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Autore: danny3003    03/12/2024    1 recensioni
[STORIA FINITA!] [14 ANNI PRIMA DELLA STORIA CANONICA!]
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"Voglio vivere": un desiderio semplice, ma carico di peso, espresso in un momento di disperazione.
Giovanni Cataldo è un ragazzo come tanti, intrappolato in una vita segnata dalla perdita e dall’indifferenza. Un mondo in cui sembra non esserci spazio per sogni o speranze. Ma quando il destino lo trascina in un oscuro vortice di eventi, Giovanni si ritrova a lottare non solo contro nemici visibili, ma soprattutto contro i demoni dentro di sé. Guidato da una figura tanto eccentrica quanto potente, dovrà affrontare le sue paure, il peso del rimpianto e un odio che rischia di consumarlo.
Pensava che il suo desiderio fosse semplice, quasi insignificante. Scoprirà che vivere davvero è molto più complesso di quanto avesse mai immaginato.
Una storia che intreccia vendetta e redenzione, dolore e speranza, che esplora i confini tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare, in un viaggio alla ricerca di un nuovo scopo e di un posto nel mondo.
Genere: Angst, Fantasy, Hurt/Comfort | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Nuovo personaggio, Sorpresa
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
Capitoli:
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TENTAZIONI

“Ecco, prendi questo volantino.”

Il sole stava calando all’orizzonte, tingendo il cielo di sfumature arancioni e rosate, quando i due uscirono dalla fumetteria per salutarsi. Prima di separarsi, però, la ragazza afferrò un foglio scuro dalla tasca e lo porse a Giovanni, che esitò un attimo prima di prenderlo.

“Cos’è?” Domandò, osservando il fronte del foglio. Il colore violaceo della carta era decorato con motivi floreali rosa, un contrasto netto ma stranamente armonioso che combinava il macabro con il delicato. Al centro, una scritta attirò subito la sua attenzione: "Hai un desiderio che nessuno può esaudire? Questo è il volantino che fa per te. Esprimi un desiderio."

“Beh, sono una ragazza magica.” Dichiarò lei, posando una mano sul petto con un sorriso radioso. “È il mio dovere esaudire qualsiasi desiderio.”

Giovanni la guardò, leggermente perplesso, come si guarda un’opera d’arte il cui significato sfugge. Girò il foglio tra le dita e notò sul retro un cerchio magico, decorato con simboli intricati. Inquietante, fu la prima parola che gli venne in mente.

“Appena avrò un desiderio, ti farò sapere.” Disse con un tono volutamente leggero, nella speranza di concludere la strana conversazione. La ragazza lo fissò con occhi luminosi, annuendo con entusiasmo. Pareva crederci davvero.

“Ricordati: qualunque sia il desiderio, lo esaudirò!” Disse, come se stesse sigillando una promessa.

Giovanni le restituì un cenno d’assenso e un sorriso forzato, già decidendo che avrebbe buttato via quell’inquietante volantino appena fosse arrivato a casa. Dovette dire, però, che fu quasi tentato di provarlo. Lo ripose temporaneamente nel giubbotto.

Mentre tornava a casa, Giovanni ripensava a quelle ore trascorse in una compagnia diversa dal solito. Si trovò a sorridere, quasi senza accorgersene.

L’ascensore del palazzo era fuori servizio, come da più di un anno ormai. Giovanni sospirò appena e iniziò a salire le scale, grato di vivere solo al secondo piano. Ma quando aprì la porta del suo appartamento, quel sorriso sfumò subito. Un odore intenso di alcol e fumo lo colpì in pieno volto, e capì immediatamente che suo padre era a casa.

Doveva attraversare il corridoio per arrivare alla sua camera, e passare davanti al soggiorno dove, quasi sicuramente, l’uomo si trovava. Sperando di passare inosservato, Giovanni chiuse piano la porta e si avviò, cercando di non fare rumore. Ma proprio mentre stava per superare il soggiorno, una voce roca lo raggiunse.

“Guarda chi si vede.” Mormorò suo padre, con un tono lento e basso che tradiva tutto l’alcol che aveva già ingerito.

