Capitolo 8
Akhira Himeda osservava con attenzione i bozzetti che le aveva portato suo figlio Naoki.
Osservava anche Naoki, che gli sembrava diverso dal solito.
Nella cartellina, c’erano diversi modelli disegnati da due mani diverse: quelli femminili, mostravano un tratto leggero, molto spontaneo; quelli maschili, un linea più decisa ma, probabilmente, meno spontaneità e più calcolo.
Quello era Naoki. L’altra mano la incuriosiva molto. Chissà come si chiamava questa stilista così talentuosa e chissà perché Naoki non gliene aveva mai parlato. Tenne per sé quelle due domande, almeno per il momento: era molto assorbita da quanto vedeva. Ciò che la colpiva maggiormente era il dialogo continuo fra i bozzetti. I due soggetti parlavano fra loro, nei loro abiti c’erano continui e reciproci richiami, sembravano sfilare davvero per una stessa collezione anche se disegnati da due persone diverse.
“Direi che la collezione primaverile dell’Atelier è tutta qui. È un lavoro egregio, tesoro. Complimenti, davvero. E complimenti alla tua collaboratrice … per quali altre case di moda ha lavorato?”
“In realtà viene dal teatro, come me.”
“Allora ha il tuo stesso talento. Come l’hai conosciuta?”
“Ci siamo sfidati al Concorso Nazionale … poi non c’è molto altro.” Tagliò corto lui.
Akhira rispettò quell’evasività, le suggeriva già qualcosa: c’era troppa alchimia in quelle creazioni, e quindi ce n’era anche fra di loro. Era normale, dato il suo carattere riservato, che lui volesse rimanere sul vago.
“Avete già deciso anche per le stoffe?”
“Sì, sono quasi tutte scelte. Sono poche quelle ancora non individuate.”
Bisogna solo sostituire gli scampoli del nonno, pensò Naoki con una punta di divertimento, per quanto quei vecchi ritagli trovati per caso fossero stati in molti casi una vera fonte di ispirazione e avessero suggerito loro i modelli più originali.
“Bene. Il prossimo passo lo sappiamo, vero?”
“Sì, purtroppo.”
“Naoki, la linea dell’Atelier è tua, la comunicazione deve partire da te, da voi.”
Da noi …
“Da quello che sentite, insomma. Lunedì hai appuntamento in Agenzia Creativa.”
“Me ne ero quasi dimenticato. O forse lo avevo rimosso … “
“Chissà perché, me lo aspettavo.”
****
Hanako si era presa una settimana di ferie e ne aveva approfittato per riposarsi veramente. Se guardava il calendario, constatava che erano quasi tre mesi che lavorava per l’Atelier e che erano passati stranamente veloci. L’ultimo in particolare, nel quale lei e il suo collaboratore misterioso avevano “giocato” un po’ meno e pianificato meglio il resto del lavoro, in vista delle scadenze, si era consumato in un baleno.
Hanako ripensava a tutte le volte che era stata a un passo dal chiedergli di vedersi per un caffè. Per come continuavano a comunicare, potevano essere tranquillamente tanto agli antipodi quanto separati solo da una parete sottile.
Con il passare del tempo, lei notava qualche particolare che gli parlava di lui: lo sgabello regolato più in basso, la lampada da tavolo orientata diversamente, un pacchetto di chewing-gum, l’ombra del suo tratto più calcato del suo impressa nei fogli del blocco. Un profumo fresco, di un dopobarba agrumato.
Chi era lui?
Alla fine di quella settimana, era domenica mattina, Lizzie fece la sua comparsa in salotto che erano quasi le undici. Aveva dormito come un sasso, sfinita da quella settimana di superlavoro.
Hanako era seduta sul pavimento, in ginocchio, davanti a una cornice. Vi stava sistemando sopra delle foto in bianco e nero.
“Cosa fai?”
“Voglio creare un collage con le foto di nonna che mi ha regalato la Signora Kumamoto.”
“Bella idea!”
Lizzie sparì in cucina a farsi un caffè, poi tornò e le si mise accanto sul pavimento.
La aiutò a sistemare le foto e il vetro a copertura.
“Ehi, ne abbiamo dimenticata una, però. Chi è lui?”
“Lui chi?”
