“Ecco, prendi questo volantino.”
Il sole stava calando all’orizzonte, tingendo il cielo di
sfumature arancioni e rosate, quando i due uscirono dalla fumetteria per
salutarsi. Prima di separarsi, però, la ragazza afferrò un foglio scuro dalla
tasca e lo porse a Giovanni, che esitò un attimo prima di prenderlo.
“Cos’è?” Domandò, osservando il fronte del foglio. Il colore
violaceo della carta era decorato con motivi floreali rosa, un contrasto netto
ma stranamente armonioso che combinava il macabro con il delicato. Al centro, una
scritta attirò subito la sua attenzione: "Hai un desiderio che nessuno
può esaudire? Questo è il volantino che fa per te. Esprimi un desiderio."
“Beh, sono una ragazza magica.” Dichiarò lei, posando una
mano sul petto con un sorriso radioso. “È il mio dovere esaudire qualsiasi
desiderio.”
Giovanni la guardò, leggermente perplesso, come si guarda
un’opera d’arte il cui significato sfugge. Girò il foglio tra le dita e notò
sul retro un cerchio magico, decorato con simboli intricati. Inquietante,
fu la prima parola che gli venne in mente.
“Appena avrò un desiderio, ti farò sapere.” Disse con un tono
volutamente leggero, nella speranza di concludere la strana conversazione. La
ragazza lo fissò con occhi luminosi, annuendo con entusiasmo. Pareva crederci
davvero.
“Ricordati: qualunque sia il desiderio, lo esaudirò!” Disse,
come se stesse sigillando una promessa.
Giovanni le restituì un cenno d’assenso e un sorriso forzato,
già decidendo che avrebbe buttato via quell’inquietante volantino appena fosse
arrivato a casa. Dovette dire, però, che fu quasi tentato di provarlo. Lo
ripose temporaneamente nel giubbotto.
Mentre tornava a casa, Giovanni ripensava a quelle ore
trascorse in una compagnia diversa dal solito. Si trovò a sorridere, quasi
senza accorgersene.
L’ascensore del palazzo era fuori servizio, come da più di un
anno ormai. Giovanni sospirò appena e iniziò a salire le scale, grato di vivere
solo al secondo piano. Ma quando aprì la porta del suo appartamento, quel
sorriso sfumò subito. Un odore intenso di alcol e fumo lo colpì in pieno volto,
e capì immediatamente che suo padre era a casa.
Doveva attraversare il corridoio per arrivare alla sua
camera, e passare davanti al soggiorno dove, quasi sicuramente, l’uomo si
trovava. Sperando di passare inosservato, Giovanni chiuse piano la porta e si
avviò, cercando di non fare rumore. Ma proprio mentre stava per superare il
soggiorno, una voce roca lo raggiunse.
“Guarda chi si vede.” Mormorò suo padre, con un tono lento e
basso che tradiva tutto l’alcol che aveva già ingerito.
Giovanni si fermò, abbassando appena le spalle, consapevole
di ciò che sarebbe venuto dopo. “Ti rendi conto di che ore sono?” Chiese
l’uomo, senza distogliere gli occhi dallo schermo.
“Sono appena le sei.” Rispose Giovanni, con un tono velatamente
amaro, mentre lo guardava di sbieco. “Ma immagino tu sia troppo ubriaco per
rendertene conto.” La frase gli sfuggì senza che volesse davvero dirla, e si
pentì subito, vedendo il padre che si alzò barcollando e muovendosi verso di
lui, con passi pesanti e incerti.
“Non osare parlarmi così, moccioso ingrato.” Ringhiò,
afferrandolo per il braccio con una presa dolorosamente stretta. Il suo
respiro, carico di alcol, arrivava dritto al viso di Giovanni mentre lo tirava
più vicino. “Pensi di poterti prendere gioco di me, eh?”
