Storie originali > Fantasy
Ricorda la storia  |      
Autore: Carla Marrone    02/10/2024    1 recensioni
Una favola sul legame più magico che esista al mondo: la prima amicizia importante della nostra Vita.
Genere: Avventura | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

COMPAGNO D’ANIMA

 

 

L’aria di ottobre era fresca, la brezza portava in sé l’inverno che sarebbe giunto. La notte passata aveva piovuto molto. Silvana vide davanti a sé delle pozzanghere, invitanti, sul lastricato grigio poco distante da casa sua. La tentazione di sguazzarci dentro coi piedi fu forte. Tanto, la mamma si era, più volte, raccomandata che mettesse gli stivali di gomma e lei, ubbidiente, l’aveva fatto. Non poteva succedere niente ai suoi jeans nuovi, sdruciti a regola d’arte. D’impeto si affrettò. Poi, di colpo ferma, si disse che una donna, di prima media, non poteva certo comportarsi in maniera tanto infantile. Optò così per un guado saltellante. Fu soddisfatta della sua scelta. 

 

Arrivata a casa, suonò il campanello. Mamma Pina non tardò ad aprire. Veniva odore di spezie, dalla cucina. Si sfregò le mani, già assaporando il meritato pasto, dopo sei ore consecutive di lezione. Le prime due erano di matematica. Al pensiero le uscì una smorfia contrariata. Lasciò le calosce davanti alla porta ed entrò. 

 

Come sempre, lei e la mamma discorsero a lungo della scuola, degli amici, dei compiti. No, era grande, non aveva bisogno di aiuto! 

Consumò il pollo all’indiana con una certa fretta e si congedò, adducendo la scusa che aveva molto da studiare. Non era vero. Aveva un assoluto bisogno di leggere qualche pagina del libro che le era stato regalato da poco, per il suo compleanno. 

 

Entrò nella sua cameretta, accarezzò Josephine, la gatta rossa e lasciò lo zaino mimetico verde accanto alla scrivania di legno bianco, dalle finiture beige. Prese dalla sua libreria quadrata e bassa, coordinata allo scrittoio, un enorme tomo intitolato “enciclopedia moderna della magia”. Ci strofinò le mani sopra. Ne assaporò l’odore di nuovo. Fece scorrere le pagine tra le dita, per poi fermarsi su di un’illustrazione che le piaceva particolarmente. Raffigurava delle bellissime fatine colorate, in mezzo ad un campo di fiori selvatici. Ogni qual volta posasse lo sguardo su quell’immagine, finiva a ripromettersi di provare a copiarla, un giorno. Tirò un profondo respiro, gli occhi sognanti. A riportarla alla realtà fu la micia. Finalmente sveglia a causa del sommesso trambusto, miagolò piano e si stiracchiò. Quando fu soddisfatta, si strofinò su una caviglia di Silvana, per poi scendere, al piano di sotto, a sgranocchiare croccantini. 

 

Fu così che la ragazzina si vide costretta a realizzare di doverli pur fare, questi benedetti compiti. Consultò il diario. Le scappò un sorriso da un orecchio all’altro. Non ne aveva molti. Si disse che, se si fosse sbrigata, si sarebbe concessa una passeggiata in collina. Ovviamente, avrebbe portato con sé il suo nuovo libro di magia, da consultare seduta sulla panchina, in cima alla Tesa. 

 

E così fece. Dovette, mentre saliva il sentiero, in parte ricredersi della sua idea. Il volume era parecchio pesante. Ma, ne valeva la pena. Capì di trovarsi a buon punto, quando vide l’ultima casa, o così la chiamava lei. Da quel punto, in poi, non vi era altro che vegetazione. Niente rumori di televisioni, solamente il cinguettare degli uccelli. “Attenta al dirupo!” Le urlò con un forte accento del nord la vecchia Pasqualina. Si voltò quanto bastava per farle un saluto ed un cenno di “ok” con il pollice. Con la coda dell’occhio, la vide staccarsi dalla finestra, sempre aperta, per rimettersi seduta a sferruzzare. Il suddetto “dirupo” altro non era che un enorme crepaccio, in fondo alla strada collinare, nel punto più alto, proprio passata la Tesa, un’antica villa, attualmente sigillata, per ragioni di sicurezza. Che Silvana sapesse, nessuno era mai stato così tonto da buttarsi di sotto, ma, si sa, per gli anziani, le raccomandazioni non sono mai troppe. 

