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Autore: Imperfectworld01    12/03/2025    1 recensioni
Corre l'anno 1983 quando la quindicenne Nina Colombo ritorna nella sua città natale, Milano, dopo aver vissuto per otto anni a Torino.
Sebbene non abbia avuto una infanzia che tutti considererebbero felice, ciò non le ha impedito di essere una ragazza solare, ricca di passioni, sogni e aspettative.
Nonostante la giovane età, sembra sapere molte cose ed essere un passo avanti alle sue coetanee, ma c'è qualcosa che non ha ancora avuto modo di conoscere: l'amore.
Genere: Introspettivo, Sentimentale, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Triangolo | Contesto: Scolastico, Storico
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Cinquantanove.

Ci misi poco a diventare impaziente e a desiderare che sparissero tutti dalla mia vista al più presto, le mie compagne comprese. Col tempo eravamo diventate un gruppo abbastanza affiatato, con Ginevra in particolare avevo legato parecchio, ma al momento desideravo che lei come tutti gli altri scomparissero con uno schiocco di dita.

C'erano persone che erano davvero lente a cambiarsi, vestirsi, struccarsi, fare qualunque cosa... era davvero irritante.

Inoltre mi ero stufata di dover ripetere a chiunque mi salutasse di non aspettarmi e di andare pure.

Quando finalmente anche le nane insieme alle loro madri ansiose e pressanti si furono dileguate, aprii la porta che dava verso l'esterno. Per un attimo, non vedendolo più, ebbi paura che ci avesse rinunciato e se ne fosse andato. Non l'avrei biasimato, vista l'attesa. L'attimo dopo mi convinsi di essermi immaginata la sua intera presenza quella sera, come se fosse stato un miraggio. L'attimo ancora dopo aguzzai la vista e lo vidi seduto sul marciapiede dall'altra parte della strada.

«Allora?» lo chiamai impaziente, alzando la voce affinché potesse sentirmi.

Sollevò lo sguardo e, con fare insolitamente impacciato, si alzò dal marciapiede e camminò verso di me.

Ritornai dentro lo spogliatoio, con lui al mio seguito. Andai a sedermi su una delle panchine, mentre Filippo rimase in piedi a poca distanza da me.

«Che cosa ti porta qui?» domandai, per rompere il ghiaccio.

«Non avevo niente di meglio da fare» rispose scrollando le spalle. «Anche se sono rimasto un po' deluso, mi aspettavo di vedere molti più tutù sgambati. Invece ce li avevano solo le poppanti» aggiunse e io risi.

I body, o "tutù" come li chiamava lui, li indossavamo solo a lezione; per il saggio avevamo optato, noi del gruppo avanzato, per dei pantaloni della tuta con elastico alle caviglie, ciascuna di un colore diverso, e delle canottiere bianche aderenti, mentre le bambine avevano body bianchi e gonne in tulle di tanti colori diversi.

«Non sai quanto mi rammarico per il fatto che non sia riuscito a vedere neanche mezza chiappa di fuori. Per il resto come ti è sembrato?» domandai, portandomi un ginocchio al petto per stare più comoda. Non che mi importasse realmente della sua opinione a riguardo, ma qualcosa dovevo pur dire. Anche se, a dire il vero, stavo rimanendo un po' delusa. Mi aveva aspettata tutto quel tempo solo per parlare di quelle scemenze? Oppure aspettava il momento giusto per entrare nel discorso?

«Sei stata molto brava» rispose con un piccolo sorriso e mi sentii arrossire.

«Mi riferivo al saggio in generale, non te l'ho chiesto mica perché ero in cerca di complimenti» dissi, dato che non ero mai in grado di accettare degli apprezzamenti nei miei confronti, di qualunque tipo.

