Anime & Manga > Il grande sogno di Maya
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Autore: LubaLuft    11/02/2025    1 recensioni
Questa breve storiella ha per protagonisti due personaggi totalmente inventati, Noriko e Ichiro, che vivono gli avvenimenti raccontati nel volume 32 di Glass No Kamen ("Il grande sogno di Maya" - a me però piace chiamarlo con il titolo originale 😉). Al teatro Sala Ugetsu sta per essere rappresentato lo spettacolo "Lande Dimenticate", che vede come protagonisti Maya Kitajima e Yuu Sakurakoji. Sta per arrivare un tifone, il "numero 9" e Tokyo sarà presto sferzata dalla pioggia e dal vento...
“Posso chiederle come si chiama?”
Lei smise di respirare, poi prese fiato, come per dire qualcosa. Ma non disse nulla.
“Vorrei sapere il nome della persona con cui sono chiuso qui dentro al buio da più di mezz’ora. Possiamo evitare, se preferisce, tutta la fraseologia tradizionale giapponese legata alla presentazione...”
“Noriko. Mi chiamo Noriko Irie.”
“Bene. Mi piace sapere con chi ho a che fare. Io invece mi chiamo Ichiro Mitsukoshi, oppure ‘Deficiente’.”
Ebbe allora la vaga sensazione che lei stesse sorridendo, lì al buio. Ah, poterne essere certo!
“Quindi lo è dalla nascita…” Gli rispose lei con un tono soave. Aveva ragione, in quel tono c’erano i postumi di un sorriso.
Sorrise anche lui, al buio.
Genere: Malinconico, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo Personaggio
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Prima parte

Tuoni e fulmini


Il primo tuono risuonò in lontananza, come l’eco di un fuoco artificiale. Il secondo fu invece uno schiocco secco, come di un muro che cede all’improvviso. Lei gridò per lo spavento e indietreggiando finì direttamente tra le sue braccia.
Istintivamente, pensò a un passo di danza mentre si sentiva afferrare, perché lui l’aveva fatto con delicatezza, rimettendola in piedi.
Aveva sentito le sue braccia che si allungavano per sorreggerla, i suoi addominali che si contraevano. Il suo profumo, maschile ma delicato, tenue. Piacevole. Quel contatto imprevisto le causò un brivido che la fece arrossire. Era tutto dovuto a quella situazione surreale! Quel blackout improvviso piombava in un momento di tensione che non era ancora rientrato ed entrambi avevano il respiro accelerato.
“Tutto bene? Questo è stato davvero forte…”
“Sì. Mi scusi se le sono finita addosso…”
“Di nulla…”
Fuori intanto, l’uragano infuriava.


 

——




“Irie-saaaaan! Va bene così?”
“Ci sei quasi, Naka…! Solleva di più quella gamba!.. Shina, guardati allo specchio, le braccia sono in seconda. Ora piegati lentamente!”
“Irie Sensei! Mi fa male un ginocchio!…”
“Riposati allora, Kaori, per oggi basta. Bambine, altri 10 minuti di demi plié e poi a casa, che sono più stanca di voi!”
Noriko si sedette sul parquet, nell'unica sala prove della scuola di danza "Piccole Stelle". Era esausta. Non avrebbe retto a lungo da sola. Midori, l'amica e compagna di studi all'Accademia, con la quale aveva aperto quella scuola, si era rotta una costola cadendo dalla bici: sarebbe stata obbligata a un riposo forzato per almeno altre due settimane, e Noriko sarebbe stata costretta a dividersi fra la scuola e le prove di Isadora.

Tre lezioni al giorno più le prove erano una routine impossibile da sostenere. La mattina faceva sempre più fatica ad alzarsi ma alla fine ci riusciva comunque e correva prima alla Oosawa e poi, il pomeriggio, rientrava alla scuola per allenare le bambine, rincuorata dal pensiero che prima o poi quel periodo così stancante sarebbe finito.