Giovanni si fermò, abbassando appena le spalle, consapevole di ciò che sarebbe venuto dopo. “Ti rendi conto di che ore sono?” Chiese l’uomo, senza distogliere gli occhi dallo schermo.

“Sono appena le sei.” Rispose Giovanni, con un tono velatamente amaro, mentre lo guardava di sbieco. “Ma immagino tu sia troppo ubriaco per rendertene conto.” La frase gli sfuggì senza che volesse davvero dirla, e si pentì subito, vedendo il padre che si alzò barcollando e muovendosi verso di lui, con passi pesanti e incerti.

“Non osare parlarmi così, moccioso ingrato.” Ringhiò, afferrandolo per il braccio con una presa dolorosamente stretta. Il suo respiro, carico di alcol, arrivava dritto al viso di Giovanni mentre lo tirava più vicino. “Pensi di poterti prendere gioco di me, eh?”

“Lasciami, papà!” Ribatté Giovanni, cercando invano di liberarsi. Suo padre, abituato al lavoro manuale da muratore, aveva una forza fisica che Giovanni non riusciva a contrastare. Tentò di puntare i piedi, ma venne trascinato senza sforzo fino alla sua stanza, per poi essere spinto a terra.

“Vediamo se ti passerà la voglia di fare il furbo.” Sibilò suo padre, con uno sguardo vuoto e rabbioso. “Stasera non mangi! Magari impari a portare rispetto!”

Giovanni si rialzò da terra, fulminandolo con lo sguardo. “Sarebbe una punizione mangiare quella merda che cucini tu!” Gli urlò contro, trattenendo a stento la rabbia. “Sei solo un codardo che si nasconde dietro a una bottiglia perché non sa come affrontare la vita!”

L’uomo si fermò, guardandolo con una rabbia che sembrava scuoterlo fin dentro le ossa. “Stai zitto! Non hai idea di cosa significhi perdere qualcuno che ami!” ruggì, prima di sbattere la porta con forza. Giovanni sentì la chiave girare nella serratura dall’esterno, chiudendolo dentro.

“E tu non hai idea di cosa significhi crescere con un padre che fa schifo come te!” Urlò Giovanni, colpendo la porta con un pugno, ma non ricevette risposta. Era inutile, suo padre non lo avrebbe ascoltato. Scosse la testa, rabbioso, e prese a calci la gamba della scrivania. “Padre bastardo…” Mormorò tra i denti, più a sé stesso che a chiunque potesse sentirlo.

Si lasciò cadere sul letto, la rabbia che gli ribolliva dentro. Quell’uomo, che una volta era stato suo padre, non era altro che un’ombra, un estraneo che continuava a rovinargli ogni istante.

Erano passate diverse ore da quando Giovanni era stato rinchiuso in camera. Per calmare i nervi, aveva messo su un po’ di musica dal suo Nokia 7650, le cuffie infilate nelle orecchie e gli occhi chiusi, lasciandosi quasi cullare dal ritmo, come se stesse per addormentarsi. A un certo punto, però, una notifica lo distolse dalla musica. Era un sms di Valerio.

“Pier vuole uscire x le 10. Ci 6?”

Giovanni sbuffò, irritato, e rispose:

“No. Sn in castigo.”

Valerio replicò semplicemente con un “Ah.” Giovanni sospirò, infastidito, e tornò alla musica, cercando di allontanare il pensiero della serata mancata.

Non passò nemmeno mezz’ora quando un nuovo messaggio interruppe la sua distrazione:

“Guarda fuori.”

Perplesso, Giovanni si alzò e aprì la finestra. In strada, sotto il suo balcone, vide i suoi due amici sulle loro Piaggio. Piero fece un cenno, cercando di non fare troppo rumore.

“Dai, scendi!” Sussurrò. “Ti porto dove ho preso l’erba.”

Giovanni si sporse un po’ di più dalla finestra. “A quest’ora?”

“No, domani mattina, con tutti che ci guardano.” Rispose Piero sarcastico, agitando la mano per incitarlo. “Muoviti!”

“Facile per te.” Borbottò Giovanni. “Mi ha chiuso dentro, il bastardo.”

