batteva a mille.
   Agendo in perfetta sincronia, i Replicatori le circondarono gli occhi, disponendosi sia sopra che sotto ciascun occhio. Con le loro appendici specializzate, le afferrarono le palpebre e gliele aprirono. Anzi, gliele spalancarono al massimo. Gli occhioni violetti erano totalmente esposti, tanto che la Vorta temette volessero accecarla. Ruotò gli occhi, l’unico movimento che le restava, e vide i Replicatori vicinissimi. Alcuni si disposero sopra i suoi occhi, stando attenti a zampettare solo sulla pelle, per non ferire le delicate cornee.
   A un tratto i ragnetti presero a spruzzarle un fluido sugli occhi esposti. Era qualcosa di pungente e viscoso, che in breve le oscurò completamente la vista, sebbene le palpebre fossero sempre spalancate. Il cuore le martellò in petto: l’avevano accecata con l’acido?!
   «Calma, non ti stanno accecando» la rassicurò Zahak. «Hanno solo creato una pellicola che ti ricopre gli occhi. Si rapprenderà in pochi secondi, formando delle lenti a contatto. Non fa male, vero? No, non lo fa» la incoraggiò.
   «Mmmhhh...» fece Giely, impaurita e disgustata, ma non osò dischiudere le labbra per parlare, nel timore che qualche Replicatore le entrasse in bocca. In effetti il bruciore passò in fretta, lasciandole la sensazione di avere delle lenti a contatto, più spesse e fastidiose del normale. A che scopo tutto questo, si chiese.
   Subito dopo percepì altri Replicatori che le zampettavano in faccia. Stavolta due di loro le entrarono nelle orecchie. Si ancorarono agli ampi padiglioni da Vorta, come degli auricolari. Con un click, qualcosa si riconfigurò al loro interno, e Giely avvertì delle punture entro i canali uditivi. L’attimo dopo smise di udire lo zampettio dei Replicatori, come anche la voce di Zahak. Prima la vista, poi l’udito... e intuiva che anche questo senso non le era stato tolto, ma solo sequestrato. Per quale scopo, si chiese ancora.
   Trascorsero lunghi secondi... forse persino minuti... senza che accadesse niente. Cieca, sorda e immobilizzata, Giely poteva solo attendere. Mille pensieri angosciosi le attraversavano la mente, ma cercò di scacciarli. Doveva restare lucida, ragionare da medico. Cosa le stavano facendo? La risposta le balenò spontanea: deprivazione sensoriale. Il cervello è abituato a gestire continuamente gli stimoli sensoriali dell’ambiente. Se questi vengono meno, ecco che la mente gioca strani scherzi. In condizioni vigilate, la deprivazione sensoriale serve come cura antistress, o per favorire la meditazione. Ma può essere usata come strumento di tortura. Se l’isolamento è completo e prolungato, infatti, s’innescano fenomeni psichici distruttivi. Allucinazioni, paranoia, illusione di dilatamento temporale. E c’è di peggio. Se il cervello resta privo di stimoli, e poi ne riceve alcuni, finisce per concentrarsi irresistibilmente su quelli, come un assetato a cui sia offerta un po’ d’acqua.
   D’un tratto gli stimoli arrivarono. Le lenti a contatto entrarono in attività: lampi, prismi in continuo mutamento, colori caleidoscopici, persino spirali ipnotiche. Spesso c’erano parole sovrimpresse, così effimere che Giely non riusciva a leggerle. Messaggi subliminali, intuì la Vorta. Le immagini invadevano tutto il suo campo visivo, di modo che non poteva distogliere lo sguardo. Né poteva chiudere le palpebre, sempre spalancate a forza. Così era costretta ad assorbire tutto.
   Nello stesso tempo anche gli auricolari iniziarono a somministrarle suoni, di vario timbro e tonalità. C’era un rintocco cadenzato, come un metronomo. C’erano ritmi musicali, simili a ninne-nanne. E c’era anche una voce, sebbene fosse così annegata nella confusione che Giely non riusciva a distinguere le parole. Forse erano le stesse dei messaggi visivi. Anche in quel caso, la Vorta non poteva far altro che ascoltare tutto. Poco alla volta si rese conto che gli stimoli visivi e quelli uditivi erano coordinati, così da rinforzarsi a vicenda. Era una strana sinestesia, una confusione di sensi, tanto che a volte le parve di leggere le parole udite e di udire quelle lette.
   La cosa più inquietante era che il sistema, quale che fosse, imparava. E anche in fretta. Se uno stimolo sortiva poco effetto veniva abbandonato, privilegiando quelli più efficaci. In tal modo si selezionavano i messaggi che impressionavano maggiormente la psiche. In pochi minuti, Giely si trovò esposta a combinazioni sensoriali così sofisticate che avvertì una crescente sonnolenza. I pensieri si sfilacciavano, era sempre più difficile ragionare. Capì che quei diabolici apparecchi cercavano di farla addormentare, così da agire indisturbati sul suo subconscio. «Dormi!» ripetevano i messaggi subliminali, quando riusciva a percepirli. E in effetti la Vorta si sentiva sempre più stanca, sempre più assonnata, sempre più tentata di lasciarsi andare. Dovette mettercela tutta per non scivolare in trance, cosa che sarebbe stata la sua rovina.
   E ci riuscì. Attimo dopo attimo, minuto dopo minuto, Giely si oppose strenuamente all’assalto sferrato alla sua psiche. Si concentrò sui ricordi più felici, sulle persone a lei care, ripetendosi che doveva resistere. Non doveva cedere a quell’odioso tentativo di manipolazione. Dopo un tempo imprecisato, ma che le parve lungo, osò persino parlare. Si rivolse a Zahak – non lo vedeva, ma era certa che fosse sempre lì – in tono derisorio.
   «Ehi, vigliacco, credevi di gabbarmi così facilmente? Di farmi tradire con questi patetici giochetti da prestigiatore? Sono roba antidiluviana, con me non attaccano. Stai solo facendo una pessima figura. Io posso resistere tutta la notte. E tu quanto tempo hai, prima che il resto della squadra ci trovi? Scommetto che continui a controllare l’ora, facendotela sotto dalla fifa. Su, piantala con questa pagliacciata. Tanto non funziona!» lo sferzò.
   Subito dopo però si pentì di aver parlato. Era stata una mossa avventata, che non migliorava affatto la situazione. Avrebbe fatto meglio a fingere di soccombere, così che Zahak s’illudesse di averla sotto controllo. Poteva recitare per qualche ora, finché fossero tornati sulla Destiny. Dopo di che avrebbe denunciato il traditore. Sì, era la linea d’azione più logica. Doveva solo fingere di perdere il controllo... che in realtà era ben saldo. Perché quelli erano davvero trucchi antidiluviani. Non avrebbero mai spezzato il suo autocontrollo; non nell’arco di una sola notte. E di certo non potevano darle istruzioni complesse come sabotare un’astronave. Strano che Ahriman, con tutta la sua tecnologia, non potesse permettersi di meglio. Possibile che il temuto despota fosse solo un prestigiatore, e nulla più?
   «Aspetta a cantar vittoria... la notte è giovane» le giunse la voce di Zahak, ovattata attraverso gli auricolari.
   Il Jaffa stava osservando la parete brulicante, dove i Replicatori avevano appena terminato d’assemblare un nuovo modello, molto più massiccio. Era sempre a forma di tarantola, ma così grande da poter circondare un cranio umanoide con le sue zampe. Appena assemblato, il nuovo Replicatore mosse contro Giely, scavalcando i colleghi più piccoli. Salì sul lettino medico rialzato e zampettò sopra la prigioniera. Allora la Vorta, pur avendo vista e udito impegnati, si accorse del pericolo. Un Replicatore gigante le era addosso... non poteva essere un buon segno. Che nuova diavoleria si sarebbe inventato?
   L’ordigno si pose dietro Giely, in corrispondenza della nuca. Le abbrancò il capo con le lunghe zampe, che si richiusero sulla sua faccia. Poi il Replicatore regolò con cura la sua posizione, mentre le sondava il cranio, per andare a colpo sicuro. Doveva compiere un intervento di precisione. Giely se ne avvide, e si chiese se stavolta avrebbe avuto la forza di resistere. Beh, di certo ci avrebbe provato. Ma prima doveva fare un’ultima cosa.
   «Zahak, sei sempre lì? Sì, lo so che ci sei, vigliacco. Voglio dirti questo: qualunque cosa mi accada, tu sei morto. I miei amici ti scopriranno e ti ammazzeranno!» minacciò.
   «E allora? Sacrificarsi per Ahriman è ciò che dà valore e significato alla vita. È sempre stata la mia somma speranza» rivelò Zahak, facendo spallucce. «Ma dubito che sarà la tua banda sgangherata a esaudire il mio desiderio».
   Giely aprì la bocca per ribattere, ma in quell’attimo il Replicatore colpì. Le conficcò un sottile ago nella nuca, perforandole il cranio, fino a raggiungere la base del cervello. E lì rilasciò una massiccia dose di naniti. Le macchine microscopiche inondarono il flusso sanguigno, che le trasportò rapidamente in tutto il cervello. Passarono dalle arterie ai capillari, e da lì attaccarono i neuroni. Costruirono un reticolo ramificato, come una pianta parassita i cui viticci si sovrappongono alle ramificazioni di un albero sano, soffocandolo. Nel giro di un minuto il reticolo era avvinghiato ai neuroni... e in grado di regolarne l’attività con assoluta precisione. Per prima cosa i naniti soppressero i centri del pensiero autonomo. Poi attaccarono le memorie, senza cancellarle del tutto, ma rendendole inafferrabili. Al tempo stesso rilasciarono vari ormoni, con effetto sedativo e calmante. Alcuni collegamenti sinaptici furono inibiti, mentre altri furono creati da zero. L’architettura nervosa fu riconfigurata, predisponendola alla successiva riprogrammazione.
