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Autore: Parmandil    10/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 9: Rovina
 
   Dalla plancia della Typhon, la sua nave ammiraglia, Ahriman osservava lo svolgimento della battaglia. Non poteva intervenire, perché se avesse rivelato la sua presenza, e quindi l’alleanza con gli Wraith, la sua strategia bellica sarebbe stata rovinata. Perciò era costretto a restare in occultamento – una tecnologia rubata ai Nox – e a fare da spettatore. Non che avesse gravi preoccupazioni: aveva pianificato tutto così nei dettagli da non lasciare scampo agli avversari. Se era lì, era solo per godersi la vittoria.
   Sulle prime tutto andò secondo i piani. Gli Wraith sbaragliarono le difese dei Tau’ri impadronendosi dell’Arca, per poi distruggere l’Avalon. Ormai anche il resto della flotta terrestre era in procinto di ritirarsi. Al tempo stesso, i Replicatori disabilitarono la Destiny, permettendo agli Wraith d’abbordarla. Ma fu proprio allora che il piano cominciò a deragliare. I mercenari infatti opposero una strenua resistenza, riuscendo clamorosamente a respingere Azi Dahaka. Certo, non potevano impedire ai Replicatori di mettere fuori uso la Destiny... e allora la diressero in collisione con una luna ghiacciata. Preferivano distruggerla piuttosto che consegnarla al nemico.
   «Proprio ciò che farei io al loro posto» ammise Ahriman, colpito dalla loro determinazione. Che poteva fare per impedirlo? Il Goa’uld passeggiò nervosamente lungo la plancia, valutando i pro e i contro di un intervento diretto. «Tra quanto avverrà l’impatto?» chiese.
   «Quarantasette minuti, sire» rispose l’addetto ai sensori.
   Non erano molti per intervenire, rimuginò Ahriman. Se l’avesse fatto prima... ma come poteva immaginare che Azi si sarebbe fatta respingere? Che nessuno degli infiltrati sarebbe riuscito a uccidere il Capitano Rivera? «Opzioni per il raggio traente?» chiese.
   «Ci renderebbe visibili, tanto più che servirebbero diversi minuti per fermare la Destiny» rispose un ufficiale scientifico. «E le navi Tau’ri sono ancora nel sistema, per cui ci vedrebbero».
   Frustrato, Ahriman strinse i pugni sino a far sbiancare le nocche. A questo punto doveva rinunciare ad avere la Destiny intatta. Ciò a cui non voleva rinunciare, tuttavia, era la vendetta contro i mercenari. Non avrebbe lasciato che si salvassero, dopo tutti i fastidi che gli avevano provocato. No, dovevano perire con la loro dannata nave. «Dove si trovano il Capitano e gli ufficiali?» chiese.
   «Hanno lasciato la plancia, si dirigono verso l’hangar 1» rispose l’addetto ai sensori, che stava tracciando i loro segni vitali.
   «Possiamo teletrasportarli?» chiese Ahriman. La Typhon infatti era equipaggiata con un teletrasporto di tipo moderno, che non abbisognava di anelli trasferitori.
   «Ci sono interferenze sia dal nucleo della Destiny che dal campo elettromagnetico di Erebus» spiegò l’addetto. «Posso inviare là le nostre truppe, trasferendo prima le pedane di ricevimento. Ma non riesco ad agganciare i mercenari, tanto più che sono in rapido movimento» si giustificò.
   «Sire, la Destiny è ancora piena di Replicatori e di squadre Wraith. Ben difficilmente i fuggiaschi raggiungeranno l’hangar» notò un altro ufficiale.
   «Staremo a vedere» borbottò Ahriman, sempre più deciso a non sottovalutarli. «Seguite i loro spostamenti, tenetemi informato. Se arriveranno all’hangar, manderò i Dragoni a fermarli. E non solo quelli» decise.
   «Altezza?» chiese il Primo Jaffa.
   «Quei mercenari hanno osato sfidarmi innanzi alla mia corte» disse Ahriman, pensando al suo alterco con Talyn. «Hanno distrutto l’Ammit, hanno ucciso Serqet... ormai è una questione personale. Piuttosto che lasciarli fuggire, li eliminerò io stesso!» stabilì. Raggiunse a grandi passi la sua poltrona di comando, simile a un trono, e impugnò lo scettro che vi era posato. L’antico bastone dei Priori brillò di luce azzurrina, come se presagisse lo scontro imminente.
 
   «Resistete, abbiamo quasi raggiunto la sezione ad anello!» disse Shati, sempre in testa al gruppo dei fuggitivi. Finora aveva eliminato ogni Wraith che le sbarrava la strada. Ma svoltando nel corridoio della sezione anulare, dovette fermarsi. Contro di loro veniva un’enorme quantità di Replicatori, del tipo a tarantola. Ingombravano il pavimento, le pareti, persino il soffitto, come una marea inarrestabile.
   «Frell, da qui non si passa! Dovremo cercare un’altra strada» imprecò la Caitiana. Nemmeno i suoi armamenti pesanti bastavano ad aprirsi un varco in quella massa brulicante.
   «Abbiamo poco tempo! E se anche gli altri percorsi fossero ostruiti?» obiettò Losira. Ad ogni istante che passava, la Destiny perdeva quota.
   «Oh certo, vuoi pensarci tu?!» protestò Shati.
   «Aspettate, forse non dovremo combattere» disse Talyn, facendosi avanti.
   «Che fai?! Non hai mai affrontato i Replicatori, non sai di cosa sono capaci...» avvertì la Caitiana, memore dei feroci scontri nel Duat.
   «Hai voluto tu che prendessi questo» disse l’El-Auriano, levando il bastone. «Beh, vediamo di cos’è capace». I Replicatori gli erano quasi addosso, un fiume d’acciaio pronto a travolgerlo. In quella Talyn batté l’asta sul pavimento, provocando un rintocco simile a un diapason, mentre la cima splendeva d’azzurro. In quella luce sovrannaturale, il fiume d’acciaio si divise.
   I ragni ticchettanti si scissero in due correnti, lasciando uno spazio libero al centro del corridoio. Quale che fosse il motivo, nessuno si avvicinava all’El-Auriano, che in tal modo aveva creato una zona protetta per sé e per gli altri. «Statemi vicini» raccomandò, facendo da spartiacque.
   «Questo chi te l’ha insegnato, Mosè?!» fece il Capitano, allibito.
   Gli avventurieri si strinsero a Talyn, perché dopo averlo oltrepassato le due correnti di Replicatori tornavano a unirsi, delimitando uno spazio a forma di goccia. Una piccola isola di salvezza nel mare del caos. «Fermi, non muovetevi... non sparate... lasciateli passare» raccomandò l’El-Auriano, mentre il suo bastone continuava a brillare, delimitando una barriera invisibile.
   Gli avventurieri seguirono il suo consiglio, stringendosi gli uni agli altri, finché i Replicatori furono passati oltre. Solo quando l’ultimo ragno ebbe svoltato l’angolo Talyn alzò il bastone, la cui luce si spense. «Andiamo, ci siamo quasi» disse, rimettendosi in cammino. Gli altri lo seguirono, lieti d’averla scampata, ma troppo meravigliati e intimoriti per commentare.
 
   Giunti in vista dell’hangar 1, gli avventurieri ebbero un’amara sorpresa. Attorno al portone erano raccolti altri membri dell’equipaggio, una piccola folla che tuttavia non riusciva a entrare. Quelli più avanti si erano appostati ai lati dell’uscio e scambiavano colpi con gli invasori dall’altra parte. Vedendo arrivare gli ufficiali di plancia, gli si rivolsero concitati.
   «Gli Wraith hanno occupato l’hangar, non riusciamo a sfondare!».
   «Dov’è il Capitano, ci serve una strategia...».
