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Autore: Parmandil    06/01/2025    2 recensioni
Un anno dopo la caduta della Destiny, gli avventurieri sono ancora divisi. Alcuni lottano assieme ai Jaffa in una guerra senza speranza contro l’inarrestabile avanzata delle forze di Ahriman. L’ex Capitano Rivera vive da eremita, in preda ai rimorsi. Losira è controllata da Astarte e anche Giely è in potere di Ahriman. Toccherà al redivivo Talyn, ormai padrone dei suoi poteri, mettere assieme la vecchia banda. Dalle piramidi di Abydos alle torri di Atlantide, i nostri eroi si riuniranno per reclamare la Destiny e affrontare Ahriman in un’apocalittica resa dei conti.
Ma nella corte Goa’uld gli equilibri sono instabili, per via del crescente potere di Azi Dahaka, la regina Wraith. E l’antichissima faida tra Astarte e sua sorella Ereshkigal potrebbe riesplodere con esiti imprevedibili. Mentre grandi flotte convergono su Dakara, e Ahriman appronta un piano diabolico per sottomettere la Galassia, gli avventurieri tentano il tutto per tutto. Ciascuno affronterà nuovamente la propria nemesi, in cerca di riscatto o redenzione. All’apice dello scontro sarà la scelta di Astarte a sancire la sorte della Via Lattea, mostrando che nessuno può prevedere cosa si cela nel cuore umano, o di chi vorrebbe essere tale.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Tematiche delicate, Threesome, Violenza
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-Capitolo 1: Brezza di primavera
Data Stellare 2616.077
Luogo: Centro Studi sull’Ascensione, Abydos
 
   Seduto a gambe incrociate sul tappetino, al centro della saletta spoglia, Talyn era immerso nella meditazione profonda. Il gran sole di Abydos – un pianeta desertico – filtrava attraverso le persiane, così che sul corpo del giovane si alternavano linee luminose e linee oscure. Luce e ombra... bene e male... speranza e disperazione. Era su questo che verteva la sua meditazione.
   Esattamente un anno prima, gli avventurieri della Destiny avevano affrontato Ahriman e i suoi alleati, Wraith e Replicatori. Erano stati spazzati via, non solo dalla forza bruta dei nemici, ma anche e soprattutto dal tradimento dei falsi amici. La Direttrice Thena dell’Egida li aveva ingaggiati per consegnare armi ai Jaffa Liberi, sotto attacco da parte di Ahriman, senza coinvolgere direttamente l’Alleanza Terrestre. Ma Thena non era altri che l’antica Goa’uld Atena, prima ancora detta Ereshkigal, ora al servizio di Ahriman. Perciò li aveva mandati volutamente in una trappola, nel tentativo d’impossessarsi della loro astronave. Aveva piazzato a bordo il Tenente Zahak, un Jaffa traditore al suo servizio; questi a sua volta aveva fatto il lavaggio del cervello alla dottoressa Giely. Così erano riusciti a portare a bordo i Replicatori, diaboliche macchine auto-replicanti, che al culmine della battaglia avevano disabilitato la Destiny. Giely aveva cercato di uccidere il Capitano Rivera, mentre Zahak aveva decimato gli ingegneri in sala macchine. Entrambi erano poi fuggiti col nemico, mentre la Destiny veniva invasa dalle soverchianti forze Wraith.
   Nella battaglia era stata uccisa la Comandante Losira, o così credevano... finché non l’avevano vista incoronare da Ahriman in una solenne cerimonia. Allora avevano compreso che il Goa’uld l’aveva rianimata col sarcofago, ma solo per ridare un corpo alla sua sposa Astarte, appena liberata da una lunga prigionia. Così Losira era peggio che morta, posseduta da una Goa’uld che la usava a suo piacimento e poteva sbarazzarsene in ogni momento. Ancor più atroce era la sorte di Giely, trasformata in una cyborg senz’anima, così che Ahriman potesse usarla come interfaccia per controllare i Replicatori. La sua perdita aveva spezzato il cuore al Capitano Rivera, colpito anche nel fisico dalla Regina Wraith, Azi Dahaka, che l’aveva fatto invecchiare precocemente coi suoi poteri vampireschi. Quanto a Talyn, era caduto in coma dopo uno scontro diretto con Ahriman.
   Ma il piano nemico non era andato del tutto come previsto, poiché la Destiny era precipitata sulla luna ghiacciata Cocytus, mentre gli avventurieri erano fuggiti con le navette. Quando avevano cercato rifugio presso l’Egida, Thena li aveva traditi ancora, rivelando la sua identità Goa’uld. Aveva imprigionato chissà dove il grosso dell’equipaggio, e quando gli ufficiali erano nuovamente fuggiti sulla navicella Centurion, li aveva braccati per tutta la Galassia con false accuse. Ai fuggiaschi non era rimasto che diventare mercenari al servizio dei Jaffa Liberi, avvertendoli delle loro scoperte: l’alleanza tra Goa’uld e Wraith, il doppio gioco di Thena. Minato nel corpo e nello spirito, Rivera aveva rinunciato al ruolo di Capitano, diventando un eremita su Dakara, la capitale dei Jaffa. Per mesi la sua principale occupazione era stata accudire Talyn, ancora in coma dopo il disastroso scontro con Ahriman. Quando la speranza stava per spegnersi, il giovane si era miracolosamente risvegliato.
   Informato dal vecchio Rivera delle tragedie che li avevano colpiti, Talyn aveva riflettuto sul da farsi. Il suo primo impulso era stato riunirsi ai pochi compagni che lottavano ancora sul Centurion, assieme ai Jaffa Liberi, contro l’inarrestabile avanzata delle forze di Ahriman. Dopo una breve riflessione, tuttavia, aveva cambiato idea. Se si fosse unito a loro in quel momento, non avrebbe fatto alcuna differenza nel conflitto. E poi doveva fare riabilitazione, dopo i mesi trascorsi in coma. Allora si era ricordato di ciò che il suo mentore – il Viaggiatore – gli aveva detto anni prima, in un altro momento difficile, quand’erano dispersi sul pianeta Arena. L’alieno lo aveva esortato a cercare conoscenza e saggezza in luoghi diversi e dalle fonti più disparate, così da non cristallizzarsi in un’unica dottrina, ma da acquisire una maggior comprensione delle innumerevoli sfaccettature della realtà. Così Talyn era tornato a studiare, nel tentativo di padroneggiare i suoi poteri latenti di Viaggiatore. L’unico luogo in cui aveva qualche speranza di riuscirci era il Centro Studi sull’Ascensione di Abydos.
   Abydos. Già quel nome era leggendario in tutta la Via Lattea. Era lì infatti che il Programma Stargate aveva mosso i primi passi, una volta riattivato il portale terrestre. Lì i Tau’ri si erano fatti un’idea di cosa fossero i Goa’uld, di quanto avessero influenzato la storia terrestre e di come opprimessero ancora il resto della Galassia. Lì si era accesa la scintilla della ribellione, che aveva portato alla caduta di Ra, per poi incendiare la Via Lattea. Sembrava giusto, quindi, cercare ispirazione su Abydos, ora che i Goa’uld stavano tornando al potere.
   Il pianeta era assai cambiato negli ultimi seicento anni. Gli antichi abitanti erano stati in gran parte sterminati dal malefico Anubis, anche se correva voce che avessero ricevuto la grazia dell’Ascensione. Vero o no che fosse, Abydos era stato rioccupato dai Tau’ri, nonché da altri Umani provenienti da tutta la Galassia. Imponenti opere di terraformazione lo avevano reso più vivibile, sebbene restasse un mondo in gran parte desertico. E lì, in mezzo alle sabbie arroventate dal sole, sotto le tre lune di Abydos, era sorto il Centro Studi sull’Ascensione. Lì si riunivano psicologi e neuropsichiatri, ma anche mistici e guide spirituali, confrontando i loro saperi, nel tentativo di pervenire a una sintesi che schiudesse il segreto dell’Ascensione. Quel perduto segreto che aveva permesso agli Antichi, ma anche ad alcuni eletti in epoche successive, di trascendere l’esistenza corporea, divenendo puro pensiero. In particolare si tramandavano gli insegnamenti di Oma Desala, un’Antica che dopo l’Ascensione aveva aiutato molti individui a percorrere la stessa via... finché si era sacrificata per distruggere Anubis.
   Gli scettici sostenevano che il Centro Studi fosse un’istituzione inutile, in quanto dalla sua fondazione – cinquecento anni prima – non c’era un solo caso accertato d’Ascensione. Tuttavia il Centro si era rivelato uno strumento d’incontro e dialogo tra religioni e filosofie, nonché di dibattito tra fede e scienza. In questo senso era utile per disinnescare i conflitti e aprire le porte a soluzioni diplomatiche. Tanto bastava per giustificare la sua esistenza. E non si poteva escludere che, nel lunghissimo periodo, il segreto dell’Ascensione fosse effettivamente riscoperto. Del resto anche gli Antichi vi erano pervenuti solo dopo milioni di anni di civiltà.
   Così anche Talyn vi era giunto, nella speranza di sbloccare il suo potenziale di Viaggiatore, o almeno di trovare ispirazione sul da farsi. Naturalmente aveva dovuto usare alcune accortezze. A causa delle menzogne di Thena, lui e la sua banda erano ancora ricercati dall’Alleanza Terrestre. Quindi aveva dovuto assumere un’identità fittizia, giovandosi del fatto che come El-Auriano era indistinguibile da un essere umano. Si era presentato col nome di Lazarus, fingendo d’aver subìto un incidente per giustificare la necessità di riabilitazione motoria. Aveva anche sfruttato i suoi poteri, quelli che riusciva a padroneggiare, per attirare l’interesse degli esaminatori, ottenendo l’ambita ammissione al Centro. Dopo di che si era messo al lavoro, come mai in vita sua.
   Nei nove mesi seguenti aveva seguito la filosofia della mens sana in corpore sano. Si era dedicato assiduamente a rimettersi in buona forma fisica, riprendendosi dall’atrofia muscolare del coma. Anche quando i fisiologi gli avevano certificato la guarigione, aveva proseguito gli allenamenti, mettendo su più massa muscolare di quanta ne avesse mai avuta prima. Il suo aspetto era cambiato anche in altri dettagli: ad esempio si era lasciato crescere la barba per la prima volta in vita sua. Una barba nera, come i capelli, che ben si accordava con la sua carnagione olivastra. Nel complesso aveva assunto un look assai più maturo: non appariva più come un ragazzo, ma come un uomo con tante esperienze alle spalle.
