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Autore: Parmandil    10/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 10: Il Signore delle Menzogne
 
   Losira sbatté le palpebre, confusa. I ricordi degli ultimi, traumatici eventi si affastellavano nella sua mente. C’era stata una grande battaglia... e avevano perso. No, erano stati schiacciati. Avevano abbandonato la Destiny, proprio come Talyn aveva previsto. Giely li aveva traditi... non per colpa sua, ma questo non cancellava l’amarezza. Come Comandante, Losira avrebbe dovuto intuire che qualcosa non andava. Il Capitano era rimasto vittima della regina Wraith, che lo aveva ridotto a un povero vecchio, e anche Naskeel era gravemente ferito. E lei... lei...
   «Gasp!» annaspò la Risiana. Ora ricordava: gli invasori le avevano sparato alla schiena, mentre cercava di fuggire con gli altri. Dolore atroce... era certa d’essere stata colpita a morte. Invece era ancora viva. Ma dov’era?
   Guardandosi attorno, Losira si accorse d’essere distesa in un grande sarcofago metallico, fortunatamente senza coperchio. Come, avevano deciso di seppellirla?! Ma no, non lo avrebbero fatto mentre lei era viva... e di certo non a quel modo. Il sarcofago era più nello stile...
   Nello stile dei Goa’uld.
   Quel pensiero la colpì come un pugno. I colleghi l’avevano abbandonata, credendola morta... e il nemico l’aveva raccolta. Erano stati i Goa’uld a rianimarla, con la loro misteriosa tecnologia. E di certo non l’avevano fatto per compassione.
   La Risiana si alzò a sedere, provando un lieve indolenzimento alla schiena, là dov’era stata colpita. Si tastò, scoprendo che effettivamente nell’abito c’era un foro bruciacchiato all’altezza delle scapole. Era lì che le avevano sparato. Ora però non c’era più alcuna ferita: le sue dita trovarono solo pelle liscia, senza cicatrici. Miracoli della tecnologia Goa’uld...
   Ora che si era in parte rialzata, Losira poté guardarsi attorno. Scoprì d’essere in un grande salone dalle pareti dorate, quasi del tutto vuoto. Oltre al sarcofago in cui si trovava, l’unico arredo era una grande arca o cassa, quasi del tutto ricoperta da un velo purpureo. In compenso le pareti erano adorne d’armi da taglio, di varia foggia e misura, provenienti dalle culture più disparate. E proprio innanzi a lei, una finestra panoramica le rivelò che si trovava su un’astronave in viaggio. Il flusso azzurro, infatti, aveva tutta l’aria dell’iperspazio.
   «Come ti senti?» chiese una voce alle sue spalle.
   Losira sobbalzò, accorgendosi di non essere sola. Certo, era impossibile che dopo averla rianimata si dimenticassero di lei. Si girò di scatto, ancora dentro al sarcofago, e vide ciò che temeva.
   Ahriman era lì, alto e intimidatorio, abbigliato in vesti color del fuoco. Non sembrava armato, e non aveva nemmeno guardie con sé. Ma Losira non si fece illusioni: quell’essere era pericoloso. Era colpa sua se la Destiny era distrutta e l’equipaggio disperso. E adesso perché l’aveva rianimata? Cosa voleva da lei?
   «Ti ho chiesto come ti senti» ripeté il Goa’uld in tono educato. «Eri morente, quando ti ho raccolta... per fortuna la nostra tecnologia medica è molto avanzata. Mi pregio di comunicarti che sei di nuovo in perfetta salute».
   «Vi aspettate un ringraziamento?» chiese la Risiana, guardinga.
   «Direi di no, dato che è colpa mia se sei rimasta ferita» ammise Ahriman, avvicinandosi. «Anche se, a ben vedere, non ci sarebbe stato alcuno scontro se voi avventurieri non aveste deciso d’invischiarvi nel conflitto. È stato un grave errore di giudizio da parte vostra. Se mi dichiarate guerra, non posso che trattarvi da nemici, non ti pare? Aspetta, lascia che ti aiuti». Così dicendo le offrì la mano, per aiutarla a uscire dal sarcofago.
   Losira non avrebbe voluto toccarlo, ma comprese che sarebbe stato infantile rifiutare l’offerta. Così gli prese la mano, con estrema riluttanza, e riuscì a scavalcare l’orlo del sarcofago, mettendo di nuovo i piedi a terra. Lo lasciò immediatamente, come se la sua presa scottasse. Ahriman non sembrò aversene a male; la sua espressione era benevola. Suo malgrado la Risiana doveva ammettere che il Goa’uld aveva ragione: era stato un errore madornale lasciarsi coinvolgere in quella guerra. «Che ne è dei miei colleghi?» chiese.
   «Sono fuggiti quasi tutti» ammise Ahriman. «Devo ammettere che hanno combattuto con valore. Ma senza la vostra astronave, è finita. La Destiny è precipitata sulla luna ghiacciata. Siete bloccati qui, per sempre».
   Questa notizia fece vacillare Losira. Bloccati in quel cosmo spietato, per il resto delle loro vite! Avrebbe voluto piangere... ma non poteva mostrarsi debole davanti al nemico. «Avete vinto solo grazie al tradimento di Zahak» disse con livore.
   «Per voi è un vile traditore, per noi un coraggioso lealista. Chi ha ragione? Noi, voi. Tutti, nessuno. La realtà è fatta così. Non ci sono il vero e il falso. Niente giusto e sbagliato. Alla fine è tutta questione di opinioni. Non trovi, mia cara?» fece Ahriman, in tono più confidenziale.
   «Io... non credo che mi abbiate rianimata solo per discutere di filosofia» mormorò la Risiana, destabilizzata dal suo atteggiamento.
   «No, infatti. Comunque gli argomenti di discussione non ci mancano» sorrise Ahriman. «Possiamo fare una chiacchierata onesta, senza saltarci alla gola?».
   «È difficile fare una chiacchierata onesta col Signore delle Menzogne» commentò Losira, sempre sulla difensiva.
   «Uff, sempre quel soprannome! Mi è stato affibbiato da gente con vedute più dogmatiche delle mie» si lamentò il Goa’uld. «E va bene... se non ti fidi di me, allora ti fiderai di lei. Dopo i miei trattamenti è diventata la bocca della verità!» ridacchiò.
   Per qualche motivo la sua risata fece rabbrividire la Risiana fino al midollo. «Lei chi?» mormorò, presagendo guai.
   «Guarda» fece Ahriman, invitandola a seguirlo presso una parete. C’era una sezione diversa dalle paratie circostanti. Invece dell’uniforme doratura, Losira vide una struttura a nido d’ape, di colore grigio. Doveva essere fatta di naniti, gli stessi che componevano i Replicatori. La Risiana non osò avvicinarsi troppo.
   Ahriman invece si accostò senza timore, digitando alcune istruzioni su un piccolo quadro comandi. Allora ci fu movimento nella struttura a nido d’ape. I naniti si riorganizzarono, facendo emergere qualcosa. Era un volto umanoide. Losira spalancò gli occhi, incredula. C’era una persona sprofondata in quel bagno di naniti. Una giovane donna, a giudicare dai lineamenti. Al momento ne vedeva solo l’ovale del viso, mentre il resto del corpo era ancora immerso nella parete.
   «Che significa? Chi è questa donna?» mormorò la Risiana, incerta.
   «Come, non la riconosci? Eppure siete state fianco a fianco per anni» disse Ahriman, vagamente divertito. «Saluta la tua ex Comandante, dottoressa Giely».
   «Salute a te, Losira» rispose il volto che emergeva dai naniti. Con un suono risucchiante, la Vorta uscì dalla parete e venne incontro alla Risiana.