   «Capitano, che le è successo?!».
   Lo sconcerto dilagò tra gli avventurieri, man mano che si accorgevano delle precarie condizioni di Rivera. «Perfetto, un altro colpo al morale» si disse l’Umano. In quel momento non aveva neanche la forza d’arringarli.
   «Beh, cosa sono quelle facce? Non avete mai visto dei capelli bianchi? Okay, è un po’ più maturo, ma è sempre il nostro Capitano! Sono stata chiara?!» ringhiò Shati, puntando i cannoncini al plasma contro i più dubbiosi.
   «Parleremo dopo di leadership. Ora la cosa più urgente è sfondare le difese nemiche» disse Naskeel. Posò Rivera a terra e si accostò alla porta. «Quanti sono gli Wraith?» volle sapere.
   «Difficile contarli. Almeno venti, forse più. Si sono appostati dietro le navette, non riusciamo a stanarli» disse un Orioniano che fino a quel momento aveva scambiato colpi con loro.
   «Okay, state a sentire» disse Shati, respirando a fondo. «Io posso occultarmi, quindi entrerò per prima e cercherò d’attirare il loro fuoco. Quando li vedete distratti, attaccate. State vicini e andate dritti al Centurion...».
   «Non se ne parla, ti farai ammazzare!» obiettò Talyn.
   «Hai idee migliori? Oppure non so, puoi trasformare gli Wraith in statue di sale?!» fece Shati. Quasi quasi ci sperava, dopo aver visto le sue ultime prodezze.
   «Temo di no» disse l’El-Auriano con un mezzo sorriso. «Ma forse non ce ne sarà bisogno. Credo che i soccorsi siano in arrivo».
   In quel momento infatti si udirono degli spari nell’hangar. Alcuni Wraith gridarono, colpiti a morte, e altri si riposizionarono. Allora Shati dette una rapida occhiata oltre la porta, e vide cosa stava accadendo.
   I fuggitivi provenienti dalla sala macchine avevano raggiunto l’hangar, ma non da uno dei portoni al pianterreno. Erano sbucati invece nella sala controllo che si trovava a mezza altezza. Una sala munita di finestrone, attraverso cui avevano visto dov’erano appostati gli Wraith. Da lì gli avventurieri erano usciti sulla balconata, una posizione vantaggiosa che gli permetteva di colpire dall’alto. Vidarr e Yo’rek erano lì, a guidare l’attacco. Irvik invece si tratteneva nella sala controllo, a impostare un timer per l’apertura del portello esterno.
   «Ci siamo, è la nostra occasione!» disse Shati. Si occultò e sgusciò nell’hangar, approfittando del diversivo. Giunse alle spalle degli Wraith e li attaccò di sorpresa, uccidendone molti. Intanto Naskeel e il suo gruppo continuavano a sparare dall’ingresso.
   Presi fra tre fuochi, gli Wraith cominciarono a cedere. Non riuscivano a localizzare Shati, che si spostava in continuazione, né a colpire i cecchini appostati sul ballatoio. Cercarono di ripararsi dietro le navette, ma erano praticamente circondati. Per stanare uno degli ultimi manipoli, Vidarr saltò giù dalla balconata, sfidando i raggi nemici che s’incrociavano davanti a lui. La sua armatura ultratecnologica potenziò il balzo e attutì l’atterraggio. Una volta a terra, gli Wraith concentrarono il fuoco su di lui. Vidarr si protesse con uno scudo energetico – ad autonomia limitata – e rispose al fuoco con l’arma innestata nel braccio corazzato. In pochi attimi falciò l’intero manipolo.
   «Mai far arrabbiare il piccoletto!» gongolò Mitchell, sporgendosi a sparare col fucile Wraith di cui s’era impadronito. Sia lui che Naskeel misero a segno alcuni colpi.
   Vedendo che restavano pochi Wraith, nascosti dietro le navette, Yo’rek compì una mossa ardita. Balzò giù dalla balconata, come aveva fatto Vidarr, ma nel suo caso atterrò in cima a una navetta. Da lì poté colpire dall’alto i due Wraith che vi si erano appostati dietro. Presa la rincorsa, saltò dalla navetta a quella adiacente, ripetendo la manovra. Percorse l’intera fila di navicelle, saltando da un tetto all’altro e ripulendole dagli invasori appostati. Giunto in fondo alla rassegna, balzò finalmente a terra. Intanto l’ultimo manipolo Wraith cadeva sotto il fuoco incrociato di Shati e Vidarr.
   «Sono finiti?» chiese Mitchell, asciugandosi il sudore dalla fronte. In trent’anni di servizio, prima nella Flotta Terrestre e poi nell’Egida, raramente si era trovato coinvolto in scontri così cruenti.
   «Wraith kaput, be-beep! Via libera!» trillò Ottoperotto, che si era innalzato in volo fin quasi al soffitto. I sensori gli confermavano che gli invasori erano stati uccisi fino all’ultimo.
   «Sentito? Avanti, presto!» esortò Talyn, con un senso d’urgenza.
   I fuggitivi si riversarono nell’hangar, aggirando – a volte scavalcando – i corpi degli Wraith. L’equipaggio si distribuì nelle navette, cercando di portarne via il più possibile, mentre gli ufficiali di plancia si dirigevano verso il Centurion, situato poco più avanti. Naskeel sorreggeva ancora il Capitano e Losira gli stava appresso. Yo’rek e Vidarr, ormai a terra, si unirono a loro. Intanto il resto della seconda squadra scendeva dalla balconata, tramite una scaletta di servizio. Con loro c’erano molti ingegneri, tra cui Irvik, che si riunì ai colleghi. Era un incontro agrodolce, perché sebbene si fossero ritrovati dopo molti pericoli, erano lì per abbandonare la nave, e con essa le speranze di tornare a casa. Intanto il portellone esterno dell’hangar si apriva, per consentire l’uscita delle navette. A trattenere l’aria provvedeva il campo di forza, dotato di un generatore autonomo per le emergenze.
   «Allora è finita...» mormorò Irvik, vedendo i volti rassegnati dei colleghi. «Ma cosa vi è successo? Chi è quel vecchio che... Capitano!» gemette, riconoscendolo a stento.
   «Opera degli Wraith» disse Mitchell.
   «E Giely?!» chiese il Voth, accorgendosi che non era lì.
   «L’abbiamo persa... per colpa del traditore Zahak!» sibilò Shati, rendendosi visibile. I suoi cannoncini al plasma erano surriscaldati per l’uso intenso.
   A queste parole Yo’rek abbassò lo sguardo, addolorato a morte, sebbene non fosse certo colpa sua. Ovunque volgesse lo sguardo, il Jaffa vedeva le atroci conseguenze del tradimento di suo fratello. E allora si chiedeva cosa avesse sbagliato con lui, e se non avrebbe potuto e dovuto intuire cosa si nascondeva dietro la sua facciata cordiale.
   «Presto, tutti sul Centurion!» li esortò Talyn, sempre più agitato. Mancavano pochi minuti allo schianto della Destiny.
   Shati giunse per prima alla navicella, aprendone il portello. Stava salendo, per correre al timone, quando si udì il ronzio del teletrasporto. Tre piattaforme circolari apparvero sul pavimento, a poca distanza dai fuggitivi. Erano state trasferite dalla Typhon per stabilizzare il segnale, prima d’inviare le truppe. Si attivarono immediatamente. Sulle due piattaforme ai lati si materializzarono altrettanti plotoni di Guardie Dragone, le truppe d’elite di Ahriman. Era la prima volta che gli avventurieri se le trovavano di fronte. E sulla pedana centrale apparve il sovrano in persona, vestito a battaglia, con lo scettro luminoso in pugno, gli occhi ardenti di un bagliore mortale.