   Giely rimase con la bocca spalancata in un muto urlo, incapace d’articolare parola. Percepiva i naniti che si facevano strada nel suo cervello. Li avvertiva come un flusso gelido che si ramificava, come mille tentacoli di ghiaccio. Cercò di urlare, ma la voce le rimase in gola. Adesso sì che aveva paura. Un freddo, paralizzante terrore. Aveva paura di Zahak, di Ahriman... e soprattutto di se stessa. Di quel che avrebbe fatto, se avesse perso la battaglia per la sua anima. Intanto l’ago del Replicatore si era ritirato dalla nuca, senza far uscire una goccia di sangue. E il gelo si estendeva nel suo cervello, rallentandole i pensieri. Doveva essere nanotecnologia sofisticata... Giely suo malgrado si sentì impressionata. Poteva quasi avvertire i naniti che riscrivevano i suoi pensieri, in base alle loro direttive. Il freddo ormai le aveva fagocitato la mente. Più che un flusso gelato, adesso pareva essersi solidificato, come una gelatina che teneva ogni cosa ferma al suo posto.
   La Vorta fece un ultimo, disperato tentativo di resistere. Si concentrò sulle persone più care che avesse mai avuto nella sua vita. Ome’tikal, il soldato Jem’Hadar che le aveva spianato la strada per la libertà, sacrificandosi per consentirle di sfuggire al Dominio. Le parve quasi di vederlo, mentre le tendeva la mano, esortandola a resistere. L’attimo dopo Ome’tikal svanì dalla sua mente. A chi stava pensando? Non riusciva a ricordarlo. Era una memoria inafferrabile, come quella di un sogno. Giely allora pensò agli amici della Destiny, uno dopo l’altro. Losira, Shati, Talyn, Irvik... persino Naskeel coi suoi strani modi da Tholiano. Uno dopo l’altro svanirono dalla sua mente, come se non fossero mai esistiti. Allora la Vorta pensò al Capitano. L’unico vero amore della sua vita... non poteva dimenticarlo! L’avrebbe ancorata alla sua identità, all’individualità che aveva tanto lottato per conseguire. Sì, ne era certa. In quell’attimo se lo scordò completamente.
   Perso l’ultimo appiglio, la speranza morì.
   E Giely morì con essa.
 
   Ora che niente la puntellava, la muraglia della sua resistenza si sgretolò miseramente. Le tenebre la inghiottirono, le parve di cadere in un abisso. Adesso era smarrita in un cosmo totalmente vuoto e buio. Si sentiva sola e impaurita. Si sentiva... una nullità. Una completa nullità. Aveva bisogno d’aiuto, anche se non sapeva a chi rivolgersi. Qualunque cosa andava bene, pur di non restare in quello stato miserevole. Chiunque le avesse detto qualcosa sarebbe stato il suo salvatore.
   «Aiuto... ho paura... voglio tornare a casa...» piagnucolò, sebbene non sapesse nemmeno qual era la sua casa.
   «Tu sei a casa» la rassicurò Zahak. «E ora ci resterai per sempre».
   Gli occhioni violetti di Giely si tinsero di grigio, saturi di naniti, e qualcosa si spense nel suo sguardo. Una singola lacrima le rigò il viso cereo. Assieme a quella se ne andò l’ultimo barlume di resistenza. La Vorta si sentì affogare nell’oscurità... ma non tutto era buio, per fortuna. Vedeva qualcosa davanti a sé. Stimoli luminosi danzavano davanti ai suoi occhi. Lampi, prismi mutevoli, colori caleidoscopici, spirali. E parole che duravano solo per un istante. Giely ne fu subito attirata, come una falena da un’intensa luce. Quelle visioni erano bellissime, confortanti. Erano esattamente ciò di cui aveva bisogno. Capì che doveva osservarle attentamente, per ricordare ciò che aveva dimenticato.
   E non tutto era silenzioso, per fortuna. Udiva qualcosa attorno a sé. Stimoli sonori danzavano nelle sue orecchie, variando timbro e tonalità. Il rintocco cadenzato di un metronomo, nenie avvincenti... e una voce, sebbene difficile da afferrare. Giely ne fu attirata come una ballerina in cerca di una melodia a cui danzare. Capì che doveva ascoltarle attentamente, sempre per ricordare.
   Insieme, le luci e i suoni l’avrebbero salvata dall’abisso, restituendole la sua identità. Doveva solo assorbirli con diligenza, senza farsi sfuggire nulla. Aveva la certezza rassicurante che tutto quel che le trasmettevano era buono e giusto. Che era tutto vero... la verità indiscussa. Doveva solo fidarsi e lasciarsi istruire, così tutto si sarebbe risolto. Sarebbe stata di nuovo completa, con uno scopo. Rassicurata, Giely emise un sospiro soddisfatto e si rilassò sempre più. I respiri, prima affannosi, divennero lenti e regolari. Anche il battito cardiaco tornò in condizione di riposo. Le mani, prima strette a pugno per la tensione, si aprirono. Tutta la sua posa si rilassò, salvo qualche tremito occasionale e involontario. La Vorta scivolò in una trance sempre più profonda, permettendo ai messaggi subliminali di mettere salde radici nella sua psiche.
 
   Zahak passeggiava nervosamente nell’infermeria semibuia, con le mani intrecciate dietro la schiena. Il suo sguardo faceva la spola tra il muro, dove i Replicatori erano sempre all’opera, e il lettino su cui Giely veniva indottrinata. Stava passando più tempo del previsto... la dottoressa aveva davvero resistito strenuamente. Il Jaffa non poté fare a meno d’ammirarla, sebbene lo rattristasse che tanta resistenza fosse indirizzata allo scopo sbagliato. Ora, per fortuna, le cose stavano migliorando. La Vorta aveva smesso di resistere e stava finalmente assorbendo le istruzioni. Sul suo viso era stampata un’espressione d’attonito stupore, che poco alla volta divenne un sorriso beato.
   A un tratto i Replicatori smisero di forzare le sue palpebre a restare aperte. Si ritirarono dalla sua faccia, lasciando che le lenti a contatto continuassero a istruirla. Anche il massiccio ragno che le aveva abbrancato la nuca la lasciò andare, avendo terminato il suo compito. Tornò a terra e poi alla parete in cui si fuse. Solo i due Replicatori trasformati in auricolari restarono al loro posto, per trasmettere i messaggi uditivi.
   Era il punto di svolta. Volendo, Giely avrebbe potuto chiudere le palpebre, risparmiandosi almeno gli stimoli visivi. Però non lo faceva. Tenne gli occhioni spalancati, esattamente come prima. Le sue labbra si mossero a ripetere i comandi post-ipnotici che le venivano impartiti. All’inizio lo fece in silenzio, articolando le parole, ma senza dargli davvero voce. Poi iniziò a pronunciarle, dapprima in un mormorio esitante, come se non fosse del tutto convinta. Ad ogni ripetizione tuttavia la sua sicurezza crebbe. Ben presto parlò in tono chiaro e tranquillo, con le parole ben pronunciate. Infine la sua voce si modulò in un’invocazione estatica. Stava fingendo, oppure aveva finalmente ceduto? Non c’era che un modo per scoprirlo.
   Con un pizzico d’ansia, Zahak si accostò al lettino, studiando la prigioniera. Le liberò gli arti dai ceppi metallici, poi rimosse anche gli archetti che le bloccavano la testa. «Ecco... se è una messinscena, ora mi attacca» pensò, pronto a difendersi. Ma non ce ne fu bisogno, perché Giely rimase placidamente sdraiata sul lettino, cantilenando le istruzioni che le venivano impartite. Non cercò di togliersi le lenti a contatto, né gli auricolari; insomma non fece nulla per ostacolare il condizionamento. Sebbene i vincoli fisici fossero stati rimossi, era evidente che ormai ne aveva di ben più saldi, a livello mentale. E questa era un’ottima cosa, perché ormai il tempo stringeva. Da un momento all’altro sarebbe giunta la chiamata di controllo.
   Di lì a poco Giely si riscosse, uscendo in parte dalla trance. Con lente movenze, alzò la schiena e mise giù le gambe, restando seduta sul lettino. Mosse la testa di lato, con lo sguardo fisso in avanti, fino ad appuntarsi sul Jaffa. «Zahak» lo riconobbe, senza particolare emozione. I dispositivi di controllo le avevano reso sia la vista che l’udito.
   «Sono qui» disse lui. «Spero che tu non abbia sofferto troppo; era l’unico modo per salvarti. C’è qualcosa che vuoi dirmi?» chiese.
   Giely si mise in piedi, fronteggiandolo. Sul suo volto aleggiava ancora il sorriso estatico. «Io credo in Ahriman. I miei occhi hanno visto la sua luce, le mie orecchie hanno udito la sua parola, la mia mente si è aperta alla sua verità» intonò, con voce bassa e cantilenante.
   «Noto con piacere che ti sei ravveduta, in barba alle tue precedenti invettive» commentò Zahak, arricciando le labbra in un sorriso ironico. «Che cambiamento, in meno di un’ora! Beh, meglio così. Un’altra pecorella smarrita è tornata all’ovile».
