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Autore: PrimPrime    15/04/2025    0 recensioni
Quando Jim Gordon risparmia la vita di Oswald Cobblepot, si trova in una situazione a dir poco scomoda ma pensa comunque di aver fatto la scelta più giusta.
Non sa che questa scelta gli cambierà per sempre la vita...
Inizia a capirlo solo quando, una sera, lo trova fuori dalla porta di casa sua.
Ma Jim, che non ha più fatto avvicinare nessuno dopo la morte di sua moglie, come reagirà alle continue offerte di amicizia da parte di Oswald?
Ambientata durante la stagione 1, tiene conto in modo vago anche di alcuni eventi e personaggi delle stagioni successive.
Genere: Angst, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: Edward Nygma, Gertrud Kapelput, Harvey Bullock, Jim Gordon, Oswald Cobblepot
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Crossing the line'
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Capitolo 4


Dopo che Lee era stata assunta alla GCPD come medico legale, aveva conosciuto Edward Nygma e presto tutta la centrale aveva iniziato a parlare della loro relazione.
 
Ed, in particolare, sembrava al settimo cielo, con il suo sorriso a trentadue denti e la sua apparentemente infinita collezione di indovinelli sull’amore.
 
Jim non lo considerava proprio un amico, ma sicuramente era un collega affidabile e con cui non gli dispiaceva avere a che fare. Era molto meglio lui di altri soggetti che era costretto a vedere tutti i giorni.
 
In quel periodo, però, era arrivato a non sopportarlo.
 
Quindi, quando Ed lo aveva spronato a trovarsi qualcuno, così poi avrebbero potuto fare una cena a quattro, Jim aveva risposto che ci avrebbe pensato su e aveva sperato fortemente che il suo collega se ne dimenticasse.
 
In realtà frequentava Oswald da un po’, ma entrambi tenevano molto alla loro privacy. La loro relazione quindi era pubblica solo per pochi eletti. In pratica solo per Harvey, anche se Erin doveva aver iniziato a sospettare qualcosa, dato che spesso vedeva che erano insieme nell’appartamento del detective.
 
Un’altra persona che apparentemente aveva capito tutto era la madre di Oswald, anche se loro non le avevano detto nulla, ma non si era mai opposta alla loro relazione e così, per il momento, stavano facendo finta di niente.
 
E anche se non erano aperti a riguardo, avevano iniziato a farsi vedere insieme in pubblico, perché ormai il nome di Oswald era pulito. Così, alla fine, qualcuno aveva iniziato a fare congetture su di loro… Ma Jim non confermava mai niente, e nessuno aveva il coraggio di chiedere direttamente a Oswald come stessero le cose.
 
Certo, quando il commissario Loeb aveva iniziato a dispensare frecciatine acide a Jim - come se non bastassero i lavori ingrati che gli affidava - Oswald era intervenuto con il suo potere da sindaco e i suoi agganci da ex criminale per convincerlo a dimettersi. Quindi presto Jim avrebbe avuto un nuovo capo, e sperava con tutto sé stesso che fosse migliore del precedente, anche se sapeva che trovare qualcuno di peggiore sarebbe stato difficile.
 
Per il momento a fare le veci del capitano era Sarah Essen, in attesa che il nuovo capo venisse nominato e trasferito lì.
 
In ogni caso, Jim aveva pensieri ben più gravi in testa, più del nuovo capo in arrivo e dei pettegolezzi sulla sua presunta relazione. Ovvero, Barbara stava per iniziare a frequentare il primo anno di elementari, il che lo preoccupava e agitava non poco. Era persino più nervoso di lei, che era ancora incerta su come si sentiva a riguardo, ma che sembrava felice all’idea di farsi nuovi amici.
 
“Jim, andrà tutto bene,” gli disse Oswald quel giorno, mentre si preparavano a vedere un film tutti e tre insieme, nel suo appartamento. “Barbara è una bambina adorabile, andrà d’accordo con tutti.”
 
Il detective sorrise, sperando che avesse ragione.
 
