Star Trek Destiny Vol. XIII:
La scelta di Astarte
La scelta di Astarte
LA DESTINY DOVEVA ESPLORARE IL MULTIVERSO,
MA QUALCOSA È ANDATO STORTO
E L’EQUIPAGGIO È STATO UCCISO.
ANNI DOPO, UNA BANDA DI CONTRABBANDIERI
HA ABBORDATO LA NAVE ALLA DERIVA,
VENENDO RISUCCHIATA NEL MULTIVERSO,
SENZA LE COORDINATE DI RITORNO.
AGLI AVVENTURIERI NON RESTA CHE
ESPLORARE UNA REALTÁ DOPO L’ALTRA,
IN CERCA D’INDIZI SULLA VIA DI CASA,
MENTRE CERCANO DI RISCOPRIRE IN LORO
QUELLO SPIRITO CHE CREÓ LA FEDERAZIONE...
MA QUALCOSA È ANDATO STORTO
E L’EQUIPAGGIO È STATO UCCISO.
ANNI DOPO, UNA BANDA DI CONTRABBANDIERI
HA ABBORDATO LA NAVE ALLA DERIVA,
VENENDO RISUCCHIATA NEL MULTIVERSO,
SENZA LE COORDINATE DI RITORNO.
AGLI AVVENTURIERI NON RESTA CHE
ESPLORARE UNA REALTÁ DOPO L’ALTRA,
IN CERCA D’INDIZI SULLA VIA DI CASA,
MENTRE CERCANO DI RISCOPRIRE IN LORO
QUELLO SPIRITO CHE CREÓ LA FEDERAZIONE...
“L’Universo è vasto e noi siamo piccoli. C’è un’unica cosa che possiamo realmente controllare... essere buoni o cattivi. La natura umana si decide nella battaglia tra la consapevolezza e le bramosie del subconscio”.
“Il successo o il fallimento delle tue azioni non determinano il valore della tua esistenza. Il tuo spirito non può essere abbattuto. Giudicati dalle tue intenzioni, e dalla forza con cui hai affrontato le sfide sul tuo cammino”.
Oma Desala, un’Ascesa
-Prologo:
Data: 4.000 a.C. circa
Luogo: Uruk, Bassa Mesopotamia
Lo stargate recepì le coordinate di destinazione, fissando i sette chevron su altrettanti geroglifici, e si attivò sprigionando un vortice d’energia bianco-azzurra. A quella vista incomprensibile, gli schiavi sumeri indietreggiarono spaventati e si prostrarono al suolo, implorando pietà. Quando osarono rialzare lo sguardo, l’anello di pietra incorniciava una superficie fluida, simile a uno stagno increspato. Era il tunnel spaziale che li avrebbe condotti su un remoto pianeta... ma questo lo sapevano solo i padroni Goa’uld. Per i sumeri strappati alle loro famiglie, quella era la “porta delle stelle” che li avrebbe condotti... ovunque volessero gli dèi.
«Avanti, schiavi! Siate grati che gli dèi vi abbiano destinati a una nuova patria!» tuonò il Primo Jaffa, dal sinistro elmo a testa di sciacallo. «Che aspettate a varcare la porta delle stelle? Muovetevi, o sarete condotti all’Eanna e gettati nella fossa dei leoni!» minacciò, alludendo all’imponente tempio di Inanna che sorgeva innanzi alla piazza, su una piattaforma rialzata. Nel caso le parole non bastassero, le altre guardie fecero schioccare le fruste sulle schiene dei sudditi intimoriti.
Allora questi si rialzarono e avanzarono riluttanti verso lo stargate. L’ignoto li spaventava, ma non quanto i poteri degli dèi e le minacce delle guardie; così varcarono la superficie baluginante. Uomini e donne lasciarono per sempre il pianeta Terra, portando con sé carretti trainati da asini, su cui avevano caricato i propri miseri averi. Il loro destino, e quello dei loro discendenti, fu per sempre scisso da coloro che restavano sulla Terra. Le guardie Jaffa li scortarono sul nuovo mondo, dove gli avrebbero impartito le istruzioni per fondare un insediamento. Quando la lunga processione fu terminata, lo stargate si disattivò, tornando a essere un semplice arco di pietra. La piazza di Uruk, prima gremita, rimase vuota e silenziosa. Il vento caldo agitava gli stendardi di Inanna sugli spalti del tempio.
Scene come questa erano comuni sulla Terra, da quando i Goa’uld ne avevano preso possesso, quattromila anni prima. Perché la Terra aveva qualcosa di cui la Galassia scarseggiava: manodopera a basso costo. E gli Umani, primitivi e superstiziosi, erano i sudditi perfetti. Per i Goa’uld – esseri serpentini e parassitici – era stato facile sottometterli. Si erano avvalsi della loro tecnologia superiore, in gran parte rubata agli Antichi, spacciandosi per dèi. E allora avevano potuto fare ciò che volevano dei Terrestri, o Tau’ri come li chiamavano. Di alcuni si erano impossessati completamente, insinuandosi nei loro corpi e assumendone il controllo, così da rivestirsi di sembianze umane. Altri li avevano alterati geneticamente, creando i fedeli Jaffa, che combattevano per loro e ne ospitavano persino le larve. Ma il grosso degli Umani continuava a vivere in condizioni primitive, adorando e temendo gli dèi scesi dal cielo. I Goa’uld infatti si erano spartiti la Terra e i suoi popoli. Ra, il Supremo Signore, dominava l’Egitto; ma ogni Signore del Sistema aveva la sua provincia, che governava con poteri pressoché assoluti.
Un solo pianeta però non bastava ai Goa’uld, che volevano dominare l’intera Galassia. Così, periodicamente, essi usavano lo stargate terrestre per trasferire grandi quantità di Umani su altri mondi. Ogni volta i Goa’uld sceglievano una cultura diversa, così che la popolazione terrestre rimanesse costante, senza sfoltire troppo una zona a vantaggio delle altre. E ad ogni esodo colonizzavano un pianeta diverso, per estendere sempre più la loro presenza nella Via Lattea. Dopo quattromila anni di questa politica, i mondi abitati dai Tau’ri erano innumerevoli. E sebbene molti fossero improduttivi, i padroni Goa’uld erano ben decisi a continuare in questo modo. Così infatti contavano di mettere all’angolo le poche altre civiltà evolute, come gli Asgard. Esodo dopo esodo, l’Impero Goa’uld si espandeva sempre più.
Quel giorno, tuttavia, Ra non era soddisfatto dell’ennesima ondata di colonizzazione. Quando la piazza si fu svuotata, egli fissò corrucciato il tempio di Inanna. «Tutto è compiuto, ma lei ancora non si vede! Com’è possibile che si disinteressi a tal punto delle nostre faccende? La Mesopotamia è il suo feudo, Uruk la sua capitale; ricordo bene quanto mi supplicò di averli! Ma ora Inanna tralascia i suoi doveri... ignora persino la mia convocazione!» sbuffò, irritato.
«È stato un grave oltraggio nei tuoi confronti, mio sposo» disse Hathor, l’affascinante regina dai capelli rossi, che lo affiancava sotto il baldacchino. «Forse dovresti privarla dei suoi privilegi e assegnarli a qualcun altro. Qualcuno che si è dimostrato affidabile e ligio al dovere. Qualcuno che ti ha sempre rispettato e onorato. Parlo di sua sorella Ereshkigal» suggerì.
«Sarebbe un’imprudenza, mio sposo» obiettò Egeria, la seconda moglie di Ra. Era più dimessa nell’aspetto, ma più saggia nei consigli. «Ereshkigal è sempre stata ambiziosa, ancor più della sorella. E ricopre già una mansione di grande importanza, da quando le hai affidato il controllo dei sarcofagi. Se ora vi sommasse i possedimenti di Inanna, diverrebbe potente quanto te» avvertì.
«Già, sarebbe troppo» ammise Ra, sempre attento a non rafforzare troppo i suoi vassalli. «Tuttavia l’oltraggio di Inanna non deve restare impunito».
«Mio signore... forse ella non ha voluto recarvi oltraggio» suggerì Aset, un’altra potente Goa’uld. «Sappiamo che al momento Inanna è fuori città. Non siamo ancora riusciti a localizzarla, dato che non ha alcun trasmettitore con sé. È probabile quindi che non abbia ricevuto la vostra convocazione. Altrimenti sono sicura che sarebbe tornata in città, per accogliervi degnamente. Io la conosco... so per certo che la sua devozione nei vostri confronti è inalterata. Rimproveratela di sbadataggine, ma non di oltraggio, perché non era questa la sua intenzione».
«Uhm, Inanna è fortunata ad avere amiche come voi, che intercedono sempre in sua difesa» commentò Ra, passando lo sguardo da Aset a Egeria. «E va bene, se garantite per lei, accetterò che sia colpevole solo di sventatezza e nulla più. Se verrà a rendermi omaggio, chiedendo perdono per la sua assenza, glielo concederò» stabilì. In fondo Inanna era una dei più potenti Signori del Sistema; servivano colpe ben più gravi per revocarle gli antichi privilegi.
«Una saggia decisione. A volte la magnanimità di un sovrano è più efficace, e resta più impressa, di una severa punizione» disse Egeria.
«Sarà...» fece Hathor, poco convinta. «Ma la nostra domanda non ha ancora avuto risposta: dov’è Inanna?! Cosa sta facendo di così importante da farle scordare i suoi doveri?!».
«Nemmeno le sue guardie lo sanno. Pare che abbia lasciato Uruk qualche giorno fa, con una piccola scorta, senza dare spiegazioni. Spero che non le sia capitata qualche disgrazia» si preoccupò Aset. Fuori dalle città, infatti, esistevano ancora bande di nomadi che non veneravano i Goa’uld e non avrebbero esitato ad assalirne uno, trovandolo isolato.
