Una foglia si staccò dal ramo, iniziando la sua discesa verso
il suolo. Il vento autunnale la sollevò per un istante, giocando con i suoi
bordi frastagliati, facendola ruotare lenta nell’aria. Oscillava con
leggerezza, quasi restia a toccare terra, trascinata da un invisibile filo che
sembrava volerla tenere sospesa, lontana dal suo inevitabile destino.
Si librava, danzando in balia della brezza, attraversando lo
spazio con un’armonia inconsapevole. In quell’istante, era l’unica cosa in
movimento, un frammento di colore acceso contro il grigiore del mattino, una
piccola esplosione d’autunno che resisteva alla caduta.
Un’esile colonna di fumo si unì alla sua traiettoria, salendo
lentamente, quasi in parallelo. Più giù, una mano si sollevò, portando una
sigaretta alle labbra di un ragazzo che osservava la foglia con uno sguardo
assente, come se aspettasse che finalmente si decidesse a posarsi.
La brace arancione tremolava appena, mentre lui, appoggiato
al corrimano delle scale d’emergenza, socchiudeva gli occhi per il fumo che gli
saliva a spirale davanti al viso. In quella calma forzata della sua ora buca,
c’era un certo piacere. Tutto era sospeso, come quella foglia che continuava a
librarsi, in attesa di toccare terra.
Per lui, quella sospensione si spezzò quando il maniglione
antipanico della porta si abbassò con un rumore secco. La porta si aprì, e un
uomo sulla quarantina, pelato e con una barba sottile che gli incorniciava il
viso, uscì sulle scale d’emergenza, restando sorpreso nel vedere il ragazzo lì,
intento a fumare.
“Cataldo.” L’uomo lo salutò con un cenno del capo.
“Professore, buongiorno.” Ricambiò il ragazzo con voce neutra,
Giovanni Cataldo era il suo nome. L’insegnante chiuse la porta e si appoggiò al
muro, guardando direttamente il ragazzo.
“Già a quest’ora salti la lezione?” Domandò l’uomo, una
leggera nota di rimprovero nella voce. Giovanni tirò un’altra boccata dalla
sigaretta e scosse la testa con aria indifferente.
“È ora buca, e non mi andava di stare in classe.” Rispose,
espirando il fumo mentre i suoi occhi tornavano a seguire la foglia, che ormai
stava per raggiungere il suolo. L'insegnante estrasse dalla tasca un pacchetto
di sigarette e ne tirò fuori una. Giovanni, notandolo con la coda dell’occhio,
gli offrì l’accendino. L’uomo accettò e, dopo averlo ringraziato, si accese la
sigaretta.
“E i tuoi compari? Camminate sempre a braccetto, voi tre.”
Gli chiese, espirando a sua volta una boccata di fumo.
“Oggi non ci sono. Stanno male e sono rimasti a casa.”
Giovanni gettò a terra la sigaretta quasi finita, spegnendola con la punta
della scarpa.
“Oh, cielo. Giusto oggi che ho portato le verifiche di
matematica.” L’uomo sorrise con sarcasmo, e Giovanni annuì con fare complice.
“Non sa quanto ci sono rimasti male, loro due. Stamattina mi
hanno scritto quanto gli dispiaceva non poter venire a fare il compito,
professore, mi deve credere. Avevano studiato giorno e notte per questa
verifica.”
“E tu ti sei preparato come loro?” Domandò l'insegnante,
sollevando un sopracciglio.
“Come no. Il doppio, altroché.”
Dopo questo scambio di battute, i due rimasero in silenzio,
godendosi la calma che il cortile deserto offriva. Alla fine, il professore
spense la sua sigaretta e si staccò dal muro.
“Vado a preparare le verifiche da portare. Ci vediamo alla
prossima ora, Cataldo.” Girandosi verso la porta, la aprì con un cenno d’addio.
“A più tardi, professore.” Giovanni lo osservò andarsene, poi
tornò a fissare il cortile, riassaporando quel momento di sospensione. Il
silenzio si era nuovamente adagiato intorno a lui, e, come se avesse atteso
quel preciso istante, la foglia completò infine il suo volo, posandosi tra le
altre, a formare un tappeto color ruggine sul marciapiede.