   Il Diavolo era venuto a prenderli.
 
   L’attacco dei Dragoni fu rapido e letale. Parecchie guardie della Destiny furono falciate prima di potersi mettere al riparo. Gli attaccanti invece restavano allo scoperto, forti delle loro corazze pressoché invulnerabili. Nemmeno un colpo diretto di phaser o disgregatore a piena potenza aveva effetto. Vidarr scambiò alcuni colpi con loro, senza che nessuno riuscisse a sfondare le difese altrui. A poca distanza Mitchell, Yo’rek e Irvik sarebbero certamente morti sotto la gragnola, se Ottoperotto non avesse innalzato il suo scudo per proteggerli. Ma era uno scudo a breve raggio: gli altri erano troppo lontani per esserne protetti.
   Naskeel stava ancora sorreggendo il Capitano infermo quando fu bersagliato. E allora il Tholiano compì un gesto che Rivera non si sarebbe mai aspettato, e che non scordò mai: gli fece scudo col suo corpo. Certo, l’alieno inorganico era protetto da un campo di forza individuale. Ma era uno scudo a bassa energia, progettato per non fargli disperdere il calore; non per respingere attacchi mortali. E questo Naskeel lo sapeva. I colpi dei Dragoni lo crivellarono, staccandogli un braccio, nonché due delle sei zampe. Il Tholiano cadde a terra, assieme al Capitano, ancora illeso grazie al suo sacrificio. A pochi passi da loro, Shati avrebbe voluto rispondere al fuoco. Ma era la più vicina al Centurion e non aveva il tiro libero, dato che i compagni si frapponevano tra lei e gli avversari. Prima che potesse aggirarli, la tragedia si compì.
   Losira era tra quanti si trovavano fuori dallo scudo protettivo. Corse disperatamente verso il Centurion, l’unica speranza di salvezza, mentre i colpi dei Dragoni le piovevano tutt’attorno. Talyn, più vicino alla navicella, vide il pericolo e le venne incontro, cercando di proteggerla. In quel momento, dietro di lei, il Primo Jaffa di Ahriman la mirò con la sua lancia. E le sparò deliberatamente alla schiena. Si udì un suono soffocato, e per l’El-Auriano il tempo parve scorrere al rallentatore. Lui e Losira erano ormai vicini, le braccia tese l’uno verso l’altra. Ma la Risiana smise di correre. La sua espressione divenne una smorfia di sorpresa, d’orrore, di dolore. Senza più forze, Losira cadde in ginocchio e da lì si accasciò sul pavimento. Allora tutti videro il foro nero e fumigante sulla sua schiena, laddove il Jaffa l’aveva colpita a morte.
   «Mettiti in salvo...» rantolò la Risiana con l’ultimo respiro. I suoi occhi, intrisi di lacrime, fissarono il figlio adottivo con disperato affetto. Ma l’attimo dopo anche questo li abbandonò, sebbene rimanessero aperti. Losira giacque inanimata, riversa su un fianco, gli occhi vitrei nella morte.
   «NOOO!!!» gridò Talyn, correndole appresso. La sua prima visione s’era avverata, e ormai non dubitava che anche le altre sarebbero seguite a ruota. Alzando lo sguardo, vide ciò che le sue premonizioni non gli avevano mostrato: Ahriman che sorrideva di gioia maligna.
   «Vedete cosa succede a chi non crede in me? Tsk-tsk... questa è tutta colpa del vostro orgoglio. Quanti dei vostri dovete ancora perdere, prima di capire che sono io il vostro salvatore?» chiese il Signore delle Menzogne. Fece segno ai suoi Dragoni d’interrompere il fuoco, ed essi obbedirono all’istante. Sull’hangar cadde un silenzio surreale. I pochi avventurieri ancora in piedi, come Shati, non osavano sparare, sapendo di non poter proteggere i compagni. Lo scudo di Ottoperotto infatti si era esaurito per il lungo utilizzo, il che lasciava molti di loro allo scoperto.
   Soddisfatto, Ahriman si concentrò su Talyn, che si era inginocchiato accanto al corpo inanimato di Losira. «Eccoti qui, giovanotto... vedo che non fai più il gradasso» infierì. «Dovrei punirti per la tua sfrontatezza, ma sono un dio clemente, perciò ti offro una scelta. Vieni con me, mettiti al mio servizio... e io risparmierò i tuoi pittoreschi amici» promise il Signore delle Menzogne. Tese la mano verso di lui, con atteggiamento paterno e rassicurante.
   Talyn diede un’ultima occhiata al corpo senza vita di Losira, il monito del suo fallimento. Poi si rialzò, avvicinandosi al Goa’uld. Sapeva che la sua offerta era una menzogna. Se l’avesse accettata, Ahriman avrebbe catturato i suoi amici e poi lo avrebbe tenuto in pugno, ricattandolo con le loro vite. No, si disse il giovane, lui era l’unico in grado di proteggerli. L’unico che poteva e doveva affrontare quel demonio, pur conoscendone il prezzo.
   «Tu non sei un dio» disse ad alta voce. «Non sei nemmeno un uomo. Sei solo un parassita nato in una pozzanghera melmosa. E morirai strillando come un porco» minacciò.
   Silenzio.
   Ahriman serrò le dita sul suo scettro, chiamando a raccolta le energie. «Sai, ci sono due tipi di persone» disse in tono pensoso. «Ci sono quelli che si prostrano davanti a me e dicono: “Sia fatta la tua volontà”. Costoro vengono salvati. Poi ci sono quelli che sputano sulla mia mano tesa. Tu, giovanotto, hai scelto la dannazione eterna, non solo per te, ma per tutti coloro che ami. Ebbene, sia fatta la tua volontà».
   Gli occhi di Ahriman brillarono rossi mentre puntava lo scettro contro Talyn. Dalla pietra in sommità scaturì una folgore letale, ma l’El-Auriano si protesse col suo bastone, che l’assorbì come un parafulmine. Per un attimo la sua pietra brillò come una stella. Poi Talyn rilasciò il fulmine, ora più ramificato, dirigendolo contro il Primo Jaffa e il suo plotone. E sebbene le loro corazze fossero invulnerabili ai phaser, la folgore di Ahriman – riflessa da Talyn – li vaporizzò. Non rimasero corpi, né parti d’armature: solo una chiazza nerastra sul pavimento e un pungente odore di bruciato.
   «Non è possibile! Questo potere non è dei mortali!» gridò il Goa’uld, colto alla sprovvista. Incredulo e furioso, scagliò un’altra folgore. Talyn bloccò anche quella, con fatica, e la deviò contro il secondo plotone di Dragoni. Anche questi furono disintegrati, lasciando Ahriman solo.
   Vedendo Talyn impegnato in quella lotta titanica, i compagni avrebbero voluto aiutarlo. Ma dal Signore delle Menzogne promanava una forza inesprimibile che gelava il sangue nelle vene, paralizzava i muscoli, mozzava il respiro, schiacciava la volontà stessa. Gli avventurieri rimasero come paralizzati, incapaci d’intervenire.
   «No... io non sarò mai sconfitto!» ringhiò Ahriman. Evocò una terza folgore, dando fondo al proprio potere. La saetta si avventò su Talyn, che anche stavolta riuscì ad assorbirla nel suo bastone. Ma se le precedenti erano durate un istante, questa continuò a crepitare fra i due.
   Talyn resistette strenuamente, ma era in difficoltà contro un assalto così prolungato. La sua pietra divenne sempre più luminosa, come un nucleo sovraccarico e in procinto d’esplodere, mentre tutto il bastone si surriscaldava. «ANDATE VIA!» gridò ai compagni, intuendo che era giunta la sua ora. Il resto dell’equipaggio stava già fuggendo sulle altre navette; ma gli amici radunati presso il Centurion non seppero risolversi ad abbandonarlo.
