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Autore: Parmandil    06/01/2025    1 recensioni
Un anno dopo la caduta della Destiny, gli avventurieri sono ancora divisi. Alcuni lottano assieme ai Jaffa in una guerra senza speranza contro l’inarrestabile avanzata delle forze di Ahriman. L’ex Capitano Rivera vive da eremita, in preda ai rimorsi. Losira è controllata da Astarte e anche Giely è in potere di Ahriman. Toccherà al redivivo Talyn, ormai padrone dei suoi poteri, mettere assieme la vecchia banda. Dalle piramidi di Abydos alle torri di Atlantide, i nostri eroi si riuniranno per reclamare la Destiny e affrontare Ahriman in un’apocalittica resa dei conti.
Ma nella corte Goa’uld gli equilibri sono instabili, per via del crescente potere di Azi Dahaka, la regina Wraith. E l’antichissima faida tra Astarte e sua sorella Ereshkigal potrebbe riesplodere con esiti imprevedibili. Mentre grandi flotte convergono su Dakara, e Ahriman appronta un piano diabolico per sottomettere la Galassia, gli avventurieri tentano il tutto per tutto. Ciascuno affronterà nuovamente la propria nemesi, in cerca di riscatto o redenzione. All’apice dello scontro sarà la scelta di Astarte a sancire la sorte della Via Lattea, mostrando che nessuno può prevedere cosa si cela nel cuore umano, o di chi vorrebbe essere tale.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Tematiche delicate, Threesome, Violenza
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-Capitolo 3: Sangraal
 
   «Ragazzi, stiamo per arrivare ad Hak’tyl».
   Richiamati dall’avviso di Shati, trasmesso in tutti i comparti del Centurion, gli avventurieri si radunarono in cabina. Quel pianeta era stato il loro primo rifugio, dopo che avevano perso nave ed equipaggio, e anche in seguito era stato un po’ il loro campo base. Non che fosse sempre facile andare d’accordo con i suoi abitanti. Le Hak’tyl erano la versione Jaffa delle Amazzoni: si erano rese indipendenti dai Goa’uld prima ancora che la ribellione dilagasse nel resto della Galassia, e pur facendo parte dei Jaffa Liberi erano sempre rimaste fiere delle loro usanze.
   «È la prima volta che vengo qui da sveglio. C’è qualcosa in particolare che dovrei sapere?» chiese Talyn. Nella sua precedente visita, infatti, era ancora in coma.
   «Oh, niente di che. Mostrati sicuro di te e tutto andrà bene» sostenne Shati. «Magari è la volta che ti trovi una ragazza. Ce ne sono un sacco, laggiù, che s’interesserebbero alle tue avventure. Hak’tyl ti piacerà, vedrai» disse, portando il Centurion a velocità subluce. Il pianeta verdeggiante comparve sullo schermo.
   E comparvero i vascelli Goa’uld, che lo circondavano a decine. Qua e là c’erano i resti delle navi Hak’tyl, distrutte o conquistate fino all’ultima. Dalla capitale semidistrutta veniva trasmesso un messaggio di resa incondizionata.
   «No, non credo che mi piacerà» disse Talyn, con un groppo in gola.
   «Frell!» imprecò Shati. Occultò il Centurion e gli impresse un brusco cambiamento di rotta, per impedire al nemico di trovarli.
   «Ci sono trenta navi Goa’uld, una forza schiacciante. Stanno trasferendo truppe nella capitale e nelle altre principali città» riferì Lum.
   Cadde il silenzio. Sapevano tutti cosa comportava questo, per averlo visto su Chulak, e poi su parecchi altri mondi. Le truppe di Ahriman erano le più sanguinarie della Galassia. A differenza degli altri Jaffa, non avevano alcun senso dell’onore, né della misura. Quando conquistavano un pianeta ne massacravano la leadership, rastrellavano le case per saccheggiarle, si davano a eccidi e violenze inenarrabili. In particolare avevano l’abitudine d’impalare le vittime per le strade, lasciandole lì a imputridire. Inoltre deportavano i bambini, per indottrinarli e addestrarli come soldati, rimpinguando i loro ranghi. Decine di mondi fiorenti erano stati devastati in questo modo.
   «Chulak... Hak’tyl... e presto Dakara. Ci stanno annientando» mormorò Yo’rek, oppresso dal dolore. Il loro piccolo successo contro l’Egida appariva insignificante davanti alla forza bruta di un Impero che schiacciava interi mondi. Conoscendo le Hak’tyl, dovevano aver lottato fino allo stremo... e non era bastato. Niente bastava, contro le forze di Ahriman.
   «Non c’è nulla che possiamo fare, vero?» mormorò Rivera. Se avesse ancora avuto una grande astronave a disposizione, avrebbe potuto evacuare quanti più civili possibile. Ma col Centurion...
   «Nulla» confermò Vidarr. «Se ci esponiamo, distruggeranno anche noi. Non resta che procedere verso il laboratorio Tok’ra».
   «Già... a proposito, non mi avete ancora detto su che pianeta si trova» notò l’Umano.
   «Su nessun pianeta» rispose Shati a sorpresa. «È scavato in un asteroide, nel sistema Vorash. Sarà meglio andarci subito».
   «Sì, e non solo per riprendere Irvik» avvertì Naskeel. «Alcune Hak’tyl conoscono l’ubicazione del laboratorio. Interrogandole il nemico ne verrà a conoscenza. E attaccherà in forze, come ha fatto qui. Ahriman non correrà il rischio che creiamo un’arma capace di distruggerlo».
   «Allora ogni istante è prezioso» disse Rivera, ricordando che le navi Goa’uld erano più veloci del Centurion. Anche se loro partivano prima del nemico, rischiavano di farsi precedere.
   «Rotta verso il sistema Vorash, massima velocità» ordinò Naskeel.
   «Eseguo» disse Shati, inserendo le coordinate. «Dannati mostri... non vincerete sempre!» ringhiò, dando un’ultima occhiata alle navi Goa’uld. Subito dopo il Centurion balzò di nuovo a cavitazione, abbandonando il pianeta ormai in mano al nemico.
 
   Legata a una sedia degli interrogatori, sull’ammiraglia Goa’uld, il Capitano Li’ren delle Hak’tyl attendeva l’arrivo degli aguzzini. Nel frattempo sanguinava dalle ferite subìte quando i nemici avevano abbordato la sua nave, trucidando la maggior parte dell’equipaggio. E rifletteva cupamente. Avrebbe dovuto uccidersi, quando si era accorta che la battaglia era persa. Perché qualunque cosa le avesse fatto il nemico, sarebbe stato peggio. Intanto Hak’tyl bruciava... secoli di fiera indipendenza, spazzati via in poche ore.
   L’attesa di Li’ren non fu lunga. Le Guardie Dragone fecero il loro ingresso, inquietanti nelle armature vermiglie, dagli elmi simili a teste di drago. Il comandante venne dritto verso la prigioniera, fermandosi davanti a lei. Ritirò il casco, mostrando il suo volto. Scuro di carnagione, aveva il cranio rasato e un pizzetto sul mento. Il viso era sfregiato da tre vistose cicatrici, una delle quali si era portata via l’occhio destro, ora coperto da una benda. Volendo, il Jaffa avrebbe potuto farsi curare; ma preferiva esibire le cicatrici, come prova della sua devozione. Impresso in fronte, inoltre, aveva il marchio dei fedeli di Ahriman. La prigioniera riconobbe quel volto, che nell’ultimo anno era divenuto tristemente noto ai Jaffa Liberi. Era Zahak, un tempo agente dell’Egida e ora Primo Jaffa di Ahriman. Era a causa del suo tradimento che la Destiny era caduta, e da allora braccava implacabile i pochi avventurieri fuggiaschi. Era da immaginare che prima o poi sarebbe arrivato lì.