Mancavano pochi giorni ormai, quindi la sua preoccupazione non faceva che aumentare.
 
Una nuova scuola significava nuovi compagni di classe, maggiori impegni e orari diversi a cui abituarsi. Per fortuna Erin non aveva avuto niente da ridire quando Jim glieli aveva comunicati, altrimenti avrebbe dovuto cercare un'altra babysitter.
 
Jim aveva completa fiducia nei confronti di Barbara, erano gli altri bambini e l'ambiente a essere la vera incognita.
 
Per fortuna non avrebbe dovuto affrontare quel periodo da solo, perché Oswald era spesso con lui e lo sosteneva.
 
Nei mesi successivi alle elezioni, il suo compagno - così si definivano ormai - aveva avuto molti più impegni, essendo diventato sindaco, ma adesso andava meglio perché aveva capito come gestirli, anche delegando parte del lavoro al suo staff.
 
E poi aveva il club di cui occuparsi, come sua attività principale, ma anche lì aveva delle persone fidate che gestivano parte del lavoro.
 
Questo permetteva loro di stare insieme spesso. Sempre se Jim non era costretto a fare gli straordinari al lavoro, il che purtroppo capitava di tanto in tanto. Lui però cercava di non farlo capitare, se possibile. Infatti, per quanto si sentisse in dovere di ripulire la città e prendesse a cuore ogni suo caso, sapeva che la sua vera priorità era sua figlia.
 
Barbara aveva legato molto con Oswald, anche se Jim le diceva ancora che erano amici, non sapendo come spiegarle la vera natura del loro rapporto e temendo che fosse troppo presto per lei.
 
C'erano stati entrambi, per lei, nei momenti felici e in quelli tristi. Persino quando le veniva da piangere ripensando a sua mamma, che non c'era più.
 
E in quei casi Oswald aveva dato il suo sostegno silenzioso alla piccola, lasciando la maggior parte del lavoro a Jim, che gestiva quel tipo di crisi da tempo. Lui lo ascoltava, e guardava lei, con aria sofferente, quasi riuscisse a condividere quello stesso dolore.
 
Si era dimostrato particolarmente empatico e affettuoso nei confronti di sua figlia, e Jim non avrebbe saputo definire a parole quanto era grato di avere proprio lui al suo fianco.
 
Quando il primo giorno di scuola arrivò, il detective si presentò sul posto tenendo Barbara per mano e la sua cartella rosa su una spalla.
 
Dopo aver preso un respiro profondo, entrò e seguì le indicazioni per quella che sarebbe stata la sua aula. Al suo interno trovò diverse mamme con i loro figli, ma nessun papà, e anche la maestra - che gli si presentò subito - era una donna. Insomma, Jim sentì di essere in minoranza, e infatti attirò gli sguardi di molte delle presenti.
 
“Come ti senti, piccola?” chiese a Barbara, mentre le dava la sua cartella.
 
E in realtà avrebbe dovuto capire a colpo d'occhio che lei non era affatto agitata, perché sorrideva e si guardava intorno con aria curiosa.
 
“Va tutto bene, papà. Non essere preoccupato,” gli disse, e Jim si sforzò di sorridere a sua volta, perché sua figlia lo aveva capito perfettamente e stava provando a rassicurarlo.
 
Quindi si decise finalmente a salutarla, così da poter andare al lavoro.
 
Quando arrivò alla centrale, vide che i colleghi erano in fermento e scoprì da Harvey che quella mattina sarebbe arrivato il loro nuovo capo. Sarah Essen aveva fatto un annuncio a riguardo poco prima, Jim se l'era perso perché era arrivato in leggero ritardo.
 
“Com'è la classe di Barbara?” gli chiese Harvey, mentre prendevano posto alle loro scrivanie.
 
Il suo amico era a conoscenza delle sue preoccupazioni, infatti Jim non aveva parlato d’altro nell'ultimo periodo. Doveva essere stato insopportabile, ma se ne rendeva conto solo adesso.
 