Quella mattina, in particolare, non era iniziata bene, tutt'altro.
Mancava più o meno una settimana allo spettacolo e lei non aveva sentito la sveglia, arrivando tardissimo alle prove. Era la seconda volta che le capitava nel giro di pochi giorni. Madoka non gliel’aveva fatta passare liscia e si era lamentata ad alta voce, sostenendo che senza il corpo di ballo al completo alle sue spalle non aveva il giusto riferimento spaziale per gestire il suo movimento sulla scena.
Come risultato, il regista l’aveva chiamata da parte e rimproverata a lungo. Sembrava quasi che l’obiettivo di tutti non fosse tanto provare lo spettacolo quanto non innervosire Madoka. Ma, in fin dei conti, chi era lei, semplice ballerina di fila, per protestare?
Si era presa la ramanzina ed aveva continuato a lavorare a testa bassa, ormai conosceva i passi e i tempi alla perfezione. Nessuno poteva sapere che periodo complicato stesse passando e nessuno poteva aiutarla, tutto qua. Tanto valeva quindi rimboccarsi le maniche e tenere duro.
Il pomeriggio, le bambine l'avevano stancata tantissimo ma allo stesso tempo l'avevano riempita di gioia.
Erano entusiaste, attente, allegre. Insegnare loro la danza classica era bellissimo.
Ora, mentre chiudeva la porta di quella piccola, sgangherata scuola di quartiere per tornarsene finalmente a casa, si chiedeva per l'ennesima volta se non era meglio vivere quella vita più semplice e soddisfacente insegnando la danza a un gruppo di bambine meravigliose piuttosto che correre dietro a una prima donna che viveva ogni spettacolo in funzione solo ed esclusivamente di se stessa.

A casa, si infilò nella vasca per un bagno caldo che le sciogliesse quel principio di contrattura alla schiena.
In acqua, si addormentò.


 

——

Spigoli e distanze


A tentoni, lei cercò la parete. Immaginando il corpo di lui ancora dietro al suo, intenzionalmente lo aggirò come una boa in quel mare buio.
La trovò, sentì l’intonaco freddo sotto i polpastrelli. Provò a visualizzare, nella sua mente, la planimetria della stanza: se avesse camminato qualche passo a destra, avrebbe trovato la porta della biglietteria, chiusa e bloccata e, accanto, la sedia sulla quale posava di solito la borsa. Prima della sedia, però, avrebbe trovato la cassettiera di metallo, e infatti ne saggiò lo spigolo.
Si mosse più in là e alla fine trovò anche la sedia. Una volta raggiunta, tutto il resto le apparve chiaramente disegnato nella sua mappa mentale: le altre tre pareti, gli altri mobili e quella figura misteriosamente posizionata da qualche parte vicino a lei.
Gli altri - Kuronuma, Maya, Sakurakoji, gli altri attori, i tecnici… erano tutti lontani, nella sala restaurata di fresco e lei non riusciva a sentirli: si sentivano solo gli scricchiolii, i sibili, il rimbombare continuo dei tuoni. Che ci fosse stato un guasto all'impianto e la luce fosse tornata ma solo sul palco? Doveva essere così.
Erano sicuramente tutti presi dallo spettacolo, allora. Quando si sarebbero accorti che lei non c'era? Che erano in due, imprigionati in quella stanza a causa di una maniglia difettosa?
“Lande Dimenticate”… proprio come loro due.


 