«Questo dobbiamo accertarlo. Voglio che Inanna sia localizzata e ricondotta in città al più presto» disse Ra, meditabondo.
«Me ne occupo subito, mio signore» si offrì Serqet, una Goa’uld di basso rango che gli faceva da guardia del corpo.
Ra la guardò con scetticismo. Serqet era brava a combattere, certo, ma mancava d’astuzia e dava troppo nell’occhio. Lui aveva bisogno di qualcuno che sapesse seguire le tracce, e se necessario mimetizzarsi tra i nativi. «No, designerò qualcun altro per la missione. Il più duttile fra noi... parlo di te, Angra Mainyu» decise. Tese lo scettro ricurvo verso di lui, invitandolo ad avvicinarsi.
I Goa’uld della corte si scostarono per fare largo all’interessato. Angra Mainyu si fece subito avanti, inchinandosi davanti al sovrano. Nella sua incarnazione umana era un uomo imponente, dai lunghi capelli neri e lo sguardo penetrante. La sua provincia era l’Elam, ovvero la Persia, che governava dalla città di Aratta. Quelli che lo conoscevano meglio sapevano quanto fosse ambizioso; ma finora non aveva mai fatto dubitare della sua lealtà.
«Vi ringrazio per la fiducia, mio signore. Come sapete, Inanna mi è sempre stata a cuore. La troverò, ovunque sia finita, e la ricondurrò da voi. Sono certo che si confermerà vostra devota vassalla, come lo sono io. Col vostro permesso, parto seduta stante» disse Angra Mainyu.
«Sì, vai» lo congedò Ra. «E avvertila che d’ora in poi dovrà essere più ligia al dovere. Ho parlato». Il Signore dei Goa’uld dispiegò la sua maschera d’oro, che gli coprì il viso da adolescente, facendolo somigliare a un impassibile idolo egizio.
Angra Mainyu si rialzò in fretta e lasciò il corteo di Ra. Non perse tempo a interrogare i Goa’uld minori e i Jaffa della corte di Inanna. Avevano detto d’ignorare dove si trovasse la loro signora, e lui era incline a credergli. Si diresse invece verso le porte della città, dove avrebbe interrogato le guardie sumere, cercando indizi sulla destinazione di Inanna. Se la conosceva, era più probabile che si fosse lasciata scappare qualcosa con loro.
Era tarda sera quando Angra Mainyu raggiunse un piccolo villaggio, una ventina di chilometri a nord di Uruk. Le indicazioni dei sumeri lo avevano condotto fin lì, sulle tracce di Inanna, e ormai il Goa’uld era davvero curioso di sapere che cosa stesse combinando la sua simile in quel posto miserevole. Viaggiava senza scorta e in abiti dimessi; il kara kesh fissato alla sua mano era una difesa sufficiente, in caso di cattivi incontri. Mentre si avvicinava alla piazza udì il canto di molte voci, misto al suono di vari strumenti. Il bagliore di un gran fuoco rischiarava la notte, e a giudicare dal profumo di carne, qualcuno stava cuocendo l’arrosto. Suo malgrado, il Goa’uld sentì l’acquolina in bocca. In cosa si era imbattuto?
Sbucato in piazza, Angra Mainyu si trovò innanzi a una festa sfrenata, dalle connotazioni orgiastiche. I sumeri danzavano in cerchio attorno al grande falò, sudando per la frenesia che si era impadronita di loro. Molti bevevano birra o vino dagli otri, senza nemmeno annacquarli secondo l’usanza, e infatti non pochi si erano già ubriacati. Quelli ancora in grado di suonare si davano da fare con flauti, cimbali, sistri e tamburi. Alcune coppie lasciavano la piazza e si ritiravano nelle casupole, per proseguire i festeggiamenti nel modo più intimo. E là, al centro della baraonda... c’era Inanna.
Si era unita all’allegro girotondo attorno al fuoco, e ballava dando la mano a contadini e allevatori, come se fosse una di loro. Rideva a crepapelle, le guance arrossate dall’ebbrezza. Non aveva la corona a corna multiple, né le ricche collane, né le altre insegne del potere; nulla che la distinguesse dal volgo. Nella frenesia della danza aveva perso anche i sandali, restando scalza; ma non se ne curava. Cosa più incredibile, non aveva nemmeno il kara kesh per difendersi dai malintenzionati. La Regina dei Cieli, una dei Goa’uld più potenti della Galassia... ballava e schiamazzava come una contadinotta qualunque. Se gli altri Signori del Sistema l’avessero vista in questo stato, mentre dava tanta confidenza ai sudditi...
... se l’avessero vista, sarebbe stata la sua rovina, comprese Angra Mainyu. Affinché i Goa’uld restassero al potere, fingendosi divinità, era di vitale importanza che ci fosse una barriera tra loro e i sudditi. Dovevano sempre apparire come idoli intoccabili, superiori alle umane passioni. Altrimenti i Tau’ri avrebbero smesso di temerli. E senza il timore, sarebbero venuti meno la devozione e l’obbedienza. Ecco perché i Goa’uld mantenevano sempre le distanze. Se Ra e gli altri avessero saputo cosa combinava Inanna, allora sì che l’avrebbero privata dei suoi privilegi. Bastava che qualcuno come Serqet facesse la spia, e sarebbe stata la fine. E Angra Mainyu non voleva che accadesse... perché ci teneva davvero a Inanna. Dunque doveva salvarla da se stessa.
Fendendo la calca, il Goa’uld si avvicinò alla sua simile. La prese per mano, costringendola a guardarlo. «Ehi, Inanna! Sono io, mi riconosci?!» chiese, sperando che non fosse troppo brilla.
Gli occhi grigi di Inanna si strinsero, mettendolo a fuoco nella luce del gran falò. «Angra Mainyu! Che ci fai qui? Non importa, sei il benvenuto! Vieni, unisciti alle danze!» lo invitò giocosamente.
«Non me lo posso permettere, mia cara. E non puoi nemmeno tu. Fulmini, hai scordato chi e che cosa siamo?! Questi selvaggi devono vederci come dèi intoccabili. Non come compagni di balli e bevute... né d’amplessi» accusò il Goa’uld, con una traccia di gelosia.
«Ehi, modera le accuse! Non ho fatto nulla che non farebbe una signora» si difese Inanna, sussiegosa. Tuttavia si lasciò condurre lontano dal bailamme, ai margini della piazzetta. Allora l’ebbrezza parve abbandonarla. «Urgh... dove sono i miei sandali?» borbottò, accorgendosi solo ora d’averli persi.
«Non voglio saperlo, e non ti aspettare che vada a cercarteli!» sbuffò Angra Mainyu. «Guarda come sei ridotta... sembri una di questi caprai. Come ti è saltato in mente di lasciare il tuo tempio, la tua corte, e venire in questo porcile?!» volle sapere.
«Uff... mi annoiavo a stare sempre chiusa nell’Eanna!» si giustificò Inanna. «Volevo vedere più da vicino come vivono i miei sudditi. Capire se hanno dei problemi che posso risolvere. Così ho preso l’abitudine di visitare i villaggi».
«Come, l’abitudine?! Vuoi dire che non è la prima volta che vieni qui?!» si allarmò Angra Mainyu. Era un miracolo che nessun altro Goa’uld l’avesse sorpresa in quelle scappatelle compromettenti.
«Certo che no. La Mesopotamia è grande, e nel corso degli anni ho cercato di visitarla tutta, dai tuoi confini a quelli di Ba’al» confermò Inanna. «Così ho visto i problemi della gente. In questo villaggio, ad esempio, era scoppiata un’epidemia di vaiolo. Sai, gli allevatori l’avevano presa dal bestiame con cui stanno sempre a contatto. Era una bruttissima malattia... stava falcidiando tutti. Non potevo permettere che arrivasse a Uruk. Quindi mi sono consultata con Thot, che mi ha fornito le medicine in forma di pastiglie. Sono tornata qui e le ho gettate nel pozzo, in modo che tutti potessero attingere alla cura. Così l’epidemia è cessata... e i miei sudditi mi venerano ancor più di prima, se è questo che ti preoccupa. Ora mi acclamano come la loro divina salvatrice!» rivelò, con sguardo complice.
«Uhm, capisco» fece Angra Mainyu, un po’ rassicurato. Dunque Inanna non aveva completamente perso il giudizio. «A nessuno piace restare senza sudditi per via di una stupida malattia. Hai fatto bene a occupartene, anche se forse avresti dovuto delegare la mansione a qualche sottoposto. Ma una volta risolto il problema, perché ti sei attardata qui?!».
«Beh, c’erano altre faccende da risolvere» spiegò Inanna in tono pratico. «Ho fatto da giudice in una controversia sui terreni agricoli, evitando che i contadini finissero per infilzarsi coi forconi. Già che c’ero, ho anche aiutato la moglie del vasaio a partorire...».
«Tu... hai aiutato una di queste selvagge a partorire?!» inorridì Angra Mainyu, sentendo tornare i timori per l’eccessiva promiscuità di Inanna.
«Certo! Che dea della fertilità sarei, altrimenti? C’è voluta tutta la notte, ma al mattino è stato emozionante tenere il piccino tra le mie mani, lavarlo e dargli la mia benedizione» rivelò Inanna, con sguardo sognante. «A quel punto volevo tornare in città, ma gli abitanti del posto erano così grati che mi hanno implorata di restare un altro giorno. Sai, stanotte c’è la Festa del Raccolto, così ho deciso di celebrarla con loro. Sono brave persone, e sanno come divertirsi. Guarda la mia acconciatura! Queste treccine me le hanno fatte le loro ragazzine... non sono adorabili?!» sorrise, sfiorandosi le chiome nere, raccolte in sottili trecce.
«Certo, le treccine... come no» fece Angra Mainyu, con la bocca secca. «Ascolta, io e te dobbiamo parlare seriamente. Ma prima devo sapere se ti fidi di me».
«Io... beh, perché non dovrei? Sei sempre stato galante... certo che mi fido di te» annuì Inanna.