“Sembra a posto. Ho conosciuto la maestra e visto gli altri bambini… ma credo sia presto per tirare un sospiro di sollievo,” ammise, decidendo però che avrebbe mantenuto le lamentele al minimo, per non annoiare troppo il suo migliore amico.
 
Non avevano casi in corso su cui lavorare, perciò non restava che aspettare l'arrivo del nuovo capo e sentire le sue direttive, e lui non si fece attendere.
 
Si trattava del capitano Nathaniel Barnes, che diede inizio in grande stile alla sua permanenza alla GCPD chiamando a raccolta gli agenti corrotti, esponendo i loro crimini e licenziandoli all’istante. Sembrava un uomo severo e determinato, proprio ciò che serviva alla città, e Jim ne fu colpito in positivo.
 
Il capitano disse che aveva fatto ricerche su tutti loro e che non avrebbe tollerato trasgressioni di nessun tipo.
 
Quando ebbe finito il suo discorso, chiamò nel suo ufficio lui, Harvey e Sarah Essen. Qui, chiese loro gli ultimi aggiornamenti sulla città e sui principali criminali locali, membri di grosse organizzazioni ancora in circolazione. Lo fece prendendo un vecchio fascicolo ed estraendo le foto o gli identikit di ognuno.
 
Tra di essi c'era, com'era prevedibile, una foto di Butch Gilzean, ma Jim corrugò la fronte quando vide che c'era anche una vecchia foto di Oswald.
 
Scambiò uno sguardo interrogativo con Harvey prima di rivolgersi al suo superiore.
 
“Capitano, con tutto il rispetto, lui non è più una minaccia,” dichiarò, indicando la foto.
 
“Se permetti, questo lo decido io,” rispose duramente, dopodiché sbuffò. “Ho sentito le voci, Jim. Deduco che siano vere.”
 
“Dipende da quali voci ha sentito,” sottolineò il detective, per niente intimorito dal suo atteggiamento.
 
Se anche avessero indagato su Oswald, ormai non avrebbero trovato niente, ma non avrebbe permesso che creassero problemi alla sua famiglia.
 
“Quelle secondo cui staresti frequentando un ex criminale riformato, nonché attuale sindaco.”
 
Jim ponderò con attenzione le sue parole successive.
 
“Se vuole delle spiegazioni le avrà, ma preferirei parlarne in privato.”
 
“E sia,” gli accordò Barnes, in un tono severo.
 
Passarono in rassegna ogni singolo individuo della lista, lasciando Oswald per ultimo. Quando arrivò il suo turno, Barnes congedò gli altri due detective e con lui rimase solo Jim, che si sedette su una delle poltrone davanti alla sua scrivania.
 
“Forza, dammi un buon motivo per non indagare sul conto di Pinguino,” lo provocò Barnes, mettendosi a braccia conserte.
 
Jim serrò la mascella. Non gli piaceva dover giustificare qualcosa che riguardava la sua vita privata, ma sapeva che prima o poi sarebbe successo. Stava solo accadendo prima del previsto, e con nientemeno che il suo nuovo capo.
 
“Era un informatore, ai tempi in cui aveva a che fare con loro,” disse, indicando alcune delle altre foto presenti sul tavolo. “Prima per la Grandi Crimini e poi per me, anche se non in via ufficiale.”
 
“E che mi dici di adesso?” gli chiese, sollevando un sopracciglio.
 
“Adesso è il proprietario di un night club e il sindaco della città. È pulito, non ha più niente a che fare con nessuno di loro,” dichiarò.
 
“Un criminale resta un criminale, soprattutto se non ha pagato per le sue azioni. Ma anche se fosse come dici, può esserci ancora utile come informatore?”
 
Jim sollevò le sopracciglia, sorpreso dalla piega che aveva preso quel discorso.
 
