Nei giorni successivi, Giovanni cercò di distrarsi, di tenere
a bada il dolore e soprattutto la paura che non lo lasciava mai davvero. Andava
a scuola con una dedizione improvvisa, buttandosi sui libri come se fossero
l'unica via di fuga da quella realtà insostenibile. Un cambiamento che non
sfuggì né ai compagni né ai professori.
“Cataldo.” Lo chiamò il professore alla fine di una lezione,
mentre Giovanni raccoglieva i suoi appunti. Quel giorno aveva chiesto di
recuperare una verifica andata male due settimane prima. Giovanni sollevò lo
sguardo e vide il professore fermo accanto alla porta della classe, con
un’espressione seria.
“Posso parlarti un attimo fuori?”
Giovanni annuì e lo seguì in corridoio. Il professore chiuse
la porta alle loro spalle, restando in silenzio per qualche istante. Giovanni
abbassò lo sguardo, anticipando parole che preferiva non sentire.
“So che stai attraversando un periodo difficile.” Disse il
professore, con un tono che voleva essere gentile. “Perdere un amico in questo
modo è… devastante. Ma buttarti nello studio per cercare di sfuggire a tutto
questo… non ti farà bene.”
Giovanni strinse le spalle, provando un fastidio crescente.
“Sto solo cercando di fare qualcosa di utile.” Rispose, cercando di suonare
fermo. “Almeno così non sto lì a pensare a… a tutto quello che è successo.”
Il professore sospirò. “Capisco il tuo desiderio di
distrarti, e in parte è naturale. Ma quando ti butti nello studio solo per non
affrontare quello che provi, rischi di accumulare altro dolore. È come mettere
una benda sopra una ferita aperta senza mai curarla davvero. Ti sembra di star
risolvendo qualcosa, ma in realtà stai solo evitando di affrontare quello che
provi.”
Giovanni serrò la mascella, scuotendo leggermente la testa.
Non può capire, pensò. Perché il dolore che sentiva non era solo la perdita di
Piero, ma quella paura soffocante che si faceva più forte ogni volta che
chiudeva gli occhi. Una paura che si era fatta strada tra le pieghe della sua
mente, sussurrandogli che ciò che era successo a Piero poteva succedere anche a
lui, in qualsiasi momento. Come poteva il professore capire che il solo modo
che aveva per respirare era chiudere fuori tutto, come se niente fosse
successo?
“Non posso, prof…” Mormorò, incapace di spiegare quello che
stava provando in quel momento.
Il professore gli appoggiò una mano sulla spalla. “Giovanni,
quello che provi è più che normale, ed è comprensibile volere una distrazione.
Ma il dolore non se ne andrà semplicemente ignorandolo. Più lo seppellisci, più
rischia di diventare qualcosa che ti trascini dietro senza riuscire mai a
liberartene. ”
Giovanni trattenne il respiro, cercando di non far trapelare
la sua frustrazione. Lui non sa cosa significa vivere con questa paura ogni
singolo giorno. Il dolore del lutto era solo la punta di un iceberg ben più
oscuro. E se avesse permesso a tutto quel terrore di venir fuori, non sapeva se
sarebbe riuscito a rimettersi insieme.
Il professore lo osservò in silenzio, cercando di leggere
qualcosa in quello sguardo duro e stanco. “So che non è facile, Giovanni. E so
che forse tutto questo ti sembra insopportabile. Ma ti chiedo solo di darti il
permesso di affrontare quello che provi, un passo alla volta. E ricordati: non
sei da solo. Se non ti va di parlarne con me, fallo con qualcuno di cui ti
fidi.”
Giovanni annuì semplicemente. “Ci proverò, prof.” Disse,
cercando di finire lì il discorso. Tra sé, si ripeté di come lui non potesse
capire. Però, su una cosa aveva ragione. Doveva parlarne con qualcuno.
Rientrato in classe, Giovanni lanciò uno sguardo al banco di
Valerio, vuoto come nei giorni precedenti. Dalla morte di Valerio, il suo amico
non era più tornato a scuola. Mentre Giovanni affrontava il dolore e la paura
cercando conforto nello studio, Valerio aveva scelto un cammino opposto: si
rinchiudeva in casa, prigioniero della sua ansia, temendo che potesse
accadergli qualcosa.
Un sospiro pesante uscì dalle labbra di Giovanni. La sua vita
normale sembrava un ricordo lontano, impossibile da recuperare. Tornò a casa
come ogni giorno, cercando di non pensare a cosa potesse nascondersi dietro
ogni angolo che attraversava. Fu in quel momento che ricevette una chiamata,
proprio da Valerio.
