Giovanni si trovava all’aperto, seduto su un muretto di
pietra a pochi passi dalla villa. Davanti a lui si estendeva un panorama
immerso in una luce crepuscolare, con il cielo violaceo che sembrava riflettere
il suo stato d’animo. Fissava un punto indefinito davanti a sé. Il vento,
appena percettibile, muoveva lievemente i capelli sulla sua fronte.
Strinse i pugni, la frustrazione che si mescolava al senso di
colpa e all'insicurezza. Ogni allenamento fallito, ogni sguardo che Serafall
gli lanciava con quel misto di dolcezza e aspettative, si accumulavano dentro
di lui come un peso insopportabile.
Fu allora che una voce profonda e calma interruppe il
silenzio. “Giovanni?”
Il ragazzo si girò di scatto e vide Lord Sitri, elegantemente
vestito in un completo scuro, che si avvicinava a lui con passo tranquillo. Nonostante
l’apparente rigidità della sua postura, il suo volto era segnato da una certa
curiosità.
“Lord Sitri.” rispose Giovanni, alzandosi in piedi d’istinto,
quasi imbarazzato.
“Come mai non sei con Serafall? Non è da lei lasciarti da
solo.” Chiese l’uomo con una nota di curiosità.
Giovanni abbassò lo sguardo. “Le ho detto che volevo stare da
solo. Non…” Sospirò e scosse leggermente la testa. “Avevo bisogno di
riflettere."
Lord Sitri osservò il ragazzo con attenzione, cogliendo il
tono abbattuto nella sua voce. “Capisco.” Rispose dopo un attimo di silenzio.
“Allora vieni con me. C’è un posto migliore per riflettere.”
Giovanni lo guardò con leggera curiosità e vide apparire
sotto i suoi piedi un cerchio magico. Capendo l’intento, Giovanni esitò per un
istante, ma l’insistenza pacata nell’invito di Lord Sitri non gli lasciò molta
scelta. Si alzò e si avvicinò a lui, sopra al cerchio. Un vortice d’acqua li
avvolse, ma questa volta Giovanni non fu preso alla sprovvista.
Il cerchio li teletrasportò al giardino della magione dei
Sitri, un luogo che Giovanni non aveva ancora visto. Era ampio e ben curato,
con siepi tagliate in forme geometriche e alberi dalle chiome larghe che
offrivano ampie zone d’ombra. Al centro del giardino c’era un tavolo in ferro
battuto, affiancato da sedie eleganti.
“Accomodati.” disse Lord Sitri, facendo un cenno verso una
delle sedie. Poi si sedette anche lui. “Allora, Giovanni, cosa ti preoccupa
così tanto da costringerti a riflettere da solo?”
Aprì la bocca per parlare, ma le parole si fermarono a metà
strada. Non sapeva come dirlo. Non sapeva nemmeno da dove cominciare. Alla
fine, abbassò lo sguardo e lasciò che il silenzio riempisse quel vuoto
momentaneo.
“Credo di non essere adatto a tutto questo.” Mormorò infine,
quasi a se stesso.
Lord Sitri lo osservò in silenzio per un momento, il suo
volto segnato da una calma assoluta, come se stesse pesando ogni parola del
ragazzo. “Eppure sei qui.” Rispose con tono gentile. “Non ti sembra già una
prova del fatto che, in qualche modo, ci appartieni?”
Giovanni alzò lo sguardo, le labbra piegate in un mezzo
sorriso amaro. “Beh, se è per questo, appartenevo pure alla mia vecchia casa…
ma non è andata tanto bene.” Si appoggiò allo schienale, con le spalle che si
abbassavano sotto il peso di quel pensiero.
Lord Sitri inclinò leggermente la testa, senza perdere la sua
compostezza. “Perché pensi di non essere adatto a ‘tutto questo’, esattamente?
Cos’è che ti affligge davvero?”
