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Autore: danny3003    04/12/2024    1 recensioni
[STORIA FINITA!] [14 ANNI PRIMA DELLA STORIA CANONICA!]
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"Voglio vivere": un desiderio semplice, ma carico di peso, espresso in un momento di disperazione.
Giovanni Cataldo è un ragazzo come tanti, intrappolato in una vita segnata dalla perdita e dall’indifferenza. Un mondo in cui sembra non esserci spazio per sogni o speranze. Ma quando il destino lo trascina in un oscuro vortice di eventi, Giovanni si ritrova a lottare non solo contro nemici visibili, ma soprattutto contro i demoni dentro di sé. Guidato da una figura tanto eccentrica quanto potente, dovrà affrontare le sue paure, il peso del rimpianto e un odio che rischia di consumarlo.
Pensava che il suo desiderio fosse semplice, quasi insignificante. Scoprirà che vivere davvero è molto più complesso di quanto avesse mai immaginato.
Una storia che intreccia vendetta e redenzione, dolore e speranza, che esplora i confini tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare, in un viaggio alla ricerca di un nuovo scopo e di un posto nel mondo.
Genere: Angst, Fantasy, Hurt/Comfort | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Nuovo personaggio, Sorpresa
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
Capitoli:
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PRESAGI

Il suono della campanella rimbombava nei corridoi, come sempre, segnalando la fine della giornata scolastica. Giovanni raccattò i suoi libri, senza fretta, infilando tutto nello zaino. Era passato qualche giorno da quella notte a Pallavicino e, nonostante tutto, la vita sembrava aver ripreso il suo ritmo usuale, quasi come se nulla fosse successo.

Piero e Valerio avevano scherzato insieme a lui come sempre, parlando di compiti e di nuovi piani per il fine settimana, come se non ci fosse mai stata nessuna telecamera a fissarli mentre strappavano foglie di marijuana in un edificio abbandonato. Giovanni si era quasi convinto che fosse tutto un brutto ricordo, uno di quegli episodi che finiscono nel dimenticatoio.

Però, quel giorno… Giovanni osservò il banco affianco al suo. Il posto di Piero fu vuoto. Quando quella mattina vide Valerio all’ingresso della scuola da solo con un’aria stranamente inquieta, Giovanni sentì come se qualcosa non andasse. Si avvicinò a lui con passo lento, come se fosse incerto su cosa dire.

“Ehi, hai sentito niente da Piero?” chiese Valerio, senza nemmeno salutarlo. Giovanni lo guardò perplesso.

“No… perché?” rispose, mentre un piccolo dubbio iniziava a insinuarsi in lui.

“Oggi non c’è. Gli ho scritto un paio di volte, ma non ha risposto.” Valerio tentò di scrollare le spalle come per minimizzare, ma l’ansia gli trapelava negli occhi. Giovanni annuì, sforzandosi di non far trapelare la preoccupazione che iniziava a serpeggiare anche dentro di lui. Si rassicurarono a vicenda che Piero si fosse semplicemente preso una pausa, magari a letto per l’influenza, e decisero di non pensarci troppo.

“Giovanni.” La voce di Valerio lo richiamò dai suoi pensieri. Lo vide davanti alla porta della classe, aspettando che il suo amico finisse di raccogliere le sue cose. Il suo tono, solitamente spensierato, in quel momento suonò serio, e il suo volto trasmise incertezza. “Spicciati.”

Giovanni si mise lo zaino in spalla e si diresse verso di lui. “Scusa, sto arrivando.”

Valerio cercò di sorridere. “Piero sarà solo malato, non ti devi preoccupare.” Lo rassicurò, anche se Giovanni pensò stesse cercando di rassicurare ancor prima se stesso.

“Lo so.” Rispose Giovanni, quasi in un sussurro.

“Domani verrà. Altrimenti, saremo noi a tirarlo fuori di casa.” Concluse Valerio con un sorriso forzato.

