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Autore: danny3003    09/12/2024    1 recensioni
[STORIA FINITA!] [14 ANNI PRIMA DELLA STORIA CANONICA!]
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"Voglio vivere": un desiderio semplice, ma carico di peso, espresso in un momento di disperazione.
Giovanni Cataldo è un ragazzo come tanti, intrappolato in una vita segnata dalla perdita e dall’indifferenza. Un mondo in cui sembra non esserci spazio per sogni o speranze. Ma quando il destino lo trascina in un oscuro vortice di eventi, Giovanni si ritrova a lottare non solo contro nemici visibili, ma soprattutto contro i demoni dentro di sé. Guidato da una figura tanto eccentrica quanto potente, dovrà affrontare le sue paure, il peso del rimpianto e un odio che rischia di consumarlo.
Pensava che il suo desiderio fosse semplice, quasi insignificante. Scoprirà che vivere davvero è molto più complesso di quanto avesse mai immaginato.
Una storia che intreccia vendetta e redenzione, dolore e speranza, che esplora i confini tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare, in un viaggio alla ricerca di un nuovo scopo e di un posto nel mondo.
Genere: Angst, Fantasy, Hurt/Comfort | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Nuovo personaggio, Sorpresa
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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8.LEGAMI

Giovanni si trovava all’aperto, seduto su un muretto di pietra a pochi passi dalla villa. Davanti a lui si estendeva un panorama immerso in una luce crepuscolare, con il cielo violaceo che sembrava riflettere il suo stato d’animo. Fissava un punto indefinito davanti a sé. Il vento, appena percettibile, muoveva lievemente i capelli sulla sua fronte.

Strinse i pugni, la frustrazione che si mescolava al senso di colpa e all'insicurezza. Ogni allenamento fallito, ogni sguardo che Serafall gli lanciava con quel misto di dolcezza e aspettative, si accumulavano dentro di lui come un peso insopportabile.

Fu allora che una voce profonda e calma interruppe il silenzio. “Giovanni?”

Il ragazzo si girò di scatto e vide Lord Sitri, elegantemente vestito in un completo scuro, che si avvicinava a lui con passo tranquillo. Nonostante l’apparente rigidità della sua postura, il suo volto era segnato da una certa curiosità.

“Lord Sitri.” rispose Giovanni, alzandosi in piedi d’istinto, quasi imbarazzato.

“Come mai non sei con Serafall? Non è da lei lasciarti da solo.” Chiese l’uomo con una nota di curiosità.

Giovanni abbassò lo sguardo. “Le ho detto che volevo stare da solo. Non…” Sospirò e scosse leggermente la testa. “Avevo bisogno di riflettere."

Lord Sitri osservò il ragazzo con attenzione, cogliendo il tono abbattuto nella sua voce. “Capisco.” Rispose dopo un attimo di silenzio. “Allora vieni con me. C’è un posto migliore per riflettere.”

Giovanni lo guardò con leggera curiosità e vide apparire sotto i suoi piedi un cerchio magico. Capendo l’intento, Giovanni esitò per un istante, ma l’insistenza pacata nell’invito di Lord Sitri non gli lasciò molta scelta. Si alzò e si avvicinò a lui, sopra al cerchio. Un vortice d’acqua li avvolse, ma questa volta Giovanni non fu preso alla sprovvista.

Il cerchio li teletrasportò al giardino della magione dei Sitri, un luogo che Giovanni non aveva ancora visto. Era ampio e ben curato, con siepi tagliate in forme geometriche e alberi dalle chiome larghe che offrivano ampie zone d’ombra. Al centro del giardino c’era un tavolo in ferro battuto, affiancato da sedie eleganti.

“Accomodati.” disse Lord Sitri, facendo un cenno verso una delle sedie. Poi si sedette anche lui. “Allora, Giovanni, cosa ti preoccupa così tanto da costringerti a riflettere da solo?”

Aprì la bocca per parlare, ma le parole si fermarono a metà strada. Non sapeva come dirlo. Non sapeva nemmeno da dove cominciare. Alla fine, abbassò lo sguardo e lasciò che il silenzio riempisse quel vuoto momentaneo.

