Alla mia Shoyo,
Non smettere mai di ardere
da: Eva Fiorentini
Posta in arrivo - Documento condiviso con te: Documento senza titolo 16 (Flusso di incoscienza)
Per iniziare una lettera informale - leggo sul primo sito online che ho trovato sull’argomento - si utilizza generalmente una formula di apertura affettuosa. Un caro o cara seguito dal nome proprio di persona.
Ma questa di lettera e informale ha davvero poco, se per lettera intendi un messaggio, una comunicazione da parte a parte, e per informale intendi qualcosa di semplice e dismesso - leggo ora invece sulla Treccani, sezione sinonimi e contrari.
Perché questo è più un monologo, un viaggio a senso unico. E perchè sono mesi che mi ci arrovello sopra senza cavarne nulla di buono - solo curve, rimandi, un groviglio impossibile e contorto. Quindi se ti scrivo ora e questa cosa in qualche modo ti arriva, non è che ho trovato la quadra del cerchio. E’ solo che quel cerchio stava per diventare bomba e io dovevo togliermela di torno quanto prima - dalla tasca, dal petto, dalla testa, o dal fegato, nemmeno su questo ho le idee chiarissime.
Comunque dicevo, lettera non è, nè tantomeno informale, e diciamoci la verità, con che faccia tosta potrei uscirmene ora, dopo tutto e tutto questo tempo con una formula di apertura affettuosa, un Cara e Isabella, io che Isabella poi non ti c’ho mai chiamata davvero. Senza chiedere il permesso me ne sono sempre fregata, preferivo solo Isa. Chissà se la cosa ti ha mai infastidita.
Tornando quindi al motivo di questo, chiamiamolo, flusso di incoscienza - perchè altro non potrebbe essere - dovrei ricordarti che l’ultima volta sei stata tu. Intendo, a tirare il filo, a battere un colpo. Non ci sentivamo da mesi, avevi preso una scusa qualsiasi. Quindi sta a me, adesso. Niente di più, niente di meno. Una questione di equilibri cosmici e buona prassi.
Per questo un Google Doc, un foglio di lavoro. Per questo ti arrivo inaspettata tra altre scartoffie, una newsletter e lo spam. Così decidi tu quando leggermi o se cestinarmi. Decidi tu se magari entrambe le cose, nell’ordine che preferisci, comunque a modo tuo - che poi è sempre stato l’unico modo possibile. Decidi tu se lasciarmi commenti a margine o revisioni, ma colore testo rosa acceso, magenta, così ti vedo meglio e distinguo tra le righe, così mi ricordo degli esperimenti sui tuoi capelli ricci, magari mi distraggo nel leggerti e perdo.
E quindi un Google Doc, un foglio di lavoro, perché a questo punto delle nostre vite non posso più scrivertela quella lettera informale o inviarti un messaggio qualunque al tuo numero di cellulare - che sì, ho cancellato ma per qualche motivo mai rimosso, troppi dispari. Né seguirti a caso su qualche social media come nulla fosse, magari LinkedIn, poi lasciarti un commento austero sotto la tua ultima promozione, o forse solo un support o celebrate, sparire tra le folla delle altre interazioni, nascondermi.
Nessuna di queste come vedi sarebbe stata una strada navigabile, plausibile: non avrei tirato alcun filo, né bussato ad alcuna porta. Non sarebbe servito a nulla e lo sappiamo tutte e due che sarebbe stata solo una grande, grossa, l’ennesima offesa alla tua intelligenza, e alla tragedia in cui entrambe, insieme, ci siamo ritrovate dentro.
Ecco quindi anche il movente - non il motivo - di questo flusso. Te lo svelo, ma forse lo hai già intuito: la nostalgia. La nostalgia, che non è il tempo trascorso né il mettere le cose in prospettiva. La nostalgia che non se ne fa nulla del righello e la squadra: trovato il suo punto di fuga, tutto il resto può anche sparire. La scena si riarrangia, comunque superflua. La nostalgia che taglia e cuce come meglio crede, come più le fa comodo. E poi è tutto un ricordare le cose meglio di com’erano davvero, come cantavano i Gazebo Penguins - ti ricordi quando siamo andate a sentirli al Locomotiv?
Per questo parlavo di tragedia - oggettivamente un parolone - ingigantendoci sotto la sua lente distorta, ergendoci a paladine, credendoci migliori di quanto in realtà non siamo state.
Però io così ci vedo - vedevo. E adesso posso dirtelo, dirti quello che a modo tuo, a più riprese, mi hai sempre comunque domandato, suggerito, poi supplicato. Quello che in breve avrei voluto da te, da noi, anni fa. Quello che solo ora dopo il tempo trascorso e la nostalgia so mettere non in prospettiva, appunto, ma a parole almeno. Il nome, l’aggettivo corretto, per me, a cui arrivo adesso, da sola, a sipario chiuso.
O parentesi chiusa. Come l’hai - mi, ci hai - chiamata tu.
E lo so, che palle, mamma mia, aggrapparsi così tanto alle parole, alle cose scritte di fretta, di rabbia, la notte. Ma io e te della semantica ne abbiamo fatto un mondo, il nostro - il filo, la porta. Quindi scusami se ci torno sopra per l’ennesima volta, magari con un po’ di stizza e tigna, ma io quelle due curve sopra l’8 e il 9 della tastiera ce le ho ancora infilzate qui in gola, come spine se ne stanno in un punto impreciso tra la trachea e l’esofago.
Io non potevo - e ancora adesso non posso - starci a quell’idea, che tu mi avessi messo tra quelle due spine, appunto, in una parentesi. Non solo me - perché io poi comunque con tutti questi chili e centimetri che mi ritrovo addosso in realtà so farmi piccolissima se me lo chiedi - ma che ci avessi messo noi, la tragedia e i suoi atti. I milioni di minuti di parole e vita di mezzo, gli scleri per l’università, le valigie fatte per scappare di casa, i passaggi che poi alla fine non abbiamo accettato, le raccolte e i libri che abbiamo letto e riletto e sottolineato e regalato, le playlist fatte e rimosse, i film e le serie tv che abbiamo visto, ma soprattutto quelli che ancora ci mancano da recuperare e che l’altra già ama e non vede l’ora di raccontarci.
(Adesso me ne esco una cosa forte, che potrebbe potenzialmente farti del male - guarda da un’altra parte mentre te la dico)
E ti ho odiata per questo.