Ma il giorno dopo, quando ancora nessuno aveva notizie di Piero, l'ansia si trasformò in un peso opprimente, uno di quelli che non si riesce a ignorare. Alla fine della giornata scolastica, Valerio e Giovanni decisero di prendere la Piaggio e andare direttamente a casa di Piero per avere la certezza che stesse bene.

Davanti al portone, Valerio suonò il citofono. Dopo qualche secondo, una voce femminile rispose con un tono frettoloso, quasi speranzoso. “Chi è?”

“Signora, siamo Valerio e Giovanni.” Rispose Valerio, scambiando uno sguardo ansioso con Giovanni. “Volevamo sapere come stava Piero. Non ha risposto a nessun nostro messaggio, e neanche alle chiamate…”

Seguì qualche secondo di silenzio, poi la madre rispose. “Salite.” Il portone si aprì con un clic, ma il tono sconfortato della donna sembrava già aver detto tutto. Solo da quella breve chiacchierata, Giovanni e Valerio sentirono un’ansia crescente che si stringeva nel petto.

Arrivati all’appartamento, trovarono  la madre di Piero sulla porta. Aveva gli occhi rossi e gonfi. Senza una parola, li fece entrare e li accompagnò alla cucina, invitandoli a sedersi.

“Non vediamo Piero da due giorni,” disse lei a bassa voce, con lo sguardo fisso sul tavolo. Si sedette e si coprì il volto con le mani, i gomiti appoggiati sul tavolo come a cercare di sorreggersi. “Non è tornato a casa dopo la scuola.”

Giovanni e Valerio si scambiarono uno sguardo allarmato, il cuore che batteva all’impazzata. Quel giorno Piero era con loro a fare le solite cose che facevano sempre: andare in giro con gli scooter a divertirsi. Come accadeva quasi sempre, Piero accompagnò Giovanni ad alcuni minuti di distanza da casa sua e lo vide sfrecciare con lo scooter nelle stesse vie che prendeva di solito, quindi sapeva che con tutta probabilità era diretto a casa sua.

E ora? Ora non c’era. Il pensiero che potesse essergli successo qualcosa, lontano dai loro occhi, si fece strada nella loro mente come un’ombra minacciosa.

“Mio marito lo sta ancora cercando. Abbiamo chiesto aiuto alla polizia. A quanto ci hanno detto, hanno già cominciato le ricerche, ma ancora niente.” La donna guardò il duo con occhi imploranti. “Vi prego, ditemi che sapete qualcosa che io non so. Ditemi che è arrabbiato con noi per un qualche motivo e che vuole starci lontano. Ditemi che ci detesta e non vuole vederci, che non vuole più avere niente a che fare con noi, ma che sta bene, da qualche parte…” La voce le si spezzò, e le lacrime cominciarono a scivolare sul viso. “Vi prego… Mi va bene qualunque risposta, ma ditemi che sta bene. Vi prego…” Implorò tra singhiozzi e pianti.

I due rimasero congelati ai loro posti, non sapendo cosa dire. O meglio, non volendo dire cosa successe alcuni giorni prima. Parlare di quell’evento sarebbe servito solo ad aumentare la preoccupazione e la paura della donna. Loro, che erano venuti lì in cerca di conforto, si ritrovarono a dover affrontare lo sguardo disperato di una madre che chiedeva loro l’unica risposta che non potevano dare.

Dopo aver lasciato la casa di Piero, Giovanni e Valerio tornarono ognuno per la propria strada, oppressi da un peso che sembrava quasi soffocarli. Giovanni cercò di ragionare, di convincersi che Piero stesse bene, che magari fosse solo nascosto da qualche parte per ragioni che ancora non capivano. Ma dentro di sé sapeva che non era così. Non riusciva a scacciare quella paura opprimente che lo perseguitava fin dal momento in cui avevano varcato la soglia dell’edificio abbandonato. Da allora, l’ansia lo aveva divorato dall’interno, ogni giorno un po’ di più, fino a svanire nel silenzio di una quotidianità che sembrava tornata normale… solo per lasciare spazio a un’incertezza ancora più angosciante.