Giovanni esitò per un momento, ma poi le parole cominciarono
a uscire di getto. “Sono la… Regina di Serafall. A detta sua, dovrei essere il
suo pezzo più potente, ma dove sarebbe quella potenza? Dentro di me dovrei
avere un Sacred Gear tra i più forti di tutti, ma nelle mie mani è inutile
perché non riesco neanche a tenerla per più di cinque secondi. E, come se non
bastasse, il mio potere magico è equiparabile alla grandezza di una pallina da
golf. Come vede, Lord Sitri, non è facile rispondere alla sua domanda.” Finito
il suo sfogo, sospirò stancamente.
Lord Sitri rimase in silenzio per qualche istante, poi si
sporse leggermente in avanti, il suo sguardo fisso su Giovanni. “E cosa hai
intenzione di fare?”
Giovanni lo fissò, il respiro pesante per la rabbia repressa.
“Cosa dovrei fare? Non lo so. Niente. Ogni giorno che passo qui dentro mi sento
sempre più uno schifo.”
Un sopracciglio di Lord Sitri si alzò con delicatezza. “Vuoi
tradire la fiducia che Serafall ha riposto in te, dunque?”
“Nessuno le ha mai chiesto di riporre la sua fiducia in me,
tantomeno io.” Ribatté Giovanni, il tono tagliente. “Se pensava di vedere un
grande potenziale in me, si sbagliava. Mi dispiace, ma lei non è la prima che
deludo… e sicuramente non sarà l’ultima.” La sua voce si abbassò sull’ultima
frase, come se il peso delle sue stesse parole lo stesse schiacciando.
Lord Sitri sorrise lievemente, ma c’era una certa gravità nel
suo sguardo. “Sai, Serafall può sembrare infantile e impulsiva, ma è molto più
saggia di quanto credi. Non ha mai reincarnato nessuno che non pensasse fosse
adatto a questa vita.”
Giovanni scosse la testa, i suoi occhi pieni di frustrazione.
“Non questa volta. L’ha fatto solo per esaudire il mio desiderio di voler
vivere. Lo ha fatto per pietà.”
Lord Sitri si prese un momento per riflettere, poi disse con
calma: “A quanto mi è dato sapere, quando è arrivata da te, non eri ancora
morto. C’erano molti modi per salvarti, Giovanni. Molti. Ma ha scelto di
reincarnarti. Ti sei mai chiesto perché?”
Giovanni serrò la mascella, poi sollevò lo sguardo verso
l’uomo davanti a lui. “Allora cosa ha visto in me, oltre a un Sacred Gear che
non riesco nemmeno a utilizzare? Cosa ha visto di così interessante in me?
Perché io non ho mai visto niente.”
Lord Sitri incrociò le mani sul tavolo, il suo tono più
morbido. “A volte abbiamo bisogno di osservare attraverso gli occhi di qualcun
altro per vedere ciò che non riusciamo a vedere da soli. Non sempre essere
padroni di noi stessi ci rende esperti di chi siamo veramente.”
Giovanni rimase in silenzio, le parole che rimbombavano nella
sua testa. “E allora cosa dovrei fare?”
“Rimani al fianco di Serafall.” Rispose Lord Sitri con
fermezza. “Se ti sta allenando, lo fa perché vuole che tu sappia difenderti da
solo. Sono sicuro che vorrebbe difenderti sempre da tutto e tutti, la conosco,
ma lei sa che non potrà esserci sempre. Non c’è bisogno di scoraggiarti, però.
Ti darà tutto il tempo che ti serve per diventare più forte e per renderla
orgogliosa di te.” Consigliò Lord Sitri.
Passano alcuni secondi in silenzio.
Giovanni abbassò lo sguardo, le mani che si rilassavano
lentamente. “Lei crede davvero in lei, non è vero?”
Lord Sitri sorrise, il suo sguardo pieno di calore. “Quale
padre non lo fa?”
