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Autore: elinemeya    25/01/2025    1 recensioni
Vivienne sa cosa significa desiderare qualcosa che ti consuma. Di giorno è una studentessa di psicologia e una segretaria part-time di uno studio psichiatrico, di notte è qualcosa di diverso — qualcosa che preferisce non definire. Il lavoro è un susseguirsi di cartelle cliniche e pazienti che sussurrano frammenti di dolore che sembrano fin troppo familiari. Ogni mattina è una battaglia contro se stessa, ogni notte una fuga dalla realtà che si rifiuta di affrontare.
C'è Dorian, l'unico che riesce a toccarla davvero. Lui sa cosa le serve, cosa la fa sentire bene. Con lui non ci sono domande, solo il silenzio assordante del piacere e del dolore che si mescolano in qualcosa di più grande, più oscuro.
Ma mentre Vivienne cerca di mantenere il controllo, il mondo intorno a lei comincia a sgretolarsi. Tra lezioni, pazienti e ricordi sepolti, si trova a camminare su un filo sottile, sempre più vicino al bordo.
Fino a che punto può spingersi prima di perdersi del tutto?
Genere: Drammatico, Erotico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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Capitolo 1 – Sotto la Pelle

Le sue mani erano ovunque.
Le dita scivolavano sulla pelle tesa, lasciando solchi sottili come promesse mai mantenute. Il respiro era spezzato, pesante, e ogni movimento si confondeva con il battito martellante nelle orecchie. La pressione sul collo, il bruciore sulla pelle, il ritmo implacabile.
"Ti piace così, vero?"
 
Lui era lì. Era sempre lì quando lei lo voleva. Quando lo meritava.
 
"Solo io so cosa vuoi veramente."
 
Le parole erano un sussurro velenoso, un eco familiare che si insinuava nel profondo, colpendo le parti di lei che cercava di tenere lontane dalla luce.
"Solo io posso farti sentire così."
 
La lama sottile scivolava lungo la curva del fianco, un piccolo taglio, appena percettibile, e la tensione si dissolse in una cascata di sollievo. Sotto il dolore c'era pace. Sotto il dolore c'era lui.
 
Le sue labbra premettero contro la sua pelle, calde, e tutto si sfocò. Il mondo divenne distante.
 
Poi, il buio.
 
 
---
 
La sveglia trillò con violenza, squarciando il silenzio della stanza.
La mano di Viv scivolò sul comodino, trovando il telefono con dita intorpidite. 6:30. Già. Di nuovo.
 
Si passò una mano sulla pelle nuda, il lenzuolo incollato alla schiena. Il letto era freddo, vuoto, come sempre. Ma lui...
Se n'era andato prima che lei si svegliasse. Certo.
Non c’era bisogno di pensarci troppo.
 
Si tirò su lentamente, cercando di ignorare la fitta di dolore ai fianchi. Le cicatrici erano lì, sotto la pelle, pulsavano come promemoria silenziosi della notte. Un respiro profondo, poi un altro.
"Non pensarci. Alzati."
 
Ogni mattina era una battaglia. Il corpo pesava come se fosse fatto di cemento, e la mente non aiutava. "Ancora cinque minuti," si diceva sempre. Ma sapeva che cinque minuti potevano trasformarsi in ore, giorni, vite.
 
Non c'era scelta. Doveva farlo. Doveva alzarsi. Doveva andare al lavoro.
 
I piedi toccarono il pavimento freddo, e rabbrividì. "Un altro giorno. Solo un altro giorno."
 
Si alzò, trascinandosi verso il bagno, ignorando lo specchio mentre passava. Non c'era niente da vedere. Solo sé stessa. E lei non voleva vedersi. Non oggi.
 
Viv si trascinò fuori dal bagno, ancora avvolta nella patina di quella notte. Si vestì in fretta, jeans scuri e una camicia troppo larga per sembrare almeno vagamente presentabile. Il suo sguardo sfiorò il cellulare: un messaggio di Alex, la sua compagna di corso. "Ci sei oggi? Il prof ha chiesto di te."
Lo ignorò. Non aveva voglia di rispondere.
Il tragitto verso lo studio psichiatrico fu un insieme di passi meccanici e sguardi evitati. La strada era la stessa di ogni giorno, ma sembrava più fredda. O forse era lei che lo sentiva.
Arrivò davanti all’edificio: una palazzina anonima con finestre che sapevano troppo, e porte che sembravano trattenere segreti. Respirò a fondo, un’abitudine inutile, e spinse la porta d’ingresso.
 