“Ehi, compà.” Rispose Giovanni, il cuore che batteva forte.
“Ehi, Giovanni…” La voce di Valerio tremava, rotta da
un’emozione che Giovanni non riusciva a decifrare. “Vorrei… vorrei parlarti
faccia a faccia. Puoi venire alla fabbrica chimica?”
Giovanni spalancò gli occhi, sorpreso. Parlava della fabbrica
chimica abbandonata dell’Arenella, uno dei quartieri di Palermo. Erano soliti
andarci quando non volevano essere disturbati da nessuno. “Stai scherzando,
vero? Si tratta di minimo cinque chilometri che devo fare a piedi. Perché mi
vuoi incontrare lì?”
Ci fu silenzio dall’altra parte. Dopo alcuni secondi, arrivò
la sua voce. “Ti prego…” Chiese in tono implorante, a cui Giovanni rispose con
un sospiro rassegnato.
Il tono implorante colpì Giovanni come un pugno allo stomaco.
Con un sospiro rassegnato, rispose. “Va bene. Ci vediamo lì tra circa un’ora. A
dopo.” Chiuse poi la chiamata con il cuore pesante. Valerio doveva parlargli e
Giovanni ripensò alle parole del suo professore. Forse voleva parlare con
qualcuno di cui si fidava di tutto ciò che gli stava passando per la testa.
Anche se, in realtà, Giovanni sapeva bene cosa gli stava passando, dato che
entrambi avevano vissuto lo stesso dramma.
In ogni caso, qualunque fosse la ragione, Giovanni si diresse
verso il punto d’incontro, deciso ad aiutare il suo amico in qualsiasi modo
possibile. Se c'era qualcosa che poteva fare per aiutarlo, non si sarebbe
tirato indietro.
All’Arenella, davanti alla fabbrica chimica abbandonata,
Giovanni avanzava con passo rapido e attento. Gli edifici intorno erano
desolati, e il silenzio opprimente gli riempiva le orecchie. Aveva la sensazione
che Valerio si trovasse in uno dei luoghi che frequentavano sempre, così si
diresse istintivamente lì.
Fu la scelta giusta. Entrando in una delle stanze vuote,
trovò Valerio rannicchiato a terra, la schiena contro la parete e la testa
appoggiata sulle ginocchia. Al rumore dei suoi passi, Valerio sussultò, ma non
sollevò lo sguardo.
“Valerio?” Giovanni si
inginocchiò di fronte a lui, mettendogli una mano sulla spalla. “Che succede?”
Le spalle di Valerio iniziarono a tremare, e Giovanni sentì
il suono dei singhiozzi, soffocati e spezzati. “Mi dispiace… mi dispiace
davvero.” Sussurrò Valerio con voce rotta.
Giovanni aprì la bocca per chiedergli di cosa stesse
parlando, ma un brivido gelido gli corse lungo la schiena quando una voce
sconosciuta e autoritaria parlò alle sue spalle.
“Eccovi insieme, finalmente.”
Giovanni si girò di scatto, gli occhi spalancati. Di fronte a
lui stava un uomo dai capelli scuri, con occhi penetranti e un ghigno
malizioso. Indossava abiti casual, ma la freddezza nel suo sguardo rivelava
un’autorità inquietante. Alle sue spalle, altri cinque uomini attendevano in
silenzio, come ombre minacciose.
Giovanni rimase immobile, il cuore martellante e le parole
bloccate in gola. Scrutò ogni movimento dell’uomo, cercando di mantenere la
calma.
“Allora…” Disse l’uomo con tono beffardo. “Come sono andate
le vostre giornate da quando avete pensato di intrufolarvi nel nostro
laboratorio? Spero vi siate divertiti. Scommetto che scherzavate e ridevate
come sempre... almeno fino a quando il vostro amico non è morto. Ogni azione ha
delle conseguenze, ragazzi. Spero abbiate imparato la lezione.”
Un’ondata di rabbia travolse Giovanni. Non riuscì a
trattenersi. “Avete ucciso il nostro amico… solo per un po’ di erba?” sibilò,
stringendo i pugni fino a farli sbiancare.
L’uomo scosse la testa con un sorriso sottile. “Non importa
quanto o cosa abbiate rubato. Il punto è che avete osato farlo. E questo è
sufficiente per meritare una punizione.”
“Non abbiamo rubato niente…” rispose Giovanni, cercando di
mantenere la calma. “Sapete bene com’è andata quel giorno. Chi vi ha fatto un
danno… è già morto. Non basta?”
L’uomo annuì lentamente. “Oh, so bene che voi due non avete
preso niente. Ma eravate lì, e sapevate. Sapevate cosa era successo e chi era
responsabile. Avete assistito al risultato, avete visto le conseguenze.”