   Ma Talyn era lì soprattutto per allenare la mente. E allora si era addestrato con vari insegnanti, esplorando il suo potenziale. Le lezioni già apprese dai Viaggiatori si erano rivelate utilissime. Tuttavia l’El-Auriano non voleva apparire troppo potente, per non attirare l’attenzione delle autorità terrestri, compromettendo la sua copertura. Perciò stava sempre al di sotto del suo potenziale quand’era in compagnia, e dava il massimo solo in solitudine. Un po’ gli dispiaceva ingannare in quel modo maestri e compagni di corso; ma la posta in gioco era troppo alta. Ne andava della sua vita, e forse anche dei suoi amici avventurieri là fuori.
   Dopo nove mesi d’assidui allenamenti mentali, Talyn sentiva d’aver raggiunto il punto critico. Volendo aveva ancora molto d’apprendere, ma temeva di non poter più celare le sue vere capacità, e ciò costituiva un rischio. Perché i suoi nemici continuavano a dargli la caccia. Thena, ma anche Ahriman, lo cercavano ovunque, tanto più rabbiosi in quanto gli era sfuggito a lungo. Al minimo sospetto avrebbero inviato i loro sicari... se non addirittura un’astronave da guerra. E allora non sarebbe stato in pericolo solo lui, ma tutti coloro che si trovavano nell’istituto. Perciò doveva prendere una difficile decisione: attardarsi a proseguire gli studi, o fare fagotto e andare in cerca dei vecchi amici della Destiny. Entrambe le scelte comportavano dei rischi, per lui e per gli altri.
 
   Immerso nella meditazione profonda, Talyn cercava di vedere gli esiti delle possibili scelte. Davanti a lui c’erano molti futuri possibili. In quasi tutti, Ahriman vinceva... non perché fosse imbattibile, ma perché gli Umani erano proni alla sua volontà. Secoli d’accorta propaganda avevano sfibrato la fiducia nella democrazia, convincendo i cittadini che solo Ahriman potesse risolvere i loro problemi. C’era una genuina sete di dittatura che serpeggiava nella Via Lattea. I pochi che si opponevano al despota erano additati come pazzi, come criminali, come guerrafondai. Questo era un problema irresolubile finché Ahriman e Thena restavano in vita; e forse anche dopo.
   Assorbito da queste amare considerazioni, Talyn non udì i passi felpati alle sue spalle. Del resto pochi li avrebbero avvertiti. Gli ashrak – assassini Goa’uld – erano notoriamente silenziosi. Questi due facevano parte dei Goa’uld che Ahriman aveva fatto evadere dal Duat l’anno prima, fornendogli corpi umani ed equipaggiamento, in cambio della loro fedeltà. E gli ashrak, liberati dalla lunga prigionia, avevano prestato giuramento al nuovo Signore dei Goa’uld. Avevano setacciato la Via Lattea sulle tracce di Talyn, finché le ricerche li avevano condotti su Abydos.
   I due ashrak indossavano corazze ad alta tecnologia che li rendevano occultati. Nemmeno fissandoli direttamente s’intravedeva il minimo tremolio o sfasamento che indicasse la loro presenza. E Talyn in quel momento gli voltava le spalle, seduto a occhi chiusi. Restò immobile anche quando furono un passo dietro di lui. Allora gli ashrak, che tra loro potevano vedersi grazie ai visori sintonizzati, si scambiarono un cenno d’assenso. Il più vecchio ed esperto estrasse il pugnale A’tar, l’arma tradizionale della loro setta. Mirò accuratamente la nuca del giovane, per ucciderlo con un solo rapido colpo. Anche il gregario impugnò la lama, pronto a colpire a sua volta, nell’improbabile caso che il primo tentativo andasse a vuoto. Un ultimo istante di raccoglimento... e l’ashrak colpì, rapido come un cobra.
   Il pugnale fendette solo l’aria... perché Talyn non era più lì. Non era più seduto a gambe incrociate, dando le spalle agli assassini. Adesso si trovava in piedi, dietro di loro. Impugnava una vibro-lama federale, appena dispiegata, con cui aveva sferrato un ampio fendente. «Fine della caccia» commentò.
   I due ashrak divennero visibili, ora che l’integrità delle tute era stata compromessa. L’attimo dopo le loro teste mozzate caddero sul pavimento. Allora anche i corpi si accasciarono, sospirando dalle trachee. I parassiti Goa’uld, tagliati di netto in due, fremettero come anguille prima d’arrendersi alla morte. Ecco cosa succedeva a cercare di sorprendere un Viaggiatore che aveva padroneggiato la percezione dell’ambiente. Uno particolarmente versato nell’arte dell’estraniamento, che gli permetteva d’accelerare il suo tempo soggettivo, muovendosi quasi alla velocità della luce. Certo, i veri Viaggiatori erano pacifici... ma quella era una lezione che Talyn doveva ancora affrontare. E finché gli ashrak erano sulle sue tracce, era ben lieto di lasciarla per ultima.
   L’El-Auriano sospirò, disattivando la sua arma. La lama metallica si ripiegò nell’impugnatura, che agganciò in cintura. Per oggi il pericolo era scongiurato... ma se il nemico aveva inviato due ashrak, voleva dire che presto ne avrebbe inviati altri. Sempre che non si presentasse direttamente con l’astronave. In ogni caso, l’incidente aveva aiutato Talyn a prendere una decisione. Abydos non era più un rifugio sicuro, quindi non gli restava che andarsene.
 
   Come ogni istituzione, anche il Centro Studi sull’Ascensione aveva un direttore. Quello attuale, di nome Kut Humi, era un uomo asiatico avanti con gli anni. Al termine della giornata di lavoro, in cui si era mosso in lungo e in largo nelle sale d’addestramento, tornò nel suo ufficio per sbrigare alcune faccende. Fu assai sorpreso di trovare Talyn ad aspettarlo... e non in atteggiamento rispettoso. Il giovane infatti sedeva sulla sua poltrona, coi piedi oltraggiosamente posati sulla scrivania.
   «Ah, Direttore... stasera ha fatto tardi. Cominciavo a stancarmi d’aspettarla» lo accolse l’El-Auriano, come se quello fosse il suo ufficio, e Kut Humi fosse l’ospite.
   «Signor Lazarus... cosa fa qui? Come si permette d’introdursi nel mio ufficio?! Dopo tutti questi mesi, pensavo che le nostre regole le fossero chiare!» esclamò il Direttore, seccato.
   «Come no, cristalline» disse Talyn, levando i piedi dalla scrivania per metterli di nuovo a terra.
«Ma si dà il caso che io non sia più dei vostri. Ho firmato la lettera di dimissione un’ora fa» spiegò.
   Kut Humi sgranò gli occhi. «Come... perché?! Lei è uno dei nostri allievi più promettenti! In questi mesi le ho visto fare progressi sbalorditivi. Perché vuol gettare tutto alle ortiche, così di botto?» volle sapere.
   «Non alle ortiche, no» corresse l’El-Auriano. «Ma la mia presenza è richiesta altrove. Del resto, anche volendo, non potrei più trattenermi qui. Non dopo che due ashrak hanno cercato di farmi la pelle».
   Il Direttore lo fissò con occhi vacui. «Due sicari Goa’uld... qui, nel nostro istituto? Mi prende in giro?!».
   «Non mi permetterei mai. Se non mi crede, vada nella saletta di meditazione numero 31. I loro corpi sono ancora lì» spiegò Talyn con la massima tranquillità.
   «I loro... corpi?! Mi sta dicendo che li ha uccisi?!» inorridì Kut Humi.
   «Quando si ha a che fare con gli ashrak, si tratta d’uccidere o essere uccisi. Non ci sono mezze misure» si accigliò l’El-Auriano. «Avrebbe preferito se fossero riusciti nel loro intento?».
   «Io... no, ma... povero me!» si afflisse il Direttore, prendendosi la testa fra le mani. «Dovrò chiamare la polizia. Ci sarà un’inchiesta sulla sicurezza dell’istituto... interrogatori a tappeto... verifiche sui sistemi d’allarme... le lezioni saranno sicuramente sospese. Sarà una fortuna se non dovremo chiudere! Questa proprio non ci voleva» disse sconsolato.
   «Eh, già... due killer prezzolati che si decompongono sul pavimento hanno questo effetto sugli istituti statali» disse Talyn, in tono comprensivo. «Ma vedrà che non dovrete chiudere. Ci sono troppi interessi a tenervi aperti. Sarete sotto i riflettori per un po’... e poi tornerà tutto come prima».
   «Speriamo!» si augurò Kut Humi. D’un tratto lo fissò con severità. «Senta un po’, signor Lazarus... ha qualche testimone che possa confermare la sua versione dei fatti?».
   «Che testimoni dovrei avere? Gli assassini mi hanno attaccato mentre ero solo. E io li ho spacciati, quindi non possono testimoniare alcunché. Ma il loro equipaggiamento da ashrak dovrebbe essere eloquente» rispose l’El-Auriano.
   «Beh, in ogni caso si prepari ad essere interrogato a fondo» disse il Direttore, facendosi severo. «Finora abbiamo chiuso un occhio sulla sua dubbia provenienza, ma stavolta ci sarà un’indagine penale, e la polizia andrà a fondo. Allora vedremo chi è realmente!» ammonì.
   «Oh, ma lei sa già chi sono» disse Talyn, serafico. «O almeno lo sospetta. È per questo che mi ha denunciato all’Egida. E l’Egida, essendo uno strumento dei Goa’uld, ha riferito tutto ad Ahriman. Ecco come quegli assassini sono arrivati a me».
   «Io... denunciarla? Ma come si permette, giovanotto?!» protestò Kut Humi, indignato. Arretrò di un passo verso la porta.
   «Suvvia, non insulti la mia intelligenza. Crede che me ne sia stato qui ad aspettarla nel suo ufficio, senza far niente?!» fece l’El-Auriano, d’un tratto severo. «Ho violato la sua casella di posta... a proposito, usare Oma Desala come password è una vera idiozia... e ho esaminato la sua corrispondenza. Nell’ultima settimana lei ha inoltrato diverse chiamate al Comando Centrale di Polizia, che poi l’ha messa direttamente in contatto con l’Egida. Ha spedito le mie cartelle cliniche e le valutazioni degli insegnanti, insomma tutta la mia documentazione personale, senza chiedermi il permesso. Ergo, lei mi ha denunciato. Anzi, credo di poter usare il termine tradito. Suona più drammatico, non trova? Anche se può avere una connotazione sessuale, che nel nostro caso non si applica...» ironizzò.
   «E va bene, carte sul tavolo!» sbottò il Direttore, d’un tratto incollerito. «Certo che ti ho denunciato, signor Lazarus... o dovrei chiamarti Talyn? L’Egida ha diffuso ovunque il tuo identikit, assieme a quello dei tuoi amici terroristi. Se non ti avessi denunciato io, lo avrebbe fatto qualcun altro, e mi avrebbero chiesto perché non avevo svolto il mio dovere civico. Ti ho protetto finché ho potuto... ma non posso anteporti al bene dell’istituto, e degli altri che lo frequentano».
