“Oltre le nuvole.”
Il ragionier Ugo Fantozzi aveva sviluppato una personalità duplice: era timoroso e incapace di farsi valere con i superiori e con la Signorina Silvani, che lo prendeva bellamente in giro, approfittandosene senza il minimo scrupolo, ma diventava una belva con il resto del mondo senza bisogno che ci fosse alcuna provocazione.
La vecchiaia che avanzava aveva accentuato il secondo aspetto, rendendolo un insofferente da manuale, complicandogli ulteriormente l’esistenza mediocre che conduceva da sempre.
I genitori avevano tirato un respiro di sollievo il giorno in cui aveva lasciato la famiglia d’origine, per fondarne una propria con Pina, la donna che avrebbe rimpianto quella scelta per tutti gli anni a venire.
Quella mattina, come al solito, Fantozzi si era alzato, sacramentando, alle ore sei esatte perché, avendo l’auto in riparazione, doveva essere in stazione alle sei e trenta, pena perdere il locale che passava di lì a quell’ora ed era l’unico in tutta la giornata, tanto per sottolineare la varietà di opzioni che offriva la frazione in era andato a vivere.
Alla sera, succedeva l’inverso: dopo una pesante dose di lavoro, prendeva il treno di ritorno, che fermava ovunque, perdendo altro tempo prezioso prima di poter rientrare tra le accoglienti pareti del suo stramaledetto bilocale che, ovviamente, doveva condividere con la consorte, a suo dire, pigra e disordinata.
Quella mattina, dunque, come un milione di altre prima, si era alzato e aveva ottemperato ai riti quotidiani, tra cui ne tralasciamo un paio per decenza: si era sciacquato mani, lavato parzialmente viso, collo e ascelle, sbarbato, vestito con uno dei suoi due abiti da travet che Pina gli aveva preparato dalla sera prima, saltato la colazione perché una delle due “pratiche” aveva richiesto il bis, con tutte le conseguenze del caso, ed era uscito sbattendo deliberatamente la porta, con la speranza che quella vecchia cornacchia dal sonno di piombo si svegliasse e non riuscisse più a riaddormentarsi, approfittandone per fare finalmente qualcosa di utile dentro casa.
Ovviamente, dei piatti della cena che aveva preparato e servito al marito, la “cornacchia” si era occupata prima di andare a letto, lei sì distrutta dopo aver fatto un paio di lavatrici, stirato, passato la polvere, pulito bagno e pavimenti a fondo e concluso i mille altri piccoli e grandi mestieri che gravano sulle spalle di una casalinga impossibilitata a prendere il largo per mancanza di un reddito proprio.
Arrivato al piano terra dopo aver percorso gli inevitabili sei piani di scalini: il palazzo, un vecchiume risalente a chissà quando, era ovviamente sprovvisto di ascensore.
Si fermò per un attimo nell’androne, cincischiando con le chiavi della cassetta postale che aprì facendo sbattere violentemente lo sportellino, non per verificare il contenuto, inesistente giacché effettuava il controllo alla sera, ma con la speranza di infastidire il portiere.
Quest’ultimo, anziché trovarsi in guardiola a porgergli il buongiorno, come sarebbe stato suo dovere, se ne stava anche lui tra le braccia di Morfeo e vatti a sapere per quanto ci sarebbe rimasto, quel ruba-stipendi che lo salutava sempre di malagrazia (il poveretto era quasi muto, quindi bofonchiava a prescindere, quale che fosse la frase che doveva pronunciare).
Schiacciò il pulsante del portone, aprì, passò oltre lasciandolo subito in modo che tornasse indietro con violenza e cominciò ad avviarsi verso la stazione, osservando con livore il cielo gravido di pioggia.
La stazione era ovviamente un orrore, un cubo di cemento con la biglietteria (al momento chiusa, era stato necessario fare l’abbonamento), un piccolo bar con edicola annessa (al momento chiuso, quindi niente giornale con le ultime notizie) e un insopportabile odore di fumo stantio che Fantozzi trovava vomitevole.
Questo era il motivo per cui, malgrado il freddo d’inverno e il caldo d’estate, si sedeva sull’unica panchina posta al di fuori, direttamente a fronte dei binari.