“Siamo rimasti zitti.” Replicò Giovanni, la voce tesa. “Saremmo
potuti andare dalla polizia, raccontare tutto quando abbiamo saputo
dell’omicidio. Ma non l’abbiamo fatto.”
“E per quanto ancora avreste taciuto?” L’uomo lo guardò, un
ghigno sardonico che gli deformava il viso. “Per quanto avreste potuto
resistere prima che il senso di colpa vi divorasse e foste andati a spifferare
tutto? Non possiamo correre quel rischio.”
Giovanni lo fissava, sentendo la speranza sgretolarsi.
“Perché proprio ora? Perché venire a prenderci solo adesso?”
L’uomo indicò Valerio, rannicchiato dietro Giovanni. “Il tuo
amico è stato un bel problema. Non usciva mai di casa, neanche per cinque
minuti. Non ci dava modo di avvicinarci senza dare nell’occhio. Tu, d’altra
parte, eri una preda facile. Ma sapevo che, se ti avessi ucciso subito, lui
avrebbe passato il resto dei suoi giorni nascosto, oppure… avrebbe cantato.
Così abbiamo aspettato. Qualche giorno di tranquillità per farvi abbassare la
guardia, per farlo uscire… come un topolino che lascia la tana. E appena ha
messo piede fuori, lo abbiamo preso e gli abbiamo fatto una proposta.”
Giovanni sentì il cuore contrarsi mentre il significato di
quelle parole lo colpiva con la forza di un pugno. Serrò la mascella per non
far trasparire emozioni.
“La sua vita in cambio della tua.” Continuò l’uomo, con un
ghigno soddisfatto. “E sai una cosa? Non ci ha pensato due volte!” L’uomo rise,
una risata che risuonava tra le mura vuote, carica di malizia e disprezzo.
Giovanni si sentì sprofondare. La sua mente si rifiutava di
accettare quello che stava sentendo, eppure… era lì, davanti a lui. Le spalle
di Valerio tremarono, e quando alzò il viso, Giovanni sentì la vergogna e la
disperazione nella sua voce.
“Mi dispiace…” mormorò Valerio, la voce ridotta a un
sussurro. “Io… non sapevo cosa fare. Avevo paura… Ho pensato che fosse l’unica
possibilità…”
“Sta zitto.” Lo
interruppe Giovanni, non riuscendo a sopportare di guardarlo. Tenendo gli occhi
fissi sull’uomo davanti a sé, aggiunse: “Scappa e vattene via di qui.”
Valerio rimase paralizzato, i suoi occhi pieni di lacrime e
rimorso. “Giovanni… io…”
Giovanni serrò i denti, cercando di trattenere la rabbia.
“Non osare scusarti.” Sibilò. Espirò col naso e si rivolse all’uomo. “Prenderete
me e lascerete andare lui, quindi? È una promessa?”
L’uomo si accigliò per un attimo prima di fare un sorriso
divertito. “Certamente. Parola d’onore.”
“Vatteme, Valerio. Scappa veloce.” Valerio esitò ancora, ma
quando Giovanni gli lanciò uno sguardo carico di disperazione e rabbia.
“Vattene!” Gli urlò. Valerio capì che non c’era più nulla da dire. Si voltò di
scatto e scappò verso il retro, i passi che si affievolivano nell’eco del
silenzio. Rimase da solo con loro, l’uomo ei suoi cinque sottoposti.
Giovanni chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. Il
cuore batteva violento nel petto, rimbombando nelle orecchie, ma non si lasciò
sopraffare. Rimase immobile, fermo, aspettando la fine come se quella fosse
ormai l’unica certezza rimasta.
“Hai un gran coraggio, ragazzo.” Disse l’uomo con un sorriso
divertito, estraendo lentamente la pistola dalla cintura. “Sei pronto?”
Giovanni riaprì gli occhi e lo fissò, mantenendo lo sguardo
fermo. Era tutta la risposta di cui l’uomo aveva bisogno. Senza un’esitazione,
puntò l’arma e premette il grilletto. I colpi squarciarono l’aria, fendendo il
silenzio. Il dolore fu immediato, accecante, ma Giovanni non riuscì nemmeno a
urlare. Sentì il corpo cedere, cadendo con la schiena contro il pavimento
freddo e ruvido, mentre il sangue iniziava a impregnare il terreno,
allargandosi in una macchia scarlatta.