 
   Losira sgranò gli occhi, in preda all’incredulità e all’orrore. Davanti a lei c’era proprio Giely, reduce dalla seconda – e più massiccia – infusione di naniti. Le nano-macchine l’avevano snaturata in modo raccapricciante. I suoi occhi erano coperti da una pellicola di naniti, che li faceva apparire interamente bianchi. Alle orecchie erano fissati due piccoli Replicatori del tipo a vedova nera, che fungevano da auricolari. Un terzo Replicatore, del tipo a tarantola, le aderiva alla nuca, serrandole il collo con le sottili zampe. Per il resto la Vorta indossava un’aderente tuta argentea, sempre a nido d’ape, che sembrava composta di naniti. Ne era del tutto avviluppata, compresi mani e piedi; solo la testa ne era libera. A Losira non sfuggirono le implicazioni. La vista, l’udito e ora persino il tatto di Giely erano filtrati dai Replicatori. Controllo sensoriale completo. Il suo cervello, poi, doveva essere una spugna imbevuta di naniti. Non c’era da stupirsi che la poverina fosse incapace anche solo di pensare a opporsi.
   «Non è splendida? Una bellissima farfalla, appena uscita dalla crisalide. La lealtà di una macchina unita alla creatività di un individuo» infierì Ahriman, l’artefice di quello scempio.
   «Oh, Giely... che ti hanno fatto? Cosa sei diventata?!» mormorò Losira, devastata. Avrebbe preferito morire sul serio, piuttosto che essere rianimata per vedere questo.
   La Vorta si avvicinò con passo elastico, in uno strano misto d’innocenza e sfrontatezza. Le avevano tagliato i capelli corvini, facendole un’acconciatura a caschetto, forse per aiutarla a tenerli in ordine. «Non affliggerti, amica mia. Non sono mai stata meglio... sono rinata per servire uno scopo più elevato» intonò, con voce bassa e cantilenante.
   «Non dirlo neanche per scherzo. Questa non sei tu! Ti hanno fatta a pezzi e ricostruita come una schiava. Anzi, come...» esitò la Risiana. D’un tratto capì il senso di quella stanza, con le armi appese alle pareti. Quella era una sala dei trofei: le armi appartenevano ai nemici sconfitti. E Giely faceva parte della collezione. Anche lei era un trofeo fra tanti. Un’arma fra le tante. «Me l’ha mostrata per farmi capire che, come ha spezzato lei, così spezzerà anche me» intuì Losira, con la morte nel cuore.
   «No, ti prego di capire. Un tempo vagavo nell’oscurità, in preda al terrore» spiegò Giely. «Poi Ahriman mi ha tratta dall’abisso. Ora tutto mi è chiaro, e credo in lui. I miei occhi vedono la sua luce, le mie orecchie odono la sua parola, la mia mente è aperta alla sua verità. Presto sarà così anche per te» promise, con un caldo sorriso.
   Losira intuì che la Vorta non stava parlando di teologia. Quel che stava realmente descrivendo – senza rendersene conto – era il momento in cui le sue difese mentali erano crollate, permettendo al nemico d’irretirla. Allora la Risiana ebbe veramente paura. Perché se avevano ridotto la dottoressa in quello stato, cosa avrebbero fatto a lei?
   «Dovresti ascoltarla, Losira. Ora la tua amica non può mentire, è la bocca della verità!» ghignò Ahriman. Nel sentire la sua voce, Giely lo guardò istintivamente.
   «No, non ascoltare lui, ascolta me!» implorò Losira, frapponendosi. «Ti prego, cerca di svegliarti... di pensare con la tua testa...». Schioccò le dita e le diede degli schiaffetti, cercando di snebbiarla.
   «Lei non vuole farlo» spiegò il Goa’uld in tono garbato, quasi dolente. «Vedi, la tua amica è una persona altruista. E gli altruisti hanno menti deboli. Non fanno che aiutare gli altri, pensare agli altri, mettere sempre prima gli altri. Questo li rende facilmente controllabili. Mi basta dirottare la loro disponibilità nella direzione che voglio. Dargli uno scopo, una missione che li faccia sentire utili. E a quel punto sono pronti a uccidere in nome dell’altruismo. Quindi non credere di poter convertire Giely con qualche parola strappalacrime. Lei ha imparato bene la lezione, e ora vuole solo camminare nella mia luce, non è così?».
   «Sì, voglio solo camminare nella tua luce» confermò la Vorta con voce serena. Sorrise e annuì vistosamente, ignorando i tentativi di svegliarla.
   Losira comprese che i suoi sforzi erano inutili. Giely aveva già combattuto la battaglia per la sua anima, e aveva perso. No, era stata annientata. Adesso non era minimamente in grado di opporsi al tiranno, e non sarebbe stato un discorso accorato a farla rinsavire. Allora la Risiana si rivolse contro Ahriman, il solo che la stesse a sentire. «Carogna!» ringhiò. «Posso capire che tu l’abbia influenzata per farle sabotare la Destiny. Ma che altro vuoi da lei?!».
   «Sarò franco: all’inizio pensavo d’eliminarla a fine missione» ammise il Goa’uld. «Ma visto com’è ricettiva e suggestionabile, ho deciso di tenermela. Intanto ho fatto ulteriori esperimenti su di lei, che come vedi l’hanno resa molto più piacevole. E penso che la terrò come interfaccia per controllare i Replicatori. Converrai che dare ordini a questa bellezza è più gratificante che inserire codici informatici su un display!» ridacchiò.
   Angosciata, Losira si rivolse di nuovo a Giely. Avrebbe voluto strapparle di dosso quei maledetti Replicatori; ma se erano integrati nel suo organismo rischiava di ferirla gravemente. Inoltre aveva il forte sospetto che strapparli non bastasse a spezzare la presa di Ahriman su di lei. E poi, era giusto farlo? La Vorta aveva sabotato la Destiny e tradito l’equipaggio. A causa sua, molti di loro erano morti o debilitati, compreso il Capitano. Se ora l’avesse svegliata, e lei si fosse resa conto di ciò che aveva fatto... probabilmente si sarebbe suicidata per il rimorso. No, Losira non osava nemmeno provarci. Per tragico che fosse, al momento era meglio che Giely restasse in quello stato.
   «Ci sei arrivata, eh?» ghignò Ahriman. «Se la liberi – non che sia possibile – lei si toglierà la vita per i sensi di colpa. Quindi è meglio tenerla così. Almeno sarà viva e felice».
   «Quella non è vita» mormorò la Risiana.
   «Non è la vita che vorremmo, è solo quella che ci tocca» fece il Goa’uld, in tono filosofico.
   «E me, allora? Che vuoi da me?!» chiese rabbiosamente Losira. «Ero ferita a morte, potevi lasciarmi crepare come tanti altri. Perché darti la pena di salvarmi?!».
   Ahriman la osservò brevemente prima di rispondere. «C’è più di un motivo» disse infine. «Intanto, che tu mi creda o no, il tuo coraggio mi ha colpito. A quanto ho appreso, non hai mai avuto un addestramento militare, eppure nel momento del pericolo hai agito come una vera Comandante. Sono ammirato, e penso che sarebbe stato uno spreco lasciarti morire» affermò.
   «Lascia stare le lusinghe, dimmi cosa vuoi da me» tagliò corto Losira.
   «Come vuoi» sospirò Ahriman. «Dunque, come ben sai, ho recentemente liberato alcuni Goa’uld dalla crudele prigionia in cui erano tenuti. Fra loro c’è la mia adorata Astarte, la regina del mio cuore. Millenni fa ci ribellammo a Ra, cercando il segreto dell’Ascensione. Ma ahimè, fallimmo. Mi correggo, io fallii, e purtroppo trascinai Astarte nella mia rovina» confessò.
   Losira ascoltò, suo malgrado affascinata. Sebbene quello fosse il Signore delle Menzogne, intuiva che, per una volta, stava dicendo la verità.
