Data Stellare 2616.255
Luogo: stazione spaziale Babylon 5 (un altro cosmo...)
La Destiny era attraccata alla stazione Babylon 5, per offrire alla ciurma un po’ di franchigia. Era sera tardi e il Capitano Rivera si era ritirato nel suo alloggio, dopo un’altra dura giornata di lavoro. Ogni cosmo aveva le sue peculiarità, e tutti lo mettevano alla prova, in un modo o nell’altro. Se solo avesse avuto di che consolarsi, quando smontava dal turno...
Il cicalino dell’ingresso lo distrasse dalla cena. Infastidito dall’interruzione, Rivera fu tentato di non aprire. Poi il timore che fosse qualcosa d’importante prevalse. «Avanti» disse seccamente, lasciando il tavolino con la cena a metà.
Era Giely, che indugiò sulla soglia. Diamine... erano mesi che lo evitava, e di punto in bianco si presentava da lui. «Ciao... scusa l’ora, ma ho bisogno di parlarti» mormorò la Vorta. «Aspetta, stavi mangiando? Se vuoi posso ripassare...».
«No, entra, ti prego. Mi fa piacere vederti. Non ci vediamo spesso, dal tuo ritorno» notò il Capitano. La Vorta infatti aveva ripreso a vivere nel suo vecchio alloggio e non si faceva vedere nemmeno in mensa. Il Capitano la incontrava solo nelle riunioni, o quando c’era qualche emergenza medica. Tutte occasioni che impedivano le conversazioni private.
«Già, non ci vediamo spesso» ammise Giely, entrando nell’alloggio. «Ma ho sentito da Shati che oggi tu e lei avete rischiato la vita. Eravate sul Centurion quando siete stati attaccati da quegli alieni mostruosi...».
«Ti riferisci alle Ombre? Sì, abbiamo rischiato grosso» ammise Rivera. «Ma ci siamo nascosti in una nebulosa finché sono arrivati i Ranger a darci una mano. Devo ricordarmi di offrire da bere al Comandante Sheridan e al Primo Ufficiale Ivanova per averceli mandati. Senza di loro ce la saremmo vista brutta».
«Siete tornati a bordo, e tu sei venuto dritto qui, senza nemmeno passare per un controllo in infermeria...» incalzò la dottoressa.
«Oh, ti prego. Mi hanno già controllato dentro e fuori, nell’infermeria della stazione. Se avessi qualcosa fuori posto, se ne sarebbero accorti!» spiegò il Capitano. «A meno che... non sia tu a volermi incontrare, con la scusa della visita» insinuò.
«C’era un tempo in cui ci piaceva incontrarci» ammise Giely.
«Già, ma sono mesi che mi schivi come la peste!» disse Rivera, amareggiato. «Io ti ho dato spazio, sperando che ti riprendessi. Però non riesco a capire come stai. Bene, male, così-così?! Francamente mi stai mandando messaggi contraddittori, e questo mi fa impazzire. Spiegati, una buona volta! Sai che da parte mia ti amo ancora, querida. Non ho mai smesso d’amarti, nemmeno quando ti credevo perduta».
«È questo il problema» disse la Vorta, con le lacrime agli occhi. «Siamo stati lontani per un anno, mi amor. Tu soffrivi, e io invece... stavo bene. Ero contenta di servire Ahriman. Più contenta di quanto sia mai stata in vita mia. Diamine, il mio più grande desiderio era ucciderti e consegnargli la tua testa su un piatto d’argento!» disse brutalmente. «Perciò, ora che sono tornata, non credo... di meritare...» disse, soffocando i singhiozzi.
«Non credi di meritare... cosa?! D’essere felice?! Dopo le violenze che hai subìto, lo meriti eccome!» incalzò il Capitano. «E non credere che io ti ami di meno solo perché... sei stata lontana» disse eufemisticamente.
«Volevo ucciderti!» gridò Giely, devastata.
«No, non eri tu a volerlo. Sono io che volevo uccidere te» confessò Rivera.
«Di che stai parlando?».
Il Capitano misurò l’alloggio a passi lenti, le mani incrociate dietro la schiena, lo sguardo fisso al pavimento. Era il momento di togliersi quel peso. «Alla vigilia della Battaglia di Dakara, quando io e gli altri pianificammo d’infiltrarci sulla Destiny, non sapevamo bene chi ci avremmo trovato. Sapevamo che c’erano gli Wraith, ma temevamo di trovarci anche Ahriman, con Losira... e con te. Perciò gli altri mi chiesero cosa dovevano fare, nel caso v’incontrassimo».
Giely ascoltava con attenzione, senza interrompere, gli occhi viola spalancati.
«Io ormai avevo perso ogni speranza di salvarvi. Perciò ordinai agli altri di uccidervi a vista. Proprio così: se avessero incontrato te o Losira, dovevano uccidervi all’istante. Talyn m’implorò di non farlo... è sempre ottimista, quel ragazzo... ma io confermai l’ordine. Se ora sei viva, se tu e Losira siete vive, è solo perché i miei ufficiali sono stati più saggi di me, e hanno trasgredito l’ordine» confessò Rivera.
«Non è colpa tua. In quel momento sembrava l’unica cosa da fare, per risparmiarci una vita di schiavitù...» mormorò la Vorta.
«Non è colpa mia, che ero in grado d’intendere e volere, se ho ordinato d’uccidervi?! Eppure è colpa tua, che non ne eri in grado, se volevi uccidere me? Qualcosa non quadra, querida. Se c’è un colpevole tra noi, quello sono io» concluse il Capitano.
«Quindi... ora che facciamo?» sussurrò Giely, dopo un lungo silenzio.
«Beh, malgrado i nostri errori e le nostre sconfitte, ora siamo di nuovo qui» constatò Rivera. «Forse dovremmo semplicemente smettere di punirci. Non abbiamo già sofferto abbastanza?! Perché ci comportiamo come se Ahriman avesse vinto?! Quel demonio è morto, e noi dovremmo riprendere da dove avevamo lasciato, alla faccia sua! Forse solo così sarà veramente sconfitto».
A quelle parole Giely gli venne incontro. Si abbracciarono, come non facevano da un anno e mezzo. «Mi dispiace, caro. È come se in quell’anno tu abbia sofferto per tutti e due, e adesso toccasse a me...» mugugnò la Vorta.
«Ho sofferto con te e per te, è vero. Ma non mi è d’alcuna consolazione vedere che ora cerchi di punirti» disse il Capitano, carezzandola. «È tempo che la smettiamo di soffrire e voltiamo pagina, per Giove! Se... se tu sei capace di perdonarmi per quell’ordine sciagurato, a maggior ragione io posso e devo perdonarti per ciò che hai fatto mentre non eri in te».
Giely si rese conto che, al di là delle promesse e dei buoni intenti, pochi uomini erano realmente in grado di perdonare così. Come poteva farsi sfuggire quest’occasione? Se la perdita di speranza li aveva allontanati, e li aveva quasi distrutti, allora solo un atto di speranza poteva riunirli. «Ti perdono, amore mio. E scelgo... scelgo di credere che abbiamo ancora un futuro assieme» sussurrò tra le lacrime.
«Lo stesso vale per me» disse Rivera con fermezza. «Anzi, sai che ti dico? Il meglio deve ancora venire!» affermò.
E si baciarono alla faccia di tutte le avversità passate, presenti e future.
FINE