   L’energia crebbe fino a diventare incontenibile; allora il bastone di Talyn si frantumò, disperdendola in tutte le direzioni. Alcuni lampi colpirono le navette ancora a terra, squarciandole. Altri sfregiarono le pareti dell’hangar. Uno centrò Ahriman, scagliandolo all’indietro di parecchi metri e facendogli sfuggire lo scettro. Il Signore dei Goa’uld strillò e si contorse di dolore, mentre le micidiali scariche facevano trasparire il suo scheletro. Continuò a scivolare sul pavimento, fino a sbattere duramente contro la parete di fondo. Lì rimase tramortito, ancora avvolto da scosse crepitanti.
   Ma in quello stesso attimo, un’altra scarica letale colpì Talyn. Anche l’El-Auriano fu scagliato all’indietro, per poi scivolare sul pavimento, fino ad arrestarsi in mezzo ai compagni. Questi lo videro urlare e dimenarsi tra le scosse azzurrine, in preda a dolori lancinanti. Quando l’energia si fu dissipata, il giovane ricadde inanimato, con gli abiti bruciacchiati e sfrigolanti.
   «Talyn!» gridò il Capitano, sconvolto. Arrancò fino a lui, cercandone i segni vitali. «Non respira, non ha battito!» gemette.
   «Sul Centurion, presto!» esortò Irvik. Lui stesso raccolse il giovane, sostenendolo tra le sue braccia, e lo portò all’interno. Rivera lo seguì, aiutato da Mitchell. Anche Naskeel arrancò dentro la navicella e Ottoperotto lo seguì fluttuando.
   Shati, Vidarr e Yo’rek esitarono presso il portello, incerti se recuperare il corpo di Losira. Considerando che era stata colpita alla schiena da una lancia Jaffa, e che il Centurion non aveva una vera infermeria, le possibilità di rianimarla erano prossime allo zero. E tutt’attorno c’erano altri compagni caduti; forse che loro contavano meno?
   Shati era anche disposta a prendere Losira, se non altro per seppellirla dignitosamente, invece di lasciarla sull’astronave condannata. Ma in quella una dozzina d’armati uscirono dalla sala di controllo, distribuendosi lungo la balconata, e da lì aprirono il fuoco contro i fuggitivi. Erano gli Wraith della sala macchine, che avevano inseguito gli ingegneri e le guardie in fuga. Con loro c’era il redivivo Zahak, che come vide il fratello gli sparò subito con un fucile Wraith. I colpi piovvero attorno a Yo’rek, mancandolo per via della distanza e dell’impazienza del tiratore.
   «Dobbiamo andare!» gridò Yo’rek, ritirandosi nel Centurion. Non aveva la forza d’affrontare un altro combattimento, e del resto mancavano pochi minuti allo schianto dell’astronave. Fatte le stesse considerazioni, Vidarr lo seguì.
   Rimasta sola, anche Shati fu costretta a ripararsi nella navicella, abbandonando Losira e gli altri caduti. Appena fu dentro chiuse il portello, mettendo al sicuro gli occupanti. Poi corse in cabina, senza nemmeno togliersi l’ingombrante armatura. Strada facendo, la Caitiana vide che i compagni avevano adagiato Talyn in una cuccetta e cercavano di rianimarlo con le attrezzature dell’armadietto medico. Gli avevano scoperto il petto e stavano usando un defibrillatore per rimettere il cuore in funzione.
   «Avanti, figliolo, non arrenderti!» disse Rivera, inginocchiato accanto a lui. Gli somministrò una scossa dopo l’altra, mentre Irvik controllava che l’attrezzatura fosse ben posizionata e funzionante. C’era anche Mitchell, che gli fece un’iniezione di tricordrazina direttamente nel cuore. Sopra di loro, Ottoperotto faceva luce.
   Shati non poté trattenersi per vedere se il giovane amico – il loro salvatore – sarebbe sopravvissuto. Corse in cabina, dove l’aspettavano gli altri compagni di fuga. Attraverso lo schermo vide che le navicelle stavano abbandonando l’hangar, senza che gli Wraith potessero fermarle.
   «Presto, siamo gli ultimi!» la esortò Yo’rek, prendendo il posto del copilota.
   «Siamo in caduta libera verso Cocytus, sette minuti all’impatto» avvertì Vidarr, che sedeva alla postazione sensori e aveva ritirato il casco dell’armatura. Naskeel occupava il tattico, sebbene le sue mutilazioni lo impacciassero. Shati ricordò che i Tholiani potevano rigenerare interi arti; sperò che non fosse un’esagerazione.
   «Okay, ce ne andiamo» disse la timoniera, prendendo il suo posto. Fu l’accensione a freddo più rapida che avesse mai fatto. Fece decollare il Centurion mentre Naskeel attivava gli scudi, per proteggerlo dal fuoco nemico. E schizzò fuori dall’hangar prima che gli Wraith potessero richiudere il portello esterno. Una volta nello spazio, Shati continuò a prendere velocità, superando le navette che erano decollate prima di loro da entrambi gli hangar. Si pose in testa alla flottiglia, guidandola sempre più lontano dall’astronave condannata.
 
   «NO!» gridò Ahriman, vedendo il Centurion che abbandonava l’hangar. Levò istintivamente il braccio verso la navicella, come per fermarla, ma non aveva lo scettro sottomano. Si rialzò in fretta, pur essendo dolorante, perché non voleva che gli Wraith lo vedessero in quello stato. Ciò che era appena accaduto lo aveva scosso profondamente, perché non era possibile. Era inaudito che un semplice mortale osasse sfidarlo, tenergli testa... persino metterlo al tappeto. Una cosa era certa: se quel giovane non era Asceso, aveva il potenziale per diventarlo. E questo era così preoccupante da offuscare ogni altra vittoria della giornata. Ma Talyn era sopravvissuto alla scossa? Il Goa’uld non lo sapeva, ma intendeva scoprirlo.
   Sentendo scuotersi la Destiny, Ahriman si accorse di un problema ancor più urgente: la nave stava per schiantarsi. Doveva abbandonarla al più presto. Corse in avanti, per recuperare il suo prezioso scettro. Era uno strumento troppo utile, non poteva permettersi di perderlo. Dietro di lui, gli Wraith scesero nell’hangar, tramite la stessa scaletta usata poco prima dagli avventurieri.
   Il Goa’uld si guardò freneticamente attorno, in cerca dello scettro, finché lo vide. Era finito accanto al corpo inanimato di Losira. Affrettatosi, Ahriman si chinò per afferrarlo... e rimase folgorato da ciò che vide. Non dallo scettro, ma da Losira. Era la prima volta che la scorgeva da vicino, ma non la prima che scorgeva quel volto. Occhi grigi, capelli scuri, bellezza mediterranea... stupenda in ogni dettaglio...
... quelle erano le sembianze di Astarte. La perduta bellezza di Astarte, la sua regina. Dopo tutto quel tempo la ricordava ancora, e del resto come dimenticarla? Aveva conservato come tesori le sue immagini. Ma l’antico corpo di Astarte, quello che lui aveva amato, non esisteva più. Quando i servi di Ra l’avevano estratta a forza, imprigionandola nel Duat, avevano anche ucciso e cremato la sua spoglia mortale. Adesso che Ahriman l’aveva finalmente salvata, stava ancora cercando di ridarle un corpo. Impresa non facile, perché lui la rivoleva come prima, ma non trovava nessuna candidata che le somigliasse. E ora, nel momento e nel luogo più improbabili, la sua ricerca s’era conclusa. Aveva trovato la sosia perfetta, e ironicamente l’aveva trovata fra i suoi nemici.