“Credo di non essere adatto a tutto questo.” Mormorò infine, quasi a se stesso.

Lord Sitri lo osservò in silenzio per un momento, il suo volto segnato da una calma assoluta, come se stesse pesando ogni parola del ragazzo. “Eppure sei qui.” Rispose con tono gentile. “Non ti sembra già una prova del fatto che, in qualche modo, ci appartieni?”

Giovanni alzò lo sguardo, le labbra piegate in un mezzo sorriso amaro. “Beh, se è per questo, appartenevo pure alla mia vecchia casa… ma non è andata tanto bene.” Si appoggiò allo schienale, con le spalle che si abbassavano sotto il peso di quel pensiero.

Lord Sitri inclinò leggermente la testa, senza perdere la sua compostezza. “Perché pensi di non essere adatto a ‘tutto questo’, esattamente? Cos’è che ti affligge davvero?”

Giovanni esitò per un momento, ma poi le parole cominciarono a uscire di getto. “Sono la… Regina di Serafall. A detta sua, dovrei essere il suo pezzo più potente, ma dove sarebbe quella potenza? Dentro di me dovrei avere un Sacred Gear tra i più forti di tutti, ma nelle mie mani è inutile perché non riesco neanche a tenerla per più di cinque secondi. E, come se non bastasse, il mio potere magico è equiparabile alla grandezza di una pallina da golf. Come vede, Lord Sitri, non è facile rispondere alla sua domanda.” Finito il suo sfogo, sospirò stancamente.

Lord Sitri rimase in silenzio per qualche istante, poi si sporse leggermente in avanti, il suo sguardo fisso su Giovanni. “E cosa hai intenzione di fare?”

Giovanni lo fissò, il respiro pesante per la rabbia repressa. “Cosa dovrei fare? Non lo so. Niente. Ogni giorno che passo qui dentro mi sento sempre più uno schifo.”

Un sopracciglio di Lord Sitri si alzò con delicatezza. “Vuoi tradire la fiducia che Serafall ha riposto in te, dunque?”

“Nessuno le ha mai chiesto di riporre la sua fiducia in me, tantomeno io.” Ribatté Giovanni, il tono tagliente. “Se pensava di vedere un grande potenziale in me, si sbagliava. Mi dispiace, ma lei non è la prima che deludo… e sicuramente non sarà l’ultima.” La sua voce si abbassò sull’ultima frase, come se il peso delle sue stesse parole lo stesse schiacciando.

Lord Sitri sorrise lievemente, ma c’era una certa gravità nel suo sguardo. “Sai, Serafall può sembrare infantile e impulsiva, ma è molto più saggia di quanto credi. Non ha mai reincarnato nessuno che non pensasse fosse adatto a questa vita.”

Giovanni scosse la testa, i suoi occhi pieni di frustrazione. “Non questa volta. L’ha fatto solo per esaudire il mio desiderio di voler vivere. Lo ha fatto per pietà.”

Lord Sitri si prese un momento per riflettere, poi disse con calma: “A quanto mi è dato sapere, quando è arrivata da te, non eri ancora morto. C’erano molti modi per salvarti, Giovanni. Molti. Ma ha scelto di reincarnarti. Ti sei mai chiesto perché?”

Giovanni serrò la mascella, poi sollevò lo sguardo verso l’uomo davanti a lui. “Allora cosa ha visto in me, oltre a un Sacred Gear che non riesco nemmeno a utilizzare? Cosa ha visto di così interessante in me? Perché io non ho mai visto niente.”

Lord Sitri incrociò le mani sul tavolo, il suo tono più morbido. “A volte abbiamo bisogno di osservare attraverso gli occhi di qualcun altro per vedere ciò che non riusciamo a vedere da soli. Non sempre essere padroni di noi stessi ci rende esperti di chi siamo veramente.”

Giovanni rimase in silenzio, le parole che rimbombavano nella sua testa. “E allora cosa dovrei fare?”