«Se avessi voluto farti un complimento, avrei detto che sei stata la migliore. Ma non l'ho fatto, anche perché ho guardato solamente te tutto il tempo e non ho idea di come fossero le altre» rispose prontamente, e portai anche la seconda gamba al petto, per nascondere il mio viso più facilmente e mascherare l'imbarazzo e l'emozione. Cinsi le braccia attorno alle ginocchia.

Calò il silenzio per qualche secondo.

Rimanemmo a fissarci negli occhi, sorridendoci per poi ritornare seri due o tre volte.

«Io e Angelica abbiamo chiuso» disse a un certo punto Filippo, andando al sodo.

«Sì, mi è giunta la voce» mi limitai a dire, rimanendo sul vago.

«Sarai contenta» disse e io corrucciai le sopracciglia confusa, così proseguì a spiegarmi: «Avevi ragione sul suo conto. Comunque sia non posso avercela con lei. Un po' la capisco».

«Avevo ragione sul conto di entrambi» non potei fare a meno di puntualizzare e lui mi fulminò con lo sguardo. «Ma ciò non significa che ne sia contenta.»

In realtà, lo ero. Almeno in parte.

«Quindi questo significa che non provi niente per me?»

A quella domanda, distolsi lo sguardo da lui e lo puntai sul pavimento, il quale era spiacevolmente coperto di polvere e anche di capelli. Emisi una smorfia di disgusto nel notarli e poi tentai di focalizzai su ciò che contava veramente, vale a dire rispondere alla domanda di Filippo.

Era una domanda semplice, ero io che la stavo complicando. Sì o no. Verità o bugia. Ma che senso avrebbe avuto ricorrere alla menzogna se non sarebbe servita lo stesso a nascondere la verità? La risposta era evidente già solo guardandomi.

«Certo che provo qualcosa per te» ammisi, dunque. Provavo un insieme di cose, in realtà. Fastidio, il più delle volte, rabbia, istinti omicidi, ma anche empatia, affinità, desiderio di contatto fisico, incapacità di levarmelo dalla testa.

Sorrise, rivelando la sua solita fossetta. «Questo significa che adesso ci metteremo insieme?» chiese speranzoso, e la mia risposta giunse poco dopo, a deludere prontamente le sue aspettative e illusioni: «No».

«No?» ripeté, confuso e con l'entusiasmo di poco prima spento con più rapidità di una candela dopo un soffio di vento.

«Anche se fra te e Angelica le cose sono finite, questo non cambia le cose per me» replicai, anche se non era ciò che desideravo davvero. Erano le mie paure a parlare per me.

«Ci dovrà pur essere un motivo. Dimmi, che cosa ti ho fatto?»

«Nulla, per adesso. Ma prima o poi...»

«Prima o poi cosa?» mi interruppe, cominciando a innervosirsi. Doveva essere qualcosa di estenuante cercare di starmi dietro durante i miei deliri. «Di che cosa hai paura, Nina?»

Si sedette al mio fianco sulla panchina di legno e io sussultai. Era da diverso tempo che non ci ritrovavamo così vicini e che non tentavo di cogliere le diverse sfumature di azzurro nelle sue iridi o che non cercavo inutilmente di contare tutte le lentiggini sul suo viso.

Di cosa avevo paura? Di tante cose. Troppe, forse. «Tanto per cominciare, ho paura che in poco tempo tu possa stufarti di me, perché obiettivamente non ho nulla di speciale né di intrigante. L'unica cosa che mi contraddistingue è questo carattere insopportabile che mi ritrovo... e suppongo che se ne voglia fare volentieri a meno.»

Inoltre, ero convinta che non sarei mai davvero riuscita ad avere una relazione sana e stabile, né con lui né con nessun altro. Ero cresciuta con l'idea che non bisognasse mai fidarsi di nessuno, e infatti io non ero capace di farlo, non ero mai riuscita a legarmi a una persona al punto da lasciarmi del tutto andare, a mostrare tutte quelle che erano le mie paure e le mie insicurezze, se non in rarissime occasioni. E tutto ciò era alla base di qualsiasi relazione, specialmente quelle amorose.
Ci stavo riuscendo con enorme fatica con Vittorio e Irene, ma con loro era diverso.