Sì, in effetti era ancora in grado di dargli delle soffiate determinanti nella risoluzione dei casi, però…
 
“No. Non intendo trascinare il mio compagno nelle questioni della GCPD,” rispose, determinato, e solo dopo si accorse di aver ammesso apertamente la natura della loro relazione. “Come dicevo, non ha più niente a che fare con Gilzean o con gli altri, e non voglio dare loro l'impressione che sia meglio sbarazzarsene.”
 
Sperava di essere stato chiaro a riguardo, ma non si sentì del tutto rassicurato quando Barnes annuì.
 
“Rifletterò sulle tue parole,” gli concesse, dopodiché raccolse tutte le foto e le inserì nuovamente nel fascicolo. “Sei libero di andare.”
 
Jim, senza dire altro, si alzò e uscì dal suo ufficio.
 
“Com'è andata la conversazione col capitano?” gli chiese Harvey più tardi, mentre si dirigevano su una scena del crimine.
 
“È andata. È sospettoso nei confronti di Oswald, ma spero che abbia capito come stanno le cose e lasci perdere.”
 
“Come biasimarlo, se Cobblepot non gli va a genio. Francamente, Jim, scommetto che sei uno dei pochi che lo sopporta,” ribatté Harvey, senza nessuna inflessione particolare nella voce.
 
Il suo migliore amico non andava d'accordo con Oswald, questo non era cambiato, ma si erano visti diverse volte in quei mesi a causa del loro rapporto stretto con lui e così aveva iniziato perlomeno a tollerarlo. Il che, per Jim, era abbastanza.
 
Guardò l'ora. Sua figlia sarebbe presto uscita da scuola ed Erin sarebbe andata a prenderla. Jim le aveva lasciato una delega e aveva avvisato la maestra perché la babysitter potesse portarla a casa ogni giorno senza problemi.
 
Aveva chiesto alla ragazza di chiamarlo se necessario, e sperava fortemente che fosse andato tutto bene, ma sapeva che non ricevere alcuna telefonata da lei non avrebbe comunque scacciato le sue preoccupazioni.
 
Erin in quei mesi era maturata molto. Aveva finito il liceo ma non aveva scelto di proseguire gli studi, così si era trovata un lavoro part time da svolgere al mattino. Il che, per la fortuna di Jim, gli permetteva di tenerla come babysitter. Sapeva di potersi fidare di lei, inoltre piaceva molto a Barbara, perciò sarebbe stato un peccato doversi dire addio.
 
In ogni caso, agli occhi di Jim Erin era sempre la ragazzina che aveva assunto l’anno prima, anche se adesso svolgeva due lavori per mantenersi. In questo era ammirevole.
 
Alla fine la babysitter non chiamò mai, il che non rassicurò affatto Jim, proprio come si era aspettato. Poté tirare un sospiro di sollievo solo quando, quella sera, tornò a casa e rivide sua figlia, che lo salutò allegramente come al solito.
 
“Com’è andato il primo giorno di scuola?” le chiese.
 
“Bene, ho fatto amicizia,” gli disse, con un ampio sorriso sulle labbra.
 
Dopo aver sentito la sua versione dei fatti, si rivolse a Erin.
 
“La maestra ti ha detto qualcosa?”
 
“Solo che Barbara si è comportata bene,” rispose la ragazza. “Sembra una maestra molto attenta. Quando sono arrivata si è presentata, e poi l’ho vista parlare anche con altri genitori.”
 
Jim annuì, felice di sentirlo. Evidentemente poteva stare tranquillo riguardo alla vita scolastica di sua figlia.
 
“Oz cena con noi?” gli chiese Barbara, attirando la sua attenzione. “Devo fargli vedere i disegni che ho fatto a scuola!”
 
“E a me non devi farli vedere?” le domandò, mettendo un finto broncio.
 
“Sì papà, anche a te,” gli concesse con un sospiro esagerato che lo fece sorridere.
 
“Mi spiace piccola, Oswald lavora stasera. Lo vedrai domani,” aggiunse, sperando che bastasse per tenerla buona.
 
“Va bene. Intanto li faccio vedere a te,” rispose Barbara, e Jim si sentì soddisfatto.
 