“Questo signore.”
Lizzie le indicò una foto che era rimasta seminascosta sotto la busta: era una foto che raffigurava Hiro Himeda, la vecchia Signora Kumamoto e alcuni lavoranti della sartoria.
“Ah! Deve essere finita nel mucchio per sbaglio. Quello è Hiro Himeda.”
Lizzie guardò con attenzione la foto, poi disse
“Però … Il nipote gli somiglia tantissimo. Stessi occhi scuri. Un tipo silenzioso e affascinante. Quando poi parla, ha una voce profonda. Bel ragazzo.”
Hanako si fermò un istante.
“Quale nipote?”
“Quello con cui ho fatto ieri il punto della campagna pubblicitaria per l’Atelier di Tokyo: Naoki Nakajima. Ha scelto un’unica immagine, un modello che sarà nella collezione primaverile: un vestito meraviglioso nella sua semplicità, una ragazza in abito rosa scuro che cammina fra i ciliegi, ce l’ho nella mia cartella, di là. Hanako? … Stai bene?”
No, non stava bene, disse sì a fatica. Con la scusa di una doccia, si chiuse in bagno, dove restò con il getto d’acqua calda sulla testa mentre il cuore le galoppava. Non lo aveva più visto da quel giorno triste a Nagoya, nella sua mente erano rimasti fissi nella pioggia, a guardarsi in cagnesco.
Hanako era sconvolta ma felice. No, di più, non riusciva a dare un nome a quello che provava!
Erano suoi i chewing-gum, suo il profumo buono che sentiva ancora al mattino. Avevano ripreso a parlare come due persone normali perché non c’erano stati imbarazzi o timori o sospetti a mettersi tra di loro. Era come se avessero ricominciato da zero, lasciando viva solo una rivalità scherzosa e una reciproca ammirazione.
Voleva saperne di più di lui. Che cosa l'aveva spinto a darle quel posto in Atelier? Come era arrivato dalla Signora Kumamoto? Doveva chiamarla!
Quando fu abbastanza in sé da uscire dal bagno, sì trovò Lizzie davanti con la fotocopia a colori della ragazza a spasso fra i ciliegi, il piccolo orologio dorato sul polso.
“Eccola! È bellissima, vero?”
****
La Signora Kumamoto, estremamente gentile, la accolse quella domenica pomeriggio nel suo salotto, piccolo e curato.
Le preparò il tè e i biscotti.
“Io non conosco quel ragazzo, ma conoscevo suo nonno. Lo conoscevo perché amico di mio padre e perché era l’uomo amato da Fujiko. Molti anni dopo, mia madre mi raccontò tutta la loro storia: non lo sa nessuno, ma dopo il matrimonio di Hiro sono stati a un passo dal fuggire insieme. O meglio, avrebbero potuto se avessero voluto, lui aveva amici all'estero, sarebbe bastato un suo cenno e lo avrebbero chiamato a Parigi. Ma non lo hanno fatto, non sono fuggiti, perché erano due persone integre e coraggiose: si amavano anche perché si stimavano a vicenda. Lui non avrebbe tradito sua moglie e lei non avrebbe mai vissuto come una concubina. Si sono amati anche mentre erano lontani, è una cosa rara.”
Hanako aveva le lacrime agli occhi ma le teneva ferme sulle ciglia.
“Quel ragazzo mi ha raccontato di aver trovato le lettere di Fujiko a Hiro, in una di queste in particolare si parlava di una sartoria ed è riuscito così a risalire al mio negozio . È venuto qui perché voleva sapere chi fosse la donna amata da suo nonno. Quando gli ho raccontato di te, lui mi ha detto che ti conosceva e che sapeva che stavi attraversando un periodo difficile. Mi ha detto che eri piena di talento e che avevi tanta voglia di lavorare e allora mi ha chiesto di farti avere quell’offerta di lavoro, ma senza rivelare nulla di lui.”
“Perché …?”
“A essere sincera, non me lo ha detto e io non ho fatto domande. Ma credo che ci sia molto di Hiro in quel ragazzo. A proposito, come va il lavoro all’Atelier? Si trova bene?”
“Sì …”
“Lui era sicuro che lei avrebbe dato il massimo. Mi ha detto del suo kimono verde, l’ammira tantissimo. Diceva che lei ha la stoffa giusta.”