   «Come tutti i servi della dittatura, anche lei ammanta di virtù la sua codardia» rispose Talyn a muso duro. «Ma stavolta ha fatto male i conti. Credeva che farmi uccidere l’avrebbe messa al sicuro. Invece ha reso la sua posizione assai più precaria». D’un tratto svanì dalla scrivania, per riapparire accanto al Direttore, che sobbalzò.
   «Come hai...?».
   «Si chiama estraniamento. È il mio asso nella manica, per questo non l’avevo rivelato a nessuno di voi» spiegò l’El-Auriano, puntandogli la vibro-lama alla schiena. «Lei non ha idea di cosa posso fare. È ancora convinto che schierarsi con Ahriman sia la scelta vincente?» lo pungolò.
   «È l’unica scelta» rispose caparbiamente Kut Humi. «Ora che gli ashrak hanno fallito, Ahriman manderà un’astronave. Bombarderà questo Centro, ci ucciderà tutti. Cosa dovremmo fare?!».
   «Fate le valigie» consigliò Talyn, sospingendolo verso un pannello sulla parete. Cominciò a inserire dei comandi, mentre lo teneva in ostaggio.
   «Anteponi il tuo bene a quello di molti... sei un egoista. Un criminale guerrafondaio, come dice l’Egida» accusò il Direttore. «Ma tanto le forze dell’ordine ti prenderanno lo stesso. Ti prenderanno e ti ammazzeranno, com’è giusto che sia. Voi neo-nazisti non riuscirete a gettarci in guerra, né con la forza, né con gli inganni!» sostenne, fissandolo con disprezzo.
   «Ecco un altro che se la prende con chi resiste alla dittatura, anziché con la dittatura. Non ho ancora sentito una critica contro Ahriman da parte sua. Non una parola» disse Talyn, amareggiato. Intanto continuava a trafficare col quadro comandi.
   «Chi sono io per criticare Ahriman? Lui è un Asceso! L’unico che sia riuscito ad Ascendere negli ultimi secoli. La sua saggezza, i suoi poteri, oltrepassano la nostra comprensione. Lui è ciò che tutti noi, in questo Centro, aspiriamo a diventare!» ribatté Kut Humi.
   «Voi volete innalzarvi, ma non ci riuscirete con la vigliaccheria e il tradimento. Finché non lo capirete, la strada dell’Ascensione vi sarà preclusa» disse tristemente l’El-Auriano. «È chiaro che non ho più nulla da apprendere qui. Perciò tolgo il disturbo. A proposito, grazie del prestito» aggiunse.
   «Quale prestito?» chiese il Direttore, sbattendo gli occhietti acquosi.
   «Parlo della Ligeia, naturalmente. La sua navicella privata mi farà comodo per andarmene» rivelò Talyn, inserendo le ultime istruzioni sul display. Allora un teletrasporto diretto li trasferì dall’ufficio all’hangar, proprio davanti allo shuttle del Direttore. Era una navetta moderna, ragionevolmente spaziosa, con capacità di volo iperspaziale autonomo. A quell’ora tarda l’hangar era deserto: non c’era nessuno che potesse vederli.
   «Ladro, delinquente, idiota! Cosa credi di fare contro Ahriman, eh? Ti troverai tutti contro. Ti farai ammazzare, senza cambiare nulla! E sarai ricordato come un terrorista!» gracchiò Kut Humi, sfrigolante di rabbia.
   «Essere odiato in vita e in morte è sempre meglio che arrendersi al male, come ha fatto lei. Addio!» ribatté Talyn. Gli diede una botta in testa con l’impugnatura della vibro-lama, tramortendolo. Non intendeva portarlo via con sé: lo avrebbe solo ostacolato. Gli serviva giusto per accedere alla navetta. Sorreggendo il Direttore svenuto, usò la sua mano per attivare lo scanner del DNA, accanto al portello. Allora questo si aprì, permettendogli d’accedere alla navicella. Era fatta: una volta dentro poteva riprogrammare il computer, per farsi riconoscere come il proprietario.
   L’El-Auriano trascinò via il Direttore, nascondendolo dietro alcuni container. Poi si fiondò all’interno della Ligeia, prima che il portello si richiudesse. Giunto in cabina, prese la postazione del pilota, facendola decollare. Bastò un colpo del cannone al plasma anteriore per abbattere il portello esterno dell’hangar. L’attimo dopo la Ligeia sfrecciò nell’atmosfera di Abydos, puntando verso lo spazio. Le stelle divennero più vivide man mano che prendeva quota.
   A questo punto Talyn si soffermò a pianificare le prossime mosse. Non era ancora sicuro di come arrivare ad Ahriman, ma prima di questo, era imprescindibile rimettere assieme la vecchia banda. Sperando che i colleghi fossero ancora in attività; era da un pezzo che non ne sentiva parlare. Comunque era ragionevolmente sicuro che lo fossero. Se Ahriman o l’Egida li avessero presi, la notizia avrebbe avuto grande risonanza. Il fatto che non se ne parlasse significava che erano ancora là fuori... da qualche parte. E l’unico che poteva trovarli era il vecchio Rivera. L’ex Capitano della Destiny viveva da eremita su Dakara, perciò era quella la prima tappa.
   «Speriamo che stia bene. Se gli ashrak sono arrivati a me...» pensò l’El-Auriano, inquieto. Quando si era recato ad Abydos aveva fatto molta attenzione a non lasciare tracce riconducibili al nascondiglio dell’ex Capitano. Tuttavia, dopo lo scontro con gli assassini Goa’uld, provava un crescente senso d’urgenza. Doveva tornare subito da Rivera, per sincerarsi che stesse bene. L’Umano infatti non era più quello di una volta. Le disgrazie lo avevano piegato nel corpo e nello spirito. Se Ahriman gli avesse mandato dei sicari, Rivera non sarebbe stato in grado di difendersi.
   Con questa risoluzione, Talyn diresse la Ligeia oltre l’atmosfera di Abydos. Dette un’ultima occhiata al pianeta desertico, che bene o male lo aveva accolto per nove mesi. Una parte del suo viaggio era finita; ora ne cominciava una più tumultuosa. Lasciata l’orbita, il fuggiasco puntò verso Dakara alla massima velocità iperspaziale, sperando d’arrivare in tempo.
 
   Le luci si alzarono gradualmente nella camera da letto, accompagnate da una nenia di sottofondo. Era la sveglia... perché anche i Goa’uld ne hanno bisogno. Specialmente quelli in guerra, con un’agenda fitta d’impegni. Ahriman si stiracchiò, lasciando le calde coperte del suo giaciglio. Si alzò in tutta la sua imponente statura e levò le braccia, eseguendo alcuni brevi esercizi per sgranchire i muscoli. Inspirò a fondo, assorbendo ossigeno per snebbiare la mente. Infine si rivestì, preparandosi per la giornata fitta d’impegni. In passato alcuni Goa’uld erano tanto pigri da farsi preparare da ancelle e servitori, ma Ahriman non aveva mai avuto abitudini così decadenti. Si era sempre preso cura da solo della sua persona. Attraversò la camera da letto, calpestando le preziose pellicce che facevano da moquette, fino a raggiungere la finestra panoramica.
   «Sveglia, è un nuovo giorno! Speriamo che sia gradevole come la notte» disse con voce squillante.
   «Mmmhhh...» mugugnò Astarte, riscuotendosi a sua volta dal torpore. Anche lei mosse le braccia per sgranchirsi, sebbene per il resto restasse coricata. Era sempre stata un pizzico più pigra di Ahriman... le piaceva crogiolarsi tra le coperte per qualche minuto, prima di cominciare la giornata. «Dovrai darti da fare, caro, per rendere questa giornata più indaffarata della notte. Che impegni hai, se posso chiedere?».
   «Oh, nulla fuori dall’ordinario. Dovrò leggere una marea di rapporti dal fronte. Militari, spionaggio, controspionaggio... e dovrò rispondere alla maggior parte. Nel pomeriggio ho un’importante riunione militare, per decidere come farci strada verso Dakara. Ora che i nostri cugini Tok’ra sono scesi in guerra assieme ai Jaffa, è tutto più complicato» sospirò Ahriman, mentre guardava fuori dalla finestra.
   Astarte si adombrò. I Tok’ra – alla lettera ribelli contro Ra – erano la progenie della sua antica amica Egeria. Lei era stata la prima a teorizzare che i Goa’uld potessero vivere da simbionti anziché da parassiti, alternando il controllo del corpo con gli ospiti Umani. In passato Astarte aveva trovato l’idea affascinante... e spaventosa. La inquietava l’idea di cedere così tanto controllo. E se tra ospite e simbionte c’erano discordie, chi aveva l’ultima parola? Non le sembrava uno stile di vita sostenibile... per questo non aveva mai osato metterlo in pratica.
   I fatti, però, le avevano dato torto. Già in epoche antiche Egeria aveva abbandonato Ra e la sua corte, rinnegando lo stile di vita dei Goa’uld, per mettere in pratica i suoi propositi rivoluzionari. Essendo una delle poche Regine Goa’uld nel senso biologico del termine, poteva generare una folta discendenza, alla maniera di un’ape regina. E lo aveva fatto, creando un’intera sotto-specie – i Tok’ra appunto – in cui aveva instillato geneticamente la sua maggior compassione. Così era iniziata la rivolta. Sebbene Egeria stessa fosse stata catturata, morendo dopo una lunga prigionia, i suoi discendenti avevano proseguito la lotta. Si erano alleati coi Tau’ri e i Jaffa Liberi, rovesciando tutti i Signori del Sistema tranne Ahriman. E ora che la guerra era ricominciata, restavano una spina nel fianco.
   Certo, Ahriman si era impegnato per seminare zizzania fra i suoi avversari, così che non si coalizzassero contro di lui. Coi Tau’ri – ora divenuti l’Alleanza Terrestre – aveva avuto successo, soprattutto grazie a Thena. Sui Tok’ra però la sua influenza era assai minore. E sebbene avesse portato parecchi intellettuali dalla sua, non era riuscito a impedire che i Tok’ra si schierassero coi Jaffa Liberi. Così adesso Ahriman doveva combattere su due fronti. Una grossa responsabilità l’avevano gli avventurieri della Destiny, che avevano rivelato la sua alleanza con gli Wraith, nonché la vera identità di Thena. Nell’Alleanza Terrestre queste accuse erano state bollate come menzogne e gli avventurieri erano ancora ricercati. I Tok’ra invece le avevano prese sul serio, agendo di conseguenza. Risultato: la guerra si era allargata e Ahriman doveva appoggiarsi ancor più di prima agli alleati Wraith.