«E poi... poi io non le sopporto le coppiette. Le persone innamorate sono così ingenue, e vulnerabili, e totalmente dipendenti dall'altra persona. Io non voglio finire così, voglio continuare a sentirmi libera, indipendente, invece che vincolata a qualcun altro.»

«Secondo me tu hai una visione totalmente distorta delle relazioni» commentò piccato. «Non è così per tutti. A volte, semplicemente, si sta bene insieme e si è felici con l'altra persona» aggiunse ed era quello che mi ripetevano tutti, ma d'altronde io avevo solo avuto esempi sbagliati, la mia idea si era basata su quelle. Benedetta e Maurizio, Irene e Vittorio, i miei genitori...

«Be', tanto anche quando è tutto rose e fuori prima o poi le cose vanno a finire male. L'amore non dura mai in eterno, come tutto del resto. Io per prima cambio idea e umore ogni quarto d'ora, quindi magari potrei stancarmi prima io di quando lo farai te. Invece che illudersi che una storia d'amore possa durare per sempre, penso che sia meglio guardare in faccia la realtà ed evitare di soffrire.»

«E che senso avrebbe vivere se non si è pronti a correre il rischio? Potrebbe durare due mesi come dieci anni, o tre anni come una settimana o magari tutta la vita, ma non significa che non valga la pena viversi questa storia fra noi due.» Mi prese la mano, e lo lasciai fare, totalmente assorta. Capivo il suo punto di vista, era lo stesso di Vittorio, di mia madre, di ogni altra persona con cui mi ero confrontata a riguardo. Ma le volte che avevo provato a comportarmi come mi avevano consigliato loro, a godermi la vita e il presente così com'era senza preoccupazioni per il futuro, alla fine mi ero ritrovata a stare doppiamente male rispetto a prima di farlo.

«Non puoi sapere che cosa accadrà e come influirà sulla tua vita, magari alla fine sarà un bell'insegnamento per entrambi... Io sarei disposto a farmi spezzare il cuore da te altre mille volte, se significasse poter essere definito il tuo ragazzo per un po'.»

Alzai gli occhi al cielo. Ci mancava solo che si mettesse a farmi la paternale. «Smettila di dire frasi scontate» dissi scocciata, ritraendo la mia mano, senza riuscire però, al tempo stesso, a reprimere un piccolo sorriso per via dell'ultima parte della sua frase.

«Non è scontato, invece» ribatté, visibilmente offeso. «È quello che provo. E di te che mi dici?»

Stava davvero mettendo in dubbio i miei sentimenti per lui? Non aveva alcun senso. «Di me? Lo sai già quello che provo.»

«No, so solo quello che dici, ma a questo punto mi chiedo se sia vero. Tu saresti disposta a tutto questo? A correre il rischio di avere il cuore spezzato un domani, pur di stare con me adesso? Perché se non è quello che vuoi, allora non lo voglio neanch'io. Te l'ho già detto una volta: non ho intenzione di rincorrere nessuno, o ci incontriamo a metà strada oppure non se ne fa niente.»

«Non ho mai preteso che mi rincorressi» gli feci notare. Non c'era niente di nuovo in quello che mi stava dicendo, né in quello che gli stavo dicendo io.

Ero in lotta con me stessa. Lo volevo, volevo davvero stare con Filippo, al punto da avere ammesso ciò che provavo più e più volte anche davanti al diretto interessato, ma avevo anche una paura tremenda che ciò che lui provava per me o che io provavo per lui finisse da un momento all'altro.

Se fosse stato la persona giusta forse tutti quei problemi non me li sarei fatti, no? Dicevano tutti che stare con qualcuno era una passeggiata, se si trattava di quello giusto. Eppure la nostra era stata una guerra fin dall'inizio, e sembrava che nessuno ne sarebbe uscito vincitore.