«Bene, allora t’informo che sei in grave pericolo. Non a causa di qualche nemico, bada bene, ma di te stessa» avvertì il Goa’uld. «Questa promiscuità coi sudditi rischia di distruggere un ordine che abbiamo impiegato millenni a costruire. Hai dimenticato cosa sei... cosa siamo tutti noi?! Ci siamo rivestiti di corpi umani, certo, ma restiamo Goa’uld» sussurrò. Si guardò furtivamente attorno, accertandosi che nessun nativo lo udisse. Per fortuna erano tutti distratti dai festeggiamenti.
«E allora, che importa?!» sbottò Inanna, infastidita. Si era così ben ambientata sulla Terra che detestava ricordare le sue origini aliene. «Abbiamo corpi umani da quattromila anni, mentre i più longevi fra i Tau’ri non arrivano a cent’anni. A conti fatti, siamo diventati più umani noi di loro!» sostenne.
«È qui che ti sbagli!» ribatté Angra Mainyu, serissimo. «Per quanto ci siamo adattati al luogo, noi restiamo Goa’uld. Veniamo da un altro mondo e dominiamo gran parte della Galassia. E il nostro potere si basa su un assunto: che i Tau’ri ci credano divinità. Solo così continueranno a lavorare per noi, combattere per noi, farci persino da ospiti. Il giorno in cui perderanno il timore e la reverenza nei nostri confronti, sarà il giorno in cui si rivolteranno. E allora noi perderemo tutto» disse senza mezzi termini.
«Non deve andare per forza così. Se li preparassimo alla verità, un poco alla volta...» azzardò Inanna.
«Bah, la verità! Chi crede alla verità costruisce sulla sabbia. Le nostre fondamenta devono essere più solide. Decidiamo noi la verità, e i Tau’ri devono accettarla, o sarà peggio per loro!» ringhiò Angra Mainyu, lasciando che il bagliore degli occhi e la voce cavernosa tradissero la sua natura aliena. «E non essere così ingenua da confidare nella gratitudine di queste persone. Ora ti portano in trionfo, perché ti credono ancora una dea. Se scoprissero che non lo sei... che sei solo una parassita nel corpo di una donna... che hai approfittato di loro per generazioni... ti brucerebbero sul rogo. Sai che è così!».
«Può darsi» mormorò Inanna, fissando malinconica i paesani, ancora intenti ai festeggiamenti. «Ma la Mesopotamia è il mio feudo, e lo governo come mi pare!» aggiunse, ritrovando il cipiglio autoritario. «Forse che io vengo a dirti come governare l’Elam? Certo che no. E allora lasciami fare a modo mio! Che ognuno si occupi del proprio feudo, e che sia il tempo a rivelare chi ha lo stile migliore».
«Sbagliato di nuovo. Perché in questo momento, a Uruk, è arrivato Ra con tutta la sua corte. Con mogli e buoi dei paesi suoi» ironizzò Angra Mainyu.
«Ra... è giunto nella mia città?! E perché?!» si agitò Inanna.
«Ecco, non sai nemmeno questo! Vedi cosa succede a distrarsi per star dietro ai pezzenti?!» fece il Goa’uld in tono trionfante. «In breve, Ra è giunto per portare un migliaio di schiavi sulla nuova colonia di Akkad. Ha trasferito appositamente lo stargate da Giza a Uruk. Ed è rimasto oltraggiato dal fatto che tu non fossi lì a riceverlo. Siccome non c’eri, abbiamo provveduto noi a tutto. Abbiamo selezionato gli schiavi, perlopiù tra i manovali che hanno costruito la nuova cinta muraria. E li abbiamo trasferiti su Akkad, affidandoli al tuo luogotenente Sargon. È andato tutto bene, per carità... nessun incidente. Ma Ra vuol sapere dove ti sei cacciata, quindi mi ha spedito sulle tue tracce, per ricondurti in città. Fortuna che ti ho trovata, prima che lo facesse qualcun altro!» sbuffò.
«Hai detto che Ra è oltraggiato?» chiese Inanna, spaventata.
«Già, parlava addirittura di revocarti i privilegi. Comunque sei fortunata: le tue amiche Aset ed Egeria hanno interceduto per te. Lo hanno convinto che la tua assenza è stata una svista e non una sfida» la rassicurò Angra Mainyu. «Ma se vuoi rimettere le cose a posto, devi tornare subito a Uruk. Prostrati ai suoi piedi, implora perdono per la tua assenza, impegnati ad essere più diligente in futuro. Solo a queste condizioni Ra ti perdonerà del tutto» avvertì.
«Lo farò» deglutì Inanna. «Grazie per essere venuto a chiamarmi».
«Non c’è di che. Mi sei cara e non voglio vederti cadere in disgrazia. Ragion per cui non parlerò a nessuno del tuo eccessivo attaccamento ai sudditi» promise il Goa’uld. «Ora seguimi, non c’è tempo da perdere».
«Dammi solo un’oretta, devo rimettermi in sesto» farfugliò Inanna.
«Uhm, e sia. Meglio che Ra e gli altri non ti vedano in questo stato, o faranno domande a cui sarà difficile rispondere. Ti attendo alle porte del villaggio, va bene? Così torneremo assieme» propose Angra Mainyu, avviandosi.
«D’accordo. Aspettami là, arrivo appena pronta» disse Inanna. Corse in un edificio un poco più decoroso degli altri, dove aveva lasciato le guardie a vigilare sui suoi gioielli e le vesti più sontuose. Fatti uscire i sorveglianti, si preparò a tempo di record, riacquistando un aspetto regale. Dopo di che si fiondò all’esterno, accomiatandosi dai paesani. Ma contrariamente a quanto aveva promesso ad Angra Mainyu, non si recò subito alle porte del villaggio. Prima si recò presso un ovile ai margini dell’insediamento, dove aveva un appuntamento segreto.
Era ormai notte inoltrata e la luna piena brillava alta nel cielo. Inanna si aggirò furtivamente in quel lucore argenteo, guardandosi attorno, col cuore palpitante. Si erano dati appuntamento in quel luogo, ma lui dov’era? Finalmente lo vide.
Dumuzi, il bel pastore, l’attendeva alle porte dell’ovile, carezzando un agnellino appena nato. Come la vide, depose il cucciolo e le venne incontro. Vestiva una rozza tunica, che gli scopriva le braccia muscolose, e aveva i capelli tirati indietro da un nastro. «Sei qui, mia adorata. Non sapevo se saresti riuscita a sottrarti ai festeggiamenti» l’accolse, col suo sorriso caldo e genuino.
«Mi sottrarrei alle catene dell’Oltretomba, per tornare da te!» sussurrò Inanna, gioendo a quella vista. Il peso dei secoli e dei ricordi l’abbandonò. Non era più una parassita aliena, scesa a tiranneggiare i Tau’ri. In quel momento si sentiva come una ragazzina innamorata.
Corsero l’una nelle braccia dell’altro, stringendosi forte, e si baciarono con passione. Per un attimo fu tutto perfetto. Poi si scostarono, quel tanto da parlarsi, pur restando abbracciati.
«Sei incantevole, stanotte» notò Dumuzi, vedendola di nuovo abbigliata regalmente.
«Oh, caro... vorrei trattenermi, ma non posso. Un’emergenza mi richiama in città. Devo tornare al più presto all’Eanna. Volevo avvisarti, affinché non credessi che ti avevo abbandonato» spiegò Inanna.
«Un’emergenza? Nulla di grave, spero» fece il pastore, guardandola turbato.
«Nulla d’irrimediabile, a patto che io agisca alla svelta. Sono... cose tra dèi. Difficili da spiegare» minimizzò Inanna.
«Oh» si adombrò Dumuzi, accorgendosi d’essere escluso dalla faccenda. «Sai, è in momenti come questo che mi vergogno d’essere un misero pastore. Tu sei la Regina dei Cieli, col potere di guarirci dalle malattie e di compiere tanti altri prodigi. Se lo desideri, puoi accompagnarti con gli dèi tuoi pari. E allora perché perdi tempo con me? Io sono un semplice mortale... un pastore senza alcuna ricchezza o qualità particolare. Se ti guardo, mia dea, mi accorgo di non essere degno del tuo amore. Non ho nulla di valore da offrirti...» confessò, soffrendo fin nel profondo. Abbassò lo sguardo, non osando guardarla negli occhi.
«Ehi, non dire così! Non svilirti, caro» lo confortò Inanna, inducendolo a guardarla nuovamente. «Un amore comprato coi beni materiali non è altro che un affare con una prostituta. Io non ho certo penuria di ricchezze, da desiderarne altre. Quel che mi mancava, e che tu mi dai, è ben altro. Mi hai insegnato a guardare il mondo e le persone con occhi nuovi. A vedere il valore delle piccole cose, a udire le voci che prima mi sfuggivano» disse, chinandosi a carezzare l’agnellino appena nato. «E soprattutto mi hai insegnato a trovare appagamento non solo nel ricevere e nel consumare, ma anche nel donare. Prima di conoscerti, i miei giorni erano tutti uguali. Tutti vuoti. Potevo anche bere da coppe d’oro e avere tutti ai miei piedi, ma ero povera qui dentro» disse, posandosi la mano sul cuore. «Sicché, come vedi, i tuoi doni sono i più preziosi e i più graditi» concluse.
«Io... non posso immaginare come sia vivere tra gli dèi» mormorò Dumuzi, ancora intimidito. «Credevo che tra voi ci fosse eterna letizia, ma da molti accenni che hai fatto mi accorgo che non è così. Che anche voi avvertite delle mancanze, dei vuoti difficili da colmare. Io lo avvertivo, prima d’incontrarti. E ora, ogni volta che ti vedo, mi sento traboccare il cuore di gioia, mia dea!» disse, tornando a baciarla.