“Lasciami, papà!” Ribatté Giovanni, cercando invano di
liberarsi. Suo padre, abituato al lavoro manuale da muratore, aveva una forza
fisica che Giovanni non riusciva a contrastare. Tentò di puntare i piedi, ma
venne trascinato senza sforzo fino alla sua stanza, per poi essere spinto a
terra.
“Vediamo se ti passerà la voglia di fare il furbo.” Sibilò
suo padre, con uno sguardo vuoto e rabbioso. “Stasera non mangi! Magari impari
a portare rispetto!”
Giovanni si rialzò da terra, fulminandolo con lo sguardo. “Sarebbe
una punizione mangiare quella merda che cucini tu!” Gli urlò contro,
trattenendo a stento la rabbia. “Sei solo un codardo che si nasconde dietro a
una bottiglia perché non sa come affrontare la vita!”
L’uomo si fermò, guardandolo con una rabbia che sembrava
scuoterlo fin dentro le ossa. “Stai zitto! Non hai idea di cosa significhi
perdere qualcuno che ami!” ruggì, prima di sbattere la porta con forza.
Giovanni sentì la chiave girare nella serratura dall’esterno, chiudendolo
dentro.
“E tu non hai idea di cosa significhi crescere con un padre
che fa schifo come te!” Urlò Giovanni, colpendo la porta con un pugno, ma non
ricevette risposta. Era inutile, suo padre non lo avrebbe ascoltato. Scosse la
testa, rabbioso, e prese a calci la gamba della scrivania. “Padre bastardo…” Mormorò
tra i denti, più a sé stesso che a chiunque potesse sentirlo.
Si lasciò cadere sul letto, la rabbia che gli ribolliva
dentro. Quell’uomo, che una volta era stato suo padre, non era altro che un’ombra,
un estraneo che continuava a rovinargli ogni istante.
Erano passate diverse ore da quando Giovanni era stato
rinchiuso in camera. Per calmare i nervi, aveva messo su un po’ di musica dal
suo Nokia 7650, le cuffie infilate nelle orecchie e gli occhi chiusi,
lasciandosi quasi cullare dal ritmo, come se stesse per addormentarsi. A un
certo punto, però, una notifica lo distolse dalla musica. Era un sms di
Valerio.
“Pier vuole uscire x le 10. Ci 6?”
Giovanni sbuffò, irritato, e rispose:
“No. Sn in castigo.”
Valerio replicò semplicemente con un “Ah.” Giovanni
sospirò, infastidito, e tornò alla musica, cercando di allontanare il pensiero
della serata mancata.
Non passò nemmeno mezz’ora quando un nuovo messaggio
interruppe la sua distrazione:
“Guarda fuori.”
Perplesso, Giovanni si alzò e aprì la finestra. In strada,
sotto il suo balcone, vide i suoi due amici sulle loro Piaggio. Piero fece un
cenno, cercando di non fare troppo rumore.
“Dai, scendi!” Sussurrò. “Ti porto dove ho preso l’erba.”
Giovanni si sporse un po’ di più dalla finestra. “A
quest’ora?”
“No, domani mattina, con tutti che ci guardano.” Rispose
Piero sarcastico, agitando la mano per incitarlo. “Muoviti!”
“Facile per te.” Borbottò Giovanni. “Mi ha chiuso dentro, il
bastardo.”
“Usa quel tubo lì e scendi.” Suggerì Piero, come se fosse la
cosa più naturale e sicura del mondo.
Giovanni guardò alla sua sinistra, dove un tubo di scarico
correva dall’ultimo piano fino al suolo. Si voltò verso Piero con uno sguardo
che diceva tutto: era impazzito?
“Che fai, hai paura?” lo provocò Piero, con un sorriso
sfrontato mentre lo incitava con la mano.
Stizzito, Giovanni si arrampicò sul bordo della finestra e si
avvicinò al tubo, valutando la distanza. Non era più di un metro, abbastanza
per arrivarci. Allungò la mano e afferrò il tubo, premendo il corpo contro di
esso come farebbe un koala con un albero.
