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Autore: Parmandil    06/01/2025    1 recensioni
Un anno dopo la caduta della Destiny, gli avventurieri sono ancora divisi. Alcuni lottano assieme ai Jaffa in una guerra senza speranza contro l’inarrestabile avanzata delle forze di Ahriman. L’ex Capitano Rivera vive da eremita, in preda ai rimorsi. Losira è controllata da Astarte e anche Giely è in potere di Ahriman. Toccherà al redivivo Talyn, ormai padrone dei suoi poteri, mettere assieme la vecchia banda. Dalle piramidi di Abydos alle torri di Atlantide, i nostri eroi si riuniranno per reclamare la Destiny e affrontare Ahriman in un’apocalittica resa dei conti.
Ma nella corte Goa’uld gli equilibri sono instabili, per via del crescente potere di Azi Dahaka, la regina Wraith. E l’antichissima faida tra Astarte e sua sorella Ereshkigal potrebbe riesplodere con esiti imprevedibili. Mentre grandi flotte convergono su Dakara, e Ahriman appronta un piano diabolico per sottomettere la Galassia, gli avventurieri tentano il tutto per tutto. Ciascuno affronterà nuovamente la propria nemesi, in cerca di riscatto o redenzione. All’apice dello scontro sarà la scelta di Astarte a sancire la sorte della Via Lattea, mostrando che nessuno può prevedere cosa si cela nel cuore umano, o di chi vorrebbe essere tale.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Tematiche delicate, Threesome, Violenza
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-Capitolo 2: Centurion
Data Stellare 2615.325
Luogo: Erebus, sistema di Nemesis
 
   Sceso a velocità subluce ai margini del sistema, il Centurion si avvicinò a impulso al gigante gassoso, tenendosi occultato. Puntò verso il satellite più esterno, il freddo Cocytus. Quando furono abbastanza vicini, gli avventurieri trovarono ciò che cercavano. La Destiny orbitava attorno alla luna ghiacciata, al centro di un andirivieni di navette provenienti dalle due Ha’tak di scorta. I Replicatori zampettavano a migliaia sullo scafo, per riparare le numerose falle. Le gondole quantiche e il deflettore erano ancora spenti, segno che non c’era energia a bordo. Ma se i lavori continuavano a quel ritmo, non ci sarebbe voluto molto prima che la nave federale tornasse operativa. Il Centurion s’inserì in un’orbita più alta, sempre occultato, mentre i suoi sensori analizzavano il cantiere.
   «Guardate cosa stanno facendo alla mia adorata nave!» esclamò Irvik, un tempo Ingegnere Capo della Destiny.
   «Alla nostra nave!» puntualizzò Shati, che ne era stata la timoniera, e svolgeva ancora questa mansione ora che ai pochi fuggiaschi rimaneva solo il Centurion.
   «Dovevamo immaginarlo che Ahriman non si sarebbe arreso così facilmente. Un’astronave in grado d’esplorare il Multiverso è un bottino troppo ghiotto per lui» ragionò Yo’rek. Il Tenente aveva lasciato la Milizia Jaffa, sia pure in quel periodo critico, pur di restare con gli avventurieri ai quali doveva la vita.
   «Un’imprevista quanto fortunata evenienza» valutò Naskeel, un tempo Ufficiale Tattico della Destiny e ora Capitano di quella piccola banda. La voce del Tholiano, resa dal traduttore con un timbro metallico, non mostrava particolare emozione. Eppure i suoi occhi sulfurei sembravano brillare più del solito nell’osservare la loro astronave, tratta dagli abissi ghiacciati. «Così facendo, il nemico ci sta dando l’opportunità di riconquistarla».
   Era qualcosa che gli avventurieri non avevano osato sperare, nei lunghi mesi del loro esilio. Quando avevano visto la Destiny sprofondare nel ghiaccio, al termine dell’estenuante battaglia, l’avevano considerata perduta per sempre. Poi però l’intelligence dei Jaffa, con cui collaboravano in qualità di mercenari, aveva rilevato un insolito traffico di navi Goa’uld da e per il sistema Nemesis. Ciò era sospetto, poiché quel sistema non aveva nulla da offrire, dopo la distruzione della stazione Avalon. Tutto ciò che vi rimaneva era, appunto, il relitto della Destiny. Chiamati in causa, gli avventurieri erano andati a investigare, tornandovi per la prima volta dopo mesi. E si erano trovati innanzi a quell’inaspettato scenario: la loro astronave di nuovo nello spazio, come se li attendesse.
   «Beh, che aspettiamo? Trasferiamoci sulla Destiny e riprendiamocela!» propose Lum, il Ferengi addetto a sensori e comunicazioni.
   «Sarebbe un grave errore farlo adesso» avvertì Vidarr. Il piccolo alieno grigio era un Vanir, parente degli Asgard. Anche lui aveva fatto una scelta simile a Yo’rek, lasciando l’Egida per unirsi agli avventurieri. Quando gli animi si scaldavano, era spesso la voce della ragione.
   «Perché un errore? Siamo occultati, abbiamo il vantaggio della sorpresa!» insisté Lum.
   «Ne siete certi? Il nemico potrebbe aspettarsi un attacco o un’infiltrazione da parte nostra» avvertì Vidarr, mettendo mano ai sensori. «Come vedete, il cantiere è pesantemente difeso. Oltre alle Ha’tak, vi sono centinaia di Jaffa sulla Destiny, fra tecnici e guardie. Senza contare i Replicatori, che al nostro arrivo ci attaccherebbero all’istante. Abbiamo già avuto modo di constatare quanto siano pericolosi e difficili da eliminare, una volta a bordo».
   «Adesso però abbiamo l’arma per distruggerli. I Jaffa ce l’hanno fornita» ricordò Shati. Era una delle prime cose che avevano richiesto, all’inizio della loro collaborazione.
   «Anche supponendo d’eliminare i Replicatori, le forze Jaffa restano soverchianti. E in ogni caso, impadronirci della Destiny in questo momento sarebbe inutile. Le riparazioni sono incomplete, la nave è senza energia. Quindi non potremmo fuggire, né opporci alla rappresaglia delle Ha’tak» chiarì il Vanir.
   «Beh, allora dobbiamo attendere che i lavori siano ultimati. E a quel punto, prima del varo, saliremo sulla Destiny e gliela soffieremo!» propose Shati.
   «Sì, tutto sta nel cogliere il momento giusto. Dobbiamo colpire dopo che tecnici e sorveglianti si saranno ritirati, ma prima che arrivi il nuovo equipaggio» approvò Yo’rek, osservando i risultati delle analisi. Al momento l’astronave era gremita, il che rendeva inattuabile un abbordaggio, specialmente da parte di una banda piccola come la loro.
   «Uhm... anche così sarà praticamente impossibile governare la Destiny. È una grande astronave e richiede un equipaggio numeroso. Ai vecchi tempi ce la facevamo appena, anche con l’aiuto degli Exocomp; ed eravamo trecentocinquanta!» si lamentò Irvik.
   «Questo ripropone il problema dell’equipaggio» disse Naskeel. «Sappiamo che i nostri sono in mano all’Egida, ma in mesi di ricerche non siamo riusciti a determinare dove siano custoditi. In effetti non sappiamo nemmeno se siano ancora vivi. E ora lei mi dice che è indispensabile averli, per governare la nave».
   «C’è poco da fare; ci serve tutta la banda» confermò il Voth.
   «Allora ci restano pochi mesi per rintracciarla» concluse il Tholiano. «Dobbiamo raddoppiare gli sforzi. Per adesso, finché siamo qui, voglio un’analisi completa del cantiere».
   «Analisi in corso» disse Lum, tornato alla sua postazione. «Certo che i Jaffa a bordo sono tanti... oserei dire troppi. Per come sono dislocati, sembrerebbero più guardie che tecnici».
   «Si aspettano il nostro attacco?» chiese Shati, perplessa.
   «Difficile a dirsi, ma... il traffico delle navette sta diminuendo» notò il Ferengi. «Può darsi che si stiano preparando a ricevere qualcuno. Forse Ahriman in persona».
   «Interessante. Il nostro occultamento regge?» chiese Naskeel.
   «Potrebbero passare a un metro dallo scafo, senza accorgersi di noi!» si vantò Irvik, forse esagerando un po’.
   «Allora aspettiamo. Voglio vedere chi è in arrivo» decise il Tholiano.
 
   Passarono alcune ore, durante le quali il traffico delle navette si azzerò e la guarnigione Jaffa sulla Destiny fu ulteriormente rafforzata. Per gli avventurieri era un tormento trovarsi così vicini alla loro astronave, senza essere in grado di riprenderla. Per mesi l’avevano creduta persa. Ora invece era lì, così vicina che avrebbero potuto teletrasportarsi a bordo... ma sarebbe stato un suicidio. Così non potevano far altro che attendere, sperando di ricavarne ulteriori informazioni.
   E venne il momento in cui la pazienza fu ricompensata. Un’astronave uscì dall’iperspazio, avvicinandosi alla Destiny. All’avviso dei sensori, gli avventurieri si precipitarono di nuovo in cabina. «Un vascello in avvicinamento» rilevò Lum. «È... è... frell, guardate un po’ cos’è!» fece con disgusto, inquadrandolo sullo schermo.
   Era la O’Neill, la nave ammiraglia dell’Egida. Lì la Direttrice Thena aveva palesato il suo tradimento, uccidendo sotto i loro occhi il Colonnello Mitchell, uno dei pochi ufficiali ancora integri. Gli avventurieri erano fuggiti precipitosamente, per non finire allo stesso modo; ma avevano dovuto abbandonare il grosso dell’equipaggio. Una scelta obbligata, che tuttavia continuava a roderli. E ora che ci faceva lì quell’astronave?
   «Le Ha’tak mantengono la posizione... è chiaro che la stavano aspettando» disse il Ferengi. «Rilevo comunicazioni tra le navi. Riguardano un trasferimento di tecnici, per sveltire le riparazioni. Strano... li definiscono “esperti”, ma ne parlano come se fossero prigionieri. Li stanno teletrasportando sulla Destiny».
   «Dei tecnici esperti della Destiny, ma trattati da prigionieri?!» s’insospettì Irvik.
   «Analisi dei segni vitali, presto. Identificazione specie» ordinò Naskeel.
   «Analisi in corso» disse Lum, chino sulla sua postazione. «Oh-oh, abbiamo fatto tongo. Sono tutte specie del nostro cosmo. La nostra ciurma».
   «Ma certo... non dev’essere facile per i Jaffa padroneggiare la nostra tecnologia. Dopo tutti questi mesi, le riparazioni sono ancora in alto mare. Così hanno chiamato i nostri ragazzi per costringerli ad aiutarli» ragionò Irvik.
   «Splendido, è quello che ci serviva! Ora possiamo riprenderci la Destiny e la ciurma, in un colpo solo!» gongolò Shati.
   «Aspettate, non è così semplice» disse Vidarr, affiancando il Ferengi alla postazione sensori. «Qui rilevo solo sessanta prigionieri, mentre i superstiti del vostro equipaggio erano almeno trecento».
   «E gli altri?!» si allarmò la Caitiana.
   «Ma certo... gli altri non sono ingegneri. Quindi non c’era motivo di portarli» comprese Irvik, amareggiato. «Saranno ancora in prigione... ovunque sia».
   «Quindi se ora riconquistassimo la Destiny, con l’aiuto di questi sessanta...» mormorò Shati.
   «Anche con loro sarebbe difficilissimo, dato che sono tecnici e non combattenti. Ma ammesso e non concesso che ci riuscissimo, resteremmo comunque senza gli altri duecentoquaranta. Saremmo ancora troppo pochi per governare la nave. E a quel punto Thena potrebbe giustiziare gli altri per rappresaglia» concluse il Voth, sconsolato.
   «Quindi che facciamo? Se qui non possiamo ancora attaccare, e là non sappiamo dov’è il resto della ciurma, da dove si comincia?!» chiese la Caitiana, frustrata.
   «Ora più che mai è imperativo scoprire dove sono custoditi gli altri» disse Naskeel. «E per la prima volta, abbiamo un indizio».
   «Ah, sì? E quale?» chiese Shati.