(Lo so, lo so. E’ proprio da stronzi - con la esse maiuscola e la zeta che sibila, serpeggia in mezzo - dire una cosa del genere. Se ti ha fatto male sentirla, sappi che ha fatto male anche a me dirla.)
Ecco, una cosa forte, da StronZi, ma vera, vera in una maniera as-so-lu-ta, te lo confermo.
Ma io piuttosto che metterci, stiparci - poi dimmi tu come hai fatto perchè io non ci riesco - tra parentesi, avrei voluto strapparci via quel tutto, sradicarci poi farci a brandelli. E così ho pensato di cancellarti, tagliare tutti i ponti, impedirti qualsiasi forma di accesso possibile a questa cittadella oscura. Perché sì, ti ho odiata, ti ho odiata, ti ho odiata, con quel dittongo discendente in mezzo che mi trascina giù con sé ogni volta che ci penso. Da vertigine, o forse proprio il vuoto stesso.
Ti ho odiata e l’ho fatto e l’ho anche detto. Ho detto a Vivian “Non mi sentirai mai più mettermi il nome di Isabella in bocca. E ti prego di non farlo nemmeno tu in mia presenza. La odio, e odierei anche te di rimando se lo facessi”. Ma quante volte poi me lo sono messo in testa, il tuo nome, tra i denti, sotto la lingua, tra le mani e le gambe, da qualche parte comunque riusciva. Perchè, vedi, tra parentesi per me non c’è mai stato. Ha sempre avuto delle dimensioni titaniche.
Allora ho pensato - ingenuamente forse, mentre me lo passavo tra le dita - è perché il tuo è lungo, otto lettere. Il mio solo tre, forse ci stava meglio. Riuscivi a strizzarlo così.
E ora potrà suonarti contraddittorio a sentirlo, ma io ad ogni sottrazione, l’ho tenuto in mente - perchè stronza sì, ma ipocrita meno - che spesso si fanno e dicono cose discutibili per la più antica delle questioni, l'auto-preservazione, anche le peggiori in senso assoluto, oggettivo. Un angolo del mio cuore credendo che questo è esattamente ciò che tu ed io abbiamo fatto: tu mettermi tra parentesi e io odiarti. E che quella cosa invece bella, potentissima, che ci siamo dette - vorrei dirti, giurate - e cioè che mai avremmo pensato male o negativamente dell’altra e sempre ne avremmo voluto il bene, anzi di più, il meglio, fosse vera. Ancora valida.
E guarda bene, odiarti non è la cosa peggiore che io possa farti. Isa, se io ti dimenticassi lo sarebbe.
Odiarti fa parte del gioco. Che se tu mi chiudi la porta in faccia, io gli tiro un calcio e ti mando a fanculo. Se provi a riaprirla, la chiudo a chiave, doppia mandata, adesso vedi se riesci a sfondarla.
Invece se io dalla porta me ne vado, se della porta me ne dimentico totalmente, come nulla fosse stato - la chiave me la perdo pure non so dove - oh quello sì che è il capolinea definitivo. Allora sì che ti voglio male. Non ti voglio affatto.
Quindi mi sono illusa così, che tutti questi mesi - a questo punto anni, quanti sono? Due? Tre? - senza sentirci, tirare il filo o bussare alla porta, siano quel bene, quel meglio, che ci siamo giurate e volute. La paura che se ci scorniamo di nuovo è la fine, il capolinea definitivo, la chiave persa nel tombino. Allora stavolta tentiamo il silenzio che almeno non nuoce, al massimo pizzica, dei giorni scotta ma poi comunque passa. Non è una ferita mortale comunque.
E osserviamo questo digiuno della parola come un’ipotesi sperimentale, tipo paradosso del gatto di Schrödinger.
Ecco, invece della scatola per noi c’è una porta, la nostra, e dietro possiamo ancora essere chiunque, tutti gli universi possibili, insieme. Metti che poi la apriamo, e abbiamo il volto impassibile. O peggio, che tu la chiave te la sei scordata chissà dove, di proposito. Senza alcuna intenzione di andartela a cercare.
Nella mia scatola, dietro la mia porta di tutti gli universi possibili, invece, quelli che mi piacciono di più sono quelli in cui tu semplicemente stai bene, sei serena e tranquilla. Senza dolori ai polsi e pesi sul petto, i magoni. Sei lontana dalla tua famiglia, insegui i tuoi sogni. Tra questi il mio preferito sarebbe quello in cui siamo anche e ancora insieme. Quello in cui io dico e faccio tutte le cose giuste. Quello in cui non ti bacio, di notte a Bologna. Quello in cui non ci permetto di andare oltre.
Quello in cui non faccio l’egoista e l’ingorda - quello in cui tu però non dovresti avere gli occhi più dolci di questo mondo e io l’appetito che di miele non ne ha mai abbastanza.
Quello in cui ti chiedo di venirmi a trovare a Bo, sì, ma un giorno prima, per stare ancora più tempo insieme, aggiungerci minuti. Quello in cui decidiamo di cenare fuori, e non starcene a casa mia che lì è troppo facile lasciarsi tentare. Quello in cui ci facciamo una passeggiata sotto i portici e le torri, poi una tappa a Piazza Santo Stefano che è il mio luogo del cuore e lì davanti dirti “Domani, appena apre, ti porto a vedere le sette chiese, dentro”, limitarci per ora a guardarle da fuori, con la promessa che poi ci torneremo. Quello in cui camminiamo fino a mezzanotte per le vie del centro e la Galleria Cavour che è bella da guardare e schifare perché non possiamo ancora permettercela, o forse mai potremo, con la consapevolezza che la cosa comunque non ci importa davvero. Quello in cui lasciamo che si faccia tardissimo, in cui decidiamo di tornare a casa, non baciarci, ma abbracciarci o semplicemente dormire vicine. Scherzare e dirti “Se non riesci a tenertela nei pantaloni, vado a dormire nella stanza della Mari”, farmi dare una botta in testa per averlo anche solo pensato e quella mano, la tua, poi stringerla forte nella mia, per tutta la notte fino al mattino. Quello in cui ci svegliamo e ti preparo la colazione e parliamo parliamo parliamo, impedendo all'imbarazzo di aver condiviso un letto e le coperte di salire in superficie o farsi largo tra le mille mille mille parole. In fondo non avrebbe senso, motivo di esistere, “Io non dormivo così in pace da mesi, non ho nemmeno preso la melatonina” ti dico. Quello in cui andiamo effettivamente a vedere le sette chiese che sono stupende e ricche di storia, e in cui avrei mille aneddoti da riferirti e dimenticarmeli perchè intanto stiamo parlando d’altro, sicuramente un manga o un libro, l’ultimo letto, e che siamo lì o nel bel mezzo del deserto dei tartari tanto sarebbe comunque uguale. Quello in cui ci inganniamo allo stesso modo incamminandoci verso San Luca, “Guarda che sono almeno 6 km in salita”, solo per pentircene sulla via del ritorno, stremate e rincoglionite, “Però la vista da lassù era una figata incredibile”. Quello in cui poi non abbiamo forza alcuna se non quella di morire di nuovo sul letto, guardarci o guardare qualcosa al pc con la bava alla bocca e le lenti a contatto che avrei dovuto cavarmi dagli occhi molto prima, “Sono una cretina”. Svegliarci di nuovo, prenderci quel caffè con la senpai vicino alla stazione, poi il treno verso Napoli, tenerci per mano, salutarci in un abbraccio che più stretto di così avrei potuto solo aprirmi le costole il giusto da fartici stare dentro. Quello in cui mentre mi allontano dal binario già ti scrivo “La prossima volta dove ci vediamo?”, e pianifichiamo qualche gita fuori, un’escursione o un Comi-con, un altro caffè con la senpai, un aperitivo con Vivian. Quello che vuoi.
