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Autore: Parmandil    10/09/2024    1 recensioni
Un oscuro presagio di sventura grava sulla Destiny, da quando Talyn ha previsto la caduta dell’astronave e la rovina dell’equipaggio. Giunti nell’universo di Stargate per cercare un amico, gli avventurieri sono invischiati nella guerra santa di Ahriman, ultimo e peggior signore dei Goa’uld, deciso a riconquistare la Galassia. Sua alleata è Azi Dahaka, ultima regina Wraith; le loro spie sono ovunque. I Jaffa Liberi vengono decimati mentre gli Umani non osano intervenire apertamente.
Gli avventurieri sono ingaggiati dall’Egida, una forza d’intelligence e pronto intervento, per soccorrere i Jaffa senza coinvolgere la Terra. Questo li porta a calarsi nel Duat, l’infernale carcere dov’è ancora imprigionata Astarte, l’antica sposa di Ahriman. Seguirà una lotta disperata per proteggere l’Arca della Verità, ultimo baluardo contro il Signore delle Menzogne. Attaccati su più fronti, gli avventurieri lotteranno fino allo stremo; ma la rovina verrà dal tradimento. Stavolta gli aneliti di giustizia e libertà, come i più sacri legami di fiducia e d’amore, saranno stroncati dalla fede nella dittatura. Ogni eroe incontrerà la propria nemesi e ne sarà distrutto, subendo un fato peggiore della morte. La profezia si compie; il lungo inverno è cominciato.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Epilogo:
Data Stellare 2615.167
Luogo: Dakara
 
   Le onde del mare battevano ritmicamente sulla spiaggia grigia. Lo avevano fatto per milioni di anni, levigando le rocce, e avrebbero continuato a lungo. Il sole calava all’orizzonte, incendiando il cielo e le nubi. Il mare stesso pareva scintillare d’oro nella luce del tramonto. L’eterno spettacolo della natura, più antico dell’uomo. Ma adesso c’era un uomo sulla riva, e stava soffrendo.
   Rivera non era più un Capitano. Al momento era solo un eremita vecchio e stanco. Sedeva su un macigno, come faceva sempre a quell’ora, e osservava il tramonto. Lasciava che gli ultimi raggi del sole gli scaldassero le ossa, prima che la luce si estinguesse e la brezza marina si facesse troppo fredda, obbligandolo a rincasare. Era la sua passeggiata quotidiana, e non vi rinunciava facilmente; lo aiutava a meditare. O forse era solo un vecchio abitudinario, che non sapeva come far sera.
   La sua casetta si trovava di poco nell’entroterra. Sorgeva isolata dalle città e persino dalle strade; un rifugio in cui nascondersi. A prima vista non sembrava neanche abitata. Era un edificio umile, costruito con pietre del posto; aveva un solo piano con poche stanze. La camera più ampia era il soggiorno, che nello stile Jaffa ospitava un focolare, sebbene l’Umano non lo usasse quasi mai. Nelle sue condizioni, non aveva le forze per andare in giro a far legna. C’erano poi la cucina con gli elettrodomestici, il bagno, il ripostiglio e due camere da letto. Anche l’arredamento era spartano: pochi mobili, pareti spoglie. Non che gli servisse di più. Rivera viveva solo, come un eremita... più o meno. L’unico altro occupante era Talyn; ma dopo tre mesi il giovane era ancora in coma. Il vecchio Umano passava le sue giornate solitarie a vegliarlo e accudirlo, con speranze calanti.
   Non era questo che si aspettavano, lui e i compagni, quando il Capitano Ton’uk e le Hak’tyl li avevano accompagnati su Dakara, per conferire con l’Alto Consiglio. Le loro rivelazioni erano state accolte con scetticismo, persino indignazione, perché sembrava che volessero estraniare i Jaffa dai loro tradizionali alleati. Gli avventurieri avevano faticato parecchio per convincere i Consiglieri della vera natura di Thena, nonché dell’alleanza fra lei, Ahriman e Azi Dahaka. Avevano persino temuto che i Jaffa li consegnassero all’Egida, il che sarebbe stata la fine. Ma dopo lunghi dibattiti ed esami delle prove, li avevano convinti. Questo aveva costituito un terremoto politico-militare per i Jaffa Liberi, che si erano visti costretti a recidere i legami coi Terrestri, cioè coi loro maggiori fornitori d’armi. Ma era l’unico modo per impedire le fughe di notizie; e infatti da allora le forze di Ahriman non riuscivano più così spesso ad anticipare le loro mosse.