«Non chiamarmi così» mormorò Inanna, a disagio. Le antiche menzogne dei Goa’uld le pesavano come macigni. Voleva smettere di recitare e dirgli la verità, nient’altro che la verità. Il vero amore non esigeva forse d’essere sinceri? «Io... non sono una dea» confessò in un sussurro.
«Se è per questo, non sono neanche una donna» aggiunse tra sé. «Sono solo un parassita alieno, che si è impossessato di questa povera donna e sta abusando di lei. Ma come faccio a dirtelo? Se ti mostrassi cosa sono davvero, ne proveresti orrore e disgusto. Fuggiresti da me... e avresti ragione. E allora cosa posso fare? Dovrei lasciar libera questa donna, dopo quattromila anni? Ma ormai le ho già distrutto la vita; e senza di lei sarei una nuda serpe. Dovremmo alternare il controllo del corpo, come ha suggerito Egeria? No, non credo che possa funzionare. E comunque è troppo tardi!» si disperò.
In quel momento, Inanna odiò se stessa e tutta la sua specie. Odiò quel che avevano fatto ai Tau’ri, quel che continuavano a fargli ogni giorno. Ma non vedeva alcuna via d’uscita. Volenti o nolenti, i Goa’uld erano parassiti, e dovevano comportarsi come tali. Era la loro natura... smettere d’assecondarla significava perire.
«Devo ammettere che, quando sei così vicina, mi sembri più donna che dea» confessò Dumuzi, cullandola tra le braccia. «Ma qualunque cosa tu sia... non m’importa. Che tu sia discesa dalle stelle, o sorta da questo mondo, c’è bontà in te; e io ti amo per questo».
Rimasero stretti ancora qualche attimo. Poi, con riluttanza, Inanna si sciolse dall’abbraccio. «Devo proprio andare, caro. I miei simili mi aspettano. Non posso tardare, o ci sarebbero gravi conseguenze... anche per il popolo» rivelò. Se Ra le avesse revocato i privilegi, affidando la Mesopotamia a qualcun altro, i sumeri avrebbero sofferto un dominio assai più severo. Non doveva permettere che accadesse. «Sappi però che continuo ad amarti, e voglio rivederti al più presto» promise.
«Aspetterò tutto il tempo necessario, mia adorata. Se ci sono problemi con gli dèi, tu puoi risolverli» disse il pastore, fiducioso.
«Non dovrebbe volerci molto. Rivediamoci tra sette giorni, nella tua casetta vicino all’Eufrate, d’accordo?» propose Inanna.
«Intesi» disse Dumuzi. D’un tratto il suo sorriso si spense. Non dubitava della sua amata, ma gli era venuto il sospetto che gli altri dèi fossero ostili alla loro relazione, e potessero troncarla... nel modo più spiccio. Ovvero eliminando lui. Ebbene, era disposto a correre il rischio. «Tra sette giorni, allora. E qualunque cosa ci riservi il destino... non dimenticare ciò che sei. Una regina buona, che ha a cuore il suo popolo» raccomandò. Perché lui era mortale, e presto o tardi se ne sarebbe andato; mentre lei sarebbe rimasta. Detto questo, le carpì un ultimo bacio e scomparve nella notte.
Inanna rimase interdetta da quelle parole, che suonavano come un addio, o quantomeno di cattivo auspicio. Ma lei non voleva che s’interponessero ostacoli tra loro. Dalla sua prospettiva d’immortale, lo aveva appena conosciuto; e non voleva perderlo. Avrebbe fatto di tutto per non perderlo. Il primo passo era tornare a Uruk per chiedere il perdono di Ra, così da conservare la signoria su quelle terre. Poi avrebbe pensato alle prossime mosse.
Con quella determinazione, Inanna si diresse verso le porte del villaggio a passo svelto, quasi correndo. Non voleva far attendere Angra Mainyu, che si era offerto di accompagnarla in città, e al momento sembrava un alleato. Non si avvide che, come accade agli amanti già condannati dal Destino, il suo incontro con Dumuzi era stato spiato da occhi gelosi e vendicativi.
Riunitasi ad Angra Mainyu, Inanna tornò in tutta fretta a Uruk. Ra e la sua corte erano ancora lì, acquartierati nel tempio-palazzo dell’Eanna, in attesa di riceverla. Mentre passava tra le colonne decorate a mosaico, Inanna cercò di ricordare il cerimoniale Goa’uld. Erano passati secoli dall’ultimo incontro con Ra, e non per modo di dire. In quel momento, lui e gli altri Signori del Sistema le parvero ben più estranei – più alieni – rispetto agli Umani che governava.
Eccolo lì, il potente Ra, con le sue mogli, i suoi dignitari e alcuni dei vassalli più fedeli. Così ricoperti d’ori e ornamenti, sembravano degli idoli scolpiti. Se ne stavano ben protetti dalle guardie Jaffa, senza mettere piede fuori dal tempio. Senza curarsi minimamente di come vivevano, o di quanto soffrivano, i loro sudditi. Anche lei era stata così, per un tempo più lungo di quanto volesse ricordare. Un idolo ingioiellato, ma senza vita. Ultimamente però qualcosa era cambiato in lei. Adesso vedeva i suoi simili... e sentiva puzza di decadenza. Solo nelle sue amiche, Aset ed Egeria, percepiva ancora qualche guizzo di vitalità. Ma non era a loro che doveva rendere omaggio.
«Sei in ritardo, Inanna» disse Ra in tono gelido.
«Forse siete voi ad essere in ritardo di qualche millennio sui tempi» pensò l’interessata, ma si guardò dal dirlo. Al contrario, ingoiò l’orgoglio e si prostrò sul pavimento di pietra, ai piedi di Ra.
«Mio signore, imploro umilmente il vostro perdono» disse. «Non era mia intenzione mancarvi di rispetto con la mia assenza. Purtroppo un’epidemia di vaiolo stava falcidiando i miei sudditi, e ciò mi ha costretta ad assentarmi qualche giorno per risolvere il problema, prima che il morbo dilagasse a Uruk. Altrimenti anche gli sforzi per colonizzare Akkad sarebbero stati vanificati. Nel far questo, tuttavia, temo d’aver scordato il comunicatore, e ciò mi ha impedito di tornare in tempo per accogliervi degnamente. Vi chiedo indulgenza per questa malaugurata svista e confermo la mia imperitura lealtà nei vostri confronti. Sono ancora la vostra devota vassalla, e lo sarò sempre» disse, sebbene in realtà avrebbe voluto buttarlo giù dal trono a forza di calci.
Poiché Ra non rispondeva, e teneva il volto celato dalla maschera aurea, Inanna si chiese in che altro modo poteva blandirlo. Più esattamente in che altro modo rispettabile, che non destasse l’ira delle sue consorti. D’un tratto le venne un’idea. Avrebbe fatto leva sulla sconfinata vanità dei Goa’uld. «Per dimostrarvi la mia fedeltà, farò costruire templi del Sole anche in Mesopotamia» promise, sebbene ciò comportasse gravi fatiche per i suoi sudditi.
Come previsto, questo mise Ra di buon’umore. Il Signore dei Goa’uld ripiegò la maschera, mostrando il suo volto da eterno adolescente. «Puoi alzarti, Inanna. È evidente che sei contrita, ragion per cui hai il mio perdono. Del resto ti eri allontanata per un valido motivo» riconobbe. «I tuoi patronati sulla Mesopotamia sono confermati. Alla mia prossima visita, tra... diciamo cinquant’anni, visiterò con piacere i templi che mi avrai dedicato».
«A quel giorno, mio signore» disse Inanna, rialzandosi. Fece un sorriso smagliante, mentre in cuor suo si augurava di vivere tanto a lungo da assistere alla sua caduta.
Risolto questo problema, Inanna allestì un grande banchetto per salutare almeno la partenza di Ra. Durante la serata chiacchierò con Aset ed Egeria, ringraziandole per aver parlato in sua difesa, mentre era assente. Almeno con loro aveva ancora un buon rapporto. Tuttavia si sentì sollevata quando Ra e la sua corte tolsero il disturbo. Tornando in Egitto portarono con loro lo stargate, che fu ricollocato a Giza. Anche Angra Mainyu se ne andò con la sua scorta, nella direzione opposta, per tornare nel suo feudo di Elam. La tranquillità tornò a Uruk, sebbene si avvertisse l’assenza dei tanti che erano stati trasferiti su un altro mondo, e non sarebbero mai tornati.
Allo scadere dei sette giorni pattuiti, Inanna andò all’appuntamento con Dumuzi. Rinunciando alle tecnologie Goa’uld a sua disposizione, vi si recò a cavallo. Era tardi quando raggiunse l’umile capanna sulle rive dell’Eufrate. L’ultimo quarto di luna splendeva nel cielo, inargentando le placide acque. Inanna scese da cavallo, legandolo a un vecchio ceppo, e fece l’ultimo tratto a piedi.
Mentre si avvicinava alla capanna, la visitatrice si accorse che c’era qualcosa di strano. A quell’ora il gregge di Dumuzi avrebbe dovuto essere ben riposto nell’ovile. Invece le pecore erano sparpagliate qua e là, come se il padrone non si curasse di loro. Alcune dovevano essersi perse nella notte. Che strano... Dumuzi era sempre molto attento alle sue bestie. Lo aveva visto radunarle nel recinto e poi andare in cerca di un’unica pecorella smarrita. Come si spiegava quest’insolita negligenza?
«Dumuzi, sei qui?!» chiamò Inanna, incerta se cercarlo nella capanna o nei dintorni. A un tratto sentì abbaiare. Doveva essere Kursha, il fedele cane da pastore di Dumuzi. Non era mai troppo lontano dal suo padrone. Ormai si era abituato alle visite di Inanna, al punto che le correva incontro a farle festa; e lei lo compensava sempre con qualche bocconcino. Anche stavolta la visitatrice prese dalla bisaccia un pezzetto di carne. «Qui, Kursha! Dove sei, orecchie-nere?!» chiese, poiché era quello il significato del nome.