   «La O’Neill stessa. Se potessimo accedere al suo computer, e precisamente ai diari di rotta e dei sensori, scopriremmo dove hanno prelevato i nostri tecnici. Quasi certamente il resto dell’equipaggio si trova ancora là» dedusse il Tholiano.
   «Quindi abbordiamo la nave?!» chiese la Caitiana, in fibrillazione.
   «Non senza un piano. Ricordate che in questo momento il nemico tiene alta la guardia» avvertì Naskeel. «Però seguiremo la O’Neill e l’abborderemo alla prima occasione, in cerca di quelle informazioni».
   «Sarà dura seguirla... ricordi che è più veloce di noi...» disse Irvik, mesto.
   «Allora teletrasportiamo a bordo un segnalatore subspaziale. Presto, finché ha gli scudi abbassati» ordinò il Tholiano.
   «Segnalatore trasferito» confermò Vidarr di lì a pochi secondi. Nello spazio, intanto, la O’Neill stava già manovrando per invertire la rotta.
   «Allora... la missione finisce qui?» chiese Shati, delusa.
   «Per il momento» ammise Naskeel. «Ma ora abbiamo qualcosa che prima ci mancava: una traccia. Alla prima occasione propizia abborderemo quella nave».
   «Sempre che per allora non sia troppo tardi» notò Yo’rek, inquieto.
   La O’Neill balzò nell’iperspazio, lasciando il sistema Nemesis. Gli avventurieri non provarono neanche a seguirla, sapendo di non essere abbastanza veloci; rischiavano solo di farsi scoprire. Dovevano contare sul segnalatore subspaziale, e magari sull’intelligence Jaffa, per rintracciarla. Serviva un’occasione in cui la nave dell’Egida si fermasse a lungo, e l’equipaggio non fosse così sul chi vive. Solo allora si poteva tentare un’infiltrazione.
   «Lasciamo il sistema. Rotta per lo spazio Jaffa, così faremo rapporto» ordinò Naskeel.
   «Alla prossima occasione» mormorò Irvik, osservando con rimpianto la Destiny. Così vicina... così irraggiungibile.
   «Resistete, fratelli. Un giorno torneremo a salvarvi» disse Shati, pensando agli ingegneri costretti a lavorare per il nemico. La timoniera diresse il Centurion fuori dall’orbita, lontano dal cantiere. Impostata la rotta, balzò a cavitazione quantica. La rivincita era solo rimandata.
 
 
Data Stellare 2616.084
Luogo: Base Icarus
 
   La O’Neill orbitava sopra la Base Icarus, una delle più antiche installazioni extrasolari dei Tau’ri. L’astronave era insolitamente silenziosa, poiché gran parte dell’equipaggio era sbarcato a terra, mentre gli ingegneri revisionavano il vascello. Era un lavoro impegnativo, che avrebbe richiesto parecchi giorni, dato che bisognava implementare numerosi aggiornamenti tecnici. Perciò il grosso dell’equipaggio era in licenza. “Sbarcare a terra”, infatti, significava avere accesso allo stargate di Base Icarus, in collegamento con la rete della Via Lattea. Così, in quel momento, gli ufficiali potevano essere a migliaia d’anni luce uno dall’altro, fermo restando che dovevano rispettare l’orario di rientro. Un contingente tuttavia rimaneva sempre alla base, per sicurezza; e alcune guardie erano ancora a bordo dell’astronave.
   In quel momento interi livelli della O’Neill erano deserti e senza energia, al punto che persino l’illuminazione era spenta. I lavori infatti si concentravano in sala macchine e nell’apparato propulsore. Se qualche ingegnere doveva passare nelle zone oscurate, si portava una torcia. Facevano eccezione la plancia e altri punti nevralgici, sempre operativi e sorvegliati. Poiché le guardie conoscevano i tecnici e i loro andirivieni quotidiani, i controlli erano ridotti al minimo.
   Da una delle zone oscurate emerse un uomo alto e robusto, dalla carnagione scura e i capelli corti. L’uniforme e i gradi lo qualificavano come un tecnico informatico di seconda classe. Portava un contenitore per parti di ricambio, simile a un grosso valigione squadrato. L’uomo venne avanti a passo svelto, dirigendosi verso la sala del processore. Prima che potesse raggiungerla, fu fermato da un ordine secco.
   «Ehi, tu! Identificati!».
   L’uomo col contenitore si bloccò all’istante, per poi girarsi verso il corridoio laterale da cui era giunto l’ordine. Si trovò di fronte un tecnico informatico di prima classe, che lo fissava con severo cipiglio. «Richard Daystrom, Guardiamarina, matricola 470093. Appena dislocato da Base Icarus» si presentò il sottoposto, mettendosi sull’attenti.
   «Uhm, ecco perché la tua faccia mi è nuova. Riposo, Guardiamarina» disse il Tenente. «E dire che ormai credevo di conoscervi tutti, voi della base. Allora, di che ti stai occupando? E cos’hai lì dentro?!» chiese, indicando il valigione.
   «Oh, questo? È il nuovo proiettore per gli oloschermi. Devo installarlo nella sala del processore» spiegò il Guardiamarina con naturalezza.
   Il Tenente aggrottò la fronte. «Un proiettore così ingombrante? E dici di doverlo installare dal processore? Questo spetterebbe a noi dell’equipaggio, o almeno dovresti farlo sotto la nostra supervisione. Com’è che non ho ricevuto alcun ordine di servizio?» s’insospettì.
   «Non l’ha ricevuto? Questo è strano, signore. Posso chiederle di verificare se non sia arrivato in ritardo?» chiese educatamente il Guardiamarina. Così dicendo posò a terra il valigione.
   «Eccome, se controllo!» sbuffò il Tenente, impugnando il d-pad finora tenuto in cintura. «E se non è arrivato, stavolta quelli dell’Icarus mi sentono. È inaccettabile che mandino personale inesperto per fare interventi in zone ad alta sicurezza, senza nemmeno un avviso. Vediamo... ordini del giorno...» rimuginò, scorrendo l’elenco.
   Fu allora che il visitatore cavò di tasca un phaser federale di tipo 1, così piccolo da stare racchiuso nella sua mano. Sparò a bruciapelo all’ingegnere, che non ebbe tempo di reagire. Vedendolo accasciarsi, lo agguantò prontamente, sostenendolo. La vittima era solo stordita, ma con un colpo così diretto ci sarebbe voluto un bel po’ prima che riacquistasse i sensi.
   «Bene, sono a bordo da cinque minuti e c’è già il primo intoppo» commentò Yo’rek, perché di lui si trattava. Il Jaffa si guardò attorno, accertandosi che non vi fossero testimoni. Per fortuna era ancora al limitare della zona oscurata della nave; da lì non passava molta gente. Non c’era nessuno che potesse aver visto l’aggressione. «Ottoperotto, fammi un favore. Cercami uno stanzino in cui chiudere questo bel tomo, prima che ci guasti l’operazione».
   «Be-beep!» trillò il robottino, uscendo dal valigione in cui era nascosto. L’Exocomp numero 64 – Ottoperotto per gli amici – era l’unico fra i robot riparatutto della Destiny ad essere scampato al naufragio. Fuggito sul Centurion assieme agli avventurieri, era rimasto con loro, fornendo un insostituibile apporto. Era l’unico infatti che potesse riparare in fretta la navicella, quand’erano alle strette. E nelle infiltrazioni come quella, era il più rapido a farsi strada nei computer nemici. «Trovato stanzino. Faccio strada» disse l’Exocomp, svolazzando come al solito. Il robot ovoidale infilò un corridoio, mentre Yo’rek lo seguiva, un po’ in affanno per via del carico. Doveva infatti portarsi dietro l’ingegnere svenuto.
   «Rallenta... ti ricordo che io non volo!» sbuffò il Jaffa.
   Ottoperotto fece come richiesto. Intanto teneva i sensori all’erta, per rilevare altre eventuali presenze nelle vicinanze. Ma giunsero allo stanzino – una saletta dei contatori – senza fare altri incontri. Yo’rek vi entrò con l’ostaggio, ancora privo di sensi. «Avvertimi se arriva qualcuno» raccomandò all’Exocomp.
   «Be-beep. Yo’rek non esce?» chiese Ottoperotto.
   «Dammi qualche minuto. Devo perfezionare il travestimento» spiegò il Jaffa.
 
   Le due guardie che presidiavano l’ingresso alla sala del processore drizzarono meglio la schiena, vedendo che qualcuno si avvicinava. Era un uomo alto e robusto, dalla carnagione scura e i capelli corti. L’uniforme e i gradi lo qualificavano come un tecnico informatico di prima classe. Portava un contenitore per parti di ricambio, simile a un grosso valigione squadrato, e aveva un d-pad in cintura. L’uomo venne avanti a passo svelto, dirigendosi verso l’ingresso.
   «Si identifichi» ordinò una delle guardie.
   «Tenente Richard Daystrom. Appena dislocato dalla Base Icarus» si presentò il nuovo arrivato. Devo installare questo olo-proiettore; ecco l’ordine di servizio» disse, mostrando quello che Ottoperotto gli aveva scaricato nel d-pad. Non era sicuro che fosse perfetto, ma le guardie non stettero a leggerlo attentamente. Erano abituate al continuo andirivieni di tecnici.
   «Okay, puoi andare» disse uno dei sorveglianti. Lui e il collega si scostarono, consentendo a Yo’rek d’accedere alla saletta del processore. Il mainframe era al centro e formava una sorta di colonna che arrivava al soffitto. Una raggiera di consolle lo circondava, mentre altre interfacce erano allineate lungo le pareti. Come previsto, in quel momento non c’era nessun altro.
   Il Jaffa attese che la porta si fosse richiusa alle sue spalle per posare a terra il contenitore. Ottoperotto ne uscì subito, dirigendosi verso le consolle centrali, quelle addossate al processore.
   «Ora tocca a te, piccoletto. Scarica i diari di rotta e dei sensori degli ultimi cinque mesi. Anche quelli del teletrasporto. È l’ultima speranza di ritrovare la ciurma» disse Yo’rek. Impugnò il phaser, tenendo d’occhio l’ingresso.
   Con un «Be-beep!» d’assenso, l’Exocomp si collegò alla consolle mediante delle micro-fibre. Carrellate di dati presero a scorrere sul display, troppo veloci perché occhi umani potessero leggerli. Anche le lucette di Ottoperotto pulsarono a un ritmo più rapido.
   «Be-beep! Dati riservati, necessaria autorizzazione di livello 5 o superiore» avvertì l’Exocomp.
   «Grazie tante, questo lo sapevo!» fece Yo’rek, seccato. «Perciò ti ho portato. Ti abbiamo equipaggiato coi migliori programmi di decrittazione. Se c’è qualcuno che può ottenere quei dati, sei tu. Quindi datti da fare!» lo esortò.
   Ottoperotto diede fondo alle sue capacità informatiche. Lunghi codici alfanumerici scorsero sul display. Poco alla volta, tuttavia, comparvero dei simboli diversi. Questi erano rune. Gradualmente presero il sopravvento sugli altri.
   «Be-beep! Il nucleo del computer ha una codifica Asgard. Attendere» avvertì Ottoperotto.
   «Come temevo» mormorò Yo’rek, sempre di guardia all’ingresso. Il progresso informatico terrestre era profondamente debitore alla tecnologia Asgard, al punto che ancora adesso le forze armate ne usavano spesso i codici. Il Jaffa lo sapeva, e quindi aveva cercato d’equipaggiare l’Exocomp anche in quel senso. Ma non era stato possibile fornirgli una conoscenza completa, e in ogni caso si trattava di una dura battaglia informatica. Col passare dei minuti, Yo’rek divenne sempre più nervoso. Presto o tardi le guardie là fuori si sarebbero insospettite. O peggio ancora, qualcuno avrebbe trovato il tecnico legato nella saletta dei contatori.
   «Be-beep! Centesimo tentativo d’effrazione fallito. Necessaria autorizzazione di livello 5 o superiore» ripeté Ottoperotto, sfarfallando le lucette in segno di stress.