   «Sì, sono tornata. E pensare che ho esitato! Prima ero una nullità, mentre ora ho uno scopo. Come posso servire?» chiese educatamente la Vorta.
   «Per prima cosa devi rispondere alla chiamata di controllo, che arriverà a momenti» spiegò il Jaffa. «Assicura che va tutto bene, che siamo al sicuro e possiamo resistere tutta la notte» ordinò. Così dicendo le restituì il comunicatore, che la dottoressa si appuntò sull’uniforme. Era il momento critico: se Giely fingeva, avrebbe chiamato aiuto e la missione sarebbe fallita. Ma Zahak non poteva credere che Ahriman lo abbandonasse nel momento decisivo. Si ripeté che doveva aver fede.
   In quella il comunicatore si attivò. «Rivera a Giely, come va lì da voi?» giunse la voce del Capitano, ignaro dell’accaduto. La sua unica preoccupazione, al momento, era che non fossero minacciati dai Replicatori. Teso come una corda di violino, il Jaffa osservò la reazione, pregando di raccogliere ciò che aveva ben seminato.
   La Vorta si portò la mano al comunicatore e lo premette. «Qui Giely, confermo che va tutto bene. Siamo sempre al sicuro in infermeria e non c’è traccia dei Replicatori. Ritengo che possiamo resistere tutta la notte» disse con assoluta tranquillità.
   Zahak sorrise, assaporando il suo trionfo.
   «Beh, finalmente una buona notizia. Restate lì dove siete, verremo a prendervi appena possibile. A presto, querida».
   «A presto, mi amor. Giely, chiudo» salutò la Vorta. Dopo di che si rivolse a Zahak. «Non credo che sospetti nulla» disse con calma.
   «Bravissima, sono fiero di te» si congratulò il Jaffa. La dottoressa aveva superato la prova; non c’era dubbio che si fosse davvero convertita. Ma restava ancora molto da fare. Zahak le illustrò con dovizia di particolari il piano finalizzato a sabotare la Destiny. Ogni tanto si fermava, accertandosi che la Vorta avesse compreso i vari passaggi. Infine le impartì le ultime istruzioni. «Continuerai a portare le lenti a contatto e gli auricolari, nascosti sotto i capelli, nel caso ci fosse bisogno di rinfrescarti la memoria» ordinò. «Ora passiamo alla fase successiva. Per introdurre i Replicatori sulla Destiny, devi portarli con te. Ricordi come?».
   «Sì, certo» ripeté la Vorta, e assunse una posa rigida. Allora ci fu movimento tra i Replicatori. Quelli più piccoli, simili a vedove nere, lasciarono la parete e si diressero verso di lei, ticchettando sul pavimento. Le risalirono il corpo, dalle caviglie fino al volto. Giely li lasciò fare, restando perfettamente immobile. Quando sentì che le zampettavano sul viso, aprì la bocca e la tenne bene aperta. Era un invito, e i Replicatori non se lo fecero sfuggire. Uno dopo l’altro le entrarono in bocca, ritraendo le zampe così da diventare sferici, e si lasciarono inghiottire. Avrebbero atteso nello stomaco, fino al momento d’entrare in azione. Quando la dottoressa ne ebbe ingeriti una dozzina, Zahak alzò la mano.
   «Così può bastare» ordinò il Jaffa. Allora Giely chiuse la bocca e i Replicatori smisero d’affluire. Quelli rimanenti tornarono indietro, riunendosi ai loro simili sulla parete.
   «Ecco fatto» disse la Vorta con semplicità. A vederla sembrava normale, tranne gli occhi un po’ cerchiati dalla fatica. Nessuno poteva sospettare che avesse lo stomaco pieno di Replicatori. Né che i suoi sensi fossero filtrati dalle lenti e dagli auricolari, che all’occorrenza le davano istruzioni.
   «Bene, ora c’è un’ultima faccenda di cui discutere» disse Zahak. «Come sai, in guerra non tutti possono essere salvati. Questo vale anche per i tuoi colleghi della Destiny. Sabotare la nave non basta, dovremo anche eliminare gli ufficiali. Così costringeremo il resto della ciurma alla resa, e quindi salveremo molte vite» affermò, osservando attentamente le sue reazioni.
   «Certo, salveremo molte vite» convenne Giely, con la massima calma.
   «In particolare, il primo e più importante obiettivo da eliminare è il Capitano Rivera. Quando arriverà il momento, sarai capace di farlo? Avrai l’integrità morale e la forza d’animo di ucciderlo per il Bene superiore?» indagò il Jaffa, scrutandola ancor più da vicino. Quello era il momento di capire se la Vorta aveva interiorizzato i veri valori, liberandosi dalle menzogne dei miscredenti.
   Giely inspirò a fondo, mentre un sorriso angelico le rasserenava il volto. «Ma certo che lo ucciderò, al momento opportuno. Così dimostrerò ad Ahriman quanto credo in lui» disse senza la minima esitazione.
 
 
Data Stellare 2615.077
Luogo: USS Destiny, nel sistema Nemesis
 
   «Oh, mio Dio» sussurrò il Capitano, raggelato dall’orrore. «Dall’interno... l’hanno divorata dall’interno». Ricordò quanto gli fosse sembrata stanca la compagna, al termine della lunga notte d’orrore nel Duat. Ricordò quant’era stata distante e taciturna da allora. E ricordò che l’unico altro individuo con lei, quella tragica notte, era Zahak. Quello stesso Zahak che stavolta aveva chiesto di sorvegliare la sala macchine.
   «Rivera a sala macchine, Zahak è un traditore incaricato di ucciderci. Fermatelo a ogni costo!» ordinò il Capitano, premendosi il comunicatore. Dall’altra parte giunsero grida e frasi sconnesse, punteggiate dal suono dei phaser. La mattanza era già cominciata. «Rivera a Sicurezza, convergete sulla sala macchine. Zahak è una spia di Ahriman, uccidetelo!» ordinò allora.
   «È inutile, voi che servite falsi idoli non potete fermare i credenti» disse Giely.
   Sentendo queste parole, il Capitano si rivolse a Talyn, in cerca di soccorso. «Cosa possiamo fare per lei?!» chiese, sperando che l’El-Auriano la salvasse con uno dei suoi prodigi.
   Ma Talyn rimase cupo e rattristato. «Posso fare qualcosa per respingere il male, ma una volta che questo si è insinuato nelle pieghe della mente, non posso intervenire» spiegò.
   «Ma tu sei un Viaggiatore, ci sarà pur qualcosa...!» fece Rivera, disperato.
   «No, Capitano, è troppo tardi per salvarla» disse l’El-Auriano, ancora più drastico. «Quand’ero coi Viaggiatori, ho appreso un loro motto: “Quando ti nutri di menzogne, le menzogne si nutrono di te, finché non resta nulla”. Giely, volente o nolente, è stata imboccata con le menzogne di Ahriman... e l’hanno consumata al punto che di lei resta poco o nulla».
   Devastato, Rivera si avvicinò alla compagna. La prese per le spalle, costringendola a guardarlo. «Lo so che sei ancora lì dentro. Non ti ho mai lasciata andare in passato e non lo farò adesso. Ma per salvarti, ho bisogno che tu mi venga incontro. Devi opporti a questo... abuso mentale che hai subìto, amore mio. Lo capisci che hai subìto una violenza?!» chiese, con le lacrime agli occhi.
   Giely gli rivolse uno sguardo senza vita. «Io sono già salva, perché credo in Ahriman. Voi miscredenti, invece, brucerete per l’eternità tra le fiamme dell’Inferno. Ahriman è giusto e misericordioso. E la sua Guerra Santa è appena cominciata» dichiarò.
   In quella la Destiny fu squassata dal fuoco nemico. Erano tutti così distratti dal dramma di Giely da aver quasi dimenticato d’essere ancora nel bel mezzo della battaglia. Gli ufficiali tornarono precipitosamente ai comandi, mentre le guardie tenevano sotto tiro la Vorta.
   «Propulsori fuori uso, abbiamo perso l’impulso!» gemette Shati, lottando coi comandi che non le rispondevano più. «A queste condizioni, non posso fare la manovra di catapulta gravitazionale. Procediamo per inerzia... dritti contro la luna ghiacciata» disse, vedendola ingrandirsi fino a invadere lo schermo.
   «Cocito... l’ultimo fiume infernale. Il lago ghiacciato che imprigiona i dannati» mormorò il Capitano, ricordando vagamente l’Inferno dantesco. Dunque era questa la fine del loro viaggio. Intanto la Destiny sussultava sotto i colpi spietati degli Wraith.
   «Abbiamo perso gli scudi. Armamenti offline» riferì Naskeel. «Ora il nemico può distruggerci. Mi dispiace, Capitano».
   «No, non vogliono distruggerci» mormorò Talyn. «Se le mie visioni si avvereranno sino in fondo, cercheranno d’impadronirsi della nave. L’abborderanno... ma infine la Destiny precipiterà nel ghiaccio e sarà persa per entrambi».
   «Allora dobbiamo evacuarla?» chiese Losira.
   Rivera esitò. Qualcosa in lui si ribellava all’idea che fosse già tutto scritto. Possibile che non ci fosse modo di sfuggire al Fato? Qualche trucco per salvare la nave? Perché abbandonarla significava restare confinati in quel cosmo spietato, braccati da Ahriman e dai suoi alleati...