A cena, Giovanni fissava il piatto senza toccarlo. La “cena” che suo padre gli aveva servito aveva lo stesso aspetto e lo stesso sapore scadente di sempre, ma quella sera era come un macigno impossibile da mandar giù.

“Che c’è? Non mangi?” brontolò suo padre, lanciandogli uno sguardo severo.

“Sono meno motivato del solito.” rispose Giovanni con voce piatta. Poi si alzò lentamente dalla sedia. “Non mi sento bene, vado a letto.”

Senza aspettare risposta, uscì dalla cucina e attraversò il corridoio. In quel momento il telegiornale, che fino a pochi istanti prima riportava notizie sulle tensioni in Medio Oriente, passò bruscamente alla cronaca locale. Giovanni si bloccò, il passo sospeso a metà, mentre la voce fredda della giornalista riempiva la stanza, sovrastando ogni altro suono.

“Notizia dell’ultima ora da Palermo. È stato ritrovato, lungo le rive del fiume Oreto, il corpo di un giovane di diciassette anni…”

Giovanni sentì il cuore fermarsi per un istante, una fitta di gelo gli percorse la schiena. Si girò verso il televisore, osservando la giornalista sullo schermo che continuava a parlare con tono neutro e professionale, le immagini che scorrevano accanto a lei mostranti una pattuglia della polizia lungo il fiume, la zona transennata.

“Il corpo, identificato come Piero Raccuglia, era scomparso alcuni giorni fa. Secondo le prime ricostruzioni della polizia, il giovane sarebbe stato vittima di un’aggressione violenta, ma al momento restano da chiarire le dinamiche esatte del delitto.”

Giovanni sentì un nodo salire alla gola, mentre la giornalista proseguiva con una fredda sicurezza che pareva accrescere il gelo dentro di lui.

“Il corpo è stato rinvenuto da un passante, che ha immediatamente allertato le autorità. Stando a quanto riferito, il giovane riportava segni di percosse e ferite compatibili con un’aggressione. La polizia ha avviato un’indagine e al momento non si esclude alcuna pista.”

Giovanni fissava lo schermo senza riuscire a distogliere lo sguardo, le parole che echeggiavano come un martello nella sua testa.

“Il ragazzo frequentava un istituto superiore della città e al momento si cercano testimoni che possano aver visto qualcosa nei giorni precedenti alla scomparsa. La famiglia, visibilmente provata, ha lanciato un appello a chiunque possa avere informazioni utili.”

Un’immagine di Piero apparve brevemente sullo schermo. Era una foto recente, in cui sorrideva come sempre, spensierato e vivace, completamente ignaro del destino che lo aspettava. Giovanni si sentì mancare il respiro, mentre il mondo intorno a lui sembrava dissolversi, lasciandolo solo con quel senso di vuoto e orrore che non sapeva come affrontare.

 

La chiesa era avvolta da un silenzio cupo, rotto solo dal sommesso sussurrare dei presenti e dal fruscio dei loro passi. La mattina, grigia e fredda, sembrava essersi allineata all’atmosfera del funerale, come se persino il cielo condividesse quel lutto. I banchi erano pieni: compagni di scuola, amici d’infanzia, vicini, e persone che, forse, non conoscevano nemmeno Piero, ma erano lì, in silenzio, a condividere quella tragica assenza. C’era un odore di candele e incenso nell’aria, una fragranza pungente che si mescolava con l’umido delle mura antiche e con l’inevitabile profumo dei fiori, disposti intorno al feretro.

Giovanni e Valerio sedevano insieme tra i primi banchi, gli sguardi fissi sul pavimento. Il prete parlava con voce solenne, raccontando dei momenti più sereni della vita di Piero, il suo entusiasmo, la sua energia. Ogni parola sembrava però incrinarsi sotto il peso dell’assenza, e ogni frase era una lama invisibile che affondava nei cuori dei presenti.