Quella mattina era nata più storta del solito: aveva dimenticato di portarsi dietro un libro, quindi gli sarebbe toccato tediarsi mortalmente nell’andare al lavoro, oltre a rischiare che qualche scocciatore gli attaccasse un bottone insopportabile.
Beh, se davvero qualcuno fosse salito sul suo treno, a quell’ora quasi vuoto, avrebbe semplicemente fatto finta di dormire.
Osservò con noia i consueti cartelloni pubblicitari appiccicati al muro di fronte e non poté fare a meno di notare che ce n’era uno nuovo: rappresentava una spiaggia immacolata con il mare sullo sfondo di uno splendido azzurro e due palme a far da supporto a un’allettante amaca.
Il testo, in nero brillante a far da contrasto, abbinato a quella foto meravigliosa, era un invito quasi irresistibile: “Vieni in Tunisia”.
Fantozzi cominciò a fantasticare suo malgrado: gli sarebbe piaciuto fare un viaggio come quello, anzi, gli sarebbe piaciuto mollare tutto e andarsene definitivamente, ma come avrebbe potuto?
Troppi doveri, troppe accidenti di responsabilità!
Tornò a osservare l’immagine: gli parve di sentire la sabbia infilarsi tra le dita dei piedi scalzi, il fruscio delle onde che si infrangevano sulla riva, le strida, stranamente piacevoli, di gabbiani inesistenti. Anche il suo olfatto venne sollecitato dal profumo di un cocktail tropicale, che non aveva mai avuto occasione di bere, ma che sapeva essere tale.
Alle strida si sostituì una canzone:
Seduto con le mani in mano
sopra una panchina fredda del metrò
Sei lì che aspetti quello delle sette e trenta
chiuso dentro al tuo paletot
Un poster che qualcuno ha già scarabocchiato
dice: "Vieni in Tunisia"
C'è un mare di velluto ed una palma
e tu che sogni di fuggire via
Non era in grado di riconoscerla ma era evidente che, non considerando il numero di palme, il mezzo di trasporto e l’orario, il protagonista era lui in quel preciso momento.
A fior di labbra si ritrovò a canticchiare il ritornello:
E an - da - re - e
Lonta - no - o
Lonta - no - o
Lonta - no - o
Anda - re - e
Lonta - no - o
Lonta - no - o
Lonta - no – o
Il poster cambiò all’improvviso, trasformandosi in uno schermo cinematografico che cominciò a coprirsi di immagini, formando una sorta di film.
Parole accompagnavano dette immagini e, nel leggerle, Fantozzi avvertì l’euforia di poco prima svanire.
E sui binari quanta vita che è passata
e quanta che ne passerà
Quei due ragazzi stretti stretti
che si fan promesse per l'eternità
Un uomo si lamenta ad alta voce
del governo e della polizia
e tu che intanto sogni ancora
sogni sempre sogni di fuggire via...
Maledizione, l’unica prospettiva decente sembrava essere quella dei due ragazzi che si promettevano amore eterno, ma Fantozzi sapeva bene quanto effimere si sarebbero rivelate in realtà quelle promesse e non riuscì a decidere se fosse il caso di riderci su o cominciare a versare lacrime amare sul suo infelice e non corrisposto amore per la Silvani.
Si concentrò sul resto: un anziano che si lamenta e continuerà a farlo per il resto della vita, perché è soprattutto questo che fanno i vecchi. Lui stava per entrare in quella fascia d’età e questo accentuò il suo malumore.
Un’altra botta arrivò dalle pettegole con in mano le borse della spesa, immagine specchiata di Pina che si perdeva in chiacchiere del tutto inutili ogni volta che usciva a fare acquisti, spendendo immancabilmente cifre folli in oggetti parimenti inutili.
Colpo definitivo fu il pensiero che sui binari era passata una quantità enorme di vita, sprecata esattamente come la sua nel non fare mai ciò che avrebbe davvero desiderato.
E adesso… adesso…
No, forse non era troppo tardi, forse c’era ancora spazio per il sogno di
An - da - re - e
Lonta - no - o
Lonta - no - o
Lonta - no - o
Anda - re - e
Lonta - no - o
Lonta - no - o
Lonta - no – o
Di nuovo quel ritornello, che Fantozzi ripetè con maggiore convinzione.