“Rimani al fianco di Serafall.” Rispose Lord Sitri con fermezza. “Se ti sta allenando, lo fa perché vuole che tu sappia difenderti da solo. Sono sicuro che vorrebbe difenderti sempre da tutto e tutti, la conosco, ma lei sa che non potrà esserci sempre. Non c’è bisogno di scoraggiarti, però. Ti darà tutto il tempo che ti serve per diventare più forte e per renderla orgogliosa di te.” Consigliò Lord Sitri.

Passano alcuni secondi in silenzio.

Giovanni abbassò lo sguardo, le mani che si rilassavano lentamente. “Lei crede davvero in lei, non è vero?”

Lord Sitri sorrise, il suo sguardo pieno di calore. “Quale padre non lo fa?”

Il ragazzo esitò, poi lasciò cadere una frase che sembrava essere uscita involontariamente. “Il mio deve essere l’eccezione alla regola, allora…”

Lord Sitri non rispose subito, ma si prese un momento per osservare Giovanni con occhi attenti. “Un vero padre ama sempre il proprio figlio, pur non dimostrandolo. Alcuni rapporti possono essere difficili, ma mai irreparabili.”

“E se invece lo fosse? Se non si potesse riparare?” Gli chiede il ragazzo.

Lord Sitri piegò appena la testa di lato, il sorriso più tenue. “Allora avrai almeno il merito di averci provato.”

Per un attimo, il silenzio tra i due fu riempito solo dal fruscio delle foglie e dal canto lontano di un uccello. Giovanni si appoggiò allo schienale della sedia, guardando il cielo violaceo sopra di loro, ma questa volta sembrava che un peso invisibile lo avesse lasciato.

 

Tornato alla villa di Serafall, Giovanni si diresse verso l’ufficio, seguendo le indicazioni di una cameriera che gli aveva detto di trovarla lì. Davanti alla porta, si fermò, il cuore che gli batteva più forte del normale. Inspirò profondamente per calmarsi, passando una mano tra i capelli, prima di bussare delicatamente e sentire la voce di Serafall.

“Avanti!”

Giovanni aprì la porta, ma non fece in tempo a dire una parola che si ritrovò travolto da un abbraccio improvviso. “Gio-chan! Mi dispiace!” esclamò Serafall, stringendolo così forte da togliergli quasi il fiato.

“S-Serafall!” balbettò, cercando di riprendersi, ma lei continuò imperterrita.

“Sono stata egoista e non ho considerato i tuoi sentimenti! Prometto che non lo farò mai più, quindi non abbandonarmi, per favore!” Le sue parole erano accompagnate da occhi lucidi e un tono che oscillava tra il supplicante e il disperato.

Giovanni si immobilizzò, preso alla sprovvista dalla scena. Non sapeva come rispondere, ma il senso di colpa si insinuò in lui, vedendo quanto sembrasse colpita. “Non… non ti sto abbandonando. E di certo non devi scusarti di nulla. Sono io che mi devo scusare.” Disse con un tono rassicurante, anche se la sua voce era appena un filo, e ricambiando con imbarazzo l’abbraccio. “Mi dispiace per come mi sono comportato.”

Serafall si staccò appena quel tanto che bastava per guardarlo negli occhi, il viso speranzoso. “Quindi non te ne vai?”

“In realtà… sì.” Rispose Giovanni, vedendo la sua espressione cambiare in un istante. “Solo per oggi!” aggiunse in fretta, quando notò che il suo viso stava per riempirsi di tristezza.

Serafall inclinò la testa, confusa, ma aspettò in silenzio.

“Voglio…” Giovanni fece un respiro profondo, abbassando lo sguardo per un momento prima di tornare a fissarla. “Voglio rivedere mio padre, almeno un’ultima volta, se è possibile.” Fece una pausa, poi continuò con voce più ferma: “Da domani riprenderò l’allenamento. Te lo prometto.”

“Ma certo!” Acconsentì Serafall con un sorriso enorme sul volto. Poi aggiunse: “La famiglia è la cosa più importante, dopotutto!”