«Lo so» rispose con fare desolato.

Dato che io ero fissa sulle mie idee e lui sulle sue, non c'era molto altro da dirsi. Così, Filippo si alzò dalla panchina e fece per uscire dallo spogliatoio. Stavo per lasciarglielo fare, ma alla fine, senza quasi che me ne rendessi conto, mi ritrovai ad afferrare la sua mano per farlo restare.

Si voltò verso di me con gli occhi sbarrati per via di quel mio gesto improvviso. Di solito era lui a cercare il contatto fisico con me e io a respingerlo, non accadeva quasi mai il contrario.

Deglutii. Poi, senza stare a pensare al prima né al dopo, ma concentrandomi solo sul presente e su ciò che sapevo di volere con tutta me stessa, mi alzai in piedi e annullai la distanza fra di noi facendo scontrare le mie labbra con le sue.

Lo colsi di sorpresa, non si aspettava che cambiassi idea e agissi così in fretta, e a dirla tutta nemmeno io, ma per una volta la mia mente non aveva fatto in tempo a frenarmi.

Filippo ricambiò il bacio e mi attirò più vicino a sé afferrandomi delicatamente per i fianchi, mentre le mie mani andarono sul suo viso e sui suoi capelli.

Non diedi in escandescenze quando schiuse le labbra e le nostre lingue si toccarono, anzi, desideravo ardentemente che accadesse fin dall'inizio, ma sentivo di non essere abbastanza audace per farlo io stessa.
Lo trovavo ancora strano, le nostre lingue che si accarezzavano e si intrecciavano. A differenza della volta precedente, però, non volevo che finisse tanto presto.

Mio malgrado, fu lui il primo a staccarsi e a interrompere quel momento.
Non riaprii subito gli occhi perché non volevo accettare che fosse già finito.

Quando lo feci, vidi che si era irrigidito e aveva assunto un'espressione dura in volto.

Si aspettava una vera risposta da parte mia. Una risposta definitiva. Dovevo prendere una decisione, e smettere di dire e fare cose in continuo contrasto fra di loro.

Arretrai e tornai a sedermi sulla panchina. Con l'indice continuavo a tracciare i contorni delle mie labbra, ripercorrendo nella mia mente il bacio che c'era appena stato.

Sospirai un paio di volte, infine parlai. «V-va bene» bisbigliai.

«È? Non ho capito niente» disse confuso, dato che avevo parlato a voce bassa e in più con una mano sulle labbra, per strapparmi le solite pellicine per via del nervosismo.

«Avvicinati» ordinai, prima di mettermi di nuovo accovacciata con le ginocchia al petto.

Filippo si chinò a terra, così da poter giungere alla mia altezza e sentirmi parlare chiaramente.

I suoi limpidi occhi dello stesso colore del mare mi fissavano così intensamente che faticavo a sostenere il suo sguardo, e anche a respirare normalmente.

Mi prese entrambi le mani fra le sue, così da impedirmi di mangiarmi le parole.

«Ho detto che... che va bene, possiamo provarci» dissi poi, prima di deglutire e distogliere lo sguardo.

«Davvero?» domandò sorpreso, inarcando le sopracciglia e tentando di nascondere un sorriso.

Annuii, sorridendo a mia volta. «Sì, davvero. Però voglio che ci andiamo piano.»

Socchiuse gli occhi. «Che intendi con piano?»

«Scordati di chiamarmi amore o tesoro o...»

«Tanto per me sei e sarai sempre peperoncino» mi interruppe e io lo fulminai con lo sguardo.

«E non voglio eccessive manifestazioni d'affetto in pubblico, non voglio che siamo una di quelle coppiette che danno a tutti il voltastomaco perché non si staccano mai per più di tre secondi» proseguii.

