La pioggia cadeva lenta sulla villa in cima alla collina, avvolgendola in un grigio opprimente. Luca Ferri parcheggiò la sua vecchia auto accanto a una volante della polizia e uscì con il cappotto già inzuppato. L'aria fredda gli punse il viso, ma lui era abituato. Non era nuovo a scene del genere, né alle domande che avrebbero accompagnato quel caso.
Davanti all’ingresso principale della villa, un poliziotto robusto lo salutò con un sorriso stanco.
"Ferri! Non ci vediamo da un pezzo."
"Eh già, Bianchi. Da quanto, sei mesi?" Ferri gli strinse la mano. "Non pensavo di tornare così presto."
"Avrei preferito incontrarti per un caffè, ma… sai com’è." Bianchi indicò la porta aperta. "È un brutto caso, questo. Il poeta famoso, un sacco di sangue, e tante persone che faranno domande scomode."
Ferri annuì. "Sempre così quando qualcuno famoso muore. Ditemi quello che avete."
Bianchi lo accompagnò verso l’interno, spiegando mentre camminavano. "Il corpo è stato trovato stamattina dal giardiniere, un certo Mario Conti. Lanteri, o meglio, il corpo che pensiamo sia Lanteri, era nella sua biblioteca. La porta era chiusa a chiave dall'interno, ma una finestra sul retro era aperta. Forse il killer, forse no."
"Lo avete toccato?" chiese Ferri, con un tono che lasciava intendere che già conosceva la risposta.
"Non direttamente. Solo il medico legale per verificare i segni di vita, ma non c’era molto da fare."
All’interno della villa, l'atmosfera era cupa. Il corridoio che conduceva alla biblioteca era pieno di agenti che fotografavano, prendevano appunti o parlottavano a bassa voce. Ferri riconobbe una faccia familiare accanto alla porta della stanza del crimine.
"Di nuovo tu, Russo," disse, accennando un sorriso.
"Luca Ferri. L'uomo delle poesie," replicò il giovane agente con una vena ironica. "Ti sei portato la tua vecchia Moleskine stavolta, o stai cercando di essere solo un investigatore per una volta?"
"Solo un investigatore," rispose Ferri con calma, anche se la battuta lo punse. "Che hai per me?"
Russo si fece da parte per lasciarlo entrare. "Un mucchio di domande e poche risposte. E una poesia che sembra scritta apposta per te."
La stanza era immersa in un silenzio inquietante. La biblioteca era spaziosa, con scaffali di libri fino al soffitto. Al centro, accanto a una scrivania ingombra, c’era il corpo. Lanteri, o chiunque fosse, era riverso sul pavimento con il volto rivolto verso il tappeto. Il sangue formava una macchia scura che si allargava sotto di lui.
Ferri osservò la scena per un lungo momento, notando ogni dettaglio: la posizione del corpo, i fogli sparsi sulla scrivania, la finestra leggermente aperta. Qualcosa non quadrava.
Sulla scrivania, al centro della confusione, c’era un foglio distinto dagli altri. Ferri si avvicinò, sollevandolo con attenzione. Su di esso erano scritti quattro versi:
> Ho messo tutto
me stesso
nell'abisso della tua mancanza,
la mia.
"Bene," mormorò Ferri. "Abbiamo un poeta fino alla fine."
Alle sue spalle, Russo sbuffò. "Sai cosa dicono in centrale? Che sei uno di quei romantici irrimediabili. Le poesie ti distraggono dal lavoro."
Ferri si voltò, fissandolo con un sorriso sottile. "Le poesie sono il lavoro, Russo. Sono l’unica cosa che un uomo lascia quando tutto il resto è andato."
"Profondo," commentò Russo, ma non insistette.
Prima che Ferri potesse continuare, una voce interruppe i suoi pensieri. "È di Giorgio."
Si voltò. Una giovane donna stava sulla soglia, visibilmente scossa. Indossava un cappotto scuro che le cadeva troppo largo e aveva i capelli castani ancora bagnati dalla pioggia. I suoi occhi, però, erano fissi, determinati.
"Sofia Marchesi," disse, quasi anticipando la sua domanda. "Ero la sua assistente."
Russo alzò un sopracciglio. "E quando sarebbe stata l’ultima volta che l’ha visto vivo?"
"Ieri sera, intorno alle otto. Stava lavorando al suo nuovo manoscritto." Sofia si avvicinò, indicando i fogli sulla scrivania. "Scriveva sempre di notte."
Ferri la osservò attentamente. C’era qualcosa di strano nel suo modo di parlare: la sua voce era calma, ma le mani tremavano leggermente. Era difficile dire se fosse paura, dolore o altro.
"La poesia," disse Ferri, sollevando il foglio. "È del manoscritto?"
Sofia esitò. "Non credo. Sembra… troppo personale. Giorgio non scriveva cose così intime per pubblicarle."
Ferri la studiò per un momento, poi si voltò verso Bianchi. "Quando avremo i risultati dell’autopsia?"
"Domani, massimo dopodomani," rispose il poliziotto.
"Bene. E voi," disse Ferri rivolgendosi a Russo, "controllate i tabulati telefonici. Voglio sapere chi ha chiamato questo uomo nelle ultime 48 ore."
Mentre Sofia lasciava la stanza, Ferri tornò a fissare il corpo. Quella poesia non era un addio, pensò. Era un grido, un segnale. E ora toccava a lui trovare il resto della storia.