Giovanni accennò un piccolo sorriso in risposta, abbassando leggermente la testa. “Grazie, Serafall.” Poi sospirò internamente.

Andare da suo padre non era solo un’occasione per provare a recuperare un minimo il rapporto che aveva con lui, ma era anche un modo per voltare pagina. Nell’ultimo mese che era rimasto lì, Giovanni continuò a pensare a casa sua, a suo padre e a come si erano lasciati con parole d’odio. Quei ricordi erano come un’ombra costante nella sua mente. Se non lo avesse mai più dovuto rivedere, Giovanni voleva che almeno le sue ultime parole nei suoi confronti non fossero negative, per quanto, comunque, pensasse che se le fosse meritate tutte.

Un saluto. Se il loro rapporto fosse rimasto irrecuperabile, allora dargli un ultimo saluto sarebbe stato sufficiente per permettere a Giovanni di terminare la sua vecchia vita e cominciare quella nuova. Un solo saluto.

 

Teletrasportato nelle vicinanze di casa sua, Giovanni si ritrovò a percorrere a piedi quel breve tratto che di solito usava per prepararsi mentalmente. Anche ora, il cuore gli batteva forte nel petto mentre si avvicinava sempre di più al portone. Nella mente cercava di costruire un discorso, uno che non fosse né troppo arrabbiato né troppo emotivo. Forse avrebbe iniziato con qualcosa di semplice, per poi seguire il flusso.

Si preparò ai due scenari possibili: se suo padre avesse continuato a comportarsi come suo solito, allora l’avrebbe salutato e se ne sarebbe andato. Ma se, per una volta, avesse mostrato qualcosa di diverso, magari… forse si sarebbe creato un nuovo rapporto. Per quanto improbabile, Giovanni non poté fare a meno di sperare.

Giunto al portone di casa, prese dalla tasca dei pantaloni le chiavi di casa che aveva portato con sé il giorno della sua… reincarnazione. Una volta entrato, si diresse direttamente verso le scale, immaginando già che l’ascensore, come da un anno a quella parte, fosse guasto. Per curiosità, una volta passato di lì si girò a guardarlo.

“Ovviamente.” Scosse la testa alla vista del cartello “Fuori Servizio”, che ormai era diventato parte dell’arredamento, e cominciò a salire le scale.

I due piani gli diedero modo di pensare ancora di più al fatidico incontro. Cosa avrebbe pensato suo padre non appena lo avesse visto? Come avrebbe reagito? Felice? Deluso? Lo avrebbe abbracciato oppure avrebbe fatto come se nulla fosse accaduto e lui non si fosse assentato per un mese intero? Queste domande riempirono la sua mente e, prima di accorgersene, arrivò al secondo piano, esattamente davanti alla porta.

Stava per aprire la porta con le chiavi, ma esitò. Entrare in quel modo sembrava come dire che nulla fosse successo e, soprattutto, cambiato. Troppe cose, invece, erano cambiate in un mese.

Inspirò profondamente e decise di suonare il campanello. Rimase immobile, aspettando. Sentì dei passi lenti dall’altro lato, e il cuore sembrò fermarsi. La porta si aprì, ma non rivelò il volto che si aspettava.

Davanti a lui c’era una donna sulla trentina, i capelli raccolti e uno sguardo curioso e circospetto. “Sì?” chiese con voce neutra, osservandolo.

Giovanni non si era di certo preparato a questo e non seppe che dire. Per un momento, pensò di aver sbagliato appartamento, ma conosceva fin troppo bene quegli interni anche solo intravedendoli.

“Serve qualcosa?” ripeté la donna, leggermente più cauta.

“Ehm…” Giovanni deglutì, cercando di raccogliere i pensieri. “Cerco un certo… signor Cataldo. Pensavo abitasse qui.”

“Il signor Cataldo?” ripeté lei, socchiudendo gli occhi. “Oh… parli del precedente proprietario?”

“Precedente?” Giovanni sentì una fitta allo stomaco. “Quindi se n’è andato?”