E Hanako lasciò finalmente cadere le lacrime.
****
Naoki non prendeva pace, quella sera. La campagna pubblicitaria avrebbe reso ancora più labile il confine fra di loro. La collezione avrebbe avuto successo e lei sarebbe stata sotto i riflettori. E con quale scusa lui poteva rimanere nell’ombra? Lei avrebbe chiesto spiegazioni e lui non poteva non dargliele.
Tornò in laboratorio.
Si rilassò con un po’ di musica, poi, dopo aver lungamente e riflettuto, prese un foglio e scrisse
Vorrei cucire quel vestito per lei, se non sono inopportuno. Si prenda le misure e me le lasci su questo foglio. Inizierò a disegnare il cartamodello e man mano che il lavoro procede, le lascerò i tagli imbastiti in modo che possa provarli. Va da sé che se ha consigli o correzioni da fare è la benvenuta. Fa ancora caldo e potrà indossarlo.
Mi farebbe davvero piacere.
****
Il giorno dopo, Naoki aspettò pazientemente che arrivasse la sera, poi prese con sé la carta velina e il centimetro e andò al laboratorio.
Quando accese la luce, sul tavolo da lavoro trovò solo il messaggio che le aveva scritto la sera prima. Esattamente dove lo aveva lasciato.
Non c’era alcuna risposta.
Non gradiva quell’offerta? Pensava che lui avrebbe preteso altro? Stese le braccia e appoggiò entrambe le mani sul piano di lavoro. Chinò la testa sul rotolo di carta velina che si era portato dietro inutilmente.
Aveva fatto un passo falso?
E poi, una voce alle sue spalle lo fece trasalire, ma non per lo spavento: la dolcezza che esprimeva lo colpì in pieno.
“Vorrei che fossi tu … a prendere le mie misure.”
Si voltò lentamente verso di lei, che era sulla porta.
“Come hai fatto a scoprirlo …?”
“Sabato hai parlato di lavoro con Elizabeth. La mia amica Lizzie Bennet della Darcy Media …”
Lei avanzò piano e si fermò davanti a lui.
Naoki abbassò lo sguardo sorridendo.
“Il mondo è davvero piccolo …”
“Poi sono andata dalla Signora Kumamoto … Io … Ho le lettere di Hiro.”
“Io ho quelle di Fujiko. Quando le hai trovate?”
“Mesi fa. Stavo cercando un modello per il kimono di Takekurabe, nel baule di mia nonna.”
“Mio nonno aveva lo stesso modello. Lo hanno creato insieme. Io l’ho usato per cucire il mio.”
“E tu … dove hai trovato le lettere?”
Naoki indicò con lo sguardo l’armadio di bambù.
“Lì dentro, con la stoffa di cui tu possiedi un ritaglio … ”
“Io in un baule … identico a quell’armadio.”
Restarono in silenzio. Poi lui parlò, con voce precipitosa, pensando di doversi giustificare per quel piccolo inganno.
“Hanako … Mi dispiace averti mentito. Credimi, non avevo e non ho secondi fini. Io volevo solo che tu potessi lavorare … “
Si fermò per riprendere fiato ma lei intanto si era fatta ancora più vicina. Il calore della sua pelle era profumato, inebriante. Gli occhi verdi le brillavano, fissi nei suoi occhi, e lui non riusciva a credere che fossero così belli.
“Eri diventata un pensiero che non mi abbandonava … E allora …”
“Anch’io pensavo a te … Quel giorno a Nagoya, dopo Gina , ti avevo cercato.”
“Io invece aspettavo la premiazione, per parlare con te e chiarire tutto. Dovevate vincere voi! E quel vestito …È sempre stato tuo. L’avevo disegnato mesi fa.”
“Io … Vorrei che tu lo cucissi per me … Vorrei … Che mi prendessi tu le misure, ora … Vuoi?”
Lui annuì, sorridendole. Lei allora si voltò di schiena e si tirò su i capelli.
Naoki prese il centimetro e iniziò.
Le appoggiò un’estremità dietro al collo e la fece scendere fino alla base della schiena. Hanako avvertiva la sua mano andare in basso, amorevole e leggera.