   C’era un solo problema: la sosia era morta.
   Ma questa non era una difficoltà insormontabile per il Goa’uld. Non finché aveva un sarcofago a portata di mano, con cui rianimarla. L’importante era intervenire prima che sopraggiungesse la morte cerebrale. Aveva ancora qualche minuto... poteva farcela, se si sbrigava. Sarebbe stata un’altra vittoria di quella giornata, un successo con cui lavare l’onta della fuga degli avventurieri. Sì, era proprio ciò che gli serviva per tirarsi su di morale.
   «Mio signore, l’impatto è imminente...» avvertì Zahak, venendogli appresso.
   «Ah, capiti a proposito. Prendi!» disse il Goa’uld, gettandogli lo scettro come se fosse un attrezzo di poca importanza. Zahak ne fu così sorpreso che lo afferrò a stento. Lo scettro era ancora incandescente dopo il duello, tanto che il Jaffa ne fu scottato e dovette passarselo più volte di mano.
   Senza badargli, Ahriman si chinò su Losira e la prese amorevolmente tra le braccia, sollevandola senza sforzo. Vedendo il suo viso esangue, si rimproverò per non aver notato la somiglianza prima che i Dragoni le sparassero. Prima che danneggiassero quel corpo soave. Ma era ancora in tempo per rimediare, si disse il Goa’uld, affrettandosi verso la pedana di teletrasporto con cui era arrivato. Attorno a lui, l’astronave in caduta rollava e beccheggiava, rischiando di gettarlo a terra. Ma Ahriman non voleva tornare a mani vuote da quel pericoloso abbordaggio. Vincendo le avversità riuscì a salire sulla piattaforma, sempre con Losira fra le braccia. «Beh, che fate lì impalati? Seguitemi, se vi è cara la vita!» disse a quanti erano con lui.
   Zahak lo seguì sulla pedana centrale, sempre reggendo lo scettro. Gli Wraith si divisero rapidamente tra le altre due. Le piattaforme si attivarono, permettendo a tutti quanti d’essere trasferiti in salvo sulla Typhon. Furono gli ultimi a lasciare la Destiny, un minuto prima dello schianto.
 
   «Talyn è vivo, lo abbiamo stabilizzato» annunciò Rivera mentre entrava in cabina, sostenuto da Irvik. «Però lui è...». Le parole gli morirono in gola, vedendo ciò che era inquadrato sullo schermo.
   La Destiny era in caduta libera verso Cocytus. L’astronave precipitava con curiosa lentezza, dovuta al fatto che la gravità del satellite era appena un ventesimo di quella terrestre. Il vascello inoltre non si lasciava dietro alcuna scia visibile, perché l’atmosfera era troppo rarefatta. C’era solo l’astronave che perdeva sempre più quota, sorvolando la pianeggiante superficie ghiacciata. Negli ultimi momenti alcuni propulsori di manovra si attivarono, rallentando ulteriormente la caduta. Era un tentativo, da parte dei Replicatori ancora a bordo, di evitare l’esplosione che li avrebbe distrutti.
   Così frenata, la Destiny colpì il ghiaccio senza esplodere e senza nemmeno spezzarsi. Scivolò per un lungo tratto, prima che l’attrito la frenasse. Per un attimo rimase lì, miracolosamente integra. Poi il suo peso, considerevole anche nella gravità ridotta, ebbe la meglio. La lastra di ghiaccio scricchiolò, si crepò e andò in frantumi, rivelando l’oceano sottostante. Un oceano profondo chilometri, mai illuminato da alcuna luce. I flutti sfrigolarono, producendo una colonna di vapore acqueo, per il contatto tra lo scafo rovente e l’acqua gelida. L’astronave sprofondò nelle acque tumultuose, un ponte dopo l’altro, fino a scomparire alla vista. Ben presto gli iceberg si richiusero sopra il relitto, sigillandolo nella sua tomba ghiacciata.
   «È stata una buona nave...» mormorò Rivera, afflitto. Vederla sprofondare fu come seppellire la sua vecchia vita. Qualunque cosa li aspettasse ora, sarebbe stata radicalmente diversa.
   «Capitano...» mormorò Shati, in attesa di ordini.
   «Non chiamarmi così. Non ho più una nave, quindi non sono un Capitano» mormorò il vecchio, lasciandosi cadere stancamente su una poltroncina.
   «Ma ha ancora un equipaggio, che attende i suoi ordini. I suoi doveri non saranno ultimati, finché non saranno tutti al sicuro» obiettò Irvik, cercando di riscuoterlo.
   «Che fanno... che fanno le altre navi?» chiese Rivera, sforzandosi di restare lucido.
   «La flotta terrestre si sta ritirando con gravi perdite. L’ammiraglia Wraith è tornata in assetto e viene verso di noi» avvertì Vidarr.
   «È anche probabile che ci sia la Typhon occultata. Questo spiegherebbe da dove sono arrivati Ahriman e i suoi Dragoni» aggiunse Naskeel.
   «Dobbiamo andarcene, prima che facciano il tiro al bersaglio con le nostre navette» convenne Shati. Trenta navicelle con equipaggi stremati e disperati erano un obiettivo fin troppo facile per l’agguerrita flotta Wraith.
   «Allora... seguiamo i Terrestri in ritirata. Dovrebbero portarci al sicuro» ordinò il Capitano.
   Yo’rek trasmise l’ordine al resto della flottiglia di fuggiaschi. Il Centurion e le navicelle minori balzarono in cavitazione, prima che le navi Wraith si chiudessero attorno a loro.
   «Siamo in viaggio. Le navi terrestri procedono a velocità ridotta, suppongo per via dei danni, quindi non abbiamo difficoltà a seguirle» riferì Shati.
   «E gli Wraith non ci inseguono» aggiunse Vidarr. «Anche molte loro navi sono danneggiate, quindi suppongo che non vogliano dividere la flotta. Siamo in salvo, se così si può dire».
   Cadde il silenzio. Che i nemici non li inseguissero era un’insperata fortuna, eppure nessuno riusciva a considerarsi realmente in salvo. Che salvezza poteva esserci ora che avevano perso la Destiny, e con essa la possibilità di muoversi nel Multiverso? Ora che erano bloccati lì per il resto delle loro vite? La speranza del ritorno, che li aveva sorretti nelle precedenti tribolazioni, era definitivamente morta. Ora si trovavano in una terra incognita.
   «Capitano, cosa stava dicendo prima riguardo a Talyn? Se l’è cavata?» chiese a un tratto Shati.
   «Oh, lui è vivo. Abbiamo stabilizzato le sue funzioni vitali» disse Rivera, senza allegria. «Però è caduto in coma, proprio come aveva previsto. E non ho idea di come fare a risvegliarlo. Se Giely fosse qui...» mormorò, ma nel ricordarla fu sopraffatto dal dolore. Tacque, coprendosi il viso raggrinzito con le mani, per nascondere le lacrime.
   Se per Talyn c’era ancora una flebile speranza, per Giely non ce n’erano più. E nemmeno per Losira, che tutti loro avevano visto cadere morta. A quell’ora i campi di contenimento atmosferico avevano sicuramente ceduto, permettendo alle gelide acque di Cocytus d’inondare gli hangar della Destiny, e forse anche il resto della nave. I loro cari erano sepolti nelle acque profonde, come navigatori d’antichi velieri.
 
   «Ecco qui» disse Ahriman, deponendo Losira nel sarcofago Goa’uld. L’adagiò in modo che stesse lunga e distesa, con le braccia lungo il corpo. Per precauzione le tolse il comunicatore, sebbene non si aspettasse che i mercenari venissero a recuperarla. Quei pezzenti non sapevano nemmeno che lui si stava prodigando per salvarla.