   «Fummo catturati e condannati da Ra» proseguì Ahriman. «Implorai di risparmiare almeno Astarte, ma le mie suppliche vennero ignorate. Fummo imprigionati, torturati in mille sadici modi. E cosa peggiore, fummo divisi. Così, dopo essere riuscito a fuggire, cominciai a cercarla. Passai secoli interi a seguire le sue tracce, intanto che ricostruivo le mie armate, in previsione della rivincita. Ma ahimè, col tempo temetti che l’avessero uccisa. Finalmente, poco tempo fa, scoprii che era ancora viva e imprigionata. Così ho organizzato la missione di salvataggio. E finalmente, dopo millenni d’attesa, io e Astarte siamo riuniti!» esultò.
   Così dicendo tolse il velo che ricopriva l’arca al centro della sala. Losira balzò indietro per il terrore istintivo, perché all’interno c’era un Goa’uld nella sua forma naturale. Somigliava a un’anguilla, con una pinna dorsale e occhietti rossi. Il sarcofago e altre terapie ricostituenti avevano fatto miracoli: le scaglie erano tornate lisce e verdi, gli occhi ci vedevano entrambi, e aveva molta più energia. Vedendo Losira prese a dimenarsi, aprendo ritmicamente l’apparato boccale, fatto per insinuarsi nella vittima e impossessarsi del suo corpo.
   «Questa è Astarte?» mormorò Losira, inorridita. Com’era possibile che un parassita così grosso alloggiasse nel collo di una persona? Dove trovava lo spazio?!
   «In persona» confermò Ahriman. «Ma come vedi, le manca ancora qualcosa. Ha bisogno di un involucro in cui alloggiare. Un corpo umanoide che le permetta di governare come la regina che è. Il che ci porta alla tua presenza qui» disse, fissando la Risiana con sguardo famelico. «Oh, poverina, credevi che ti avessi salvata per il tuo cervello? Miri troppo in alto. È il tuo corpo che voglio, non mi serve altro».
   Losira fu invasa dal panico e dall’orrore. Il salone le vorticò attorno ed ella vacillò, sul punto di svenire. Le pareva d’essere in un incubo mostruoso e di non riuscire a svegliarsi. Davvero quel ripugnante serpente verdastro le sarebbe entrato in corpo, muovendola come una marionetta?! L’avrebbe usata come un abito, cambiandola appena ne avesse trovato uno più bello?!
   «Sì, Losira, è a questo che ti ho designata» confermò Ahriman. «Vedi, tu mi ricordi il corpo che Astarte vestiva molto tempo fa. Lo stesso sguardo, le stesse labbra... persino le stesse movenze, noto adesso. Forse non è un caso se l’antica bellezza è rivissuta proprio al momento giusto per servirci. Comunque, trattandosi di una faccenda così intima, la scelta finale non ricade su di me, ma sulla diretta interessata. E guarda... piaci anche a lei! Sì, mia adorata, avrai questo corpo, che farà rivivere il tuo antico fascino» promise al parassita, che non la smetteva di contorcersi e sibilare.
   «No, no... sta’ lontano da me!» strillò la Risiana, indietreggiando. Non l’avrebbero ridotta così... meglio la morte.
   «Temo che la tua sorte non sia più in mano tua» sospirò Ahriman, accorciando di nuovo le distanze. «Suvvia, non affliggerti. Dopotutto ti ho strappata alla morte, quindi è giusto che la tua vita mi appartenga. E poi non è così male diventare una regina. Una regina, bada bene, non una Goa’uld qualunque! Sarai sempre in perfetta salute. Sempre giovane e bella, per i secoli dei secoli. Sì... noi Goa’uld possiamo prolungare le vostre vite. È una nostra abilità naturale, ma con l’aiuto dei sarcofagi possiamo estenderla praticamente all’infinito. Fra diecimila anni potresti essere ancora qui, a brindare alla tua salute. Non è una prospettiva allettante? Ricchezza, potere... vita eterna! Seriamente non li vuoi?» chiese, accostandosi sempre più.
   «Non al prezzo di perdere la libertà» mormorò Losira. Stava ancora indietreggiando, ma in quella dovette fermarsi, avendo raggiunto la parete. Ahriman l’aveva messa all’angolo.
   «Magari ti piacerà spegnere il cervello e goderti i lussi. I primi anni potrebbero essere un po’ frustranti, ma alla fine ci si adatta a tutto» fece Ahriman, col suo sorriso perverso.
   Losira desiderò sommamente fargli del male. Voleva ferirlo... ucciderlo se possibile. E a un tratto ne vide la possibilità. La parete presso cui si trovava era ornata con armi da taglio. E proprio accanto a lei erano appesi due sai incrociati. Si trattava di stiletti dalla punta sottile e affilatissima. Abbastanza affilati da uccidere l’essere davanti a lei: non solo lo sventurato ospite umano, ma anche il parassita che si annidava nel suo collo. Un solo, rapido colpo avrebbe posto fine alla guerra. Poi naturalmente le Guardie Dragone l’avrebbero giustiziata... ma era sempre meglio che un’eternità di schiavitù. Sì, avrebbe fatto così. Tanto ormai era al capolinea. La Destiny era distrutta, l’equipaggio decimato e in fuga. Nessuno di loro avrebbe mai fatto ritorno a casa. Almeno lei avrebbe fatto giustizia, prima di morire.
 
   Presa questa decisione estrema, Losira mosse leggermente verso i pugnali, per averli a portata di mano. Tuttavia cercò di non guardarli, per non dar modo all’avversario d’indovinare la sua mossa.
   «Sì, mia cara, più ti guardo e più mi ricordi lei. Persino il modo in cui arricci il naso e mi guardi con disapprovazione!» ridacchiò Ahriman. «Evidentemente eri destinata a me».
   «Lo è anche questo!» ringhiò Losira. Con uno scatto fulmineo afferrò uno dei sai appesi alla parete. E con la forza della disperazione, lo conficcò nel corpo di Ahriman. Non nel cuore, perché in quel caso il Goa’uld avrebbe abbandonato il cadavere, invadendo una nuova vittima. No, lei gli piantò la lama nel collo, sperando di trafiggere anche il parassita.
   «Urgh!». Per un attimo Ahriman la fissò con occhi sbarrati. La sua mano scattò verso quella di Losira, cercando di strapparle l’arma.
   La Risiana estrasse il sai, per non farsi trattenere. Indietreggiò lungo la parete, pronta se necessario a sferrare altri colpi. «Guarda quanto poco serve a infrangere i tuoi sogni!» sibilò.
   Ahriman le diede una lunga occhiata, tra il sorpreso e l’ammirato, mentre si premeva la ferita. Losira deglutì, inquieta. Qualcosa non andava per il verso giusto. Gli aveva trafitto il collo, recidendo la giugulare, e quasi certamente aveva colpito anche il parassita. Dunque perché non stramazzava sul pavimento? Perché non perdeva neanche una goccia di sangue? Insomma, che diavolo stava accadendo?!
   «Bene, bene... hai anche il suo ardore battagliero!» ridacchiò Ahriman. «Quando ti ho spinta vicino alle armi, speravo che mi colpissi. Adesso mi piaci ancora di più!».
   «Come sei...» mormorò Losira, pallida come un cadavere.
   «Sopravvissuto? Mia cara, non hai idea delle cose a cui sono sopravvissuto. Le tue pugnalate sono carezze al confronto» rivelò il Goa’uld. «Comunque, da quando sono Asceso, io non posso morire. Te l’ho detto che sono un dio immortale. E ora puoi constatarlo coi tuoi occhi!».
   Così dicendo Ahriman ritrasse la mano dal collo. Ancora non si vide una goccia di sangue... perché non aveva sangue da versare. Lo squarcio nel collo si rimarginò all’istante, in un lampo rossastro. Dunque le sue affermazioni erano vere, quell’essere aveva scoperto il segreto dell’Ascensione. E sebbene si manifestasse con un corpo fisico, poteva guarirlo a comando. Forse non era una divinità, ma era pur sempre qualcosa che Losira non avrebbe mai potuto uccidere, e nemmeno respingere.