Ogni respiro era una lotta, un’agonia lenta. La vista
cominciava a sfocarsi, le orecchie ronzavano, e il sapore del sangue gli
riempiva la bocca, metallico e ferroso. Intorno a lui, il silenzio era spezzato
solo dai suoi gorgoglii soffocati e dalla voce dell’uomo, che pronunciava
parole indistinte. Riuscì a cogliere solo frammenti: “agnello” e “prendete”.
Poi il gruppo si allontanò, lasciandolo solo in quella stanza.
Con lo sguardo rivolto al soffitto fatiscente, Giovanni sentì
la mente trascinarsi in un vortice di ricordi e rimpianti. Rivedeva frammenti
della sua vita, momenti sparsi che, uno dopo l’altro, si rivelavano vuoti,
insignificanti. Una vita trascorsa senza vere aspirazioni, un’esistenza vissuta
ai margini, tra la superficialità delle risate con gli amici e la freddezza di
una casa che non era mai stata un rifugio. Si rese conto che aveva passato
diciassette anni ad aspettare, senza mai agire, senza mai trovare qualcosa che
valesse davvero.
Era convinto di aver trovato una sorta di felicità nelle
uscite con Piero e Valerio, nelle risate e nelle serate spensierate, ma ora si
chiedeva se fosse mai stata vera. Gli era servita solo a distrarsi, a coprire
un vuoto che conosceva troppo bene: una madre morta troppo presto e un padre
che, invece di proteggerlo, si era rifugiato nell’alcol. Giovanni provò
un’ondata di rabbia, un odio viscerale per quella vita che non aveva mai
chiesto. Odio per se stesso, per suo padre, per tutto ciò che avrebbe potuto
essere e non era mai stato.
E mentre il sangue continuava a scorrere, lasciando una scia
di calore sul pavimento freddo, pensò che, forse, morire in quel momento
sarebbe stato il miglior epilogo possibile. Almeno sarebbe stato un modo per
mettere fine a quell’agonia silenziosa.
Istintivamente, mosse la mano per posarla sul petto, nel
tentativo di alleviare il dolore, ma toccò qualcosa di inaspettato, freddo e
leggero. Con le ultime forze che gli rimanevano, si sforzò di portare quel
pezzo di carta davanti agli occhi. Era un foglio macchiato di sangue: il
volantino che quella ragazza, Magical Girl, gli aveva dato giorni prima. Un
debole sorriso affiorò sulle sue labbra insanguinate. Non si era nemmeno
ricordato di averlo ancora addosso, di non averlo mai buttato via.
Rilesse quella frase: Esprimi un desiderio. Un
desiderio. Come se fosse stato mai capace di desiderare davvero qualcosa. Per
tutta la vita, non aveva saputo cosa volesse, e ora, nel momento della morte,
si rendeva conto di quanto, per una volta, un desiderio lo avesse sfiorato.
Chiuse gli occhi e rivide quelle poche ore passate con Magical
Girl, quelle risate spensierate, le facce sorridenti delle persone nella
fumetteria, il calore e la leggerezza di un mondo che per un breve istante
aveva fatto sentire la sua vita piena. Era stato un assaggio di felicità
autentica, di qualcosa che non fosse solo un tentativo di riempire il vuoto. Furono le ore più belle e felici della sua
vita.
E ora, pensò con un’espressione di rimpianto che andò a
sostituire il suo sorriso, furono anche le ultime della sua vita.
La rabbia e il rimpianto gli serrarono la gola. Non voleva
morire in quel luogo freddo, sporco, abbandonato. Non voleva che tutto terminasse
così.
Il petto gli bruciò mentre sussurrò con un filo di voce, il
sangue che riempì ogni parola: “Io… voglio vivere.”
Le sue labbra si piegarono in un sorriso amaro. Sapeva che
probabilmente era troppo tardi, ma per una volta aveva trovato il coraggio di
desiderare. Desiderare di vivere per scoprire davvero quel mondo fatto di
stranezze e poter dire di aver veramente vissuto una vita felice.
Una luce rosa riempì la stanza, calda e avvolgente, quasi
irreale. Giovanni riuscì a intravedere una figura che avanzava verso di lui, ma
la vista ormai gli sfuggiva. Chiuse gli occhi, lasciando che quella luce lo
avvolgesse, e cedette finalmente alla stanchezza, scivolando nell’incoscienza.
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Chiusa una vita, se ne apre un'altra. Forse non diceva così il proverbio, ma vabbé. Durante la scrittura della storia, pensavo che questo momento sarebbe arrivato capitoli prima, ma poi tutto si è allungato (per ragioni di narrazione) ed è accaduto solo ora.
Voi cosa ne pensate del capitolo?
Ci vediamo domani, stessa ora, per scoprire che ne sarà di Giovanni. Ciao!


