Il suono della campanella rimbombava nei corridoi, come
sempre, segnalando la fine della giornata scolastica. Giovanni raccattò i suoi
libri, senza fretta, infilando tutto nello zaino. Era passato qualche giorno da
quella notte a Pallavicino e, nonostante tutto, la vita sembrava aver ripreso
il suo ritmo usuale, quasi come se nulla fosse successo.
Piero e Valerio avevano scherzato insieme a lui come sempre,
parlando di compiti e di nuovi piani per il fine settimana, come se non ci
fosse mai stata nessuna telecamera a fissarli mentre strappavano foglie di
marijuana in un edificio abbandonato. Giovanni si era quasi convinto che fosse
tutto un brutto ricordo, uno di quegli episodi che finiscono nel dimenticatoio.
Però, quel giorno… Giovanni osservò il banco affianco al suo.
Il posto di Piero fu vuoto. Quando quella mattina vide Valerio all’ingresso
della scuola da solo con un’aria stranamente inquieta, Giovanni sentì come se
qualcosa non andasse. Si avvicinò a lui con passo lento, come se fosse incerto
su cosa dire.
“Ehi, hai sentito niente da Piero?” chiese Valerio, senza
nemmeno salutarlo. Giovanni lo guardò perplesso.
“No… perché?” rispose, mentre un piccolo dubbio iniziava a
insinuarsi in lui.
“Oggi non c’è. Gli ho scritto un paio di volte, ma non ha
risposto.” Valerio tentò di scrollare le spalle come per minimizzare, ma
l’ansia gli trapelava negli occhi. Giovanni annuì, sforzandosi di non far
trapelare la preoccupazione che iniziava a serpeggiare anche dentro di lui. Si
rassicurarono a vicenda che Piero si fosse semplicemente preso una pausa,
magari a letto per l’influenza, e decisero di non pensarci troppo.
“Giovanni.” La voce di Valerio lo richiamò dai suoi pensieri.
Lo vide davanti alla porta della classe, aspettando che il suo amico finisse di
raccogliere le sue cose. Il suo tono, solitamente spensierato, in quel momento
suonò serio, e il suo volto trasmise incertezza. “Spicciati.”
Giovanni si mise lo zaino in spalla e si diresse verso di lui.
“Scusa, sto arrivando.”
Valerio cercò di sorridere. “Piero sarà solo malato, non ti
devi preoccupare.” Lo rassicurò, anche se Giovanni pensò stesse cercando di
rassicurare ancor prima se stesso.
“Lo so.” Rispose Giovanni, quasi in un sussurro.
“Domani verrà. Altrimenti, saremo noi a tirarlo fuori di casa.”
Concluse Valerio con un sorriso forzato.
Ma il giorno dopo, quando ancora nessuno aveva notizie di
Piero, l'ansia si trasformò in un peso opprimente, uno di quelli che non si
riesce a ignorare. Alla fine della giornata scolastica, Valerio e Giovanni decisero
di prendere la Piaggio e andare direttamente a casa di Piero per avere la
certezza che stesse bene.
Davanti al portone, Valerio suonò il citofono. Dopo qualche
secondo, una voce femminile rispose con un tono frettoloso, quasi speranzoso.
“Chi è?”
“Signora, siamo Valerio e Giovanni.” Rispose Valerio, scambiando
uno sguardo ansioso con Giovanni. “Volevamo sapere come stava Piero. Non ha risposto
a nessun nostro messaggio, e neanche alle chiamate…”
Seguì qualche secondo di silenzio, poi la madre rispose.
“Salite.” Il portone si aprì con un clic, ma il tono sconfortato della donna
sembrava già aver detto tutto. Solo da quella breve chiacchierata, Giovanni e
Valerio sentirono un’ansia crescente che si stringeva nel petto.
Arrivati all’appartamento, trovarono la madre di Piero sulla porta. Aveva gli occhi
rossi e gonfi. Senza una parola, li fece entrare e li accompagnò alla cucina,
invitandoli a sedersi.
“Non vediamo Piero da due giorni,” disse lei a bassa voce,
con lo sguardo fisso sul tavolo. Si sedette e si coprì il volto con le mani, i
gomiti appoggiati sul tavolo come a cercare di sorreggersi. “Non è tornato a
casa dopo la scuola.”
Giovanni e Valerio si scambiarono uno sguardo allarmato, il
cuore che batteva all’impazzata. Quel giorno Piero era con loro a fare le
solite cose che facevano sempre: andare in giro con gli scooter a divertirsi.
Come accadeva quasi sempre, Piero accompagnò Giovanni ad alcuni minuti di
distanza da casa sua e lo vide sfrecciare con lo scooter nelle stesse vie che
prendeva di solito, quindi sapeva che con tutta probabilità era diretto a casa
sua.
E ora? Ora non c’era. Il pensiero che potesse essergli
successo qualcosa, lontano dai loro occhi, si fece strada nella loro mente come
un’ombra minacciosa.