Naoki, a quel primo contatto con il corpo di lei, sentì sotto le dita la più morbida delle stoffe: la sua pelle nascosta solo dalla tela sottile della camicetta.
Segnò la misura e poi, con delicatezza, salì a misurare le spalle e le braccia.
La fece voltare verso di lui e le passò il centimetro dietro la schiena, appena sotto il seno, per misurarle il busto. Poi alzò leggermente la fettuccia, sul seno.
Quando lo sfiorò con le dita, Hanako chiuse gli occhi. Quelle mani leggere che la toccavano erano fonte di brividi che ormai non riusciva più a dominare.
Era così che succedeva, era così che l’amore dal cuore passava ai corpi?…
E poi sentì che il centimetro scendeva all’altezza della vita. Stavolta, però, lui non prese nessuna misura. Il nastro semplicemente scivolò via, sul pavimento. Fu un attimo e le mani di lui le strinsero i fianchi, attirandola.
Hanako riaprì gli occhi solo un istante per entrare in quelli scuri di Naoki. Poi schiuse le labbra per accogliere le sue.
Si baciarono a lungo, dimentichi di quanto era fuori da quello spazio magico.
Le mani disegnavano ora carezze, non sulla stoffa ma sulla pelle. Sentivano entrambi salire il desiderio, era un pensiero condiviso, consapevole, voluto.
Naoki si staccò da lei solo per dirle Andiamo via da qui , e lei rispose Sì.
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Perché è così taciturno oggi? Non mi dice nulla, evita di guardarmi. Forse è irritato con me? Eppure sono certa di aver preso bene le misure alla Signora Hawaki … Però … È un piacere osservarlo mentre disegna il modello, ha già in mente l'abito finito! … Vorrei essere brava come lui, vorrei che mi insegnasse a cucire come lui …
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La osservo … Non posso farne a meno. Le abbiamo affidato dei piccoli lavori ma riesce a scorgere i difetti e a sistemarli anche se si tratta di un solo punto storto o di un millimetro di differenza. E come taglia! … Nelle sue mani le lame vanno dritte senza incertezze, è veloce con gli spilli, infila l'ago quasi a occhi chiusi. Quando guarda la stoffa il mondo scompare. Guarderà mai me in quel modo …? Ma che cosa sto dicendo?! …
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… Gli sono grata per questa opportunità. Il modello per l’abito della Signora Hawaki è pronto e ora taglieremo insieme la stoffa. Lui però è sempre così silenzioso, mi mette in soggezione … Eccolo con la stoffa. La pieghiamo insieme, controlliamo che le cimose combacino …
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Ho lei davanti a me, dall’altra parte del tavolo. Il modello è sulla stoffa, ricalcato con il gessetto. Ha in mano le forbici ma qualcosa non va … È il tessuto, è seta e scivola sul legno. Devo aiutarla. Si sposta per farmi spazio e io … Non so che cosa mi prende ma sono incerto e confuso. Allungo le mani sulla stoffa per tenderla e lo fa anche lei. Le nostre mani si sfiorano. La mia trema… E trema anche la sua …
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La sua mano trema … E trema anche la mia. Siamo soli, qui in negozio. Lui mi dice che posso iniziare il taglio, ma sta con gli occhi bassi, non mi guarda! … Che cosa sta accadendo? Perché il suo respiro così vicino mi emoziona, mi fa battere il cuore? Lui è sempre stato gentile, paziente … E io sono felice di lavorare con lui ma ora è una felicità diversa, è perché lui è accanto a me e abbiamo le mani sulla stessa stoffa … Vorrei restare qui con lui per sempre … Mi fermo, respiro e inizio a tagliare. Seguiamo insieme il taglio, il fruscio della seta ci accarezza la pelle … Sono forse innamorata di lui?
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Fujiko … credo di aver capito, finalmente. Le tue mani mi ipnotizzano e io devo dirtelo … devo dirti come mi sento quando ti sono accanto, quando ti sento ridere! … Mi hai stregato, hai riempito di vita questo posto, hai riempito me, di vita. Vorrei scriverti … Mi manca solo quel grammo di coraggio per provare a essere felice, ma più ti guardo più sento che è tardi per tornare indietro. Io ti amo! …
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Il suo respiro nel mio … il mio abbandono nel suo. Ci tocchiamo, ci accarezziamo, ci prendiamo così come ci guida il desiderio, senza falsi pudori o incertezze. Ci doniamo reciprocamente.
