Nella sua stanza, Giovanni trascorse
giorni interi immerso nel silenzio, avvolto dal dolore come in un sudario. Non
volle uscire. Non volle parlare. Non volle vedere nessuno. Rimase sul letto,
seduto con la testa appoggiata sulle ginocchia, lasciando che i pensieri lo
divorassero.
Il dolore, che inizialmente lo aveva
paralizzato, iniziò a mutare. Divenne rimpianto, un peso che si insinuava
sempre più a fondo. Rimpianto per ogni momento perduto con suo padre, per non
aver mai trovato il coraggio di affrontarlo davvero. Rimpianto per non aver
condiviso con lui il dolore della perdita di sua madre. Rimpianto per non aver
cercato una riconciliazione, per non aver spezzato il silenzio che li aveva
separati. Ogni ricordo non vissuto si trasformava in un'accusa che martellava
la sua mente. E poi, il rimpianto si rivolse verso di sé. Per tutte le volte in
cui aveva evitato di affrontare le difficoltà, restando nella sua zona di
comfort. Per non essersi mai spinto oltre i limiti, non aver mai lottato
davvero per cambiare qualcosa.
Giovanni strinse così forte i pugni
che le nocche divennero bianche. Il rimpianto si trasformò in rabbia. Suo padre
si era ucciso. Lo ha fatto perché pensava che suo figlio fosse morto. E così è
stato, ma non sapeva che era stato reincarnato. La colpa era sua per non essere
tornato a casa il prima possibile. Colpa sua per aver pensato che a suo padre
non interessasse di lui. Ma perché era morto? Per colpa di quell’uomo,
ovviamente. Lui, Piero e Valerio erano morti per colpa di quell’uomo. Suo padre
era morto per colpa di quell’uomo. Tutto ciò per cui aveva sofferto nelle
ultime settimane era a causa sua. La tristezza di aver perso un amico, la paura
di essere ucciso, il tradimento subito da un altro suo amico, il dolore dei
proiettili nel suo petto, il rimpianto di non aver potuto parlare con suo
padre. Tutto questo era stato causato da una singola persona.
Il suo sguardo si alzò dalle ginocchia
per la prima volta dopo giorni. Dolore, odio, rabbia. Questi sentimenti si
mescolarono insieme per creare qualcosa che dentro Giovanni si scatenò come un uragano,
riempiendo il senso di vuoto che lo opprimeva.
“Lo ucciderò…” Sibilò, la voce bassa e
piena di veleno. Le lacrime, poche e silenziose, scivolarono lungo il suo viso.
Si promise che quelle sarebbero state le ultime. Poi, con un respiro profondo,
si fece una promessa. “E li vendicherò.”
Serafall fu entusiasta di rivederlo
attivo, almeno fino a quando lui non le rivelò il motivo della sua ritrovata
determinazione.
“Voglio che mi alleni.” Le aveva detto,
la voce ferma e carica di una risolutezza che lei non aveva mai visto prima.
“Voglio diventare forte abbastanza da ucciderlo.”
Il sorriso di Serafall si spense per
un momento, sostituito da un’espressione seria, quasi preoccupata. Con
riluttanza, però, vedendo lo sguardo di Giovanni, lei accettò.
Giovanni riprese l’allenamento, ma
questa volta non c’erano dubbi o incertezze a trattenerlo. Ogni movimento, ogni
esercizio era alimentato dalla sua sete di vendetta. Non si allenava più per
scoprire il suo potenziale, ma per una missione chiara: diventare abbastanza
forte da eliminare il responsabile di tutto il suo dolore.
Per due mesi, Giovanni si sottopose a
un regime spietato. Il miglioramento della sua magia divenne il primo
obiettivo. Serafall gli spiegò che, come per il corpo, anche la magia doveva
essere esercitata fino allo stremo per rafforzarsi. Ogni giorno, consumava ogni
goccia del suo potere magico, spingendosi sempre oltre. I risultati arrivarono.