 

Quando si mise a guardare di sotto, quasi sull’orlo del baratro, le vennero le vertigini ed indietreggiò. Doveva ancora riprendere fiato, dato che l’ultimo segmento di strada era stato particolarmente tosto, per via della forte pendenza ed il terreno molto scosceso. Si guardò intorno, assaporando tutto quel verde. Una volta, un dichiarato-da-sé sensitivo, che vendeva oggetti antichi ad un mercatino, visitato con la famiglia, le aveva detto che, se avesse guardato qualcosa di verde, per almeno mezz’ora al giorno, non avrebbe mai avuto bisogno degli occhiali. E la nostra protagonista non ci teneva affatto a sembrare una segretaria stressata. Non così giovane, almeno!

 

D’un tratto, qualcosa catturò la sua attenzione. Su di una pietra, più rotonda delle altre, c’erano dei segni, simili ad incisioni. La prese tra le mani ed osservò meglio. Aveva già visto qualcosa di simile. Si trattava, forse, di… rune? Ad intuito, provò a cercarne delle altre. Tutte le pietre maggiormente sferiche avevano degli strani graffi, ad un occhio disattento, che sembravano comporre una qualche specie di ideogramma. Chi mai poteva aver fatto una cosa simile e perché? Accidenti, voleva conoscerla questa persona! Era raro trovare qualcuno con i suoi stessi interessi. Persino Zenabi, la sua amica etiope sembrava annoiata, quando le parlava della sua adorata stregoneria. Si fece ancora più curiosa. Sapeva di aver fatto bene a portare il mappazzone. Andò alla erre di rune. Dovette studiare a lungo per capirci qualcosa. Nel frattempo si era fatta sera, faceva piuttosto freddo e sarebbe dovuta rincasare, per non far preoccupare la mamma. Ma, prima, volle tentare una cosuccia. Secondo lei, non era un caso che quei simboli si trovassero lì. Affidandosi all’istinto, provò a comporre, disponendo le pietre in un determinato ordine, il simbolo che significava “apertura”. E fu così che qualcosa di terrificante avvenne: al posto del dirupo, comparve una serie infinita ed intricata di rami e radici, così, per magia. Sapeva che la magia esisteva davvero, l’aveva sempre detto! Presa dall’eccitazione, dettata, più che altro dallo spavento, si mise a cercare alla emme di mangrovia. Era ciò che quell’intrico le ricordava. Niente. Le sembrò di aver sfogliato tutto il libro, senza sortire risultato, quando, in una delle ultime pagine, una fotografia con delle freccette rispose al suo quesito. Raffigurava dei funghi, indicati come casa delle fate e, sullo sfondo, in lontananza, vi era un’accozzaglia di germogli la cui freccia suggeriva fosse l’ingresso della Foresta Incantata. La meraviglia non le impedì, tra un sospiro e l’altro, di notare dei folletti bambini con delle pergamene, fatte di foglie tra le mani. Parevano intenti a leggere, aiutati da un’elfo più grande. Seguì la linea retta che la condusse a piè di pagina. “Le giovani fate apprendono la magia. Se gli esseri umani vogliono fare altrettanto, devono accedere al bosco dell’incanto, sotto la protezione di un animale guida.” Levò subito il capo. Le fronde avevano preso a svanire. Avrebbe voluto da morire imparare la vera magia dalle Fate. Ma dove lo trovava un animale guida? Forse… Josephine? Poteva tentare. Ma, dopo tutto, non voleva correre il rischio che si perdesse tra le montagne. Si ripromise di raccontare tutto quanto alla sua amica del cuore, l’indomani. Non le importava se l’avrebbe presa per pazza.   

 

Il giorno dopo, l’avventuriera sedeva in ansiosa e trepidante attesa della sua amica prediletta, sul primo gradino della scuola, dirimpetto alla strada principale del paesino. Aveva il capo chino, impensierita da cosa avrebbe detto e come avrebbe fatto a renderlo credibile, allucinante quanto potesse sembrare. Le sue ginocchia ondeggiavano rapide e le dita delle mani si contorcevano. Zenabi era in ritardo, tra poco la campana che segnava l’inizio delle lezioni avrebbe suonato e lei non voleva aspettare un altro minuto a vuotare il sacco. Prese a tirare nervosa i laccetti della felpa color muschio. Si calò il cappuccio in testa. Udì un suono vicino di ruote. Era arrivata! Si voltò nervosa e sorridente e, alzatasi rapida, si mise alle maniglie della carrozzina. 