Ma contrariamente al solito, Kursha non le corse incontro. Anche i suoi versi avevano qualcosa di strano. Invece dei soliti latrati allegri, erano un uggiolio che spezzava il cuore. A un tratto Inanna lo scorse alla luce lunare. Il grosso cane era sulle rive dell’Eufrate e vegliava una sagoma umana riversa al suolo. A tratti le dava dei colpetti col muso, come cercando di farla muovere. Quel corpo riverso sembrava proprio...
«NO!» gridò Inanna, invasa dall’angoscia e dal terrore. Lasciò cadere la bisaccia e corse affannosamente fino alla riva. Kursha alzò lo sguardo su di lei, ma non lasciò il capezzale del padrone.
Dumuzi giaceva al suolo, con una freccia conficcata nella schiena. Il sangue si era rappreso, segno che doveva essere passato un po’ di tempo dall’aggressione. Chi lo aveva colpito?! Il giovane pastore era amato e rispettato da tutti, non aveva nemici. Gli unici che potevano ucciderlo erano predoni interessati al suo gregge... ma non era questo il caso, dato che le pecore erano ancora sparpagliate lì attorno. No, non era stato ucciso a scopo di furto. Semmai era stato ucciso...
«... per colpire me» intuì Inanna, con la morte nel cuore. Certo, gli altri Goa’uld non avrebbero visto di buon occhio la sua tresca con un suddito... un umile pastore, per giunta. E quindi se ne sarebbero occupati nel modo più spiccio. Ma chi aveva fatto la spia?! Osservando la freccia, Inanna constatò che era una comune freccia da cacciatore, con l’asta di canna palustre e la punta in bronzo. Niente di tecnologico... nulla che potesse incolpare i Goa’uld. Ed era certa che, se l’avesse esaminata coi suoi strumenti, non vi avrebbe trovato impronte digitali. Salvo forse quelle dell’ignaro cacciatore a cui era stata sottratta, assieme all’arco.
Ma era inutile giocare al detective. Non importava chi avesse materialmente scoccato la freccia... di fatto tutti i Goa’uld erano complici. E così il suo amato Dumuzi era morto. Glielo avevano strappato via, prima che la rendesse troppo umana.
«Inanna...» sussurrò una voce roca.
«Dumuzi!» sobbalzò la Goa’uld. Il suo amato era ancora vivo! Si accasciò accanto a lui, incerta sul da farsi. Non osava estrarre la freccia, per timore che l’emorragia ricominciasse. Per il momento la lasciò dov’era. Si pose il capo di Dumuzi in grembo; i loro sguardi s’incontrarono.
«Inanna...» ripeté il pastore, col respiro quasi impercettibile.
«Sssshhh... non parlare, caro. Risparmia le forze» lo esortò la sovrana. «Ti porterò via di qui... ti salverò» disse, pur non sapendo come. Era giunta a cavallo, anziché con una navicella Goa’uld, quindi non poteva portarlo rapidamente a palazzo. E non aveva medicine sottomano; nulla di utile contro una ferita così grave. Oh, perché non ci aveva pensato prima?!
«Mia adorata... tra noi è stato un bel sogno, ma gli dèi non vogliono che duri. Devi lasciarmi andare» sussurrò Dumuzi.
«No, non ti lascio! E vadano alla malora quelli che vogliono separarci. Hai visto chi ti ha colpito?!» chiese Inanna, scordando la sua precedente esortazione.
«No... mi ha colto alle spalle... ma non importa...» gemette il pastore, col sangue che stillava dalla bocca. «Ho avuto la più gran fortuna di un mortale... quella d’amarti... per me è abbastanza...» sussurrò, la voce sempre più fioca.
«Ma non per me! I nostri giorni sono stati troppo brevi, anche per dei mortali!» si lamentò Inanna. Vedendo che il pastore era in agonia, lo strinse ancora più forte, piangendo calde lacrime. «Non lasciarmi, ti prego! Ho bisogno di te!» singhiozzò. Ne aveva bisogno... per non tornare ad essere quella di prima. Una creatura vuota, che si trascinava nei secoli senza nemmeno sapere perché.
«Il popolo ha bisogno di te... non abbandonarlo... è salvando gli altri che salverai te stessa...» bisbigliò Dumuzi. Inanna lo baciò, ed egli esalò l’ultimo respiro tra le sue labbra. Allora il fedele Kursha ululò, piangendo a suo modo la scomparsa del giovane pastore.
Dopo la morte di Dumuzi, Inanna rimase accasciata per un tempo indefinito, col suo corpo ancora caldo tra le braccia. Nella sua vita plurimillenaria si era lasciata dietro un’infinità di persone tra Goa’uld, Jaffa e Tau’ri. Di molti non ricordava i nomi, né i volti. Ma quella perdita la straziava in un modo mai provato prima, e che mai avrebbe creduto possibile. Era un’ingiustizia alla quale non riusciva a rassegnarsi.
Quando il dolore si fece insostenibile, Inanna alzò la fronte al cielo stellato e gridò. Cominciò come un lamento umano, ma finì come un ringhio Goa’uld, accompagnato dal bagliore giallastro degli occhi. Se fosse stata una semplice mortale, avrebbe seppellito il suo amato e avrebbe pianto sulla sua tomba. Ma siccome era una Goa’uld, aveva altre opzioni. Forse poteva rianimare Dumuzi con un sarcofago. Uno di quei sarcofagi ultratecnologici messi a punto da Thot, per consentire alla loro specie di curare ogni ferita e ringiovanirsi periodicamente. Perché quando si è Goa’uld, si può contendere con la morte stessa.
Fu così che Inanna intraprese quella che, nei millenni successivi, fu cantata come la sua Discesa agli Inferi. Il termine in realtà era impreciso, perché non fu certo nell’Oltretomba che discese, bensì nel laboratorio sotterraneo in cui erano custoditi i sarcofagi curativi. Anche così, non fu un viaggio da effettuarsi a cuor leggero. I sarcofagi, infatti, erano la tecnologia più preziosa dei Goa’uld, lo strumento con cui ingannavano la morte. All’epoca ce n’erano pochissimi, e per ordine di Ra erano strettamente vigilati. Il loro uso era riservato ai Goa’uld: nemmeno i Jaffa potevano avvalersene. Men che meno i sudditi Tau’ri. Se anch’essi ne avessero usufruito, infatti, sarebbe stato un colpo mortale alla pretesa divinità dei Goa’uld. La più grande barriera tra loro e i sudditi, l’esclusiva all’immortalità, sarebbe caduta con effetti rovinosi. Ma Inanna era lì proprio perché, per la prima volta, voleva usare il sarcofago su qualcun altro. L’unico modo per riuscirci era convincere il Custode a fare uno strappo alla regola. E questo era un grosso guaio... perché il Custode era sua sorella Ereshkigal.
Al solo pensiero, Inanna arricciò il naso. Eresh-ki-gal... la Signora della Grande Casa, ecco cosa significava il suo nome. Perché i sumeri la credevano la dea dei morti; e i morti sono più numerosi dei vivi. A causa del suo ruolo, i sudditi temevano persino di nominarla, come se ciò bastasse ad attirare la morte su di loro. Del resto anche Inanna non si sentiva tranquilla a incontrarla. Tra di loro, infatti, non correva buon sangue. E di ciò poteva incolpare solo se stessa.
Quattromila anni prima, quando Ra aveva distribuito i patronati e i privilegi ai suoi collaboratori, Inanna non era affatto in cima alla lista. Era in effetti una Goa’uld minore, e come tale le sarebbe toccato un lembo di terra senza importanza. O peggio ancora, avrebbe dovuto servire per l’eternità qualche tronfio Signore del Sistema. Ma già all’epoca Inanna era ambiziosa, e così non si era persa d’animo. Aveva blandito Ra con mille moine e seduzioni, inducendolo ad assegnarle più del dovuto. In tal modo aveva ricevuto in feudo la fertile Mesopotamia, nonché il permesso di colonizzare mondi a volontà, divenendo una dei vassalli più ricchi e potenti. Ma le risorse della Terra primitiva erano limitate: se un Goa’uld riceveva più del dovuto, qualcun altro riceveva di meno. E a farne le spese era stata Ereshkigal, che si era vista concedere assai meno di quanto pattuito. Dopo di allora, le due sorelle si erano, per così dire... perse di vista.
Inanna però ricordava perfettamente l’occhiata velenosa di Ereshkigal e la sua minaccia di vendicarsi. Per qualche secolo era vissuta nel terrore che sua sorella cercasse di ucciderla. Ma il tempo era passato e di vendette non se n’erano viste. Inanna comunque si era tenuta informata sul suo conto, scoprendo che Ereshkigal aveva intrapreso la carriera scientifica. In tal modo era riuscita, sia pur lentamente, a raggranellare potere. Dopo lunghi maneggi, la sua carriera era culminata nell’investitura a Custode dei Sarcofagi. Questo le dava ampia discrezione nello stabilire chi poteva beneficiarne. Certo, non poteva negare il sarcofago a Inanna... ma a Dumuzi? In quel caso non doveva far altro che applicare la legge. E Inanna non poteva costringerla a fare un’eccezione. Così, quella visita avrebbe rivelato se Ereshkigal aveva ancora il dente avvelenato, o se dopo quattro millenni era acqua passata.
Giunta innanzi al primo dei sette cancelli del Kur, il laboratorio di Ereshkigal, Inanna si vide sbarrare l’ingresso dalle guardie Jaffa. «Che significa ciò?! Ho udienza con mia sorella!» protestò.
Neti, il custode dei cancelli, le rispose in tono aspro. «Zitta, Inanna! Tu potrai anche comandare tutto ciò che è sotto il Sole, ma qui nel sottosuolo è Ereshkigal la Signora. Se vuoi incontrarla, non metter bocca nei suoi ordini».