Da una piccola sfera grande quanto una pallina da golf, il suo potere magico
crebbe fino a raggiungere le dimensioni di un pallone da calcio.
Il passo successivo fu padroneggiare
il suo Sacred Gear, la Lancia Fiorentina. All’inizio, si
allenò semplicemente per evocarla, ripetendo l’esercizio decine, centinaia di
volte. Dopo una settimana di tentativi incessanti, riuscì a richiamarla alla
perfezione, senza esitazione. Ma evocarla era solo l’inizio.
Con Serafall come guida, Giovanni
imparò a combattere. Lei gli insegnò le basi del corpo a corpo: posizioni di
difesa, di attacco, movimenti per mantenere equilibrio e controllo. La lancia
divenne un’estensione del suo corpo, e con il tempo, Giovanni cominciò a
maneggiarla con una competenza crescente. Ma la vera forza della Lancia Fiorentina non risiedeva solo nella
sua capacità offensiva fisica.
Il combattimento magico fu la parte
preponderante durante tutto l’allenamento con la lancia. Scoprì che era un’arma
specializzata principalmente sulla magia della luce. Fu solo attraverso la
guida di Serafall che Giovanni imparò i suoi utilizzi.
Con la sua magia, Giovanni poteva
creare immagini riflesse, duplicati di sé o di qualsiasi cosa la sua mente
riuscisse a immaginare. Queste illusioni, pur non avendo consistenza fisica,
potevano confondere e distrarre i nemici, dando un vantaggio tattico durante il
combattimento.
Altro potere era la trasmutazione. Con
un semplice tocco, la lancia poteva trasformare o deformare materiali. Giovanni
imparò a utilizzare questo potere per creare ostacoli, rinforzare strutture o
manipolare l’ambiente circostante a suo vantaggio.
Oltre a questi poteri, la sua lancia
era in grado di lanciare attacchi energetici basati sulla luce. Inoltre, quando
l’arma veniva lanciata contro un nemico, questa si trasformava in una sfera di energia
luminosa, ritornando al proprietario come un boomerang.
Non solo in attacco, ma la Lancia era
utile anche in difesa. Era in grado di tagliare qualsiasi cosa, anche la magia.
Serafall creò una massiccia struttura di ghiaccio, delle dimensioni di un
iceberg, infusa a piena magia. La lancia riuscì a scalfirla, ricevendo lodi da
parte del Re Demone.
Altro potere difensivo fu la sua
guarigione. La lancia poteva emettere una luce curativa, capace di rigenerare
ferite, dalle più superficiali a quelle gravi. Giovanni, tuttavia, evitò di
testare se fosse in grado di curare lesioni mortali.
Nonostante i progressi evidenti,
Giovanni rimase concentrato, quasi ossessionato dal suo obiettivo. Ogni
successo non era motivo di celebrazione, ma solo un passo in più verso la vendetta.
Serafall, osservandolo mentre si allenava con quella determinazione
implacabile, provò un misto di orgoglio e preoccupazione.
“Sei cambiato, Gio-chan.” Gli disse un
giorno, fissandolo mentre lanciava la lancia e la richiamava perfettamente come
una sfera di luce.
Giovanni colse il sottotono nelle sue
parole: non era un cambiamento del tutto positivo. E non poté fare a meno di
darle ragione. Sentiva quel senso di vendetta scavare dentro di lui come un
buco nero, divorandolo lentamente. Sarebbe rimasto lì, vuoto e insaziabile,
fino al giorno della sua morte… a meno che non lo avesse nutrito di ciò che
reclamava.
“Non ho altra scelta.” Rispose con
tono grave, guardando la sua mano, ancora avvolta da una flebile luce residua.
Ora era un Demone, si disse
internamente. Serafall gli aveva parlato dei compiti ordinari di un Demone.