Suonata la campanella, Giovanni uscì da scuola insieme
all’orda di studenti che si riversava fuori dai cancelli, ansiosa di scrollarsi
di dosso la giornata e godersi il resto del pomeriggio. Ancor prima di
attraversare il cancello, notò due scooter familiari in lontananza: due Piaggio
NRG, sui quali sedevano volti altrettanto familiari. Solo a vederli, sentì il
nervoso salire, e si incamminò verso di loro con passo deciso.
“Compà, com’è andato il compito di matematica?” Chiese Piero,
con un tono divertito che non lasciava dubbi sulle sue intenzioni. Giovanni gli
lanciò contro lo zaino senza pensarci, mentre l’amico si difendeva alzando il
ginocchio in fretta.
“Bastardi,
mi avete lasciato solo durante la verifica!” Sbottò
Giovanni, con un’espressione a metà tra il risentito e il
tradito. Le
risate di Piero e Valerio scoppiarono in risposta, sincere e sonore.
“Noi te l’avevamo detto che oggi non venivamo.” Rispose
Valerio, con un sorriso che si allargava da un orecchio all’altro. “Potevi
marinare anche tu.”
Giovanni sospirò, scuotendo la testa mentre raccoglieva lo
zaino da terra. “Ho già fatto troppe assenze questo quadrimestre. Devo
tenermene qualcuna di riserva, per le emergenze.”
“Cazzi tuoi, allora, compà.” Ridacchiò Piero, tirando fuori
dalla tasca una canna che si era preparato in anticipo. L’accese e la offrì
prima a Giovanni. “Siccome sei bello nervoso, do a te l’onore del primo tiro.”
Giovanni accettò di buon grado, portando la canna alle labbra
e aspirando a lungo. Il gusto amaro gli rimase in bocca, inconfondibile.
Spalancò gli occhi, riconoscendo subito l’aroma. “Compà, ma questa è
marijuana.” Sussurrò, cercando di non farsi sentire dagli altri passanti. Piero
rispose con un cenno soddisfatto. “Da quale spacciatore l’hai presa?” Chiese
Giovanni, restituendogli la canna, non prima di averla osservata con aria
scettica, come se potesse capire qualcosa in più solo a guardarla.
“Beh… non l’ho proprio presa da uno spacciatore.” Ammise
Piero, cercando le parole con cautela. Sia Giovanni che Valerio lo fissarono,
perplessi, mentre lui si guardava intorno come per evitare di rispondere. “È un
segreto, ma vi ci porto la prossima volta.” Concluse in fretta, chiudendo così
la conversazione.
“Dai, compà, andiamo.” Disse Piero, facendo spazio a Giovanni
sul sedile posteriore.
“Andiamo dove?” Domandò, anche se senza troppe obiezioni.
Senza pensarci troppo, si sistemò sullo scooter: era ormai una consuetudine per
loro sfrecciare in giro insieme, due scooter e tre ragazzi.
“A rompere il cazzo alla gente, ovviamente.” Piero si voltò a
guardarlo, sfoggiando un sorriso che andava da un orecchio all’altro.
Valerio accese una cassa portatile che teneva tra le gambe,
collegata al suo lettore mp3. La voce degli O-Zone esplose dalle casse,
trascinando con sé i tre ragazzi. "Dragostea
Din Tei", la canzone che si sentiva ovunque in quell’anno, riempì
l’aria, e mentre percorrevano le strade di Palermo, gridavano le parole a
squarciagola, sfidando il mondo con la loro musica a tutto volume.
Senza una meta precisa, girarono tra i quartieri che
conoscevano a memoria, quei vicoli e quelle piazze dove sapevano che non
avrebbero incontrato problemi. Giovanni si sentiva bene, come sempre quando era
con loro; era con i suoi amici, i compagni di una vita, amici fin dai primi
giorni delle superiori, inseparabili e sempre pronti a sostenersi a vicenda. Le
risate scoppiavano genuine, e ogni battuta diventava un motivo per andare
avanti, una scusa per continuare a girare senza meta.
Ma, in fondo, Giovanni lo sapeva: quel divertimento era una
bolla, una parentesi che si chiudeva non appena l’euforia svaniva. Quel che
restava era solo un vuoto sottile, come il fumo che si disperde nell’aria.