“Ti prego, non staccarti… non staccarti…” Ripeté sottovoce,
mentre si calava lentamente, centimetro dopo centimetro. Un minuto dopo sentì i
piedi toccare il suolo e si staccò dal tubo, sollevato.
“Era tanto difficile?” rise Valerio, con un sorriso furbo che
si allargava sul viso.
“Fottetevi.” Rispose Giovanni, diretto, prima di salire sullo
scooter dietro Piero.
“Dove andiamo?” Chiese Giovanni, incuriosito mentre il motore
rombava leggermente.
“A Pallavicino.”
Gli scooter sfrecciavano attraverso le strade semideserte,
sfiorando i lampioni che, a quell’ora, gettavano una luce gialla e fioca sul
marciapiede. Ogni tanto incontravano qualche gruppetto che passeggiava a passo
lento, e qualche auto che passava senza fretta.
Pallavicino apparve in pochi minuti: un quartiere più
silenzioso e tranquillo, dove i palazzi si affacciavano su vie strette e buie.
Le insegne dei negozi, ormai spente, rivelavano serrande abbassate e finestre
coperte. In quell’oscurità, si intravedeva qualche ombra dietro le persiane, ma
la maggior parte delle luci era già spenta.
Arrivarono infine a un edificio abbandonato, una vecchia
struttura di cemento e mattoni, con le finestre rotte e le porte arrugginite,
segni di anni di trascuratezza.
Alla vista, un brivido gelido percorse la schiena di
Giovanni. Erano passati innumerevoli volte per quella zona senza alcun
problema. Di notte, però, quell’edificio gli trasmise inquietudine, come se
stessero per violare qualcosa di proibito.
Piero spense il motore e fece cenno agli altri di seguirlo
dentro. Prese dalla tasca una piccola torcia che in quel buio riusciva a
malapena a illuminare la polvere sospesa nell’aria. Salirono le scale, i passi
risuonarono nel silenzio dell’edificio vuoto.
“Piero, dove diavolo ci hai portato?” Sussurrò Giovanni lanciando
occhiate intorno. “Pensavo avessi preso l’erba da qualche spacciatore.”
Piero ridacchiò leggermente, senza fermarsi. “No, nessuno
spacciatore. Questa è roba buona, presa direttamente dal produttore.”
Giovanni si girò verso Valerio, che rispose con un’occhiata
incerta. Continuarono a seguire Piero.
Giovanni sentì un istinto sempre più forte di fermarsi, di
tornare indietro.
Giunti a uno dei piani superiori, Piero accese
l'interruttore, illuminando la stanza con una serie di luci artificiali e
fredde che rischiararono il locale. Giovanni spalancò gli occhi davanti alla
scena.
Di fronte a loro si estendeva una coltivazione di marijuana,
ordinatamente disposta in file di piante rigogliose. Le lampade alogene appese
al soffitto emettevano una luce intensa, simulando la luce del giorno e
illuminando le foglie verdi e spesse. Accanto a ogni pianta, tubi sottili
rilasciavano una soluzione nutritiva a intervalli regolari, creando un sistema
di irrigazione continuo. Ventilatori sparsi nella stanza muovevano leggermente
le foglie, mantenendo l’aria in circolo per dare ossigeno alle piante.
Piero andò avanti e li guardò con un grande sorriso
entusiasta. “Allora, che ve ne pare?”
Giovanni indietreggiò leggermente, sgranando gli occhi mentre
guardava il posto. “Ti rendi conto di che cosa hai fatto, Piero?”
Piero scrollò le spalle, cercando di mantenere il suo tono
leggero. “Che vuoi che sia? L’altra volta ne ho preso giusto un po’… E così
anche stavolta. Nessuno si accorgerà di niente.”