——




Il giorno successivo, si svegliò per tempo e con un vago senso di speranza che le scaldava il cuore. Era venerdì, un giorno migliore degli altri perché quel pomeriggio aveva solo due lezioni e quindi più tempo per riprendersi da tutta quella fatica accumulata.
Uscì di casa fischiettando, viaggiò comodamente seduta in treno e con la sua mente iniziò a fantasticare sul personaggio di Isadora. Quando sarebbe arrivata anche per lei un’occasione del genere? Sapeva che per farsi strada nel mondo della danza la gavetta era lunga però, a ventitré anni, si sentiva ormai pronta per una parte da solista, anche un piccolo spettacolo le sarebbe stato sufficiente. Certo, doveva comunque essere contenta di quella opportunità, dopotutto Isadora sarebbe andata in scena in un teatro Daito, non un posto qualunque, e avrebbe partecipato al Festival delle Arti.
Lei avrebbe potuto indicare tutto nel suo curriculum. Al termine delle repliche si sarebbe guardata bene intorno e avrebbe trovato altre produzioni alle quali aspirare.
Arrivò in teatro in perfetto orario, ma quando entrò in sala prove constatò che Madoka, quella mattina, stranamente, non c’era.
Le sue colleghe erano a riscaldarsi alla sbarra ma parlottavano fra loro a bassa voce.
Frammenti di conversazione le giungevano all'orecchio:
“Ieri era nera. Non le andava bene nulla, continuava a ripetere che eravamo fuori tempo noi…! E la Tachibana a darle ragione! Sarà anche una star ma è piena di sé ed è francamente insopportabile!”
“La penso esattamente come te. Ma io ho sentito…” e si fermò un istante con uno sguardo allusivo.
“Cosa?… “
“Dai, parla!…”
Il gruppetto si era ora chiuso in un piccolo capannello, mentre lei, a poca distanza, trafficava con gli scaldamuscoli.
“Allora… sembrerebbe che sia la Enjoji che il regista Fujimoto stiano tentando di convincere l’attore protagonista di Lande Dimenticate a mollare Kuronuma e a venire qui da noi per interpretare Esenin. La parte, se ci pensate, non è lunghissima ma è fondamentale e Yu… Sakurakoji, giusto…?, Beh, lui farebbe schizzare l’audience, questo è sicuro.”
“Già, è un attore davvero affascinante… era un artista di punta alla Ondine e poi ha vissuto a lungo negli Stati Uniti…"
Le ragazze si guardavano ora con gli occhi a forma di cuore.
“Speriamo che ci riescano, allora…! Sarebbe un bel vedere qui dentro!..."
“Mmm, la vedo dura… li sentivo che ne parlavano, ieri. Lui sembrerebbe quasi irremovibile. E lei non ci sta. Evidentemente non è abituata a sentirsi dire no. E questa cosa la fa infuriare. Sta a vedere che stamattina non sono venuti né lei né il regista perché sono tornati alla carica!…!”
La conversazione si fermò all’improvviso all’arrivo della coreografa, che con un battito di mani richiamò tutte all’ordine.
“Oggi proveremo senza la Signorina Enjoji. Mettetevi tutte in posizione…”
Noriko provò tutta la mattina e il lavoro fu proficuo: incredibilmente, senza Madoka e i suoi nervi al centro della scena, andava tutto più liscio!
Dopo quella lunga sessione, soddisfacente per tutti, la sala prove si svuotò in fretta. Si erano dileguati tutti velocemente, impazienti di rilassarsi o di svagarsi per quell'ultimo fine settimana prima dello spettacolo.
Noriko si attardò nella sala, davanti allo specchio. Era rimasta sola, e le venne un'idea. Si affacciò prima alla porta, nel corridoio. Sembrava non ci fosse davvero più nessuno. Allora accese l'impianto stereo a volume basso e scelse una delle tracce sulle quali Isadora danzava e cantava. Nel giro di pochi istanti, le accadde qualcosa: le sensazioni che aveva provato ascoltando quelle note mentre Madoka le interpretava, diventavano ancora più intense ora che era lei a farle risuonare attraverso il suo corpo. A un certo punto sperò che entrasse qualcuno! Che qualcuno potesse vederla danzare e le dicesse qualcosa, le raccontasse com’era la sua Isadora, qualcuno a cui sarebbe piaciuto vederla. Ma rimase sola fino alla fine, godendo di quella sensazione magnifica fatta di ritmo e vibrazioni. Solo la danza la faceva sentire così.
Quando anche l'ultimo brano terminò, si accasciò sul pavimento, ansante. Tornò in sé e in quel momento le venne come una voglia improvvisa e impellente di andare via, come se avesse paura di farsi trovare in quella situazione, neanche fosse una ladra.
Uscì dalla sala a passi veloci. Non poteva sapere che qualcuno l'aveva osservata, eccome.


 

——

Parole


“Ha trovato la sedia?” Chiese lui.
“Sì. La prenda lei. Io mi siederò a quella accanto allo sportello."
Sentì i suoi passi avvicinarsi e si spostò veloce verso la porta, non voleva che si scontrassero di nuovo.
Un cigolio le fece capire che si era seduto.
Un altro tuono, meno forte del primo ma più lungo, rimbombò. Rumori sinistri provenivano intanto dall’atrio dell’Ugetsu, probabilmente la finestra di qualche locale di servizio che sbatteva. Il vento sibilava sotto la porta.
Restarono in silenzio. Anche lei si era seduta, sulla sedia accanto allo sportello della biglietteria. Ora che erano fissi entrambi in un punto, si sentiva più al sicuro.
“Secondo me, deve essersi bruciata una fase…” Disse lui. E poi "Mi scusi ancora se l’ho spaventata.”
“Lasci stare…”
“Deve avermi preso per un ladro…”
“...”
Non avrebbe trovato granché. Quella sera aveva staccato un unico biglietto ed era un omaggio: aveva fatto entrare solo Masumi Hayami. Veramente una situazione surreale, come era surreale il fatto che nessuno si stesse chiedendo dove fosse finita!... Ma, ripensandoci, Kuronuma e gli altri dovevano essere davvero presi davanti a quell’unico spettatore che valeva una platea intera, era logico. Magari pensavano che era rientrata in sala e che si trovava da qualche parte dietro le quinte.
Quel teatro era strano… nasceva come un cinema e le sale erano al piano interrato. Si concentrava tutto lì sotto, in superficie c’era solo la biglietteria.
Poi lui parlò
“Ho quasi paura che quando usciremo ci troveremo davanti alla fine del mondo...”