   «Mi dispiace... c’è qualcosa che posso fare?» chiese Astarte.
   «In effetti sì. Devi spremere di più i pianeti annessi. Molto di più» disse Ahriman, girandosi verso di lei. «Le loro fabbriche devono produrre armi per noi. I loro cantieri spaziali devono riparare i nostri vascelli. Insomma, devono appoggiarci in toto, non solo di facciata» mise in chiaro.
   «Non è così semplice, amore mio» obiettò Astarte. «Molti di quei pianeti sono semidistrutti dai bombardamenti. Le fabbriche sono ridotte in macerie, le vie di comunicazione sono interrotte, la gente è alla fame. Quei mondi adesso faticano a sostentare la propria popolazione... figurati produrre un surplus per noi».
   «Ah, quindi adesso è colpa mia se quei lazzaroni non lavorano?!» protestò Ahriman, infastidito.
   «Non dico questo, ma... se ci andassi più piano coi bombardamenti... e coi saccheggi... potresti incamerare pianeti assai più produttivi» suggerì Astarte. Non aveva mai letto le stime sulle vittime, ma aveva il forte sospetto – diciamo pure la certezza – che fossero astronomiche. E questo la turbava... non era così che voleva tornare al potere...
   «Ah, la nostra reginella dal cuore d’oro! L’ho sempre detto che sei troppo tenera per questo incarico. Al tuo posto, saprei io come spremere quei pianeti!» ridacchiò Azi Dahaka, levandosi a sua volta dal giaciglio. I capelli rosso fiamma l’avvolgevano, in contrasto con la pelle cadaverica.
   Astarte s’irrigidì. Non le piaceva il loro ménage à trois, ma sembrava l’unica a pensarla così, e non osava ammetterlo. Da una coi suoi trascorsi, ci si aspettava che approvasse. Del resto i Goa’uld avevano praticato per millenni la poligamia: anche il vecchio Ra aveva più di una sposa. Non che Azi fosse una moglie, beninteso, e nemmeno un’amante nel senso tradizionale del termine. Era più una friend with benefits. Quando passava da loro, ne approfittava. Lei era contenta, Ahriman era contento... solo Astarte non riusciva a farsela piacere. Aveva sempre il timore che da un momento all’altro passasse dagli istinti amorosi a quelli vampireschi. Ma non essendosi imposta fin da subito, adesso era difficile fare marcia indietro. E c’era un problema ancora più grosso.
   «Parlo solo nel nostro interesse. Dei pianeti ridotti in macerie non servono a niente, se non a coalizzare i superstiti contro di noi. Se ci mostrassimo più benevoli...» azzardò Astarte.
   «Ah, come si vede che non sei abituata a combattere al fronte. Se lo fossi, sapresti che in guerra non ci sono mezze misure. Ma va bene così... è il motivo per cui sei così adorabile!» disse Azi Dahaka, chinandosi su di lei. Le diede un rapido bacio, che la Goa’uld non ricambiò; dopo di che si alzò con energia e prese a rivestirsi.
   Eccolo lì, il guaio peggiore per Astarte. Non solo la Wraith aveva una personalità così dominante da intimorirla – lo stesso Ahriman la controllava a stento – ma era anche una vera Regina. Azi Dahaka governava l’ultimo Sciame Wraith, vale a dire che controllava una potente flotta d’astronavi da guerra, ciascuna rigurgitante di truppe. Quello era il suo esercito, e ne disponeva come meglio credeva. Certo, al momento aveva stretto una salda alleanza con Ahriman, per cui i loro sforzi bellici erano coordinati. Ma Azi se la cavava bene prima di lui, e poteva rompere l’alleanza in qualunque momento, se non l’avesse trovata più vantaggiosa. Questo le dava una considerevole forza contrattuale.
   Astarte era l’esatto opposto. Essendo stata prigioniera per millenni nel Duat, non aveva nulla di suo. I suoi antichi possedimenti erano stati spartiti tra i nemici e ormai erano irrecuperabili. Perciò i suoi incarichi attuali le erano stati graziosamente concessi da Ahriman... e potevano esserle revocati al primo sgarro. Ecco perché Astarte era sempre così servizievole. Sapeva che, senza il suo appoggio, lei non era nulla. Certo, formalmente era stata riconosciuta come Regina, e aveva incarichi amministrativi... ma all’atto pratico non era diversa da una costosa amante. E questo la faceva sentire alquanto sminuita rispetto alla rivale. Così anche stavolta non ribatté alla sua frecciata. Si alzò di scatto e prese a vestirsi, in silenzio.
   «Su, su, mie care... non bisticciate!» le esortò Ahriman. «Siete entrambe indispensabili alla causa. Tu, Azi, mi fornisci un prezioso supporto militare. E tu, Astarte, sei il nostro volto più grazioso e moderato. Puoi farti apprezzare dai nuovi sudditi e integrarli nell’Impero. Ti chiedo solo, nell’immediato, di rastrellare più risorse da quei mondi. Puoi farlo?» inquisì.
   «Io... certo, mio adorato. Sarà fatto» disse Astarte, in tono dimesso.
   «Bene. E ora venite qui, mie dilette... guardate che meraviglia!» disse Ahriman, invitandole presso la finestra.
   Ormai rivestite, le due lo raggiunsero e lo affiancarono. Davanti a loro si stendeva un maestoso panorama spaziale. La Typhon, la nave ammiraglia su cui si trovavano, li aveva riportati in un sistema già visitato l’anno scorso. Il sistema Nemesis.
   Erebus, il gigante gassoso, campeggiava sul finestrone, con le nubi azzurre striate di bianco e i brillanti anelli ghiacciati. I suoi satelliti maggiori – Acheron, Phlegeton, Styx e Cocytus – erano tutti in vista. I primi tre, più interni, erano lune vulcaniche. Invece il quarto, assai più distante, aveva la superficie ghiacciata, sotto cui si celava un profondo oceano. Lì era sprofondata la Destiny, dopo la devastante battaglia di un anno prima. I suoi stessi occupanti l’avevano considerata irrecuperabile, mentre fuggivano con le navette. Ma Ahriman non si arrendeva così facilmente. La Destiny poteva schiudergli le porte del Multiverso, con le sue infinite opportunità... doveva averla a tutti i costi. Perciò aveva intrapreso una colossale opera di ricostruzione.
   La Typhon e altri vascelli avevano usato i raggi traenti per estrarre il relitto della Destiny dalla sua tomba di ghiaccio, riportandolo in orbita. Poi erano cominciate le riparazioni, condotte dapprima coi Replicatori, oltre che con gli Exocomp, i robot riparatutto di cui era dotata la nave federale. Una volta riparate le falle allo scafo e pressurizzati i ponti, erano arrivati gli ingegneri in carne e ossa. Perlopiù erano tecnici Jaffa, esperti di vascelli Goa’uld. Ma non era facile approcciarsi alla tecnologia di un altro Universo; così le riparazioni procedevano a rilento.
   Insoddisfatto dalla scarsità di progressi, Ahriman aveva trovato la soluzione. Se i suoi tecnici erano in difficoltà con la Destiny, ebbene, quelli della Destiny avrebbero avuto maggior successo. E fortuna voleva che fossero a disposizione. Quasi tutto l’equipaggio, infatti, era stato catturato dall’Egida, e da allora marciva nelle sue prigioni. Ahriman non aveva dovuto far altro che contattare Thena e richiederle tutti gli ingegneri della Destiny di cui disponeva. Detto fatto, una sessantina di prigionieri erano stati trasferiti sulla nave federale e messi al lavoro, sotto l’occhio vigile delle guardie Jaffa. Naturalmente ciò comportava un rischio: che gli avventurieri riprendessero il controllo della loro nave, ormai quasi operativa, e fuggissero con essa. Perciò le misure di sicurezza erano innalzate al massimo. C’erano tre guardie per ogni prigioniero e questi dovevano istruire i tecnici Jaffa, più che lavorare direttamente sui sistemi. In tal modo le riparazioni erano finalmente progredite... il che aveva riportato Ahriman al cantiere.
   «È splendida. Temevo di non rivederla così» disse Astarte, ammirando la Destiny in orbita. Vista da fuori, la nave federale sembrava del tutto riparata. Lo scafo era integro e lucido, le gondole quantiche erano illuminate e molte finestre lasciavano trasparire le luci interne. Due vascelli Ha’tak l’affiancavano, sia per offrire assistenza tecnica, sia come ulteriore misura precauzionale.
   «Rivederla? Ma se non sei mai stata a bordo!» obiettò Azi Dahaka.
   «È come se ci fossi stata» ribatté Astarte. «Losira ci ha trascorso cinque anni, e dimorando nel suo corpo ho tutti i suoi ricordi. Non hai idea delle avventure che ha vissuto... che hanno vissuto, prima che noi...» la sua voce si spense. Quasi le dispiaceva che si fossero intromessi, impadronendosi dell’astronave.
   «Sì, ho letto i diari di bordo. C’è di che riflettere... il Multiverso è di una vastità inconcepibile. Meraviglie e pericoli oltre ogni immaginazione» ammise Ahriman. «Ma nell’immediato userò la Destiny per avvantaggiarmi in questa guerra. Le altre realtà possono aspettare».
   «Ben detto. Risolviamo i nostri problemi, prima di cercarne altri» approvò Azi Dahaka. «Tra l’altro, uhm... ho brutti ricordi di quella nave» mugugnò, ruotando il polso destro. Quando l’aveva abbordata con le sue truppe, in un primo momento aveva avuto successo, riuscendo a prosciugare il Capitano Rivera della sua forza vitale. Stava per ucciderlo, quand’era accaduto l’imprevisto. Un’avventuriera di nome Shati l’aveva assalita con armi pesanti e una ferocia inaudita, riuscendo persino a reciderle la mano. In tal modo aveva salvato il Capitano, prima che lo prosciugasse del tutto. Sconvolta dal dolore, la Regina Wraith era stata costretta a ritirarsi, tornando sulla sua Nave Alveare. Così non aveva potuto impedire agli avventurieri di fuggire, né di far cadere la Destiny. Quella sconfitta le bruciava ancora. Le erano servite tre settimane di convalescenza, e la bio-energia di decine di vittime, per rigenerare la mano perduta. Mai in tutta la vita aveva visto la morte così da vicino, si era sentita così umiliata... e così assetata di vendetta. Si era promessa che, se avesse ritrovato Shati, non se la sarebbe fatta sfuggire.
   «Uhm, sì, è stata una battaglia impegnativa» ammise Ahriman, ricordando il suo scontro con Talyn. «Ma ne è valsa la pena. Ora la Destiny è in mano nostra... ed è quasi pronta».
   «Quasi? Perché, quanto manca al termine dei lavori?» chiese Astarte.