“Ehilà.” Zenabi le mostrò i suoi denti, bianchi come lo zinco. 

“Ciao.” Le uscì in tono piatto. 

“Hai studiato?” La compagna era molto brava a scuola. 

“Più o meno…” Fu il commento laconico.

Ridacchiò e poi chiese a brucia pelo:- Avanti, spara! Quale manufatto magico stai studiando, in questi giorni?- 

Dannazione, la conosceva bene. Sembrava quasi le leggesse il pensiero. 

In pochi secondi, vomitò, letteralmente, tutto quello che le era capitato, il giorno prima, sulle spalle della povera compagna di classe, aspettandosi nulla di meno che una risata fragorosa e sardonica. E, invece, niente. 

La campana suonò. Silvana si chiese se l’avesse sconvolta. Probabilmente, le avrebbe suggerito di farsi vedere da uno bravo, una volta ripresasi dallo shock. 

 

“Alla fine delle lezioni, andiamo nel nostro posto segreto. Ho qualcosa da dirti a proposito delle rune che hai trovato.” Asserì, invece. 

Adesso era il turno di Silvana di essere perplessa:- Perché, le conosci anche tu?- 

“Aspetta! Mi sta cadendo Josephine.” Era così che le due compagnette chiamavano la cartella, a forma di tigre peluche, di Zenabi. A detta loro, somigliava alla gatta dell’aspirante maga, per via del colore. Alla giovane etiope non era permesso tenere animali. I suoi genitori li amavano e sua madre li avrebbe voluti, ma, il papà temeva per l’incolumità della sua bambina. In caso l’amico peloso si fosse messo a giocare troppo intensamente e le avesse fatto male, sarebbe stato difficile, per lei, difendersi, non potendo muovere le gambe. In compenso, si saziava della compagnia della vera Josephine, quando andava a casa di Silvana, molto spesso. 

La castana dai lunghi capelli lisci l’aiutò a raccoglie l’animale di pezza. La guardò. Pareva non voler aggiungere altro. I suoi corti riccioli neri si muovevano al vento freddo. Sarebbe stato meglio sbrigarsi a portarla dentro. Imboccarono la rampa.

“Va beh, poi mi dirai.” Sospirò in fine e la conversazione fu chiusa, momentaneamente, anche perché la mamma della ragazza più magra controllava, da debita distanza, che tutto andasse liscio, durante l’ingresso all’edificio.  

 

Sei ore erano trascorse e le due complici avevano mandato dei messaggi ai genitori, dicendo che mangiavano un gelato, davanti a scuola, prima di rincasare. Avevano poco tempo, il papà di Zenabi sarebbe andato a prenderla di lì ad un quarto d’ora. Erano, invece, scese al boschetto, al di là del fiume Gandella, passando per il ponticello di legno. C’era un angolo, accanto a degli ulivi, che era particolarmente agibile, nonché, appartato. Zenabi prese a svuotare lo zaino di tutto il suo contenuto. 

“Cosa cerchi?” 

“Non cerco, ti aiuto!”

“In che senso?”

Ciò che avvenne in seguito aveva dell’incredibile. La prima della classe prese a recitare delle frasi incomprensibili e, d’improvviso, dalle sue mani uscirono scintille colorate. Silvana stette ferma, ad osservare sbalordita. Josephine stava prendendo vita e aumentando la sua massa a dismisura. Ora, era grande quanto una tigre adulta vera! L’avventuriera era pietrificata. Da quando la sua amica conosceva la magia? Non si era mai dimostrata interessata… 

“Ti chiedo scusa, sono ancora una neofita. Ha proprio l’aspetto di un animale di pezza.” Fu l’unica cosa che le venne in mente di dirle, una volta concluso l’incantesimo. 

“Tu, da quanto…?” Silvana sembrava non ricordare come si articolasse una frase. 

“La mia bisnonna era una stregona. Mi ha insegnato qualche trucchetto. Il resto, però, l’ho imparato da sola. Anche tu te la cavi mica male, sai. Hai scoperto tutta da te l’ingresso del Bosco Incantato.” Soggiunse con una vena di ironia, per chi la conosceva bene.   