   Ahriman si ritrasse, lasciando che il sarcofago si chiudesse sopra di lei. «Rianimatela» ordinò ai medici Jaffa che affollavano l’infermeria. «Nessun intervento mentale, limitatevi a curare la sua ferita. Questa donna deve tornare in perfetta salute, perché è grazie a lei che riavrò la mia regina. Ella sarà l’involucro della mia diletta Astarte» spiegò.
   «Mio signore, le letture sono strane» disse il Medico Capo, leggendo i dati biometrici su uno schermo. «Questa donna non sembra del tutto umana. Si direbbe una... specie umanoide affine».
   «Uhm, sì, molti di quegli avventurieri appartengono a specie ignote» ricordò Ahriman. «Beh, non importa: ha le sembianze che desidero, e tanto basta. Curatela bene» ribadì.
   «Altezza... il sarcofago è progettato per curare i corpi umani. Non posso assicurare che sia altrettanto efficace su questa paziente esotica...» mormorò il Medico Capo, sempre più ansioso.
   Il Goa’uld lo fulminò con lo sguardo, poi osservò severamente tutta l’equipe. «Fate il vostro lavoro. Siete o non siete i migliori medici dell’Impero? Ho salvato questa donna con le mie mani, ed esigo che voi la rianimiate. Se fallirete, pagherete con le vostre vite!» minacciò. Si voltò di scatto e se ne andò, lasciando i medici indaffarati attorno al sarcofago.
 
   Il giorno dopo, la malridotta flotta terrestre stazionava nell’orbita di Langara, il pianeta alleato più vicino. Gli avventurieri li avevano seguiti fin lì: il Centurion orbitava accanto ai vascelli terrestri, mentre le navicelle più piccole erano state accolte nei loro hangar. Era il momento di curare i feriti e fare piani per il futuro, supponendo che ci fosse un futuro.
   Sulla fregata medica Fraiser, i dottori lavoravano senza sosta per soccorrere l’enorme quantità di feriti. Solo adesso, a ventiquattr’ore dal termine della battaglia, la situazione cominciava a normalizzarsi. Alcuni pazienti venivano dimessi, mentre i dottori si concentravano sui casi più gravi. Nella sala d’attesa, Shati camminava avanti e indietro come una leonessa in gabbia. Aveva dismesso la panoplia da Cacciatrice, tornando alla consueta uniforme paramilitare. Accanto a lei, Irvik sedeva in silenzio.
   «Basta, io entro!» sbottò la Caitiana, impaziente.
   «Per farti nuovamente buttar fuori dalla Sicurezza? Questa è la volta che ti scacciano dalla nave. Abbi pazienza; quando sarà il momento ci chiameranno» disse il Voth.
   «Come fai a essere così tranquillo?!».
   «Beh, sai, non è che agitarsi e inveire migliori la situazione» disse pazientemente Irvik. «Sto cercando d’accettare il fatto che non vedrò mai più i miei figli; questo richiede un certo raccoglimento».
   «Hai ragione, scusa. Tutto questo per te è anche peggio» riconobbe Shati, sedendogli finalmente accanto. «Come va la mano?».
   «Eh? Ah, bene. A noi Voth le unghie ricrescono in fretta» spiegò il sauro, massaggiandosi la mano priva di un artiglio, quello con cui aveva colpito Zahak. «Tu stai bene? È incredibile come sei uscita illesa da tutte quelle sparatorie».
   «Merito della tua attrezzatura» fece la Caitiana con un sorriso agrodolce. «Ti piacerà sapere che è rimasta intatta».
   «Bene, perché d’ora in poi non credo che potrò ricostruirla» borbottò l’Ingegnere Capo. «A proposito, come sta Naskeel? È da ieri che non lo vedo».
   «Si è fatto teletrasportare sul pianeta più interno del sistema. Sai, è un mondo venusiano... il clima salubre dovrebbe aiutarlo a rigenerarsi. Lo raccoglieremo prima di ripartire» spiegò la timoniera.
   Tornò il silenzio, mentre i due attendevano. Di lì a poco la porta si aprì e ne uscì un’infermiera. «Potete entrare. Solo, cercate di non farlo stancare» raccomandò.
   Irvik e Shati si affrettarono all’interno, seguendo la paramedica. Superarono la sala principale dell’infermeria, ancora piena d’attività. Passati nella sala di degenza, videro una lunga fila di lettini medici, separati da tendine verdi per offrire un minimo di privacy. Alcuni pazienti stavano ricevendo visite di amici e colleghi smontati dai turni. Gli avventurieri percorsero la fila, sbirciando in ogni alcova, finché lo trovarono. Rivera era lì, steso in un lettino. Per la prima volta da quando lo conoscevano, portava gli occhiali.
   «Capitano, come si sente?» chiese Irvik, venendogli accanto.
   «Non troppo male, per la mia... età» sospirò l’Umano. «Di fatto è come se avessi ottant’anni suonati, con tutte le magagne che ne conseguono. Almeno riesco di nuovo a camminare. Prima non ci riuscivo per lo shock fisiologico del rapido invecchiamento, ma adesso mi reggo di nuovo in piedi. Cosa assai utile, vista la frequenza con cui devo andare in bagno» ironizzò. Accanto al lettino c’erano delle stampelle, segno che aveva ripreso a camminare sotto controllo medico.
   «Per il resto, come si sente?» farfugliò Shati, temendo di suonare offensiva.
   «Ti chiedi come sto di testa? Temi che sia rincitrullito? Beh, questo lascerò che siate voi a giudicarlo» borbottò Rivera.
   «Non volevo insinuare niente. Per quanto mi riguarda, lei è abile al comando. Del resto, molti Capitani famosi sono rimasti in attività ben oltre gli ottanta...» disse la Caitiana. Stava cercando di scusarsi, ma non faceva che rendere le cose più imbarazzanti.
   «Sì, beh, io non sono Picard, che a cent’anni salvava ancora la Galassia. Almeno ho conservato i capelli» ironizzò il Capitano, passandosi la mano tra le chiome bianche ma sempre folte.
   «Io ancora non mi capacito di come sia possibile una cosa del genere» disse Irvik, desolato. «Voglio dire, il suo DNA non è cambiato, vero? I telomeri non si saranno certo consumati!» disse riferendosi alle parti terminali dei cromosomi, che si accorciano a ogni duplicazione cellulare.
   «No, il mio genoma è quello di prima» confermò Rivera. «Ma in qualche modo non riesce più a esprimersi correttamente. I dottori hanno usato un sacco di paroloni... non sono in grado di ripetere. Il succo del discorso è che ho subìto un invecchiamento accelerato, come se avessi saltato quarant’anni della mia vita. C’è una rara malattia terrestre, la progeria, che ha effetti simili, anche se colpisce fin dall’infanzia. Nel mio caso, d’ora in poi continuerò a invecchiare a velocità normale».
   «Ma visto che si tratta di un fenomeno innaturale, non c’è modo d’invertirlo?!» chiese Shati, sull’orlo della disperazione.
   «Ci sono diversi farmaci che possono alleviare i sintomi. Alcuni me li hanno già somministrati» spiegò il Capitano. «Ma alla fin fine, sono dei palliativi. Gli unici che possono farmi tornare com’ero sono... beh, gli Wraith. Loro mi hanno rubato quegli anni di vita, e solo loro possono rendermeli».
   «Dev’essere proprio la Regina a renderle il maltolto?» domandò la Caitiana, disperando di poterle mai arrivare tanto vicina.
   «No, qualunque Wraith abbastanza carico di bio-energia potrebbe cederla a me» spiegò Rivera, che aveva fatto le stesse domande ai medici. «Ma aspetta a festeggiare. Gli Wraith sono dei vampiri spaziali. Loro prendono la bio-energia, è il loro unico nutrimento. Volendo possono restituirla, ma figurati quante volte accade. E non lo farebbero mai con un nemico giurato, come me. Tra l’altro... qualunque energia mi concedessero, sarebbe stata rubata a qualcun altro. Non sarebbe diverso che se io stesso mi dessi al vampirismo» sospirò.