   «E va bene, mi arrischierò a trasmettere» sospirò Yo’rek. Aveva sperato d’evitarlo, perché il rischio d’essere intercettato era alto, ma non c’era alternativa. Cavò di tasca un comunicatore federale e vi parlò sottovoce. «Yo’rek a Sekhmet, abbiamo un problema con le codifiche Asgard. Ci serve un’autorizzazione di livello 5 o superiore per accedere ai dati. Puoi aiutarci?» chiese.
   Il segnale passò nella vicina sala macchine, dove Sekhmet era in attesa. Non era altri che Shati, con l’armatura da Cacciatore Yautja che si era procurata anni prima, in un’altra realtà. Sekhmet era il nome da battaglia che aveva adottato nell’ultimo anno, per intimorire i Jaffa di Ahriman. Era infatti il nome di un’antica Goa’uld dalla leggendaria ferocia, da cui era derivato il mito egizio della dea-leonessa, che nemmeno gli altri dèi riuscivano a fermare. E infatti, in quell’anno di continui scontri, Shati aveva eliminato parecchi Jaffa, e persino qualche Goa’uld minore. I loro elmi zoomorfi adesso ornavano il Centurion, come trofei di caccia.
   In almeno un aspetto, tuttavia, Shati differiva profondamente dalla dea-leonessa di cui aveva adottato il nome. Il suo stile di combattimento non era affatto improntato al furore belluino. Al contrario, la Caitiana sapeva essere calcolatrice e paziente. In quel momento, infatti, se ne stava occultata su una delle passerelle superiori della sala macchine, e osservava gli ingegneri al lavoro sotto di lei. La sua maschera Yautja registrava tutto, immagini e suoni. Quando le giunse la chiamata di Yo’rek, seppe subito cosa fare.
   «Analisi registrazioni. Ricerca inserimento codici» sussurrò Sekhmet, dando istruzioni al micro-computer della maschera. Le lenti le mostrarono spezzoni delle registrazioni che aveva fatto nell’ultima mezz’ora. Un Guardiamarina inseriva un codice di livello 1 per eseguire una diagnostica... inutile. Un Tenente Comandante inseriva un codice più alto per regolare la potenza degli armamenti... interessante. Purtroppo l’uomo era ripreso di spalle, e celava quasi tutta la consolle col suo corpo, così che non si riusciva a vedere il codice inserito. La Caitiana stava per perdere le speranze, quando la maschera le mostrò un terzo spezzone. L’Ingegnere Capo inseriva un codice d’alto livello per intervenire sull’iperguida. Stavolta era ripreso da un’angolazione che permetteva di vedere chiaramente cosa stava digitando. Bingo!
   «Okay, ce l’ho. Ascolta bene» disse Sekhmet. Riferì il codice, man mano che osservava la registrazione al rallentatore.
   Nella saletta del processore, Yo’rek tenne il comunicatore accanto a Ottoperotto, così che potesse udire. L’Exocomp inserì il codice, sbloccando finalmente il database. Un interminabile elenco prese a scorrere sulla consolle.
   «Siamo dentro. Yo’rek, chiudo» disse il Jaffa, intascando il comunicatore. Dopo di che si rivolse al robottino: «Presto, scarica tutto. Dimmi quando hai...».
   «Database scaricato, be-beep!» informò l’Exocomp.
   «Oh, bene. Ora dobbiamo solo uscire dalla zona schermata, e il Centurion potrà riprenderci a bordo» disse il Jaffa, con cauto ottimismo. In quella risuonò un allarme in tutta la nave, seguito da un comunicato.
   «Attenzione, stato d’allerta 1. Il Tenente Coburn è stato rinvenuto senza uniforme e in stato d’incoscienza nella sala contatori 4. Abbiamo un infiltrato a bordo, travestito da ingegnere di prima classe. Tutti i tecnici devono sospendere i lavori e sottoporsi a ispezione. Rinforzi della Sicurezza sono in arrivo da Base Icarus. Fino al termine dell’emergenza, il vascello resterà isolato». L’ultima affermazione implicava che la O’Neill avrebbe alzato gli scudi, per impedire all’intruso di fuggire via teletrasporto.
   «Groan... lo sapevo che avrei dovuto vaporizzarlo» sospirò Yo’rek, pensando all’ingegnere che aveva sopraffatto. Ma era tardi per le recriminazioni. Le guardie fuori dalla porta avevano certamente udito l’allerta, e da un momento all’altro avrebbero fatto irruzione. Il Jaffa si nascose dietro la colonna del mainframe, l’unico riparo della saletta. Impugnò il phaser, pronto a vendere cara la pelle. Anche Ottoperotto si rifugiò con lui.
   «Resta nascosto, piccoletto. Ora che hai il database, sei molto più importante di me» raccomandò Yo’rek. Fissò la porta, pronto a sparare non appena si fosse aperta...
   La porta scorrevole si spalancò, ma non furono le guardie a entrare. Una massiccia figura si stagliò sull’ingresso. Le proporzioni erano quelle di un soldato gigantesco, rivestito da una corazza ultratecnologica di colore bruno. Fissata al braccio aveva un’arma al plasma, ancora fumante. Ai suoi piedi c’erano i due sorveglianti, appena neutralizzati. Forse si era limitato a stordirli... Yo’rek non ne era certo, e non stette a chiederlo.
   «Ci hanno individuati. Questa non è più una missione stealth» disse Vidarr, la voce alterata dal casco. Dentro l’imponente esoscheletro da battaglia, infatti, c’era l’alieno mingherlino.
   «Abbiamo i dati, possiamo andare» garantì il Jaffa. Mise il phaser in cintura e prese il fucile al plasma di una guardia, per disporre di un’arma più potente. Lui e Vidarr spararono al processore, distruggendolo, così da compromettere l’efficienza dell’astronave. Infine lasciarono la saletta, seguiti da Ottoperotto. «Yo’rek a Sekhmet, abbiamo i dati. Riunione al punto convenuto... intanto fatti riconoscere. Mettiamo un po’ d’ansia a questi ragazzi» consigliò.
   «Farò del mio peggio» promise la Caitiana. Sotto di lei c’era già agitazione, in quanto tutti avevano udito il comunicato. Gli ingegneri sospendevano i lavori e attivavano le misure di sicurezza per isolare la nave. Beh, non glielo avrebbe permesso. Se quelli alzavano gli scudi, lei e gli altri non se ne sarebbero più andati. Perciò Sekhmet cominciò a sparare col cannoncino al plasma. Era la sua arma primaria, munita di guida laser e fissata allo spallaccio sinistro della corazza. La Caitiana colpì le strumentazioni anziché le persone, sebbene tra esplosioni, fiammate e cortocircuiti elettrici anche molti ingegneri rimasero infortunati. In pochi attimi la sala macchine divenne una bolgia, piena d’incendi e di feriti che si lamentavano. I tecnici cercavano di fuggire, quasi scontrandosi con le guardie che invece volevano entrare.
   Quando ritenne d’aver fatto abbastanza danni, Sekhmet cercò di scendere dalla passerella. Si trovò la strada sbarrata da un manipolo di guardie. Riuscivano a vederla? Forse sì... una perdita di gas biancastro accanto a lei disegnava i contorni del suo corpo. «Allora, ragazzi, chi muore per primo?!» ringhiò la Caitiana. Gli occhi della sua maschera lampeggiarono mentre cambiava la lunghezza d’onda della visione. Passò dalla luce ottica agli infrarossi, come faceva in genere nei combattimenti.
   «Sekhmet la Cacciatrice!» riconobbero gli agenti. Ce ne voleva per spaventare degli operativi dell’Egida, ma in quell’anno la Caitiana aveva acquisito una sinistra fama. Alcuni non osarono nemmeno affrontarla e si ritrassero. Altri aprirono il fuoco, senza riuscire a colpirla nell’incertezza della visione. Sekhmet balzò giù dalla passerella, atterrando nel salone sottostante con grazia felina, nonostante la panoplia che l’appesantiva. Qui, lontano dalle esalazioni, l’occultamento tornò a proteggerla del tutto. La Caitiana sgusciò di lato, sottraendosi ai colpi, e lasciò la sala macchine, per riunirsi al resto della squadra.
   «Basta, non sprecate colpi!» ordinò il caposquadra, ammonendo quelli dei suoi che ancora sparavano all’impazzata, danneggiando ulteriormente il salone. «Insomma, che vi prende? Siete agenti operativi dell’Egida, comportatevi come tali! Non dovete temere quella criminale. Avete visto com’è fuggita, invece d’affrontarci?! Quando si viene al dunque, questi terroristi sono dei codardi. La prossima volta non dovete esitare: uccidetela!» ordinò.
   Gli agenti lasciarono la passerella, scendendo con la scaletta, per inseguire la fuggitiva. A un tratto però il primo della fila si fermò. Nell’aria fumosa intravedeva un sottile raggio rosso, come quello di un puntatore laser. «Fermi! Lei è ancora qui?!» esclamò. Seguì con lo sguardo il raggio, scoprendo che scaturiva da un piccolo congegno triangolare fissato alla parete. Un congegno che ticchettava minacciosamente.
   «Granata!» gridò l’agente, cercando d’indietreggiare, e scontrandosi coi colleghi che lo seguivano. Prima che potessero mettersi fuori tiro, la bomba lasciata da Sekhmet esplose, distruggendo la scaletta e metà della balconata. Parecchie consolle furono schiantate e un paio di condotti energetici vennero infranti. Gli scudi sfarfallarono attorno alla O’Neill, indeboliti, ma non del tutto abbassati.
 
   A pochi chilometri da lì, su un’orbita parallela, il Centurion attendeva occultato. Ora che la squadra era in missione, a bordo restavano solo Naskeel e Lum. Il primo stava al timone, dove aveva dirottato anche i controlli delle armi, mentre il secondo teneva come sempre la postazione sensori e comunicazioni. Quanto a Irvik, aveva lasciato il Centurion da qualche mese, per dedicarsi a un altro incarico.
   «Frell, li hanno scoperti!» avvertì il Ferengi, che seguiva gli spostamenti della squadra. «La O’Neill ha alzato gli scudi. Stanno diramando un allarme... c’è agitazione anche nella Base Icarus. Credo che manderanno rinforzi».
   «Dobbiamo recuperare i nostri al più presto» disse Naskeel. «Mandami le letture al timone, devo sapere dove sono in questo momento».
   «Ecco. Sekhmet sta lasciando la sala macchine, mentre gli altri hanno lasciato il processore e si dirigono al punto d’incontro» riferì Lum. «Ma sono nei guai... le squadre della Sicurezza convergono su di loro. Potrebbero colpirli prima che arrivino a incontrarsi» avvertì.
   «La nostra priorità è abbassare gli scudi nemici, per teletrasportare la squadra. Vedo che Sekhmet li ha già indeboliti; noi daremo il colpo finale» spiegò il Tholiano. Portò il Centurion subito dietro la O’Neill, in una posizione vantaggiosa per attaccare. Allora uscì dall’occultamento, colpendo la nave dell’Egida con tutte le armi a disposizione. In circostanze normali sarebbe stato un suicidio, viste le dimensioni e la potenza di fuoco del vascello nemico. Ma gli avventurieri avevano colto la O’Neill in un momento critico: l’equipaggio era ridotto al minimo, gli scudi indeboliti, la sala macchine semidistrutta. La nave tardò a rispondere al fuoco, e quando lo fece, i colpi non furono dei più precisi. Naskeel riuscì a schivarne la maggior parte con abili manovre evasive. I colpi che andarono a bersaglio, tuttavia, si fecero sentire.
   «Qui butta male!» squittì Lum, sempre più spaventato. «Forse dovremmo andarcene, finché possiamo».
   «Non intendo perdere ciò che resta dell’equipaggio. Tanto più che questo mi costringerebbe a restare con la tua sola compagnia» disse Naskeel, lasciando intendere che era una prospettiva da evitare a ogni costo. Concentrò il fuoco sul settore più indebolito degli scudi nemici, sperando di fare breccia. Al tempo stesso continuava con le manovre evasive, per guadagnare tempo. In tal modo trascorsero alcuni minuti di combattimento serrato.
   «Abbiamo compagnia» disse a un tratto Lum. «Stanno decollando dei caccia da Base Icarus. Tempo d’intercettazione: dieci minuti». Considerando che erano già in difficoltà contro la O’Neill, non avevano scampo contro uno squadrone di caccia, ancor più agili del Centurion.