Qualsiasi cosa accadrà
Sei mio
Sei mia
Per sempre …
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La seta liquida, fatta per brillare al sole, brillava ora su di lei nonostante le luci basse, l'accarezzava, fresca. Lei, davanti allo specchio, nella stanza di lui, rideva, con le mani a tenere ferma la stoffa sul seno.
Ma lui le si avvicinò e il gioco finì. Ne iniziò un altro: le mani scivolarono lungo i suoi fianchi, nel silenzio della notte, e con loro scivolò via anche la stoffa. Lei allora si voltò, senza più nulla addosso. Lui la guardò con ammirazione e desiderio, nella penombra della sua stanza.
“Ho sognato questo momento, questa stoffa che scivolava …” Le sussurrò lui all’orecchio. “Questo fruscio … “
"Anche io l'ho sognato, ora lo so … Ti avevo visto quel giorno per la prima volta, e quella stessa notte ho rivisto i tuoi occhi scuri… " Lei arrossì impercettibilmente a quella confessione onirica.
Restarono in silenzio, abbracciati.
"Loro sarebbero felici di sapere di noi … " Mormorò lui. L'abbraccio divenne più stretto, impaziente.
“Sì, lo penso ad anche io … È anche grazie a loro se …”
“… Posso stringerti …”
“… E baciarti …”
“… E amarti …”
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Dopo aver fatto l’amore, Hanako e Naoki si scambiarono le lettere e, dopo averle lette insieme per l’ultima volta, decisero di bruciarle pensando di fare la cosa migliore.
Hanako, in quegli istanti,non riuscì però a trattenere le lacrime e Naoki la strinse forte a sé: ne avrebbero conservato il ricordo, nulla sarebbe andato perduto.
Più tardi, lui dormiva, a pancia in giù. Aveva il viso rilassato, rivolto verso di lei, ed un braccio che la circondava, appoggiato sul suo torace, appena sotto il seno. Hanako lo guardava, pienamente consapevole, ormai, di essere innamorata di lui.
Inevitabile fu un pensiero a Fujiko e alla sua vita passata lontano dall’uomo che nonostante tutto aveva continuato ad amare. Come si poteva avere una tale forza? Resistere per non rovinare tutto, per preservare nel tempo qualcosa di prezioso.
Poi, come in uno scambio telepatico, sentì la voce di lui.
“Hanako …” Naoki teneva gli occhi chiusi “Se ci fossi stato io al posto di Hiro, credo che sarei impazzito … Dopo tutti questi mesi … E questa notte … L’idea di perderti dopo averti ritrovato …”
Hanako gli si avvicinò, sfiorandogli la fronte con la sua.
“Non mi perderai … “ Gli disse abbracciandolo.
Iniziarono di nuovo una lenta, reciproca seduzione, che li tenne svegli a lungo.
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“La ragazza dei ciliegi” . Così fu ribattezzata dal pubblico la creatività pubblicitaria della Maison Himeda che dalla seconda metà di settembre in poi venne esposta lungo le strade di Tokyo, sugli schermi digitali, sulle riviste di moda.
In un campo lungo, lungo una strada alberata e piena di fiori, camminava una ragazza vestita di un rosa particolare, un piccolo orologio d’oro al polso. Guardava fuori dalla cornice della foto, verso qualcuno che la aspettava.
Quel modello in particolare fu battezzato “Fujiko”
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“Hanako, come stai messa?? Mi serve un costume!!”
“Rei, sono incasinata e sto lavorando alla collezione estiva… ma se mi spieghi bene perché mi stai chiamando a mezzanotte, forse potrei fare un’eccezione per te … "
"Torniamo in scena!! … Abbiamo affittato un locale sotterraneo e lo useremo per la nuova commedia della nuova compagnia Tsukikage-Ikkakuju Si chiama Sorriso dì Pietra ! Sarò Pio, un truffatore italiano, mi serve un abito elegante …”
Hanako non ci pensò due volte: Naoki e il suo splendido dandy.
“Dunque … conosco un sarto piuttosto bravo … ”
FINE