Ma soprattutto, quello in cui ti scrivo anche altro e sempre, e non permetto nè a me nè a te né ai malumori giornalieri e tutti gli altri nemici nostri di mettersi in mezzo. E in cui se devo ti mando pure a fanculo la prossima volta che in maniera evasiva provi a dirmi “Vabbè poi ti racconto” e deviare il discorso su altro perchè hai deciso che forse per punizione non vuoi farmi partecipe di qualche tuo cipiglio di turno. E allo stesso modo ti chiedo di mandare me sempre a fanculo se “Non mi permetto”, se preferisco lasciarti fare e darti tempo perchè forse a questo punto della nostra amicizia dovrei saperlo, cazzo, è palese, che tu non vedi l’ora di ricevere un’invasione di campo.
E scusa.
Scusami se ho parlato di amicizia, mi correggo, perché dietro questa porta noi non siamo più amiche - ovviamente. Non siamo amanti, né sorelle - no questo sarebbe altro che da stronzi, proprio crudele. Dietro questa porta tu sei - dovevi essere - la mia alleata.
Eccola, cazzo, eccola la parola che cercavo. Era così semplice, iniziava con la A, non dovevo nemmeno scorrere troppo il vocabolario per stanarla. Tutte quelle volte che tu me l’hai chiesta in maniera subdola e indiretta, poi in piena faccia e a gran voce, sotto le coperte o su un treno, e che io sentivo lì sulla punta della lingua ma non riuscivo a dirtela.
Alleata, alleate.
Dal latino alligare, legare a, strette da un vincolo di alleanza.
Mi piace pensare che il vincolo, il patto, lo abbiamo firmato su un Google Doc, uno tra i mille che ci siamo scambiate - una sbobina, una fanfiction in elaborazione, una confessione d’amore che non potevamo rivelarci altrove se non lì, nell’etere del web. Mi piace pensare che il documento condiviso ci sia arrivato per posta, come ora, oggetto di discussione il bene assoluto dell’altra, la comprensione, la difesa cieca a spada tratta. E’ solo che nel frattempo ce lo siamo perse tra le newsletter e lo spam.
La parola, la quadra, ti dicevo, mi è venuta in mente di recente - tempo trascorso, nostalgia, e forse un po’ di prospettiva. Si è formata tra la saliva e i denti e dalla lingua poi è esplosa fuori, in un audio chilometrico che mandavo distrattamente a Vivian.
Snocciolarla a voce alta mi ha dato un senso di conforto. Trovarla nel mio - nostro - vocabolario intimo, un senso di completezza, compimento. Non potrei descriverci altrimenti, non esiste altro lemma che in sè contenga la medesima quantità di amore e fiducia e quota bellica, tragica che ci ha sempre contraddistinte.
Su questa storia di alleanze e parentesi, vincoli e spine, poi ci torno, ora lasciami fare una digressione, ti prego. Ti prometto che è un po’ il centro della questione.
C’è un libro, e una fanfiction, di cui vorrei parlarti.
Uno esiste ed è di Gabrielle Zevin. Si chiama Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow. Parla di Sam e Sadie, del loro continuo intrecciarsi, inseguirsi tra i livelli della vita e di un gioco che prima scoprono insieme da bambini, poi da grandi costruiscono, in panni e ruoli diversi ma sempre spinti dallo stesso, medesimo obiettivo.
“Every time I run into you for the rest of our lives, I'll ask you to make a game with me. There's some groove in my brain that insists it is a good idea.”
“Isn't that the definition of insanity? Doing the same thing over and over but expecting a different result.”
“That's a game character's life, too,” Sam said. “The world of infinite restarts. Start again at the beginning, this time you might win. And it's not as if all our results were bad. I love the things we made. We were a great team.”
Sam offered Sadie his hand, and she shook it. She pulled him into her, and she kissed Sam on the cheek. “I love you, Sadie,” Sam said.
“I know, Sam. I love you, too.”
L’altra invece non esiste, è mia, e se dovessi dargli un nome forse sarebbe il tuo. Ma non l’ho ancora scritta, come ti dicevo, quindi almeno per il momento resta Documento senza titolo numero 7. (Sì, l’ho iniziata molto prima di buttare giù questo flusso di incoscienza - Documento senza titolo numero 16.) Comunque parla di Kenma e Hinata, di geomag e magneti, di videogiochi e leggi della fisica, degli opposti che si attraggono e le distanze critiche.
Nella mia testa il racconto è un alternarsi di citazioni della Zevin e di un manuale fittizio sul magnetismo, della vita di Shoyo e quella di Kozume, del presente e del passato, ma soprattutto del futuro, di domani e domani e domani. Nella mia testa funziona perché sono rette parallele precise su una timeline definita e ben scandita - i binari e le fermate chiarissime - poi però sul foglio mi inciampo e mi imbroglio. Mi viene da parlare di noi, di una versione che non abbiamo mai vissuto e in cui ci vesto con i panni di questi due - tu Hinata, io Kenma ovviamente. Me la sono fabbricata di sana pianta, non esiste, uno dei mille universi possibili dietro la porta - la scatola e il gatto di Schrödinger.