«Quindi posso baciarti ma solo se lascio passare più di tre secondi fra un bacio e l'altro?»

«Smettila di interrompermi e farmi domande stupide!» lo rimproverai. Già partiva male.

«Non sono domande stupide, sei tu che sei una pazza squilibrata! Chi diavolo stabilisce delle regole così assurde? Ti ricordi tutto a mente oppure vuoi che prendiamo carta e penna e sigliamo un contratto?» fece sarcastico.

Lo ignorai e continuai a parlare, per concludere il discorso. «E poi voglio che ci diciamo tutto. Anche se abbiamo paura di ferirci, dovremo essere sempre sinceri se qualcosa non va.»

«Ma dai, chissà perché non mi sorprende questa clausola, dato che sei polemica come poche cose al mondo e senti il bisogno di sindacare su ogni minuscola cosa, specie se mi riguarda, e inoltre...»

Non fece in tempo a terminare la frase poiché lo zittii piazzandogli una mano sulla bocca per impedirgli di dire altro.

Lui reagì dapprima leccandomi il palmo della mano, sapendo che mi sarei scansata con disgusto, dopodiché mi afferrò per la vita per sollevarmi da terra e cominciò a volteggiare in mezzo alla stanza.

In un primo momento provai a divincolarmi; in seguito, dopo essermi accorta che non sarei riuscita a liberarmi dalla sua presa e dopo aver quasi rischiato di cadere a terra per via dei miei movimenti scalmanati, non potei far altro che arrendermi. Avvolsi le braccia attorno al suo collo e attorcigliai le gambe attorno al suo busto per tenermi in equilibrio e mi avvicinai fino a toccare la sua fronte con la mia. «Sei un cretino, mi gira tutta la testa ora» mi lamentai, ma poi sorrisi.

Filippo si allontanò leggermente e storse il naso: «E sentiamo, sono più cretino io oppure tu che vuoi stare con me pur sapendo che sono un cretino?» mi provocò, prima di lasciarmi un bacio sulla fronte e farmi scendere. «O forse è proprio questo che ti piace tanto di me?» aggiunse e io lo fissai con gli occhi ridotti a due fessure, prima di mostrargli il terzo dito.

Poi ritornai alla panca per prendere il borsone con dentro le mie cose. Stavo per afferrarlo dalla bretella per mettermelo a tracolla come di consueto, ma Filippo non me ne diede il tempo perché prese il borsone per portarlo al posto mio. «Guarda che ce la faccio» gli dissi, sforzandomi per mantenere un tono calmo e pacato e non sembrare la solita ragazzina arrogante e sfrontata.

«Non ho dubbi a riguardo, ma voglio comunque essere galante e portartelo io» insistette e a quel punto lo lasciai fare.

Sorrisi e, dopo avergli presi la mano, aprii la porta dello spogliatoio così che uscissimo entrambi di lì.

Cominciammo a camminare mano nella mano, in silenzio. A un certo punto mi sembrò che Filippo stesse per dire qualcosa, ma sembrò ripensarci all'ultimo. «Che c'è?» gli chiesi allora, voltandomi verso di lui e vedendolo con un timido sorriso che sembrava tentasse di nascondere in tutti i modi.

«No, nulla. È che... è che sono felice. Tanto. Se mesi fa, quando ci siamo visti la prima volta e tu mi hai dato quel palo allucinante, qualcuno mi avesse detto che sarebbe andata a finire così, penso che non gli avrei mai e poi mai creduto, eppure in genere sono molto ottimista.»

«Ah, non dirlo a me. Non ci avrei creduto nemmeno se qualcuno me l'avesse detto mezz'ora fa» risposi, e lui scoppiò a ridere, contagiando anche me, sebbene in realtà fossi serissima.

«No, in realtà non è esatto quello che ho detto: non avrei mai immaginato che sarebbe andata a finire così, sì, dato che non è finito un bel niente. È solo l'inizio.»

 

   
 
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