Il ragazzo esitò, poi lasciò cadere una frase che sembrava
essere uscita involontariamente. “Il mio deve essere l’eccezione alla regola,
allora…”
Lord Sitri non rispose subito, ma si prese un momento per
osservare Giovanni con occhi attenti. “Un vero padre ama sempre il proprio
figlio, pur non dimostrandolo. Alcuni rapporti possono essere difficili, ma mai
irreparabili.”
“E se invece lo fosse? Se non si potesse riparare?” Gli
chiede il ragazzo.
Lord Sitri piegò appena la testa di lato, il sorriso più
tenue. “Allora avrai almeno il merito di averci provato.”
Per un attimo, il silenzio tra i due fu riempito solo dal
fruscio delle foglie e dal canto lontano di un uccello. Giovanni si appoggiò
allo schienale della sedia, guardando il cielo violaceo sopra di loro, ma
questa volta sembrava che un peso invisibile lo avesse lasciato.
Tornato alla villa di Serafall, Giovanni si diresse verso
l’ufficio, seguendo le indicazioni di una cameriera che gli aveva detto di
trovarla lì. Davanti alla porta, si fermò, il cuore che gli batteva più forte
del normale. Inspirò profondamente per calmarsi, passando una mano tra i
capelli, prima di bussare delicatamente e sentire la voce di Serafall.
“Avanti!”
Giovanni aprì la porta, ma non fece in tempo a dire una
parola che si ritrovò travolto da un abbraccio improvviso. “Gio-chan! Mi
dispiace!” esclamò Serafall, stringendolo così forte da togliergli quasi il
fiato.
“S-Serafall!” balbettò, cercando di riprendersi, ma lei
continuò imperterrita.
“Sono stata egoista e non ho considerato i tuoi sentimenti!
Prometto che non lo farò mai più, quindi non abbandonarmi, per favore!” Le sue
parole erano accompagnate da occhi lucidi e un tono che oscillava tra il
supplicante e il disperato.
Giovanni si immobilizzò, preso alla sprovvista dalla scena.
Non sapeva come rispondere, ma il senso di colpa si insinuò in lui, vedendo
quanto sembrasse colpita. “Non… non ti sto abbandonando. E di certo non devi
scusarti di nulla. Sono io che mi devo scusare.” Disse con un tono
rassicurante, anche se la sua voce era appena un filo, e ricambiando con
imbarazzo l’abbraccio. “Mi dispiace per come mi sono comportato.”
Serafall si staccò appena quel tanto che bastava per
guardarlo negli occhi, il viso speranzoso. “Quindi non te ne vai?”
“In realtà… sì.” Rispose Giovanni, vedendo la sua espressione
cambiare in un istante. “Solo per oggi!” aggiunse in fretta, quando notò che il
suo viso stava per riempirsi di tristezza.
Serafall inclinò la testa, confusa, ma aspettò in silenzio.
“Voglio…” Giovanni fece un respiro profondo, abbassando lo
sguardo per un momento prima di tornare a fissarla. “Voglio rivedere mio padre,
almeno un’ultima volta, se è possibile.” Fece una pausa, poi continuò con voce
più ferma: “Da domani riprenderò l’allenamento. Te lo prometto.”
“Ma certo!” Acconsentì Serafall con un sorriso enorme sul
volto. Poi aggiunse: “La famiglia è la cosa più importante, dopotutto!”
Giovanni accennò un piccolo sorriso in risposta, abbassando
leggermente la testa. “Grazie, Serafall.” Poi sospirò internamente.
Andare da suo padre non era solo un’occasione per provare a
recuperare un minimo il rapporto che aveva con lui, ma era anche un modo per voltare
pagina. Nell’ultimo mese che era rimasto lì, Giovanni continuò a pensare a casa
sua, a suo padre e a come si erano lasciati con parole d’odio. Quei ricordi
erano come un’ombra costante nella sua mente. Se non lo avesse mai più dovuto
rivedere, Giovanni voleva che almeno le sue ultime parole nei suoi confronti
non fossero negative, per quanto, comunque, pensasse che se le fosse meritate
tutte.