La donna annuì, facendo una piccola pausa prima di rispondere. “Non c’è più da circa un mese, a quanto ne so.”

“Capisco…” Le sue spalle si abbassarono. Cercò di mantenere il controllo, ma sentiva un crescente senso di vuoto. “Sa… sa per caso dove posso trovarlo? Ha lasciato un indirizzo?”

La donna esitò, osservandolo con più attenzione. “Scusa… ma lo conoscevi?”

“Sì.” Rispose Giovanni, il tono più basso. “è mio padre.”

La donna sgranò leggermente gli occhi, e il suo volto si addolcì in un’espressione di rammarico. “Oh…” esclamò, con voce tenue. Fece una pausa, quasi come se stesse cercando le parole giuste. “Mi dispiace… ma è deceduto.”

Quelle parole colpirono Giovanni come un pugno allo stomaco. Il mondo sembrò fermarsi mentre lei continuava: “È stato trovato… impiccato. Mi dispiace davvero tanto.”

Il respiro gli si bloccò, e un freddo glaciale gli attraversò il corpo. Cercò di elaborare, di dare un senso a ciò che aveva appena sentito, ma la mente si rifiutava di accettarlo. Sentiva solo il cuore martellare e un ronzio nelle orecchie.

“Vuoi entrare a sederti un momento?” chiese la donna con preoccupazione, vedendo la sua immobilità.

Giovanni rimase fermo, incapace di rispondere. Quando lei allungò una mano per toccargli la spalla, lui si ritrasse debolmente. “Capisco.” Disse con voce rauca e vuota, abbassando lo sguardo. “Mi scusi per il disturbo.”

Prima che la donna potesse rispondere, si voltò e si allontanò velocemente, ignorando il richiamo che lei gli fece. Scese le scale a passi pesanti, quasi inciampando, e si ritrovò fuori.

Il sole aveva colpito il punto più alto quando Giovanni raggiunse il cimitero più vicino, lo stesso dove sua madre fu sepolta. Quando varcò i cancelli, un senso di oppressione gli serrò il petto. Si fece strada tra le tombe, con lo sguardo che cercava automaticamente il nome che conosceva così bene.

Arrivò alla tomba di sua madre. La vista della lapide lo fece stringere i pugni, ma ciò che lo paralizzò fu vedere la tomba accanto. Il posto una volta vuoto era ora occupato da una nuova lapide.

Sulla pietra fredda, il nome di suo padre era inciso con una semplicità che Giovanni trovò insopportabile. “Cataldo Francesco. 1956-2004.” Più in basso, un’epigrafe attirò il suo sguardo:

"Sono stato un pessimo padre, dandoti solo sofferenza. Non ci sono stato quando avevi bisogno di me. E ora che tu non ci sei più, me ne vado sapendo che non ti ho mai detto quanto ti voglio bene."

Giovanni si accovacciò, fissando quelle parole che sembravano urlare più forte di qualunque cosa suo padre gli avesse mai detto in vita. Il respiro gli mancò, e il peso del rimorso lo schiacciò come un macigno.

Strinse i pugni, gli occhi che bruciavano per le lacrime trattenute. Ci provò a lungo, ma alla fine la rabbia e il dolore lo travolsero. Con un grido soffocato, crollò sulle ginocchia e si lasciò andare, le lacrime finalmente libere di scorrere. Pianse a lungo, urlando contro il silenzio, fino a quando non ebbe più voce.

Il sole si avvicinava al tramonto, tingendo l’orizzonte di un tenue arancione, ma Giovanni non alzò lo sguardo. Non sentì il freddo che si insinuava con la sera né si curò delle nuvole grigie che minacciavano di oscurare anche quell’ultimo spiraglio di luce. Dentro di lui, il vuoto aveva preso il sopravvento, un dolore muto e straziante che sembrava risucchiare ogni emozione, lasciando solo un senso di perdita che gli attorcigliava le viscere.