   «Non molto, mia cara. Ormai i tecnici sono alle verifiche finali. Se tutto va bene, entro un mese la Destiny sarà come nuova. Giusto in tempo per l’attacco a Dakara!» gongolò Ahriman.
   «Ah, il culmine della tua strategia. Sei certo che a quel punto i Jaffa si arrenderanno?» chiese Astarte. Prima accadeva, meglio era. La Goa’uld infatti era stanca di quel conflitto così distruttivo e sanguinoso. Ma i Jaffa – anche i ribelli – avevano una tradizione guerriera e non si arrendevano facilmente. Come faceva Ahriman a essere così sicuro che non si sarebbero arroccati in altri mondi, proseguendo le ostilità?
   «Non si può essere certi di niente, ma... diciamo che ho un asso nella manica. Ne parleremo più avanti» rispose il Goa’uld, evasivo. «Per adesso godetevi questi progressi. Potete anche visitare la Destiny, se volete».
   «Penso che lo farò. In fondo sono una vecchia sentimentale» disse Astarte, con un sorriso complice.
   «E dell’equipaggio, hai qualche notizia? Mi riferisco a quelli ancora in fuga. Rivera, Shati... ne sai nulla?» chiese Azi Dahaka.
   «Ho un paio di tracce, sì» confermò Ahriman. «Talyn era su Abydos... purtroppo è sfuggito ai miei ashrak. Invece l’ex Capitano si trova su Dakara, e se tutto va bene morirà a breve. Aspetto i rapporti dei miei agenti per avere conferma della sua eliminazione» rivelò.
   Astarte chinò il capo. Non le piacevano questi discorsi, sebbene fossero un inevitabile corollario della guerra. Ora che aveva le memorie di Losira, poi, sentiva un certo legame emotivo con quei furfanti. Si scoprì sollevata dal fatto che Talyn fosse sopravvissuto, pur guardandosi bene dal dirlo.
   «E gli altri? Quelli che sono fuggiti col Centurion?» incalzò la Wraith.
   «Ancora niente, ma se avrò notizie sarai la prima a saperlo» promise Ahriman. «Ti aspetto alla riunione pomeridiana. Ci sono un paio di missioni che necessitano della tua assistenza».
   «Vale a dire che dovrò farmene carico. Vedremo, caro alleato» ghignò Azi, facendo valere la sua autonomia. «Beh, intanto faccio colazione. Hai qualche ancella da prestarmi, carissima?» si rivolse ad Astarte. Vedendo la sua espressione inorridita, scoppiò a ridere. «Scherzavo, non voglio sfamarmi con la tua servitù. Mi sono portata dietro un paio di prigionieri per questo. Vado a fargli visita... ci vediamo alla riunione!» salutò. E lasciò le stanze private dei Goa’uld.
   «Urgh, quand’è così allegra è ancora più disturbante. Senti, so che il suo sostegno militare è inestimabile... e che ti piace averla con noi... ma devo chiedertelo. Quanto ti fidi realmente di lei?» indagò Astarte.
   «Mi fido il giusto, mia cara» rispose Ahriman, stringendosi nelle spalle. «I nostri interessi coincidono e con ogni probabilità lo faranno anche dopo il crollo dei Jaffa. Azi punta a far cadere l’Alleanza Terrestre, quindi sarà con noi fino ad allora. Poi si vedrà».
 
   Di lì a poco, Astarte si concedeva il suo bagno di latte quotidiano. La grande vasca quadrata era ricavata rasoterra, a mo’ di piscina, con alcuni gradini per scendere agevolmente. La Goa’uld riposava con la schiena contro il bordo, i capelli raccolti in un asciugamano, gli occhi chiusi sebbene fosse ben sveglia. Attorno a lei, sul latte bianchissimo, galleggiavano alcuni petali di rosa rossa. L’immobilità di Astarte contrastava col dinamismo delle ancelle attorno a lei. Una versava latte caldo da una brocca, un’altra suonava l’arpa, una terza – sdraiata sull’orlo della vasca – l’intratteneva facendo conversazione leggera. Altre ancora preparavano i successivi trattamenti di bellezza, allestendo il lettino per i massaggi, preparando oli e profumi. Dopo trentun secoli passati in forma di serpente, chiusa in una piccola teca, Astarte ci teneva a godersi quei lussi, che la facevano sentire di nuovo una sovrana.
   «Però, che sciccheria!» trillò una voce femminile accanto a lei.
   Disturbata nel suo relax, Astarte aprì gli occhi, per vedere quale ancella avesse fatto quel commento inopportuno. Sobbalzò sgomenta nel vedere Losira, immersa accanto a lei nella vasca. Era impossibile, perché lei occupava già il corpo della Risiana, e quindi non poteva vedersi da fuori. Quella accanto a lei era un’allucinazione... una visione... qualcosa del genere. Non un sogno, perché Astarte era ben sveglia; in ogni caso non era reale. E non era la prima volta che le capitava, purtroppo.
   Erano già alcuni mesi che Losira le appariva in quel modo sconcertante, tipicamente per fare commenti sarcastici sulla sua vita. Astarte non sapeva cosa pensarne. Forse dipendeva dal fatto che Losira non era Umana, bensì Risiana, e qualcosa nella sua neurologia le permetteva di restare cosciente anche dopo la possessione. O forse era la Goa’uld a non essersi ripresa del tutto dalla lunga prigionia, per cui non riusciva a controllarla appieno. E c’era anche la possibilità... la più inquietante di tutte... che quella non fosse affatto Losira, bensì una proiezione del suo subconscio. I suoi sensi di colpa che prendevano voce. Qualunque cosa fosse, le appariva nei momenti meno opportuni, e Astarte non poteva farci niente. Non ne aveva parlato ad Ahriman, né ai medici, per timore che la considerassero pazza. Perciò era costretta a conviverci.
   «Che ci fai qui?! Non hai un minimo di ritegno? Questo è un momento privato!» si lamentò.
   «Disse quella che fa cosacce col mio corpo. Non vuoi vedermi? Dovevi pensarci prima d’entrarmi in casa!» obiettò Losira, o quello che era.
   «Taci, vattene! Non vedi che sto cercando di rilassarmi?!» protestò Astarte.
   «Mia signora, volete che vada?» chiese l’ancella più vicina, quella sdraiata a bordo vasca.
   «No, tu resta. Non stavo parlando con te!» ribatté la Goa’uld, irritata.
   «Ma allora con chi parlate?» chiese la giovane, confusa.
   Guardandosi attorno, Astarte si accorse che tutte le ancelle avevano interrotto le loro occupazioni e la fissavano come se fosse tocca. Già, loro non potevano vedere Losira, né udire le sue provocazioni. Quello era il suo fardello... come poteva spiegarglielo, senza che la credessero matta?
   «Con nessuno parlo. Voglio dire, con me stessa. Insomma, non con voi!» sbottò Astarte. Siccome Losira le era sempre a fianco, con quel sorriso sardonico, decise che non voleva testimoni. «Mi avete seccato, stupide oche! Fuori da qui, lasciatemi sola! E non tornate finché non vi richiamo!» ordinò perentoria.
   Sconcertate da quell’esplosione di collera, del tutto ingiustificata, le ancelle si precipitarono fuori dalla sala da bagno, lasciando gli altri preparativi a metà. Si chiusero la porta alle spalle.
   «Complimenti, adesso sì che penseranno bene di te» ironizzò Losira.
   Astarte si girò verso di lei, fissandola bieca. «Insomma, che vuoi da me? Ormai i giochi sono fatti. Non riavrai il tuo corpo, né la tua vita precedente. Hai perso, rassegnati!» sibilò.
   «Oh, ma io sono qui per offrirti consiglio. Due teste ragionano meglio di una, no?» obiettò Losira. «Ho notato che fra te e Ahriman c’è un po’ di maretta...».
   «E se anche fosse? Non sono affari tuoi!» fece Astarte, stringendosi nelle spalle.
   «Suvvia, lascia che vi faccia terapia di coppia. Cioè, di gruppo. Sarò la vostra sessuologa» propose Losira. Con un “puff!” da cartone animato le comparvero degli occhiali dalla severa montatura rettangolare. L’effetto era surreale, dato che per il resto era sempre a mollo nella vasca. «Dunque, non devo neanche farti le domande, visto che so già tutto per diretta visione. Dunque, signora Astarte, la mia opinione professionale è che in quel letto ci sia troppa gente. Ahriman, Azi Dahaka, te... e incidentalmente anch’io. Siete troppi, qualcuno deve sloggiare!».
   «Comincia tu».
   «Io? Non potrei neanche volendo. Sei tu che occupi abusivamente il mio corpo. Sei tu che devi sloggiare» ribatté Losira.
   «Se sloggio dal tuo corpo, sarà solo per prenderne un altro simile» avvertì Astarte, con un sorriso crudele. «Dopo di che ti farò giustiziare per i fastidi che mi arrechi!» minacciò.
   «Ah, io infastidisco te?! Sei tu che usi il mio corpo come ti pare e piace!» accusò la Risiana. Si tolse gli occhiali, additandola con una stanghetta.
   «Noi Goa’uld siamo fatti così» si difese Astarte. «Occupare i vostri corpi per noi è come indossare un vestito, o calzare un paio di scarpe. Ti sei mai preoccupata di ciò che le tue scarpe pensano di te?».
   «Le mie scarpe non hanno mai pensato».
   «Beh, non dovresti farlo nemmeno tu. La tua coscienza dovrebbe essere sommersa. Addormentata» spiegò Astarte. Intanto, come Goa’uld, spingeva le sue fibre nervose più a fondo possibile nel cervello di Losira, cercando un interruttore per spegnerla.
   «Invece sono ben sveglia. Allora, che si fa?».
   «Si fa come dico io. Tu sloggia!».
   «Divertente. Dopo tutto quel che mi hai fatto, cosa ti fa credere di potermi dare ordini?» chiese Losira.
   «Il fatto che sono una regina... la tua regina!» rivendicò la Goa’uld, altera.
   A quelle parole, Losira sghignazzò senza ritegno. «AH-AH-AH-AH! Ci credi veramente?!» chiese, con le lacrime agli occhi per lo spasso. «No, vecchia mia... Azi Dahaka è una regina. Tu, al momento, sei solo la baldracca di uno psicopatico. Tutto quel che possiedi te l’ha concesso lui, e può riprenderselo al minimo sgarro. Per questo sei sempre così attenta a non contrariarlo. Sai di non essere niente senza di lui!».
   «Ahriman mi ha liberata dalla prigionia in cui voialtri volevate tenermi. Mi ha incoronata sua regina, sebbene non fosse tenuto a farlo. È evidente che mi ama. E io amo lui. Se non fosse vero amore, credi che avrebbe resistito alla prova del tempo? A tremila anni di separazione?! Ora non saranno le parole di un’invidiosa come te a dividerci. Ne abbiamo già passate di peggio, tra prigionia e torture!» dichiarò Astarte.
