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Autore: danny3003    02/12/2024    1 recensioni
[STORIA FINITA!] [14 ANNI PRIMA DELLA STORIA CANONICA!]
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"Voglio vivere": un desiderio semplice, ma carico di peso, espresso in un momento di disperazione.
Giovanni Cataldo è un ragazzo come tanti, intrappolato in una vita segnata dalla perdita e dall’indifferenza. Un mondo in cui sembra non esserci spazio per sogni o speranze. Ma quando il destino lo trascina in un oscuro vortice di eventi, Giovanni si ritrova a lottare non solo contro nemici visibili, ma soprattutto contro i demoni dentro di sé. Guidato da una figura tanto eccentrica quanto potente, dovrà affrontare le sue paure, il peso del rimpianto e un odio che rischia di consumarlo.
Pensava che il suo desiderio fosse semplice, quasi insignificante. Scoprirà che vivere davvero è molto più complesso di quanto avesse mai immaginato.
Una storia che intreccia vendetta e redenzione, dolore e speranza, che esplora i confini tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare, in un viaggio alla ricerca di un nuovo scopo e di un posto nel mondo.
Genere: Angst, Fantasy, Hurt/Comfort | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Nuovo personaggio, Sorpresa
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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1.SOSPESI

Una foglia si staccò dal ramo, iniziando la sua discesa verso il suolo. Il vento autunnale la sollevò per un istante, giocando con i suoi bordi frastagliati, facendola ruotare lenta nell’aria. Oscillava con leggerezza, quasi restia a toccare terra, trascinata da un invisibile filo che sembrava volerla tenere sospesa, lontana dal suo inevitabile destino.

Si librava, danzando in balia della brezza, attraversando lo spazio con un’armonia inconsapevole. In quell’istante, era l’unica cosa in movimento, un frammento di colore acceso contro il grigiore del mattino, una piccola esplosione d’autunno che resisteva alla caduta.

Un’esile colonna di fumo si unì alla sua traiettoria, salendo lentamente, quasi in parallelo. Più giù, una mano si sollevò, portando una sigaretta alle labbra di un ragazzo che osservava la foglia con uno sguardo assente, come se aspettasse che finalmente si decidesse a posarsi.

La brace arancione tremolava appena, mentre lui, appoggiato al corrimano delle scale d’emergenza, socchiudeva gli occhi per il fumo che gli saliva a spirale davanti al viso. In quella calma forzata della sua ora buca, c’era un certo piacere. Tutto era sospeso, come quella foglia che continuava a librarsi, in attesa di toccare terra.

Per lui, quella sospensione si spezzò quando il maniglione antipanico della porta si abbassò con un rumore secco. La porta si aprì, e un uomo sulla quarantina, pelato e con una barba sottile che gli incorniciava il viso, uscì sulle scale d’emergenza, restando sorpreso nel vedere il ragazzo lì, intento a fumare.

“Cataldo.” L’uomo lo salutò con un cenno del capo.

“Professore, buongiorno.” Ricambiò il ragazzo con voce neutra, Giovanni Cataldo era il suo nome. L’insegnante chiuse la porta e si appoggiò al muro, guardando direttamente il ragazzo.

“Già a quest’ora salti la lezione?” Domandò l’uomo, una leggera nota di rimprovero nella voce. Giovanni tirò un’altra boccata dalla sigaretta e scosse la testa con aria indifferente.

“È ora buca, e non mi andava di stare in classe.” Rispose, espirando il fumo mentre i suoi occhi tornavano a seguire la foglia, che ormai stava per raggiungere il suolo. L'insegnante estrasse dalla tasca un pacchetto di sigarette e ne tirò fuori una. Giovanni, notandolo con la coda dell’occhio, gli offrì l’accendino. L’uomo accettò e, dopo averlo ringraziato, si accese la sigaretta.

“E i tuoi compari? Camminate sempre a braccetto, voi tre.” Gli chiese, espirando a sua volta una boccata di fumo.

“Oggi non ci sono. Stanno male e sono rimasti a casa.” Giovanni gettò a terra la sigaretta quasi finita, spegnendola con la punta della scarpa.

“Oh, cielo. Giusto oggi che ho portato le verifiche di matematica.” L’uomo sorrise con sarcasmo, e Giovanni annuì con fare complice.

“Non sa quanto ci sono rimasti male, loro due. Stamattina mi hanno scritto quanto gli dispiaceva non poter venire a fare il compito, professore, mi deve credere. Avevano studiato giorno e notte per questa verifica.”