A pochi metri, una luce rosa si irradiò improvvisamente dal terreno, proiettando ombre danzanti sulle lapidi circostanti. Giovanni non si voltò, sapeva già di cosa si trattava.

Dalla luce emerse Serafall, il suo abito rosa brillante un contrasto quasi crudele con la cupezza dell’ambiente. “Gio-chan!” chiamò con il solito entusiasmo, ma la sua voce allegra rallentò quando si guardò intorno. “Lo so che mi avevi detto di volere questa giornata tutta per te, ma… non sono riuscita a resistere. Dovevo vedere come… stavi…”

Il sorriso che inizialmente le illuminava il volto si spense nel momento in cui notò Giovanni, seduto a terra con la schiena appoggiata contro una lapide e la testa china sulle ginocchia. Il suo cuore si strinse.

“Giovanni…” mormorò avvicinandosi lentamente, con cautela, come se temesse di rompere qualcosa di fragile.

“Mio padre è morto…” La informò con tono flebile. “Quel bastardo si è suicidato.”

Serafall si bloccò, le sue mani incerte nel vuoto mentre cercava di trovare il modo giusto di reagire. Alla fine, sussurrò con una dolcezza che sembrava quasi una carezza: “Mi dispiace…”

La sua mano si mosse verso di lui, istintivamente, per offrirgli conforto. Ma si fermò a metà strada, ricordando quanto Giovanni fosse restio al contatto fisico non richiesto. Durante il mese passato insieme, aveva imparato che non era una persona che accoglieva facilmente abbracci o gesti affettuosi. Eppure, in quel momento, avrebbe voluto stringerlo, farlo sentire meno solo.

Decise invece di sedersi accanto a lui, lasciandogli spazio, senza invaderlo. Si sistemò con delicatezza sul terreno freddo, le mani appoggiate in grembo. Il silenzio cadde su di loro, rotto solo dal cinguettio lontano di qualche uccello e dal lieve fruscio del vento tra gli alberi.

“Da quando mia madre è morta, lui è sempre stato un padre stronzo e assente…” cominciò Giovanni, la voce spezzata, ancora con il viso nascosto tra le ginocchia. “Non si è mai interessato a me. Mi sgridava e mi metteva in punizione per ogni minima cosa, solo perché quell’ubriacone doveva prendersela con qualcuno.” Le sue mani strinsero il tessuto dei pantaloni. “Lo odio. Lo detesto. Ma… era pur sempre mio padre. Io…”

Fece una pausa, la sua voce tremante mentre le lacrime gli riempivano gli occhi. “Mi manca…” Le sue spalle tremarono, e i singhiozzi che cercava disperatamente di trattenere si liberarono, frantumando il silenzio.

Serafall non resistette più. Ignorò ogni pensiero sulla distanza emotiva che lui poteva voler mantenere e si sporse verso di lui, avvolgendolo in un abbraccio caldo e deciso. Le sue braccia lo strinsero con dolcezza, ma con fermezza, come a volerlo proteggere da tutto il dolore che lo stava schiacciando.

Giovanni non protestò. Non la respinse. Al contrario, Giovanni pianse sulla sua spalla, aggrappandosi forte a lei, come se una nuova paura fosse nata dentro di lui. La paura di perdere anche lei, l’unica persona che rimaneva nella sua vita.

Sentì la sua disperazione come fosse la propria, e gli accarezzò la schiena con gesti lenti e costanti. “Non devi affrontare tutto questo da solo,” gli sussurrò, con dolcezza. “Ci sono persone che tengono a te, Giovanni. Io… io ci sono. E non ti lascerò mai.”

Le sue parole erano semplici, ma cariche di sincerità, e Giovanni lo sentì. Stringendola ancora più forte, Giovanni lasciò che le lacrime continuassero a scorrere, svuotando il dolore che sembrava non avere fine.

FINE CAPITOLO.
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Andato per risolvere il suo ultimo legame affettivo rimasto con il passato, si è ritrovato a non avere più neanche quello.
Ci vediamo domani, stessa ora, per l'ultimo capitolo di questa storia. Ciao!
   
 
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