Un saluto. Se il loro rapporto fosse rimasto irrecuperabile,
allora dargli un ultimo saluto sarebbe stato sufficiente per permettere a
Giovanni di terminare la sua vecchia vita e cominciare quella nuova. Un solo
saluto.
Teletrasportato nelle vicinanze di casa sua, Giovanni si
ritrovò a percorrere a piedi quel breve tratto che di solito usava per
prepararsi mentalmente. Anche ora, il cuore gli batteva forte nel petto mentre
si avvicinava sempre di più al portone. Nella mente cercava di costruire un
discorso, uno che non fosse né troppo arrabbiato né troppo emotivo. Forse
avrebbe iniziato con qualcosa di semplice, per poi seguire il flusso.
Si preparò ai due scenari possibili: se suo padre avesse
continuato a comportarsi come suo solito, allora l’avrebbe salutato e se ne
sarebbe andato. Ma se, per una volta, avesse mostrato qualcosa di diverso,
magari… forse si sarebbe creato un nuovo rapporto. Per quanto improbabile,
Giovanni non poté fare a meno di sperare.
Giunto al portone di casa, prese dalla tasca dei pantaloni le
chiavi di casa che aveva portato con sé il giorno della sua… reincarnazione.
Una volta entrato, si diresse direttamente verso le scale, immaginando già che
l’ascensore, come da un anno a quella parte, fosse guasto. Per curiosità, una
volta passato di lì si girò a guardarlo.
“Ovviamente.” Scosse la testa alla vista del cartello “Fuori
Servizio”, che ormai era diventato parte dell’arredamento, e cominciò a salire
le scale.
I due piani gli diedero modo di pensare ancora di più al
fatidico incontro. Cosa avrebbe pensato suo padre non appena lo avesse visto?
Come avrebbe reagito? Felice? Deluso? Lo avrebbe abbracciato oppure avrebbe
fatto come se nulla fosse accaduto e lui non si fosse assentato per un mese
intero? Queste domande riempirono la sua mente e, prima di accorgersene, arrivò
al secondo piano, esattamente davanti alla porta.
Stava per aprire la porta con le chiavi, ma esitò. Entrare in
quel modo sembrava come dire che nulla fosse successo e, soprattutto, cambiato.
Troppe cose, invece, erano cambiate in un mese.
Inspirò profondamente e decise di suonare il campanello.
Rimase immobile, aspettando. Sentì dei passi lenti dall’altro lato, e il cuore
sembrò fermarsi. La porta si aprì, ma non rivelò il volto che si aspettava.
Davanti a lui c’era una donna sulla trentina, i capelli
raccolti e uno sguardo curioso e circospetto. “Sì?” chiese con voce neutra,
osservandolo.
Giovanni non si era di certo preparato a questo e non seppe
che dire. Per un momento, pensò di aver sbagliato appartamento, ma conosceva
fin troppo bene quegli interni anche solo intravedendoli.
“Serve qualcosa?” ripeté la donna, leggermente più cauta.
“Ehm…” Giovanni deglutì, cercando di raccogliere i pensieri.
“Cerco un certo… signor Cataldo. Pensavo abitasse qui.”
“Il signor Cataldo?” ripeté lei, socchiudendo gli occhi. “Oh…
parli del precedente proprietario?”
“Precedente?” Giovanni sentì una fitta allo stomaco. “Quindi
se n’è andato?”
La donna annuì, facendo una piccola pausa prima di
rispondere. “Non c’è più da circa un mese, a quanto ne so.”
“Capisco…” Le sue spalle si abbassarono. Cercò di mantenere
il controllo, ma sentiva un crescente senso di vuoto. “Sa… sa per caso dove
posso trovarlo? Ha lasciato un indirizzo?”