   Prima che il Capitano potesse decidersi, squillò un altro allarme. «Rilevo teletrasporti multipli nella nave. Gli Wraith ci abbordano» riferì Naskeel, avvalorando le previsioni di Talyn. «La plancia è schermata, ma sono sotto di noi e si stanno avvicinando».
   «Possiamo teletrasportarci altrove?» chiese Rivera.
   «Negativo, i Replicatori hanno disattivato anche il teletrasporto» lo gelò Naskeel.
   «Allora... dovremo resistere. Armi in pugno!» ordinò il Capitano, impugnando lui stesso il phaser. «Computer, sigillare l’ingresso della plancia, massima restrizione».
   «Portone sigillato. Campi di forza inattivi per insufficienza energetica» avvertì il computer. Senza la barriera d’energia, solo il portone blindato si frapponeva tra loro e gli Wraith. Allo stesso modo, non potevano bloccare gli invasori nel resto della nave.
   «Shati, è il momento. Ci servono i grossi calibri» disse Rivera.
   La Caitiana annuì e scomparve nell’adiacente sala teletrasporto, dove aveva riposto la sua attrezzatura. Tutti gli altri si appostarono dietro le consolle, con le armi in pugno, per un’ultima resistenza. Talyn si affiancò a Losira, nell’estremo tentativo di difenderla. «Stammi vicina» raccomandò.
   «Talyn, ascoltami bene. Sei dovrai scappare, scappa. Non pensare a me» esortò la Risiana.
   «Stammi vicina, ho detto!» s’incaponì il giovane.
   «Ascolta, figlio mio» insisté Losira. «Io non sono importante, ma tu devi sopravvivere, per salvare gli altri. E magari per... per ritrovare Ratri ed essere felice con lei. Se farai questo, io sarò appagata» disse la Risiana, con le lacrime agli occhi.
   «Non sminuirti, mamma. Tu sei importante. Lo siete tutti» mormorò Talyn. Non voleva neanche pensare a Ratri, in quel momento. L’affascinante El-Auriana gli aveva promesso d’aiutarlo, quando le sue visioni si fossero avverate... ma aveva mentito. Non era lì con loro, e Talyn era sempre più convinto che non l’avrebbe rivista. Ormai non voleva rivederla... il loro amore era cenere.
   Tutti gli avventurieri si erano ormai appostati. Abbandonata a se stessa, Giely si rifugiò in un angolo, a osservare gli eventi. Il Capitano avrebbe voluto nasconderla accanto a sé, ma non poteva rischiare che gli si rivoltasse contro. Così la lasciò dov’era, e attese l’arrivo degli Wraith.
 
   In sala macchine regnava il caos. C’erano danni ovunque, a ogni momento altri sistemi erano sabotati dai Replicatori, e la perdita d’ammoniaca stava rendendo l’aria irrespirabile. In tutto questo, Zahak se ne stava appostato sui ponteggi del nucleo, abbastanza in alto da non respirare i gas velenosi. Vedere i miscredenti che soffrivano e morivano sotto di lui gli dava tanta soddisfazione, ma il suo compito non era ancora concluso. Se aveva ben calibrato i tempi, in quel momento Giely stava andando in plancia, a uccidere il Capitano Rivera.
   «Ahriman, nostro signore e liberatore, fa’ che ci riesca» pregò Zahak. Forse avrebbe dovuto restare in plancia ad aiutarla... ma ormai era tardi per cambiare idea. Si era assunto l’incarico di eliminare gli ingegneri, affinché non rimettessero in linea i sistemi della Destiny, e a questo doveva attenersi. Dunque da chi cominciare? La logica diceva che il primo da uccidere era Irvik, l’Ingegnere Capo. Senza di lui, il resto dello staff sarebbe precipitato nell’anarchia e nel panico. Ma prima ancora, era di vitale importanza eliminare Yo’rek.
   A questo pensiero Zahak fremette deliziato. Uccidere suo fratello nel nome di Ahriman avrebbe dimostrato la purezza della sua fede. Era tutta la vita che sognava di farlo. E avrebbe lavato, almeno in parte, la macchia sulla sua famiglia. Erano infatti i discendenti di Teal’c, il più grande dei ribelli Jaffa, colui che aveva ucciso innumerevoli Goa’uld con le sue mani. Essere suo discendente aveva avvelenato l’intera esistenza di Zahak. Lo faceva soffrire ogni singolo istante, d’ogni singolo giorno, fin da quando aveva memoria. Uccidendo suo fratello nel nome dell’ultimo Signore dei Goa’uld, Zahak sperava di porre fine a quell’agonia e di purificare il suo nome.
   Il Jaffa aggirò parzialmente il nucleo, arrivando in vista della perdita di gas. Irvik era lì, stordito dall’esplosione del condotto e dalle esalazioni velenose. Yo’rek gli era accanto e cercava di trascinarlo in salvo. C’era pure Ottoperotto, anche se Zahak non capì che ci stesse a fare. Erano tutti così distratti da non badare a lui... perciò era il momento giusto per colpire. Peccato solo che sarebbero morti senza sapere che era stato lui a ucciderli. Zahak avrebbe preferito che il fratello lo vedesse in faccia. Avrebbe voluto spiegargli perché lo faceva... vedere l’orrore nei suoi occhi mentre scopriva che la sua vita da shol’va finiva per mano di un credente. Beh, pazienza. Era lì per servire Ahriman, non per prendersi soddisfazioni personali.
   Zahak era armato con la sua lancia Jaffa, e fu con quella che prese di mira il fratello. C’era una giustizia poetica nell’ucciderlo con quell’arma tradizionale, l’arma brandita dai Jaffa fedeli per millenni. Mentre lo prendeva di mira, tuttavia, Zahak si avvide di un problema. La perdita d’ammoniaca era così estesa che Irvik e Yo’rek erano immersi nel fumo biancastro. La stessa esalazione che da un lato li avvelenava lentamente, dall’altro li nascondeva, impedendo a lui di mirare con precisione. Zahak esitò davanti a quell’imprevisto. Non voleva correre il rischio di sbagliare il primo colpo, perché questo lo avrebbe esposto alla rappresaglia di Yo’rek, un tiratore esperto quanto lui.
   «Frell, ma che fa?!» imprecò qualcuno alle sue spalle.
   Zahak sobbalzò e si girò di scatto, trovandosi di fronte a un altro ingegnere che era appena salito sui ponteggi. Lo riconobbe: era il Ferengi di nome Yam. E lo aveva scorto mentre, invece d’aiutare suo fratello a salvare Irvik, li prendeva di mira. Non c’era tempo per imbastire una scusa, e del resto quale scusa sarebbe suonata convincente? Dunque non c’era che una cosa da fare.
   Con riflessi fulminei, Zahak sparò a bruciapelo a Yam, uccidendolo. Il corpo del Ferengi rotolò giù dalla scaletta che aveva appena salito. Ma così facendo, il Jaffa si era smascherato; lo sparo risuonò nella sala macchine e tutti gli sguardi si appuntarono su di lui. Conscio d’avere poco tempo, Zahak si girò nuovamente e sparò al fratello. Invece di un solo colpo preciso ne sparò molti, sperando che almeno uno andasse a bersaglio. Ma con sua enorme sorpresa e delusione, tutti i colpi si arrestarono contro una cupola trasparente, apparsa dal nulla. Doveva essere un campo di forza semisferico. Zahak continuò a sparare, con rabbia crescente, ma non riuscì a perforarlo. Era la prima falla nel piano di Ahriman, ma il Jaffa incolpò solo se stesso: non era stato abbastanza svelto.
   In quella la perdita si arrestò e il fumo cominciò a disperdersi. Nell’aria sempre più limpida, Zahak vide l’origine del problema. Era l’Exocomp a proiettare il campo di forza, per proteggere i compagni. Trillò allarmato mentre il suo fotorecettore inquadrava il Jaffa, ancora con la lancia puntata. «Be-beep! Zahak traditore!».
   Accanto a lui, Irvik riaprì gli occhi e tossì, ancora debole e mezzo intossicato. Ma Zahak aveva occhi solo per l’odiato fratello, che lo fissava con sguardo tradito. Tutti i loro anni d’apparente affetto si dissolsero alla luce di quella rivelazione. «TU!» gridò Yo’rek, imbracciando a sua volta la lancia Jaffa. Tuttavia nemmeno lui poteva sparare attraverso la cupola energetica.
   Zahak non sapeva per quanto sarebbe durato quel campo di forza, e non voleva perdere tempo nell’attesa. Se non poteva uccidere suo fratello per primo, allora l’avrebbe ucciso per ultimo. Nel frattempo avrebbe comunque svolto il suo dovere. Girò attorno al nucleo, portandosi fuori tiro. Giunto sull’altro lato della sala macchine, prese a far fuoco contro gli ingegneri. Dovette vedersela anche con Vidarr, che rispondeva al fuoco. Nel complesso però Zahak era avvantaggiato dalla posizione soprelevata, e ne approfittò per uccidere diversi tecnici, sia della Destiny che dell’Egida. Ogni volta che ne abbatteva uno, il suo cuore palpitava di gioia.
   Ahriman gli aveva insegnato che non era peccato, né crudeltà uccidere gli infedeli. Al contrario, era un atto di compassione. La vera perfidia consisteva nel lasciarli vivere nella miscredenza. E ora che finalmente ne aveva la possibilità, Zahak era deciso a compiere molti atti compassionevoli.