 

——




**ORE 8.30**

Noriko spalancò gli occhi e, terrorizzata da quelle cifre che lampeggiavano sulla sua sveglia, capì che la sua vita era appesa a un filo sottile, invisibile. In dieci minuti si vestì, prese la sacca con il suo costume, una barretta ai cereali e si precipitò fuori casa. Aveva altri dieci minuti esatti per salire sul suo treno: quando avesse perso quello, qualunque alternativa avrebbe allungato il viaggio. Avrebbe saltato il riscaldamento, e quello sarebbe stato un rischio, ma le corse che la aspettavano per arrivare alla Oosawa le avrebbero comunque risvegliato i muscoli.
Arrivò alla stazione che il treno di era appena mosso sul binario. Senza fermarsi, cercò con gli occhi un taxi ma il parcheggio accanto alla stazione era deserto. Allora si diresse, sempre correndo, verso la metro.
Trenta minuti dopo, uscita dalla metro, salì su un autobus diretto alla Oosawa. C’era quasi! Due minuti per indossare il costume e sarebbe arrivata in sala prove, per dieci minuti di ritardo avrebbero chiuso un occhio! Ma a un certo punto l’autobus iniziò a rallentare fino a fermarsi. Un semaforo? No, era verde! Allora?…
Si avvicinò all'autista, infrangendo la regola di non parlare al conducente.
“Mi scusi… ma che succede?”
“C’è un’auto in doppia fila.” Rispose lui laconico.
“Cosa??”
“Il solito deficiente.” E lo indicò con un dito, poco più avanti.
I clacson iniziarono a suonare irrequieti.
Dopo cinque minuti che sembrarono un’eternità, il traffico sembrò riprendere lentamente a scorrere.
“Ecco, si è parcheggiato meglio… era ora che si levasse di torno…” L’autista sibilava.
Mentre sfilavano lentamente accanto a quell'ostacolo, Noriko si sporse verso il finestrino. L’auto ora aveva liberato lo spazio di manovra necessario all’autobus per svoltare. Era un’auto nera con i vetri oscurati, molto costosa. Un bel ragazzo in completo scuro ne era sceso e si era appoggiato poi allo sportello, mentre con un sorrisetto mimava un inchino di scuse.
“Deficiente!”
Esclamarono insieme Noriko e l’autista.
Lui doveva aver incrociato lo sguardo assassino di lei perché seguitò a sorriderle, stavolta però con meno ironia e più attenzione. Noriko istintivamente si voltò verso il lunotto posteriore.
Lui continuava a guardarla.


 

——

Silenzi



Per tutto il tempo, lui non aveva quasi mai smesso di parlare. Forse si sentiva in imbarazzo, dopotutto era indesiderato, lì dentro. E lei gli aveva risposto solo a monosillabi, o quasi.
Poi il vento era aumentato di nuovo, come anche i fischi sinistri che riempivano l'atrio. Folate di aria si infilavano sotto la porta. Ma non sarebbe finita mai?
E in tutto quel rumore, lui ora taceva.
Noriko, anche. Gliene aveva dette abbastanza quando la luce era ancora accesa, e ora un po' se ne vergognava. Che cosa le era preso? Era solo con se stessa che poteva prendersela… magra consolazione che sarebbe servita a poco, comunque. Era fuori dai giochi, punto.
Lei sentì un colpo di tosse e il cigolio della sedia. Si era alzato! Che cosa voleva fare?
Avvertì dei passi. Lui si muoveva lungo la parete della porta. Lentamente, quasi a voler misurare il buio. Avanti e indietro.
Era snervante. Ma non poteva starsene fermo e buono?
Chiuse gli occhi, buio nel buio. E vide di nuovo lo scintillio della prima di Isadora alla quale non aveva potuto partecipare. Per come era fatta, le sarebbe bastato anche brillare come una delle sue “piccole stelle” sullo sfondo di quel palco prezioso. E invece non aveva potuto.
Lui si era seduto e ora picchiettava con le dita sulla cassettiera di metallo accanto alla sedia. Un rumore ritmico, sembrava la base di una canzone.
Noriko sospirò, abbastanza rumorosamente.
Lui si fermò di colpo, come se si aspettasse una parola, dopo quel sospiro. Lei non aveva mai preso l’iniziativa, era sempre stato lui a cercare il pretesto per riempire quello spazio pieno di oscurità soffocante.
Soffocante era la parola giusta, ora le mancava l’aria, lì dentro.
Sospirò di nuovo.