“Mio marito lo sta ancora cercando. Abbiamo chiesto aiuto
alla polizia. A quanto ci hanno detto, hanno già cominciato le ricerche, ma ancora
niente.” La donna guardò il duo con occhi imploranti. “Vi prego, ditemi che
sapete qualcosa che io non so. Ditemi che è arrabbiato con noi per un qualche
motivo e che vuole starci lontano. Ditemi che ci detesta e non vuole vederci,
che non vuole più avere niente a che fare con noi, ma che sta bene, da qualche
parte…” La voce le si spezzò, e le lacrime cominciarono a scivolare sul viso. “Vi
prego… Mi va bene qualunque risposta, ma ditemi che sta bene. Vi prego…” Implorò
tra singhiozzi e pianti.
I due rimasero congelati ai loro posti, non sapendo cosa
dire. O meglio, non volendo dire cosa successe alcuni giorni prima. Parlare di
quell’evento sarebbe servito solo ad aumentare la preoccupazione e la paura
della donna. Loro, che erano venuti lì in cerca di conforto, si ritrovarono a
dover affrontare lo sguardo disperato di una madre che chiedeva loro l’unica
risposta che non potevano dare.
Dopo aver lasciato la casa di Piero, Giovanni e Valerio
tornarono ognuno per la propria strada, oppressi da un peso che sembrava quasi
soffocarli. Giovanni cercò di ragionare, di convincersi che Piero stesse bene,
che magari fosse solo nascosto da qualche parte per ragioni che ancora non
capivano. Ma dentro di sé sapeva che non era così. Non riusciva a scacciare
quella paura opprimente che lo perseguitava fin dal momento in cui avevano
varcato la soglia dell’edificio abbandonato. Da allora, l’ansia lo aveva
divorato dall’interno, ogni giorno un po’ di più, fino a svanire nel silenzio
di una quotidianità che sembrava tornata normale… solo per lasciare spazio a
un’incertezza ancora più angosciante.
A cena, Giovanni fissava il piatto senza toccarlo. La “cena”
che suo padre gli aveva servito aveva lo stesso aspetto e lo stesso sapore
scadente di sempre, ma quella sera era come un macigno impossibile da mandar
giù.
“Che c’è? Non mangi?” brontolò suo padre, lanciandogli uno
sguardo severo.
“Sono meno motivato del solito.” rispose Giovanni con voce
piatta. Poi si alzò lentamente dalla sedia. “Non mi sento bene, vado a letto.”
Senza aspettare risposta, uscì dalla cucina e attraversò il
corridoio. In quel momento il telegiornale, che fino a pochi istanti prima
riportava notizie sulle tensioni in Medio Oriente, passò bruscamente alla
cronaca locale. Giovanni si bloccò, il passo sospeso a metà, mentre la voce
fredda della giornalista riempiva la stanza, sovrastando ogni altro suono.
“Notizia
dell’ultima ora da Palermo. È stato ritrovato, lungo le rive del fiume Oreto,
il corpo di un giovane di diciassette anni…”
Giovanni sentì il cuore fermarsi per un istante, una fitta di
gelo gli percorse la schiena. Si girò verso il televisore, osservando la
giornalista sullo schermo che continuava a parlare con tono neutro e
professionale, le immagini che scorrevano accanto a lei mostranti una pattuglia
della polizia lungo il fiume, la zona transennata.
“Il corpo, identificato come Piero Raccuglia, era scomparso
alcuni giorni fa. Secondo le prime ricostruzioni della polizia, il giovane
sarebbe stato vittima di un’aggressione violenta, ma al momento restano da
chiarire le dinamiche esatte del delitto.”
Giovanni sentì un nodo salire alla gola, mentre la
giornalista proseguiva con una fredda sicurezza che pareva accrescere il gelo
dentro di lui.
“Il corpo è stato rinvenuto da un passante, che ha immediatamente
allertato le autorità. Stando a quanto riferito, il giovane riportava segni di
percosse e ferite compatibili con un’aggressione. La polizia ha avviato
un’indagine e al momento non si esclude alcuna pista.”
Giovanni fissava lo schermo senza riuscire a distogliere lo
sguardo, le parole che echeggiavano come un martello nella sua testa.
“Il ragazzo frequentava un istituto superiore della città e
al momento si cercano testimoni che possano aver visto qualcosa nei giorni
precedenti alla scomparsa. La famiglia, visibilmente provata, ha lanciato un
appello a chiunque possa avere informazioni utili.”
Un’immagine di Piero apparve brevemente sullo schermo. Era
una foto recente, in cui sorrideva come sempre, spensierato e vivace,
completamente ignaro del destino che lo aspettava. Giovanni si sentì mancare il
respiro, mentre il mondo intorno a lui sembrava dissolversi, lasciandolo solo
con quel senso di vuoto e orrore che non sapeva come affrontare.