   Era stato un importante traguardo, ma gli avventurieri avevano comunque dovuto prendere una decisione drastica. Il loro primo intento era di restare uniti, per curarsi di Talyn; ma questo non era praticabile. Per tirare avanti dovevano accettare incarichi mercenari per conto dei Jaffa Liberi, e avevano solo il Centurion per portarli a termine. Una navicella sempre in missione non era il luogo adatto per accudire un paziente in coma, che poteva peggiorare in ogni momento. Quindi avevano dovuto lasciare Talyn su Dakara, che in quanto capitale dei Jaffa Liberi era il mondo più protetto. E dovendo lasciare il giovane, era giocoforza lasciare anche l’ex Capitano, le cui condizioni non gli permettevano di reggere la dura vita dei mercenari. Del resto serviva qualcuno di fidato per prendersi cura di Talyn. Così, a malincuore, il gruppo si era diviso, pur restando unito nello spirito.
   Naskeel, Shati, Irvik e Lum erano ancora in attività sul Centurion. Anche Yo’rek e Vidarr erano rimasti con loro, rifiutando le offerte d’ingaggio della Milizia Jaffa. Insieme formavano una forza piccola ma dirompente, adatta a missioni mordi-e-fuggi. Si era dibattuto se Ottoperotto dovesse seguirli, oppure rimanere su Dakara con gli altri due. Alla fine lo avevano lasciato sul Centurion, perché in caso di danni era l’unico che potesse avventurarsi nello spazio per ripararlo in fretta.
   Così Rivera era rimasto solo con Talyn, senza notizie aggiornate dei compagni. Non poteva certo biasimarli: avevano pagato quella casa, e continuavano a pagare il loro sostentamento, nonché le cure per il giovane. Un paziente in coma richiedeva parecchi medicinali, e anche quelli costavano. Se fosse successo qualcosa alla banda, e Rivera non avesse più potuto permettersi le cure... non voleva neanche pensarci. Viveva già nel rimorso per i suoi errori, che erano costati tanta morte e sofferenze ai suoi cari. Il suo pensiero andava di continuo a loro.
   A quelli che non ce l’avevano fatta, e giacevano insepolti nelle fredde acque di Cocytus. Per loro non c’era stata giustizia, nemmeno postuma; non avevano nemmeno una tomba.
   A quelli che erano stati catturati dall’Egida e imprigionati chissà dove. Interrogati, torturati... forse già uccisi per la loro fedeltà.
   A Talyn, caduto in coma dopo aver affrontato Ahriman per salvarli. Un sacrificio che ormai appariva tragicamente inutile, visto com’erano finiti.
   A Losira, ridotta a un manichino vivente, nient’altro che un bell’abito per Astarte. Costretta a compiere le sue malefatte senza aver voce in capitolo. E, cosa più amara di tutte, violentata ogni volta che Astarte giaceva con Ahriman.
   A Giely, la sua amatissima Giely... che aveva lottato tutta la vita per guadagnare l’individualità, ed era stata distrutta. Ridotta a qualcosa di meno che umano, di meno che vivo. Più macchina che persona, irrecuperabile. Se anche l’avesse ritrovata, l’unica misericordia sarebbe stata ucciderla.
   Ecco come lui, Rivera, aveva provveduto ai suoi cari. Li aveva condannati a morte, o a sorti peggiori della morte. Mentre lui era ancora vivo, a consumarsi nei rimpianti. Non poteva uccidersi, perché altrimenti non sarebbe rimasto nessuno ad accudire Talyn. Doveva restare in vita solo per questo. Ma la sua non era vita... era l’inferno di chi ha distrutto la sua esistenza, e quella dei suoi cari, e può biasimare solo i propri errori. Era stato avvertito, ma aveva voluto fare di testa sua, pensando d’essere nel giusto... e questa era la ricompensa. Non era realmente vivo e non poteva nemmeno morire. Se Ahriman e i suoi accoliti lo avessero visto, avrebbero smesso di crucciarsi per la sua fuga, e si sarebbero congratulati per il loro successo.