   «Non nego che abbiate sofferto... soprattutto tu» concesse Losira. «Ma ora la vostra sete di potere sta devastando la Galassia. Non passa giorno senza che muoiano degli innocenti. Quand’è che vi fermerete, eh?!».
   «Quando la Via Lattea tornerà sotto la nostra guida illuminata, com’è stata per diecimila anni. Questi ultimi seicento anni di colonialismo umano saranno ricordati come una parentesi oscura tra due Età dell’Oro!» ringhiò Astarte, facendo scintillare gli occhi.
   «Non ci credi nemmeno tu. Voi Goa’uld vi combattevate anche prima... tu stessa ne hai fatto le spese. E il vostro nuovo Impero, nato nel sangue innocente, non sarà migliore del primo» ribatté duramente Losira.
   «Non lo saprà nessuno a parte noi» disse Astarte, con un sorriso perfido. «Ora sparisci, devo terminare il mio bagno. E ringrazia che mi prendo tanta cura del tuo corpo».
   «Vado, ma tornerò. Ricorda che io ci sono sempre, anche quando non mi vedi. Io ti osservo... ti ascolto... sono sempre con te! Conosco i tuoi sporchi segreti, le menzogne che racconti a te stessa e agli altri. Presto o tardi i nodi verranno al pettine!» avvertì Losira, sussurrandole all’orecchio.
   Astarte sbatté gli occhi. Quando li riaprì, la Risiana era sparita. Per il momento. Ma non c’era da dubitare che fosse ancora in ascolto, in qualche angolo del suo cervello, e che sarebbe tornata a tormentarla.
   «Strepita quanto vuoi... tanto ci sono sempre io al comando» mormorò la Goa’uld, muovendo mani e braccia per accertarsi che il corpo le rispondesse. Lo faceva alla perfezione, il che la confortò. Nella sua lunghissima esistenza aveva affrontato parecchie avversità. In più di un’occasione aveva visto la morte da vicino. Perciò ora non avrebbe lasciato che fosse un’ospite riottosa a fermarla. Nel peggiore dei casi sarebbe migrata in un altro corpo, sbarazzandosi di quello, come aveva minacciato. A quel pensiero si sentì nuovamente sicura di sé. Allora batté le mani e chiamò a gran voce le ancelle, affinché riprendessero a servirla.
 
   Seduto su un macigno in riva al mare, il vecchio eremita di nome Rivera osservava il tramonto, come faceva ogni sera. Gli piaceva fare quella passeggiata fino alla spiaggia, scaldarsi le ossa agli ultimi raggi del sole, e rincasare prima che il freddo e il buio si facessero eccessivi. Era proprio un vecchio abitudinario, si disse fra sé. Non che avesse altri impegni. Nei primi mesi d’esilio, la sua principale occupazione era curarsi di Talyn, in coma dopo lo scontro con Ahriman. Vedere il giovane El-Auriano in quello stato gli spezzava il cuore; e il timore che non si risvegliasse lo assillava di continuo. Su quel versante, almeno, le cose erano migliorate. Talyn si era miracolosamente risvegliato e in seguito si era recato su Abydos per istruirsi. Era una scelta rischiosa, dato che Abydos faceva parte dell’Alleanza Terrestre, dove gli avventurieri erano ancora ricercati. Per la precisione erano ricercati con l’accusa, falsa quanto infamante, d’essere neo-nazisti che cercavano di trascinare l’Alleanza in guerra. Ridicolo, ma la gente ci credeva, ed era pronta a denunciarli qualora li avesse riconosciuti dagli identikit. Sebbene Talyn avesse assunto una falsa identità, con falsi documenti forniti dai Jaffa, l’ex Capitano era molto preoccupato per lui.
   Nove mesi... erano trascorsi nove mesi senza notizie di Talyn. Ma era inevitabile. Il giovane non poteva contattarlo, o avrebbe messo a rischio la sua copertura. Perciò Rivera doveva affidarsi al vecchio adagio: nessuna nuova, buona nuova. Se non sentiva parlare di Talyn, significava che non l’avevano smascherato. Almeno sperava. Thena aveva una mente contorta, e se avesse messo le mani sul giovane, chissà che piani poteva escogitare per arrivare agli altri.
   L’ultimo raggio di sole svanì sull’orizzonte marino e subito la brezza si raffreddò. Con un sospiro, Rivera si riscosse e prese la via del ritorno. Camminava adagio, stando attento a non inciampare sui sassi. Un infortunio nelle sue condizioni, in quel luogo desolato, sarebbe stato un grosso guaio. Per questo aveva preso l’abitudine di usare un bastone da passeggio, sebbene non gli fosse indispensabile per sostenersi.
   I suoi lenti passi lo condussero nell’entroterra, fino a una casetta isolata. Era il suo rifugio, tuttora pagato coi proventi dei pochi amici ancora in attività. Somigliava a una baita: era infatti un umile edificio a un solo piano e con poche stanze, costruito con pietre del posto. In fondo era accogliente, o almeno Rivera era arrivato a considerarlo tale. C’era persino un caminetto, anche se non lo usava quasi mai, non avendo le forze per andare in giro a far legna. A conti fatti, era la prima casa tradizionale che avesse avuto da molti anni a quella parte. C’era qualcosa di confortante nel dormire in una vera abitazione, sulla superficie di un pianeta, anziché in un’astronave sempre in viaggio. L’ex Capitano era tentato di rimanerci... se non fosse che le forze di Ahriman si avvicinavano sempre più a Dakara.
   «Presto nemmeno questo rifugio sarà più sicuro» si disse Rivera, malinconico. Avrebbe dovuto andarsene, ma non sapeva dove. Forse stavolta nemmeno i Jaffa, sempre più nel caos, avrebbero potuto aiutarlo. In tal caso non restavano che gli amici del Centurion... ma Rivera non voleva essergli di peso. Avevano già abbastanza problemi, poveretti. Così il vecchio Umano era sempre più tentato di rimanere lì e attendere la sua sorte. Del resto non gli restavano molti anni da vivere...
   Le sue meste riflessioni furono interrotte alla vista di una figura umanoide addossata alla parete di casa. Era un giovane alto e robusto; se ne stava con la schiena poggiata al muro, accanto all’ingresso, come se lo stesse aspettando. Nella penombra della sera, Rivera non lo vedeva bene. Ma chi poteva essere, se non...
   «Talyn?!» chiese il vecchio, col cuore palpitante d’emozione. Finalmente quel benedetto figliolo era tornato, sano e salvo! Quella sarebbe stata la prima sera felice dopo tanto tempo. Gli avrebbe offerto una cena calda, si sarebbe fatto raccontare tutto...
   «Ehilà, vecchio» disse il giovane, facendosi avanti. La voce non era quella di Talyn; aveva un timbro più baritonale.
   «Ahi» si disse Rivera, sentendo spegnersi l’entusiasmo.
   Quando il giovane gli fu abbastanza vicino, l’ex Capitano lo vide meglio. Nemmeno l’aspetto era quello di Talyn. Era più grosso di corporatura, col cranio rasato, il viso imbrattato di tatuaggi e piercing. Non era nemmeno un Jaffa... loro non si conciavano in quel modo. L’unica spiegazione possibile era che fosse un Terrestre proveniente dall’Earthland, il quartiere umano della capitale. Che ci faceva in quel luogo sperduto, così lontano dalla città? Perché lo stava aspettando davanti a casa sua? E perché ora gli puntava contro con passo deciso, e con quel ghigno che non prometteva nulla di buono? La mano di Rivera corse istintivamente alla tasca, dove teneva il phaser... e la trovò vuota. Mannaggia. Da quando Talyn era partito, aveva perso l’abitudine di girare armato. Non aveva più nulla da difendere, salvo la sua pellaccia. Beh, in quel momento la sua pellaccia gli parve meritevole di difesa, malgrado tutto.
   L’ex Capitano si fermò, lasciando che lo sconosciuto gli si avvicinasse, finché furono faccia a faccia. Allora lo osservò attentamente. Urgh, si era tatuato persino la sclera degli occhi, facendola diventare nera... che cosa obbrobriosa. Teneva la mano destra nella tasca, piuttosto rigonfia; che vi celasse un’arma?
   «Salve, giovanotto. Non capita spesso d’aver visite, da queste parti. Posso fare qualcosa per te?» chiese Rivera, cercando di suonare sicuro.
   «Certo, vecchio. Puoi offrirmi uno spinello» ribatté il giovane, con un sorriso strafottente.
   «Non faccio uso di droghe, nemmeno leggere. E non dovresti farlo nemmeno tu» consigliò Rivera, pur intuendo che era solo un pretesto.
   «Non ce l’hai? Beh, allora puoi sganciarmi qualche credito, così me lo procurerò altrove» disse il teppista, con l’atteggiamento di chi vuole attaccar briga. La mano era sempre in tasca.
   «Non sembri povero» notò l’ex Capitano, che era ancora un buon osservatore. «Tutti quei vestiti firmati... scommetto che sei il figlio di qualche commerciante o imprenditore dell’Earthland. Vale a dire che sei più ricco di me... non che ci voglia molto. Se hai bisogno di soldi, chiedili ai tuoi parenti. O meglio ancora, guadagnateli» consigliò.
   A quelle parole, l’energumeno fece una risata incredibilmente stridula. «Mi prendi per un accattone? O per un ladro? Tu non sai niente di me, quindi risparmiami i tuoi insulti!» accusò.
   «Non scaldarti, ragazzo. Mi hai fatto una domanda e io ti ho risposto. Non ho droga né soldi da offrirti. Ora, se vuoi scusarmi...» fece Rivera, cercando d’aggirarlo. Se avesse raggiunto la porta di casa, e fosse entrato svelto...
   «Non così in fretta, vecchio! Non puoi insultare quelli che incontri e andartene come se niente fosse!» ringhiò il teppista. Estrasse la mano di tasca, e allora l’ex Capitano vide cosa nascondeva: un pugno di ferro, con anelli in cui aveva inserito le dita. Con quell’arma gli diede un micidiale pugno allo stomaco, facendolo accasciare. Gli fece anche sfuggire di mano il bastone da passeggio.
   «No, non arriverò alla porta» comprese Rivera, boccheggiando di dolore. Quella era un’aggressione in piena regola... non per derubarlo, ma per ucciderlo.
   «Venite avanti, ragazzi!» gridò l’energumeno. «Il vecchio bastardo è proprio come ci hanno detto. Un nazista pieno d’odio. Ma non farai più del male a nessuno, pezzo di merda... ora ci siamo noi a fare giustizia!» si vantò. Vedendo che l’ex Capitano cercava di riprendere il bastone, per difendersi, gli assestò un calcio nelle costole, rovesciandolo sul fianco.