“Usa quel tubo lì e scendi.” Suggerì Piero, come se fosse la cosa più naturale e sicura del mondo.

Giovanni guardò alla sua sinistra, dove un tubo di scarico correva dall’ultimo piano fino al suolo. Si voltò verso Piero con uno sguardo che diceva tutto: era impazzito?

“Che fai, hai paura?” lo provocò Piero, con un sorriso sfrontato mentre lo incitava con la mano.

Stizzito, Giovanni si arrampicò sul bordo della finestra e si avvicinò al tubo, valutando la distanza. Non era più di un metro, abbastanza per arrivarci. Allungò la mano e afferrò il tubo, premendo il corpo contro di esso come farebbe un koala con un albero.

“Ti prego, non staccarti… non staccarti…” Ripeté sottovoce, mentre si calava lentamente, centimetro dopo centimetro. Un minuto dopo sentì i piedi toccare il suolo e si staccò dal tubo, sollevato.

“Era tanto difficile?” rise Valerio, con un sorriso furbo che si allargava sul viso.

“Fottetevi.” Rispose Giovanni, diretto, prima di salire sullo scooter dietro Piero.

“Dove andiamo?” Chiese Giovanni, incuriosito mentre il motore rombava leggermente.

“A Pallavicino.”

Gli scooter sfrecciavano attraverso le strade semideserte, sfiorando i lampioni che, a quell’ora, gettavano una luce gialla e fioca sul marciapiede. Ogni tanto incontravano qualche gruppetto che passeggiava a passo lento, e qualche auto che passava senza fretta.

Pallavicino apparve in pochi minuti: un quartiere più silenzioso e tranquillo, dove i palazzi si affacciavano su vie strette e buie. Le insegne dei negozi, ormai spente, rivelavano serrande abbassate e finestre coperte. In quell’oscurità, si intravedeva qualche ombra dietro le persiane, ma la maggior parte delle luci era già spenta.

Arrivarono infine a un edificio abbandonato, una vecchia struttura di cemento e mattoni, con le finestre rotte e le porte arrugginite, segni di anni di trascuratezza.

Alla vista, un brivido gelido percorse la schiena di Giovanni. Erano passati innumerevoli volte per quella zona senza alcun problema. Di notte, però, quell’edificio gli trasmise inquietudine, come se stessero per violare qualcosa di proibito.

Piero spense il motore e fece cenno agli altri di seguirlo dentro. Prese dalla tasca una piccola torcia che in quel buio riusciva a malapena a illuminare la polvere sospesa nell’aria. Salirono le scale, i passi risuonarono nel silenzio dell’edificio vuoto.

“Piero, dove diavolo ci hai portato?” Sussurrò Giovanni lanciando occhiate intorno. “Pensavo avessi preso l’erba da qualche spacciatore.”

Piero ridacchiò leggermente, senza fermarsi. “No, nessuno spacciatore. Questa è roba buona, presa direttamente dal produttore.”

Giovanni si girò verso Valerio, che rispose con un’occhiata incerta. Continuarono a seguire Piero.

Giovanni sentì un istinto sempre più forte di fermarsi, di tornare indietro.

Giunti a uno dei piani superiori, Piero accese l'interruttore, illuminando la stanza con una serie di luci artificiali e fredde che rischiararono il locale. Giovanni spalancò gli occhi davanti alla scena.

Di fronte a loro si estendeva una coltivazione di marijuana, ordinatamente disposta in file di piante rigogliose. Le lampade alogene appese al soffitto emettevano una luce intensa, simulando la luce del giorno e illuminando le foglie verdi e spesse. Accanto a ogni pianta, tubi sottili rilasciavano una soluzione nutritiva a intervalli regolari, creando un sistema di irrigazione continuo. Ventilatori sparsi nella stanza muovevano leggermente le foglie, mantenendo l’aria in circolo per dare ossigeno alle piante.

Piero andò avanti e li guardò con un grande sorriso entusiasta. “Allora, che ve ne pare?”

Giovanni indietreggiò leggermente, sgranando gli occhi mentre guardava il posto. “Ti rendi conto di che cosa hai fatto, Piero?”