   A quel pensiero, la Risiana fece l’unica cosa che le restava. Aveva ancora il pugnale, e non potendo uccidere il Goa’uld lo rivolse contro di sé. Meglio la morte che quell’infamia. Ma prima che la lama affilata le affondasse nel cuore, anche quella svanì in un bagliore sanguigno, e Losira si trovò a stringere l’aria. Era stato Ahriman a disarmarla.
   «Tsk, tsk... non ti ho congedata» la rimproverò il Goa’uld, levando l’indice ammonitore. «Ammiro la tua passione, ma sei troppo bella per morire. Tu starai con me, per sempre» ribadì.
   «No, indietro!» gridò la Risiana, in preda a una furia isterica. Vedendo Astarte che la osservava, piegando il corpo serpentino, si coprì la gola con le mani, per far scudo a un eventuale assalto.
   «Calma, non ti legherai subito ad Astarte! Non è ancora il momento» la informò Ahriman. A confermare le sue parole, il parassita si ritrasse nell’arca.
   «Ah, no? E perché? Cosa aspettate?!» chiese Losira, chiedendosi se fosse un sadico scherzo.
   «Vedi, il ritorno al trono di Astarte sarà un evento politico d’enorme rilevanza. Troppo importante per farlo avvenire al chiuso, senza testimoni» spiegò il Goa’uld. «Quindi ci sarà una grande cerimonia, davanti alle più alte cariche di Stato. Tutti devono vedere che è proprio Astarte ad affiancarmi. Sarebbe anche carino se tu dicessi che ti offri spontaneamente, così da mostrare quanta devozione ispiro» aggiunse.
   «Scordatelo!» sputò la Risiana.
   «Bene, sarò più chiaro: tu dirai che ti offri spontaneamente. Mi assicurerò che tu lo faccia» disse Ahriman, levando la mano sinistra. Solo allora Losira si accorse che indossava il kara kesh, il famigerato guanto Goa’uld di metallo dorato. Era composto da una fascia a spirale che avvolgeva il polso, anelli da infilare alle dita e capsule finali in cui inserire le falangi, tutto unito da filamenti. Sul palmo vi era un disco rosso, che si attivava a comando. Losira era informata sulle funzioni di quell’arnese. Poteva generare un campo di forza protettivo, oppure un’onda d’urto che scagliava a distanza gli avversari. E all’occorrenza agiva sul cervello degli umanoidi per torturarli, ucciderli... o asservirli. Prima che esistessero Replicatori e naniti, era quello il principale strumento con cui i Goa’uld soggiogavano le loro vittime. E ora Ahriman intendeva usarlo su di lei, per indurla a suggellare la propria condanna.
   «No, no!» gemette la Risiana, in preda al panico. Cercò di fuggire, per irrazionale che fosse, trovandosi sull’astronave del nemico. Sgusciò dall’angolo e attraversò la sala, tentando di guadagnare l’uscita; ma la trovò sbarrata da Giely.
   «Suvvia, non opporti al volere di Ahriman» cantilenò la Vorta. «È un grande onore essere designata come sua regina».
   «Non sarò la sua regina, lo capisci? Sarò solo... il corpo della sua regina. Mi vuole per questo e nient’altro» mormorò Losira, atterrita.
   «E ti sembra poco? È un privilegio accogliere in te una dea. Gioisci, perché tu e Astarte sarete una cosa sola» disse Giely.
   Losira trattenne a stento le lacrime. Avrebbe voluto schiaffeggiarla per quelle parole infami, e ancor più per aver tradito l’equipaggio. Ma come poteva punirla, lei che era più di tutti una vittima? «Tu non sai quel che dici» mormorò. «Ti hanno fatto il lavaggio del cervello, per usarti contro di noi. Se in te resta qualcosa della dolce Giely che ho conosciuto... una minima scintilla... salvami, ti prego. Non abbandonarmi a questa morte vivente!» supplicò.
   A queste parole la Vorta inclinò la testa, in un suo gesto tipico. Si avvicinò a Losira e le sussurrò all’orecchio. «Non tutto è come sembra, amica mia. Io ricordo il passato. Sono dalla tua parte, e voglio liberarti» affermò, con la voce di un tempo.
   Meravigliata, Losira si scostò leggermente e la osservò. Possibile che dietro quegli occhi vuoti si celasse ancora la sua amica? «Dici davvero?» bisbigliò, aggrappandosi a quell’ultima speranza.
   «Promesso» annuì Giely, con un sorriso enigmatico. Dopo di che scattò con incredibile rapidità e precisione. L’agguantò, bloccandole le braccia dietro la schiena, e la sospinse di nuovo verso Ahriman, che osservava divertito. «Voglio liberarti dalle illusioni e dalle paure che ti offuscano. Voglio donarti chiarezza e pace. Per far questo, non c’è che un modo: devi credere in Ahriman» annunciò la Vorta.
   «No, lasciami!» strillò Losira, divincolandosi con tutte le sue forze. Ma non ottenne alcun risultato, perché i potenziamenti davano a Giely una presa d’acciaio. Così fu ricondotta davanti ad Ahriman e costretta a inginocchiarsi.
   Divertito dal suo terrore, Ahriman alzò la mano guantata su di lei. Dalla sua posizione inginocchiata, Losira vide attivarsi il disco centrale del kara kesh e chiuse gli occhi, scuotendo disperatamente la testa. Non voleva arrendersi, non voleva diventare un guscio senz’anima com’era successo alla sua amica.
   «Sssshhh... tranquilla, Ahriman è qui per aiutarti» le bisbigliò Giely all’orecchio. «Osserva la sua luce, ascolta la sua parola, apri la mente alla sua verità» la esortò.
   «Sai dove puoi ficcartela, la sua verità?!» ringhiò Losira, dimenandosi come un’ossessa.
   «È inutile resistere, amica mia» disse la Vorta. Riuscì a trattenerla con un solo braccio, cingendole il busto. Con l’altra mano le prese il viso e glielo rivolse, gentilmente ma con fermezza, verso il kara kesh. «Abbi fiducia... non pensare... svuota la mente...» cantilenò.
   E allora la Risiana dovette arrendersi all’evidenza. Era solo una povera mortale in mezzo a poteri più grandi di lei, in un cosmo freddo e indifferente. Non poteva fuggire con le sue forze, né contare su aiuti esterni. Stavolta era davvero la fine... una fine squallida e miserevole. Quando la speranza morì in lei, le forze l’abbandonarono e la sua resistenza crollò. Smise di dibattersi, afflosciandosi nella stretta spietata di Giely. Fatalmente i suoi occhi si aprirono, fissandosi sul disco luminoso del kara kesh. Ne furono catturati all’istante.
   «Ecco, così, bravissima. Stai andando molto bene. Rilassati... lasciati andare... abbandonati completamente...» la istruì Giely, tenendola ben ferma.
   Losira si sentì risucchiare nella gemma brillante. Vide la luce, udì la voce, aprì la mente alla verità che le veniva infusa. D’un tratto ogni cosa ebbe senso e la paura svanì come neve al sole. Sorrise, sentendosi invasare di gioia e gratitudine: ora anche lei credeva in Ahriman.
 
   Zahak attendeva nella sala del trono, sorvegliato dai Dragoni di Ahriman. Portava ancora i segni della recente battaglia: aveva il viso sfigurato da tre enormi graffi, uno dei quali gli aveva portato via l’occhio sinistro, ora coperto da una benda. Volendo, avrebbe potuto ricorrere ad avanzate tecniche rigenerative... ma aveva scelto di non farlo. Preferiva esibire le cicatrici, le testimonianze più eloquenti della sua fede in Ahriman. Del resto, le ferite e il dolore erano come delle offerte al suo dio. Non andavano nascoste, anzi, erano qualcosa di cui andar fiero.