   Mezzo accecato dal dolore, Rivera vide sbucare altri teppisti, finora nascosti dietro la casa o nella boscaglia circostante. Doveva immaginarlo: i ratti non erano mai soli. Questi quanti erano? Due... quattro... sei. Sì, ce n’erano sei in tutto, contando anche il primo aggressore. Decisamente troppi, per un vecchio malandato come lui. Quattro ragazzi e due ragazze, se le apparenze non ingannavano. Tutti con abiti costosi. Tutti coi volti sfigurati da piercing e tatuaggi. Tutti sorridenti all’idea di massacrarlo di botte.
   «Guarda, guarda... sei giovani giustizieri, per quest’unico vecchio malridotto» commentò l’ex Capitano.
   «Sei partigiani che hanno catturato un nazista!» corresse il capobanda, sorridendo con orgoglio. «Mi chiamo Avery e questi sono i miei amici. Ci piace stanare le carogne come te, che si nascondono per sfuggire alla giustizia. E quando vi scoviamo, la facciamo noi, la giustizia. Quella che meritate voi nazisti!» minacciò, sempre sorridendo. Avevano tutti quel sorriso fiero, come se stessero compiendo un’impresa nobile e coraggiosa.
   «Nazisti! Non sapete nemmeno che significa questa parola, o non la usereste con tanta leggerezza!» ribatté Rivera, suscitando grasse risate. Riuscì a riprendere il bastone e si rialzò a fatica, dolorante per le percosse. «E voi non siete partigiani... non meritate nemmeno di pronunciare quel termine. Siete solo dei teppisti viziati, che vogliono divertirsi torturando un indifeso. Anzi, scommetto che siete stati pagati per farlo. E scommetto che il mandante vi ha detto dove trovarmi. Tra tutti e sei, non avete abbastanza cervello da rintracciarmi».
   A queste parole i teppisti smisero di ridere. Il capobanda si avvicinò all’ex Capitano, pronto a colpirlo ancora col pugno di ferro. «Sappiamo tutto di te, pezzo di merda. Di come hai cercato di portarci in guerra contro il nostro benefattore Ahriman. Ma hai fallito e sei rimasto solo. E ora pagherai per tutti gli innocenti che hai ammazzato. Oggi morirai col tuo odio, e saremo noi a fare giustizia!» ringhiò. Cercò di colpirlo al volto, ma Rivera fu abbastanza svelto da schivare, e rispose dandogli una tremenda bastonata in faccia.
   Avery cadde a terra piangendo e bestemmiando, mentre gli altri teppisti indietreggiavano, colti di sorpresa. Due però erano ancora davanti alla porta, così che l’ex Capitano non poteva entrare. E non poteva nemmeno tentare la fuga, perché lo avrebbero raggiunto subito. Dovevano avere le overbike nascoste nelle vicinanze. Così Rivera non poté far altro che mantenere la posizione e resistere a oltranza... pur sapendo d’essere spacciato. Se quegli sciacalli erano stati pagati per ucciderlo, come temeva, non si sarebbero dati per vinti.
   Passato il primo attimo di dolore e sgomento, il capobanda si riprese abbastanza da berciare un ordine: «PRENDETELO!».
   I cinque scagnozzi si gettarono compatti contro Rivera, armati di spranghe, fruste, catene e altre armi da teppisti. Il vecchio si difese meglio che poté, usando il suo bastone. Ricordava le lezioni della Flotta Stellare, e quelle ancor più severe apprese sul campo; ma il corpo non gli obbediva come un tempo. Riuscì a colpire alcuni teppisti, facendoli guaire come cani; ma non si fermarono. Mentre ne teneva a bada tre, gli altri due lo attaccarono alle spalle. Riuscirono a immobilizzarlo, strappandogli il bastone di mano. Dopo di che lo gettarono a terra e presero a colpirlo selvaggiamente con quello, oltre che a calci.
   Sotto la gragnola di colpi, Rivera alzò le mani a protezione della testa. Ma sapeva d’essere arrivato al capolinea. Quei teppisti erano lì per ucciderlo e non c’era nessuno che potesse fermarli. Che misera fine per il Capitano della Destiny. I suoi ultimi pensieri furono per i pochi compagni ancora liberi, tra cui Talyn: si augurò che avessero più fortuna di lui. Dopo di che perse i sensi, mentre i teppisti continuavano a martoriarlo, ridendo forte.
 
   Quando si risvegliò, dolorante in tutto il corpo, Rivera ne fu sorpreso. Non si aspettava di risvegliarsi. Appena la vista gli si schiarì, tuttavia, si accorse che la situazione non era affatto migliorata. Era ancora ostaggio degli aggressori, che lo avevano portato dentro casa, evidentemente dopo avergli sottratto la chiave elettronica. Adesso erano tutti in soggiorno, la camera più grande della casupola. I teppisti lo avevano legato... anzi, ammanettato a una sedia. Chissà da dove venivano le manette... quasi certamente non erano della polizia. I sequestratori erano attorno a lui, come se aspettassero il suo risveglio. Avery, il capobanda, sedeva con gli scarponi sporchi sul tavolino, scolandosi una bottiglia di birra rubata dalla dispensa. Curiosamente il caminetto era acceso: uno scagnozzo stava arroventando qualcosa sul fuoco.
   «Ehi, il bastardo s’è svegliato!» berciò un altro.
   «Alla buon’ora» fece Avery. Gettò sul pavimento la bottiglia semivuota, mandandola in pezzi. Poi si tirò su, rivolgendosi al prigioniero. «Allora è qui che ti nascondi, vecchio sorcio. Che posto di merda... è adatto a te. Che fai per passare il tempo?» chiese.
   «Leggo» rispose laconico Rivera. Accennò a una piccola libreria, su cui erano allineati alcuni volumi cartacei. Se ne trovavano ancora, specialmente sui mondi Jaffa, così legati alle tradizioni.
   «Che leggi? Vediamo» disse il capobanda. Prese un libro dopo l’altro, leggendone ad alta voce titoli e autori. «Ascesa e caduta dell’Impero Goa’uld, di Daniel Jackson. Combattere gli Wraith, di John Sheppard e Teyla Emmagan. Replicatori, Asurani e altre insidie tecnologiche, di Samantha Carter e Rodney McKay. Compendio sull’Ascensione – dagli Antichi ad Anubis, ancora di Jackson». La sua espressione divenne sempre più schifata, man mano che leggeva. «Come immaginavo! Tutta spazzatura scritta dai colonizzatori per assolversi. Il suo posto è questo!» sbraitò, gettando i volumi nel caminetto acceso, dove le fiamme li consumarono.
   «Quei libri sono stati scritti da alcune tra le persone più coraggiose e in gamba che siano mai vissute. Dovreste leggerli, invece di bruciarli. Allora capireste d’essere vivi solo grazie a loro! Perché furono loro a salvare l’umanità da quel male che ora voi codardi adorate!» disse Rivera con amarezza.
   «Sentitelo, come glorifica il genocidio dei Goa’uld e delle altre civiltà vittime del colonialismo Umano!» ribatté Avery. «Ecco come si comportano i nazisti: assolvono i carnefici e rovesciano la colpa sulle vittime innocenti. Tutto per una schifosa presunzione di superiorità razziale. Avete visto come questo sorcio si abbevera al liquame ideologico dei colonizzatori, per vomitarcelo addosso! Avete sentito come rivendica orgoglioso la sua ideologia nazista e razzista! Da qualche parte avrà anche il Mein Kampf!» sbottò, ovviamente sbagliando.
   «Hai ragione, è proprio nazista fino al midollo! Mi fa orrore!» convenne una delle ragazze, annuendo con convinzione. Anche gli altri si unirono al coro.
   «Beh, questo rende le cose più facili» ghignò il capobanda. «Hai confessato la tua adesione al nazismo, vecchio. E si dà il caso che noi i nazisti li puniamo. Perciò ora voteremo sul da farsi. Allora, gente: quale sarà la sua condanna?!» chiese alla banda.
   «Morte!» rispose quello che rovistava nel focolare con una specie d’attizzatoio. E «Morte!» convennero anche gli altri, uno dopo l’altro. Le loro voci erano sicure, gli sguardi orgogliosi.
   «Bene, la giuria popolare ha deciso: sei condannato a morte per i tuoi crimini contro l’umanità» disse Avery, in tono pomposo. «Ma prima faremo in modo che, trovandoti, tutti sappiano cos’eri, e perché sei stato giustiziato. Allora, bro, è pronto?!».
   «Certo, è bello caldo!» rispose l’interpellato, levando il bastone metallico dal fuoco. Allora Rivera poté vedere di cosa si trattava. Non era un attizzatoio da caminetto. Era un ferro da marchiatura, come quello che un tempo si usava per marchiare il bestiame. Questo però aveva, come simbolo, una svastica nazista, ormai arroventata al calor giallo. L’ex Capitano si sentì gelare fino al midollo. Ecco perché non l’avevano ucciso subito... prima volevano torturarlo.
   Impaziente, il capobanda s’impadronì del ferro arroventato. Venne innanzi all’ostaggio, dardeggiandolo davanti ai suoi occhi. «Allora, amici, dove marchiamo questa feccia nazista? Dite la vostra!» ululò.
   «Gli occhi! Cavagli gli occhi!» gridò uno.
   «No, deve vedersi il marchio! Fallo sulla fronte!» propose un altro.
   «Strappagli le palle e fagliele ingoiare! Poi ficcagli il ferro rovente su per il culo!» strillò una ragazza, eccitatissima.
   «Mi piace quest’idea. Spogliatelo!» ordinò Avery, col viso tatuato distorto in un ghigno diabolico. Si passò la lingua sulle labbra; la sua fronte era madida di sudore.
   Due aguzzini si avventarono sulla vittima, che pregò di morire al più presto. Ma il destino aveva in serbo ben altro.
   La porta di casa si spalancò, come sospinta da un vento impetuoso. E sembrò davvero che fosse entrata una corrente d’aria, così forte da far vacillare i presenti. Ma quello non era il vento... era la scia di qualcosa che si muoveva troppo veloce per essere visto. In un attimo la sedia di Rivera fu tirata indietro, sottraendolo agli aguzzini. Subito dopo l’ex Capitano si trovò libero dalle manette e tirato in piedi. Il ferro rovente sparì dalle mani del confuso capobanda... e Rivera comprese cosa stava per accadere.
   Un batter d’occhi e tutto era compiuto. I sei teppisti guairono come cani, portandosi le mani ai volti, mentre si diffondeva un odore di bruciato. Avevano tutti una svastica impressa in fronte col marchio rovente. Il capobanda ne aveva altre due, impresse sulle guance. E il bastone arroventato era in mano a Talyn, ora visibile accanto a Rivera. Mai prima d’ora l’El-Auriano era apparso così spaventosamente incollerito. Si erse in tutta la sua statura, mentre la furia lo circondava come un vapore bollente. Quando parlò, la sua voce rimbombò nel soggiorno come un tuono primaverile.