   «Allora abbiamo dieci minuti per recuperare la squadra» disse Naskeel, continuando a fare fuoco.
 
   Vidarr percorreva a rapidi passi il corridoio, colpendo qualunque avversario gli sbarrasse il cammino. Contava sul suo scudo energetico per proteggersi dal fuoco nemico, sebbene la potenza e la durata della schermatura fossero limitate. Dietro di lui veniva Ottoperotto. Yo’rek infine stava in retroguardia, imbracciando il fucile al plasma sottratto alle guardie.
   «Tutto okay, lì davanti?!» chiese il Jaffa.
   «Certo, benissimo» fece Vidarr, stordendo l’ennesimo avversario. «Perché, tu come stai?» si premurò.
   «Oh, alla grande. Potrei andare avanti così tutto il giorno!» ironizzò Yo’rek. «Ma intendevo chiedere quanto manca al punto d’incontro» precisò.
   «Ci siamo quasi, appena venti metri. Sekhmet sta... un momento». Il Vanir si fermò, costringendo il Jaffa a fare altrettanto. Davanti a loro c’era un plotone di guardie, appostate dietro un ingresso. Gli avventurieri dovettero appostarsi a loro volta, rispondendo al fuoco.
   «È una situazione di stallo! Qualche idea per uscirne?!» chiese Yo’rek, gridando per farsi udire sopra la gragnola.
   «Il mio scudo è quasi esaurito, non posso sfondare» avvertì Vidarr. «Ma non credo che sarà necessario».
   A un tratto ci fu agitazione nel plotone nemico. Molte guardie si voltarono, per rispondere a un attacco che le aveva colte alle spalle. Ci furono esplosioni, accompagnate da boati: qualcuno usava armi pesanti. Gli agenti dell’Egida si scambiarono commenti concitati.
   «Cribbio, lei è qui!».
   «Non fatela avvicinare!».
   «Da quale inferno sei sbucata, bestia?!».
   Alla domanda seguì una pronta risposta. «Da quello in cui mi avete gettata voi! E ora avrò la mia vendetta!» ringhiò una voce femminile. Si udì un fischio, come di qualcosa che fendeva l’aria. Poi uno zac, accompagnato da un lamento soffocato. Infine una testa mozzata rotolò lungo il corridoio, fermandosi ai piedi di Vidarr. Apparteneva a un agente dell’Egida, col terrore ancora impresso sul volto. Vidarr e Yo’rek si scambiarono un’occhiata, senza commentare, e tornarono a far fuoco. In breve anche gli ultimi avversari, spinti allo scoperto da Sekhmet, caddero sotto i loro colpi. Quelli almeno erano solo storditi.
   «Ehilà, ragazzi. Giornata indaffarata, eh?!» fece la Caitiana, rendendosi visibile. Il cannoncino fissato alla spalla fumava per il surriscaldamento. In mano reggeva ancora la lama rotante, macchiata di sangue.
   «Già, e per chiudere in bellezza non resta che un dettaglio. Yo’rek a Centurion, abbiamo i dati e siamo pronti al teletrasporto» disse il Jaffa, impugnando il comunicatore.
   La risposta giunse disturbata dalle interferenze. «Ssshhh a squadra, restate in attesa. Abbiamo difficoltà a superare le difese nemiche. Mantenete la posizione finché potremo sssshhh...» risuonò la voce di Lum.
   «Oh, certo! Ci giochiamo a carte con questi soldatini, mentre fate i vostri comodi!» protestò Sekhmet, mentre s’ispezionava rapidamente l’equipaggiamento.
   «Non parlano a vanvera. Hanno dei problemi, là fuori» disse Yo’rek, indicando un oblò dell’astronave. I colleghi videro sfrecciare il Centurion, in mezzo a una gragnola di colpi provenienti dalla O’Neill.
   «Se non l’hai notato, abbiamo dei problemi anche noi, qui dentro!» obiettò la Caitiana. Tornò sul chi vive, udendo rumore di passi.
   «Le squadre dell’Egida convergono da ambo i lati dei corridoio. Ci hanno intrappolati nel mezzo» avvertì Vidarr, consultando i sensori integrati nel casco.
   Gli avventurieri si misero spalla contro spalla, pronti a vendere cara la pelle. Ottoperotto stava in mezzo a loro, quasi schiacciato. «Sentite, ho un’idea. Se spacco un oblò, il piccoletto può volare dritto fino al Centurion» suggerì Sekhmet. Così dicendo prese di mira l’oblò più vicino col puntatore laser.
   «Sì, ma questo non decomprimerà il corridoio?!» obiettò Yo’rek.
   «Noi abbiamo le maschere respiratorie» disse Vidarr, parlando di sé e della Cacciatrice.
   «Ma io no! Che devo fare, trattenere il fiato?!» protestò il Jaffa.
   «Okay, lo farò solo dopo che sarai morto» promise Sekhmet, e aprì il fuoco contro la squadra che sopraggiungeva.
   «Che premurosa!» fece Yo’rek. Lui e Vidarr attaccarono l’altra squadra nemica.
   I raggi mortali balenarono nel corridoio, riverberando attraverso gli oblò, al punto da notarsi anche nello spazio. Sul Centurion, Lum cercò i segni vitali della squadra e si avvide del problema. «Capitano, i nostri sono in trappola! Quelli dell’Egida li hanno circondati!» avvertì.
   Naskeel rifletté sul da farsi. Gli scudi della O’Neill erano ormai perforati, ma non osava abbassare quelli del Centurion per teletrasportare gli infiltrati. Se fossero rimasti senza difese, infatti, la nave dell’Egida li avrebbe distrutti al primo colpo. Prima doveva mettere fuori uso le armi nemiche; ma come far sopravvivere la squadra fino ad allora? Notando che i compagni si trovavano su un corridoio affacciato sullo spazio, il Tholiano ebbe un’idea. «Centurion a squadra, reggetevi a qualcosa» ordinò, prendendo accuratamente la mira.
   «Come sarebbe, reggetevi a...?» fece Yo’rek.
   In quella Naskeel aprì il fuoco coi cannoni phaser, crivellando la fiancata della O’Neill. Lo scafo venne squarciato, scoperchiando il corridoio retrostante. Una delle squadre dell’Egida fu obliterata dall’esplosione, mentre gli avventurieri furono gettati indietro dall’onda d’urto.
   Subito dopo il movimento dell’aria s’invertì, poiché questa fuoriusciva dalla falla, incanalandosi nel corridoio con la violenza di un uragano. Gli avventurieri furono trascinati in avanti, verso lo spazio aperto. Lo stesso avvenne per la seconda squadra dell’Egida, dietro di loro. Entrambi i gruppi smisero di sparare, dovendo concentrare le forze sull’immediata sopravvivenza.
   Il più avvantaggiato era Vidarr, grazie alla sua corazza integrale. Il Vanir magnetizzò le suole, ancorandosi al pavimento, e afferrò Yo’rek, evitando che fosse trascinato verso la falla. Tuttavia non poteva proteggerlo dagli effetti della decompressione. Accanto a loro, anche Sekhmet si resse magnetizzando le suole. La maschera le permetteva di respirare, ma l’armatura la copriva solo parzialmente, rendendola vulnerabile al calo di pressione e al freddo crescente.
   Attorno a loro, quelli dell’Egida se la passavano anche peggio. Alcuni furono trascinati in avanti dall’aria impetuosa, passando accanto agli avventurieri, per finire espulsi nello spazio. I rimanenti chiusero una paratia d’emergenza, sigillando la perdita. E intrappolando gli intrusi nel segmento di corridoio che si stava depressurizzando. Anche se questi ultimi riuscivano a non farsi trascinare nello spazio, presto si sarebbero trovati nel vuoto. Yo’rek già boccheggiava e anche Sekhmet non se la passava bene.
   «Squadra a Centurion!» chiamò la Cacciatrice. «Questo è un buon momento per prenderci a bordo, se non avete di meglio da fare!».
   Nello spazio, la navicella stava colpendo le armi della O’Neill, per renderla inoffensiva. Erano bersagli piccoli, ma i sistemi di puntamento federali erano progettati proprio per disarmare i nemici. Appena Naskeel ebbe terminato, abbassò gli scudi del Centurion. «Adesso» ordinò. Lum attivò il teletrasporto, agganciando l’intera squadra, compreso Ottoperotto.
   Gli avventurieri si materializzarono in cabina e subito si precipitarono alle loro postazioni. La Caitiana si tolse la maschera da Cacciatrice, lasciando che la personalità di Sekhmet se ne andasse con essa. Respirò a fondo: era di nuovo Shati, la timoniera. «È fatta, ora tagliamo la corda» disse, prendendo i comandi.
   In quella però il Centurion tremò, mentre una luce verde-azzurra riempiva la cabina. «Frell, ci hanno agganciati con un raggio traente! È molto potente, non riesco a liberarmi!» avvertì Shati, lottando coi comandi.
   «Abbiamo esaurito i siluri e da quest’angolazione non posso mirare l’emettitore coi phaser. Riesci almeno a farci ruotare?» chiese Yo’rek, dalla postazione tattica.
   «Macché, siamo immobilizzati» disse Shati, dando inutilmente energia ai propulsori di manovra.
   «Beh, almeno sono disarmati, giusto?» chiese Yo’rek. In quella il Centurion sobbalzò sotto un fuoco violento.
   «La O’Neill è disarmata, ma questi sono i caccia di Base Icarus» avvertì Lum, inquadrandoli sullo schermo. Era una squadriglia di dodici caccia, disposti in formazione a mezzaluna. Dopo aver compiuto il primo passaggio ravvicinato, sparando a tutto spiano, fecero un ampio giro per mettersi fuori tiro. «Torneranno a breve, ma i nostri scudi sono scesi al 10%. Non reggeremo il prossimo attacco» avvertì il Ferengi.
   Shati intanto le stava provando tutte, ma non c’era modo di liberare il Centurion dal raggio traente. La O’Neill li teneva al guinzaglio e presto i caccia gli avrebbero dato il colpo di grazia. «Ragazzi, sono a corto d’idee. Come facciamo a liberarci?!» chiese la timoniera.
   Tutti fissarono Naskeel, sperando in un’altra delle sue astuzie. Ma stavolta nemmeno il Tholiano sapeva che fare. La sua mente analitica esaminò tutte le opzioni, e giunse alla conclusione che per salvarsi avrebbero dovuto avere una seconda navicella in appoggio. Cosa di cui erano sfortunatamente privi. Perciò erano spacciati.
 
   Fu in quel momento disperato che una navicella Tau’ri uscì dall’iperspazio. Trovandosi di fronte alla battaglia, vi si gettò a capofitto. Colpì ripetutamente la O’Neill, mirando l’emettitore di raggio traente. I nuovi arrivati avevano un’arma a particelle di bassa potenza, ma bastò a destabilizzare il raggio. Shati ne approfittò subito per ruotare il Centurion, così da mirare il bersaglio. Yo’rek aprì il fuoco coi cannoni phaser, riuscendo a disabilitare del tutto l’emettitore. Il raggio traente si spense; erano liberi.
   «Ci chiamano dalla navicella» disse Lum.
   «Sullo schermo» ordinò Naskeel, curioso di vedere chi li aveva salvati, e perché.
   «Ehilà, è da un pezzo che non ci si vede!» salutò Talyn. Era la prima volta che gli avventurieri lo vedevano, da quando si era risvegliato. Accanto a lui c’era Rivera, ancora anziano per gli effetti dell’attacco Wraith, ma con una nuova determinazione negli occhi.
   «Voi?! Che ci fate qui?!» trasecolò Shati, che li credeva lontani anni luce. «Non che ci dispiaccia, anzi!» precisò.
   «È tempo di riunirci, per la resa dei conti con Ahriman» disse l’El-Auriano. «Ma andiamo con ordine. Quella nave può ancora inseguirci, ed è più veloce di noi. Quindi non c’è che una cosa da fare. State pronti col teletrasporto; prendeteci al mio segnale» ordinò.
   «Aspetta, sei certo?!» si allarmò la Caitiana, intuendo cosa stava per fare.