   «Ha lottato con valore, Capitano Li’ren. In linea con le tradizioni marziali del suo popolo» esordì Zahak.
   «Ci avete attaccate con un vantaggio di tre a uno» ribatté Li’ren, fissandolo con disgusto. «Dunque temevate di perdere, altrimenti».
   «Quando si è in vantaggio, sarebbe sciocco non avvalersene» ribatté il Primo. «E quando si è in inferiorità, come voi, è sciocco resistere a oltranza. Così facendo avete solo peggiorato le cose. Forse pensate che sia stato eroico... io lo trovo oltremodo stupido. Ma è tipico di voi shol’va, non vedere la realtà neanche quando vi viene sbattuta in faccia. E così avete ottenuto solo di ricevere un trattamento più severo. Sa cosa succederà alla sua patria? Verrà data ai nostri veterani, quelli congedati con onore, affinché possano stabilirsi qui. Le vostre belle figliole diverranno le loro mogli. Così ci accerteremo che la prossima generazione di Hak’tyl sia devota ad Ahriman».
   A queste parole, Li’ren sputò in faccia a Zahak. «Non riuscirete a spezzarci. Credete di aver conquistato il nostro mondo? Ci saranno così tante rivolte che dovrete riconquistarlo ogni giorno!» sibilò.
   Il Primo sorrise, detergendosi lo sputo con la mano. «Lei crede ancora di battersi per una nobile causa, vero? La sua invalidità mentale fa quasi tenerezza. No, dal momento che avete rinnegato Ahriman, voi Hak’tyl vi siete battute contro tutto ciò che di buono e giusto c’è nell’Universo. E ciò nonostante... Ahriman vi ama ancora. Per questo mi ha mandato a liberarvi».
   «Come no, queste catene servono per liberarmi. Dovevi fare il pagliaccio, invece che il tagliagole; almeno avresti fatto ridere» ribatté Li’ren.
   «Sono qui per liberare le vostre menti; che è una libertà assai più importante di quella dei corpi. Vale a dire che intendo liberarvi da quelle menzogne a cui vi aggrappate con tanto ardore, sebbene vi abbiano causato solo morte» chiarì Zahak. «La prima menzogna è che i Jaffa Liberi verranno a soccorrervi. Sì, lei sta pensando in particolare alla flotta del Vice-Ammiraglio Ton’uk, che era diretta qui» disse, mostrando di conoscere questo segreto militare. «Ebbene, sappia che quella flotta non verrà. Se si chiede come faccio a saperlo... ecco come».
   Mentre il Primo parlava, un sottoposto s’inginocchiò innanzi a lui e gli porse una sacca. Zahak l’aprì e vi frugò dentro. Ne estrasse la testa mozzata di Ton’uk, che tenne sospesa davanti al viso di Li’ren, affinché lo riconoscesse. Quando la Hak’tyl gli parve sconvolta a sufficienza, la ripose nella sacca, che fu portata via.
   «Ho distrutto la flotta di Ton’uk ancor prima di venire qui» spiegò il Primo. «Se le interessano i dettagli, sappia che ho abbordato la sua nave e l’ho ucciso con le mie mani. Certo, anche lui e la sua ciurma si sono battuti fino allo stremo. E tuttavia li ho sconfitti facilmente, proprio come ho sconfitto facilmente voi. Perché il più forte degli shol’va sarà sempre inferiore al più debole dei Jaffa fedeli. Ora capisce la vostra pazzia? Io credo in Ahriman; lei in cosa crede?».
   «Io... credo che verrete sconfitti, malgrado tutto. Non da noi... ma qualcuno vi sconfiggerà» mormorò Li’ren, cercando d’essere forte; ma la sua voce tremava.
   «Qualcuno chi? Ah... forse si riferisce a quel pittoresco gruppo di scienziati pazzi che cercano di ricostruire il Sangraal. L’arma che, stando alle leggende, può uccidere gli Ascesi» ghignò Zahak. «Sì, sono al corrente dei loro patetici sforzi. E so che lei, Capitano Li’ren, conosce la loro ubicazione. Ecco perché sono qui a discutere con lei, anziché con qualcuno più importante».
   «Ti sbagli... non so dove si trovi quel laboratorio. Nessuna di noi lo sa» mentì Li’ren, sebbene in cuor suo fosse agghiacciata. Il nemico sapeva quasi tutto, e aveva gli strumenti per scoprire anche il resto.
   «Menzogne, menzogne... voi shol’va non conoscete altro. Del resto, solo chi vive di menzogne può rinnegare Ahriman» sospirò il Primo. «Io però so per certo che lei conosce la posizione di quella base. La conosce perché qualche mese fa ci ha condotto il dottor Irvik. Sono certo che ricorda le coordinate o almeno il nome del sistema. Adesso mi rivelerà queste informazioni» sorrise.
   «Non lo farò» mormorò Li’ren. In cuor suo aveva già un piano: farsi torturare per un certo tempo, fingere di crollare, e poi fornire le coordinate di una vecchia base abbandonata. Prima che Zahak tornasse da lei, per avere le coordinare esatte, avrebbe cercato di uccidersi.
   «So cosa sta pensando» disse Zahak, sempre sorridendo. «Lei intende farsi torturare, fingere di crollare, e poi fornirmi le coordinate di qualche vecchia base abbandonata. O persino delle coordinate che mi facciano cadere in un’imboscata. In ogni caso, lei cercherà di uccidersi prima che io riesca a estorcerle quelle corrette. Ho ragione?».
   La Hak’tyl non rispose, ma anche il suo silenzio era come un’ammissione.
   «Avendo rinnegato Ahriman, lei ragiona in termini di violenza e morte. Invece io, che credo in Ahriman, ragiono in termini di pace e perdono. Ecco perché darò le vostre figlie in spose ai nostri veterani. Ed ecco perché non la torturerò affatto. Sarà lei, una volta liberata dalle menzogne, a fornirmele spontaneamente» spiegò il Primo. Notando l’aria disgustata e incredula della prigioniera, il suo sorriso si accentuò. «Non mi crede? Eppure sa che dispongo della tecnologia per guarirla. E anche del personale medico con le giuste competenze. Venga avanti, dottoressa Giely».
   Li’ren udì un sinistro ticchettio, come di zampette metalliche sul pavimento. La porta blindata si aprì e uno sciame di Replicatori – simili a ragni meccanici – entrò nella stanza degli interrogatori. Quegli ordigni auto-replicanti un tempo avevano quasi consumato la Galassia, affrettando la caduta dei Goa’uld; ma ora erano riprogrammati per servire Ahriman. Poiché seguivano una logica di sciame, necessitavano di una Regina. Per secoli ne avevano avute di meccaniche, simili a grandi coleotteri. Poi Ahriman gliene aveva trovata una organica.