La chiesa era avvolta da un silenzio cupo, rotto solo dal
sommesso sussurrare dei presenti e dal fruscio dei loro passi. La mattina,
grigia e fredda, sembrava essersi allineata all’atmosfera del funerale, come se
persino il cielo condividesse quel lutto. I banchi erano pieni: compagni di
scuola, amici d’infanzia, vicini, e persone che, forse, non conoscevano nemmeno
Piero, ma erano lì, in silenzio, a condividere quella tragica assenza. C’era un
odore di candele e incenso nell’aria, una fragranza pungente che si mescolava
con l’umido delle mura antiche e con l’inevitabile profumo dei fiori, disposti
intorno al feretro.
Giovanni e Valerio sedevano insieme tra i primi banchi, gli
sguardi fissi sul pavimento. Il prete parlava con voce solenne, raccontando dei
momenti più sereni della vita di Piero, il suo entusiasmo, la sua energia. Ogni
parola sembrava però incrinarsi sotto il peso dell’assenza, e ogni frase era
una lama invisibile che affondava nei cuori dei presenti.
Poco più avanti, la madre di Piero era appoggiata alla spalla
del marito, il volto nascosto da un fazzoletto, gli occhi gonfi per giorni di
pianto ininterrotto. Ogni tanto si sentiva un singhiozzo soffocato, un pianto
trattenuto che esplodeva tra le preghiere e il canto dell’organo, che suonava
lento e pesante, amplificando la solennità del momento.
Giovanni alzò gli occhi sulla bara, che giaceva al centro
della navata, avvolta da una stoffa bianca e coperta di rose bianche. Ogni
petalo sembrava simbolizzare una promessa infranta, un futuro strappato via
troppo presto. A ogni occhiata, un misto di dolore e colpa riaffiorava in lui,
un nodo che non riusciva a sciogliere.
Giovanni chiuse gli occhi, cercando di trattenere le lacrime.
Ricordava il sorriso di Piero, la risata contagiosa, la sensazione di libertà
mentre sfrecciavano sugli scooter. Tutto, adesso, sembrava distante e
irraggiungibile, come un ricordo di un'altra vita.
Quando il rito giunse al termine, gli amici e i familiari si
misero in fila per un ultimo saluto. Giovanni e Valerio si avvicinarono alla
bara, con le mani che tremavano e la mente offuscata. "Addio, compà."
Sussurrò Giovanni tra sé, in un addio silenzioso che non avrebbe mai voluto
pronunciare.
All’esterno, una leggera pioggia aveva iniziato a cadere, un
velo sottile che avvolgeva tutti in un freddo pungente. Giovanni e Valerio
restavano immobili sotto il cielo cupo, guardando la processione dei parenti e
degli amici che lentamente lasciava il luogo.
Valerio ruppe il silenzio con una voce spezzata. “Sono stati
loro, vero?” Le sue parole erano appena un sussurro, ma tagliavano l’aria come
vetri rotti.
Giovanni si voltò verso di lui, per la prima volta osservando
davvero il volto stanco del suo amico. Non era pronto a incontrare i suoi
occhi, pieni di paura e tensione. Anche lui era logorato, pallido, con i
lineamenti tesi, come se il dolore l’avesse svuotato.
Erano passati alcuni giorni dalla notizia della morte del
loro amico. Nessuno dei due ebbe la forza di parlare o anche solo di uscire di
casa. Il peso dentro di loro era insormontabile.
“Loro lo hanno ucciso, non è così?” insistette Valerio, la
voce tremante, lo sguardo perso nel vuoto. “Ci hanno visto… sulla telecamera.
Tutti e tre. Lui è stato il primo.” Lentamente sollevò lo sguardo, e Giovanni
vide il terrore negli occhi del suo amico, un terrore che rispecchiava il suo.
“Toccherà anche a noi?”
Giovanni aprì la bocca per rispondere, ma non trovava le
parole. Ogni possibile rassicurazione si infrangeva contro la stessa paura che
lo divorava dall’interno, la stessa paura che gli diceva che forse Valerio
aveva ragione.
“Non voglio morire, Giova… non voglio morire…” Valerio
tremava mentre le lacrime, finalmente, gli rigavano il viso.
Giovanni lo strinse in un forte abbraccio, incapace di
aiutarlo in altro modo. “Non morirai. Nessuno dei due morirà.” Sussurrò,
cercando di rassicurare anche se stesso. Giovanni provò le stesse identiche
paure del suo amico, ma cercò di mostrarsi forte. Per Valerio. Per se stesso. Altrimenti
sarebbero caduti in un baratro da cui sarebbe stato impossibile risalire. “Te
lo assicuro.”
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Dopo due primi capitoli abbastanza leggeri, ce ne voleva proprio uno pesante quanto un macigno. Voi cosa ne pensate del capitolo?
Ci vediamo domani, stessa ora, per il quarto. Ciao!