 
   Quando la porta blindata della plancia fu disintegrata con qualche ignota arma pesante, gli avventurieri vi concentrarono il fuoco difensivo. Se le truppe Wraith vi si fossero gettate a capofitto, sarebbe stato un massacro; ma gli Wraith erano più furbi di così. Invece d’attaccare direttamente, gettarono all’interno un ordigno sferico, simile a un pallone giallo e bruno. Lanciata con forza, la sfera metallica rotolò fino al centro della plancia, arrestandosi contro lo schienale della poltrona di comando.
   «Granata!» avvertì una guardia.
   Tutti si nascosero meglio che potevano dietro ai ripari, mentre la sfera emetteva un fischio sempre più acuto. Una strana energia azzurrina l’avvolse, crepitando. Infine ci fu la detonazione, ma non fu l’ordigno in sé a esplodere. Piuttosto l’energia azzurrognola fu rilasciata, in un’onda d’urto elettrica con effetto stordente. Gli avventurieri, che si erano rifugiati perlopiù dietro le postazioni, si sentirono pervadere da una scossa che li mise al tappeto. Alcuni persero del tutto i sensi, come Losira, mentre i più robusti furono storditi solo a metà. Anche Giely, nel suo angolo, fu investita dall’onda d’urto e si accasciò svenuta. Il Capitano fu ribaltato all’indietro, paralizzato, ancora col phaser in pugno. Lottò per non perdere conoscenza, ma i muscoli non gli rispondevano. Per qualche momento ebbe la vista oscurata; quando tornò a vedere si accorse che stava fissando il soffitto. Era a terra e non riusciva a muoversi. Attorno a lui, gli altri erano nelle stesse condizioni, se non peggio. Solo Naskeel era ancora in piedi e col phaser in pugno; ma un solo difensore non bastava.
   «Naskeel... non si faccia... uccidere...» mugugnò Rivera, ancora paralizzato.
   Le truppe Wraith fecero irruzione, coi fucili a energia spianati. Questi assaltatori erano più massicci degli ufficiali e avevano il viso nascosto da maschere con visori, più pratiche da indossare rispetto agli elaborati e pesanti elmi Goa’uld. Tutto il loro equipaggiamento era improntato alla praticità. Al contrario degli alleati, gli Wraith tenevano abitualmente le armi tarate su stordimento, ma non lo facevano per pietà. Lo facevano perché solo i nemici ancora in vita potevano essere prosciugati della loro bio-energia.
   «Arrendetevi!» intimò il caposquadra.
   Solo contro molti, e nell’impossibilità di difendere i compagni, Naskeel gettò la propria arma. Fu prontamente circondato dagli Wraith, mentre altri facevano il giro della plancia, disarmando gli avventurieri. Quello che disarmò il Capitano gli dette anche un calcio nelle costole.
   Nel giro di un minuto gli invasori avevano il pieno controllo della plancia. Uno di loro si chinò accanto a Giely e la toccò poco sopra il cuore. Il Capitano, che vedeva con la coda dell’occhio, temette che volesse nutrirsi di lei, ma si sbagliava. La Vorta sussultò e inspirò a fondo. Subito dopo spalancò gli occhi e drizzò la schiena, come se le avessero iniettato dell’adrenalina. «Eccomi, sono pronta a servire» mormorò. Il Wraith si rialzò e le tese la mano, aiutandola ad alzarsi a sua volta. Rivera comprese l’accaduto. Invece di prosciugarla come facevano solitamente gli Wraith, quel soldato le aveva concesso un poco della sua bio-energia, per rianimarla. Anche adesso, tuttavia, Giely rimaneva sotto l’influenza nemica.
   «Via libera, Altezza» disse il caposquadra.
   Gli Wraith si misero sull’attenti all’ingresso della loro Regina. E Azi Dahaka apparve, una presenza torreggiante, incorniciata dal portone sfondato. Pelle cadaverica, abiti di cuoio nero, capelli rosso sangue; non c’erano altri colori sulla sua persona. A parte gli occhi gialli, che sondarono la plancia da un’estremità all’altra, assaporando la vittoria.
   «Mi hanno detto che siete dei mercenari, ma dev’esserci un errore. Dei mercenari avrebbero opposto resistenza. Voi avete l’aria di ragazzini che si sono immischiati in un gioco più grande di loro» esordì con voce profonda. Incedette nella plancia, calpestando i resti del portone. «Ben fatto, bestiolina» disse a Giely, mentre le passava accanto senza rallentare. La Vorta non era riuscita a uccidere il Capitano, ma si era comunque resa utile, rilasciando i Replicatori che avevano messo fuori uso la Destiny. Azi continuò a guardarsi attorno, in cerca di un bersaglio, finché i suoi occhi ardenti si fissarono su Talyn. Il giovane si premette le tempie, che ronzavano fin quasi a scoppiare.
   «A proposito di ragazzini, eccoti qui. Sei tu quello col potere. Interessante... Ahriman ti vuole vivo. Ha detto che avete una chiacchierata in sospeso» disse la Wraith. Lo afferrò per la gola, sollevandolo senza il minimo sforzo. L’El-Auriano annaspò e sputacchiò a mezz’aria, mezzo strangolato. «D’altra parte, Ahriman non ha precisato in che stato dovrai essere quando ti consegnerò a lui. Sei così giovane... se ti prendessi qualche anno, nessuno lo noterebbe...» continuò la Regina, leccandosi le labbra.
   «Lascialo andare, sono io al comando!» gridò Rivera, riuscendo a tirarsi su. Avrebbe voluto mettersi in piedi, ma non riuscì ad alzare le ginocchia da terra.
   «Ah, sì?!» fece Azi, dirottando la sua attenzione. Mollò Talyn, che cadde e rimase a boccheggiare sul pavimento, e venne a passo svelto verso l’Umano. «Capitano Rivera, dico bene? La sua nave è un rottame, i suoi ufficiali sono spacciati e lei non riesce nemmeno ad alzarsi in piedi. Mi dica, si sente ancora al comando?!» lo sfidò.
   «Meglio comandare una sola nave, finché dura... piuttosto che passare l’eternità al servizio di Ahriman» ribatté il Capitano. «Forse non te ne sei accorta, ma Ahriman non ha alleati... ha solo servi. Servi sacrificabili. Stringendo un patto con lui, sei diventata la sua pedina. Ora ti sta usando, ma alla prima occasione sacrificherà te e tutta la tua gente» avvertì.
   «Grazie dell’avvertimento, ma ho preso le mie precauzioni. So con chi ho a che fare e come gestirlo. Non come te, che hai riposto fiducia nelle persone sbagliate. Zahak, Giely... vedi come ti hanno abbandonato? E scommetto che anche gli altri ormai si sono pentiti d’averti seguito in questa rovina. Sei un Capitano senza più nave, senza più equipaggio... il che fa di te un nessuno, in realtà» infierì la Regina, fissandolo dall’alto in basso con maligno divertimento.
   «E poiché Ahriman non ha interesse nei tuoi confronti, posso disporre di te come meglio credo. Vale a dire che sarai il mio aperitivo. Chissà se gli Umani d’altre realtà hanno un sapore diverso. Boh... non resta che provare!» concluse Azi. Artigliò il petto di Rivera, conficcandogli le unghie nelle carni, quasi volesse strappargli il cuore.
   Il Capitano fu invaso da un dolore lancinante, cento volte superiore a qualunque altra cosa avesse sofferto in vita sua. Era come essere scorticato, come bruciare vivo sul rogo. Ogni fibra del suo corpo era in agonia, con ondate di dolore che si allargavano dal petto, fino a raggiungere le estremità. Pensava d’accasciarsi, invece rimase in ginocchio, paralizzato. L’unico modo per sfogare il dolore era urlare. E urlò con quanto fiato aveva in gola, sotto gli occhi divertiti di Azi e quelli impassibili di Giely. Urlò così forte che quanti erano ancora storditi, come Losira, si svegliarono e lo fissarono con orrore. Perché sotto i loro occhi, il Capitano avvizzì.
   Mitchell aveva spiegato che gli Wraith si nutrivano della forza vitale altrui, ma quelle poche parole non li avevano preparati all’orrore. In pochi attimi fu come se decenni di fatica e dolore consumassero il Capitano. La sua pelle si raggrinzì, la schiena si curvò, i muscoli si rattrappirono, le ossa divennero fragili. Un tremito lo scosse da capo a piedi, mentre la sua vista s’indeboliva, trasformando il viso della Regina in una macchia sfocata. Persino i capelli ingrigirono a vista d’occhio; e dopo il grigio venne il bianco. L’Inverno era caduto sul Capitano, il cui grido divenne un rantolo, mentre Azi lo prosciugava della vita.
 
   Appostato su una delle passerelle di servizio che circondavano il nucleo, Zahak abbatteva quanti più ingegneri possibile. Il suo compito era ostacolato da Vidarr, nonché da alcune guardie della Destiny, che rispondevano al fuoco. Approfittando della loro protezione, i tecnici superstiti abbandonarono il salone. Zahak avrebbe voluto colpirli, ma il fuoco di copertura fu così intenso da costringerlo a indietreggiare, finché fu addossato al nucleo. Allora sentì uno scalpiccio che proveniva di lato. Si girò appena in tempo per reggere l’assalto di Yo’rek, giunto a stanarlo.