   La cyborg entrò nella sala, camminando con naturalezza in mezzo ai Replicatori. Un tempo era una Vorta, sfuggita al Dominio in cerca di libertà. Entrata nella sezione medica della Flotta Stellare, era l’unica superstite dell’equipaggio originale della Destiny. Per cinque anni era stata medico sulla nave degli avventurieri, esplorando con loro il Multiverso. Poi aveva incontrato Zahak... ed era stata cancellata. La vibrante personalità di Giely si era sgretolata sotto strati di condizionamento ipnotico, di controllo sensoriale, di naniti iniettati nel cervello, d’interventi chirurgici che l’avevano fusa coi Replicatori. Adesso era un guscio vuoto, una pura estensione della volontà di Ahriman. I suoi occhi erano coperti da una pellicola bianca di naniti, affinché vedesse solo ciò che doveva vedere. Le sue orecchie erano chiuse da due Replicatori simili ad auricolari, affinché udisse solo ciò che doveva udire. Il suo corpo era avviluppato da una tuta argentea di naniti, affinché avvertisse solo ciò che doveva avvertire. Un terzo Replicatore le serrava il collo con le zampe da ragno: era connesso al suo cervello e ne regolava minuziosamente l’attività, inibendo qualunque pensiero non conforme. Così Giely non aveva scelta. I suoi dispositivi di controllo le dicevano cosa fare, ma non necessariamente come, sfruttando quel poco di creatività che le restava a vantaggio di Ahriman.
   «Salve, Capitano Li’ren» esordì Giely, fermandosi proprio davanti alla prigioniera. «Suppongo che le abbiano parlato di me. Ai fini di questo incontro, ci tengo a farle sapere che un tempo ero proprio come lei. Vivevo di menzogne ed ero avviata alla dannazione. Poi Ahriman, nella sua infinita bontà, mi ha salvata. Mi ha mostrato la verità e mi ha dato il privilegio di liberare anche gli altri. Cosa che mi accingo a fare sul vostro mondo, con umiltà e gratitudine».
   «Non ti odio, solo perché non sei più una persona che si possa odiare. Sei solo una macchina, e agisci come tale. Un giorno o l’altro sarai rottamata assieme ai tuoi dannati Replicatori» mormorò Li’ren, pallida come un cadavere. Gli avventurieri le avevano parlato di lei, eccome! Rivera le aveva confessato d’aver amato Giely, prima che l’attacco Wraith lo facesse invecchiare precocemente. L’aveva amata... e perciò aveva pregato le Hak’tyl di ucciderla, se mai l’avessero incontrata. Ora che la vedeva, Li’ren comprese appieno il perché. E si dispiacque di non poter esaudire la supplica dell’ex Capitano.
   «Occupati di lei» ordinò Zahak, accennando alla prigioniera. «Scopri dove stanno costruendo il Sangraal. Ci sono molte altre informazioni da ricavare, ma questa è prioritaria» raccomandò.
   «Ricevuto» disse Giely con voce piatta. Il suo viso cereo era senza espressione, le sue palpebre non sbattevano quasi mai. Pareva un manichino più che un essere vivente. «Altre consegne, signore? Al termine dell’interrogatorio, in che stato la desidera?» chiese.
   «In quello solito, mia cara» rispose Zahak, guardandola con soddisfazione. Detto questo se ne andò, mentre i Replicatori convergevano su Li’ren, con quel loro incessante ticchettio metallico. La prigioniera si scosse fino a sanguinare dai polsi, senza riuscire a liberarsi dalla sedia da tortura. Il portone blindato si chiuse alle spalle di Zahak, giusto in tempo per ovattare le urla.
 
   La Typhon era un vascello multifunzionale. Oltre ad essere una formidabile nave da guerra, era anche la reggia di Ahriman e Astarte, che la lasciavano di rado. Ed era una caserma in cui i Jaffa si addestravano in ogni modo possibile. Nei livelli inferiori dell’astronave vi erano numerose palestre, poligoni di tiro, nonché arene per i duelli. A tutte le ore vi si potevano trovare soldati Jaffa intenti ad allenarsi. Ma da quando la Regina era tornata, una delle arene era stata precettata.
   La sala dei cimenti era in gran parte immersa nell’oscurità, che celava le pareti adorne d’armi. Solo al centro vi era una pozza di luce, proiettata dall’alto. Astarte avanzò cauta, impugnando due corti bastoni da allenamento. Il maestro di scherma le venne incontro dall’altro lato, equipaggiato allo stesso modo. Si accostarono finché furono a pochi passi l’uno dall’altra. Allora il Jaffa s’inchinò; fu una lieve flessione della schiena, ben diversa dalle prosternazioni di corte.
   Astarte s’inchinò a sua volta, mostrando lo stesso rispetto nei confronti dell’istruttore. Chi l’avesse vista in quel momento avrebbe stentato a riconoscerla. Le sete preziose e i gioielli erano spariti. Al loro posto la Goa’uld indossava una semplice e pratica tenuta da combattimento, costituita da pantaloni e farsetto, con l’aggiunta di due bracciali in cuoio. Gliela avevano fatta su misura, ma badando solo alla funzionalità. I capelli erano raccolti in una crocchia sulla nuca, affinché non fossero d’intralcio. Il viso era ripulito dal trucco, per evitare che questo si sciogliesse col sudore. Le mani disadorne, dalle unghie corte, stringevano saldamente i bastoni da allenamento. Nel fronteggiare il maestro di scherma, decisamente più grosso di lei, Astarte sentì il cuore batterle forte. L’antica emozione della battaglia riaffiorava: un miscuglio indescrivibile d’ansia, bramosia di vittoria, timore della sconfitta. Riuscì a mantenersi calma, almeno esteriormente.
   Il battito di un gong dette l’avvio al duello. La Goa’uld e il Jaffa si scagliarono l’una contro l’altro, scambiandosi una gragnola di colpi coi bastoni. Stavano ben attenti a parare, e del resto erano addestrati a non colpire a piena forza, qualora avessero superato le difese avversarie. In particolare erano vietati i colpi alla testa. Dovevano allenarsi, non rompersi le ossa. Anche con questi vincoli, tuttavia, fu uno scontro accanito. Astarte si batteva con tutte le sue forze, senza lesinare colpi. E il maestro non era da meno, per suo esplicito ordine.
   Per Losira, costretta a fare da spettatrice, questi allenamenti erano l’elemento più sorprendente della personalità di Astarte. Non se li aspettava da una come lei. Cozzavano con l’immagine di principessa viziata e rivelavano che la Goa’uld era più complessa di come appariva. Perciò la Risiana osservava con attenzione, per capire chi fosse realmente quella creatura annidata in lei. Una cosa era certa: quando Astarte si allenava, sembrava un’altra persona. L’alterigia e la megalomania dei Goa’uld le scivolavano via, permettendole di mostrare un altro lato di sé... forse uno più genuino.
   Ora che non era più confinata dai protocolli di corte, Astarte era scatenata. Attaccava e parava, saltava e schivava, con riflessi fulminei. Non era forte come l’avversario – era pur sempre nel corpo di Losira – ma aveva un’agilità straordinaria. I suoi movimenti erano fluidi e aggraziati. I passi, in particolare, erano perfettamente calibrati per sgusciare via ogni volta che il maestro si faceva troppo incalzante. In effetti il suo stile di combattimento ricordava il suo stile di danza, al punto che gli allenamenti in una disciplina si riverberavano sull’altra. Non a caso gli antichi sumeri l’avevano soprannominata la Danzatrice della Battaglia. La lunga prigionia nel Duat l’aveva arrugginita, ma dopo un anno d’assidui allenamenti coi migliori istruttori dell’Impero, il suo antico talento stava riaffiorando.