“We are all living, at most, half of a life, she thought. There was the life you lived, which consisted of the choices you made. And then, there was the other life, the one that was the things you hadn't chosen.”
Prologo - 2020
In questa versione Shoyo è rinchiuso nella sua stanzetta del dormitorio maschile dei Black Jackals causa COVID. Durante la quarantena il piccoletto si butta a capofitto sui videogame online e un giorno qualunque del suo ritiro spirituale in rete, riceve un email anonima tra una newsletter sportiva e lo spam. Lo invita a provare un nuovo gioco - The Maze of Us.
Lui lo apre e preme avvio. Poi schermo nero, un messaggio:
La devastazione, in principio.
Ai confini del tempo, sui cui precipizi stelle muoiono all’inifinito, resistono Ghata e Rook.
Seleziona personaggio con cui giocare.
Hinata clicca d’istinto su Rook, senza pensarci troppo, la scelta così ovvia e facile che a caricamento di pagina gli sembra di essere caduto in trappola. Il tizio mingherlino ma energico saltava da parte a parte dello schermo, tutti i gingilli che aveva addosso gli facevano fare un gran casotto: gli era piaciuto subito tantissimo.
Il pensiero però lo abbandona non appena la prima sfida gli si palesa davanti. Un puzzle. E Shoyo muore, svariate volte, nel tentativo di risolverlo. Poi calcola e valuta lo scenario circostante, un tunnel sotterraneo, forse un labirinto, che ad ogni nuova vita si rimodula e cambia. Che ad ogni nuovo reload ha modificato qualcosa del puzzle stesso, come se qualcun altro lo avesse toccato nel frattempo, rimescolando ogni tassello in sua assenza.
Ghata, deduce, al ventisettesimo caricamento.
“Maybe it was the willingness to play that hinted at a tender, eternally newborn part in all humans. Maybe it was the willingness to play that kept one from despair.”
Stacco. Il primo capitolo ci riporta indietro di diversi anni. 2013 - Zona di influenza.
Un magnete permanente genera un campo magnetico, una regione di spazio in cui agisce una forza su altri magneti o su materiali sensibili al magnetismo, come i materiali ferromagnetici. Questo campo è invisibile ma misurabile, ed è responsabile delle interazioni magnetiche.
Nella zona di influenza magnetica, un materiale ferromagnetico non presenta ancora una risposta visibile, ma i suoi domini magnetici (aree microscopiche in cui i momenti magnetici degli atomi sono allineati) iniziano a subire una leggera perturbazione verso l'allineamento con il campo esterno.
Kozume e Shoyo si incontrano per sbaglio, come nel canon: il primo si era perso una volta arrivato per la trasferta contro il Karasuno e così aveva fatto credere all’altro - “Che cosa stai facendo?”, “Ecco… Io… Mi sono perso”, “E’ la prima volta che vieni qui?”. Se gli avesse confessato il contrario sarebbe suonato completamente fuori di melone, però in fondo Kenma non ci crede, a questa cosa del perdersi, intendo. Ha giocato a troppi videogame in vita sua per ritenerlo possibile, perché nessuno lo è mai davvero, perso. Anzi perdersi è buona parte delle volte strategia pura, intenzionale o meno. Si sonda il terreno, si esplorano percorsi alternativi, si individuano oggetti o bonus nascosti, si incontrano NPC e trame secondarie. Ogni tanto ci si rende conto di essere addirittura sulla strada giusta. Di essere all’appuntamento esatto. Come ora.
Deve essere stata la console che ha in tasca, pensa - calmo e attento. Deve averlo attratto fin lì, perché Kenma non sa nulla di questo tipo che gli si è appena parato davanti eppure ne riconosce la medesima capacità elettrostatica. Questo tipo che vibra, scintilla come mille schermi a LED, e lui si freeza al cospetto di tutte quelle sollecitazioni visive. I capelli di fuoco ne sono un indizio, gli occhi pure: sembrano averlo fulminato sul posto, sembrano averlo acceso e arso al tempo stesso.
“Che t’è successo” gli chiede diretto Kuroo non appena lo trova poco dopo, ora per niente calmo e tutto disorientato. Glielo chiede con gli occhi puntati altrove mentre camminano verso il liceo Karasuno.
“Come lo sai” gli risponde l’altro senza l’accento di una domanda e con la stessa secchezza di una sentenza. Con la stizza di chi si sente accusato. Scoperto.
“Sei irrequieto. Se ti toccassi… Sì, sì, non ti tocco, non ti tocco”, solleva la mano solo a mimarlo,“Probabilmente mi prenderei la scossa.”
Segue un altro salto temporale, al presente, al 2020, il secondo capitolo.
Hinata si è finalmente reso conto di una meccanica fondamentale del gioco. Non propriamente in solo né a squadre: una meccanica di coppia. Ghata appare sul suo schermo, stessa visuale ma distante, altra, e ad ogni nuovo livello sbloccato la dinamica tra loro diventa più chiara: i due personaggi stanno giocando alla medesima partita ma in modalità diverse, con strumenti e capacità opposte, non specchiate ma divergenti, l’una controbilancia, influenza l’altra. E se perdi tu perdo anche io; se vinco o vinci, vinciamo insieme e andiamo avanti.
“What I think you should consider...is the rarity of finding a playmate.”
Capitolo terzo, 2015 - Induzione magnetica.
Quando un materiale ferromagnetico entra nella zona di influenza di un magnete, il campo magnetico esterno causa l'allineamento dei domini magnetici del materiale. Questo fenomeno è chiamato induzione magnetica.
Il materiale ferromagnetico, inizialmente privo di magnetizzazione osservabile, inizia a comportarsi come un magnete temporaneo, assumendo una polarità indotta dal campo esterno.
Forse a questo punto sono andata troppo di fretta ma comunque riassumo e salto agli interliceali fuori dal canon, presupponendo tutto quello che c’è stato. Il liceo, le finali, i coltelli alla gola e il “Siamo solo amici” di Kozume, il fatto che comunque entrambi siano evoluti grazie e in funzione dell’altro, di come l’induzione magnetica abbia prodotto un cambiamento evidente in e per tutti e due.