“E tu ti sei preparato come loro?” Domandò l'insegnante, sollevando un sopracciglio.

“Come no. Il doppio, altroché.”

Dopo questo scambio di battute, i due rimasero in silenzio, godendosi la calma che il cortile deserto offriva. Alla fine, il professore spense la sua sigaretta e si staccò dal muro.

“Vado a preparare le verifiche da portare. Ci vediamo alla prossima ora, Cataldo.” Girandosi verso la porta, la aprì con un cenno d’addio.

“A più tardi, professore.” Giovanni lo osservò andarsene, poi tornò a fissare il cortile, riassaporando quel momento di sospensione. Il silenzio si era nuovamente adagiato intorno a lui, e, come se avesse atteso quel preciso istante, la foglia completò infine il suo volo, posandosi tra le altre, a formare un tappeto color ruggine sul marciapiede.

Suonata la campanella, Giovanni uscì da scuola insieme all’orda di studenti che si riversava fuori dai cancelli, ansiosa di scrollarsi di dosso la giornata e godersi il resto del pomeriggio. Ancor prima di attraversare il cancello, notò due scooter familiari in lontananza: due Piaggio NRG, sui quali sedevano volti altrettanto familiari. Solo a vederli, sentì il nervoso salire, e si incamminò verso di loro con passo deciso.

“Compà, com’è andato il compito di matematica?” Chiese Piero, con un tono divertito che non lasciava dubbi sulle sue intenzioni. Giovanni gli lanciò contro lo zaino senza pensarci, mentre l’amico si difendeva alzando il ginocchio in fretta.

“Bastardi, mi avete lasciato solo durante la verifica!” Sbottò Giovanni, con un’espressione a metà tra il risentito e il tradito. Le risate di Piero e Valerio scoppiarono in risposta, sincere e sonore.

“Noi te l’avevamo detto che oggi non venivamo.” Rispose Valerio, con un sorriso che si allargava da un orecchio all’altro. “Potevi marinare anche tu.”

Giovanni sospirò, scuotendo la testa mentre raccoglieva lo zaino da terra. “Ho già fatto troppe assenze questo quadrimestre. Devo tenermene qualcuna di riserva, per le emergenze.”

“Cazzi tuoi, allora, compà.” Ridacchiò Piero, tirando fuori dalla tasca una canna che si era preparato in anticipo. L’accese e la offrì prima a Giovanni. “Siccome sei bello nervoso, do a te l’onore del primo tiro.”

Giovanni accettò di buon grado, portando la canna alle labbra e aspirando a lungo. Il gusto amaro gli rimase in bocca, inconfondibile. Spalancò gli occhi, riconoscendo subito l’aroma. “Compà, ma questa è marijuana.” Sussurrò, cercando di non farsi sentire dagli altri passanti. Piero rispose con un cenno soddisfatto. “Da quale spacciatore l’hai presa?” Chiese Giovanni, restituendogli la canna, non prima di averla osservata con aria scettica, come se potesse capire qualcosa in più solo a guardarla.

“Beh… non l’ho proprio presa da uno spacciatore.” Ammise Piero, cercando le parole con cautela. Sia Giovanni che Valerio lo fissarono, perplessi, mentre lui si guardava intorno come per evitare di rispondere. “È un segreto, ma vi ci porto la prossima volta.” Concluse in fretta, chiudendo così la conversazione.

“Dai, compà, andiamo.” Disse Piero, facendo spazio a Giovanni sul sedile posteriore.

“Andiamo dove?” Domandò, anche se senza troppe obiezioni. Senza pensarci troppo, si sistemò sullo scooter: era ormai una consuetudine per loro sfrecciare in giro insieme, due scooter e tre ragazzi.

“A rompere il cazzo alla gente, ovviamente.” Piero si voltò a guardarlo, sfoggiando un sorriso che andava da un orecchio all’altro.

Valerio accese una cassa portatile che teneva tra le gambe, collegata al suo lettore mp3. La voce degli O-Zone esplose dalle casse, trascinando con sé i tre ragazzi. "Dragostea Din Tei", la canzone che si sentiva ovunque in quell’anno, riempì l’aria, e mentre percorrevano le strade di Palermo, gridavano le parole a squarciagola, sfidando il mondo con la loro musica a tutto volume.

Senza una meta precisa, girarono tra i quartieri che conoscevano a memoria, quei vicoli e quelle piazze dove sapevano che non avrebbero incontrato problemi. Giovanni si sentiva bene, come sempre quando era con loro; era con i suoi amici, i compagni di una vita, amici fin dai primi giorni delle superiori, inseparabili e sempre pronti a sostenersi a vicenda. Le risate scoppiavano genuine, e ogni battuta diventava un motivo per andare avanti, una scusa per continuare a girare senza meta.