   Suo malgrado, Losira era impressionata. Era certa che da sola non sarebbe mai riuscita a muoversi con tale agilità, né a reggere tanto a lungo la fatica. La Goa’uld spronava il suo corpo, portandolo ai limiti della resistenza. E si sobbarcava la fatica che ne derivava, tanto che alla fine degli allenamenti era esausta e sudata. Poi certo, si faceva accudire dalle ancelle, che la rimettevano in sesto; ma intanto la sfacchinata l’aveva fatta. Astarte infatti aveva dato precise istruzioni ai suoi allenatori, affinché non le riservassero alcun trattamento speciale. Finché erano in quella stanza, dovevano trattarla come una recluta qualunque. E così poteva capitare che qualche colpo arrivasse a segno, lasciandole lividi ed escoriazioni. In quei casi si faceva curare al termine delle sessioni... ma fino ad allora sopportava il dolore.
   E c’erano altri dettagli che interessavano Losira. Ad esempio il fatto che quell’istruttore Jaffa, pur fedele ad Ahriman, ne parlava come di un sovrano terreno, più che una divinità. E Astarte non l’aveva mai redarguito per questo. Né si atteggiava a divinità lei stessa, anzi, aveva sempre un atteggiamento rispettoso. Era come se la Goa’uld approfittasse degli allenamenti per smettere di recitare. E a giudicare dalla foga con cui combatteva, una foga crescente di mese in mese, ne approfittava per sfogare le sue frustrazioni. Tutto ciò era molto interessante, al punto che Losira si asteneva dal manifestarsi ad Astarte mentre si allenava. Del resto sarebbe stato pericoloso interferire in quei momenti. Una minima distrazione della Goa’uld poteva costarle una bastonata... e sarebbe stata la Risiana a farne le spese.
   Lo scontro giunse a un punto di svolta quando l’istruttore riuscì a colpire Astarte sulla mano destra, facendole cadere il bastone. La Goa’uld si lasciò scappare un breve lamento. Cercò di riprendere il bastone, ma incalzata dall’avversario non vi riuscì. Dovette proseguire lo scontro con quello che le rimaneva, impugnandolo a due mani. Adesso però era chiaramente in difficoltà nel parare i continui attacchi. La stanchezza inoltre cominciava a farsi sentire: le braccia dolevano, i colpi perdevano energia. Astarte cercò di compensare coi passi, mettendosi fuori tiro, ma l’istruttore approfittò della sua difficoltà per portare sino in fondo l’attacco. Con un colpo particolarmente energico riuscì a sbalzarle di mano anche il secondo bastone. E le puntò i propri alla gola, incrociandoli come se fossero spade.
   «Hai vinto» ansimò la Goa’uld, la fronte imperlata di sudore.
   A quell’ammissione di resa, il Jaffa si ritrasse di qualche passo. Incrociò i bastoni davanti al petto e tornò a inchinarsi lievemente. Astarte lo imitò, pur essendo a mani vuote. Allora il gong risuonò, a indicare la fine della sessione.
   «Non male» disse l’istruttore, anche lui sudato e con qualche livido. «Ricordate le sequenze che vi ho insegnato, ma non esitate a personalizzarle. Nell’ultimo mese siete migliorata».
   «Non abbastanza, è evidente!» obiettò Astarte. «Ho perso ancora» aggiunse delusa, massaggiandosi la mano dolorante.
   «Ma avete resistito più a lungo» la incoraggiò il Jaffa.
   «Sai che guadagno! A quest’ora speravo d’essere meglio di così» si lamentò la Goa’uld. Già, ma perché? Non si aspettava d’andare a combattere personalmente, e anche in caso d’emergenza non l’avrebbe fatto all’arma bianca. Allora perché continuava ad allenarsi in quel modo? Era solo per tenersi in forma, e per tener fede alla sua antica nomea... o si stava preparando per qualcosa che lei stessa non sapeva ancora definire? Astarte non lo sapeva; l’unica certezza era che si sentiva frustrata. Raccolse i bastoni e andò a riporli su una rastrelliera, ora visibile, poiché al termine della sessione si erano riaccese tutte le luci.
   «Mia signora, il vostro antico talento sta tornando» disse l’istruttore, seguendola. «Ma sarò franco: il vostro attuale corpo non è dei più atletici. Si stanca rapidamente, e così la vostra efficienza cala. Siete certa di non volerlo sostituire con uno più forte e resistente?» suggerì.
   Nel suo angolo di mente, Losira tremò, temendo che la Goa’uld accettasse il suggerimento. Intanto Astarte si lavò la faccia in un catino che un’ancella le porgeva. Poi si asciugò il volto con un panno offerto da una seconda attendente. Infine si voltò, fronteggiando l’addestratore. «Ciò implicherebbe disfarmi di questo corpo. Ammetto che sono stata tentata di farlo... molto tentata... ma ho valide ragioni per astenermi. E poi dovrei trovarne un altro idoneo» rispose.
   «Nulla di più facile. Ci sono molte candidate che potete procurarvi senza sforzo» ricordò il Jaffa. «Ora che Hak’tyl è caduto, avete un intero popolo di amazzoni tra cui scegliere...».
   «Neanche per sogno!» dichiarò Astarte, irrigidendosi. Notando che l’altro la fissava, cercò di giustificarsi. «Vedi, il mio corpo attuale è un dono di Ahriman. Lo ha tratto in salvo dalla Destiny, pensando a me. Quindi sarebbe deluso se lo rimpiazzassi con un altro. E poi... non voglio sacrificare un’altra innocente per il mio tornaconto. Mi farò bastare questo corpo, quali che siano i suoi limiti» aggiunse a mezza voce.
   «Una vita in più o in meno non fa differenza, in questa guerra dove muoiono a milioni» avvertì l’istruttore. Che nelle sue parole ci fosse una velata critica ad Ahriman?
   «Suppongo di no» sospirò Astarte. «Ma la mia decisione non cambia. Ho preso dimora in questo corpo e ci resterò. Quanto a noi, ci rivediamo tra due giorni, stessa ora».
   «Alla prossima, Altezza» disse il Jaffa, e si ritirò.
   La Goa’uld rimase in compagnia delle ancelle, che accorrevano per rimetterla in sesto dopo il duro allenamento. Era esausta, sudata e con un grosso livido sulla mano, ma quasi non ci faceva caso. «Tornate nei miei alloggi. Vi raggiungerò tra poco» disse alle ancelle, rifiutando i primi soccorsi. Era una scusa per restare sola. Aveva la sensazione che Losira stesse per dirle qualcosa, e voleva essere libera di risponderle. Infatti...
   «Allora, devo pensare che tu abbia un cuore?» chiese la Risiana, apparendo puntuale. «Oppure è solo per orgoglio che rifiuti di lasciarmi andare?».
   «Mi sembra evidente il motivo. Se io ti lasciassi andare, con la scusa di volere un altro corpo, e tu ricomparissi accanto a quelli del Centurion, Ahriman me ne chiederebbe ragione» spiegò Astarte.
   «Ah, quindi è paura» insinuò Losira.
   La Goa’uld non ribatté a questo, ma continuò il suo ragionamento. «E poi dimmi la verità: vorresti comprarti la libertà, condannando un’altra a prendere il tuo posto?» chiese.
   La Risiana esitò prima di rispondere. «Sai che desidero la libertà più d’ogni altra cosa. Ma barattarla con quella di un’altra sarebbe sbagliato» disse infine. «Vorrei solo... che ci fosse un altro modo» confessò.
   «Non c’è, purtroppo» disse Astarte. «Abbiamo tutti il nostro ruolo. Rassegnati al tuo. Se può consolarti, cercherò di non infierire più del necessario. E non escludo d’ascoltarti, di tanto in tanto, se avrai dei consigli sensati. Questo è il massimo che posso fare» sostenne.