Piero scrollò le spalle, cercando di mantenere il suo tono leggero. “Che vuoi che sia? L’altra volta ne ho preso giusto un po’… E così anche stavolta. Nessuno si accorgerà di niente.”

“Ma non vedi?” Giovanni indicò le luci, il sistema elaborato intorno a loro. “Non è roba improvvisata. Qui dietro c’è un’organizzazione, Piero. Non quattro tossici qualsiasi.”

Piero alzò le mani, come per placare l’agitazione di Giovanni. “Rilassati, non è niente di che. L’altra volta è andata liscia. Prendo solo qualche foglia.” Rispose, strappandone alcune con gesti veloci. “Nessuno se ne accorgerà, te lo dico io.”

“Ne sei davvero sicuro?” Chiese Valerio con un filo di voce, lo sguardo fisso su un punto della stanza. Giovanni seguì la direzione del suo sguardo e sentì il sangue gelarsi nelle vene. In un angolo, sopra la porta, una telecamera era puntata verso di loro, silenziosa testimone di ogni loro movimento.

Per un istante rimasero tutti e tre immobili, lo sguardo fisso sulla telecamera. Poi, senza bisogno di altre parole, scattarono verso la porta, scendendo le scale a rotta di collo fino a raggiungere gli scooter. Il respiro affannoso si mescolava all’adrenalina che scorreva nelle vene, e Giovanni afferrò Piero per la maglia.

“Ci hai messo nei guai, Piero.” Sibilò, la voce intrisa di rabbia. “Hai idea del rischio che abbiamo corso? Andiamocene e non torniamo mai più qua, capito?” Piero annuì nervoso, e Giovanni lo lasciò andare. “Ora andiamocene prima che qualcuno arrivi.”

Senza altre parole, il trio salì in fretta sui Piaggio e sfrecciò via nel silenzio della notte, lasciandosi alle spalle l’oscurità inquietante dell’edificio abbandonato.

Una volta arrivati davanti casa sua, Giovanni scese dallo scooter di Piero e si girò verso di lui, lanciandogli un ultimo sguardo serio. “Non tornare mai più in quell’edificio. Anzi, per un po’ evita Pallavicino del tutto.”

Piero annuì, guardando a terra con un’espressione colpevole. “Mi dispiace di averti messo in questo casino, davvero. Io…” Esitò, cercando le parole giuste prima di scuotere la testa. “Sono stato ingenuo. La prima volta che ci sono entrato da solo, pensavo fosse solo un edificio abbandonato. Quando ho visto l’erba… ho capito che non era un buon segno, ma mi conosci. Mi piace il rischio.” Si interruppe un attimo, poi continuò: “Così ho preso qualche foglia, convinto che non se ne sarebbero accorti. E invece sono stato io a non accorgermi di quella telecamera…”

Giovanni trattenne un sospiro, intuendo quanto il suo amico si sentisse scioccato e pentito. In fin dei conti, avevano rischiato grosso – non solo Piero, ma anche lui e Valerio, messi in pericolo per l’incoscienza del loro amico.

Gli diede un leggero pugno sul braccio, un gesto di conforto. “Ne siamo usciti sani e salvi. L’importante è non fare più cavolate del genere, va bene?” Disse, con un tono più morbido. Piero annuì, lo sguardo ancora ombroso, immerso nei suoi pensieri.

“Ci vediamo domani.” Con un cenno di saluto, Piero accese il motore e si allontanò nella notte.

Giovanni si girò verso il portone, pronto a entrare, ma una memoria scomoda lo colpì: suo padre lo aveva chiuso in camera. Guardò il tubo di scarico alla sua destra e imprecò tra sé: “Cazzo…”

FINE CAPITOLO.
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Ogni azione comporta delle conseguenze, e da queste noi cresciamo. Crescere significa cambiare, non per forza in meglio, però. Vedremo tutto questo nei prossimi capitoli.
Intanto, spero che questo capitolo sia stato di vostro gradimento. Ditemi la vostra con una recensione.
Noi ci vediamo domani, stessa ora, con il terzo capitolo. Ciao!
   
 
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