Ma, in fondo, Giovanni lo sapeva: quel divertimento era una bolla, una parentesi che si chiudeva non appena l’euforia svaniva. Quel che restava era solo un vuoto sottile, come il fumo che si disperde nell’aria. Forse si divertiva, sì, ma quella non era felicità. La felicità era altro, qualcosa che non riusciva nemmeno a definire. Per lui, quei momenti erano come la foglia sospesa che aveva guardato svolazzare quella stessa mattina. Una quieta sospensione che sapeva di essere temporanea, in attesa di posarsi a terra e scomparire, come tutti gli altri istanti di falsa spensieratezza.

Dopo circa un’ora e mezza, i ragazzi si separarono, ognuno diretto verso casa propria. Giovanni chiese, come al solito, di essere lasciato a una decina di minuti di distanza dalla sua abitazione. Ogni volta che usciva con loro, preferiva farsi lasciare poco distante; per lui, quei pochi minuti a piedi rappresentavano una parentesi di silenzio, un momento in cui poteva prepararsi mentalmente a tutto ciò che l’avrebbe atteso una volta varcata la porta di casa.

Durante il tragitto, però, si imbatté in un gruppo di persone vestite in modo curioso. Erano sì e no una decina e, dopo qualche secondo di osservazione, Giovanni capì che si trattava di costumi: personaggi di fantasia, di cartoni o fumetti, come quel ragazzo vestito da Rubber, il protagonista di One Piece. Quando si accorse che tutti loro si stavano dirigendo verso la stessa destinazione, li seguì con curiosità.

Arrivò davanti a una fumetteria e subito riconobbe il posto: la vetrina era piena di fumetti, giochi di carte e da tavolo, e persino una scatola di Dungeons & Dragons. Intorno al negozio, e anche all'interno, gruppi di persone parlavano tra loro, alcuni indossando costumi. Giovanni stava quasi per andarsene quando una risata squillante attirò la sua attenzione. Si girò verso il suono e vide una ragazza vestita con un costume stravagante, quasi fosse una fata: indossava un abito rosa e impugnava una bacchetta con una stella dorata. Era minuta, ma le forme non mancavano nei punti giusti, e dal viso sembrava avere poco più di vent’anni.

Forse sentendosi osservata, la ragazza voltò lo sguardo verso di lui. I suoi capelli neri le incorniciavano il volto, e i grandi occhi azzurri leggermente a mandorla si posarono su di lui con curiosità. Gli sorrise in modo disarmante, poi salutò il gruppo con cui era prima, scambiò qualche parola veloce e, con passo leggero, si diresse verso di lui.

“Ciao!” Lo salutò allegramente. “Ti stai divertendo?”

Giovanni esitando per un istante, colpito sia dalla bellezza della ragazza sia dalla situazione inaspettata, rispose, “In realtà, stavo solo passando di qua.” Mentì, quasi a disagio per la vicinanza di quella ragazza così solare. “Non sono un fan di queste cose.”

“Oh.” Rispose lei, ma il sorriso rimase. “Non ti piacciono?”

“Non è che non mi piacciono. Non mi interessano questo tipo di cose.” Rispose sinceramente Giovanni. Prodotti come One Piece, Yu Gi Oh o Dragon Ball, li conosceva e gli piacevano anche quando li trasmettevano in TV. Sapeva esistessero forum per parlare con persone che avevano i suoi stessi interessi, e quell’incontro davanti alla fumetteria era come quei forum. Ma a lui non interessava parlare con altri di cartoni o serie TV in generale. Per lui non era mai stato più di un passatempo

“Capisco.” Disse lei senza perdere il sorriso, prima di sorprendere Giovanni e prenderlo per mano. “Allora ti farò cambiare idea.” Continuò lei, prima di trascinarlo con sé nella fumetteria.

Giovanni non era mai stato dentro uno di questi negozi, ma poté tranquillamente affermare tra sé che questa era grande. Le pareti erano stracolme di fumetti di ogni genere, dai supereroi americani ai fumetti giapponesi, e ovunque c’erano giochi di carte e da tavolo che andavano ben oltre quelli in esposizione alla vetrina. Lungo tutta la sala si estendevano tavoli gremiti di persone, intenti a giocare a Yu-Gi-Oh!, Dungeons & Dragons, e persino a un gioco che Giovanni non riconobbe ma che richiedeva soldatini e miniature di creature fantastiche.