   «FUORI DA QUI, VERMI! Ora conterò fino a dieci. Se al dieci uno solo di voi sarà ancora in questa casa, giuro che vi ucciderò tutti con le mie mani!» tuonò l’El-Auriano, alto e terribile, col ferro incandescente tra le mani. «Uno, due, tre...» iniziò a contare.
   I teppisti si scambiarono un’occhiata intimorita. Dopo di che Avery schizzò verso l’uscita, con uno scatto da centometrista. Gli altri lo seguirono, spintonandosi, in quanto ognuno cercava d’uscire per primo. Mentre fuggivano, tuttavia, una delle ragazze strillò un’ultima invettiva: «Torneremo in venti e vi BRUCEREMO VIVI, fottuti nazisti! Ora e sempre, RESISTENZA!».
   Ciò detto, l’ultima dei teppisti infilò la porta e scomparve nella notte. Allora calò il silenzio.
   Leggermente ansante, Talyn depose il ferro rovente accanto al caminetto. Infine si rivolse all’amico: «Mi dispiace d’aver aspettato tanto a tornare. È stato un errore che stava per costarti la vita. Tu ti sei preso cura di me nel momento del bisogno, mentre io ti ho abbandonato. Ti chiedo perdono, Capitano». Il suo sguardo afflitto si soffermò sui segni delle percosse che costellavano il corpo dell’anziano.
   «Non c’è niente da perdonare, figliolo. Mi hai salvato la vita... di nuovo. Grazie per essere tornato. Aspettavo con ansia questo giorno» disse Rivera con voce flebile.
   L’attimo dopo i due si abbracciarono commossi.
 
   «Allora, qual buon vento ti porta qui?» chiese Rivera. Su insistenze di Talyn si era coricato sul lettino medico – lo stesso su cui l’El-Auriano aveva giaciuto nei mesi di coma – e si stava facendo visitare. Per fortuna in casa c’erano ancora bio-scanner e medicinali in abbondanza, retaggio di quei mesi difficili.
   «Vento di cambiamento» rispose Talyn, mentre lo visitava. «Due ashrak mi hanno teso un’imboscata al Centro Studi, su Abydos. Anche se li ho liquidati, non potevo restare. Ormai la mia copertura era compromessa» spiegò.
   Rivera non si stupì che il giovane avesse eliminato due sicari professionisti. Aveva ben visto di cos’era capace. Tuttavia il racconto lo inquietò. «Come ti hanno scoperto?» chiese.
   «Sono stato riconosciuto e denunciato... dal Direttore. E forse altri dello staff sono complici» si rabbuiò l’El-Auriano. «Ormai non c’è posto nell’Alleanza Terrestre che sia sicuro. Tutti credono nell’imminente vittoria di Ahriman e venderebbero le loro madri pur d’ingraziarselo».
   «Già, i dittatori fanno questo effetto» convenne l’ex Capitano, cupo.
   «Comunque ero in pensiero per te. Temevo che, ricostruendo i miei spostamenti, i killer ti trovassero. Come infatti è stato» concluse Talyn, ancora più incupito.
   «Quelli non erano killer di professione. Erano solo teppisti» notò Rivera.
   «Teppisti pagati per ucciderti e informati sul tuo nascondiglio. Il mandante è senz’altro lo stesso degli ashrak. Se non è stato Ahriman in persona, sarà uno dei suoi scagnozzi, come Zahak» ragionò l’El-Auriano. «In ogni caso non è più sicuro stare qui. Devi venire con me» disse in tono deciso.
   «Peccato... mi ero affezionato a questa casetta» sospirò l’ex Capitano, guardandosi attorno con nostalgia. «Sai, è stata la prima vera casa che abbia avuto fin da quand’ero ragazzo. Cominciavo a pensare che ci sarei rimasto... sino alla fine».
   «Le forze di Ahriman avanzano verso Dakara. Presto o tardi avresti comunque dovuto lasciarla» gli ricordò Talyn, pur intuendo che il vecchio amico contava di non farlo nemmeno allora.
   «Uhm... così siamo di nuovo sulla breccia, eh? Prima o poi doveva accadere. Dimmi, gli studi su Abydos ti sono serviti?» indagò Rivera.
   «Credo di sì. Ho affinato le mie capacità e vedo le cose con più chiarezza. Beh, forse non dovrei essere io a dirlo... è difficile giudicarsi con imparzialità» ammise l’El-Auriano. «Comunque ritengo che questi mesi siano stati utili. Una tappa necessaria del viaggio» concluse.
   «Buono a sapersi. Quindi hai un piano?» chiese il vecchio, speranzoso, perché lui non ne aveva.
   «Il piano è riunire la vecchia banda» rispose Talyn. «In questi mesi non ne ho sentito parlare granché, ma suppongo che sia una buona notizia... vuol dire che non li hanno presi. Dimmi che hai ancora qualche contatto nell’Alto Consiglio Jaffa. Qualcuno che sappia dove sono, o che sia in grado di contattarli».
   «Uhm, è da parecchio che non sento l’Alto Consiglio. E ultimamente sono così in subbuglio, per via della guerra, che dubito ci daranno udienza» rimuginò l’ex Capitano. «Potremmo avere più fortuna su Hak’tyl. L’ultima volta che li ho sentiti, i nostri amici facevano ancora base laggiù».
   «Bene, allora abbiamo una rotta! Fa’ le valigie, partiamo al più presto» approvò Talyn, in tono incoraggiante.
   «Abbiamo... voglio dire, hai anche una navicella?» chiese Rivera, ricordando che il giovane amico aveva lasciato Abydos in modo rocambolesco.
   «Certo, sono atterrato poco lontano da qui. La navetta si chiama Ligeia, è uno shuttle diplomatico a lungo raggio. Non è dei più grandi, ma è moderna e confortevole. In due avremo spazio sufficiente» garantì l’El-Auriano.
   «E l’hai... uhm...».
   «Presa in prestito a tempo indeterminato, già. Dopo l’attacco degli ashrak e la confessione del Direttore, mi sono sentito autorizzato. Naturalmente ho bruciato il transponder a lungo raggio, per impedire al nemico di rintracciarla» spiegò Talyn.
   «Naturalmente. Beh, finché sono con te ho la pensione assicurata» ironizzò l’ex Capitano. «Muy bien, ora passiamo alle cose davvero importanti: che mi dici di quella barba?!».
   L’El-Auriano ridacchiò, sfiorandosela. «Mi è sembrata un buon modo per cambiare aspetto. Sai, per rendermi meno riconoscibile dagli identikit. Anche se purtroppo non è bastato» spiegò.
   «Ah, pensavo che fosse obbligatoria per chi studia l’Ascensione. Sai, per somigliare di più ai filosofi e ai profeti» scherzò Rivera.
   «Certo, infatti mi sono nutrito solo di miele e locuste» fece Talyn, stando al gioco.
   «E ora che sei di nuovo in fuga, conti di tenerla?».
   «Perché no? Contribuisce al look piratesco».
   «Vedo che hai capito tutto» fece l’ex Capitano, sempre ironico. «Beh, visto che siamo in fuga, suppongo di dovermi muovere. Allora, posso alzarmi?».
   «Direi di sì» rispose l’El-Auriano, leggendo i dati biometrici. Per tutta la durata della conversazione aveva continuato a visitare Rivera, somministrandogli medicinali e curandolo con vari strumenti. «Ho saldato le ossa incrinate e ho fermato le emorragie interne. Ti ho anche dato un analgesico. Ce la fai ad alzarti?» chiese.
   «Urgh... come se avessi scelta!» mugugnò l’ex Capitano, che nonostante tutto si sentiva ancora a pezzi. Ma non voleva essere una palla al piede, quindi chiamò a raccolta tutte le forze e si raddrizzò, con l’aiuto di Talyn. Le giunture protestavano e il dolore delle percosse si faceva ancora sentire, ma non si lamentò. Andò a preparare le valigie, sempre con l’aiuto del giovane amico. Lasciare quel rifugio era triste, eppure al tempo stesso emozionante. Era come scrollarsi di dosso un letargo invernale e tornare in pista, sebbene le prospettive non fossero delle migliori. Beh, almeno non sarebbe rimasto nascosto in attesa della fine, come un vecchio tremebondo. Non aveva idea di cos’avrebbero fatto, lui e Talyn... ma qualcosa avrebbero combinato.
 
   Di lì a poco i due avventurieri lasciarono la casupola, portandosi dietro le valigie. Era ancora notte, ma Talyn camminava con sicurezza, ricordando il percorso. Rivera lo seguiva, stringendosi il bavero per proteggersi dal freddo. Una breve camminata li portò fino alla Ligeia, atterrata in una radura. Tennero i phaser pronti, nel caso i teppisti fossero tornati, ma non ce ne fu bisogno: nulla ostacolò la loro partenza. Saliti sulla navicella, andarono subito in cabina. Rivera lasciò a Talyn il posto del pilota, accontentandosi di fargli da copilota. La navetta decollò, facendo frusciare le cime degli alberi, e s’innalzò nel cielo stellato. In breve raggiunse l’orbita di Dakara. Lo spazio era affollato d’astronavi, che per la maggior parte lasciavano il pianeta, temendo l’imminente attacco nemico. Gli avventurieri si giovarono della confusione: in quel viavai, nessuno gli chiese identificazione e piano di volo.
   «Imposto la rotta per Hak’tyl» disse Talyn, la mente già rivolta al futuro.
   «Aspetta un attimo, voglio dare un’ultima occhiata alla casa» disse Rivera, inquadrandola sullo schermo. Era ancora notte in quella zona, ma la baita era ben visibile... perché stava bruciando. I teppisti erano tornati, molto più numerosi, proprio come promesso. In mancanza degli occupanti se l’erano presa con l’abitazione, dandole fuoco. Ora ballavano sfrenatamente attorno all’incendio, vantandosi d’aver “messo in fuga i nazisti”. L’ex Capitano sospirò. Quello era il genere di persone che, se la dittatura le avesse raggiunte, si sarebbero messe prontamente al suo servizio. In effetti erano già servi di Ahriman, al punto da uccidere per lui.
   «Okay, ho visto abbastanza» sospirò Rivera. Interruppe la ripresa della superficie, riportando le stelle sullo schermo. «Andiamo, non c’è altro da fare qui» concluse.
   «Rotta impostata, partenza!» disse Talyn, lo sguardo determinato. La Ligeia balzò nell’iperspazio, per un viaggio che avrebbe segnato la rinascita degli avventurieri, oppure il loro definitivo tracollo.
 
   
 
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