Uccidere i Demoni Randagi, esseri che hanno smarrito la loro ragione e
uccidevano per avidità o gola, era uno di quelli. Giovanni non aveva mai ucciso
nessuno finora.
“Credo di essere pronto.” Dichiarò a
voce alta, girandosi verso Serafall con sicurezza. Nei suoi occhi brillava un
fuoco inestinguibile, una determinazione che fece sussultare persino il Re
Demone.
Quell’uomo sarebbe stato il suo primo.
Solo lui, si disse. Solo lui e poi quel buco nero chiamato vendetta sarebbe
sparito per sempre. Solo un uomo da uccidere per poter andare avanti con la sua
vita.
E per farlo, doveva tornare dove tutto
era cominciato.
Il cerchio di teletrasporto di
Serafall lo fece arrivare direttamente davanti a un edificio che Giovanni
ricordava davvero troppo bene. Lo aveva tormentato nei suoi incubi per svariati
giorni prima di essere reincarnato. L’atmosfera era la stessa di quella notte.
La luna splendeva alta, fredda e distante, gettando ombre spettrali sul palazzo,
come un testimone silenzioso delle atrocità che vi erano accadute. Giovanni si
fermò a guardarla per un momento, ricordando la paura, l’ansia, il nervosismo
che aveva provato la prima volta che era stato lì. Ma ora… nulla. Solo un vuoto
glaciale.
Non c’era traccia di paura nei suoi
occhi, né di esitazione. Era stato consumato dall’anticipazione di quel momento
per due lunghi mesi. Finalmente, era arrivato.
Ricordò bene la sensazione che provò
la prima volta che lo vide. Ansia, nervosismo, paura. Ora il vuoto. Non provò
assolutamente nulla a quella vista. Solo anticipazione. Aveva aspettato due
mesi per questo momento, e ora eccolo lì. Prendendo un respiro, si incamminò
all’interno dell’edificio e salì le scale, ricordando ancora molto bene dove si
trovava quella stanza.
Varcata quella porta, accese le luci.
Giovanni non aveva mai avuto una buona memoria fotografica. Però, ogni cosa lì
dentro era esattamente come se la ricordava. Si girò verso la telecamera. Dal
punto in cui si trovava lui, appena oltre la porta, la telecamera non era in
grado di riprenderlo.
Evocò la Lancia, il suo bagliore
dorato che illuminava lievemente la stanza, e la puntò verso la coltivazione.
Una piccola sfera di luce si formò sulla punta dell’arma, vibrando di potere,
prima di essere scagliata.
L’impatto fu immediato. Le foglie
presero fuoco con uno scoppio sordo, e le fiamme, alimentate dalla magia, si
diffusero rapidamente, divorando la piantagione.
L’allarme antincendio scattò, e i
getti d’acqua piovvero dal soffitto nel tentativo di spegnere l’incendio. Cosa
che non funzionò, dato che le fiamme erano magiche e non potevano essere
estinte con della semplice acqua.
Giovanni guardò per alcuni secondi la
scena di fronte a sé. Non provò nulla. Distruggere la piantagione non era il
suo obiettivo, ma solo un passo per raggiungerlo.
Con la luce emanata dalle fiamme, poté
usare la Lancia per creare un’illusione su se stesso e rendersi invisibile.
Sapeva che era solo questione di minuti prima che qualcuno intervenisse. E così
fu.
I passi e le voci si fecero presto
sentire, accompagnati dal rumore di armi caricate. Un gruppo di uomini armati
irruppe, il fumo già denso che rendeva difficile respirare e vedere
chiaramente.
“Che cazzo è successo?” Gridò uno,
coprendosi la bocca con un panno e osservando con orrore la piantagione in
fiamme. “Dobbiamo spegnere queste fiamme, o il capo ci ammazzerà!”