“Ma non vedi?” Giovanni indicò le luci, il sistema elaborato
intorno a loro. “Non è roba improvvisata. Qui dietro c’è un’organizzazione,
Piero. Non quattro tossici qualsiasi.”
Piero alzò le mani, come per placare l’agitazione di
Giovanni. “Rilassati, non è niente di che. L’altra volta è andata liscia.
Prendo solo qualche foglia.” Rispose, strappandone alcune con gesti veloci.
“Nessuno se ne accorgerà, te lo dico io.”
“Ne sei davvero sicuro?” Chiese Valerio con un filo di voce,
lo sguardo fisso su un punto della stanza. Giovanni seguì la direzione del suo
sguardo e sentì il sangue gelarsi nelle vene. In un angolo, sopra la porta, una
telecamera era puntata verso di loro, silenziosa testimone di ogni loro
movimento.
Per un istante rimasero tutti e tre immobili, lo sguardo
fisso sulla telecamera. Poi, senza bisogno di altre parole, scattarono verso la
porta, scendendo le scale a rotta di collo fino a raggiungere gli scooter. Il
respiro affannoso si mescolava all’adrenalina che scorreva nelle vene, e
Giovanni afferrò Piero per la maglia.
“Ci hai messo nei guai, Piero.” Sibilò, la voce intrisa di
rabbia. “Hai idea del rischio che abbiamo corso? Andiamocene e non torniamo mai
più qua, capito?” Piero annuì nervoso, e Giovanni lo lasciò andare. “Ora
andiamocene prima che qualcuno arrivi.”
Senza altre parole, il trio salì in fretta sui Piaggio e
sfrecciò via nel silenzio della notte, lasciandosi alle spalle l’oscurità
inquietante dell’edificio abbandonato.
Una volta arrivati davanti casa sua, Giovanni scese dallo
scooter di Piero e si girò verso di lui, lanciandogli un ultimo sguardo serio.
“Non tornare mai più in quell’edificio. Anzi, per un po’ evita Pallavicino del
tutto.”
Piero annuì, guardando a terra con un’espressione colpevole.
“Mi dispiace di averti messo in questo casino, davvero. Io…” Esitò, cercando le
parole giuste prima di scuotere la testa. “Sono stato ingenuo. La prima volta
che ci sono entrato da solo, pensavo fosse solo un edificio abbandonato. Quando
ho visto l’erba… ho capito che non era un buon segno, ma mi conosci. Mi piace
il rischio.” Si interruppe un attimo, poi continuò: “Così ho preso qualche
foglia, convinto che non se ne sarebbero accorti. E invece sono stato io a non
accorgermi di quella telecamera…”
Giovanni trattenne un sospiro, intuendo quanto il suo amico
si sentisse scioccato e pentito. In fin dei conti, avevano rischiato grosso –
non solo Piero, ma anche lui e Valerio, messi in pericolo per l’incoscienza del
loro amico.
Gli diede un leggero pugno sul braccio, un gesto di conforto.
“Ne siamo usciti sani e salvi. L’importante è non fare più cavolate del genere,
va bene?” Disse, con un tono più morbido. Piero annuì, lo sguardo ancora
ombroso, immerso nei suoi pensieri.
“Ci vediamo domani.” Con un cenno di saluto, Piero accese il
motore e si allontanò nella notte.
Giovanni si girò verso il portone, pronto a entrare, ma una
memoria scomoda lo colpì: suo padre lo aveva chiuso in camera. Guardò il tubo
di scarico alla sua destra e imprecò tra sé: “Cazzo…”
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Ogni azione comporta delle conseguenze, e da queste noi cresciamo. Crescere significa cambiare, non per forza in meglio, però. Vedremo tutto questo nei prossimi capitoli.
Intanto, spero che questo capitolo sia stato di vostro gradimento. Ditemi la vostra con una recensione.
Noi ci vediamo domani, stessa ora, con il terzo capitolo. Ciao!