Hinata Shoyo, 18 anni, punte dei capelli che gli sfiorano il mento e testa piedi impiastrato di sudore, dovrebbe essere un contenuto vietato ai minori, pensa Kenma seduto sugli spalti dell’arena di Tokyo. Una roba da parental control.
Accanto a lui, Kuroo Tetsurou sente di doverlo dire - ribadire - ad alta voce. “Chibi-chan è diventato un bono da paura. E’ una mia impressione o si è alzato un bel po’ dall’anno scorso?”
“Se puoi per cortesia tenertelo nei pantaloni, Kuroo. Saremmo in pubblico se non te ne fossi accorto”
“Ma smettila che stai salivando da 35 minuti buoni”
“Ho fame”
“Non venirmi a raccontare balle che hai meno appetito di Tsukishima. E ho detto tutto”
Kenma conviene, come conviene da 19 anni a questa parte, che è inutile battibeccare con Kuroo Tetsurou. Tanto che tu abbia ragione o meno l’ultima parola ce l’avrà sempre lui. E comunque pure la ragione, anche questa volta. Quindi a quell’ultima steccata tace e riporta la sua attenzione sul campo.
Qualche ora più tardi, Hinata Shoyo, 18 anni, leggermente brillo e campione dei nazionali interliceali di pallavolo 2015, dovrebbe essere un contenuto vietato ai minori e alla distribuzione videoludica in tutti e 6 gli stati sovrani dell’Asia orientale. Almeno l'Asia orientale, precisa Kenma tra sè e sè, altrettanto brillo e incerto se accettare o meno un altro shot di sake da Bokuto. Il sesto, forse. Ha perso il conto.
“Dai, un altro, l’ultimo, Kenma! Per il Karasuno!!”
Kozume però alza entrambi i palmi, li agita in segno di resa. Senza dare troppo nell’occhio si defila ed esce a prendere una boccata d’aria fuori dal ristorante. Tokyo non gli è mai sembrata così in fervore.
Passa qualche minuto che poi la voce di Shoyo si intrufola piano da un capo del suo orecchio all’altro - “Tutto bene, Kenma?” - come in un sogno. E sempre Kenma pensa di essersela immaginata sul serio, gli sorride ma ad occhi chiusi scuotendo piano il capo. Poi ruota la testa ancora incollata alla parete esterna del locale. Lo guarda ed era tutto vero: Hinata Shoyo - matassa di capelli e occhi in fiamme - spunta appena dai noren, quel tanto che basta, come a non volerlo disturbare. Gli sembra di vederlo di nuovo oltre la rete - solo una trama sottile a dividerli, farsi in mezzo.
“Sì, tutto bene” lo rassicura l’altro, sbirciandolo di lato e biascicando un po’.
Shoyo gli sorride di risposta, non dice nulla e gli si fa vicino in silenzio. Contemplano l’aria di festa della città, le grida che da dentro scavalcano le pareti: tutto si muove mentre loro se ne stanno lì, fermi, a respirare insieme.
“E’ stato strano non giocare con te, dall’altra parte del campo”
“Ma io ero lì comunque, Shoyo”
“Lo so, ti ho sentito”
A Kenma non serve urlare, esultare, o farsi stampare la faccia di Hinata su una maglietta - e pure sulle mutande, ma questo lo sa solo Akaashi che purtroppo con Bokuto poi la notte ci dorme - per farsi sentire.
Hinata ne percepisce il campo elettromagnetico da miglia e miglia. Non gli serve nemmeno cercarlo tra gli spalti. Trema ovunque. E l’altro pure, alla sola presenza o pensiero è in costante oscillazione. Il campo magnetico che comunque si attiva, resta acceso, una partita aperta mai interrotta né sospesa, latente.
L’attrazione che si fa più intensa quando poi Shoyo gli si para improvvisamente davanti. Kenma lo guarda ancorando i palmi sudati alla parete retrostante.
“Allora posso?” gli fa l’altro, sottintendendo le ore di videochiamate e messaggi intercorsi da lì all’indietro - fino al loro primo incontro. Gli stati di avanzamento, salvataggi e centimetri fatti verso Kozume che lo hanno portato qui, a questo momento, in cui spera che l’ex nekomata risponda semplicemente sì, per poi baciarlo.
Kenma però non dice nulla, assuefatto, e poi destato dal calore delle labbra dell’altro ad un soffio dalle sue. Si ricorda di averci già giocato a questo livello, a questo ricordo. Nella sua testa finiva, ogni volta, malissimo. L’atto umano che comunque non reggeva mai il confronto di tutta quella tensione accumulata, del magnetismo.
Lo ferma con una mano sulla bocca. “Se ci baciassimo adesso, penso sarebbe tutto piuttosto deludente” gli dice.
“To allow yourself to play with another person is no small risk. It means allowing yourself to be open, to be exposed, to be hurt. It is the human equivalent of the dog rolling on its back---I know you won't hurt me, even though you can. It is the dog putting its mouth around your hand and never biting down. To play requires trust and love. Many years later, as Sam would controversially say in an interview with the gaming website Kotaku, “There is no more intimate act than play, even sex.” The internet responded: no one who had had good sex would ever say that, and there must be something seriously wrong with Sam.”
Stacco, quarto capitolo. E’ di nuovo il 2020 e Shoyo ha raggiunto un livello di avanzamento tale che la trama vera e propria del gioco inizia pian piano a svelarsi aggiungendo tasselli e maggiori informazioni sui personaggi principali. Del moto orizzontale del piano di Ghata, di quello verticale di Rook; dell’ingegno dell’uno e la potenza muscolare dell’altro; del razionale e dell’intestino; dei puzzle e scontri a fuoco con i mostri; delle scelte che si accavallano, addizionano poi annullano; dei reload e vite nuove.
Il momento esatto in cui comincia a capirci qualcosa, qualcuno però bussa alla sua porta. E’ Bokuto in guanti e mascherina sotto ferrata dittatura del loro compagno di squadra Kiyoomi Sakusa. Gli chiede come mai sono giorni che non si fa vedere ai pasti.
La conversazione è breve: Hinata in soldoni gli racconta di questo gioco da cui è presissimo e all’altro si illuminano subito gli occhi d’ambra, sembra una gran figata. Poi qualcos’altro però lo ferma sul posto e gli fa pensare… Mah, perchè quel concept gli suona tanto familiare?
“Devo averlo visto sponsorizzato da qualche parte” gli dice. “Può essere” gli fa di risposta Shoyo senza curarsene troppo.