   I due fratelli lottarono di fianco al nucleo pulsante, senza azzardarsi a sparare, usando le lance Jaffa solo a mo’ di bastoni. Non che ciò le rendesse innocue. Un’asta metallica come quelle, brandita con forza e perizia, poteva frantumare le ossa e sfondare il cranio. Il clangore delle lance che si scontravano echeggiò nel salone, come un duello fra antichi guerrieri, nel tempo precedente i viaggi spaziali. Yo’rek e Zahak si batterono con accanimento, grondanti di sudore, sfruttando ogni trucco e ogni vantaggio. A un tratto il servo di Ahriman puntò la lancia a terra e si diede l’impulso per colpire il fratello con un doppio calcio, che lo fece rotolare giù da una scaletta, fino al livello inferiore dei ponteggi. Yo’rek tuttavia sfruttò il movimento per fare una capriola e tornare in piedi, sempre con la lancia in pugno.
   Allora Yo’rek parlò, sfogando il dolore che lo dilaniava. «Sei impazzito, fratello?! Come puoi schierarti con Ahriman, il carnefice del nostro popolo?!» ansimò.
   «Il liberatore del nostro popolo. Colui che ci sta restituendo tutto ciò che i Tau’ri ci hanno rubato» obiettò Zahak, scendendo cautamente la scaletta.
   «È un dittatore bugiardo e genocida. Ci usa e ci massacra per guadagnare potere, come fai a non vederlo?!» insisté il fratello maggiore.
   «Vedo che lui mantiene le promesse, a differenza di quei buffoni corrotti e depravati del nostro governo illegittimo» ribatté il fratello minore.
   «Illegittimo?! Il nostro governo è stato eletto democraticamente. Non come Ahriman, che si è imposto coi massacri e vuol governare per sempre!» disse Yo’rek, incredulo di dover spiegare cose tanto semplici. «Fratello, ti sei lasciato abbindolare da un tiranno che prima ti userà e poi ti ucciderà. Il tempo dei falsi dèi che vogliono il nostro sangue deve finire... la mia devozione va alla democrazia!».
   Ormai giunto innanzi a lui, Zahak fece una risata sprezzante. «Perché, tu credi che esista la democrazia?! Caspita, sei proprio ridotto male! Solo i ritardati credono a questa favola. La democrazia non esiste. Non è mai esistita e non esisterà mai, è solo un circolo di bugiardi e corrotti che fanno i propri meschini interessi. E anche se per assurdo funzionasse, sarebbe comunque un’imposizione straniera. No, povero idiota. La tua “democrazia” non è che una menzogna con cui i Tau’ri ci hanno colonizzati!» si sfogò. Finalmente si sentiva libero di dire le cose come stavano, anziché fingere connivenza coi nemici.
   «Colonizzati?! Siamo uno Stato indipendente!» protestò Yo’rek.
   «Siamo uno Stato fantoccio, di fatto una colonia Tau’ri. Patetico! Io lotto per la vera indipendenza. Per rendere giustizia ai bambini bruciati vivi e maciullati dalle vostre bombe democratiche. Sai che ti dico? Se credi nella democrazia, significa che sei complice delle sue atrocità. Sei colpevole di genocidio!» ringhiò Zahak, scagliandosi contro il fratello. E stavolta non intendeva fermarsi prima d’averlo ammazzato.
   I due combatterono ancor più furiosamente di prima, senza nessun riguardo per se stessi. Zahak ricevette alcuni colpi ma non si fermò, non rallentò. Non sentiva nemmeno il dolore. In quel momento era ciecamente concentrato nella volontà di sconfiggere il Male che vedeva incarnato nel fratello. Intanto, sotto di loro, gli Wraith fecero irruzione, disputando la sala macchine al personale della Sicurezza. Vidarr combatteva assieme agli avventurieri. Cercò d’attirare il fuoco nemico su di sé, contando sulla sua armatura, e abbatté più Wraith di chiunque altro. Ma nonostante tutto, gli invasori guadagnavano terreno.
   Diversi metri più in alto, i Jaffa continuavano a lottare. Notando che Yo’rek era tra lui e la balaustra, Zahak si scagliò in avanti. Il fratello maggiore parò il colpo, ma il minore sfruttò l’inerzia per spingerlo all’indietro, fin quasi a rovesciarlo oltre il parapetto. Yo’rek sentì una fitta alla schiena e si trovò così arrovesciato all’indietro da vedere la sparatoria che si consumava sotto di lui. Rialzò la testa e cercò di respingere il fratello minore, ma invano. Erano avvinghiati, faccia a faccia, con le lance incrociate a X tra di loro. Implacabile, Zahak esercitò una tale forza da spingere le aste contro il collo di Yo’rek, comprimendogli la trachea e mozzandogli il respiro. Il Jaffa Libero si oppose strenuamente, il viso congestionato; ma i polmoni gli bruciavano e non riusciva a inspirare.
   «Sai qual è la differenza fra noi?!» chiese Zahak affannosamente. «Tu credi nella democrazia, una menzogna che ci ha resi schiavi. Io invece credo in Ahriman, il vero e unico liberatore. Ecco perché io sono un eroe, mentre tu sei buono solo a concimare i campi!». Sorrise, assaporando la gioia ineffabile di uccidere il fratello miscredente con le sue mani. Era l’azione più sacrosanta che avesse mai compiuto, e Ahriman ne sarebbe stato assai compiaciuto...
   In quel momento un piccolo dardo colpì Zahak al collo. La ferita in sé non era grave, ma il Jaffa sentì che le forze lo abbandonavano. La vista gli si sdoppiò, le ginocchia tremarono. Zahak vacillò, sentendo il salone che gli vorticava attorno. In quel dardo doveva esserci del narcotico. «No, no! Ahriman, dammi la forza!» invocò, tentando disperatamente di finire il fratello; ma le braccia sembravano trasformate in gelatina. Yo’rek intanto era riuscito a puntellargli un ginocchio contro lo stomaco, e spingendo con tutte le forze residue riuscì a liberarsi. Dopo di che scivolò a terra, boccheggiando in cerca d’aria.
   Zahak barcollò all’indietro e si voltò, per fronteggiare il nuovo assalitore. Si trovò di fronte Irvik, con le scaglie arrossate dall’ira. Era stato il Voth a colpirlo nel modo peculiare della sua specie, sparando un artiglio che conteneva un potente soporifero. «Questo è per la Destiny!» ringhiò il sauro, colpendolo con la mano sana. Sebbene i Voth si fossero evoluti dagli Hadrosauri, pacifici erbivori, avevano ancora tre grossi unghioni, retaggio dell’evoluzione. Quegli unghioni squarciarono il viso di Zahak, cavandogli un occhio.
   Il Jaffa indietreggiò verso la balaustra, ululando di dolore. Lasciò cadere la lancia e si portò le mani al viso, imbrattandole di sangue e umori. Irvik fu svelto a raccogliere l’asta metallica. «E questo è per i miei amici!» aggiunse il sauro, bastonandolo in faccia con tutte le sue forze. Zahak barcollò all’indietro, sputando una boccata di sangue frammisto a denti spaccati. Accanto a lui, Yo’rek usò la propria lancia per fargli lo sgambetto.
   Perso del tutto l’equilibrio, Zahak cadde all’indietro, colpendo duramente la balaustra con la schiena. Il suo peso, sommato alla spinta, lo fece arrovesciare fin oltre il bordo. Con un’accidentale capriola all’indietro, il traditore cadde dal ponteggio, scomparendo nella nebbia tossica che appestava ancora la sala macchine. Si udì il tonfo del suo corpo che impattava contro il pavimento, alcuni metri più in basso, poi più niente. Intanto però la sparatoria contro gli Wraith continuava, coi difensori ormai respinti fino a un’uscita secondaria.
   «Tenente Yo’rek, signor Irvik, dobbiamo andare!» avvertì Vidarr. La sua voce, resa tonante dal casco, sovrastava gli spari.
   «Abbiamo perso la sala macchine?!» si afflisse il Voth, osservando la situazione sottostante.
   «Temo che ormai abbiamo perso la nave» ribatté il Jaffa, cupo. «Tutto per colpa di mio... del traditore. E temo ciò che avrà fatto alla dottoressa, la notte in cui rimasero soli» aggiunse amareggiato. Poteva sopportare, forse persino perdonare, il male che Zahak aveva fatto a lui; ma non quello che aveva fatto agli altri.
   «Giely!» si allarmò Irvik, intuendo com’erano saliti i Replicatori. «Povera dottoressa... e povero Capitano. Potrebbe essere la loro fine».
   «Scendete, presto!» li esortò Vidarr, trattenendo gli Wraith con un intenso fuoco di copertura.
   Consci che era l’ultima occasione, Irvik e Yo’rek si affrettarono giù dai ponteggi. Per fare più in fretta scivolarono lungo i corrimano delle scalette. Entrambi erano armati di lancia – Irvik aveva quella strappata al traditore – e spararono qualche colpo contro gli Wraith. Quando furono al pianterreno, Ottoperotto li avvolse nuovamente con la sua cupola difensiva. In tal modo passarono indenni sotto la gragnola degli Wraith, fino all’uscita secondaria. Abbandonarono la sala macchine, rifugiandosi nel corridoio, dov’erano appostati Vidarr e le guardie.
   «Zahak ci ha traditi, ha sempre servito Ahriman» li informò Yo’rek, sebbene ogni parola lo riempisse di dolore e vergogna.
   «Allora la situazione è ancora più grave. L’Egida stessa potrebbe essere compromessa» disse Vidarr. «I Replicatori ci hanno lasciati senza difese e gli Wraith avanzano in tutta la nave. Ritengo che la Destiny sia perduta».
   «Qualche notizia dalla plancia?» chiese Irvik, in pena per i colleghi.
   «Non rispondono da qualche minuto» rivelò Vidarr. «Se non sono morti, temo che lo saranno a breve».