La donna esitò, osservandolo con più attenzione. “Scusa… ma
lo conoscevi?”
“Sì.” Rispose Giovanni, il tono più basso. “è mio padre.”
La donna sgranò leggermente gli occhi, e il suo volto si
addolcì in un’espressione di rammarico. “Oh…” esclamò, con voce tenue. Fece una
pausa, quasi come se stesse cercando le parole giuste. “Mi dispiace… ma è
deceduto.”
Quelle parole colpirono Giovanni come un pugno allo stomaco.
Il mondo sembrò fermarsi mentre lei continuava: “È stato trovato… impiccato. Mi
dispiace davvero tanto.”
Il respiro gli si bloccò, e un freddo glaciale gli attraversò
il corpo. Cercò di elaborare, di dare un senso a ciò che aveva appena sentito,
ma la mente si rifiutava di accettarlo. Sentiva solo il cuore martellare e un
ronzio nelle orecchie.
“Vuoi entrare a sederti un momento?” chiese la donna con
preoccupazione, vedendo la sua immobilità.
Giovanni rimase fermo, incapace di rispondere. Quando lei
allungò una mano per toccargli la spalla, lui si ritrasse debolmente.
“Capisco.” Disse con voce rauca e vuota, abbassando lo sguardo. “Mi scusi per
il disturbo.”
Prima che la donna potesse rispondere, si voltò e si
allontanò velocemente, ignorando il richiamo che lei gli fece. Scese le scale a
passi pesanti, quasi inciampando, e si ritrovò fuori.
Il sole aveva colpito il punto più alto quando Giovanni
raggiunse il cimitero più vicino, lo stesso dove sua madre fu sepolta. Quando
varcò i cancelli, un senso di oppressione gli serrò il petto. Si fece strada
tra le tombe, con lo sguardo che cercava automaticamente il nome che conosceva
così bene.
Arrivò alla tomba di sua madre. La vista della lapide lo fece
stringere i pugni, ma ciò che lo paralizzò fu vedere la tomba accanto. Il posto
una volta vuoto era ora occupato da una nuova lapide.
Sulla pietra fredda, il nome di suo padre era inciso con una
semplicità che Giovanni trovò insopportabile. “Cataldo Francesco. 1956-2004.” Più in basso, un’epigrafe attirò il
suo sguardo:
"Sono stato un pessimo padre, dandoti solo sofferenza.
Non ci sono stato quando avevi bisogno di me. E ora che tu non ci sei più, me
ne vado sapendo che non ti ho mai detto quanto ti voglio bene."
Giovanni si accovacciò, fissando quelle parole che sembravano
urlare più forte di qualunque cosa suo padre gli avesse mai detto in vita. Il
respiro gli mancò, e il peso del rimorso lo schiacciò come un macigno.
Strinse i pugni, gli occhi che bruciavano per le lacrime
trattenute. Ci provò a lungo, ma alla fine la rabbia e il dolore lo travolsero.
Con un grido soffocato, crollò sulle ginocchia e si lasciò andare, le lacrime
finalmente libere di scorrere. Pianse a lungo, urlando contro il silenzio, fino
a quando non ebbe più voce.
Il sole si avvicinava al tramonto, tingendo l’orizzonte di un
tenue arancione, ma Giovanni non alzò lo sguardo. Non sentì il freddo che si
insinuava con la sera né si curò delle nuvole grigie che minacciavano di
oscurare anche quell’ultimo spiraglio di luce. Dentro di lui, il vuoto aveva
preso il sopravvento, un dolore muto e straziante che sembrava risucchiare ogni
emozione, lasciando solo un senso di perdita che gli attorcigliava le viscere.
A pochi metri, una luce rosa si irradiò improvvisamente dal
terreno, proiettando ombre danzanti sulle lapidi circostanti. Giovanni non si
voltò, sapeva già di cosa si trattava.