   Così Zahak mostrava a tutti il suo volto deturpato, mentre rifletteva sugli ultimi eventi. La sua missione era stata un successo, eppure il Jaffa si sentiva inquieto: gli avventurieri erano fuggiti, mentre sarebbero dovuti morire. Poteva sembrare un dettaglio irrilevante, perché cosa potevano fare, privati dell’astronave? Ma Zahak era un perfezionista e gli dispiaceva non essere riuscito a finirli. Se solo non si fosse fatto stordire in sala macchine... fino ad allora il piano si era svolto in modo impeccabile. Ma nel momento culminante aveva permesso agli avversari di metterlo fuori combattimento, e così si era perso il resto della battaglia. Sperò che questo non offuscasse gli altri successi; in ogni caso si rimetteva al giudizio di Ahriman.
   All’ingresso del Goa’uld, Zahak si prostrò a terra. Essere in presenza del suo dio gli dava una gioia ineffabile. Era come un balsamo che lo guariva da ogni dolore e stanchezza. Se Ahriman fosse stato malvagio, come dicevano i miscredenti, allora perché la sua vicinanza gli dava questa consolazione, questa pienezza incomparabile?
   «Alzati, mio fido» disse Ahriman, fermandosi proprio davanti a lui.
   Zahak obbedì, ma tenne lo sguardo basso. Non osava fissare negli occhi il suo dio. Sapeva di non esserne degno.
   «Hai svolto un magnifico lavoro sulla Destiny» lo lodò il Goa’uld. «Quei poveri sciocchi non hanno sospettato che tu fossi ai miei ordini. Ma in fondo è sempre così, coi miscredenti: i loro occhi non vedono, le loro menti non intendono. E così abbiamo conseguito un’altra gloriosa vittoria, che affretta la fine della guerra. La Destiny è caduta, l’Arca della Verità è in mano mia... ho persino trovato un nuovo involucro per la mia regina. Nulla di tutto ciò sarebbe accaduto, senza la tua opera instancabile. E quindi ti sei meritato una ricompensa».
   Zahak si sentì quasi sopraffatto da quelle lodi. Mai nella vita avrebbe immaginato di guadagnarsi tanto credito presso il suo dio. «Mio signore, non merito tanto. Gli avventurieri sono fuggiti...» mormorò.
   «Un fastidio di poco conto. Saranno comunque eliminati a breve» disse Ahriman, agitando la mano come per scacciare un insetto molesto. «Dicevo, la tua fedeltà va premiata. I tuoi giorni nell’Egida sono finiti: è tempo che tu mi serva più da vicino. E poiché ho perso il mio Primo... ritengo che tu sarai un degno successore».
   Il Jaffa fremette e cadde in ginocchio. Avrebbe voluto ringraziare, ma gli mancava la voce. Nemmeno nei suoi sogni più selvaggi aveva mai immaginato un tale onore e una tale responsabilità. Essere il Primo di Ahriman, portare la Guerra Santa in ogni angolo della Galassia. Che poteva dire? Niente, poteva solo restare in silenziosa adorazione.
   Fatto l’annuncio, la nomina fu subito ufficializzata. Un inserviente consegnò ad Ahriman il suo scettro, tenendolo con un panno per non toccarlo direttamente. Con quel simbolo d’autorità, il Goa’uld toccò Zahak sulle spalle e poi sulla fronte. «Zahak, io ti purifico da ogni colpa per le azioni dei tuoi antenati ribelli, e per qualunque peccato che tu abbia dovuto commettere al mio servizio» proclamò. «Ti nomino altresì mio Primo. Sarai il mio luogotenente, il più vicino nel consiglio e nella fiducia. Porterai la Guerra Santa sui mondi dei miscredenti, finché saranno convertiti o sconfitti. Oltre a tutto questo, ti concedo un altro dono».
   Un secondo inserviente si fece avanti, reggendo un recipiente sigillato, colmo d’acqua. Il cuore di Zahak palpitò: se aveva visto giusto, stava per ricevere un onore ancora più grande.
   «Ascoltate tutti!» tuonò Ahriman. «La stirpe dei Jaffa non esiste solo per combattere. Ad essi era riservato un altro incarico: albergare in sé i figli degli dèi. Erano i Jaffa a ospitarli fino a piena maturazione, ricevendo in cambio forza, salute e longevità. Tempo addietro, col diffondersi dell’apostasia, essi smisero di farlo. Privati del loro dono più grande, si ridussero a dipendere da miseri farmaci per sopravvivere. Ma oggi gli antichi fasti rivivono, e la stirpe dei Jaffa ritrova la propria gloria! Tu, Zahak, ospiterai una larva Goa’uld. Da oggi, finalmente, sarai completo. Sarai ciò che saresti sempre dovuto essere!» annunciò.
   L’addetto scoperchiò il recipiente, mostrando la larva vermiforme che sciaguattava. Un giovane Goa’uld... un giovane dio. Zahak scattò in piedi, ansioso d’albergarlo nel suo corpo. Oltre all’onore in sé, sapeva che la creatura lo avrebbe reso più forte e resistente. Insomma, lo avrebbe reso la versione migliore di se stesso.
   Ora che aveva ricevuto tutti gli onori possibili e immaginabili, a Zahak non restava che un ultimo desiderio nella vita. Voleva ritrovare suo fratello Yo’rek. Così gli avrebbe mostrato come i Goa’uld avevano fatto di lui un essere nuovo, superiore sotto ogni aspetto. E dopo avergli mostrato l’abisso incalcolabile che separava i Jaffa fedeli dagli shol’va, avrebbe avuto l’immenso piacere di sgozzarlo con le sue mani.
 
   Ci vollero tre giorni prima che la Typhon tornasse a Gehenna, nel nucleo galattico. Quando arrivarono, Zahak assunse il comando delle truppe, mentre Losira fu trasferita con tutti gli onori nel palazzo imperiale. Passarono altri tre giorni prima dell’incoronazione, per dar modo ai dignitari d’affluire da ogni angolo dell’Impero, compresi i mondi di frontiera su cui infuriava la guerra.
   Per tutto questo tempo, Losira fu preparata all’evento. Non che dovesse apprendere granché: si sarebbe limitata a dire poche parole prima di ricevere il parassita. No, la preparazione fu puramente estetica, poiché doveva apparire al meglio. Così quei giorni furono l’equivalente di una vacanza in un centro benessere. E Losira, già plagiata da Ahriman, se li godette appieno. Non aveva tanti lussi da quand’era un’aristocratica di Risa, in quella che ormai le pareva una vita passata. I trattamenti la fecero rifiorire, cancellando le occhiaie di stanchezza e preoccupazione.
   I suoi unici contatti erano con le ancelle, efficienti e premurose, che si curavano di lei. Non aveva notizie del mondo esterno, né desiderava averne. Era paga di seguire la tabella quotidiana fatta di pasti programmati e trattamenti di bellezza. In un certo senso era come tornare infante. Non si soffermò a pensare che c’era un preciso motivo – tutt’altro che disinteressato – per quelle attenzioni. Né si rese conto che quelle ancelle così premurose le somministravano potenti droghe per tenerla sonnolenta e istupidita, in modo da impedirle la fuga.
   Solo ogni tanto Losira aveva l’impressione fugace d’essersi persa qualcosa. Come se avesse delle responsabilità, da qualche altra parte, che stava evadendo. Forse c’entrava un’astronave... un equipaggio... ma era tutto così vago e confuso. Le ancelle le ripetevano di non preoccuparsi, che tutto andava bene. E lei si lasciava cullare da quelle assicurazioni, seppellendo ogni dubbio. Trascorsero così sei giorni. E venne il momento della cerimonia.