“Wow, Zenabi, sei una strega! Sei proprio la mia bff.” Esclamò la giovane maga ricolma d’ammirazione.

La piccola si fece triste. “Vai nella Foresta anche per me.”

“Lo farò, contaci.” Annuì decisa, poi, per un attimo, vacillò. 

Di nuovo, parve usare una forma di telepatia:- Non devi temere, il tempo lì scorre in maniera diversa, l’etere si piega. Quando tornerai, non sarà passato neanche un minuto.”

Trascorse un attimo di silenzio ricolmo di dubbi. Poi, finalmente, Silvi ebbe il coraggio di chiedere:- Come faccio a servirmi di un animale guida?-

“Ci monti in groppa.” Per Zen era ovvio. 

“Ma, mi vedranno tutti. Così sapranno del nostro segreto.” Il suo tono era decisamente preoccupato. 

“Io non credo. Sai, da quella distanza…”

“Cosa vuol di… aah!” 

Silvana non fece a tempo a finire la frase che la tigrotta giocattolo l’aveva sospinta sul suo dorso, con una testata ed aveva esattamente preso il volo. 

L’avventuriera osservò dapprima stordita il mondo che conosceva allontanarsi sotto di lei, i contorni della mano che la sua amica agitava, per salutarla, sempre meno netti, fino a svanire del tutto, sotto una coltre di nubi. Prese ad urlare, con tutto il fiato che aveva in corpo, aggrappandosi con le unghie e con i denti alla bestia. Poi, qualcosa la distrasse dalla momentanea disperazione e parve calmarsi, per un attimo. 

Stavano scendendo di quota. Riconobbe la Tesa ed il conseguente dirupo. Nell’attimo esatto in cui ne varcarono l’argine, si ritrovarono come risucchiate da un labirinto di rami. Josephine balzava agile dall’uno all’altro, senza andare a sbattere, né strapparsi l’imbottitura. Sembrava non avere una fine. In ultimo, finalmente, giunsero ad una radura. Toccarono il suolo. L’erba era così alta che quasi non si vedeva il cielo, sopra di loro. 

 

Silvi parve riconoscere qualcosa. La cima di funghi fluorescenti, in lontananza, dritto davanti a loro: era il paese delle fate. Ce l’avevano fatta, erano arrivate. 

“Avanza Jojo, di corsa!” Urlò l’aspirante streghetta.

Ubbidiente, l’animale-giocattolo prese a trottare. 

Scorsero come una rapida ombra nera passargli addosso. Aguzzarono lo sguardo verso ciò che era atterrato ed andava allontanandosi, nella loro stessa direzione. Sembrava un bambino abbastanza piccolo dai capelli biondi, con indosso un giaccone di pelliccia candida. Cavalcava un gigantesco lupo nero. Furono attratte anche da un suono simile al trillo soffuso di uno scaccia-spiriti alle loro spalle. Una bellissima e giovane fatina dai capelli rosa e l’abitino adorno di margherite le seguiva volando con moderazione tra le imponenti foglie. Aveva, sotto un braccio, un mucchio di pergamene verdi e, parzialmente, sgualcite. 

“Gli altri adepti Josephine.” Sussurrò quasi la nostra eroina, senza celare l’ammirazione per i suoi simili. 

 

La vegetazione parve diradarsi, ai margini del villaggio-fungo. Aveva un immenso stelo dorato e lucido dal quale si diramavano una miriade di sottili ed alte torri più piccole. I tetti erano color corallo vivido, puntellati di un bianco polveroso e luccicante. I magici abitanti vivevano lì dentro. La piccola fata passò oltre le due visitatrici, accennando un cordiale saluto, accompagnato da calorosi sorrisi. Fu allora che la neofita si accorse del bambino chiaro, in sella al lupo. Se ne stava andando, tenendo qualcosa di simile ad un bocciolo azzurro, tra le mani. Seguì con lo sguardo l’abitante autoctona. Si era fermata davanti alla torre più grande, dove pareva attenderla una donna alata, molto alta, dai capelli raccolti e nascosti da foglie di ulivo. Avevano entrambe delle meravigliose venature violacee, nelle ali trasparenti e dai loro corpi emanava un lucore lunare.