Forse si divertiva, sì, ma quella non era felicità. La felicità era altro,
qualcosa che non riusciva nemmeno a definire. Per lui, quei momenti erano come
la foglia sospesa che aveva guardato svolazzare quella stessa mattina. Una
quieta sospensione che sapeva di essere temporanea, in attesa di posarsi a
terra e scomparire, come tutti gli altri istanti di falsa spensieratezza.
Dopo circa un’ora e mezza, i ragazzi si separarono, ognuno
diretto verso casa propria. Giovanni chiese, come al solito, di essere lasciato
a una decina di minuti di distanza dalla sua abitazione. Ogni volta che usciva
con loro, preferiva farsi lasciare poco distante; per lui, quei pochi minuti a
piedi rappresentavano una parentesi di silenzio, un momento in cui poteva
prepararsi mentalmente a tutto ciò che l’avrebbe atteso una volta varcata la
porta di casa.
Durante il tragitto, però, si imbatté in un gruppo di persone
vestite in modo curioso. Erano sì e no una decina e, dopo qualche secondo di
osservazione, Giovanni capì che si trattava di costumi: personaggi di fantasia,
di cartoni o fumetti, come quel ragazzo vestito da Rubber, il protagonista di One
Piece. Quando si accorse che tutti loro si stavano dirigendo verso la
stessa destinazione, li seguì con curiosità.
Arrivò davanti a una fumetteria e subito riconobbe il posto:
la vetrina era piena di fumetti, giochi di carte e da tavolo, e persino una
scatola di Dungeons & Dragons. Intorno al negozio, e anche
all'interno, gruppi di persone parlavano tra loro, alcuni indossando costumi.
Giovanni stava quasi per andarsene quando una risata squillante attirò la sua
attenzione. Si girò verso il suono e vide una ragazza vestita con un costume
stravagante, quasi fosse una fata: indossava un abito rosa e impugnava una
bacchetta con una stella dorata. Era minuta, ma le forme non mancavano nei
punti giusti, e dal viso sembrava avere poco più di vent’anni.
Forse sentendosi osservata, la ragazza voltò lo sguardo verso
di lui. I suoi capelli neri le incorniciavano il volto, e i grandi occhi
azzurri leggermente a mandorla si posarono su di lui con curiosità. Gli sorrise
in modo disarmante, poi salutò il gruppo con cui era prima, scambiò qualche
parola veloce e, con passo leggero, si diresse verso di lui.
“Ciao!” Lo salutò allegramente. “Ti stai divertendo?”
Giovanni esitando per un istante, colpito sia dalla bellezza
della ragazza sia dalla situazione inaspettata, rispose, “In realtà, stavo solo
passando di qua.” Mentì, quasi a disagio per la vicinanza di quella ragazza
così solare. “Non sono un fan di queste cose.”
“Oh.” Rispose lei, ma il sorriso rimase. “Non ti piacciono?”
“Non è che non mi piacciono. Non mi interessano questo tipo
di cose.” Rispose sinceramente Giovanni. Prodotti come One Piece, Yu Gi Oh o
Dragon Ball, li conosceva e gli piacevano anche quando li trasmettevano in TV.
Sapeva esistessero forum per parlare con persone che avevano i suoi stessi
interessi, e quell’incontro davanti alla fumetteria era come quei forum. Ma a
lui non interessava parlare con altri di cartoni o serie TV in generale. Per
lui non era mai stato più di un passatempo
“Capisco.” Disse lei senza perdere il sorriso, prima di
sorprendere Giovanni e prenderlo per mano. “Allora ti farò cambiare idea.”
Continuò lei, prima di trascinarlo con sé nella fumetteria.
Giovanni non era mai stato dentro uno di questi negozi, ma
poté tranquillamente affermare tra sé che questa era grande. Le pareti erano
stracolme di fumetti di ogni genere, dai supereroi americani ai fumetti
giapponesi, e ovunque c’erano giochi di carte e da tavolo che andavano ben
oltre quelli in esposizione alla vetrina. Lungo tutta la sala si estendevano
tavoli gremiti di persone, intenti a giocare a Yu-Gi-Oh!, Dungeons
& Dragons, e persino a un gioco che Giovanni non riconobbe ma che
richiedeva soldatini e miniature di creature fantastiche.
“Benvenuto nel mondo dei nerd!” Annunciò la ragazza, quasi
urlandogli contro con entusiasmo.
“Tu sei una di quei nerd?” Chiese Giovanni, ricevendo in
risposta una giocosa alzata di spalle.