   «Beh, sempre meglio che lasciarla a loro!» obiettò Shati. «Se ho capito bene, dovremmo catturare un Wraith. E costringerlo a guarirla, con le buone o le cattive. Scommetto che io lo convincerei a farlo!».
   «Può darsi, ma catturare gli Wraith non è facile. Questa flotta li ha appena affrontati, distruggendo alcuni vascelli e parecchi caccia, eppure non è riuscita a catturarne nessuno» sospirò il Capitano.
   «Beh, suppongo che al termine di questa sosta torneremo all’Egida» notò Irvik. «Sono i servizi segreti dell’Alleanza Terrestre, e stanno affrontando lo Sciame Wraith da quanto? Un secolo, mi pare abbiano detto. Volete che non siano mai riusciti a catturarne uno?!».
   «Uhm, può darsi» rimuginò l’Umano. «Quando rivedrò Thena, glielo chiederò. In fondo abbiamo un certo credito da riscuotere».
   «Ben detto. E se non ci fossero Wraith in custodia... beh, ci penserò io a procurarne uno!» ringhiò Shati, lo sguardo micidiale. «Lo prometto, Capitano: io le restituirò la giovinezza. Fosse l’ultima cosa che faccio!» giurò.
   «Piano, un passo alla volta. Prima vediamo come andrà il prossimo incontro con l’Egida» la frenò Rivera, pur essendo commosso da quella prova di fedeltà. «Comunque ciò che più mi preoccupa al momento non sono le mie condizioni».
   «Già, lui dov’è?» chiese Irvik, facendosi cupo.
   «L’hanno messo in una saletta tutta sua. Datemi un attimo per prepararmi, vi farò strada» disse il Capitano.
 
   Di lì a poco erano tutti e tre in una saletta di lunga degenza per pazienti in coma. Talyn giaceva sul lettino medico, con una flebo nel braccio e vari sensori che monitoravano le sue condizioni. I segni vitali erano riportati sullo schermo sopra la testata del letto.
   «È colpa mia... sono stata io a insistere perché prendesse quel bastone magico...» mormorò Shati, afflitta.
   «Non pensarci nemmeno. In quel momento era l’unica cosa da fare. Del resto, se non l’avesse preso, saremmo tutti morti» disse il Capitano. «Semmai la responsabilità è mia, per averci gettati in questa guerra. Non dovevo lasciarci coinvolgere».
   I tre si avvicinarono alla testata del letto, per leggere i segni vitali di Talyn. «Non sono un medico, ma mi sembra stabile» commentò Irvik, vagamente speranzoso.
   «Oh, fisicamente lo è» disse Rivera con amarezza. «Ma è in coma e nessuno di questi esperti sa come svegliarlo. Certo, il fatto che sia El-Auriano non aiuta. Qui nessuno conosce la sua fisiologia. I medici sono spaesati e non si azzardano a fargli terapie di cui non possono prevedere gli esiti. Quindi lui resta così».
   Talyn, colui che li aveva salvati da Ahriman sfoggiando poteri inauditi, era così indifeso che qualunque malintenzionato avrebbe potuto ucciderlo con la massima facilità. E i compagni sapevano che il nemico gli avrebbe dato la caccia, per vendicarsi dell’umiliazione. Fin dove potevano arrivare i suoi sicari? Dopo quanto accaduto con Giely e Zahak, gli avventurieri non si fidavano più di nessuno.
   «Ma quali sono le prospettive?» chiese Shati, con un groppo in gola.
   «Quelle che c’erano per i pazienti in coma, prima delle terapie moderne. Potrebbe svegliarsi anche domani. O tra un anno. O tra dieci anni. Ma c’è anche la possibilità che... non si svegli mai più» disse il Capitano, oppresso dal dolore.
   «Non c’è proprio niente che possiamo fare?!» insisté la Caitiana.
   «Beh, a questo punto siamo sul crinale tra scienza e pseudo-scienza» avvertì Rivera. «Ci sono casi documentati di pazienti in coma che si sono svegliati in seguito a stimoli sensoriali familiari. Voci, musiche, profumi... cose che suscitano una profonda risposta emotiva, specialmente se legate all’infanzia. Però non è una scienza esatta, non ci sono garanzie che funzioni».
   «Se solo avessimo... la nostra infermeria» borbottò Shati. Stava per nominare Giely, ma farlo in quel momento sarebbe stato una pugnalata al cuore per il povero Capitano. «Almeno qui Talyn è vigilato. E ci sarà tempo per provare varie terapie» si augurò.
   Quelle parole però suscitarono apprensione in Irvik. «Ne siamo certi? Qual è la deontologia terrestre nei casi di coma? Quanto tempo passerà, prima che lo giudichino irrecuperabile?» chiese.
   Poiché nessuno dei tre conosceva la risposta, erano in procinto di tornare indietro per chiederlo ai dottori. In quella però entrò il Colonnello Mitchell, anche lui per una visita. «Scusate, forse è meglio se ripasso» disse, già in procinto di ritirarsi.
   «No, lei capita al momento giusto» disse Rivera. «I medici di questa nave hanno fatto il possibile, ma il nostro giovane amico resta in coma. E allora ci chiedevamo... per quanto lo terranno in vita. Qual è la vostra deontologia?».
   Mitchell sospirò, accostandosi al lettino per osservare il paziente. «Questa è sempre stata una ragione di scontro ideologico per noi Terrestri. La legislazione è variata da un periodo all’altro, in base alle oscillazioni del pendolo culturale. Attualmente si è propensi all’eutanasia per i pazienti considerati irrecuperabili» spiegò.
   «Chi decide... voglio dire, quali sono i parametri per giudicarli irrecuperabili?!» chiese Rivera, sempre più allarmato.
   «Di questo dovete discuterne con gli specialisti» raccomandò il Colonnello. «Certo che, se passasse più di qualche mese senza miglioramenti percettibili... beh, in questi casi si procede d’ufficio» avvertì.
   «Talyn non è un individuo come gli altri. Le sue capacità... insomma, lo ha visto all’opera. Se mai ho conosciuto qualcuno capace di fare miracoli, quello è lui» disse il Capitano. «Perciò non rinuncio alla speranza che possa risvegliarsi, anche se ci volesse più di qualche mese». Accanto a lui, Irvik e Shati annuirono con convinzione.
   «Vi capisco, ma devo mettervi in guardia. Finché siete sul territorio dell’Alleanza Terrestre – e ciò include le astronavi – siete nella nostra giurisdizione» avvertì Mitchell.
   «In tal caso lasceremo il vostro territorio. Chiederò che Talyn sia riportato sul Centurion» decise Rivera.
   «Capitano, ne è certo?» si preoccupò Irvik. «Ci vorrà qualche mese prima che la questione diventi pressante. E noi non abbiamo più un’infermeria. Talyn è certamente meglio assistito qui di quanto potremmo fare sulla navicella» osservò.
   «Vero, ma vorrei incontrare Thena e chiarire la nostra posizione, prima d’affidarlo a chicchessia» spiegò il Capitano, sempre inquieto. Dopo gli ultimi orrori, gli sembrava di vedere il pericolo ovunque. «Ora che le sue condizioni sono stabili, lo preferisco sul Centurion, finché non avremo qualche garanzia» insisté.