Giovanni li osservò da vicino,
nascosto nella sua invisibilità. Il cuore gli batteva forte, ma non per la
paura. Era furia pura, primordiale. Per mesi aveva alimentato quel sentimento,
e ora lo sentiva traboccare come un fiume in piena. In un secondo, quella
promessa che si fece finì nel dimenticatoio. Non bastava uccidere solo un uomo.
Doveva disfarsi dell’intero gruppo.
Il primo uomo, che stava cominciando
ad impartire ordini, si ritrovò con la Lancia trafitta nel suo stomaco. Cadde a
terra, incapace di reagire.
Gli altri si voltarono, allertati dal
tonfo, ma non videro nulla. Solo fumo e fiamme. Uno di loro sentì un rumore
dietro di sé e si girò di scatto, giusto in tempo per vedere la testa di un
compagno rotolare a terra. Non ebbe neanche il tempo di urlare prima che un
colpo lo colpisse al cuore, stroncandolo sul posto.
Fu un massacro metodico, brutale.
Giovanni si mosse come un’ombra, invisibile e letale. Uno a uno, gli uomini
caddero, incapaci di reagire. Il pavimento divenne scivoloso per il sangue che
si mescolava all’acqua dell’impianto antincendio.
Alla fine, ne rimase solo uno. Il
sopravvissuto inciampò nel tentativo di fuggire, cadendo all’indietro con gli
occhi spalancati dalla paura. Guardò Giovanni materializzarsi di fronte a lui,
la Lancia stretta in mano, le sue ombre riflesse dalle fiamme che divoravano la
stanza.
“Dov’è il vostro capo?” chiese
Giovanni, la voce gelida.
L’uomo balbettò qualcosa di
incomprensibile, incapace di formulare una risposta coerente. Giovanni spinse
la punta della Lancia contro la sua gola, sufficiente a farlo tremare. “Dov’è?”
ripeté, con un’intensità che fece scorrere un brivido lungo la schiena
dell’uomo.
Giovanni lo fissò per un istante, poi,
senza esitazione, mosse la Lancia con precisione chirurgica. L’uomo rimase
immobile per un momento, prima di collassare, con gli occhi privi di vita.
Giovanni osservò i corpi e il caos
intorno a sé. Non sentì nulla. Nessuna colpa, nessun rimorso. Era solo un altro
passo verso il suo obiettivo.
Quella stessa notte, Giovanni si
ritrovò davanti a un altro edificio, quello che l’uomo, con il terrore negli
occhi, aveva rivelato essere la base operativa del gruppo. Il buio avvolgeva la
struttura, ma dalle finestre filtravano deboli bagliori di movimento. Il caos
causato dalla distruzione della piantagione aveva evidentemente messo tutti in
agitazione.
Il sangue gli ribollì nelle vene, ma
il suo passo fu calmo, quasi metodico, mentre si avvicinava alla porta
principale. Non fece alcuno sforzo per nascondersi. Entrò, incurante di essere
visto, e la reazione fu immediata. Un uomo gridò un allarme, ma non fece in
tempo a completare la frase. Giovanni alzò la Lancia e un fascio di luce gli
trafisse il petto, facendolo crollare al suolo.
Le grida si moltiplicarono, armi
furono puntate contro di lui, e una pioggia di proiettili si riversò nella sua
direzione. Giovanni non batté ciglio. Con un movimento fluido, trasmutò il
pavimento di fronte a sé in una parete che lo proteggeva dai colpi. I
proiettili rimbalzarono inutilmente, mentre lui si preparava al contrattacco.
Spuntò fuori dalla copertura, la
Lancia brillò intensamente, e lanciò una serie di raggi di luce che trafissero
gli uomini uno a uno, come un giudizio inesorabile. Ogni colpo, ogni
incantesimo, sembrava togliere un pezzo della rabbia che lo aveva consumato,
ma, allo stesso tempo, un peso invisibile cresceva dentro di lui, lento ma
inesorabile.