   «Ma che premurosa» ironizzò Losira, sebbene in effetti sperasse d’arrivare a influenzarla sempre più. Un poco oggi, un poco domani, chissà fin dove poteva spingersi.
   «Sono solo realista. Io e te dovremo convivere per molto tempo. Cerchiamo di renderlo sopportabile» consigliò la Goa’uld. E lasciò la sala d’addestramento, seguendo le ancelle verso le proprie stanze, dove le avrebbero ridato un aspetto regale.
 
   Dopo quattro giorni di viaggio, il Centurion raggiunse il sistema Vorash. Shati ebbe l’accortezza di scendere a velocità subluce con gli scudi già alzati, e non solo per proteggersi da eventuali attacchi. Si trovarono infatti in una fascia d’asteroidi, che sfrecciavano tutt’intorno alla navicella. Talvolta le rocce si scontravano, come in un biliardo cosmico, frantumandosi o aggregandosi in base alla loro composizione e alla velocità dell’urto.
   «Non c’è traccia di navi Goa’uld, né d’altro genere» disse Lum, dalla postazione sensori. «Si direbbe che siamo arrivati in tempo».
   «Bene, procediamo verso l’interno del sistema» ordinò Naskeel.
   Shati eseguì, puntando verso la stella centrale. Allora Rivera notò che si trattava di una nana bianca, piccola e fioca. «Un’altra stella morta?» commentò l’ex Capitano, ricordando la loro visita al Duat, il mondo-prigione che orbitava attorno a una stella di neutroni.
   «Sì, ma questa non è morta per cause naturali. È stata assassinata» rivelò Shati, schivando gli asteroidi.
   «Sarebbe a dire?».
   Siccome la timoniera era occupata, fu Yo’rek a rispondere. «Fu una delle imprese più memorabili dell’SG-1» rivelò. «Nel XX secolo, la stella Vorash era ancora nella sua sequenza principale e uno dei pianeti era usato come rifugio dai Tok’ra. Tuttavia venne un momento in cui la sua sicurezza fu a rischio. Così nel 2001, dopo aver ucciso lord Cronus, l’SG-1 s’impadronì della sua nave e venne qui per evacuare i Tok’ra. Ma il loro acerrimo nemico Apophis li sorprese con una grande flotta, comprendente la sua nave madre. Sembrava che i fuggiaschi fossero in trappola. Fu allora che quelli dell’SG-1 compirono un’impresa temeraria: gettarono lo stargate di Vorash nel sole, mentre era collegato a un altro stargate, in prossimità di un buco nero. Così il sole si destabilizzò al punto da esplodere come nova. L’onda d’urto fu talmente distruttiva da annientare la flotta nemica. Si salvarono solo il vascello dell’SG-1, più la nave madre di Apophis, che continuò a braccarli... ma questa è un’altra storia. Ai fini della nostra missione, vi basti sapere che la nova ha frantumato i pianeti, creando questa fascia d’asteroidi. Negli ultimi secoli parecchi sono entrati in collisione, formando dei proto-pianeti. Non è da escludere che, alla lunga, il sistema possa riformarsi».
   «Una seconda genesi... succede di frequente. L’Universo si rinnova in continuazione» commentò Talyn. Era un pensiero confortante.
   «E ora i Tok’ra sono tornati» constatò Rivera.
   «Sì, hanno scavato la loro base in uno degli asteroidi più grandi e dall’orbita più stabile. Un proto-pianeta, se volete considerarlo così» confermò Yo’rek. «È lì che il suo amico Irvik lavora da mesi, assieme ai migliori scienziati Tok’ra. Il vantaggio è che, anche sapendo che si trova in questo sistema, è difficile localizzare l’asteroide. Si confonde tra centinaia d’altri, del tutto simili».
   «E noi siamo in grado di localizzarlo, suppongo...».
   «Abbiamo i parametri orbitali e geologici esatti, che ci consentono di riconoscerlo» confermò Vidarr. Affiancò Lum ai sensori, aiutandolo nelle scansioni. Anche disponendo dei dati precisi, servì una mezz’ora di analisi a lungo raggio per riconoscere il planetoide. Allora inviarono le coordinate al timone, permettendo a Shati di farvi rotta.
   Il Centurion si avvicinò ulteriormente alla nana bianca, raggiungendo l’orlo interno della fascia d’asteroidi. Allora un planetoide comparve sullo schermo. Era di forma schiacciata, come un uovo, essendo troppo piccolo affinché le forze mareali lo plasmassero in una sfera. La sua superficie era interamente craterizzata, con crateri più piccoli scavati all’interno dei maggiori. Chinandosi sulla consolle dei sensori, Rivera vide che era molto denso: era composto quasi interamente da ferro e nichel. Forse un tempo faceva parte di un nucleo planetario.
   «Ci siamo, trasmetto il codice di riconoscimento» disse Lum.
   Gli avventurieri restarono in attesa, mentre Shati si teneva a una certa distanza dal planetoide, per non incappare nei sistemi di difesa. La loro pazienza fu premiata quando giunse un messaggio di risposta. «I Tok’ra ci autorizzano a entrare. Trasmettono un segnale-guida» riferì Lum.
   «Procediamo» ordinò Naskeel.
   Shati diresse il Centurion a bassa velocità verso il planetoide. Quando furono abbastanza vicini raddrizzò la navicella, così da sorvolare la superficie tormentata. Tutto questo le ricordava sgradevolmente la loro visita al Duat, un anno prima. Era stato l’inizio della fine per il loro equipaggio. Poteva solo augurarsi che stavolta le cose andassero meglio.
   A un tratto uno dei crateri sotto di loro si aprì, con un portello a diaframma che rivelò un profondo pozzo. Le pareti erano lisce, segno di una lavorazione artificiale. Sul fondo doveva trovarsi l’hangar della base. Proprio come nel Duat... del resto i Goa’uld e i Tok’ra avevano tecnologie simili. Giunta sulla verticale del pozzo, Shati arrestò il Centurion, preparandosi alla discesa.
   «Forse non dovremmo calarci, stavolta» mormorò Rivera, assalito dai brutti ricordi. «Se le navi Goa’uld ci attaccassero mentre il Centurion è là sotto, servirebbe troppo tempo per risalire. Non possiamo tenerci in orbita e teletrasportarci? Nel Duat le radiazioni lo impedivano, ma qui mi sembrano tollerabili. Così ce ne andremo prima, in caso d’emergenza» spiegò. Non lo disse in tono d’ordine, perché formalmente il Capitano era ancora Naskeel.
   «Sono d’accordo. Anche se siamo tra amici, è meglio tenere alta la guardia» rincarò Talyn.
   Il Tholiano rimuginò per qualche attimo. «Accolgo il consiglio» disse infine. «Shati, restiamo in orbita. Lum, informa i Tok’ra della nostra decisione. Avvertili che la sicurezza della base è a repentaglio, dopo la caduta di Hak’tyl».
   Detto fatto, la timoniera riprese quota, entrando in orbita attorno al planetoide. Dopo di che Naskeel formò la squadra di sbarco. «Con me scenderanno Yo’rek, Vidarr e Shati. Indossate le vostre armature, per precauzione» si rivolse agli ultimi due. «Gli altri resteranno a bordo. Avvertiteci se arrivano navi ostili. O qualunque astronave» raccomandò.
   «Sì, Capitano» disse Lum, lieto di restare sul Centurion.