«E quali sono i suoi ordini?!» chiese Inanna, sempre più oltraggiata.
«Oh, è presto detto. Ad ogni cancello che varchi, dovrai lasciare in pegno qualcosa di tua proprietà. La corona, ad esempio» disse il custode, con un sorriso perfido. «Non temere, non si tratta di cedere la tua regalità. La corona e gli altri ornamenti ti saranno resi all’uscita. Considerala una salutare lezione d’umiltà».
«Umiltà un corno! È una punizione, quella che la tua padrona vuole infliggermi. Dopo tutto questo tempo è ancora risentita nei miei confronti» comprese Inanna, amareggiata.
«Pensala come vuoi, ma non varcherai questi cancelli senza pagare pegno» insisté Neti, inflessibile.
Se si fosse trattato solo di se stessa, Inanna avrebbe rifiutato quest’umiliazione. Ma c’era Dumuzi in ballo, e non poteva attardarsi. Se fosse trascorso troppo tempo dalla morte, nemmeno il sarcofago avrebbe potuto rianimarlo. Così, con riluttanza, la Goa’uld si levò la corona a corna multiple e la depose nelle mani del custode. «Non metterla via. Tornerò presto a riprenderla!» sibilò.
Allora il portone blindato le fu aperto e Inanna poté oltrepassarlo. Ma le sue disgrazie erano appena cominciate. Neti infatti era stato chiaro: per ognuno dei sette cancelli la visitatrice doveva lasciare qualcosa in pegno. E non poteva nemmeno lamentarsi, a rischio d’essere scacciata malamente. Fu così che Inanna dovette subire fino in fondo l’umiliazione escogitata da Ereshkigal.
Al secondo portone le strapparono la collana di lapislazzuli.
Al terzo portone le tolsero gli orecchini di perle.
Al quarto portone dovette cedere il pettorale incrostato di gemme.
Al quinto portone sacrificò l’anello d’oro.
Al sesto portone si privò dei braccialetti ingemmati.
Giunta al settimo e ultimo portone, Inanna non aveva più ornamenti da cedere. Ma la legge di Ereshkigal era inflessibile e lei era giunta troppo avanti per rinunciare. Di qualcosa doveva ancora privarsi; e non le restava che la ricca veste. Quindi subì l’umiliazione di farsi spogliare dai servitori, divenendo l’oggetto dei loro sguardi e dei loro commenti. Sopportò con tutta la dignità che le restava, senza cercare di coprirsi inutilmente con le mani, cosa che l’avrebbe messa ancor più in ridicolo. «Allora, avete finito? Mia sorella mi sta aspettando» disse.
«Abbiamo finito, sì. E tua sorella ora può riceverti» disse Neti, che l’aveva seguita fin lì.
Varcato l’ultimo portone, il custode la guidò nell’installazione sotterranea. Inanna rabbrividì, e non solo per il freddo. Temeva che il peggio dovesse ancora venire. Ereshkigal non era una che faceva le cose a metà: quell’umiliazione sembrava il preambolo a una prova di forza ancor più crudele. Mentre avanzavano, Inanna si vide circondata da tecnologie assai più sofisticate di quelle che usava di solito. Decisamente Ereshkigal si dava da fare, nel suo regno sotterraneo. Questo alla lunga poteva darle un vantaggio sugli altri Goa’uld, la cui tecnologia ristagnava da millenni. Inanna non ebbe tempo e modo di rifletterci. Seguì la sua guida oltre i sinistri laboratori, pieni di congegni mezzi smontati e di corpi umani – o parti di essi – conservati per gli esperimenti. Infine giunsero nella sala delle udienze, innanzi al trono di Ereshkigal. Qui Inanna fu costretta a inginocchiarsi sul gelido pavimento, come una supplice... o una prigioniera.
Il salone imitava quello dell’Eanna; ma ogni cosa era più oscura e spigolosa. Le pareti, anziché essere abbellite da mosaici, legni pregiati e mattonelle smaltate, erano di metallo scabro. Il trono in pietra aveva linee severe e taglienti; lo schienale pareva una lapide. E lì assisa, ammantata in vesti nere senza ornamenti, c’era Ereshkigal. Nel vederla, a Inanna parve di riflettersi in uno specchio oscuro, che le mostrava il peggio di se stessa. Sua sorella se ne stava un po’ sghemba, a gambe accavallate, sorseggiando un calice di... chissà cosa. Il suo aspetto si era fatto inquietante col passare dei secoli, sebbene fosse la prima a usufruire dei sarcofagi. La pelle era di un pallore cadaverico, con le vene in evidenza, poiché non usciva mai alla luce del sole. Le labbra sottili si storsero in un sorriso sadico mentre vedeva la sorella denudata e costretta a inginocchiarsi. Il suo sguardo... fulmini, da quando aveva occhi così demoniaci?!
«Bene, bene... la mia illustre sorella si degna di farmi visita, dopo tutto questo tempo!» esordì Ereshkigal. Aveva la voce roca e si accompagnò picchettando sul bracciolo con le unghie da rapace. «Credevo che ormai ti fossi dimenticata di me. In fondo vivi nel lusso e nei piaceri, ben lontana dalle mie umili fatiche. Nemmeno l’eco dei tuoi banchetti scende fin quaggiù».
«Sei sempre la benvenuta in superficie, sorella mia. Non hai bisogno di nasconderti nel sottosuolo, come se fuggissi da qualcosa» ribatté Inanna, cercando di conservare un briciolo di dignità.
«Fuggire? Oh, no... siete voi lassù che fuggite dalle responsabilità, gozzovigliando come se non ci fosse un domani. Io invece le affronto, le mie incombenze... sto progettando il futuro qui sotto. Nuovi sarcofagi, ancora più sofisticati. Nuove armi, con cui spazzeremo via gli Asgard!» si vantò Ereshkigal.
«Congratulazioni, sei sempre la più industriosa della famiglia. Peccato solo che la tua compagnia non sia delle migliori» fece Inanna, scoccando un’occhiataccia ai servi che l’avevano maltrattata.
Il ghigno di Ereshkigal si accentuò. «Ti dirò... ho scoperto di preferire la compagnia degli animali a quella delle persone. Sono assai più fedeli e non cercano di pugnalarti alle spalle. In particolare mi sono interessata d’ornitologia... una disciplina affascinante. I miei volatili preferiti sono i rapaci notturni: silenziosi, precisi, letali. Ti presento Lilitu, la mia civetta». Ciò detto si portò le dita alle labbra e fischiò. Allora una grossa civetta, d’un bianco spettrale, calò dalla volta del salone e le atterrò sul polso teso. «Magnifica, vero? Pensa che l’ho eletta a mio simbolo» disse la Goa’uld, carezzandola.
«Ottima idea. Sai, anch’io amo gli animali... però preferisco i leoni» disse Inanna. Fissò la sorella con ferocia, implicando che l’avrebbe gettata volentieri in pasto a quelli che allevava nell’Eanna.
«Già, tu e io siamo come una leonessa e una civetta. Anzi, siamo come il giorno e la notte. Entrambe necessarie, ma eternamente divise» ammise Ereshkigal. «Ebbene, sorella, cosa ti conduce da me?».
«Posso alzarmi, prima di risponderti?» chiese Inanna, dato che le ginocchia posate sul pavimento di pietra cominciavano a dolerle.
«Ma certo. Lasciatela» ordinò la padrona di casa ai suoi scherani. Al tempo stesso agitò il polso, lasciando che la civetta s’involasse.
Inanna poté raddrizzarsi, anche se non stava tanto meglio, esposta alla vista di tutti. Si sforzò d’ignorare quella perdurante umiliazione, andando dritta al cuore della faccenda. «Voglio usare il sarcofago» annunciò.
«Ah, sì? Eppure mi risulta che tu l’abbia fatto di recente» obiettò Ereshkigal. «Fammi controllare in archivio... no, inutile perdere tempo, mi basta un esame visivo. Uhm... dalle tue eccellenti condizioni fisiche, deduco che non hai bisogno di ringiovanirti» la canzonò.
«Non è per me, ovviamente. Mi serve per un altro. Uno che è rimasto vittima di un incidente» rivelò Inanna, avvicinandosi al punto critico.
«Oh, mi dispiace. E dimmi, chi è questo Goa’uld di cui ti preoccupi tanto?» chiese Ereshkigal. C’era qualcosa d’inquietante nel suo sguardo... una sfumatura di sadico trionfo...
«Lei sa» rabbrividì Inanna. «Sa che sono qui per Dumuzi. Forse è stata proprio lei a farlo uccidere. In fondo è quella che mi odia di più» ragionò. Ma non poteva far trapelare i suoi sospetti. «Non si tratta di un Goa’uld» ammise.
Ci fu un breve silenzio, carico di tensione.
«Non un Goa’uld, dici?» mormorò Ereshkigal. «Temo che questo complichi le cose. La legge di Ra è chiara al riguardo. L’uso dei sarcofagi è un privilegio strettamente limitato a noi. Ciò significa niente Jaffa... e niente Tau’ri».
A quelle parole, dette in quel tono, Inanna fu certa che Ereshkigal sapesse tutto. «Non puoi fare un’eccezione? Una sola volta?» mormorò.
«Mia cara, se facessi eccezioni, poi me lo chiederebbero tutti!» la irrise Ereshkigal. «Ra mi ha designata come sua Custode, contando sulla mia inflessibilità. Sulla mia incorruttibilità. E io intendo conservare la sua fiducia, serbando le suddette qualità... anche con te, sorella».
«Andiamo, il ruolo di segugio di Ra non ti si addice! So che non esiti a violare le regole, quando lo ritieni vantaggioso!» sbuffò Inanna. «Avanti, dimmi il tuo prezzo».
«Tu dimmi prima chi vuoi riportare in vita. Un Jaffa? Un Tau’ri?» chiese Ereshkigal, sebbene con ogni probabilità già lo sapesse.