In pochi minuti, quell’edificio si
trasformò in un mattatoio. Sangue e corpi erano disseminati ovunque. Tutte le
guardie, tutti gli uomini che erano stati chiamati lì erano ormai morti.
Mancava solo una persona alla lista. Giovanni si ritrovò di fronte all’ascensore,
contemplandolo. Presunse che quell’uomo, il capo, si trovasse ancora là sopra,
a meno che non fosse già scappato da qualche uscita secondaria.
In ogni caso, Giovanni lo avrebbe
trovato, in un modo o nell’altro. Preferì salire le scale. Gli ricordò la sua
vecchia casa, la stessa che l’uomo gli portò via. Già, rifletté lui, gli aveva
strappato anche la sua casa. La sua rabbia e il suo odio crebbero ancora di
più.
Arrivato all’ultimo piano, si guardò
intorno. Riuscì ad avvertire solo una presenza nelle vicinanze. Serafall gli
aveva insegnato anche questo durante quei due mesi. A detta sua, era molto
utile per evitare attacchi a sorpresa da parte dei nemici.
Si diresse verso di essa, con la
Lancia nella mano. Arrivato alla porta, la avvertì proprio all’entrata. Forse
aspettava che Giovanni aprisse la porta per colpirlo. Decise di fargli lui la
sorpresa.
Tirò un calcio alla porta e questa si
sganciò dai cardini, volando e colpendo in pieno l’uomo. Quest’ultimo lanciò un
urlo sorpreso prima di cadere a terra.
Spostò la porta e si tenne la mano
slogata a causa dell’impatto. “Ma tu sei…” I suoi occhi si spalancarono non
appena si posarono sul ragazzo, riconoscendolo. “Come fai ad essere…?”
Balbettò.
“Bene, ti ricordi.” Disse Giovanni,
freddo, facendo un passo avanti. “Questo mi evita di doverti spiegare chi
sono.”
L’uomo, spaventato ma disperato,
afferrò la pistola che teneva alla cintura e gli sparò. Tre colpi diretti al
petto, lo stessa zona a cui sparò l’ultima volta. Questa volta, però, il
risultato fu diverso.
Giovanni barcollò leggermente, il
dolore dei proiettili lo attraversò come un lampo, ma la luce dorata della
Lancia avvolse immediatamente le ferite, guarendole in pochi istanti.
“Cosa… cosa sei?” balbettò l’uomo, il
terrore ormai evidente nei suoi occhi.
“Sono solo un ragazzo cui hai portato
via tutto ciò che amava.” Rispose Giovanni, con un tono gelido. Fece un passo
avanti, fissandolo dall’alto in basso. L’uomo cercò di indietreggiare,
strisciando fino a raggiungere la parete.
Giovanni alzò la Lancia, e una serie
di illusioni si formarono intorno a loro, prendendo la forma di figure umane.
“Mio padre. I miei amici.” Disse, puntando la Lancia verso di lui.
Davanti all’uomo si mise Piero, con
un’espressione felice, leggera. “Ti ricordi di lui? Spero di sì, dato che lui è
stato l’inizio di tutto. Per cosa l’hai ucciso? Per qualche foglia del cazzo,
non è vero?” L’illusione di Piero cambiò, trasformandosi in un cadavere dagli
occhi vitrei, che fissavano l’uomo con odio, a cui quest’ultimo sussultò.
“Poi Valerio.” Stavolta fu l’altro
ragazzo a mettersi di fronte a lui. “L’hai usato. L’hai costretto a scambiare
la sua vita per la mia. Ti sei detto un uomo di parola, ricordi?” Pure Valerio
si trasformò in un cadavere che camminava. “Ma le tue parole non valgono niente.
L’hai ucciso. No, peggio, hai mandato i tuoi uomini a ucciderlo. Scommetto che
non hai mai visto la sua faccia da morto, vero? Bene, eccolo qui.” Odio, rabbia
e tristezza dipingevano il suo volto morto.