Un attimo dopo udì una seconda voce unirsi nel ripetere il refrain, una bella voce baritonale e, a differenza della sua, perfettamente intonata.
Si voltò stupefatto perché non aveva sentito arrivare nessuno: alle sue spalle vide un uomo alto e magro, incredibilmente elegante nel suo frac totalmente fuori contesto al pari dei guanti bianchi e del monocolo, le scarpe in vernice lucidissime, i pantaloni con risvolto in seta rossa. Per ripararsi, in luogo del cappotto, indossava un mantello, anch’esso con l’interno di seta rossa a fare pendant con i pantaloni e il fazzoletto nel taschino. I capelli, scuri al punto da confondersi con l’abito, erano lunghi ben oltre le spalle e trattenuti in una coda. A completare il tutto, un bastone con il manico in avorio a forma di testa di lupo.
Sarebbe stato molto difficile dire quanti anni avesse: occhi corvini incredibilmente penetranti, naso affilato, colorito pallido, qualche ruga qua e là, forse quaranta, forse cinquanta.
Fantozzi, che si avvicinava ormai ai sessantacinque e contava i minuti che lo separavano dalla pensione che l’avrebbe finalmente liberato da quel supplizio quotidiano, lo osservò sbalordito.
Il nuovo venuto smise di cantare e lo gratificò di un sorriso abbagliante, chiedendogli se poteva prendere posto sulla panca. Anche nel parlato la sua voce era piacevole al pari dei suoi modi e il nostro, per una volta rasserenato, rispose immediatamente di sì.
Un attimo dopo era già pentito: di cosa avrebbero potuto discorrere? Per timidezza non aveva mai iniziato una conversazione con sconosciuti e, viceversa, se qualche sconosciuto l’aveva fatto con lui, era stato subito interrotto con fare sgarbato.
- Ogni volta che mi viene in mente quella canzone non posso fare a meno di cantarla: sono termini semplici ma, a ben interpretarli, molto profondi. Parlano del sogno che tutti hanno, quello di recarsi in un altrove che può renderli felici.
Era come se l’altro gli avesse letto nella mente, esplicitando a parole quelli che erano i suoi pensieri.
Lo sconosciuto proseguì:
- Da questo punto di vista sono fortunato, posso volare in ogni momento e in qualsiasi posto io desideri.
- Ha un velivolo personale?
Il sorriso dell’altro si allargò.
- In un certo senso. Sa quale è il problema? Che mi tocca volare da solo. Sono tutti troppo occupati, prigionieri di attività che, glielo dico francamente, viste da lontano - mi scusi la boutade - sembrano davvero ridicole.
In una situazione diversa, Fantozzi avrebbe reagito come una belva per difendere quel lavoro che lui odiava tanto e di cui un estraneo osava parlare male; inoltre, se era ridicolo il lavoro, lo era anche chi lo svolgeva: in buona sostanza, lui stesso.
Ma la voce dell’uomo aveva una valenza ipnotica e gli aveva tolto ogni volontà di controbattere.
Controbattere a cosa, poi? Il suo nuovo amico aveva perfettamente ragione.
Un po’ goffamente rispose:
- Le confesso che io non ho mai preso un aereo in vita mia. Accidenti se mi piacerebbe! Lo pensavo poco fa, è proprio come dice lei: lasciare tutto e volare via.
- E’ sicuro di volerlo? Sto proprio per intraprendere un nuovo viaggio, se le fa piacere posso portarla con me.
Fantozzi si alzò in piedi, stupefatto e felice, trovandosi proprio di fronte all’uomo magro.
- Ora?
- Certo, proprio ora.
Così dicendo l’estraneo gli si avvicinò ulteriormente e aprì le braccia, serrandolo in una morsa potente.
In un istante i canini, diventati improvvisamente affilati come lame, si piantarono nel suo collo.
L'attimo dopo i due corpi avvinghiati, avvolti nel mantello, si innalzarono verso il cielo, in alto, sempre più in alto, sino a sparire oltre le nuvole.