 
   L’ultimo spicchio di sole svanì all’orizzonte in un raggio verde. L’oscurità scese rapidamente, accompagnata da una brezza fredda, che fece tremare il vecchio. Era decisamente l’ora di rincasare. Si alzò – maledetti reumatismi – e percorse stancamente la via di casa. Essendo lontani dalle città, faceva buio pesto al calar della notte. Non che ci fossero chissà quali pericoli lungo la via. Dakara era povero di vita animale e in quella zona non c’era alcuna creatura pericolosa. Né c’erano grossi rischi d’imbattersi in malintenzionati. No, l’unico vero pericolo era di smarrirsi nell’oscurità, il che lo avrebbe costretto a passare la notte all’addiaccio. Una prova che il suo fisico malandato difficilmente avrebbe superato.
   Rivera raggiunse la sua casetta mentre le prime stelle apparivano in cielo. Armeggiò con le chiavi – maledetta artrite – per aprire la porta. Nello spalancarla impugnò il phaser che si era portato dietro. Sarà stato paranoico, ma non entrava mai senza un’arma, e senza ispezionare ogni stanza. Temeva che, prima o poi, i sicari di Ahriman sarebbero arrivati fin lì, malgrado le accortezze per tenere nascosto quel rifugio. Come ogni sera, l’Umano fece il giro della casa (non che ci volesse molto), sincerandosi che fosse sicura. Verificò che Talyn fosse al suo posto nel lettino medico, e che gli strumenti non segnalassero anomalie nelle sue condizioni. Anche stavolta non ce n’erano, come nei tre mesi passati. Solo al termine dell’ispezione il vecchio ripose il phaser. Dopo di che consumò una cena frugale e lavò i piatti, mentre ascoltava il notiziario. Nel suo isolamento, era l’unico mezzo che aveva per tenersi aggiornato sull’evoluzione della guerra. Purtroppo le notizie erano infauste: le forze di Ahriman continuavano ad avanzare. Dalla sua manovra a tenaglia era chiaro che puntava a Dakara. Dunque nemmeno quel rifugio sarebbe rimasto sicuro; ma in che altro luogo fuggire? Quale angolo della Galassia poteva dargli riparo?
   Rimuginando su questo, Rivera tornò da Talyn e si prese cura di lui, con quelle procedure che ormai aveva memorizzato. Nutrizione, idratazione, un poco di fisioterapia per limitare l’atrofia dei muscoli. Sarà stata una sua impressione, ma anche quei semplici gesti diventavano sempre più faticosi – maledetto mal di schiena – il che accresceva la sua angoscia per il futuro.
   Terminate queste incombenze, Rivera sedette stancamente sulla sua seggiola, accanto al lettino di Talyn. Osservò il giovane privo di conoscenza, rimpiangendo le sue battute sagaci e le sue sorprendenti abilità, che tante volte li avevano salvati. Quanto gli mancavano quei tempi, in cui erano tutti insieme sulla Destiny e ogni cosa sembrava possibile. «Beh, figliolo... un’altra giornata è passata. Ancora nessuna notizia dei nostri amici. Saranno in missione chissà dove, quei furfanti dal cuore d’oro. Almeno finché provvedono alle spese sappiamo che sono ancora vivi» sospirò, amareggiato dal fatto di gravare su di loro.
   Non avendo altro da fare, il vecchio aprì un cassetto del vicino comò, estraendo un lungo e sottile astuccio di stoffa. Lo inclinò, facendone scivolare fuori un flauto argenteo. Non era un flauto qualunque: era quello di Ratri, il perduto amore di Talyn. Con ogni probabilità si trattava di un flauto tradizionale El-Auriano. Rivera se lo rigirò tra le dita, ammirandone l’intricata fattura. Aveva numerosi fori, con un sistema di chiavi e anelli per chiuderli, analogamente ai clarinetti terrestri. E come i clarinetti, era assai difficile da suonare per chi non fosse un esperto. Ma Rivera aveva avuto molto tempo per esercitarsi. L’aveva fatto pressoché ogni giorno, in quei tre mesi.