“Non proprio. Mi piace solo parlare con loro. Però nessuno
qui conosce il personaggio di cui sto indossando il costume.”
“Effettivamente, da cosa sei vestita?” Domandò. Non appena lo
fece, la ragazza assunse una posa teatrale, come quelle che forse aveva visto soltanto
in qualche episodio di Magica Doremi.
“Sono vestita da
Magical Girl.” Dopo questa esclamazione che sentì tutta la fumetteria, calò il
silenzio.
“Dovrebbe dirmi qualcosa?” Chiese con aria impassibile
Giovanni, al quale lei rispose imbronciata.
“Da Magical Girl Milky Spiral Seven, l’anime!” Calò di nuovo
il silenzio. Giovanni si girò verso un ragazzo vicino che era vestito da Dante,
lo riconobbe, di Devil May Cry.
“Figlio di spada, tu hai capito di che parla?”
“Figlio di Sparda, al massimo. E no, non ne ho idea.”
Girandosi nuovamente verso la ragazza, Giovanni la vide ancora più imbronciata
di prima.
“Se neanche i nerd lo riconoscono, significa che l’anime non
è arrivato in Italia.” Disse lei con un sospiro. Poi uscì la lingua a tutti
loro. “Non sapete che vi perdete!” Giovanni scoppiò a ridere, prima di
riprendersi e pensare un attimo a ciò che disse.
“Non sei italiana?”
“No, sono nata e cresciuta in Giappone.” Affermò lei con il
suo sempre presente sorriso. Giovanni si stupì, non tanto per la provenienza,
che, pensandoci bene, ci sarebbe potuto arrivare subito dati i suoi tratti
facciali, ma più perché il suo italiano era perfetto, privo di qualsiasi accento
straniero.
“Parli l’italiano meglio di me.” Commentò, ricevendo una
risatina in risposta.
“Ti ringrazio. So parlare molte lingue, e l’italiano è una
delle più facili, se vieni da dove vengo io.”
Insieme a lei, che da quel momento la cominciò a chiamare
Magical Girl, si fece il giro di tutta la fumetteria, chiacchierando anche con
altri appassionati. Dovette rivalutare il suo pensiero riguardo al parlare con
qualcuno di un telefilm o di un cartone, dopo che ebbe la possibilità di
chiacchierare con un ragazzo della sua stessa età vestito da Rubber, con
quest’ultimo che lo corresse dicendo si chiamasse Monkey D. Luffy nella
versione originale. I due ebbero tanto materiale di cui parlare. In TV avevano
appena finito di trasmettere la saga di Alabasta e quella fu la saga preferita
in assoluto di Giovanni. Parlarono per mezz’ora, prima che il ragazzo si
allontanasse.
“Allora?” Disse Magical Girl e Giovanni la guardò con un
sopracciglio alzato non appena notò il suo sorrisetto furbo. “Non sei ancora
interessato a questo tipo di cose?” Giovanni sorrise e sbuffò leggermente.
“Forse un po’ mi interessano.” Disse, cercando di non darle
troppo la soddisfazione di aver fatto bene a trascinarlo dentro al negozio, ma
lei si illuminò comunque.
“Lo sapevo che ti avrei convinto! Ho occhio per i nerd!”
“Ora non esageriamo…”
La giornata proseguì così ancora per un po’, tra risate, voci
e persone stravaganti. Stavolta Giovanni sentì qualcosa di diverso. Il
divertimento non era la solita parentesi vuota, un attimo di distrazione che si
dissolveva non appena il silenzio ritornava. No, questa volta si sentiva
realmente coinvolto, come se ogni risata, ogni chiacchiera, avesse lasciato un
segno autentico. Per la prima volta dopo anni, capiva davvero cosa significasse
provare felicità. Era come un calore che si diffondeva dentro di lui,
riempiendo quel vuoto che lo accompagnava sempre, e che adesso sembrava, per un
momento, lontano.
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Ecco a voi il primo capitolo di una fanfiction breve, anche se meno breve di quanto mi sarei aspettato inizialmente. Una storia che nei piani iniziali doveva essere di cinque capitoli e circa diecimila parole, si è trasformata in una storia da nove capitoli e più di ventimila parole.
Cosa ne pensate del primo capitolo?
Noi ci vediamo domani, stessa ora, per il secondo capitolo. Ciao!