   «Come vuole. Non siete certo prigionieri; siete liberi di tornare sulla vostra navicella» disse Mitchell, allargando le braccia. «E dal momento che è tanto ansioso di parlare con la Direttrice Thena, la informo che ho appena ricevuto nuovi ordini. La Direttrice, che è stata informata della nostra debacle, ci chiede di tornare al più presto. Ora che il nemico ha l’Arca della Verità, e che l’alleanza tra Ahriman e Azi è confermata, l’Egida dovrà impostare una nuova strategia. Sono certo che Thena voglia interrogarvi, per avere le vostre testimonianze di prima persona. Perciò si parte domani stesso. Lasceremo qui le astronavi più danneggiate, procedendo con le altre. Avrete l’elenco di quelle che partiranno, così potrete trasferire le vostre navette nei loro hangar. Vi daranno un passaggio ad alta velocità, e la vostra ciurma starà più comoda».
   «D’accordo, Colonnello» acconsentì Rivera. «Sono impaziente d’incontrare Thena. Ci sono molte cose da chiarire... specialmente riguardo al traditore Zahak. Mi chiedo soprattutto come abbia fatto a coordinarsi così bene con Ahriman, mentre era tra noi».
   Mitchell aggrottò la fronte, rabbuiato. «Sì, la sua slealtà getta il dubbio sui nostri protocolli di sicurezza. Ci sarà un’inchiesta interna, naturalmente. Dovremo passare l’Egida al setaccio, in cerca d’altre mele marce. Non so come andrà a finire... so solo che, dopo questi eventi, niente sarà più come prima» sospirò. Lasciò la saletta, diretto ad altri impegni, così che gli avventurieri rimasero soli col giovane El-Auriano.
 
   Ahriman percorreva i corridoi della Nave Alveare, scortato dalle guardie Wraith. Veniva di rado su quel vascello, perché non ne gradiva l’atmosfera umida e semibuia. Ma stavolta doveva parlare urgentemente con Azi. L’attacco all’Avalon era stato un successo, ma si era lasciato degli strascichi che andavano affrontati. Certo, l’Arca della Verità era in mano loro e le forze terrestri avevano subìto una sonora batosta. Tuttavia la Destiny era affondata e i mercenari erano riusciti a fuggire... compreso Talyn. Lo scontro con l’El-Auriano aveva scosso il Goa’uld, più di quanto era disposto ad ammettere. Non faceva che ripensare a quei momenti... a quanto Talyn era arrivato vicino a distruggerlo. E allora si ripeteva quanto fosse urgente trovarlo ed eliminarlo, assieme ai suoi compagni, che erano scomodi testimoni degli eventi.
   Giunti innanzi a una porta, coperta da una membrana organica, gli Wraith si arrestarono, e Ahriman con loro. Il caposquadra si portò le dita alla tempia, inviando telepaticamente una richiesta d’udienza, e attese la risposta. «La Regina è disposta a ricevervi. Potete entrare» disse al visitatore, scostandosi per lasciarlo passare.
   «Quale onore» fece il Goa’uld, poco abituato al ruolo di ospite. La membrana organica si aprì innanzi a lui, permettendogli di accedere ai quartieri privati di Azi Dahaka. Erano ancora più bui del resto della nave; una spettrale nebbiolina aleggiava rasoterra.
   «Azi cara, sei in casa?!» chiese ironicamente Ahriman, facendosi avanti. Incespicò in qualcosa di riverso a terra, rischiando di cadere. «Fulmini, ma cos’è?!» si lamentò. Si chinò per osservarlo più da vicino, e lo afferrò sollevandolo oltre il sottile strato di nebbia. Scoprì che era un corpo umano, prosciugato e raggrinzito fino a trasformarlo in una specie di mummia. Guardandosi attorno, si avvide che ce n’erano molti altri sparpagliati a terra. Erano almeno una decina, sia uomini che donne, tutti con l’uniforme della Flotta Terrestre. Ahriman mollò il cadavere e si rialzò. «Guarda, guarda, sembra che sia arrivato in ritardo alla festa. Poco male... doveva essere un mortorio» commentò.
   In quella giunse Azi Dahaka da una stanza attigua. Portava ancora i segni della battaglia: la mano destra mancava e il polso era strettamente fasciato di bende. «Non sono in vena di battute, vecchio mio. Quei mercenari sono ossi duri... guarda che mi hanno fatto! Nessuno mi aveva mai ferita così!» si lamentò, sfiorandosi il moncherino.
   «Oh, mi dispiace tanto. Sono gli incerti della guerra... un tragico incidente. Ma la tua magnifica fisiologia Wraith ti consente di rigenerarti, giusto?» chiese Ahriman. Si guardò bene dal confessare che anche lui era stato messo al tappeto.
   «Perché credi che abbia prosciugato così tanti Tau’ri? Sono i prigionieri della battaglia, li ho fatti trasferire dalle altre navi. Assorbendo tutta la loro bio-energia, mi sono caricata abbastanza da rigenerare la mano. Ci vorranno un paio di settimane affinché ricresca. E non è stato il mio unico sacrificio... ho perso diverse navi e molti buoni soldati in questo attacco. Spero che ne valesse la pena, illustre alleato!» disse la Wraith con un certo livore.
   «Mi dolgo per i tuoi caduti, ma ti assicuro che questa battaglia è stata d’importanza vitale. Oserei dire che è stata la vera svolta della guerra» assicurò il Goa’uld. «Ora veniamo agli affari... tu hai preso l’Arca della Verità. Consegnamela, secondo gli accordi».
   «Certo, appena mi avrai dato i rifornimenti pattuiti. Più qualche piccolo extra che ritengo d’aver meritato» disse Azi, accennando a un d-pad posato su un tavolino.
   Accigliato, Ahriman prese il dispositivo e scorse la lista. «Alla faccia dell’extra... mi chiedi molto. Migliaia di prigionieri, tonnellate di naquadah... persino un modulo ZPM» borbottò.
   «Suvvia, non piangere miseria!» lo canzonò Azi. «Dall’inizio della guerra hai conquistato... e saccheggiato... decine di pianeti. Le loro risorse materiali e umane adesso sono tue. Certo puoi assegnarne una piccola parte alla tua principale alleata» sogghignò. «I prigionieri, poi, non devono essere specializzati. Li voglio solo per nutrire il mio popolo. Puoi prenderli tra gli abitanti dei mondi sottosviluppati, che non ti servono a nulla».
   «Uhm, e sia!» concesse Ahriman, non volendo entrare in conflitto con lei. «Dammi solo il tempo di radunare tutta questa merce».
   «Non ho fretta» disse graziosamente la Wraith. Finché non avesse ricevuto tutto, l’Arca sarebbe rimasta ben custodita sulla sua nave ammiraglia.
   «Ah, c’è un’altra faccenda. Che ne hai fatto della dottoressa della Destiny? Non l’avrai mica prosciugata?» s’interessò il Goa’uld.
   «Non ancora... per bizzarro che sia, le devo la vita. Per il momento è in cella. Perché, la vuoi?» chiese Azi.
   «Eccome se la voglio. Ho intenzione di farle molte domande sui suoi amici avventurieri. Voglio saperne di più sul loro cosmo d’origine, sui loro viaggi, sulle tecnologie che hanno acquisito» spiegò Ahriman. «E naturalmente su come sbarazzarmi di loro».
   Questo accese l’interesse della Wraith. «Oh, sì! Quei mercenari avranno anche perso l’astronave, ma sono fuggiti con le loro navette. Sono ancora là fuori, da qualche parte. E io non dimentico quel che mi hanno fatto. Dobbiamo dargli la caccia, distruggerli una volta per tutte!» si appassionò.
   «Non temere, mia cara... so già come rintracciarli. Meglio ancora, come attirarli in trappola» rivelò Ahriman con un sorriso sagace. «Quegli sciagurati non sanno fin dove arriva la mia influenza. E quando lo scopriranno, sarà troppo tardi». 
 
   
 
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