   Stimoli sensoriali familiari potevano talvolta risvegliare i pazienti in coma, così aveva letto, sebbene non fosse una scienza esatta, e anzi a detta di molti era un’inutile superstizione. Ma l’Umano non aveva nulla da perdere a provare. Così si portò il flauto alle labbra e prese a suonare. Non aveva ancora raggiunto l’abilità di Ratri, e forse non l’avrebbe mai eguagliata, ma fece del suo meglio. Nelle ultime settimane aveva l’impressione d’essere migliorato, anche se non c’erano spettatori a confermarlo. Provò vari motivetti, scelti tra le musiche preferite di Talyn. Gli stimoli sensoriali – in questo caso i suoni – dovevano essere familiari, così aveva letto. L’ideale era che rimandassero ai primi ricordi d’infanzia.
   Memore di questo, Rivera suonò un motivetto che aveva spesso sentito fischiettare a Talyn. Una volta gli aveva chiesto che cosa fosse, ma il giovane non aveva saputo rispondergli con precisione. Sapeva solo che ce l’aveva in testa fin da quando aveva memoria, associato a una voce femminile. La sua ipotesi era che in origine fosse la ninna-nanna che gli veniva cantata dalla sua vera madre El-Auriana, prima del bombardamento che l’aveva lasciato orfano. Molto prima d’essere adottato da Losira. Era un motivo orecchiabile e di facile esecuzione, perciò Rivera fece del suo meglio. Suonò a lungo, con forze e speranze calanti; e così anche la terza e ultima visione di Talyn si avverò. L’Umano suonava al suo capezzale, sebbene non fossero serviti decenni per arrivare a questo. Non era stato Rivera a invecchiare; era la vecchiaia ad essere calata anzitempo su di lui. Ancora una volta la profezia si era avverata, eppure era riuscita a sorprenderli.
 
   Era tardi quando Rivera smise di suonare. L’Umano aveva sonno: il suo vecchio corpo chiedeva riposo. Dopo aver accuratamente lucidato il flauto con un panno, lo infilò nel suo astuccio di stoffa, riponendolo nel solito cassetto del comò. Infine rivolse un’ultima occhiata al viso immoto di Talyn. Il suo tentativo, malinconico e disperato, di provocare una reazione nel giovane era stato ancora una volta futile. L’El-Auriano restava immobile, senza variazioni apprezzabili nei parametri vitali.
   «E se rimanesse così per anni? O per decenni? Che ne sarà di lui quando io, che sono già malridotto, non ci sarò più?».
   A quel pensiero, amaro come la morte, il vecchio si portò le mani al volto e pianse. Calde lacrime solcarono il suo viso anziano, mentre le spalle fragili s’incurvavano sotto il peso del dolore. Infine egli diede voce al suo tormento. Disse ciò che tutti gli Umani prima o poi si trovano a pensare, sebbene pochi, in quell’epoca di scetticismo, ammettessero ad alta voce. Pronunciò parole che erano state gridate, sussurrate o singhiozzate molte volte, dopo quell’antica volta sul Gòlgota.
   «Oh, mio Dio, perché mi hai abbandonato?!».
   Seguì un lungo silenzio, opprimente come le tenebre della notte. Rivera era quasi stordito dal dolore e dalla disperazione. L’ultima scintilla di speranza si stava spegnendo in lui... quando si accorse che qualcosa era cambiato. Gli ci volle un minuto per rendersi conto che il ritmo della respirazione di Talyn aveva avuto una lieve variazione. Si era fatto più rapido, forse anche più profondo.
   Temendo che fosse solo l’illusione di un povero vecchio, o una minima alterazione fisiologica priva d’importanza, Rivera si alzò tremante. Si chinò adagio sul giovane, in cerca di qualche altro segno, per minimo che fosse. Qualunque cosa potesse alimentare la fioca scintilla della speranza, in quell’ora buia.
   Fu allora che Talyn aprì gli occhi.
 
 
FINE
 
 
   
 
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