“I love that world more, I think, because it is perfectible. Because I have perfected it. The actual world is the random garbage fire it always is. There's not a goddamn thing I can do about the actual world's code.”
2016 - Distanza critica
L’induzione magnetica provoca un’interazione tra il magnete e il materiale ferromagnetico, generando una forza attrattiva. La forza cresce in modo inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra i due oggetti, diventando più intensa man mano che si avvicinano.
Durante l’attrazione, si può identificare una distanza critica, ossia un punto oltre il quale la forza attrattiva diventa talmente intensa da rendere inevitabile il contatto o la collisione tra i due corpi.
A questa distanza, le forze resistenti, come attriti o altri campi esterni, non sono più sufficienti per contrastare l’interazione magnetica, e i due corpi si muovono rapidamente l’uno verso l’altro.
Un anno dopo preciso accade una cosa stupida, una coincidenza, che forse a sentirla adesso ti farà sorridere. Data la timeline, Shoyo a questo punto dovrebbe trovarsi già in Brasile: Kozume per qualche motivo pure. Ora, il motivo, appunto, è uno qualsiasi, una stronzata, una scusa idiota per cui lui ha preso e si è fatto miglia per arrivare dall’altra parte del globo.
Immaginavo tipo una convention sul Tech o sui videogiochi, una roba comunque assurda che uno pensa, ma perché proprio in Brasile?
La ragione vera è quel motivo qualsiasi pur di vedere l’altro, perché nel frattempo Hinata si è fatto scivolare di dosso il commento acido di Kenma fuori dal locale dopo gli interliceali, e le videochiamate e i messaggi sono continuati, si sono fatti più fitti e intensi, come la muscolatura e l’abbronzatura del pallavolista giapponese. Qualche sera prima per poco a Kozume non prende un accidenti via cam a vederlo mezzo nudo senza canottiera.
Lo sai dove sto andando a parare, no? La cosa dovrebbe averti già ricordato qualcosa di noi: la trasferta di Kenma si fa ovviamente galeotta e una sera, quella sera accade.
Raggiunta la distanza critica, sarà il caldo o la tequila, ma tutte le buone intenzioni si vanno a far benedire. La resistenza e la paura di conoscere già l’esito possibile di quell'inevitabile contatto collassano, cedono. Cedono come Kozume di fronte a Shoyo di ritorno a casa sua dopo una serata fuori a Rio. Cedono le ginocchia a terra, i pantaloni, poi i boxer, la camicia e il resto. Cedono disperatamente all’ombra della luna, poi glielo rinfacciano la mattina seguente.
“He knew what he was experiencing was a basic error in programming, and he wished he could open up his brain and delete the bad code. Unfortunately, the human brain is every bit as closed a system as a Mac.”
Capitolo sesto, 2020. Gli ultimi defeat e caricamenti di Shoyo lo stanno portando fuori strada. Quel poco che aveva capito adesso sfuma, non gli è più tanto chiaro.
Tra una vita e l’altra, iniziano a flashargli sullo schermo dei ricordi confusi. Le immagini tinte di un’estetica completamente diversa da quella principale, e completamente diversa ogni volta dalla precedente, come salti temporali e buchi neri.
Un box chat sulla sinistra si attiva - non era mai apparso prima. Chiunque stia giocando come Ghata stasera ha la febbre, gli chiede se possono fare una pausa per oggi. Hinata lo avvisa che non c’è nessun problema e scrive subito a Bokuto: “Mensa tra cinque minuti?”, “Sì, tra l’altro ti devo dire una cosa”.
“Sam's doctor said to him, "The good news is that the pain is in your head." But I am in my head, Sam thought.”
2017 - Deformazione magnetica
Se due corpi magnetici collidono o se l’intensità del campo magnetico supera certi limiti, possono verificarsi alterazioni fisiche o strutturali nei materiali coinvolti. Nei materiali ferromagnetici, un impatto violento può causare deformazioni permanenti nei domini magnetici, portando a una perdita di magnetizzazione o a una riduzione della capacità del materiale di rispondere a un campo magnetico.
Questo fenomeno può essere accentuato da surriscaldamento, sollecitazioni meccaniche o variazioni improvvise di campo magnetico.
La collisione è avvenuta, la deformazione magnetica ha alterato senza ritorno, in maniera assolutamente irreversibile l’architettura e il materiale di quello che c’è tra loro.
A questo punto però non so come farlo vedere. Le opzioni sono tante, il più delle volte è uno stacco netto dal Brasile al Giappone e una discussione tra Kenma e Kuroo.
“Kenma!!” Kuroo strappa dalla testa dell’amico cappuccio e cuffie con più forza del dovuto. Forse ha esagerato. Kozume però non si smuove di un centimetro, non gli dà nemmeno un briciolo di soddisfazione, una sfuriata, un “Che cazzo fai!” di risposta, quindi l’altro pensa che pentirsene non ne valga poi tanto la pena. Lascia perdere le buone maniere.
“Che ci fai qui!” grida.
“Questa è casa mia. Se mai tu che ci fai qui, come hai fatto a-”
“Da quand’è che sei tornato??”
Kenma sbircia annoiato l’orario e la data di oggi nell’angolo in basso a destra dello schermo. Fa un calcolo approssimativo, “Una settimana. Credo.” gli dice.
“UNA SETTIMAN-”
“Non capisco che hai da agitarti tanto.”
“Che ho da-” Kuroo aspetta, rallenta. Poi si massaggia le tempie, cercando di ricomporsi. Prosegue, “Kenma.”
In breve prosegue, prosegue dicendogli, Kenma che cazzo ci fai qui in Giappone? Non dovevi rimanertene in Brasile a scopare per sempre felice e contento con Hinata Shoyo?
E di risposta Kozume gli stila, atono e impassibile, una lista plausibile ma comunque poco pertinente di tutti i buoni motivi per cui lui lì non poteva trattenersi più di tanto: il lavoro, il caldo perenne e infernale, la gente altrettanto appiccicosa da scottatura cutanea di terzo grado. E continua nel frattempo a giocare ed ignorare l’altro che vorrebbe poter andare in escandescenza ma sta tentando con tutte le sue forze di fare quello con un po’ più di senno tra i due.
Kuroo Tetsuro. Con un po’ di senno. E’ proprio grave la situazione. Il fondo del barile.