 
   Quel giorno tutta la città, anzi tutto il pianeta era in festa. Il palazzo reale era addobbato e la sala del trono era gremita d’invitati. Comandanti militari, governatori, funzionari: la crema dell’Impero. Il loro chiacchiericcio giungeva fino alla saletta adiacente, in cui le ancelle stavano terminando di sistemare Losira. Tra bagni, vestizione, trucco e parrucco, avevano impiegato l’intera mattinata per prepararla. Ma ne era valsa la pena, si disse la Risiana, ammirandosi allo specchio. I capelli neri, lunghi fino alle spalle, erano acconciati in una foggia egittizzante, mentre il viso era truccato per enfatizzare occhi e labbra. E l’abito, poi...
   L’abito era all’insegna dell’ostentazione e dello sfarzo, com’era tipico dei Goa’uld, sempre amanti della teatralità. Aveva una foggia da Oriente Antico, più Mesopotamia che Egitto. In ogni caso avrebbe destato l’invidia di Semiramide e Cleopatra, e l’ammirazione di Klimt. Era ricamato con un motivo violetto che ricordava le piume di un pavone, particolarmente evidente nel lungo strascico. In aggiunta Losira era sovraccarica di gioielli dal valore inestimabile. Orecchini monumentali che tintinnavano a ogni passo. Bracciali a forma di serpente. Braccialetti e anelli in quantità. Solo la gola era stranamente disadorna, come enfatizzato dall’abito scollato. Non era un errore: il collo doveva essere nudo, perché lì si sarebbe insinuato il parassita.
   «Siete perfetta, mia signora» disse un’ancella, terminando l’ultimo ritocco al viso.
   «Sì, perfetta...» mormorò Losira, aggrottando appena la fronte.
   «Qualcosa non va?» si premurò l’ancella.
   «No, è solo che... prima d’essere qui mi sembrava di stare facendo qualcosa d’importante altrove. Forse su un’astronave... ma non riesco a ricordare...» fece Losira, tentando d’afferrare quelle memorie evanescenti.
   «Non c’è nulla di più importante di oggi, altezza. È il vostro gran giorno, dovete essere perfetta. Questa è la vostra responsabilità» le ricordò l’ancella.
   «Sì, la mia responsabilità...» ripeté Losira, accantonando quei bizzarri pensieri. Aveva ben altro a cui badare. Doveva concentrarsi sulla cerimonia imminente. Una cerimonia che, dal suo punto di vista, era una via di mezzo tra un matrimonio e un’incoronazione.
   «Sentite la vostra essenza preferita, vi farà star bene» disse un’altra ancella, spruzzandola con abbondanti dosi di un profumo rosato. Era nish’ta, una droga la cui minima esposizione rendeva i soggetti altamente influenzabili; e Losira in quei giorni era stata esposta a dosi massicce.
   «Aaahhh... tu mi vizi...» sorrise la Risiana, inspirando a fondo il nish’ta, fino a riempirsene i polmoni. Come al solito l’effetto fu immediato e potente. I suoi occhi si sfocarono, l’espressione si rammollì. Qualunque brandello di memoria della vita passata si dissolse. Esisteva solo il presente, in cui sapeva esattamente cosa fare.
   Il suono di un gong indicò che era il momento d’entrare in scena. La tendina che copriva l’ingresso si aprì e Losira la varcò, accedendo alla sala del trono. Si guardò attorno: tutto era come annunciato. Innanzi a lei c’era il podio coi troni affiancati dei sovrani. Sugli alti schienali campeggiavano i loro simboli: il drago a tre teste di Ahriman e la stella a otto punte di Inanna, poi detta Astarte. Accanto al seggio di quest’ultima, su un piedistallo, giaceva la dea vera e propria, nella sua forma di serpente. Losira fremette di gioia al pensiero che era stata scelta, proprio lei fra tante, per l’immenso onore di accoglierla in sé. Che aveva fatto, per avere il privilegio di fondersi con la sua dea? Niente... era una grazia immeritata.
   Giù dal podio, il salone era affollato di ospiti, che l’accolsero con scroscianti applausi. Tutte persone d’alto rango, le avevano detto. Ancora più indietro, a vigilare l’uscita, c’erano le Guardie Dragone. Ma Losira non aveva occhi che per Ahriman, che l’aspettava accanto ai seggi.
   «Sei incantevole, mia diletta» l’accolse il Goa’uld. «Ebbene, sei pronta?».
   «Esisto solo per questo» sussurrò la Risiana, in soggezione.
   Soddisfatto, Ahriman alzò il braccio; a quel gesto piombò il silenzio assoluto. Allora il Goa’uld parlò con voce stentorea. «Miei stimati ospiti, come avevo promesso, ecco a voi la nuova incarnazione di Astarte, vostra legittima sovrana. Questa incantevole visitatrice viene da lontano, ed è giunta al momento opportuno spinta dalla devozione, oltre che dal Fato superiore. Sarà lei stessa a testimoniarlo. Dimmi, mia diletta, qual è il tuo nome?».
   «Sono Losira, della Dodicesima Casa di Risa» dichiarò l’interpellata.
   «E cosa ti conduce qui?».
   «La mia devozione. Io credo in te, Ahriman, Signore della Galassia, Liberatore degli oppressi. E credo in Astarte, Regina dei Cieli. Sono qui per offrirmi alla dea, sicché diventiamo tutt’una!» proclamò Losira, recitando a memoria.
   «Giuri d’essere qui di tua spontanea volontà?».
   «Sì, lo giuro!» confermò la Risiana, credendoci con ogni fibra del suo essere.
   «E giuri d’essere consapevole del sacrificio che questo impegno comporta?».
   «Sì, lo giuro!» ripeté Losira con ardore.
   «La tua richiesta è accolta. Tu e Astarte sarete tutt’una» proclamò Ahriman. «E voi tutti, rendete omaggio a questo nobile gesto!» aggiunse, rivolgendosi alla folla. Allora le massime cariche dell’Impero s’inchinarono a Losira, che si godette appieno il suo momento di trionfo. Non si era mai sentita così realizzata in vita sua... aveva un impero ai suoi piedi.
   Il momento passò, e Ahriman le fece segno di sedersi sul trono di Astarte. «È l’ora» disse solennemente.
   Losira obbedì con sollecitudine, accomodandosi sullo scranno d’oro, incrostato di pietre preziose. Un trono... era davvero seduta su un trono! Accavallò le gambe, in un ultimo vezzo. Dopo di che si scostò i capelli dal collo, per facilitare l’ingresso di Astarte. Infine distese le braccia e restò in trepida attesa.
   Ahriman confidava che, in quello stato, Losira sarebbe rimasta immobile persino mentre il parassita le perforava il collo. Ma perché rischiare? Non voleva che il pubblico vedesse la sua espressione sofferente e udisse i suoi lamenti. Soprattutto non voleva rischiare che lo shock rompesse la trance e Losira rivelasse d’essere lì sotto costrizione, prima d’essere sopraffatta da Astarte. Per fortuna anche questo era un problema facilmente risolvibile.
   «Dormi» disse gentilmente Ahriman, passandole il kara kesh sul volto. La Risiana chiuse gli occhi e inclinò la testa, scivolando in un sonno profondissimo. Sul suo volto aleggiava ancora il sorriso beato e fiducioso. Ahriman l’ammirò per un istante, dicendosi che era stato fortunato a trovarla. Losira era stata magnifica, aveva recitato la sua parte alla perfezione. Ora poteva riposare, mentre Astarte prendeva il controllo.