   Rivera avrebbe preferito scendere, ma non volle obiettare. Prese il posto del copilota, lasciando quello del pilota a Talyn.
   «Be-beep?» fece Ottoperotto, che non era stato menzionato.
   «Sì, vieni anche tu. Se ci fossero dati da scaricare, te ne occuperai» disse il Tholiano.
   Shati e Vidarr scomparvero nei comparti posteriori del Centurion. Tornarono di lì a poco, equipaggiati di tutto punto. La squadra si raccolse attorno a Naskeel.
   «Arrivederci a tra poco» li salutò Rivera. «Non vedo l’ora che torniate con Irvik... e magari anche con l’arma, se ne hanno fabbricata più di una».
   «Irvik lo prenderemo di sicuro, a costo di trascinarlo» promise Shati. L’attimo dopo lei e il resto della squadra si teletrasportarono. Senza di loro, il Centurion parve vuoto.
   «Bene, non ci resta che aspettare» disse Rivera.
 
   Materializzati nell’hangar, in mezzo alle navette Tok’ra, gli avventurieri si trovarono di fronte il comitato d’accoglienza. C’erano esponenti sia della guarnigione militare che dell’equipe scientifica. In testa vi era la capo-progetto, la dottoressa Anise. E accanto a lei...
   «Irvik, quanto tempo! Come ti butta?» lo salutò Shati. Sebbene avesse indossato la panoplia da Cacciatrice, teneva la maschera sottobraccio, così da mostrare il volto. La Caitiana arricciò il naso; c’era uno strano odore di bruciato, anche se non ne vedeva la causa. Forse c’era stato un cortocircuito elettrico in qualche pannello, o un problema con una navetta.
   «Non c’è male» rispose il Voth. «Avete notizie di Talyn e Rivera? Qui è così difficile avere aggiornamenti...».
   «Li rivedrai fra poco, amico. Stiamo riunendo la banda!» rivelò la Caitiana.
   «Bentornati» esordì la dottoressa Anise, più misurata. «Se ho ben capito, i vostri compagni sono rimasti sul Centurion. Perché non fate scendere anche loro? Saremmo lieti di accoglierli» si offrì.
   «Preferiamo che la navicella non resti incustodita. Del resto non intendiamo trattenerci» spiegò Naskeel.
   «Dunque siete qui per riprendere il dottor Irvik?» chiese Anise.
   «Esatto» confermò il Tholiano. «Ma prima devo chiederle se è al corrente di quanto accaduto ad Hak’tyl».
   «Sì, purtroppo» s’incupì la Tok’ra. «Siamo tutti sotto shock. Le Hak’tyl erano più che un baluardo dei Jaffa Liberi, erano un simbolo d’indipendenza. Ora che sono cadute, nulla si frappone fra il nemico e Dakara».
   «C’è dell’altro» intervenne Yo’rek. «Alcune Hak’tyl, come il Capitano Li’ren, conoscono le coordinate di questa base. È assai probabile che il nemico gliele estorca, vale a dire che presto subirete un attacco. Siete fortunati che non sia già accaduto... temevamo di non raggiungervi in tempo».
   «Infatti siamo in allarme. Se non siamo ancora partiti, è solo perché l’Alto Consiglio non sa dove mandarci. Forse ci richiameranno a Dakara... ma ormai anche lì non c’è più sicurezza» disse Anise, sconsolata.
   «In tal caso vi suggerisco di formare un convoglio in perenne movimento, fino a che non vi sarà comunicata la destinazione. È la strategia più sicura» disse Vidarr, chiuso nel suo esoscheletro corazzato.
   «Calmi, signori. Questa è un’installazione di grande valore, pesantemente difesa. Non possiamo abbandonarla come se niente fosse. Finché non avremo la conferma del Consiglio, dovremo presidiarla» intervenne l’Ufficiale Tattico.
   «Con tutto il rispetto, abbiamo già sentito discorsi simili. Il povero Comandante Malek disse lo stesso a Duat, e sappiamo tutti com’è finito» commentò Shati. «Quando il nemico attacca in forze, c’è poco da fare. Bisogna sloggiare».
   «Signori, vi prego, è inutile polemizzare» intervenne Anise. «Noi evacueremo la base quando ci sarà ordinato, e quando sapremo la destinazione. Questo vale per tutto il nostro personale. Tuttavia il dottor Irvik non è formalmente dei nostri, trattandosi di un consulente esterno. Perciò, se volete riaverlo, non lo tratterremo. È libero d’andare, dottore» si rivolse all’interessato.
   «Andare? Uhm... proprio ora che siamo arrivati al punto cruciale...» mormorò il Voth, incerto.
   «Perché, a che punto siete arrivati? Avete completato l’arma?» chiese Naskeel.
   «Queste sono informazioni riservate...» cominciò l’Ufficiale Tattico.
   «Per i nostri alleati del Centurion possiamo fare un’eccezione» obiettò Anise. «Del resto, se Irvik andrà con loro, gli dirà tutto. Tanto vale che lo faccia qui. È libero di parlare, dottore».
   «Ehm, grazie» fece il Voth.
   «Avanti, non tenerci sulle spine! Avete quel cavolo d’arma, oppure no?!» incalzò Shati, impaziente.
   «Ehm, sì e no» disse Irvik, le scaglie arrossate dall’imbarazzo. «Tecnicamente l’abbiamo costruita... anche se il suo raggio d’azione resta limitato. E con limitato, intendo poche migliaia di chilometri. Inoltre le sue emissioni sono ostacolate dagli scudi, per cui...».
   «Per cui dovremmo metterla sotto il letto di Ahriman affinché sia efficace!» fece Shati, soffiando dal naso come un gattone irritato.
   «Già, non c’è stato verso di capire come facesse la versione più antica ad avere una portata così ampia» sospirò Irvik.
   «Se è per questo, io ancora non capisco come faccia un’arma fisica a distruggere un essere Asceso» confessò Yo’rek.
   «Il principio è semplice, in realtà» spiegò Anise. «Il Sangraal rilascia energia, similmente ai moduli ZPM. Ma invece di rilasciarla nel nostro spazio materiale, la rilascia nel piano d’esistenza degli Ascesi. Questa energia costituisce un’interferenza, come una carica positiva e una negativa che si annullano a vicenda. In tal modo può distruggere qualunque Asceso che si trovi nel raggio d’azione».
   «Uhm, potrebbe bastare» rimuginò Shati. «Mettiamo che Ahriman visiti uno dei mondi che ha occupato. Se riuscissimo a portare l’arma sul pianeta, dovrebbe essere nel raggio utile. Dico bene?».
   «Sì, in teoria» disse Irvik, ancora imbarazzato. «Vedete, questo è il secondo problema. Stando alle nostre simulazioni, l’arma funziona perfettamente. Addirittura l’abbiamo già attivata qualche volta, per studiare le sue emissioni, visto che per noi è innocua. Ma con tutto questo... non abbiamo la certezza che sia efficace. Voglio dire, l’unico modo per appurarlo sarebbe provarla su un Asceso. E non ne abbiamo a disposizione. Del resto sarebbe eticamente riprovevole uccidere un innocente, solo per avere conferma che l’arma funziona».
   «Groan... mi stai dicendo che è impossibile da testare» mugugnò Shati.
   «L’unico test sarebbe l’attentato ad Ahriman, proprio così» confermò il Voth, sconsolato. «E chissà quando ne avremo l’occasione».
   «Beh, in ogni caso, noi non siamo qui per testare armi» ricordò Yo’rek. «Siamo qui perché ti rivogliamo con noi. Se come dici l’arma è completa, e non resta che usarla, allora il tuo lavoro è terminato. E puoi tornare sul Centurion».