Quindi Kuroo Tetsuro la prende alla larga e spiega edulcorando che secondo lui sono… Tutte balle. Che il motivo è un altro ma vorrebbe sentirlo da lui e non figurarselo. Alchè Kenma, che in realtà dentro è ancora tutto deformato, alterato, rotto in un luogo profondo e oscuro che solo lui e Shoyo conoscono, si gira. Si volta e lo guarda assente. Gli fa, “Chiedimelo di nuovo”
Kuroo è confuso. “Cosa”
“Quello che mi hai chiesto anni fa. Se voglio giocare con Shoyo. Se mi farebbe sentire più motivato.”
“Ma tu non giochi più a pallavolo, che-”
“Chiedimelo di nuovo.”
Kuroo sbuffa, ma decide di stare al gioco. Quella conversazione se la ricorda perfettamente, la sua parte faceva qualcosa tipo, “Se avessimo quel piccoletto in squadra saresti un pochino più motivato del solito?”
“Non potrei mai stare in squadra con Shoyo.”
Tetsu si mette le mani sui fianchi, questa volta non curioso, né confuso, seccato. “E perchè?”
Kenma risponde recitando il suo pezzo a memoria, non una singola parola fuori posto, tutto come anni prima. “Se non mi inventassi sempre qualcosa di nuovo, non riuscirei a stare al passo con lui. E non potrei permettermi di battere la fiacca perchè lo noterebbe subito. Mi sfiancherebbe troppo.”
E anche questa parte Kuroo se la ricorda benissimo. Il suono è il medesimo, il sapore però nettamente diverso.
“Stiamo ancora parlando di pallavolo?”
“Sempre.”
“Cos’è successo a Rio?”
“Shoyo mi ha chiesto di rimanere.”
“He realized that he had made a grave miscalculation when he had ended the friendship with Sadie. His mistake had been in thinking the world would be filled with Sadie Greens, people like her. It was not.”
Capitolo ottavo, 2020. Shoyo finisce il gioco… Ma perde. Muore in un certo senso. Il mondo intorno a lui si dissolve, implode e piega su sé stesso.
Un messaggio appare sullo schermo buio pesto. Simboli arcaici, rune incise che volteggiano in aria in un moto vorticoso, instabile. Il gioco le decifra per lui: i sottotitoli gli chiedono se prima di abbandonare la sessione vuole leggere una lettera da Ghata - un flusso di incoscienza.
Lui accetta, la apre.
(Da qui in poi devo dire che mi sono lasciata largamente e irrimediabilmente influenzare da Arcane e Viktor e Jayce e… Niente, vabbè, scusa sto divagando, torniamo a Hinata)
Una voce fuori campo legge, spiega e racconta meglio la struttura di quel mondo, non solo il labirinto ma anche il sistema esterno, la vita di Rook e Ghata prima della devastazione.
La devastazione era già accaduta millenni prima quando due scienziati rivali ma in qualche modo amici si erano ritrovati a studiarla, predirla, cercare in ogni modo di rallentarne l’arrivo. Qualcosa poi nei loro piani era andato storto e da rivali si erano trasformati in nemici - dimenticandosi, odiandosi e mettendosi tra parentesi - catapultandosi prima del dovuto alla collisione, al disastro su piani temporali distinti.
Rook è in uno futuro, ma monolitico, spento, deserto fino alla linea retta dell’orizzonte. Ghata, invece, è ancora nel passato. O forse in una versione del passato che non avrebbe mai dovuto esistere. Quella che lui e Rook avrebbero dovuto evitare.
La lettera poi continua, restituendo ad Hinata immagini frammentarie, ologrammi tremolanti. Laboratori immersi in una luce fredda, vetrate incrinate, schermi costellati di equazioni in continua mutazione. Due figure discutono, i volti sfocati, come se il sistema non riuscisse a ricostruirli del tutto.
> “Non ci ascolteranno mai. Non abbiamo abbastanza tempo.”
> “Allora ne creeremo altro.”
L’esperimento, il test che va storto, la devastazione che giunge in anticipo e senza preavviso. Poi Ghata torna al dunque, ad ora, gli racconta di un materiale che ha trovato nella sua linea temporale, della medesima composizione del loro primo prototipo. E gli racconta pure che dovrebbe averne trovato un po’ anche lui nella sua. Gli chiede di controllare.
Queste strutture fornite di campi magnetici complessi hanno la capacità di adattarsi, riconfigurarsi e riconfigurare il labirinto che non è quindi un ambiente fisico, ma una rete dinamica e fitta di questi materiali magnetoreattivi.
E ora Ghata ha capito.
Essere stati catapultati in due linee temporali diverse non è stato un errore. È stato necessario.
La loro teoria era corretta, il loro test non era fallito. Avevano solo bisogno di più tempo, più linee, più materiale. Abbastanza da creare un campo magnetico stazionario temporale, capace di generare un “ancoraggio” - un passaggio, un labirinto - non legato ad una singola timeline, e di esistere in uno spazio-tempo condiviso, un luogo “fuori dal tempo”.
> “Rook, capisci cosa significa? Non siamo stati separati per caso. Lo abbiamo già fatto, dobbiamo solo ricostruirlo, stabilizzarlo. Questo è il punto di svolta. Questo è il modo in cui possiamo salvarli tutti.”
La devastazione in fondo era inevitabile, ma forse non si trattava tanto di fermarla. Forse la soluzione era sempre stata un’altra: costruire un canale sicuro, un luogo fuori dal tempo in cui l’umanità potesse nascondersi e sopravvivere.
Ed è per questo che il labirinto esiste.
Shoyo è incollato allo schermo. Il cursore lampeggia. C’è un’ultima frase nella lettera.
> “Se stai leggendo questo, vuol dire che il primo tentativo di ancoraggio è andato a buon fine. Che non è detta ancora l’ultima.”
Sul display appare una scelta:
[ACCETTA] – Rientra nel sistema.
[RIFIUTA] – Chiudi il gioco e dimentica tutto.
Hinata apre il box chat sulla sinistra che per qualche motivo si è appena riabilitato.
Scrive: “Kenma, io rientro, tu che fai?”
“This is what time travel is. It’s looking at a person, and seeing them in the present and the past, concurrently. And that mode of transport only worked with those one had known a significant time.”
2018 - Persistenza magnetica
Una volta rimosso il magnete o il campo esterno, il materiale ferromagnetico può conservare una magnetizzazione residua, nota come rimanenza magnetica. Questa proprietà dipende dalla natura del materiale e dall'intensità del campo a cui è stato esposto.