   «Ha ragione, è l’unico modo. Pronti col teletrasporto» disse Naskeel. Vidarr andò alla consolle, agganciando i segni vitali di Talyn e Rivera, che avevano abbassato gli scudi per consentire il trasferimento. Shati intanto si tenne pronta a balzare in cavitazione quantica.
   La Ligeia puntò dritta contro l’apparato propulsore della O’Neill, sempre sparando a tutto spiano. Sebbene la nave dell’Egida fosse senza scudi, i danni ai propulsori furono minimi, tanto che poteva ancora inseguire gli avventurieri. Ma Talyn aveva in mente qualcosa che glielo avrebbe definitivamente impedito. Notando la manovra kamikaze, i caccia di Base Icarus rinunciarono ad attaccare il Centurion e inseguirono la Ligeia, cercando d’eliminarla prima che arrivasse a bersaglio. Ma era troppo tardi: la collisione era imminente.
   La Ligeia acquisì sempre più velocità, trasformandosi in un missile relativistico. Vale a dire che, malgrado le sue ridotte dimensioni, l’impatto avrebbe avuto una potenza devastante. Se Talyn avesse ordinato il teletrasporto troppo presto, la O’Neill avrebbe schivato con una manovra evasiva. Se lo avesse ordinato troppo tardi, lui e Rivera sarebbero morti nella collisione. L’El-Auriano si concentrò, percependo il momento esatto in cui tra gli opposti destini si apriva la via di salvezza, sottile come una lama di coltello.
   «ORA!» gridò.
   Vidarr trasferì i due soccorritori sul Centurion. L’attimo dopo la Ligeia impattò ad alta velocità contro l’apparato propulsore della O’Neill. Vi fu un lampo accecante, seguito da un’immane esplosione. La navicella rubata era ridotta in atomi; ma anche il vascello dell’Egida aveva subìto danni catastrofici. Esplosioni a catena si propagarono lungo il suo sistema energetico, squarciando lo scafo in più punti. L’astronave andò alla deriva, perdendo aria dalle falle. Forse era recuperabile; ma al momento era fuori uso. I caccia di Base Icarus dovettero allontanarsi, per non farsi crivellare dai detriti. Per gli avventurieri era l’occasione di mettersi in salvo.
   «Via di qui, massima velocità» ordinò Naskeel.
   Shati non aspettava altro. Il Centurion balzò a cavitazione quantica, sfuggendo alle forze dell’Egida. Recava a bordo i diari della O’Neill, oltre a due passeggeri in più.
 
   Quando Talyn e Rivera entrarono in cabina, Shati corse ad abbracciarli uno dopo l’altro. «Siete qui! Siete venuti a salvarci! Ma come, perché?!» chiese, al colmo dello stupore e del sollievo.
   «I nostri nascondigli non erano più tali» spiegò l’El-Auriano, ricambiando l’abbraccio. «Il nemico ha inviato due ashrak contro di me, e un altro genere di serpi contro di lui. Ce ne siamo sbarazzati, ma lo abbiamo preso come un segno. Il segno che dovevamo smettere di nasconderci e tornare con voi».
   «Siamo stati su Hak’tyl, dove ci hanno detto che eravate appena partiti in missione» proseguì Rivera. «Infiltrarvi sull’ammiraglia dell’Egida, nientemeno! Temevamo che qualcosa andasse storto, per cui vi abbiamo raggiunti. In tempo, per fortuna».
   «Ci avete salvato la vita» riconobbe Yo’rek. «A proposito, mi spiace che abbiate dovuto sacrificare la vostra navicella».
   Rivera e Talyn si scambiarono un’occhiata colpevole. Per un attimo parvero due monelli, sorpresi con le mani nella marmellata. «Ecco... a dire il vero, non era esattamente la nostra navicella» ammise l’Umano.
   «Sì, era più un prestito a lungo termine» precisò l’El-Auriano. «Peccato... spero che il vecchio Kut Humi sia assicurato contro gli incidenti».
   «Se gli attacchi kamikaze possono essere considerati incidenti» concluse Rivera.
   Shati sorrise, passando lo sguardo dall’uno all’altro. «Non siete cambiati, vecchi miei. Quanto sono felice d’avervi qui con noi! Talyn... ora stai bene, vero?» s’interessò. Arrivò persino ad annusarlo, per sincerarsi delle sue condizioni.
   «Sì, grazie a tutti voi. Non so dirvi quanto vi sono riconoscente, per non avermi abbandonato» disse Talyn, riferendosi al periodo in cui era in coma, con poche probabilità di risveglio. Così dicendo passò lo sguardo sui compagni... e si accigliò lievemente. Aveva notato l’assenza di Irvik.
   «Come avremmo potuto? Sei di famiglia» disse Shati. «Ma senti un po’... che mi dici di quella barba?!» aggiunse subito dopo.
   «Visto? Lo dicevo che te lo avrebbero chiesto tutti!» ridacchiò Rivera, mentre l’interessato alzava gli occhi per l’esasperazione. Dopo di che si rivolse direttamente a Shati: «Mia cara, la barba significa che questo non è più il nostro giovane Talyn, con la bocca sporca di latte».
   «Già, adesso sono maggiorenne e vaccinato. Puoi chiamarmi Talyn 2.0» ironizzò l’El-Auriano. «Ora, se possiamo superare l’argomento barba, c’è una cosa che vorrei chiedervi. Dove si trova Irvik? Per violare i computer dell’Egida mi aspettavo che venisse con voi. Magari brontolando, come al solito, ma comunque pensavo di trovarlo qui».
   Vi fu un attimo di silenzio, prima che Naskeel rispondesse. «Irvik non è più con noi» disse.
   «Come sarebbe?! Non sarà mica...» fremette Rivera, temendo d’aver perso un altro amico.
   «Non si preoccupi, l’ingegnere è ancora vivo» precisò il Tholiano. «Ma abbiamo stabilito, di comune accordo, che i suoi servigi erano più utili altrove. Si ricorda il Sangraal?».
   «L’arma per distruggere gli Ascesi? E come dimenticarla!» annuì Rivera. «Però ricordo che non ce l’avevamo pronta. Prima che la stazione Avalon fosse distrutta, il Comandante McKay ci trasmise i progetti. Ma ci avvertì pure che in seicento anni nessuno era riuscito a ricostruirla. Avete ancora i progetti, vero?».
   «Naturalmente. Li abbiamo trasmessi ai Jaffa e ai Tok’ra, dietro modico compenso» confermò Naskeel. «Loro hanno subito cominciato a lavorarci, sperando di usare l’arma contro Ahriman. Sempre nell’eventualità che sia davvero Asceso, ma i poteri che gli abbiamo visto sfoggiare sono un indizio in tal senso. In ogni caso, i nostri alleati ci stanno lavorando da allora. E siccome dopo diversi mesi i progressi erano scarsi, Irvik si è offerto di unirsi a loro. Sperava che le sue conoscenze Voth potessero dare impulso al progetto».
   «E l’hanno fatto?» chiese l’ex Capitano, sulle spine.
   «Non abbiamo informazioni aggiornate. Comunque eravamo rimasti d’accordo che, se ci fossero riusciti, ci avrebbero prontamente informati. Se non altro per consentirci di riprendere Irvik a bordo. Poiché non l’hanno fatto, devo supporre che siano ancora al lavoro» concluse Naskeel.
   «Uhm, che disdetta» rimuginò Talyn. «Speravo che potessimo riunire tutta la banda. Ne abbiamo bisogno, per liberare il resto dell’equipaggio. Del resto è anche il vostro obiettivo, giusto? É per questo che vi siete infiltrati sulla O’Neill. Per scoprire dove sono imprigionati gli altri». Questo era ciò che gli avevano detto su Hak’tyl, pur senza entrare nei dettagli.
   «Sì, noi... uhm, mi sa che è il momento di vuotare il sacco» disse Shati, rivolta al Tholiano.
   «Sarebbe a dire? Cos’avete scoperto?» s’incuriosì Rivera.
   Fu Naskeel a rispondere. «Poco prima che Irvik ci lasciasse, quattro mesi fa, siamo tornati nel sistema Nemesis. Lo spionaggio Jaffa aveva rilevato un insolito andirivieni di vascelli Goa’uld da e per quel sistema, sebbene dopo la distruzione dell’Avalon non abbia più importanza strategica. Così abbiamo indagato, scoprendo perché Ahriman continua a interessarsi a quel posto. Sta ricostruendo la Destiny».
   «Sta cosa?!» fece Rivera, con un senso di vertigine. Dovette sedersi per assorbire la notizia. Per un anno intero aveva dato per scontato che la Destiny fosse distrutta, o comunque irrecuperabile per ambo le fazioni. In fondo l’avevano vista tutti scomparire sotto la coltre di ghiaccio, dopo aver già subìto danni catastrofici. E quindi l’ex Capitano dava per scontato che fossero condannati a rimanere in quel cosmo, per il resto delle loro vite. Ma la notizia che Ahriman stava ricostruendo l’astronave cambiava tutto. Suscitava nuove speranze... e anche nuove paure. Perché chi controllava la Destiny poteva viaggiare nel Multiverso, acquisendo un potere enorme. Come se Ahriman non fosse già abbastanza pericoloso!
   «Proprio così» confermò Shati. «Il nemico ha tratto l’astronave dal ghiaccio e l’ha riportata in orbita. Adesso la sta riparando, sia coi Replicatori che con tecnici in carne e ossa. È uno spettacolo impressionante, dovresti vederlo. Anzi, te lo mostro subito!». Così dicendo consultò il database del Centurion, ripescando le registrazioni di quattro mesi prima. E le mostrò sullo schermo.
   «Oh, mio...» mormorò Rivera, commuovendosi nel vedere la Destiny che volava di nuovo. Era come ritrovare una vecchia amica, creduta morta; ma non c’era tempo per i sentimentalismi. La Destiny era in mano al nemico e ciò poneva una tremenda sfida. «Signori, sapete cosa significa questo. Dobbiamo riprenderci quella nave. E se non fosse possibile... allora dobbiamo distruggerla una volta per tutte. In ogni caso non deve restare in mano ad Ahriman» avvertì.
   «Noi speriamo ancora di riprendercela» disse Shati. «Ma non possiamo farlo così in pochi. Nemmeno ora che siete tornati voi due. Servono centinaia di persone per controllare quella nave».
   «Il che ci riporta all’attuale missione» spiegò Naskeel. «Abbiamo rilevato che Ahriman sta usando i nostri ingegneri per riparare la Destiny, in appoggio al suo personale. Si è servito della O’Neill per farseli consegnare dall’Egida. Perciò è sulla O’Neill che ci siamo infiltrati, per scoprire da dove li ha presi. In tal modo contiamo di trovare il resto dell’equipaggio».
   «Sì, ottima idea» annuì Rivera, riflettendo su tutte quelle notizie. «Quindi... avete avuto successo? Sapete dove sono i nostri ragazzi?» volle sapere.
   «Lo sapremo a momenti» promise Vidarr, che nel frattempo si era tolto l’esoscheletro da combattimento. Ottoperotto gli venne accanto e il Vanir lo collegò al computer, scaricando i dati raccolti.
   «Ora sapremo se hai scaricato i diari di navigazione, oppure la loro playlist» ironizzò Shati, lanciando la frecciata contro Yo’rek.
   «Chiedilo a Ottoperotto. È lui che si è connesso al computer, mica io» si difese il Jaffa, stando al gioco.
   «Sì, sì... qui c’è tutto. Diari di navigazione, dei sensori, anche del teletrasporto» disse Vidarr, con la sua vocina dimessa, che tanto contrastava col vocione metallico di quand’era in armatura.
   «Allora? Allora?!» chiese Shati, standogli col fiato sul collo e scodinzolando persino per l’impazienza. Erano tutti in ansia, anche se gli altri non lo davano così a vedere.
   «Dunque... se gli indici temporali sono esatti... ecco, questa è la missione di trasporto dei vostri ingegneri» disse il Vanir, aprendo un file. «Il luogo da cui li hanno prelevati... oh, guarda».
   «Riconosco quelle coordinate. È la Terra!» esclamò Yo’rek, leggendogli da sopra la spalla.
   «La Terra?!» sobbalzò Rivera. «Con tutta la Via Lattea a disposizione, hanno scelto proprio quella?!».