 
   «Ti prego, fammi morire» pensò Rivera, incapace di sopportare oltre quell’agonia. Azi Dahaka lo stava prosciugando; non sarebbe tornato mai più quello di prima. Attorno a lui, i compagni di tante avventure lo fissavano in preda all’incredulità e all’orrore. Sapevano che, dopo di lui, sarebbe toccato a loro.
   «Capitano!» gemette Talyn.
   «Il vostro Capitano è bello che spremuto; chi sarà il prossimo?!» fece la Regina Wraith. Rise di gusto, sentendosi tanto più rinvigorita quanto la sua vittima deperiva. Tutto era andato secondo i piani: la Destiny era in mano sua e gli occupanti erano ridotti a stuzzichini. Niente poteva più fermarla...
   Fu allora che la lama rotante fendette l’aria, sibilando. Attraversò la plancia da un capo all’altro, scagliata con forza. E tranciò la mano di Azi Dahaka all’altezza del polso, conficcandosi nella paratia. La Regina fissò incredula il suo moncherino, che sprizzava sangue vermiglio. Poi gettò la testa all’indietro ed emise un grido lacerante, che era al tempo stesso un lamento di dolore e un ordine alle sue truppe. L’ordine di vendicarla, uccidendo l’aggressore.
   Scoppiò il finimondo. Gli Wraith cercavano un bersaglio, ma non lo videro, e nella loro frenesia spararono a casaccio nella direzione dell’attacco. Fu inutile, perché la minaccia invisibile s’era già spostata. Un triplice puntatore laser, rosso come il sangue, attraversò la sala. E cominciarono a piovere colpi al plasma, in tale quantità e potenza che gli invasori furono fatti a pezzi.
   «Arriva la cavalleria» mormorò Rivera con voce roca. Si strappò dal petto la mano mozzata di Azi Dahaka e la gettò sul pavimento, dove questa rimase ad agitarsi come un pallido ragno. La Regina intanto cercava di nascondersi dietro le sue truppe, premendosi il moncherino sotto l’ascella, per rallentare l’emorragia. Ma gli Wraith cadevano uno dopo l’altro, perché davanti a loro c’era una furia quale non avevano mai incontrato.
   Shati rimaneva occultata, correndo in continuazione per non farsi colpire. Balzava sopra gli ostacoli con agilità felina, nonostante il peso considerevole dell’attrezzatura. Agli spallacci aveva fissato non uno, ma due cannoncini al plasma, che sparavano a ripetizione. Passando accanto al caposquadra Wraith estrasse le lame da polso, squarciandogli la gola senza nemmeno rallentare. L’alieno ferito a morte si portò le mani alla carotide, cercando di fermare il sangue, e così facendo mollò il suo fucile a energia...
   ... che fu agguantato al volo dal Colonnello Mitchell, il quale si unì alla sparatoria. Allora anche gli avventurieri insorsero. Naskeel scattò, afferrando la testa del Wraith più vicino e girandola con tale violenza da stroncargli il collo. Allora gli prese l’arma e cominciò a sparare, facendosi anche scudo col cadavere. In tal modo riuscì a intercettare parecchi colpi, che piovvero sul Wraith già morto. Talyn, dal canto suo, riuscì finalmente a estraniarsi, ora che il dolore annebbiava la mente di Azi, interferendo con la sua telepatia. L’El-Auriano non era rapido come altre volte, ma riuscì comunque a recuperare un phaser per poi sgusciare tra gli avversari, colpendoli a destra e a manca.
   Richiamati dalla sparatoria, altri Wraith entrarono in plancia, solo per cadere sotto i colpi degli avventurieri. Shati era occultata, Talyn inafferrabile, e gli altri combattevano con la forza della disperazione. Vedendo la mala parata, Azi Dahaka cominciò a strisciare lungo la parete, verso l’uscita, lasciandosi dietro un gocciolio di sangue. Era quasi arrivata quando qualcuno la notò.
   «Dove credi d’andare? Non abbiamo finito!» gracchiò Rivera. Il suo viso era quello di un ottantenne, solcato da rughe, e anche il resto del corpo s’era fatto fragile. Ma nelle mani tremanti impugnava un phaser, recuperato nel caos, e lo puntò contro la Regina. «Mi devi una vita, strega!» minacciò, stringendo l’impugnatura con ambo le mani per prendere la mira.
   «Capitano, no! Se la catturiamo, può renderle la giovinezza!» avvertì Mitchell.
   «È la verità, strega? Vieni qui!» ordinò Rivera. «E sbrigati, che mi tremano le mani e potrebbe partirmi un colpo!».
   Azi lo fissò con odio, ma era troppo debilitata per tentare qualche trucco mentale. Per un attimo sembrò sul punto d’arrendersi agli avventurieri, che avevano eliminato le sue truppe e la tenevano sotto tiro. In quella però Giely le si parò davanti, facendole scudo. La Wraith ne approfittò subito, stringendola a sé col braccio e la mano intatti.
   «Fermi! Se volete uccidere la Regina, prima dovrete uccidere me!» proclamò Giely, sempre istruita dai suoi dispositivi di controllo.
   «Sentito la ragazza? Giù le armi, o la ucciderò io stessa!» minacciò Azi Dahaka. Continuò a dirigersi verso la porta, facendosi scudo con la dottoressa. A tratti inciamparono nei cadaveri dei soldati Wraith, numerosi specialmente attorno all’ingresso, ma riuscirono a tenersi in piedi.
   «Capitano, se escono da qui potranno teletrasportarsi. E se tornano sulla Nave Alveare, le perderemo per sempre» avvertì Talyn.
   «Fammi sparare! Ti prometto che colpirò la strega» disse Shati, apparendo nel suo terrificante aspetto di Cacciatrice.
   «Tu cosa sei, bestia?!» ringhiò Azi, consapevole che era stata lei a mutilarla.
   «Sono la tua morte, lurida zecca!» ribatté la Caitiana, cercando di mirarle la testa col puntatore laser, senza colpire l’ostaggio.
   «No, fermi tutti!» ordinò Rivera, temendo che accadesse l’irreparabile. «Rendimi Giely, brutta strega, e ti lascerò andare» propose.
   «No, Capitano. Giely può essere irrecuperabile, e se lascia andare la Wraith non riavrà la giovinezza» gli ricordò Naskeel.
   «Bene, allora uccidila tu stesso, vecchio!» lo sfidò Azi, ormai giunta innanzi alla porta. «Uccidila, avanti! Un’altra vittima immolata alla vostra... libertà, dico bene? Come se questo la rendesse meno morta!». Così dicendo arretrò verso la soglia. Ancora pochi attimi e le avrebbero perse.
   Rivera fissò Giely negli occhi, e non vide niente. Né amore, né odio, né paura, né alcun’altra passione. Allora capì d’averla persa davvero. Avrebbe dovuto ucciderla, per evitare che Azi e Ahriman continuassero ad abusare di lei. Ma non ne ebbe la forza. Non riusciva a toglierle la vita, né a lasciare che lo facessero altri. Nemmeno per catturare la Regina e costringerla a guarirlo. E prima che uscisse dall’impasse, tutto finì.
   Azi Dahaka e Giely varcarono l’ingresso, uscendo dalla plancia. Appena furono fuori dalla zona schermata, il teletrasporto verde-azzurro della Nave Alveare le portò via. Sparirono nello stesso raggio, ancora serrate.
   «NO!» gridò Mitchell, sparando col fucile Wraith di cui s’era impadronito. Il raggio azzurro fendette l’aria, estinguendosi contro la parete di fondo. «No, sciocchi... adesso abbiamo perso tutto!» gemette il Colonnello, abbassando l’arma.
   Devastato, Rivera sentì venir meno le forze. Gli occhi si appannarono e le ginocchia gli cedettero, facendolo accasciare. Tutto il suo povero corpo doleva per il rapido invecchiamento, ma era nulla rispetto al rimorso. Perché aveva davvero perso la sua amata compagna. Giely era sempre riuscita a tirar fuori il meglio di lui... ma al momento decisivo, lui non era riuscito a salvarla. E adesso lei era peggio che morta.
   «Armando!» gridò Losira, accorrendo presso di lui. Gli si accovacciò accanto e gli sostenne il capo, tenendolo in grembo. Affranta, vide da vicino l’opera degli Wraith: la pelle rugosa, i capelli bianchi, le spalle fragili, le mani tremanti. Al posto dell’ardito avventuriero c’era un vecchio smarrito e indifeso, non più in grado di guidarli in quel terribile frangente. «Oh, Capitano, che farai adesso? Che faremo tutti noi?!» sussurrò la Risiana.
   «Oh, no» mormorò Talyn, giungendo in scivolata. Anche lui esaminò da vicino il Capitano, ricorrendo alla Vista spirituale appresa dai Viaggiatori. Con quella Vista, gli umanoidi apparivano come figure splendenti di luce dorata. Ora però Rivera sembrava più di un argento macchiato e corroso. Qualunque cosa gli avesse fatto Azi, lo aveva consumato in profondità. Tornato alla vista normale, Talyn valutò che il Capitano dimostrasse almeno il doppio della sua età anagrafica. In quel momento era particolarmente debole per lo shock; col tempo e le cure mediche si poteva sperare che migliorasse. Ma solo uno Wraith poteva rendergli la giovinezza, e nessuno lo avrebbe fatto spontaneamente.
   Alzando lo sguardo verso il figlio adottivo, a Losira parve di scorgere un inspiegabile lampo di trionfo nei suoi occhi, come un’intuizione che apriva un’inaspettata speranza. Ma l’attimo dopo fu certa d’averlo solo immaginato, perché l’El-Auriano appariva più affranto che mai.