   «Già, già... ma posso sapere perché riunite la banda? Che volete fare di preciso?» chiese Irvik.
   «Non rispondete» disse inaspettatamente Naskeel. Era da un po’ che il Tholiano si asteneva dalla conversazione, mentre si guardava attorno.
   «Perché no?» si stupì Shati.
   «Metti la maschera e dimmi se c’è qualcosa di strano in loro» ordinò Naskeel.
   La Caitiana eseguì all’istante, senza fare domande. Indossò la maschera da Cacciatrice, collegandola al resto della panoplia, e attivò il visore. Quando lo puntò sui raggi infrarossi – la lunghezza d’onda in cui vedeva il Tholiano – comprese il problema. I Tok’ra davanti a loro, così come Irvik, avevano una segnatura termica del tutto uniforme. Non era naturale: la testa e il torace dovevano essere più caldi, le estremità di braccia e gambe più fredde. Irvik poi era un sauro, e avrebbe dovuto essere più freddo in tutta la persona. Invece era identico agli altri. Allarmata, Shati passò ai raggi X. Avrebbe dovuto vedere l’interno dei loro corpi, in particolare le ossa, come in radiografia. Invece c’era una strana interferenza, come se fossero...
   «Ologrammi!» gridò la Caitiana. Vedendo che l’Ufficiale Tattico estraeva la pistola al plasma, sparò per prima, freddandolo. L’avversario cadde a terra, mentre il suo mascheramento olografico veniva meno. Allora gli avventurieri videro che non era un Tok’ra. Non era nemmeno un Jaffa o un Umano.
   Era un Wraith.
 
   Il Wraith ucciso indossava effettivamente l’uniforme dei Tok’ra, per semplificare il travestimento. Ma i capelli bianchi, gli occhi gialli e le guance tagliate da narici addizionali non lasciavano dubbi sulla sua specie. E a giudicare dall’assenza di sorpresa, lo erano anche gli altri, compreso Irvik.
   «Imboscata!» gridò Yo’rek, impugnando la pistola al plasma. In un attimo ebbero tutti le armi in pugno. Gli avventurieri si ripararono dietro una navetta, mentre gli Wraith – molto più numerosi – aprivano il fuoco.
   «I nostri timori erano fondati. I seguaci di Ahriman hanno estorto le coordinate di questa base. Ma invece d’attaccarla loro stessi, hanno chiesto agli Wraith di farlo» constatò Vidarr.
   «Naskeel a Centurion, siamo sotto attacco Wraith. Teletrasporto d’emergenza per la squadra» ordinò il Tholiano, premendosi il comunicatore appuntato in cintura.
   «Avete detto Wraith?!» rispose Lum, allarmato. «Un momento... frell, ho perso il vostro segnale! Hanno attivato gli scudi della base. Dovete abbassarli perché io possa trasferirvi».
   «La sala comando è nove livelli più giù!» protestò Shati. «Non sappiamo neanche se il raggio ci aggancerà, così in basso!».
   «Eppure dobbiamo tentare» disse Naskeel.
   «Non sarebbe male se prima ci liberassimo da questa simulazione. Riuscite a localizzare gli emettitori?» chiese Yo’rek, mentre infuriava la sparatoria.
   «Rilevo forti emissioni energetiche negli angoli. Forse sono lì» ipotizzò Vidarr. Verificò subito, sparando con l’arma al plasma innestata nel bracciale. Ci furono esplosioni negli angoli del salone, sebbene questi sembrassero vuoti. Dopo ogni fiammata rimanevano dei rottami anneriti, tra cui spiccavano resti d’antenne, compatibili con olo-emettitori. A Vidarr bastò distruggerne uno affinché l’hangar cominciasse a sfarfallare. Quando eliminò il secondo, l’interferenza crebbe. E non appena distrusse il terzo, la simulazione cedette del tutto. Allora gli avventurieri videro le reali condizioni dell’hangar.
   Era semidistrutto per via dell’attacco Wraith, che doveva essere avvenuto poche ore prima. Le navette erano sventrate, inclusa quella dietro cui si stavano riparando. Dagli scafi contorti saliva ancora il fumo, il che spiegava l’odore di bruciato. Le pareti portavano i segni dei colpi andati a vuoto. Non c’erano i resti dei difensori, ma conoscendo gli Wraith era probabile che li avessero storditi e portati via, per prosciugarli a tempo debito. E al posto del comitato d’accoglienza c’era un drappello di soldati Wraith, armati di tutto punto. Tra loro vi era un’unica donna, che aveva recitato la parte di Anise.
   Shati la riconobbe dai capelli rosso sangue: era Azi Dahaka, la Regina degli Wraith. Colei che aveva derubato Rivera della giovinezza, nonché delle speranze, inducendolo ad esiliarsi. Era da allora che la Caitiana non la vedeva. Avevano ancora un conto in sospeso; questa era l’occasione per saldarlo. In un attimo la Caitiana ridivenne Sekhmet, la Cacciatrice. Si occultò e si avventurò allo scoperto, cercando di colpirla. Ma non aveva il tiro libero, perché i soldati Wraith facevano scudo alla loro sovrana. Prima che potesse mirarla, questa lasciò l’hangar, rifugiandosi più all’interno della base.
   «Uccideteli tutti!» ordinò Azi Dahaka, prima che il portone blindato si richiudesse dietro di lei.
   Sekhmet digrignò i denti. Fintanto che l’avversaria era in quel planetoide, la resa dei conti era solo rimandata. Per il momento colpì i soldati Wraith, aiutando i compagni, ancora nascosti dietro il relitto della navetta. Bersagliati di lato da un nemico invisibile, gli Wraith furono presi tra due fuochi. Molti caddero; i superstiti corsero a nascondersi dietro altri relitti. Sekhmet continuò a muoversi, decisa a stanarli uno ad uno.
   Naskeel intanto era ancora in contatto col Centurion. «Azi Dahaka è qui. Cercheremo di ucciderla, ma con ogni probabilità ha già preso ciò che voleva. Se non riuscite ad agganciarci, allontanatevi. Siete troppo esposti» avvertì.
   «Sì, lo immaginavo» rispose Talyn, ai comandi della navicella. Dal planetoide era appena stato lanciato uno sciame di droni, che puntavano dritti contro di loro. Si trattava di quei piccoli droni dorati, simili a siluri, inventati dagli Antichi. Gli avventurieri avevano già constatato la loro potenza. Se avessero colpito il Centurion lo avrebbero distrutto, scudi o non scudi.
   «Occultamento attivato» disse Rivera. Nello stesso momento Talyn fece schizzare via la navicella a massimo impulso. I droni si persero nello spazio, incapaci di localizzarla. Quando esaurirono l’energia, la loro luce dorata si spense, lasciandoli disattivati.
   «Salvi, per il momento» constatò Talyn. «Ma i nostri compagni sono intrappolati in quel planetoide. E finché gli scudi sono alzati, non possiamo aiutarli».
   «C’è dell’altro» avvertì Lum. «La Nave Alveare di Azi è entrata nel raggio dei sensori. Doveva essere appostata ai margini del sistema». Così dicendo la inquadrò sullo schermo. L’enorme vascello non si addentrò nella cintura d’asteroidi, per il momento. Tuttavia gli hangar si aprirono, rilasciando un nugolo di dart, i piccoli caccia Wraith. Questi si diressero verso il planetoide e una volta raggiunto lo pattugliarono, girandovi attorno in formazione.