   Il Goa’uld prese la sua compagna serpentina dal piedistallo e la tenne alta, mostrandola alla folla. Astarte sibilò, impaziente. Allora Ahriman la depose amorevolmente sulle spalle nude di Losira. E indietreggiò di un passo, in attesa. Il parassita sibilò, inarcando il corpo serpentino per darsi la spinta. I suoi occhi brillarono e la bocca si spalancò. L’attimo dopo scattò in avanti, rapido come un cobra. Praticò un’incisione nella tenera carne del collo e vi sgusciò dentro, sinuoso come un’anguilla. S’insinuò tra i vasi sanguigni, stando attento a non lesionare quelli maggiori. Una certa emorragia era inevitabile, ma il Goa’uld usò le sue capacità curative per suggellare le ferite che lui stesso aveva causato. In fondo aveva tutto l’interesse a non danneggiare il suo nuovo corpo.
   Vista da fuori, Losira prese a tremare, pur senza risvegliarsi. La sua espressione si contrasse, facendosi sofferente. Due ancelle si fecero subito avanti, per curare il suo collo. Una lo ripulì dal sangue, disinfettando la ferita, mentre l’altra lo richiuse entro una collana dorata alta e stretta, del tipo a choker. Non era solo un gioiello: in realtà conteneva un rigeneratore dermico che avrebbe rimarginato la ferita, senza lasciare la cicatrice.
   Intanto il Goa’uld si fece strada fra i tessuti fino a raggiungere le vertebre cervicali. Vi si avvolse più volte attorno, stringendole nel suo abbraccio possessivo. La sua bocca raggiunse il punto di contatto alla base del cranio, là dove il midollo spinale si salda al cervello. Allora estrasse le proprie terminazioni nervose, avviluppando quelle della vittima, spingendosi in profondità nell’encefalo.
   C’erano alcune anomalie fisiologiche, dovute al fatto che Losira era Risiana; ma nulla d’insormontabile per il parassita. Anzi, sotto un altro aspetto era persino avvantaggiato. Di solito le vittime dei Goa’uld opponevano una strenua resistenza, costringendoli a spendere attenzione ed energie per sottometterle. Ma Losira, plagiata e poi addormentata, non offriva alcuna resistenza. Per Astarte fu semplice assumere il controllo del suo sistema nervoso.
   Allora la Risiana smise di tremare. La sua espressione, prima sofferente, tornò a rasserenarsi. D’un tratto irrigidì la schiena e rialzò il capo. Spalancò gli occhi, e tutti li videro brillare di luce giallastra: il segno che era controllata dal parassita. Le sue labbra s’incresparono a sorriso mentre osservava la folla radunata per lei. Quando parlò, fu con la voce lenta e profonda dei Goa’uld. «Il tempo della rinascita è giunto. I cieli hanno di nuovo la loro Regina!» proclamò Astarte, assaporando la sua rivincita.
 
   A quelle parole gli astanti tornarono a inchinarsi, ancor più profondamente. Ahriman non era più solo al comando, aveva designato la propria regina. D’ora in poi tutti avrebbero dovuto farci i conti. E quindi tutti speravano d’ingraziarsela.
   Ora che Losira non c’era più, e al suo posto vi era Astarte; solo allora Ahriman prese la corona preparata per lei. Era un copricapo conico, con un motivo a corna sovrapposte: l’arte mesopotamica aveva raffigurato a lungo la dea con quell’ornamento. E a distanza di millenni, su un altro pianeta, ella sedeva di nuovo in trono.
   «Io ti riconosco come Astarte, Regina dei Cieli, nonché regina del mio cuore!» proclamò Ahriman, incoronandola. «Il nostro è amore vero, che ha varcato i millenni, vincendo ogni ostacolo. Un amore che oggi finalmente ci ha riuniti. Dimmi, vuoi regnare tra le stelle con me, per i secoli dei secoli?» domandò.
   «In ogni giorno della nostra separazione non ho sognato altro. Né ho mai dubitato che questo momento sarebbe giunto, mio amato» rispose Astarte, con gli occhi lucidi di commozione. Dopo aver trascorso millenni confinata in forma serpentina, non le sembrava vero di avere nuovamente un corpo umano. Vedere, udire, toccare con sensi umani. Ogni cosa era più limpida e bella. Persino le emozioni sembravano più vivide, ora che il cervello dell’ospite aiutava a elaborarle. Sarebbe stata felice anche se lei e Ahriman fossero stati soli, sul più sperduto planetoide della Galassia. Che fossero a capo di un impero era un piacevole surplus.
   Trascinata dall’emozione, Astarte si alzò dal trono, iniziando a padroneggiare il nuovo corpo. Inaspettatamente vacillò, non perché faticasse a controllarlo, ma perché quasi non ricordava come si cammina con le gambe. Ahriman si affrettò a sostenerla, per non dare l’impressione che la sua sposa fosse debole o impacciata. Visto che ormai erano abbracciati, finsero che fosse stata quella l’intenzione e si baciarono. Fu un lungo bacio appassionato, il primo dopo millenni. Innanzi a loro, la folla applaudì.
   «Scusa se ci ho messo tanto a trovarti, amore mio» sussurrò Ahriman, mentre erano ancora abbracciati.
   «Non importa, caro. Recupereremo il tempo perduto. Ogni cosa sarà ancora più bella che se non avessimo mai conosciuto il dolore» rispose Astarte.
   Finalmente Ahriman la lasciò andare, accertandosi che riuscisse a reggersi. Astarte fece qualche passo, familiarizzando col nuovo corpo. Allora si rivolse alla folla, sapendo di doverla conquistare. «Questo è un giorno di gaudio non solo per noi, ma per tutti. Grazie ad Ahriman la nostra civiltà sta risorgendo. So che non passa giorno senza che nuovi pianeti siano liberati dagli usurpatori e tornino in seno al nostro Impero. Non passa giorno senza che nuovi popoli ritrovino onore e dignità nella nostra causa. Presto la Via Lattea sarà di nuovo unificata sotto il segno dei Goa’uld, il nostro segno» disse, indicando il drago tricefalo e la stella a otto punte. «Quando ciò accadrà, conosceremo una nuova Età dell’Oro, più grande della prima! A quel giorno, figli miei!» esclamò, levando le braccia con aria benedicente.
   La folla diede in acclamazioni, e Astarte seppe di averla conquistata.
 
   «Naturalmente è tutta scena» disse Astarte qualche ora dopo, quando lei e Ahriman furono soli nelle loro stanze. «Ci sono un sacco di cose che ignoro su quest’epoca. Povera me, quanto dovrò studiare! Devo aggiornarmi di millenni. Sai, quand’ero prigioniera non è che mi dicessero molto» ammise. Adesso parlava con la normale voce di Losira, anziché col tono profondo dei Goa’uld.
   «Sono cambiate molte cose, su questo non si discute» convenne Ahriman, comprensivo. «Le vecchie potenze sono cadute, ma altre hanno preso il loro posto. Nel complesso la Galassia è un posto più affollato. Numerosi popoli hanno rubato le nostre tecnologie, proiettandosi nello spazio. Così adesso la partita è assai più complicata. Ci sono più fazioni in gioco, più elementi di cui tener conto. Credo che, almeno per il momento, sia meglio che mi occupi io della politica e della guerra» disse, in tono che sapeva di ordine.
   «Certo, è giusto» ammise Astarte. «Sei più pratico, e in ogni caso questo è il tuo Impero. Ma, amore mio, non posso essere una semplice decorazione. Anch’io devo fare la mia parte, se non altro per dimostrarmi degna di affiancarti. Sarebbe possibile concedermi un ruolo nell’amministrazione dei mondi recentemente acquisiti?» suggerì.
   «Sì, ci stavo pensando» annuì Ahriman. «Sei sempre riuscita a farti amare dai sudditi. Io ho dovuto spesso regnare col terrore, per ottenere risultati, ma tu puoi conquistare la loro lealtà. Puoi far sì che i popoli assoggettati si sentano parte dell’Impero. Sì, credo che debba essere quello il tuo ruolo. Puoi stare al sicuro nelle retrovie, senza assistere alle brutture della guerra».