Le stava mostrando le pergamene. Colei che Silvana identificò come l’insegnante di Magia le leggeva con attenzione, annuendo. Consegnò un bocciolo di fiore ceruleo anche a lei. Sembrava felice, mentre si allontanava, volando alta, verso una delle torri. 

Si guardò attorno. Pareva fosse giunto il suo turno. 

Si fece prossima e parlò per prima:- Buon giorno. Ehm, è lei l’insegnante di magia?- 

La donna la scrutò e parve le leggesse l’anima. Disse, invece:- Hai una bellissima cavalcatura, una tigre!- La sua voce era calma.

“Ah, questa… a dire il vero, è soltanto un animale di pezza.” Silvi si sentiva così impacciata. 

La donna, dal canto suo, non disse nulla, si limitò a chinare leggermente il capo e sorridere, bonaria. 

“Vuoi conoscere la magia delle fate, Silvana?” Chiese dopo un pò. La ragazzina non si stupì che sapesse come si chiamava. Annuì.

“Allora, hai bisogno di un compagno d’anima.”

“Che cos’è?” La sua espressione si fece dubbiosa, una mano sotto la bocca.

“Qualcuno con cui condividerla. Altrimenti, non ha valore.” Asserì come fosse cosa ovvia. 

Silvi capì, presto, che, se ne avesse avuto uno, avrebbe dovuto consegnargli il fiore in boccio, per poter avere accesso agli arcani segreti degli abitanti incantati. 

“Io, però, sono nuova, non conosco nessuno qui! E l’unico bambino umano che c’era, a parte me, è già andato via…” 

“Ember non è umano. Per essere precisi, si intende che non è terrestre.” Le comunicò la maestra in tono dolce. 

“Non so se riesco a viaggiare così lontano.” I suoi dubbi non accennavano a dissiparsi, anzi, si addensavano, nella sua mente confusa. 

“Oh, bambina. Le anime che risuonano alla nostra stessa frequenza possono essere più vicine di quanto non ci aspetteremmo. Si potrebbe dire che siano la nostra Casa.” 

Dunque, capì. Che sciocca a non esserci arrivata dal primo istante!

“Grazie maestra. Jojo, andiamo a casa.” Ordinò, fattasi decisa. 

Il coraggioso animale le diede un buffetto e lei si poggiò sulla sua schiena. 

“Non stai, forse, dimenticando qualcosa?” Le chiese la creatura eterea, porgendole il bocciolo turchino. 

“Grazie.” Ripetè, felice e triste, allo stesso tempo. 

Tutto d’un tratto quel mondo prese a perdere colore e sbiadire, come fosse fatto di fumo. Rimaneva solo una scia di chiarore, mentre la sua realtà riaffiorava. 

“Hai un nome bellissimo!” Fu l’ultima cosa che le sentì dire. Per sempre. Le fu grata, in cuor suo e si ripromise di non dimenticare mai quella frase, quel complimento sincero, perché veniva da una creatura pura, come il cristallo. 

 

La prima cosa che vide fu il volto ansioso e curiosissimo di Zenabi. 

“Allora, com’è andata? Quanto tempo sei rimasta?” Chiese d’un fiato. Non l’aveva mai vista così eccitata, nemmeno quando giocava con la vera Josephine. 

“Abbastanza da prenderti un regalo.” Allungò il braccio che teneva il fiore. 

“Ma questo viene dal mondo delle fate?!” Nel momento esatto in cui lo sfiorò, un vortice di luci, simili a lucciole turchesi prese ad aleggiarle intorno. Trovò la forza di parlare, solo quando furono tutte sparite.

“La tua magia… l’hai regalata a me. Il tuo sogno, in questo modo, è svanito.”

Silvi le sorrise:- Ti sbagli, è appena cominciato.-

“Grazie…”

“Grazie a te, compagna d’anima.” 

L’avventuriera s’inginocchiò davanti a Zen e poggiò il capo sulle sue ginocchia. “Casa.” Sussurrò. Stringeva Josephine, tornata peluche. Le davano conforto.  

 

Le due s’incamminarono al di là del ponte di legno, colei che spingeva le ruote e colei che veniva sospinta. Non lo videro, ma, alle loro spalle stavano cadendo le prime foglie d’autunno, imperlate di minuscole gocce di pioggia, simili a polvere di fata. 

   
 
Leggi le 1 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Fantasy / Vai alla pagina dell'autore: Carla Marrone