Inanna temette che sua sorella stesse registrando la conversazione, per poi farla ascoltare a Ra, così d’accusarla di tentata corruzione. Era un grave rischio... ma nemmeno questo bastò a farla desistere. «Un Tau’ri» rivelò con un filo di voce.
«Nientemeno! Oh, sorella, chi l’avrebbe detto? Tu e un indigeno... deve darti emozioni forti. Tanto forti da rischiare lo scandalo, pur di riaverlo con te...» fece Ereshkigal, sempre in tono canzonatorio.
«Abbiamo tutti le nostre passioni private. Tu forse ti accontenti delle bestie e dei cadaveri che collezioni qua sotto, ma io no!» la gelò Inanna. «E ora dimmi il tuo prezzo... so che non aspetti altro, dal giorno in cui ricevemmo i patronati. Cosa vuoi, una città? Dieci città? Un’intera colonia nello spazio?!» incalzò. Era disposta a cedere questo e altro, per Dumuzi.
«Suvvia, mi credi così venale?» obiettò Ereshkigal. «E anche se lo fossi, l’accordo non potrebbe funzionare. Mettiamo che io ti chieda metà del tuo regno, e che tu me lo ceda sull’unghia. Come credi che potrei giustificare l’acquisizione, davanti a Ra e ai Signori del Sistema? Come un regalo di compleanno, con gli ultimi quattromila anni d’arretrati?!» ironizzò. «No, mia povera sorella... non avrai bisogno di svenarti per riavere il tuo focoso nativo. Perché io non pretendo nulla di ciò che possiedi. Nulla di materiale, intendo. Ti chiedo invece un altro genere di rinuncia» disse, unendo le punte delle dita, mentre sorrideva diabolica.
«Ci siamo» si disse Inanna. Era il punto culminante... quello che Ereshkigal aveva preparato fin dall’inizio. «Quale rinuncia?» chiese, preparandosi al peggio.
«È semplice: se vuoi riportare in vita un mortale, violando le leggi di Ra e della natura, allora dovrai rinunciare per sempre all’uso del sarcofago. Dovrai divenire mortale a tua volta!» sentenziò Ereshkigal, le parole dure come pietre.
Inanna restò di sasso. Nemmeno nelle sue peggiori elucubrazioni aveva immaginato un prezzo così elevato, un ricatto così atroce. «Tu... vuoi rendermi mortale?!» mormorò, sconcertata.
«Mi sembra un prezzo equo: una vita per una vita. Perché fai quella faccia? L’amore non è forse sacrificio di sé?!» infierì Ereshkigal, godendo della sua sofferenza.
«Ma... ma il sarcofago è un mio diritto!» protestò Inanna, rabbrividendo come se il gelido artiglio della Morte fosse già su di lei. In realtà anche senza il sarcofago i Goa’uld potevano vivere millenni. Ma non i loro corpi umani; e alla lunga anche i parassiti si consumavano.
«Non volevi sperimentare la condizione umana? Essere umani non significa solo ballare, ubriacarsi e fare all’amore» disse Ereshkigal, implacabile. «Significa anche subire ferite e malattie. Significa conoscere la stanchezza, la vecchiaia... e infine sì, la morte. Vuoi sperimentare anche queste cose, pur d’essere umana? O preferisci continuare a vivere da Goa’uld?».
«Io... tu... non puoi costringermi a questo!» gemette Inanna, sconvolta dall’angoscia. I suoi sforzi per diventare una creatura migliore ora le venivano ritorti contro. Diventavano armi per ucciderla. E lei aveva paura. Il terrore la travolgeva come un maremoto, spazzando via i suoi buoni propositi.
«Costringerti? Mia cara sorella, io non ti sto costringendo proprio a niente. Al contrario ti sto dando ciò che tutti, mortali e immortali, desiderano più d’ogni altra cosa: la libertà di scelta!» obiettò Ereshkigal. «Puoi scegliere ciò che preferisci, senza dover rendere conto a nessuno. Preferisci l’amore? Benissimo: puoi rianimare il tuo compagno e vivere una vita mortale con lui. Altrimenti puoi seppellirlo e continuare la nostra esistenza sempiterna. A tua discrezione, sorella. Quale che sia la tua scelta, io non ti biasimerò».
Inanna restò in silenzio, troppo sconvolta per parlare. Doveva sacrificare l’immortalità per l’amore, o l’amore per l’immortalità? Era una scelta devastante... e doveva farla subito, perché se attendeva troppo nemmeno il sarcofago avrebbe rianimato Dumuzi. Ma come poteva prendere su due piedi una decisione dalle conseguenze così ramificate e imprevedibili? Perché se salvava Dumuzi, non aveva nessuna garanzia di felicità nei pochi decenni che la vita gli avrebbe concesso. Se sacrificava tutto per lui... e poi la loro relazione non funzionava?! Forse era proprio in questo che sperava Ereshkigal. Così lei, Inanna, sarebbe rimasta con un pugno di lacrime e la consapevolezza d’aver perso tutto per inseguire un sogno irrealizzabile.
«Parli di scelta, ma non sarei costretta a scegliere cosa sacrificare, se tu avessi accolto la mia supplica. Il tuo è solo un meschino ricatto. Una sterile vendetta per come ti ho surclassata tanto tempo fa!» accusò Inanna. D’un tratto s’irrigidì, intuendo il vero movente di Ereshkigal. «No, non è solo una vendetta fine a se stessa. Perché se io divenissi mortale... e alla lunga morissi... tutti i miei possedimenti andrebbero in eredità al parente più prossimo ancora in vita. Che guarda caso sei tu!».
«Una fortuita coincidenza» minimizzò Ereshkigal.
«Stai ancora cercando di derubarmi! Vuoi uccidermi pur di prendere ciò che mi appartiene!» accusò la signora di Uruk.
«Derubarti?! No, fosti tu a derubarmi, tanto tempo fa, durante la spartizione della Terra. Ora mi riprendo ciò che doveva essere mio, con gli interessi!» ringhiò la signora del Kur, alludendo alle colonie che nel frattempo erano state fondate su altri mondi.
«Sei solo un’avida strega!» sbraitò Inanna, al colmo della rabbia.
«Ha-ha, proprio tu mi accusi d’avidità?! Tu, che hai tassato persino i proventi delle prostitute sacre dell’Eanna?!» ritorse Ereshkigal, ridendo di gusto. «No, tu sei l’ultima che può ergersi a paladina del buon governo. Ti ho dato una scelta; attendo ancora la risposta».
Inanna si morse la lingua. In effetti non poteva dare lezioni di moralità alla sorella, lei che ne aveva fatte di cotte e di crude. In ogni caso non l’avrebbe smossa. Dopo quattromila anni d’invidia e rancore, Ereshkigal aveva visto in lei un punto debole e voleva approfittarne. Ebbene, non le avrebbe dato questa soddisfazione... nemmeno per riavere Dumuzi. Lacerata fra l’amore per il giovane pastore e il terrore della morte, ma decisa in ogni caso a non far vincere la sorella, Inanna fece l’unica scelta possibile: scelse se stessa.
«No» disse con voce roca.
«Come sarebbe, “no”?» si accigliò Ereshkigal.
«Non mi piego al tuo ricatto. Non rinuncerò all’immortalità, e con essa ai patronati e ai possedimenti. Sono miei per sempre!» rivendicò Inanna.
«Ne sei certa? In tal modo dovrai dire addio al tuo bel pastore. E l’eternità è lunga da passare nel lutto e nei rimpianti» le ricordò Ereshkigal.
«Vorrà dire che d’ora innanzi sarò io ad avere un conto in sospeso con te!» avvertì la signora di Uruk.
«Mi stai minacciando? Non ti conviene. Sono ancora la Signora della Grande Casa, Custode dei Sarcofagi. E me ne intendo anche di strategia militare» le ricordò la sorella.
«Allora sarò anch’io una dea della guerra» ribatté Inanna, mentre i suoi occhi brillavano gialli e la voce s’ispessiva, rivelando la sua natura Goa’uld. «E non credere d’imprigionarmi qui, o tantomeno di uccidermi. Ho dato precise istruzioni ai miei gerarchi. Se non torno in superficie entro il prossimo tramonto, distruggeranno questo posto con le bombe al naquadah. Ne ho abbastanza da vaporizzare te, i tuoi schiavi e i tuoi preziosi sarcofagi. Ora sono io che offro a te la scelta: lasciami andare e vivremo... fino al prossimo confronto. Trattienimi e moriremo tutti quaggiù».
Tornò il silenzio, mentre Ereshkigal cercava di capire se la sorella stesse bluffando. Infine la signora del Kur sorrise. «Finalmente ritrovi la grinta, sorella. È così che mi piaci. E io temevo che ti fossi rammollita! Torna pure in superficie, nessuno ti tratterrà» concesse.
«Rivoglio anche la mia veste e i miei ornamenti. Sono sprecati per te» puntualizzò Inanna. Voleva essere impeccabile nel momento in cui sarebbe riemersa in superficie.
«Certo, i miei servitori te li restituiranno man mano che varcherai ogni cancello. Provvedi, Neti» ordinò Ereshkigal. «Come vedi so essere ragionevole. Arrivederci, sorella cara... cerchiamo di non far passare secoli, prima della prossima riunione familiare. E buona fortuna per la tua nuova vita, con più guerre e meno amore!» aggiunse come ultima frecciata.
Inanna si volse di scatto e se ne andò, senza replicare. Non voleva che sua sorella la vedesse singhiozzare. Aveva il cuore spezzato per il fallimento della sua missione: Dumuzi era morto per davvero, nessun sarcofago lo avrebbe rianimato. Non le restava che seppellirlo e piangerlo, come facevano i mortali. Tutto perché lei, nel momento decisivo, non aveva osato fare il gran salto che l’avrebbe resa umana. E così non le restava che tornare alla sua esistenza da Goa’uld, piena di lussi, ma vuota di significato. Si promise che da quel giorno non avrebbe più fraternizzato coi sudditi, per non rivivere un’esperienza così dolorosa. Né avrebbe perdonato Ereshkigal per il suo infame ricatto.