   «Corretto. Il vostro equipaggio è custodito nel quartier generale dell’Egida, ad Atlantide» confermò Vidarr, leggendo i dati.
   «Dove tutto ha avuto inizio» mormorò l’ex Capitano. Ricordò quando aveva visitato la città degli Antichi, ora sede dei servizi segreti terrestri. La Direttrice Thena lo aveva accolto con tutti gli onori, persuadendolo a collaborare con loro, per aiutare i Jaffa Liberi a difendersi da Ahriman. Se solo avesse saputo che in realtà Thena era una Goa’uld, in combutta proprio con Ahriman! Se avesse avuto il minimo sospetto che quell’offerta era una trappola per impadronirsi della Destiny... ah, quante tragedie si sarebbero risparmiati!
   «Non è poi una scelta così strana» ragionò Naskeel. «Thena voleva tenere il nostro equipaggio in un luogo sicuro, e quale luogo più sicuro del suo quartier generale? Probabilmente voleva anche che i prigionieri fossero sempre a sua disposizione, per gli interrogatori. Quindi Atlantide era la prima opzione. I livelli inferiori della città sono abbastanza spaziosi da accogliere centinaia, forse migliaia di prigionieri. Del resto, se li avesse incarcerati in qualche base isolata, avremmo potuto chiedere ai Jaffa e ai Tok’ra d’aiutarci a liberarli. Ma non possiamo certo chiedergli d’attaccare la Terra, che formalmente è ancora loro alleata, oltre ad essere uno dei mondi più difesi della Galassia».
   «Detto così, sembra che non abbiamo alcuna speranza di liberarli» si rabbuiò Yo’rek. Possibile che l’infiltrazione sulla O’Neill fosse stata vana? Che fosse servita solo a dimostrargli quant’erano ingenui a credere di poter liberare l’equipaggio?
   «Finché c’è vita, c’è speranza» obiettò Talyn, con quella sicurezza quasi messianica che mostrava dopo il suo ritorno.
   «Ben detto! Siamo già stati in posti ultraprotetti, e ne siamo sempre usciti. Ci occorre solo un buon piano!» approvò Shati.
   «Ci occorrono anche le abilità di Irvik» ricordò Rivera. «Non per offendere, ma ne capisce più lui di tecnologia che tutti noi messi insieme. Se vogliamo sottrarre l’equipaggio alle grinfie di Thena, ci serve lui».
   «Sono d’accordo. Così, già che ci siamo, vedremo a che punto è arrivato col Sangraal» aggiunse Talyn.
   Tutti gli sguardi si appuntarono su Naskeel, che formalmente era ancora il Capitano. Rivera infatti gli aveva ceduto l’incarico prima di ritirarsi su Dakara, e adesso che era di nuovo a bordo non l’aveva in alcun modo reclamato.
   Il Tholiano sembrò esitare, cosa insolita per lui. Infine si rivolse all’Umano. «Questa è una decisione cruciale. Se perseveriamo nel tentativo di liberare l’equipaggio, e poi di riconquistare la Destiny, potremmo recuperare tutto ciò che abbiamo perduto. Ma le possibilità sono esili, ora che le nostre risorse sono così limitate. Può darsi quindi che il tentativo di riavere il maltolto si traduca nella nostra definitiva rovina. A fronte di queste incognite, rinuncio al ruolo di Capitano ad interim e le restituisco il comando» dichiarò.
   Cadde un silenzio di tomba, mentre tutti fissavano i due.
   «Naskeel, non posso accettarlo» mormorò Rivera. «Ormai è lei il Capitano. Ha esercitato il comando per un anno, e devo dire che se l’è cavata egregiamente. Ha tenuto in vita quanti le erano stati affidati. È più di quanto abbia fatto io in precedenza».
   «Questo non è esatto. Se poco fa non foste giunti in nostro soccorso, le forze dell’Egida ci avrebbero distrutti» corresse Naskeel. «Del resto, quando lei mi affidò il comando, io lo accettai solo fintanto che le sue condizioni psico-fisiche fossero migliorate».
   «Le mie condizioni non sono affatto migliorate, amigo» mormorò l’Umano, che si sentiva ancora vecchio e debole.
   «Fisicamente forse no, sebbene anche per quello vi sia speranza. Se catturassimo uno Wraith, infatti, potremmo costringerlo a restituirle giovinezza e forze» ricordò il Tholiano. «Per quanto riguarda le condizioni mentali, tuttavia, la vedo migliorato. Se crede che sia possibile riscattarci dalle sconfitte di un anno fa, ebbene, sono pronto a seguirla».
   «Io... non so che dire» fece Rivera, imbarazzato. «Quando sono giunto qui, non avevo in mente di toglierle il comando. Volevo essere... non so, un consigliere o qualcosa del genere. Diamine, non sapevo nemmeno se mi avrebbe accettato a bordo! Facciamo così: lei resterà il Capitano fintanto che avremo recuperato Irvik. A quel punto ci riuniremo tutti insieme e decideremo il da farsi. Se lei sarà ancora persuaso a rendermi il comando, e nessuno solleverà obiezioni, allora lo riprenderò. Che ne dice?».
   «Una proposta interessante. Così potrò osservarla per qualche giorno e accertarmi della sua lucidità mentale. Bene, faremo così» acconsentì Naskeel.
   «Quindi... è deciso che andiamo a prendere Irvik?» chiese Shati, nella speranza di proseguire la missione.
   «Affermativo» disse il Tholiano. «Prima torneremo ad Hak’tyl, per comunicare le ultime scoperte. Ai Jaffa Liberi farà comodo avere i diari della O’Neill, ritengo che ce li pagheranno un buon prezzo. Dopo di che andremo da Irvik».
   La decisione soddisfece tutti. Specialmente Lum, che applaudì sentendo parlare d’affari. Poco più indietro, tuttavia, Vidarr appariva serio. Il Vanir lasciò la consolle e si fece avanti, attirando l’attenzione. «Signori, stavo scorrendo i diari di bordo, per vedere quali sono state le ultime tappe della O’Neill. Ebbene, ho scoperto che poco prima di sostare a Base Icarus, l’astronave ha visitato nuovamente il sistema Nemesis» annunciò.
   «Ancora? Per quale motivo?» chiese Rivera, presagendo guai.
   «Per riportare indietro i vostri tecnici» rivelò Vidarr. «Li ha prelevati e ricondotti ad Atlantide, dov’è custodito il resto dell’equipaggio».
   «Quindi facendoli evadere da Atlantide li salveremo tutti. Beh, meglio così» ragionò Shati.
   «Sì, ma perché li hanno riportati indietro?» obiettò Vidarr. «L’unica spiegazione plausibile è che il loro lavoro non sia più richiesto perché le riparazioni sono terminate. Quindi Ahriman sta per varare la Destiny, ovviamente con un nuovo equipaggio, a lui fedele».
   «Perciò quando torneremo al sistema Nemesis... rischiamo di non trovarla più. Per allora potrebbe essere chissà dove, a combattere per Ahriman» comprese Yo’rek. Era un grosso guaio. Se già riconquistare un’astronave ferma in cantiere era difficile, riconquistarne una nuovamente operativa e con l’equipaggio al completo era un’impresa disperata.
   «Prendo atto che ci resta poco tempo, ma gli ordini non cambiano. Faremo tappa ad Hak’tyl, che peraltro si trova lungo la rotta, prima di riprendere Irvik» ribadì Naskeel.
   Nessuno volle contestarlo; del resto le loro tappe erano obbligate. Per riconquistare la Destiny occorreva l’equipaggio, per liberare l’equipaggio servivano le competenze di Irvik, e prima ancora era utile aggiornarsi coi Jaffa. Così Shati tornò al timone, per dirigere il Centurion verso Hak’tyl. Nell’ultimo anno quel pianeta era stato la loro base, in cui tornavano tra una missione e l’altra. Era di vitale importanza avere ancora un posto sicuro in cui rifornirsi, effettuare riparazioni, scambiare informazioni e pareri coi Jaffa Liberi. Finché ne avevano la possibilità, dovevano approfittarne.
 
   «La tua vecchia cuccetta è a tua disposizione. Nessuno l’ha toccata, mentre eri via» disse Lum, seguendo Talyn nella sezione mediana del Centurion.
   «Che sentimentali. In compenso vedo che avete cambiato l’arredamento» notò l’El-Auriano, guardandosi attorno. Ovunque volgesse lo sguardo, vedeva dei trofei appesi. Perlopiù erano gli elmi dei Jaffa nemici, dalle fogge animalesche. Guardie Horus, guardie Sciacallo, guardie Serpente e molti altri. Ce n’era persino qualcuno dei Dragoni, le truppe d’elite di Ahriman. Non era facile abbatterli: le loro corazze erano quasi indistruttibili.
   «Ah, sì... a Sekhmet piace tenere dei ricordini» disse il Ferengi, per nulla contento.
   «Sekhmet?».
   «È così che Shati si fa chiamare, quando indossa l’armatura. Un nome da battaglia per spaventare i nemici. Devo dire che ultimamente mi preoccupa» rivelò Lum.
   «Perché?» si accigliò Talyn.
   «Perché sta diventando incontrollabile. Tutti abbiamo sofferto, nell’ultimo anno, ma lei ha reagito in modo sinistro. Quando indossa quell’armatura, è come se diventasse un’altra persona» avvertì il Ferengi. Si guardò prudentemente alle spalle, per accertarsi che la Caitiana non fosse a portata d’orecchi. «La sua ferocia è cresciuta al punto di farle collezionare gli elmi dei Jaffa che uccide, uno per ogni tipo. Non le ho mai chiesto se all’interno ci siano ancora le teste. Dato che non puzzano, suppongo di no. O forse la nostra timoniera ha rimosso i tessuti molli, conservando solo i teschi. Non so... non ho mai aperto gli elmi per controllare. In ogni caso mi sembra un atteggiamento malsano».
   «Diciamo che è estremo, persino per lei» convenne l’El-Auriano. «Ma cosa vuoi che faccia?».
   «Beh, ora che sei un guru o qualcosa del genere, potresti parlarle. Farle ritrovare la ragione. O almeno convincerla a collezionare merci di maggior valore!» suggerì il Ferengi.
   «Io non sono un guru» chiarì Talyn, chiedendosi se tutti i suoi amici ormai lo vedessero così. «Proverò a parlarle, ma devi capire che non è facile convincere un combattente a rinunciare ai suoi rituali. E quello che sta facendo, per quanto discutibile, rientra nella sua cultura. Non dimenticare che è mezza Kzinti, e gli Kzinti fanno di queste cose».
   «Preferivo quando seguiva la sua metà Caitiana» brontolò Lum.
   «Sì, anch’io» ammise l’El-Auriano. In effetti il Centurion appariva davvero sinistro, con tutti quegli elmi zoomorfi appesi alle paratie. «Come ho detto, le parlerò. Ma non aspettarti miracoli da un giorno all’altro» avvertì.
   «Mi basta questo. Comunque vada, bentornato a bordo. Magari, ora che sei qui, questa nave somiglierà un po’ meno a un manicomio» disse il Ferengi. E andò al replicatore alimentare, per farsi uno spuntino.
   Talyn invece si sdraiò nella sua vecchia cuccetta, riflettendo sugli ultimi eventi. Era bello essere di nuovo sul Centurion, coi compagni d’avventura. Non vedeva l’ora che recuperassero anche Irvik, al quale era molto legato. Tuttavia ritrovare quei visi familiari lo rendeva acutamente consapevole di coloro che non erano lì. In particolare di Losira, la sua madre adottiva. Quando si era svegliato dal coma, l’El-Auriano era ancora convinto che fosse morta. Dopotutto aveva visto i Dragoni di Ahriman spararle alla schiena, nell’ultima battaglia. Poi il vecchio Rivera gli aveva rivelato l’amara verità: Losira era ancora viva... ma solo nel corpo. Ahriman l’aveva rianimata per darla ad Astarte, così da riavere la sua sposa. Le implicazioni facevano ribollire il sangue a Talyn, in barba alle tecniche d’autocontrollo. Il suo odio per il Signore delle Menzogne cresceva giorno per giorno, al punto che riusciva persino a capire la furia di Shati. Una cosa era certa: se mai fosse arrivato vicino ai Goa’uld, l’El-Auriano avrebbe fatto qualunque cosa per salvare Losira. E per chiudere i conti con Ahriman, il vero responsabile di tutto.