   «Ci mancava solo questa» borbottò Rivera. «Qualche idea?».
   «Estendendo al massimo il raggio del teletrasporto potremmo recuperare la squadra, restando fuori tiro dai dart per qualche secondo» calcolò Talyn. «Dovrebbe bastare per fuggire. Ma prima i nostri amici devono abbassare gli scudi, permettendoci d’agganciarli. Tutto dipende da loro».
 
   Sekhmet avanzò cautamente allo scoperto, contando i corpi degli Wraith. Se la matematica non era un’opinione, li avevano uccisi tutti. Ma quello era un singolo drappello. Dal momento che gli Wraith avevano occupato l’installazione, era lecito aspettarsi che ce ne fossero di più. Molti di più, pronti ad attaccare. E da fuori potevano giungere ulteriori rinforzi. No, era impossibile riconquistare la base. E sembrava impossibile anche lasciarla.
   «Potete uscire» disse.
   I colleghi lasciarono il nascondiglio e si fecero avanti, con le armi in pugno. «Maledetti Wraith» borbottò Yo’rek, osservando i loro corpi. «Però è strano che Ahriman abbia mandato loro. Per una faccenda così importante, mi aspettavo che si scomodasse di persona».
   «Probabilmente è stato costretto a mandare altri. Se si fosse presentato qui, e il Sangraal fosse stato operativo, sarebbe andato incontro alla morte. La sua scelta dimostra che teme l’efficacia dell’arma» notò Vidarr.
   «Può darsi» convenne il Jaffa. «Comunque siamo arrivati tardi. Ormai il Sangraal sarà in mano agli Wraith. Dobbiamo andarcene, prima che ci travolgano».
   «Tutte le navette sono distrutte o gravemente danneggiate. Non ne vedo nessuna che possa portarci via» disse Sekhmet, guardandosi attorno.
   «Uhm, queste distruzioni sono recenti. L’attacco Wraith dev’essere avvenuto poche ore fa» valutò Yo’rek. Alcuni scafi erano addirittura ancora caldi al tatto.
   «Già. Se fossimo stati più veloci... non avremmo perso Irvik» disse la Caitiana. Perché il Voth doveva essere stato ucciso, assieme agli scienziati Tok’ra. Un altro amico perduto. Come avrebbero fatto a riconquistare la Destiny e a liberare l’equipaggio, senza di lui?
   «Cerchiamo di lasciare l’hangar. Siamo troppo esposti, e certo il nemico attaccherà di nuovo, con più forze» avvertì Naskeel.
   «Solo un momento» disse Yo’rek, avvicinandosi agli Wraith caduti. Si chinò accanto a loro, osservandoli da vicino. «Interessante... guardate qui» richiamò i compagni. Allora tutti videro a cosa si riferiva. Alcuni Wraith, tra cui quello che aveva impersonato Irvik, avevano degli auricolari.
   «Con chi si tenevano in contatto?» si chiese Sekhmet.
   «Forse coi veri scienziati, per farsi dare le imbeccate necessarie a non essere smascherati» ipotizzò il Jaffa, ricordando la competenza con cui avevano parlato del Sangraal. «Può darsi che Irvik e gli altri siano ancora vivi. Ma ora che abbiamo scoperto il trucco, Azi potrebbe eliminarli. Ci resta poco tempo».
   «Allora muoviamoci. Cerchiamo un’uscita che non sia sorvegliata» ordinò Naskeel.
   Il portone principale era certamente presidiato, ma Ottoperotto era già al lavoro per aprire un portello secondario. Quando ci riuscì, gli avventurieri videro che non c’erano Wraith dall’altra parte. Sembrava un condotto di servizio, dalle funzioni analoghe ai tubi di Jefferies, se non fosse che era abbastanza ampio da percorrerlo in piedi. Sekhmet entrò per prima, seguita rapidamente dagli altri. E si calarono in profondità nella base, sperando di trovare dei superstiti.
 
   Azi Dahaka entrò come una furia nel centro di comando. Era un’ampia sala, con le postazioni disseminate un po’ ovunque. Su una parete vi era lo schermo visore, che mostrava la fascia d’asteroidi. Lì davanti, sorvegliati dalle truppe Wraith, c’erano i superstiti della base. Erano costretti a starsene seduti a terra, sotto il tiro dei fucili a energia. Non erano rimasti in molti. Nel loro attacco iniziale, gli Wraith avevano sterminato la guarnigione Tok’ra. Poi avevano eliminato anche la maggior parte dei tecnici e dei ricercatori. Avevano risparmiato solo alcuni scienziati di punta, ritenendo che potessero ancora servirgli. Tra questi c’era la dottoressa Anise, in quanto capo-progetto. E c’era anche Irvik.
   «I tuoi amici mercenari sono scaltri» riconobbe la Regina, venendo verso di lui. «Il nostro agguato è fallito. Ora però sono bloccati in questa base, con noi».
   «Ti sbagli, altezza» ghignò il Voth, alzando la testa. «Siete voi a essere bloccati qui, con loro».
   «Divertente. Credi che quei quattro gatti possano sterminare la mia intera guarnigione? Che possano arrivare a me, sebbene abbia voi come scudi?!» sibilò Azi.
   «Potremmo dargli un ultimatum» suggerì un ufficiale Wraith. «Se non si arrendono, uccideremo il loro amico lucertolone. E poi gli altri scienziati, uno dopo l’altro».
   «E perché i miei colleghi dovrebbero cedere? Se si arrendono, voi li ucciderete. Dopo di che ucciderete comunque anche noi» ragionò Irvik. «No, altezza, loro verranno qui. Verranno per te. E se per farti saltare le cervella dovranno prima far saltare le mie, lo faranno. Tu li hai resi abbastanza disperati da farlo» avvertì.
   «Nel qual caso, tu e gli altri professori avete terminato la vostra utilità!» ribatté la Regina. «Se non servite nemmeno come scudi, allora servirete come pasto, per rinvigorirci!» minacciò. Protese la mano, sul punto d’artigliare il petto del Voth e prosciugarlo dell’energia vitale.
   «È proprio necessario che muoia altra gente?» chiese la dottoressa Anise, in un estremo tentativo di conciliazione. «Regina, avete già preso il Sangraal. Non avete motivo di trattenervi qui... rischiando la vostra vita. Potete disattivare gli scudi e andarvene. La vittoria è comunque vostra».
   «Una vittoria mutilata, se quei mercenari restano in vita. Ho un conto in sospeso con loro... specialmente con la gattaccia!» disse Azi, lasciando Irvik per concentrarsi su Anise.
   «Voi avete un conto in sospeso. Però manderete avanti le vostre truppe, mentre vi rintanate qui, facendovi scudo con noi ostaggi. E v’illudete d’essere coraggiosa, solo perché non siete fuggita sulla vostra astronave davanti a quei “quattro gatti”» la sfidò Anise. «Vi dirò una cosa: sono abbastanza vecchia da ricordare la caduta dei Goa’uld. E voi non siete poi così diversa da loro. Cercate d’incutere timore, ma siete decisamente sorpassata».
   «È qui che ti sbagli, dottoressa» ghignò la Regina. «Non ho alcuna intenzione di barricarmi, lasciando l’iniziativa ai mercenari. Al contrario, andrò a cercarli. E voi scienziati verrete con me. Perché a ben pensarci, ho trovato il modo di rendervi utili. Voi sarete le esche che mi permetteranno di prenderli in trappola. E d’eliminarli una volta per tutte».
 
   
 
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