“Benvenuto nel mondo dei nerd!” Annunciò la ragazza, quasi urlandogli contro con entusiasmo.

“Tu sei una di quei nerd?” Chiese Giovanni, ricevendo in risposta una giocosa alzata di spalle.

“Non proprio. Mi piace solo parlare con loro. Però nessuno qui conosce il personaggio di cui sto indossando il costume.”

“Effettivamente, da cosa sei vestita?” Domandò. Non appena lo fece, la ragazza assunse una posa teatrale, come quelle che forse aveva visto soltanto in qualche episodio di Magica Doremi.

 “Sono vestita da Magical Girl.” Dopo questa esclamazione che sentì tutta la fumetteria, calò il silenzio.

“Dovrebbe dirmi qualcosa?” Chiese con aria impassibile Giovanni, al quale lei rispose imbronciata.

“Da Magical Girl Milky Spiral Seven, l’anime!” Calò di nuovo il silenzio. Giovanni si girò verso un ragazzo vicino che era vestito da Dante, lo riconobbe, di Devil May Cry.

“Figlio di spada, tu hai capito di che parla?”

“Figlio di Sparda, al massimo. E no, non ne ho idea.” Girandosi nuovamente verso la ragazza, Giovanni la vide ancora più imbronciata di prima.

“Se neanche i nerd lo riconoscono, significa che l’anime non è arrivato in Italia.” Disse lei con un sospiro. Poi uscì la lingua a tutti loro. “Non sapete che vi perdete!” Giovanni scoppiò a ridere, prima di riprendersi e pensare un attimo a ciò che disse.

“Non sei italiana?”

“No, sono nata e cresciuta in Giappone.” Affermò lei con il suo sempre presente sorriso. Giovanni si stupì, non tanto per la provenienza, che, pensandoci bene, ci sarebbe potuto arrivare subito dati i suoi tratti facciali, ma più perché il suo italiano era perfetto, privo di qualsiasi accento straniero.

“Parli l’italiano meglio di me.” Commentò, ricevendo una risatina in risposta.

“Ti ringrazio. So parlare molte lingue, e l’italiano è una delle più facili, se vieni da dove vengo io.”

Insieme a lei, che da quel momento la cominciò a chiamare Magical Girl, si fece il giro di tutta la fumetteria, chiacchierando anche con altri appassionati. Dovette rivalutare il suo pensiero riguardo al parlare con qualcuno di un telefilm o di un cartone, dopo che ebbe la possibilità di chiacchierare con un ragazzo della sua stessa età vestito da Rubber, con quest’ultimo che lo corresse dicendo si chiamasse Monkey D. Luffy nella versione originale. I due ebbero tanto materiale di cui parlare. In TV avevano appena finito di trasmettere la saga di Alabasta e quella fu la saga preferita in assoluto di Giovanni. Parlarono per mezz’ora, prima che il ragazzo si allontanasse.

“Allora?” Disse Magical Girl e Giovanni la guardò con un sopracciglio alzato non appena notò il suo sorrisetto furbo. “Non sei ancora interessato a questo tipo di cose?” Giovanni sorrise e sbuffò leggermente.

“Forse un po’ mi interessano.” Disse, cercando di non darle troppo la soddisfazione di aver fatto bene a trascinarlo dentro al negozio, ma lei si illuminò comunque.

“Lo sapevo che ti avrei convinto! Ho occhio per i nerd!”

“Ora non esageriamo…”

La giornata proseguì così ancora per un po’, tra risate, voci e persone stravaganti. Stavolta Giovanni sentì qualcosa di diverso. Il divertimento non era la solita parentesi vuota, un attimo di distrazione che si dissolveva non appena il silenzio ritornava. No, questa volta si sentiva realmente coinvolto, come se ogni risata, ogni chiacchiera, avesse lasciato un segno autentico. Per la prima volta dopo anni, capiva davvero cosa significasse provare felicità. Era come un calore che si diffondeva dentro di lui, riempiendo quel vuoto che lo accompagnava sempre, e che adesso sembrava, per un momento, lontano.

FINE CAPITOLO.
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Ecco a voi il primo capitolo di una fanfiction breve, anche se meno breve di quanto mi sarei aspettato inizialmente. Una storia che nei piani iniziali doveva essere di cinque capitoli e circa diecimila parole, si è trasformata in una storia da nove capitoli e più di ventimila parole.
Cosa ne pensate del primo capitolo?
Noi ci vediamo domani, stessa ora, per il secondo capitolo. Ciao!
   
 
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