Per ultimo, fu suo padre a mettersi di
fronte all’uomo, guardandolo con espressione burbera. “Lui non lo conosci,
quindi te lo presento. è mio
padre. Si è suicidato per il dolore di aver perso il proprio figlio.” Apparve
una corda attorno al collo del padre, i suoi occhi rossi e spalancati. “In
breve, è colpa tua se è morto.”
L’uomo spalancò gli occhi. “Ti prego…
lasciami andare…”
“Perché? Non hai risparmiato nessuno
di loro, e neanche me. Solo per un po’ di marijuana. Quindi perché non dovrei
ucciderti per averci fatto soffrire?”
L’uomo scosse lentamente la testa.
“Farò… farò qualsiasi cosa. Per favore… prometto che non farò più del male a
nessuno!”
“Lo prometti?” Chiese lentamente
Giovanni.
“Lo prometto!”
Giovanni rise, un suono amaro e privo
di gioia. “Un’altra delle tue parole d’onore?” disse, il sarcasmo evidente
nella sua voce. Le illusioni sparirono e lui fece alcuni passi verso il suo
obiettivo, un bagliore scuro nei suoi occhi.
“Ti prego, no!” Supplicò ancora,
portando le mani in avanti. Giovanni, a distanza di un metro da lui, lo guardò
con freddezza, senza alcuna pietà.
“Sei pronto?” La sua domanda cadde nel
vuoto. Mosse la Lancia e la infilò nel suo petto, trapassandolo dritto al
cuore. Rimase fermo per alcuni secondi, osservando la vita spegnersi negli
occhi del suo nemico.
A quella vista, Giovanni avvertì una
sensazione inaspettata. Il fuoco dell’odio si spense, lasciando il posto a un
vuoto profondo, pesante un macigno, come se ogni emozione fosse stata strappata
via. Non ci fu sollievo, né liberazione. Solo un abisso senza fine.
La magione era immersa in un silenzio
quasi irreale. Giovanni, appena tornato, camminava per i corridoi con
un’andatura pesante, gli occhi vuoti e le spalle abbassate. Sentiva il peso di
ogni passo, come se le sue scarpe affondassero in un terreno fatto di rimorsi e
silenzio. Arrivò alla sua stanza, ma non si fermò. Si diresse verso la finestra
della sala adiacente, appoggiandosi al vetro freddo e osservando il riflesso
del suo volto. Un volto privo di emozioni.
Alle sue spalle, Serafall si avvicinò
cautamente, osservandolo con preoccupazione. La sua esuberanza infantile era
sparita, sostituita da una profonda compassione. Rimase in silenzio, lasciando
che fosse lui a rompere quella barriera di mutismo.
Giovanni parlò, la voce rotta e piena
di amarezza: “La vendetta è proprio uno schifo.” Il suo sguardo non lasciò il
vetro mentre continuava. “Li ho uccisi. Se lo sono meritati. Dovevano morire,
eppure… non sto meglio. Perché la vendetta fa così schifo? Con ogni persona che
uccidevo, sentivo una parte di me andarsene. Non mi interessava, però. Ho
continuato a ucciderli fino all’ultimo, sperando che quel vuoto che si
allargava si riempisse di nuovo.”
Fece una pausa, inspirando
profondamente, come se le parole stesse lo stessero logorando. “Non è stato
così. Ho ucciso l’uomo che mi ha sparato. Lo stesso uomo che ha ucciso i miei
amici... e anche mio padre. L’ho ucciso e non mi sento affatto meglio. Sento
soltanto un vuoto che non posso più colmare.”
Serafall rimase immobile per qualche
istante, osservandolo. Poi si avvicinò con calma e gli posò una mano sulla
spalla. La sua voce era dolce, ma ferma, come un’ancora di stabilità nel mare
in tempesta dentro di lui. “So come ti senti. Anche quando ti vendichi, il
dolore non scompare. Porta la sofferenza a crescere, a consumarti. Ma,
Gio-chan, la sofferenza non è l’unica cosa che ti resta.”