Se il materiale è rimasto esposto a un campo particolarmente intenso o per lungo tempo, può conservare una magnetizzazione significativa, trasformandosi in un magnete temporaneo.
Shoyo e Kenma non si sentono da più o meno un anno. Non si vedono invece da più o meno venti minuti, o meglio Kozume ha visto l’altro venti minuti fa: Hinata è appena rientrato in Giappone dopo esser stato acquistato per la nuova stagione sportiva da un team di Osaka, i Black Jackals, e oggi disputa la sua prima partita da titolare.
Kuroo ci ha trascinato l’amico a forza - proprio caricato di peso su una spalla - pur di portarlo allo stadio. Vuole che si chiariscano, Kozume è piuttosto contrario e contrariato.
Questo ottavo capitolo vorrei suonasse come un fever dream molto agitato, una corsa contro il tempo mentre il tempo normalissimo continua a scorrere indisturbato nella sua ritmica e consona distribuzione. A percepirlo così però è solo Kenma che di nuovo immerso nel campo magnetico di Hinata, all’arena, si sente vibrare e accendersi tutto.
E la deformazione materiale, architettonica, profonda? Si è risolta?
No, però immagino una cosa. Che Kozume, vuoi un po’ il tempo e il mettere le cose in prospettiva, ma soprattutto aver visto Shoyo giocare in campo - con il tuo amatissimo Atsumu che arde e vibra della medesima carica solare - abbia avuto un’illuminazione. La realizzazione che… Forse è proprio così che doveva andare. E che a lui lì piace stare, distante, sugli spalti, a supportarlo, ammirarlo, guardarlo brillare con chi sa amplificarlo a dismisura, stare al suo passo. Così si sente a posto, all’appuntamento giusto. Così può amarlo, solo in questo modo suo, lontano.
Torna a casa in fretta e furia, chiama il suo team di sviluppatori a raccolta: ha avuto un'idea per un nuovo gioco.
“What is a game?” Marx said. “It's tomorrow, and tomorrow, and tomorrow. It's the possibility of infinite rebirth, infinite redemption. The idea that if you keep playing, you could win. No loss is permanent, because nothing is permanent, ever.”
Ultimo capitolo, 2020. Pagina bianca.
Di questo arco narrativo non ho ancora scritto nulla, nemmeno mezza riga. Ma nella mia testa la conclusione è chiarissima. Shoyo ha capito - un po’ perchè poi Bokuto si è ricordato dove lo aveva già sentito questo The Maze of Us, e un po’ perchè l’altro in chat gli aveva risposto “Sì, Sho, ti aspetto dentro” - che quell’incredibile, intricato universo era opera di Kozume Kenma.
Premendo ACCETTO, Ghata e Rook e chi per loro dietro lo schermo scoprono in questa fase finale che il vero punto del gioco non è vincere, né risolvere un nuovo livello, né tantomeno tentare d’uscire dal labirinto stesso.
Ma renderlo eterno, trovare il modo di estenderlo all’infinito: l’equilibrio perfetto tra collaborazione e competizione, tra amore e quota bellica, tra realtà e finzione, tra l’umanità da salvare e ad ogni devastazione teletrasportare altrove e la loro insaziabile volontà di continuare a costruire, giocare, distruggere, scoprire il loro maze perenne.
Premendo ACCETTO, Shoyo poi capisce anche che sotteso a tutto quello scervellamento c’è un altro messaggio di cui lui e lui solo può essere destinatario. E Kozume il mittente, creatore originario. Il gioco presuppone un parallelismo costante tra la loro vicenda - tragedia - e quella di Ghata e Rook, scienziati formidabili che a loro modo hanno trovato la quadra del cerchio. Un paradosso temporale infinito in cui, caso voglia dovessimo perderci, poi possiamo sempre tornare a giocare.
E che Kenma solo così può dirglielo. Anni dopo, a scoppio ritardato, con un videogame sviluppato per mesi e mesi, ore e ore, costato milioni di yen alla sua casa di produzione.
E io lo capisco, sai. Nella sua follia mi ci rivedo. A trovarsi una via agli altri così tortuosa, complicata per dire una cosa poi semplicissima, a noi che invece questa cosa così semplice appare complicatissima. Spiegare che questo è l’amore che noi proviamo e solo così possiamo dare. Da lontano, su un altro piano temporale, ma comunque perenne, in eterno connesso a quello dell’altro. A distanza di sicurezza dal tuo campo d’attrazione gravitazionale, dal tuo amore assoluto e disarmante, caldo come il sole di Rio e esplosivo come i salti a rete del piccoletto.
Il punto di tutta la storia, della digressione, parentesi, è che Kenma sviluppa il gioco, lo promuove pure, ma non lo distribuisce ad altri se non a Hinata Shoyo - tra l’altro per posta anonima. Perchè a quel labirinto poi lui giochi, gratuitamente, come e quando vuole, senza nulla in cambio. Così come questa lettera informale, no, scusa email, documento senza titolo, flusso di incoscienza, comunicazione a senso unico. Dalla quale non voglio proprio niente, se non che tu capisca.
Capisca che io sono Kenma e i canali sotterranei del Reno a Bologna, tu Shoyo e il Vesuvio che si erge imperioso sulla baia, il golfo di Napoli. Io la nebbia, tu le scosse e i movimenti tellurici ad altissime magnitudo. E che nonostante tutto questo io vorrei tanto costruirci un labirinto, quello in cui ritrovarti sempre, e lì saperci alleate, essere Ghata e Rook.
E capisca che io solo così so amarti in questo modo che a te non è mai piaciuto. E che mi dispiace poterlo ammettere adesso, anni dopo a scoppio ritardato, in questa maniera che tu forse non vedrai nè leggerai mai, tra la newsletter e lo spam.
“And what is love, in the end?” Alabaster said. “Except the irrational desire to put evolutionary competitiveness aside in order to ease someone else’s journey through life?”
Per chiudere una lettera informale - leggo di nuovo sul sito di prima - si utilizza generalmente una formula di congedo calibrata sul tono generale dello scambio, seguita poi dal nome proprio di persona del mittente.
Chissà se c’hai capito qualcosa alla fine, se mi sono spiegata davvero - non credo. Chissà come si chiudono i flussi di incoscienza.
Per sempre tua alleata,
Eva