 

——




Quando arrivò sulla soglia della Oosawa, erano quasi le dieci.
In sala avevano sicuramente già iniziato, e infatti sentì l’onda sonora investire il corridoio.
Entrò trafelata in sala. La musica si fermò.
Madoka in prima linea e le altre dietro… le altre più una ballerina che occupava il suo posto: era una delle cosiddette “riserve”.
Madoka scambiò uno sguardo veloce con la coreografa Tachibana, la quale fece riprendere la musica con un battito di mani e poi, rivolta a Noriko, le fece segno di avvicinarsi.
Noriko tremava.
Lei andò subito al sodo.
“Irie-san… è la terza volta in pochi giorni che arriva in ritardo. Mi dispiace ma lei è protestata.”
“Come?... Io…”
“Mi dispiace.” Ribadì lei.
“Posso spiegare… mi creda, sono mortificata ma c’è una ragione!”
“Oh, immagino, certo. Ma le sue ragioni non hanno nulla a che vedere con questa produzione. Doveva essere qui almeno un’ora fa per il riscaldamento. Si presenta a prove iniziate. Non è un passatempo, è un lavoro.”

Un passatempo… davvero pensava che lei fosse così superficiale? Stava lavorando come una schiava per non perdersi i pezzi, per essere sempre presente, stava facendo i salti mortali e quella donna parlava di passatempo. Noriko non riusciva più a ribattere, e in quella situazione il suo silenzio poteva passare solo come un tacito assenso a quanto la coreografa le stava contestando. Che senso poteva avere raccontarle la sua vita?
Diede uno sguardo disperato alla sala prove. Stava andando tutto avanti come se lei non esistesse più. La sua sostituta era brava, le ragazze erano perfette, e Madoka anche di più. E il sangue le si raggelò proprio in quel momento, quando i suoi occhi disperati incontrarono quelli freddi e sottilmente compiaciuti della Enjoji - che ci fosse lei dietro… no, non poteva essere! Perché lo avrebbe fatto?
Madoka continuava a fissarla, e ora le rivolse un ghigno fulmineo.
A Noriko, a cui nessuno ormai prestava più attenzione, neanche la Tachibana, non rimase che abbassare la testa e uscire da quella sala. Quando si ritrovò fuori dalla Oosawa, si accorse di indossare ancora le scarpette. Al sole ormai accecante di quel mattino, sembrava pronta per ballare sul cemento. Con un movimento meccanico, sfilò le scarpette, le piegò con cura e le infilò nella sua sacca, tirò fuori le sneakers e le infilò. Intanto le uscivano lacrime altrettanto meccaniche. Seduta sugli scalini dell’ingresso, piangeva senza asciugarsi gli occhi o accarezzarsi le guance come un gesto autoconsolatorio. Le stava accadendo tutto suo malgrado, non riusciva a prendere le redini della situazione, neanche delle sue lacrime.
Poi una voce maschile si rivolse a lei. Era un tono sollecito, lievemente preoccupato ma che conservava un certo distacco professionale.
“Mi scusi, tutto bene?”
Noriko sollevò lentamente il viso e si trovò davanti… il deficiente. L’uomo della doppia fila. Dell’autobus bloccato.
Sullo sfondo, nel parcheggio, vedeva l’elegante auto nera che brillava al sole, le cromature rilucevano quasi violente.
Noriko si era ormai affidata al pilota automatico, che la fece alzare in piedi a fronteggiare il responsabile del suo ritardo, colui che le aveva fatto guadagnare l’uscita dallo spettacolo.
Lui non poteva sapere che cosa le stesse passando per la testa, perché la guardava con simpatia.
“Era lei prima sull’autobus, vero?... Mi permetta di porgerle le mie scuse, ma purtroppo la Signora Enjoji mi aveva affidato una commissione urgente e non potevo…”

La Signora Enjoji?? Il suo autista!! Ecco chi era.
Noriko allora scoppiò.
“Scuse?? Lo sa che cosa mi ha causato con la sua auto in doppia fila? Il licenziamento!!”
Lui impallidì e fece un passo indietro. Lei raccolse da terra la sua sacca e senza degnarlo di uno sguardo si avviò verso il cancello.
   
 
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