   «Signori, mi spiace intromettermi, ma abbiamo poco tempo» avvertì Mitchell. «Azi Dahaka è tornata sulla sua Nave Alveare e certo prepara la vendetta. Vorrà distruggervi, ora che l’avete sfidata... e persino mutilata».
   «Allora leviamo le tende!» disse Shati, dall’altro capo della plancia. Estrasse dalla paratia la ruota dentata con cui aveva mutilato la Regina, ripiegando le lame prima d’agganciarla in cintura. Osservando la mano mozzata, ora immobile, si disse che poteva tornare comodo avere il DNA dell’avversaria. Molte tecnologie funzionavano mediante il riconoscimento genetico, specialmente quelle organiche. Perciò raccolse la mano e si appese pure quella, come un macabro trofeo.
   «Sì, non resta che andare... ormai la Destiny è perduta» disse tristemente il Capitano. Si guardò attorno, contemplando un’ultima volta la plancia. Sullo schermo, la luna ghiacciata era sempre più vicina. Ormai si vedevano nel dettaglio le crepe che ne rigavano la superficie. Eccolo, il luogo dell’eterno riposo della Destiny: una tomba di ghiaccio.
   «Allora è finita? Abbandoniamo la nostra nave... la nostra casa?» sussurrò Losira, con le lacrime agli occhi.
   «Casa è dove si trova il cuore» rispose il Capitano, sfiorandole la guancia. «Il mio è spezzato, ma voi avete ancora una speranza... se sarete veloci».
   «Cosa intendi?!» fece la Risiana.
   «Andiamo, lo sapete tutti» disse Rivera, osservando i suoi ufficiali. «Dovete raggiungere al più presto l’hangar per mettervi in salvo. Prendete il Centurion, può sostentarvi a lungo. Ma io ormai sono un peso morto, non farei che rallentarvi. Lasciatemi qui» ordinò.
   «Vuoi affondare con la tua nave?!» fece Losira, incredula. «Qui non siamo in un olo-romanzo di Capitan Proton. Non ti lasciamo indietro, testone!».
   In quella la Destiny sobbalzò. Talyn corse alla sua consolle per capire che stava succedendo. «La Nave Alveare ci ha agganciati con un raggio traente. Cercano d’impedirci di precipitare. Azi non vuol rinunciare a questa nave, malgrado tutto».
   «Di’ piuttosto che Ahriman non vuole rinunciare» corresse Mitchell. «Ma dobbiamo impedire a ogni costo che se ne impadronisca. Se quel demonio ottenesse la tecnologia per raggiungere altre realtà, l’intero Multiverso sarebbe a rischio. Anche la vostra Federazione sarebbe minacciata» ammonì.
   «Possiamo attivare l’autodistruzione?» chiese Shati.
   «Sembra di no. I Replicatori hanno bloccato la procedura, e in ogni caso gli ingegneri hanno già smaltito l’antimateria del nucleo» disse Naskeel, anche lui alla sua consolle. «Tuttavia abbiamo ancora un siluro quantico nel tubo 7, e la Nave Alveare ha abbassato gli scudi per teletrasportare altri Wraith...».
   «Usiamo quel siluro. Miri all’emettitore di raggio traente. Faccia attenzione, è il nostro ultimo colpo» raccomandò il Capitano.
   «Non fallirò» promise Naskeel. Puntò attentamente il bersaglio e fece fuoco.
   Il siluro azzurrino sfrecciò contro la Nave Alveare, che in quel momento era molto vicina. Colti alla sprovvista, gli Wraith non fecero in tempo a rialzare gli scudi. Il siluro colpì dritto l’emettitore di raggio traente, provocando un’esplosione che si propagò lungo i condotti energetici. La Nave Alveare fu scossa e roteò fuori controllo, con uno squarcio nello scafo ventrale, allontanandosi dalla luna ghiacciata.
   «Fatto, Capitano» riferì Naskeel. «L’ammiraglia Wraith è danneggiata, anche se non in modo irreparabile. In ogni caso, ritengo che nell’immediato non possa lanciare altri attacchi».
   «E stiamo ancora precipitando verso Cocytus» aggiunse Talyn. «Il raggio traente ci ha rallentati quel tanto che basta a darci il tempo d’evacuare la nave».
   «Allora è così che deve andare» si arrese il Capitano. Con l’aiuto di Losira riuscì ad alzarsi, sia pure malfermo, e si premette il comunicatore. «Capitano Rivera a tutti i ponti, attenzione! Come sapete i Replicatori hanno sabotato la nave e gli Wraith ci hanno abbordati. La Destiny è irrecuperabile e sta precipitando verso la luna ghiacciata. Pertanto ordino d’abbandonare la nave. Ripeto: abbandonare la nave! Se possibile prendete le navette, piuttosto che le capsule, per avere più autonomia. Dirigetevi lontano dalla battaglia, verso il più vicino pianeta abitato, dove cercheremo di raggrupparci. Mi spiace che il nostro viaggio nel Multiverso debba finire così. Posso solo dirvi che l’Alleanza Terrestre ci deve molto, e faremo valere il nostro credito. A presto, fratelli miei... spero che ci rivedremo. Rivera, chiudo».
   Terminata l’incombenza, il Capitano guardò i compagni. «È una lunga strada, da qui all’hangar 1. Siete sicuri di volere che vi rallenti?» chiese, accennando alle sue gambe malferme. Fare le scale, ad esempio, non sarebbe stato facile.
   «Il discorso è chiuso. Lei verrà con noi» disse Naskeel, e prima che Rivera potesse ribattere lo prese in braccio, sollevandolo senza il minimo sforzo.
   Shati intanto era corsa in sala teletrasporto, sebbene questo fosse inattivo. Tornò impugnando un oggetto che vi aveva collocato in precedenza. Era un bastone metallico, che porse a Talyn. «Prendi» gli disse sbrigativamente.
   «Ah, no! Non voglio toccarlo!» fece l’El-Auriano, ritirando le mani come se scottasse. Aveva riconosciuto il famigerato bastone dei Priori che l’aveva messo in contatto con Ahriman.
   «Prendilo, ho detto!» insisté la Caitiana. «Se dobbiamo vivere in esilio, questo potrà esserti utile. Lo so, è un peso... come lo è per me essere una Cacciatrice. Ma prendiamo ciò che ci viene dato».
   «Così sia» si arrese Talyn. Prese il bastone che la timoniera gli offriva, e subito la pietra azzurra che vi era incastonata brillò debolmente. Per il momento non accadde altro.
   Il gruppo lasciò la plancia, dirigendosi verso l’hangar alla massima velocità possibile. Shati apriva la fila, coi sensi all’erta e le armi pronte, falciando qualunque Wraith si frapponesse tra loro e la salvezza. Subito dopo venivano Mitchell e Talyn, anche loro armati per darle manforte. Seguiva Losira e quindi Naskeel, che trasportava il Capitano infermo. Le ultime guardie chiudevano la fila, voltandosi spesso per accertarsi che gli agguati non venissero da dietro. Sebbene la Nave Alveare fosse disabilitata, infatti, c’erano ancora molti Wraith a bordo. E avevano sentito l’avviso del Capitano, perciò conoscevano le sue intenzioni. I fuggitivi sapevano che li aspettavano ancora duri combattimenti, prima di mettersi in salvo. E il tempo era tiranno: ad ogni istante la Destiny perdeva quota. Già il suo moto, rallentato dal raggio traente, tornava ad accelerare per via dell’attrazione gravitazionale. Presto sarebbe precipitata come una stella cadente.
 
   Rimasti padroni della sala macchine, gli Wraith non inseguirono subito i fuggitivi, preferendo prima controllare l’ambiente. Le loro maschere filtravano i gas tossici, perciò non avevano problemi di respirazione. Nemmeno la loro vista era offuscata; fu così che trovarono Zahak.
   «È vivo?» chiese il caposquadra, osservando il Jaffa imbrattato di sangue e privo di sensi.
   «A malapena» rispose un soldato, esaminando i suoi segni vitali. «Ha molte ossa rotte ed emorragie interne. Morirà presto senza aiuto».
   «Deve sopravvivere. La Regina vorrà interrogarlo sulla missione, e anche Ahriman. Provvedete» ordinò il superiore.
   A malincuore, alcuni soldati si alternarono presso il ferito, trasferendogli una parte della loro bio-energia. Il minimo indispensabile affinché non morisse. Sotto i loro occhi, le ossa si saldarono e le emorragie si arrestarono, sebbene le ferite non fossero guarite del tutto. Il volto del Jaffa era deturpato dalle cicatrici; e nemmeno gli Wraith potevano restituirgli l’occhio perduto.
   Zahak fremette, ritrovando le energie, mentre inspirava a pieni polmoni. L’aria piena d’esalazioni non era delle migliori, tanto che lo fece tossire, ma anche questo contribuì a svegliarlo. D’un tratto spalancò l’occhio rimanente, di nuovo vigile.
   «Sire Ahriman, non hai stabilito che morissi... mi vuoi ancora al tuo servizio... sia lodata la tua clemenza...» rantolò il Jaffa, sentendosi graziato. Non si rivolgeva agli Wraith attorno a lui – i veri responsabili della sua salvezza – ma al Goa’uld che presto avrebbe raggiunto. «Eccomi, padrone, sono il tuo fedele servo...» disse, impaziente di ripagare il debito.
 
   
 
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