Poco più avanti, la madre di Piero era appoggiata alla spalla del marito, il volto nascosto da un fazzoletto, gli occhi gonfi per giorni di pianto ininterrotto. Ogni tanto si sentiva un singhiozzo soffocato, un pianto trattenuto che esplodeva tra le preghiere e il canto dell’organo, che suonava lento e pesante, amplificando la solennità del momento.

Giovanni alzò gli occhi sulla bara, che giaceva al centro della navata, avvolta da una stoffa bianca e coperta di rose bianche. Ogni petalo sembrava simbolizzare una promessa infranta, un futuro strappato via troppo presto. A ogni occhiata, un misto di dolore e colpa riaffiorava in lui, un nodo che non riusciva a sciogliere.

Giovanni chiuse gli occhi, cercando di trattenere le lacrime. Ricordava il sorriso di Piero, la risata contagiosa, la sensazione di libertà mentre sfrecciavano sugli scooter. Tutto, adesso, sembrava distante e irraggiungibile, come un ricordo di un'altra vita.

Quando il rito giunse al termine, gli amici e i familiari si misero in fila per un ultimo saluto. Giovanni e Valerio si avvicinarono alla bara, con le mani che tremavano e la mente offuscata. "Addio, compà." Sussurrò Giovanni tra sé, in un addio silenzioso che non avrebbe mai voluto pronunciare.

All’esterno, una leggera pioggia aveva iniziato a cadere, un velo sottile che avvolgeva tutti in un freddo pungente. Giovanni e Valerio restavano immobili sotto il cielo cupo, guardando la processione dei parenti e degli amici che lentamente lasciava il luogo.

Valerio ruppe il silenzio con una voce spezzata. “Sono stati loro, vero?” Le sue parole erano appena un sussurro, ma tagliavano l’aria come vetri rotti.

Giovanni si voltò verso di lui, per la prima volta osservando davvero il volto stanco del suo amico. Non era pronto a incontrare i suoi occhi, pieni di paura e tensione. Anche lui era logorato, pallido, con i lineamenti tesi, come se il dolore l’avesse svuotato.

Erano passati alcuni giorni dalla notizia della morte del loro amico. Nessuno dei due ebbe la forza di parlare o anche solo di uscire di casa. Il peso dentro di loro era insormontabile.

“Loro lo hanno ucciso, non è così?” insistette Valerio, la voce tremante, lo sguardo perso nel vuoto. “Ci hanno visto… sulla telecamera. Tutti e tre. Lui è stato il primo.” Lentamente sollevò lo sguardo, e Giovanni vide il terrore negli occhi del suo amico, un terrore che rispecchiava il suo. “Toccherà anche a noi?”

Giovanni aprì la bocca per rispondere, ma non trovava le parole. Ogni possibile rassicurazione si infrangeva contro la stessa paura che lo divorava dall’interno, la stessa paura che gli diceva che forse Valerio aveva ragione.

“Non voglio morire, Giova… non voglio morire…” Valerio tremava mentre le lacrime, finalmente, gli rigavano il viso.

Giovanni lo strinse in un forte abbraccio, incapace di aiutarlo in altro modo. “Non morirai. Nessuno dei due morirà.” Sussurrò, cercando di rassicurare anche se stesso. Giovanni provò le stesse identiche paure del suo amico, ma cercò di mostrarsi forte. Per Valerio. Per se stesso. Altrimenti sarebbero caduti in un baratro da cui sarebbe stato impossibile risalire. “Te lo assicuro.”

FINE CAPITOLO.
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Dopo due primi capitoli abbastanza leggeri, ce ne voleva proprio uno pesante quanto un macigno. Voi cosa ne pensate del capitolo?
Ci vediamo domani, stessa ora, per il quarto. Ciao!
   
 
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