Quando i cancelli si furono chiusi dietro Inanna, Ereshkigal rimuginò nella penombra del salone. Infine si riscosse. «È finita, puoi uscire!» chiamò.
Una porticina laterale si aprì, lasciando entrare un altro Goa’uld. «Bene, bene. Devo dire che è stato... intenso» commentò Angra Mainyu. Aveva origliato la conversazione, col beneplacito della padrona di casa. Portava ancora a tracolla l’arco e le frecce con cui, poche ore prima, aveva assassinato Dumuzi sulle rive dell’Eufrate. Un tiro preciso, di cui andava orgoglioso. Aveva calibrato i tempi in modo che il pastore spirasse tra le braccia di Inanna, per straziarla ancora di più, inducendola a quell’infausta missione.
«Intenso, dici? Conoscendola mi aspettavo più urla... e molte più lacrime» disse Ereshkigal, storcendo le labbra in un sorriso ironico. «Comunque è andato tutto come previsto. Quella principessina viziata non avrebbe mai rinunciato all’immortalità per trascorrere qualche anno con un insulso pastore. Beh, nessuno sano di mente lo farebbe. Così il problema è risolto».
Era risolto eccome, si disse Angra Mainyu, compiaciuto. Quando aveva spiato l’incontro fra Inanna e Dumuzi al villaggio, la notte della festa, aveva compreso di dover agire alla svelta. Una Goa’uld che parteggiava per i Tau’ri, al punto da confessare che lei e i suoi simili non erano divinità, costituiva un pericolo mortale per il loro potere. Poteva indurre gli schiavi alla rivolta... andava fermata subito. Il modo più rapido e sicuro sarebbe stato denunciarla a Ra, che l’avrebbe giustiziata; ma Angra Mainyu non se l’era sentita. Malgrado tutto, teneva davvero a lei... un giorno sperava di farla sua. Così si era consultato con Ereshkigal, e insieme avevano architettato un piano più ingegnoso.
Angra Mainyu aveva ucciso Dumuzi, spingendo Inanna a recarsi dalla sorella, per supplicarla di riportare in vita il pastore. Dal canto suo, Ereshkigal aveva costretto Inanna a scegliere tra l’amore e l’immortalità. Così o si sarebbero sbarazzati di lei, rendendola mortale, e quindi ne avrebbero ereditato i beni; o l’avrebbero costretta a riassumere l’atteggiamento distaccato dei Goa’uld. In entrambi i casi il pericolo di rivolta era scongiurato. Come nelle migliori strategie, qualunque cosa facesse l’avversario, loro vincevano. Certo, Angra Mainyu non riusciva a vedere Inanna come un’avversaria. Era solo un’ingenua che necessitava d’essere corretta, prima di fare danni. Per il suo bene, non meno che per quello degli altri Goa’uld.
«Di’ la verità... in cuor tuo speravi che tua sorella si piegasse al ricatto. Così le saresti subentrata al potere. In fondo è quello che hai sempre desiderato» notò Angra Mainyu.
«Certo che lo desidero, ma sapevo che era assai improbabile. Quasi impossibile. E i fatti mi hanno dato ragione» rispose freddamente Ereshkigal. «Comunque abbiamo ottenuto un risultato apprezzabile. Inanna ha rinunciato a Dumuzi e il suo cuore si è indurito. Così la smetterà di fraternizzare coi sudditi, minacciando la nostra autorità. È stata fortunata che non abbiamo preso contromisure più severe».
La signora del Kur tornò a sorseggiare dal suo calice. Dopo di che rivolse un’occhiata divertita al complice. «Tu invece speravi che le cose andassero così. A parte il piacere di uccidere il tuo rivale, ora hai campo libero con Inanna. Mia sorella ti piace proprio tanto, eh?».
«Non posso negare che abbia molte qualità ammirevoli» ammise Angra Mainyu. «È un po’ troppo ingenua, certo, ma questo si può tenere sotto controllo. E compensa con altre doti...».
«Già, abbiamo visto tutti quali. Ora che l’hai vista nuda, sono certa che non avrai pace finché non la conquisterai» ironizzò Ereshkigal. «E hai l’eternità per corteggiarla, quindi... sono certa che prima o poi farai centro».
«Grazie per l’incoraggiamento» fece Angra Mainyu, altrettanto ironico.
«Non ti stavo incoraggiando» ammonì Ereshkigal. «Io sono una scienziata... e da scienziata ti dico che l’amore è solo uno squilibrio neuro-chimico del sistema nervoso. Compromette la razionalità, e quindi minaccia la sopravvivenza. Guarda mia sorella, che stava per rinunciare all’immortalità in nome di una patetica infatuazione! Se vuoi vivere a lungo, ti consiglio di non innamorarti. Io non lo farò mai».
«Ti credo» disse Angra Mainyu, che in millenni non l’aveva mai vista amare qualcuno all’infuori di se stessa. «Ma dobbiamo tutti seguire la nostra strada. Vedremo dove mi condurrà la mia. Al prossimo incontro, mia cara» la salutò, avviandosi alla superficie. I sette cancelli del Kur si chiusero dietro di lui.
«Al prossimo incontro, mio ambizioso socio» mormorò Ereshkigal, rimasta sola. Dopo di che richiamò la sua civetta ammaestrata, tornando a vezzeggiarla. Come aveva ammesso con sua sorella, preferiva la compagnia degli animali a quella delle persone. Erano gli unici che non tramavano alle sue spalle, e quindi gli unici a cui riuscisse ad affezionarsi.
Trascorsero i secoli. Come previsto, Inanna non osò mai più legarsi sentimentalmente a un mortale, per timore di rivivere lo strazio che aveva provato con Dumuzi. Tenne fede alla sua promessa d’acquisire competenze militari, tanto che divenne nota come dea sia dell’amore che della guerra. Tuttavia non osò mai scendere apertamente in campo contro sua sorella Ereshkigal, per timore di perdere l’accesso ai sarcofagi. La notizia del loro confronto giunse alle orecchie del popolo, sia pur travisata. Così furono scritti poemi sulla Discesa agli Inferi di Inanna, variamente motivata e arricchita con dettagli di fantasia, che ne facevano una spiegazione del ciclo stagionale.
I Goa’uld continuarono a fondare colonie nello spazio, trasferendovi grandi quantità di Tau’ri attraverso gli stargate. Quando le colonie furono abbastanza sviluppate, i Goa’uld vi si trasferirono, abbandonando progressivamente la Terra, che ormai gli stava stretta. Il loro orgoglio, infatti, era cresciuto a tal punto che ogni Signore del Sistema pretendeva di controllare interi pianeti. Tuttavia la loro stagnazione culturale e tecnologica non fece che accentuarsi, il che portò alle prime ribellioni. Intorno al 3.000 a.C. una grande rivolta in Egitto portò alla ritirata di Ra e alla fine della dominazione Goa’uld sulla Terra. Lo stargate di Giza fu seppellito, affinché la Terra non fosse più minacciata. Volendo i Goa’uld avrebbero potuto riconquistarla con le astronavi, ma ormai essa aveva così scarsa importanza che non se ne curarono. Gradualmente la Terra fu dimenticata dai sudditi di Ra, scivolando nella leggenda.
Allo stesso tempo, anche i Goa’uld furono dimenticati o travisati dagli Umani rimasti sul loro mondo natio. La storia divenne leggenda, la leggenda divenne mito. I racconti degli antichi dèi continuarono a circolare, contaminandosi con vicende più recenti, aventi protagonisti umani. Sovrani e sacerdoti li alterarono per il loro tornaconto, usandoli per giustificare il loro potere politico. Poeti e bardi li infiorettarono sempre più a beneficio del pubblico. Col passare dei secoli, il sorgere e tramontare delle civiltà, il succedersi di lingue e scritture differenti, anche il nome degli antichi dèi mutò sulle labbra degli esseri umani.
L’antica Inanna, venerata dai sumeri, divenne Ishtar per i babilonesi, Ishara per gli ittiti, Asherah per i cananei, e infine Astarte per i fenici.
Angra Mainyu divenne Ahriman, ormai riconosciuto come il dio del Male nella religione persiana, predicata da Zarathustra e scritta nell’Avesta.
Ereshkigal, infine, scomparve... per riapparire in altre epoche e in altri luoghi, con identità del tutto diverse, al punto che nemmeno i più accorti la riconobbero come l’antica dea degli Inferi. Per parecchio tempo fu in Grecia col nome di Atena, reinventandosi come patrona della sapienza, inclusa la strategia bellica. Poi migrò a Roma, diventando Minerva e favorendone l’espansione militare. Infine anche lei abbandonò la Terra, presa da altre faccende. Vi tornò dopo quasi due millenni, durante la caduta dei Goa’uld. Persa ogni residua simpatia per i Tau’ri, il suo obiettivo era la vendetta: voleva indebolire la Terra dall’interno, favorendo il ritorno al potere di Ahriman. Per seicento anni lavorò a questo scopo, cambiando frequentemente i corpi ospiti, e con essi nome e attività. In tal modo sfuggì alla caccia dei Goa’uld, guadagnando sempre più potere e influenza.
All’alba del XXVII secolo comandava l’Egida, il servizio segreto dell’Alleanza Terrestre, col nome di Agnes Thena, reminiscente dell’antica identità greca. In questa veste aiutò Ahriman a conquistare la Destiny, l’astronave giunta da un’altra realtà, ingaggiandola solo per attirarla in una trappola. Infine tradì ancora gli avventurieri: con false accuse imprigionò il grosso dell’equipaggio e braccò i pochi ufficiali fuggiaschi, affinché la verità non venisse a galla.
È qui che inizia la nostra storia.