Giovanni girò leggermente la testa
verso di lei, mostrando che l’ascoltava, anche se i suoi occhi erano ancora
vuoti.
Serafall continuò: “Quando ti ho
trovato, quella notte, hai espresso un desiderio: volevi vivere. Mi hai
chiamata perché volevi un’opportunità, non per vendicarti, ma per vivere
davvero.”
Gli occhi di Giovanni si spalancarono
appena al ricordo di quel momento. La sua mente lo riportò indietro, a quella
sera in cui, sanguinante e disperato, strinse il volantino sporco di sangue e
pronunciò quelle parole. Voglio vivere. Allora, quel
desiderio era sembrato pieno di speranza. Ora gli sembrava un’illusione
lontana, persa in un mare di dolore.
“Ma come posso farlo dopo tutto
questo?” domandò, la voce appena sopra un sussurro.
Serafall non esitò. Gli si avvicinò
ulteriormente e lo abbracciò da dietro, stringendolo con calore e delicatezza.
Sentì il suo corpo irrigidirsi per un momento, ma non lo lasciò andare. “Ti
aiuterò io a trovare quella felicità. Non sei solo. Ricordi? Sei parte della
mia famiglia. Insieme possiamo trovare qualcosa di bello, qualcosa per cui vale
davvero la pena vivere. Fino a quel momento, però… prometti di vivere per me.”
Giovanni rimase immobile. Poi,
lentamente, sentì la tensione scivolare via dalle sue spalle. Il calore di
quell’abbraccio, la sincerità nella sua voce, riuscirono a spezzare la corazza
di gelo che si era costruito intorno al cuore. Chiuse gli occhi, lasciandosi
andare a quel conforto che non sapeva di aver disperatamente bisogno.
Una scintilla di speranza cominciò a
tornare, timida ma reale. La vendetta non gli aveva dato pace, ma forse, con
Serafall al suo fianco, c’era ancora una possibilità. Non era una felicità che
avrebbe trovato subito. Era un percorso, un cammino che avrebbe dovuto
intraprendere un passo alla volta.
E, per la prima volta da mesi,
Giovanni si concesse di crederci.
------------------------
Alla fine, la storia finisce con la stessa premessa con cui è cominciata: un nuovo inizio. Sono consapevole che, come fanfiction DxD, questa storia esce un po' dai canoni comuni del fandom. Infatti, era proprio questo l'intento. Non volevo raccontare una storia d'azione/romantica/slice of life/harem. Non con questa fanfiction. Ho voluto puntare a una storia che si concetrasse sulla psicologia di un protagonista disilluso e insicuro di sé stesso. E ambientarlo nel mondo di DxD era solo un mezzo per questo fine.
Insomma, l'intento era quello di renderla una metafora: la rinascita fisica rappresenta la sua rinascita psicologica; la nuova vita da demone reincarnato rappresenta quella che non ha più intenzione di sprecare nelle stesse giornate vuote e prive di significato che ha vissuto fino a quel momento.
Che sia riuscito a raccontare una storia fluida e coerente, sarete voi a dirmelo. Io ho fatto il meglio che potevo nelle mie condizioni (da scrittore) attuali, perciò sono soddisfatto. Almeno per ora. Si vedrà tra qualche anno xD
A differenza dell'ultima volta, questa volta non ho nessun altra storia pronta (né in fase di scrittura) da pubblicare già dall'indomani. Ho qualche idea, ma non ho ancora deciso su cosa dedicarmi. Forse qualche altra storia su DxD, o magari su un altro universo. O, chissà, forse comincerò a strutturare la seconda parte di "Two Sides"... Si vedrà.
Noi ci vediamo, non so quando, alla prossima storia. Ciao!