"Viv, in ritardo di nuovo?"
La voce di Claire, la segretaria dello studio, la accolse con la solita freddezza. Donna sulla cinquantina, capelli biondo cenere raccolti in uno chignon stretto, occhiali che scivolavano sempre un po' troppo giù sul naso. Il tono era neutro, ma lo sguardo era quello di chi aveva già smesso di aspettarsi qualcosa da lei.
Viv forzò un sorriso, abbassando lo sguardo sulle proprie scarpe. "C’era traffico."
Claire sospirò, senza darle troppo peso. "La dottoressa Curtis vuole che sistemi i fascicoli dei pazienti entro oggi. Ti ho lasciato tutto sulla scrivania."
"Fantastico." Viv annuì, dirigendosi verso il suo posto senza un’altra parola.
 
Nel corridoio si scontrò quasi con Adam, il giovane psichiatra specializzando con cui lavorava. Non era particolarmente alto, poco più di lei, con un'aria casuale che sembrava stridere con la serietà della sua professione. Sotto il camice bianco s’intravedeva una maglietta sbiadita di una band, le maniche corte, lasciando intravedere gli avambracci abbronzati, sottili ma definiti. Aveva occhi grandi e marroni, di quel colore caldo che sembrava capace di vedere dentro senza giudicare, e quando sorrideva—cosa che faceva spesso, anche nei momenti più inopportuni—gli si formavano delle fossette che erano difficili da ignorare.
Viv non voleva ammetterlo, ma c’era qualcosa in lui che la metteva a disagio. Non nel modo in cui le persone normalmente la facevano sentire a disagio, con la loro invadenza o il loro giudizio, ma in quel suo modo di esserci, di esistere senza sforzo, senza maschere.
"Vivienne." La sua voce era sempre così calma, con quell’accento vagamente accademico che la rendeva troppo consapevole di sé stessa—dei suoi limiti, di quello che non aveva ancora raggiunto.
 
Lei lo guardò, un po’ troppo a lungo, prima di rispondere con un cenno appena percettibile. "Ciao, Adam."
Lui inclinò leggermente il capo, osservandola con la sua solita espressione attenta, come se volesse leggerle dentro. "Tutto bene?"
Viv sorrise, troppo in fretta. "Sì, certo. Perché non dovrebbe?"
Adam non sembrava convinto, ma non insistette. "Ricorda che oggi abbiamo la revisione del caso di Martha alle tre. Sarà un po’ complicata, meglio prepararsi."
"Martha... quella ragazza con il borderline. Simpatica quanto le tasse." Viv annuì. "Ci sarò."
 
Sistemò i documenti sulla sua scrivania e si immerse nel lavoro, sperando che la monotonia potesse anestetizzarla.
Poco dopo, una voce familiare la fece sobbalzare.
"Viv! Ti sei persa la lezione di oggi."
Alex si materializzò accanto a lei, borsa piena di libri e un’espressione preoccupata. Occhi scuri e svegli, capelli ricci raccolti in una coda disordinata. Viv la fissò per un istante, prima di tornare ai fascicoli. "Ero occupata."
"Occupata con cosa?" Alex abbassò la voce, occhi carichi di sospetto. "Viv, ci sei? Ultimamente sembri un fantasma."
Viv scrollò le spalle. "Non ho niente, Alex. Sono solo stanca."
La ragazza sospirò, ma non insistette. "Se vuoi parlare, io ci sono. Ti coprirò ancora col prof, ma non posso farlo per sempre."
Viv annuì senza guardarla, sperando che andasse via presto.
 
Nel pomeriggio, la porta della clinica si aprì di scatto, e Martha entrò con la solita tempesta di caos. Capelli scuri tagliati in modo irregolare, occhi spalancati come se cercassero una via di fuga che non trovavano mai.
"Vivienne, sono impazzita, vero?"
Viv sorrise con un’ombra di fatica. "Non più del solito."
Martha si sedette davanti alla reception, tamburellando le dita sul bancone. "Non dormo da tre giorni. Pensi che Adam mi dia qualcosa di più forte?"
Viv scosse la testa. "Sai come la pensa."
Martha si lasciò andare in un sospiro drammatico. "Sempre la solita risposta. Nessuno capisce un cazzo qui dentro."
Viv guardò l’orologio. Le tre erano vicine. Sarebbe stato un lungo pomeriggio.
 
   
 
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