 
   Come le accadeva spesso in quei tempi, Astarte si sentiva insoddisfatta. Aveva trascorso l’ultima settimana riorganizzando l’amministrazione dei pianeti conquistati nel corso della guerra. Nello specifico, aveva dato ordini draconiani in merito alla ricollocazione delle risorse. Invece d’essere destinate alla ricostruzione post-bellica, ora le risorse naturali e la produzione industriale erano dirottate per alimentare la macchina da guerra dell’Impero. Come risultato, quei mondi erano sempre più impoveriti e sull’orlo del collasso. Milioni di persone soffrivano per la fame, il freddo e le malattie dovute alle degradate condizioni sociali. Operai in condizioni di schiavitù lavoravano giorno e notte nelle fabbriche, riconvertite alla produzione d’armi. Le rivolte, quando c’erano, erano soffocate nel sangue. I governatori planetari, infatti, erano stati autorizzati a usare tutta la forza necessaria per domare le ribellioni.
   Questo era ciò che Ahriman pretendeva. E così Astarte lo aveva fatto, mantenendosi inflessibile fintanto che era assieme ad amministratori e burocrati. Ora che si trovava sola nelle sue stanze, però, il suo contegno era incrinato. La Goa’uld camminava avanti e indietro, torcendosi le mani, senza darsi pace. Sapeva, sia pur vagamente, quanta sofferenza – quante morti – avrebbero provocato i suoi ordini. Ma che ci poteva fare? Servivano risorse per lo sforzo bellico. Se lei si fosse rifiutata di procurarle, Ahriman avrebbe affidato l’incarico a qualcun altro. Qualcuno che ci sarebbe andato giù ancora più pesante. Quindi non poteva far altro che attenersi agli ordini, sperando che quell’orribile guerra finisse quanto prima. Perché prima finiva, prima lei avrebbe potuto allentare la stretta sui pianeti. Certo che, affinché la guerra terminasse, Dakara doveva cadere... e sarebbe stato un bagno di sangue. Sicché non c’era via d’uscita. O almeno nessuna che la Goa’uld fosse pronta a percorrere.
   Ora che il grosso del lavoro era fatto, Astarte sentì il bisogno di staccare, come dicevano gli Umani. Voleva rilassarsi, almeno per il resto della giornata. Voleva fare qualcosa che la distraesse dai pensieri cupi, da quel senso di colpa strisciante. E si rese conto che questo non significava cercare la compagnia di Ahriman... perché lui le ricordava gli ordini spietati che aveva dovuto impartire. No, aveva bisogno di stare un po’ con se stessa, recuperando uno dei suoi antichi passatempi. Fu così che decise di ballare.
 
   La sala da ballo era stata allestita subito dopo il suo ritorno al potere, non lontano dai suoi alloggi. Era un ambiente ben illuminato, dal pavimento ligneo e le pareti chiare. Su uno dei lati lunghi vi era un corrimano, sormontato da quadri raffiguranti paesaggi naturali, che Astarte trovava rilassanti. Sull’altro lato vi era un enorme specchio parietale, per accertarsi di fare i giusti movimenti. La musica veniva da piccoli altoparlanti, incastonati negli angoli del soffitto.
   Beninteso, non c’erano spettatori: la Goa’uld ballava per rilassarsi e per tenersi in forma, non per un pubblico. Erano passati i tempi in cui poteva permettersi di ballare nei villaggi, con la gente comune. Adesso che era la sposa di Ahriman, sarebbe stato disdicevole... oltre che pericoloso, vista la quantità di nemici che avevano. In effetti erano mesi che Astarte non metteva piede fuori dalla Typhon. Anche per svagarsi restava lì, facendosi portare tutto il necessario, al riparo da occhi indiscreti. Per questo motivo indossò un costume da danzatrice non particolarmente elaborato, badando più alla comodità che al fascino.
   Quando fu pronta, Astarte congedò le ancelle e avanzò al centro della sala. Qui si specchiò, notando con soddisfazione d’essere sempre in ottima forma. Una delle differenze tra lei e Losira era il modo in cui ci riuscivano. Losira – ai tempi in cui era padrona di se stessa – non faceva del gran moto; per mantenere la linea si affidava a un’alimentazione iper-controllata. Mangiava solo cibi dietetici, senza mai superare le quantità minime per sostenersi. Astarte era l’esatto opposto. Lei si permetteva di bere e mangiare a sazietà, nei grandi banchetti della corte di Ahriman, e poi smaltiva con l’esercizio fisico.
   Anche stavolta, quindi, Astarte si predispose a una sessione impegnativa. «Computer, traccia audio numero 47» ordinò. Gli altoparlanti diffusero un antico inno hurrita, al quale era affezionata. A quella lenta nenia, la Goa’uld cominciò a muoversi, sciogliendo muscoli e giunture, fin troppo contratti dopo la settimana di stress. Iniziò con dei semplici esercizi di riscaldamento, concentrandosi su una parte del corpo alla volta. Movimenti circolari delle spalle, del busto, del bacino. Ondulazioni delle braccia, sinuose come serpenti. Inspirazioni ed espirazioni controllate, per contrarre e rilassare l’addome. Passi ritmici, ora lenti ora veloci, che scandivano gli altri movimenti. Poco alla volta le movenze, prima isolate, si fusero in una danza armonica. Astarte socchiuse gli occhi, lasciando vagare la mente. Ah, che meraviglia rilassarsi, lasciarsi guidare dalla musica, affidandosi alla memoria muscolare più che al pensiero cosciente. Non si rese conto che, in quello stato mentale, il suo controllo sul corpo di Losira s’indeboliva notevolmente. La musica e la danza la stavano trasportando indietro nel tempo, di secoli e millenni, fino all’epoca lontana in cui le cose erano più semplici. L’epoca in cui poteva ancora illudersi che il suo potere fosse legittimo e che i sudditi l’apprezzassero.
   Sentendosi ispirata, Astarte decise di cimentarsi in una prova d’equilibrio. Andò in un angolo della sala, dov’erano sistemati alcuni attrezzi da ballo. Qui raccolse un ampio vassoio d’argento, perfettamente circolare. Tornata innanzi allo specchio, se lo pose sulla testa, facendo sì che restasse in equilibrio. E riprese a ballare in modo simile a prima, ma accertandosi che i movimenti fossero ammortizzati al punto da non far cadere il singolare copricapo. Non era la prima volta che faceva questo giochetto. Certe volte si era messa in testa dei vassoi contenenti gli oggetti più disparati, portando a termine la danza senza farli cadere. Non aveva perso il talento, si disse, rendendo le movenze sempre più audaci.
   D’un tratto si accorse che qualcosa non andava. I movimenti sullo specchio non sembravano più coordinati con i suoi. Era come se il riflesso fosse rimasto indietro... e più passava il tempo, più faceva di testa sua. Persino la sua espressione si era alterata in un sorriso sardonico. Era impossibile... che stesse sognando? Sconcertata, Astarte interruppe l’allenamento. Il suo riflesso continuò a danzare, imperterrito. La Goa’uld si avvicinò allo specchio, chiedendosi se qualche buontempone lo avesse trasformato in uno schermo, che le mostrava le registrazioni degli allenamenti passati. Ma non era possibile... era la prima volta che indossava quel particolare costume...
   «BUH!» urlò il riflesso, uscendo all’improvviso dallo specchio.
   «AAAHHH!» strillò Astarte, colta di sorpresa. Arretrò precipitosamente, e nel far questo perse il suo proverbiale equilibrio. Il vassoio d’argento cadde sul pavimento, ondeggiando a lungo prima di fermarsi.
   Sdeng-ng-ng-ng-ng...
   «Ti prego, non fermarti. Stavi andando così bene!» la pregò Losira, perché di lei si trattava. Aveva scelto quel modo inconsueto d’apparirle, sperando d’essere più incisiva.
   «Tu! Come osi tendermi agguati... ti credi spiritosa?! Ti ricordo che questo è il tuo corpo. Se mi fai venire l’infarto, sarai tu a schiattare!» ansimò Astarte, portandosi la mano al cuore.
   «Bizzarra forma di suicidio, spaventarmi a morte da sola» ghignò Losira. «Ma non essere così melodrammatica. Era solo uno scherzo innocente. In realtà sono qui per complimentarmi con te... non ero mai stata così allenata in vita mia. Forse meriti davvero il mio corpo...».
   «Non prendermi per i fondelli. Lo so che sei qui per mettermi la pulce nell’orecchio, ma tanto è inutile. Puoi risparmiarti la fatica, e tornare... ovunque tu sia di solito» consigliò Astarte. Raccolse il vassoio e andò a riporlo con gli altri strumenti, distogliendo lo sguardo dall’apparizione.
   «Andiamo, sotto sotto sei felice di vedermi!» insinuò Losira, riapparendole davanti. «Sono la tua consigliera, la tua confidente. La tua amica tascabile. Con me puoi parlare di tutto, senza temere che vada a spifferarlo ad altri. Dopotutto sono un fantasma senza corpo. Esisto solo nella tua mente e posso parlare solo con te».
   «Senti... mi dispiace d’aver preso il tuo corpo, d’accordo? Mi spiace davvero. Ma noi Goa’uld siamo fatti così. Se non avessi preso te, avrei preso qualcun’altra. Consolati pensando che il tuo sacrificio serve a un bene superiore!» sostenne Astarte. Per un attimo fu sul punto di lasciare la sala da ballo. Losira però la tallonava, e la Goa’uld non voleva farsi vedere dalle ancelle mentre parlava da sola. Loro infatti avrebbero potuto diffondere voci poco lusinghiere sul suo conto. E poi quello era il suo momento di relax. Non avrebbe permesso a Losira di rovinarglielo. Presa la decisione, Astarte tornò davanti allo specchio, che ora le mostrava il suo vero riflesso.
   «Come no, un bene superiore. Tipo i bombardamenti e i saccheggi che il tuo maritino autorizza giorno dopo giorno. O i provvedimenti che hai preso per prosciugare i pianeti delle ultime risorse. Milioni d’innocenti ridotti in schiavitù, che lavorano giorno e notte nelle fabbriche, per produrre armi. È questo il tuo “bene superiore”?!» incalzò Losira.
   «Sono provvedimenti temporanei, finché durerà la guerra. Quando i Jaffa ribelli saranno sconfitti, e torneranno in seno al nostro Impero, potrò revocare le misure più severe. Come vedi, dipende tutto da loro» si giustificò Astarte, e riprese a ballare.
   «Chi ha assaggiato il gusto della libertà non lo scorda tanto in fretta. I Jaffa Liberi lotteranno fino allo stremo per conservare l’indipendenza. La guerra sarà ancora lunga» avvertì Losira.
   «Come dicevo, una loro scelta» fece la Goa’uld.
   «Anche vostra. Perché tu e Ahriman siete sempre all’attacco? Perché non vi accontentate di ciò che avete e intavolate trattative di pace?» insisté la Risiana.
   «Perché gli altri Goa’uld sono stati uccisi uno dopo l’altro. E noi non vogliamo finire allo stesso modo, quindi dobbiamo eliminare ogni minaccia» ribatté Astarte, sempre danzando. «Le regole del potere non cambiano mai: o tutto, o niente. Te ne accorgerai quando sarai più vecchia».
   «Almeno hai letto i bollettini di guerra? Hai una vaga idea di quanto sia sanguinoso questo conflitto? Intere generazioni vengono spazzate via. Mondi floridi sono ridotti in rovina. Voi Goa’uld state suscitando odi che dureranno secoli. Dimmi una cosa, “Regina dei Cieli”. Se ora andassi da Ahriman e gli proponessi una tregua, lui ti darebbe ascolto?» chiese Losira.
   A queste parole, Astarte si fermò e tornò a fronteggiarla. «No, non mi ascolterebbe» ammise. «Perché ormai è troppo tardi per fermarci. Per non vanificare il sangue versato, dobbiamo andare sino in fondo, unificando la Via Lattea sotto il nostro dominio. Solo così tutte queste sofferenze e uccisioni avranno avuto un significato. È brutto da dire, ma è la verità».