Dalla luce emerse Serafall, il suo abito rosa brillante un
contrasto quasi crudele con la cupezza dell’ambiente. “Gio-chan!” chiamò con il
solito entusiasmo, ma la sua voce allegra rallentò quando si guardò intorno.
“Lo so che mi avevi detto di volere questa giornata tutta per te, ma… non sono
riuscita a resistere. Dovevo vedere come… stavi…”
Il sorriso che inizialmente le illuminava il volto si spense
nel momento in cui notò Giovanni, seduto a terra con la schiena appoggiata
contro una lapide e la testa china sulle ginocchia. Il suo cuore si strinse.
“Giovanni…” mormorò avvicinandosi lentamente, con cautela,
come se temesse di rompere qualcosa di fragile.
“Mio padre è morto…” La informò con tono flebile. “Quel
bastardo si è suicidato.”
Serafall si bloccò, le sue mani incerte nel vuoto mentre
cercava di trovare il modo giusto di reagire. Alla fine, sussurrò con una
dolcezza che sembrava quasi una carezza: “Mi dispiace…”
La sua mano si mosse verso di lui, istintivamente, per
offrirgli conforto. Ma si fermò a metà strada, ricordando quanto Giovanni fosse
restio al contatto fisico non richiesto. Durante il mese passato insieme, aveva
imparato che non era una persona che accoglieva facilmente abbracci o gesti
affettuosi. Eppure, in quel momento, avrebbe voluto stringerlo, farlo sentire
meno solo.
Decise invece di sedersi accanto a lui, lasciandogli spazio,
senza invaderlo. Si sistemò con delicatezza sul terreno freddo, le mani
appoggiate in grembo. Il silenzio cadde su di loro, rotto solo dal cinguettio
lontano di qualche uccello e dal lieve fruscio del vento tra gli alberi.
“Da quando mia madre è morta, lui è sempre stato un padre
stronzo e assente…” cominciò Giovanni, la voce spezzata, ancora con il viso
nascosto tra le ginocchia. “Non si è mai interessato a me. Mi sgridava e mi
metteva in punizione per ogni minima cosa, solo perché quell’ubriacone doveva
prendersela con qualcuno.” Le sue mani strinsero il tessuto dei pantaloni. “Lo
odio. Lo detesto. Ma… era pur sempre mio padre. Io…”
Fece una pausa, la sua voce tremante mentre le lacrime gli
riempivano gli occhi. “Mi manca…” Le sue spalle tremarono, e i singhiozzi che
cercava disperatamente di trattenere si liberarono, frantumando il silenzio.
Serafall non resistette più. Ignorò ogni pensiero sulla
distanza emotiva che lui poteva voler mantenere e si sporse verso di lui,
avvolgendolo in un abbraccio caldo e deciso. Le sue braccia lo strinsero con
dolcezza, ma con fermezza, come a volerlo proteggere da tutto il dolore che lo
stava schiacciando.
Giovanni non protestò. Non la respinse. Al contrario, Giovanni
pianse sulla sua spalla, aggrappandosi forte a lei, come se una nuova paura
fosse nata dentro di lui. La paura di perdere anche lei, l’unica persona che
rimaneva nella sua vita.
Sentì la sua disperazione come fosse la propria, e gli
accarezzò la schiena con gesti lenti e costanti. “Non devi affrontare tutto
questo da solo,” gli sussurrò, con dolcezza. “Ci sono persone che tengono a te,
Giovanni. Io… io ci sono. E non ti lascerò mai.”
Le sue parole erano semplici, ma cariche di sincerità, e
Giovanni lo sentì. Stringendola ancora più forte, Giovanni lasciò che le
lacrime continuassero a scorrere, svuotando il dolore che sembrava non avere
fine.
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Andato per risolvere il suo ultimo legame affettivo rimasto con il passato, si è ritrovato a non avere più neanche quello.
Ci vediamo domani, stessa ora, per l'ultimo capitolo di questa storia. Ciao!