   «Sì, per quello hai già un’alleata. E che alleata!» notò Astarte, con sguardo ambiguo.
   Ahriman rimase interdetto per un attimo. «Parli di Azi? Lei non significa niente per me» sostenne. «Mi servono le sue navi e le sue truppe per sostenere lo sforzo bellico. Finché sono utili, bene. Se smettono di esserlo, non esiterò a liquidarla» promise.
   «Suvvia, non fare il santerellino con me!» ridacchiò Astarte. «Azi Dahaka è una bella donna, a modo suo. Del tipo “fredda fuori e calda dentro”. E io ti conosco bene. Te la sei fatta?».
   «Che modi! Abbi rispetto, è pur sempre la regina del suo popolo» disse Ahriman, fingendosi urtato. «Comunque, se ci tieni a saperlo... , me la sono fatta. Questo ti turba?».
   «Oh, per niente. Ti ricordo che ai vecchi tempi ero la dea delle orge. Più siamo, meglio stiamo!» disse Astarte con leggerezza, anche se la sua espressione sembrava indicare il contrario. A quel punto i due lasciarono cadere l’argomento.
   «Bene, è stata una lunga giornata... direi di ritirarci in camera nuziale. Per “recuperare il tempo perduto”, come hai detto prima. Scommetto che non vedi l’ora di inaugurare il nuovo corpo» sogghignò Ahriman.
   «Eccome. A proposito, grazie per avermene dato uno così simile al vecchio. È stato molto romantico da parte tua!» sorrise Astarte.
   «Oh, è stato un colpo di fortuna dell’ultimo momento. L’ho vista quand’era morente e ho deciso che faceva al caso nostro. Così l’ho rianimata e preparata per te. Sapevo che ti sarebbe piaciuta. Poverina... era così a pezzi che le ho fatto un favore a liberarla dai ricordi!» ridacchiò Ahriman.
   «Già, ma... ora che quei ricordi li possiedo io, c’è un’ultima faccenda che devo sistemare. Dammi solo qualche minuto, e poi sarò tutta tua» chiese Astarte.
   «Come vuoi» concesse il Goa’uld, chiedendosi cosa avesse in mente.
 
   Di lì a poco i due erano di nuovo sulla Typhon, nella sala dei trofei. Il sarcofago era ancora al suo posto, così come la parete di naniti in cui si rigenerava Giely. La Vorta era lì accanto, come un oggetto fra tanti, non più consapevole di quanto lo fossero le armi appese alle pareti.
   «Eccoti, mia cara!» l’accolse la nuova regina. «Sono io, Astarte. Ho preso dimora nel corpo che sei stata così gentile da prepararmi. Peccato che non ci fossi all’incoronazione, è stato un grande evento. Beh, poco male, l’importante è che ora siamo qui» disse in tono affabile.
   «Salute a voi, Regina dei Cieli» l’accolse Giely, prostrandosi devotamente ai suoi piedi.
   «Su, su, cosa sono queste sceneggiate? Alzati, bambina mia. Tra noi non servono formalità, dopotutto siamo amiche» disse Astarte.
   Giely si rialzò, riprendendo la posa rigida di prima. «Il nuovo corpo vi calza a pennello, mia signora. Ero certa che fosse adatto a voi» cantilenò. Gli occhi bianchi non sbattevano quasi mai, la sua espressione era congelata in un sorriso plastificato. Le ultime vestigia di personalità sembravano averla abbandonata.
   «Oh, ma come sei gentile!» sorrise Astarte, lusingata. Le girò attorno, osservandola con interesse da tutti i lati. Terminata l’ispezione, le si fermò davanti. «Mia cara, ora che sono tutt’uno con Losira, ricordo quanto ti voleva bene. Ti prometto che per me sarà lo stesso» disse carezzandole la guancia, senza suscitare alcuna reazione. «Ma soprattutto ti sono grata per avermi salvato la vita, quand’eravamo nel Duat e quei mercenari volevano uccidermi. Ho sentito il tuo discorso, sai? Davvero commovente. È stato provvidenziale che tu fossi lì a prendere le mie difese. E sei stata preziosa per vincere l’ultima battaglia. Senza di te non avremmo abbattuto la Destiny e io non sarei rinata. Direi che sono doppiamente in debito con te» ammise. Poi si rivolse ad Ahriman, che osservava divertito. «Questo tesoro resterà con noi, vero? Dopo tutto quel che ha fatto per aiutarci, se lo merita» si premurò.
   «Ma certo. Avevo già deciso di usarla come interfaccia dei Replicatori» confermò Ahriman. «Comunque non sei tenuta a usarle queste gentilezze. Non può apprezzarle nel suo... peculiare stato mentale» ridacchiò.
   «Non importa. Merita comunque rispetto e gratitudine» sostenne Astarte. Dopo di che si rivolse alla diretta interessata: «Ti piacerà stare con noi. Sembri fatta apposta per controllare i Replicatori».
   «Come no... lei controlla i Replicatori, dicendogli cosa fare. E loro controllano lei, tenendola fedele. Una perfetta simbiosi, direi!» ghignò Ahriman.
   «Suppongo di sì...» fece Astarte, guardandola con un pizzico d’apprensione. Ciò che contava, per lei, era che Giely stesse bene, nel senso più materialista del termine. Il fatto che ciò dipendesse da una coercizione non sembrava così grave, nella sua ottica di parassita. Eppure non poteva ignorare il contrasto fra la Giely vibrante di prima e quella spenta di adesso. «Beh, si è fatto tardi... è tempo di dormire, tesoro» disse la Goa’uld, cercando di tacitare i dubbi.
   «È tempo di dormire» ripeté la Vorta. Camminò all’indietro, fino all’alcova, dove si lasciò riassorbire dall’abbraccio dei naniti.
   «Buonanotte, bambina mia» la salutò Astarte.
   «Buonanotte, mia regina» rispose Giely, assorbita per metà.
   «Che ti ho appena detto? Fra noi non servono formalità. Chiamami solo Astarte» raccomandò la Goa’uld.
   «Buonanotte, Astarte» si corresse Giely, della quale ormai restava visibile solo l’ovale del viso. L’attimo dopo anche quello fu coperto. La Vorta sarebbe rimasta in stasi rigenerativa per la notte, nutrita per endovena, coi naniti che depuravano il suo organismo. Cosa ancora più cruciale, i naniti analizzavano il suo cervello, setacciando le memorie della giornata e cancellando qualunque pensiero non conforme. Così, ogni notte, il mosaico della sua personalità si sgretolava tassello dopo tassello, finché non sarebbe rimasto nulla. Solo una tela bianca, su cui i Goa’uld potevano scrivere tutto ciò che volevano.
   «Bene, ora che abbiamo... messo a nanna la piccola, possiamo pensare a noi» concluse Ahriman, impaziente. «Vieni, cara. Le mie stanze – no, le nostre stanze – sono qui vicino» la richiamò.
   «S-sì, eccomi...» fece Astarte, ancora perplessa sulle condizioni di Giely. Non aveva afferrato del tutto le implicazioni della sua simbiosi coi Replicatori, ma le sembrava strano e triste lasciarla lì nella sala dei trofei, come un oggetto fra tanti. Non era questo che aveva in mente, quando le aveva espresso riconoscenza. Avrebbe voluto ricompensarla con una vita molto più dignitosa. D’altro canto, Astarte era consapevole della sua ignoranza riguardo le tecnologie moderne, perciò non osava intromettersi nelle necessità della Vorta, temendo di fare più danno che altro. Prima di uscire, tuttavia, rivolse un’ultima occhiata all’alcova di Giely. Nel suo sguardo balenarono dubbio, preoccupazione... persino un’ombra di rimorso.
   L’unica cosa che Ahriman non aveva previsto.
 
   
 
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