   «E tu credi davvero che una Galassia nuovamente soggiogata dai Goa’uld sarà migliore di quella attuale?!» incalzò la Risiana.
   «Per noi, sì» rispose Astarte, lapidaria. Stava per voltarsi, ma all’ultimo si trattenne. «Per gli altri, devo crederlo... è l’unica speranza che mi rimane. Come vedi, anch’io sono schiava delle circostanze» sussurrò con voce fioca. E riprese a danzare, sebbene fosse più triste in volto.
   Losira continuò a manifestarsi accanto a lei, mentre rifletteva sul da farsi. Ogni volta che parlavano di politica, raggiungevano un punto morto. Poteva anche strappare qualche ammissione ad Astarte, ma in ogni caso la Goa’uld tirava dritto per la sua strada, ritenendola l’unica possibile. Doveva prenderla da un’altra angolazione... doveva guadagnarsi la sua fiducia, per difficile che fosse. Solo allora Astarte avrebbe cominciato ad ascoltarla.
   Dopo aver osservato le sue movenze, Losira le parlò di nuovo. «Devo ammettere che balli bene. Non me lo aspettavo da una Goa’uld. Di solito siete così... rigidi, nei vostri atteggiamenti» commentò.
   «Sono sempre stata sui generis» confermò Astarte, compiaciuta. «Del resto la danza è una disciplina ammirevole. Richiede addestramento e dedizione, al pari di ogni altro sport. Lo sai che alcune di queste figure le ho inventate io? Beh, almeno credo. Dopo millenni, è difficile anche per me ricordare chi ha inventato cosa» ammise.
   «Ah, ecco il problema. Sai, non volevo dirtelo, ma visto che siamo in argomento... il tuo stile è un po’ sorpassato» insinuò Losira.
   «Come, prego? Io sarei sorpassata?!» s’indignò Astarte. Smise nuovamente di ballare e la fissò con uno sguardo che esigeva giustificazioni.
   «Beh, non tu come persona, ma il tuo modo di ballare... mi sa che è rimasto fermo a tremila anni fa» confermò la Risiana. «Non te ne faccio una colpa, in fondo sei rimasta in scatola per tutto questo tempo. Ma intanto i gusti sono cambiati. Tutti quei movimenti lenti e ripetitivi sono... come dire... fuori moda. Adesso si balla con più energia, più swing» disse, accennando lei stessa qualche movenza.
   Astarte alzò un sopracciglio, mentre accedeva alle memorie di Losira. «Ah, sì... ricordo che talvolta ballavi, quando vivevi su Risa. Ma non riesco a evocare i dettagli».
   «Beh, la mia memoria è più chiara, visto che si tratta pur sempre del mio cervello. E quindi potrei mostrarti qualcosa, sempre che tu mi dia il timone» suggerì Losira. Ecco, era lì che voleva arrivare.
   «Darti il... mi stai chiedendo di renderti il controllo? Giammai!» protestò la Goa’uld, stringendosi nelle spalle.
   «Suvvia, non è mica per sempre. Si tratta di lasciarmi libera per pochi minuti, intanto che ti mostro qualche passo moderno. Dopo di che riprenderai il controllo. Dopotutto sei sempre lì, attorcigliata nel mio collo... come posso sfuggirti?» ragionò la Risiana.
   «Non si tratta di questo. È che noi Goa’uld non cediamo mai il controllo, per principio. Ci renderebbe simili ai Tok’ra» chiarì Astarte. Non rivelò quanto ciò la incuriosisse.
   «Non ti vantavi d’essere anticonformista? Andiamo... consideralo un piccolo regalo per me, e un’esperienza istruttiva per te. Non lo saprà nessun altro, nemmeno le tue ancelle. Perciò di cos’hai paura?» la provocò Losira.
   «Non ho paura di niente. È solo che... non è nelle mie corde» disse Astarte, sebbene in realtà apparisse combattuta. «E poi non voglio che ti faccia illusioni. Se anche ora facessi uno strappo alla regola, non ti aspettare che diventi un’abitudine. Non avrai un’ora d’aria al giorno, o qualcosa del genere. Con la mia ospite precedente non l’ho mai fatto» avvertì. Certo, la sua antica ospite non appariva a tormentarla... non le aveva mai dato alcun problema.
   «Oh, adesso ti preoccupi per me, al punto di volermi evitare la delusione? Che animo nobile!» la derise Losira. «Non temere, so che non riavrò la mia vita. Vorrei solo sentirmi viva un’ultima volta. Ti prego... sarà il nostro piccolo segreto!» disse con aria complice. In realtà non era nemmeno questa la sua motivazione. Non le importava un fico secco di riavere il controllo del corpo per pochi minuti, tanto più se doveva spenderli ballando. No, quel che voleva realmente era instaurare un dialogo con Astarte. Stringere un accordo, per quanto insignificante e temporaneo. Trovare qualcosa che le accomunasse, e da cui Ahriman fosse escluso. Non sapeva se fosse possibile, né se sarebbe valso a qualcosa... ma doveva provarci. L’alternativa era passare l’eternità da spettatrice.
   «E sia!» concesse Astarte. «Ti rendo il controllo... ma solo per il resto della sessione. E non tentare strane mosse, perché io sono sempre dentro di te. Vedo ciò che vedi, sento ciò che senti, e posso riprendere il controllo all’istante. Quindi non farmi pentire della mia generosità!» ammonì.
   L’attimo dopo Astarte inspirò a fondo, chiuse gli occhi e lasciò ciondolare la testa. Quando la rialzò, gli occhi di nuovo aperti e vigili, non era più Astarte. Era di nuovo Losira, per la prima volta da un anno. La Risiana si guardò attorno e si tastò, un po’ sotto shock. Frell, Astarte era stata di parola! Avere di nuovo il controllo di se stessa, dopo un anno passato da mera spettatrice, era inebriante... e anche doloroso. Perché sapeva d’avere i minuti contati, e di non poter fare nulla di utile per se stessa o i suoi amici. Aveva stretto un patto con la Goa’uld e doveva rispettarlo. Poi Astarte avrebbe ripreso il controllo... forse per sempre. O forse no, chissà. Quel primo tentativo di collaborazione poteva dare i suoi frutti, se agiva con accortezza.
   Tenendo questo a mente, Losira tornò innanzi allo specchio parietale. Si osservò per qualche attimo, frugando nella memoria, in cerca di qualcosa da mostrare alla Goa’uld. Poi ricordò che il computer della Typhon non aveva in memoria le musiche federali a cui era abituata. Dovette fare una breve ricerca, cercando un equivalente locale. Dopo qualche tentativo, trovò dei ritmi che ricordavano l’heavy metal. Decise di farseli bastare e cominciò a ballare, come non faceva da tanto tempo. Beh, tecnicamente Astarte aveva danzato fino a pochi minuti prima, ma Losira non lo faceva da anni. Temeva d’essere arrugginita. Invece scoprì di cavarsela ancora decentemente. Trasportata dal ritmo, riuscì quasi a scordare la mostruosa prigionia in cui si trovava tuttora.
   Col passare dei minuti, Losira cominciò ad avvertire la stanchezza, ma non voleva fermarsi. Temeva che, se l’avesse fatto, Astarte avrebbe ripreso il controllo... ma prima o poi era inevitabile. Del resto, che “libertà” era quella di ballare per soddisfare qualcun altro? Era ancora una schiava, né più né meno di prima. A quel pensiero deprimente, il suo ballo perse un po’ d’energia. Quando sentì di non poterne più, ordinò al computer di fermare la musica. E si fermò lei stessa, col respiro affannoso.
   «Magnifica!» disse una voce dietro di lei. La voce di Ahriman, accompagnata dal suo applauso.
   Con un tuffo al cuore, Astarte riprese il controllo, più svelta che poté. Gli occhi della Risiana brillarono di giallo, mentre il parassita tornava al comando. Dopo di che Astarte si voltò, con un sorriso artefatto. «Benvenuto, caro... non mi ero accorta che fossi qui» ansimò, chiedendosi da quanto la stesse osservando. Presumibilmente era arrivato dopo il suo alterco con Losira; ricordava che in quel momento la porta era chiusa.
   «Non volevo distrarti, mia diletta. Ballavi così divinamente che sarebbe stato un peccato interrompere. Ricordavo la tua bravura, ma non mi aspettavo che padroneggiassi questi ritmi moderni» notò Ahriman.
   «Oh, sto facendo qualche prova per – ehm – aggiornarmi» si giustificò Astarte, ancora col batticuore. «Ma non ho tralasciato i miei doveri. Ho dirottato le risorse planetarie, come volevi...».
   «Certo, lo so. Ho controllato il tuo lavoro e sono venuto apposta per complimentarmi. Finalmente avremo quello che ci serve per dare l’ultima spallata ai Jaffa!» annunciò Ahriman.
   «Lieta d’essere utile» disse Astarte, sebbene in cuor suo non riuscisse a gioire. Le accuse di Losira continuavano a ronzarle in testa. Scambiò qualche altra parola con Ahriman, riguardo i piani per i prossimi giorni. La Typhon stava per lasciare il sistema Nemesis, per avvicinarsi al fronte. Azi Dahaka se n’era già andata con la sua Nave Alveare, diretta alla prossima missione. Se tutto andava bene, si sarebbero riuniti prima dell’attacco a Dakara. L’Alleanza Terrestre era sempre paralizzata dai loro seguaci, al punto che non avrebbe aiutato i Jaffa Liberi, nemmeno in quell’ora drammatica.
   «Tutto bene, insomma» concluse Astarte.
   «Direi di sì» annuì Ahriman, meditabondo. «Mi spiace solo che i mercenari del Centurion se la siano cavata un’altra volta. Hanno più vite dei gatti, quei miserabili. E ora sembra che si stiano radunando. Per questo ho incrementato la sicurezza sulla Destiny. Sarebbe il colmo se la riconquistassero, dopo che noi l’abbiamo riparata».
   «Oh, ti preoccupi troppo per loro. Un pugno di disperati su una navicella, che possono farci? Quando Dakara cadrà, non avranno più nessuno che li paghi. E sarà la fine della loro carriera» sostenne Astarte.
   «Uhm, speriamo. È decisamente ora di chiudere i conti» borbottò Ahriman. «Beh, ora devo andare. Ti aspetto per cena, mia cara. Avremo ospiti anche stavolta» l’informò. Le loro cene erano quasi sempre dei banchetti diplomatici, con ospiti provenienti dai quattro angoli dell’Impero.
   «Non mancherò, caro» promise Astarte. Rimase un po’ rigida, col sorriso stampato in faccia, finché Ahriman si fu ritirato. Solo allora tirò il fiato. Per stavolta aveva avuto fortuna: il coniuge non sembrava essersi accorto che lei aveva brevemente ceduto il controllo a Losira. Ma doveva comunque trarre una lezione da quell’incidente. Era meglio non lasciare la briglia sciolta alla Risiana, almeno per un po’ di tempo.
   «Beh, l’abbiamo scampata» disse Losira, comparendole a fianco. Sapere che i suoi amici del Centurion si erano salvati ancora una volta l’aveva messa di buon’umore.
   «Questo non è un gioco» disse Astarte, fissandola severamente. «Mi spiace, ma non posso più darti il controllo. Se lui venisse a saperlo, non capirebbe. Mi accuserebbe d’essere debole... forse m’imporrebbe persino di cambiare corpo. Vale a dire che tu finiresti nell’inceneritore. Quindi, per il bene d’entrambe, devo restare al comando» mise in chiaro.
   «Sia come vuoi... cioè, come vuole lui» puntualizzò Losira. «Spero almeno che potremo ancora chiacchierare, di tanto in tanto. Anche le schiave hanno questo diritto. Alla prossima!» salutò, prima di svanire.
   Con un sospiro, Astarte lasciò la sala da ballo. Si sentiva stanca, dopo tutto quel movimento, ma non poteva attardarsi a riposare. Aveva appena il tempo di fare un bagno e rivestirsi, prima che si facesse ora di cena. Poi sarebbe stata di nuovo tutta sorrisi e frasi di circostanza, con gente che nemmeno conosceva. Che strana piega aveva preso la sua vita, rimuginò. Più passava il tempo, più le pareva d’avere tutto e niente.
 
   
 
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