Salutò la babysitter, dopodiché si sedette con sua figlia sul tappeto del salotto e la guardò tirare fuori dalla cartella i quaderni usati quel giorno. La piccola gli raccontò con entusiasmo ciò che aveva imparato, poi tirò fuori i disegni in questione, che raffiguravano degli animali, e gli parlò a lungo di ognuno.
 
 
I primi mesi di scuola andarono bene, tanto che Jim fu in grado di dimenticare le sue preoccupazioni iniziali e rilassarsi. Poi capitò il primo compleanno di uno dei suoi compagni di classe, così il detective dovette sacrificare il pomeriggio di una domenica per accompagnare Barbara alla festa. Il che si tradusse in lui che la teneva d’occhio stando in disparte, nella grande casa del festeggiato, mentre finiva invischiato in conversazioni scomode intavolate dagli altri genitori.
 
Domande sul suo lavoro, su quanto dovesse essere difficile crescere una figlia da soli, eccetera eccetera, mentre una ventina di ragazzini correvano, ridevano e urlavano.
 
Scoprì che c’erano delle madri single tra i genitori dei compagni di Barbara, e quelle furono particolarmente insistenti nei loro discorsi con Jim, perché sembravano aver formato una salda rete di amicizie per aiutarsi a vicenda e volevano coinvolgerlo. Lui però non era interessato.
 
Così, quando ormai si avvicinava il compleanno della piccola, lei lo pregò di organizzare una festa simile e, a malincuore, dovette cedere, ma prima stabilì delle regole. Le disse che avrebbe potuto invitare un massimo di cinque amici e che si sarebbero dovuti comportare bene.
 
Dopotutto, casa loro non era molto grande e, se avessero fatto troppo rumore, i vicini si sarebbero lamentati. Inoltre lei avrebbe dovuto aiutarlo con le decorazioni, perché aveva delle idee molto fantasiose a riguardo, che Jim da solo non sapeva come mettere in pratica.
 
Non lo disse alla bambina, ma un’altra delle regole era che non dovevano assolutamente rimanere altri genitori, oppure il pomeriggio sarebbe stato troppo pesante da gestire.
 
Stabiliti questi punti fondamentali, ordinò la torta, comprò snack e bibite adatte ai bambini e promise a Erin una lauta mancia per l’aiuto che gli avrebbe dato nel tenere d’occhio la situazione.
 
Quella era la prima vera festa di compleanno di Barbara, con gli amici e tutto il resto, e voleva che si divertisse ma anche evitare di impazzire. Sperava di riuscire a raggiungere entrambi gli obiettivi.
 
Presto quel pomeriggio, Erin era già arrivata e stava appendendo i festoni realizzati da Barbara, mentre la bambina diceva a Jim quali dei palloncini colorati gonfiare per primi. Alla fine era lei che dettava le regole, evidentemente.
 
Jim era fiducioso riguardo a come sarebbe andato il pomeriggio, ma si sentiva già stanco. In compenso, tutto il cibo era pronto e la torta era in frigo, perciò non restava che aspettare gli invitati e… beh, mandare via i loro genitori, sperando che, quando sarebbero tornati a riprendersi i figli, non si sarebbero fermati a chiacchierare troppo a lungo.
 
Quando la porta si aprì, poco dopo, Jim sollevò uno sguardo sorpreso e vide entrare Oswald, con in mano un enorme orsacchiotto di peluche sormontato da un fiocco rosa.
 
Barbara inspirò forte per la sorpresa e si alzò per prima.
 
“Quello è per me?” chiese, impaziente, senza nemmeno salutarlo.
 
Oswald trattenne una risata, apparentemente soddisfatto di aver provocato quella reazione.
 
“Sì, piccola. Buon compleanno,” le disse, consegnandolo tra le sue braccia.
 
“Evviva! Grazie!” esclamò, felice, e abbracciò forte il suo nuovo peluche.
 
“È più grande di lei,” commentò Jim, stupito. “Grazie, ma non dovevi,” aggiunse, avvicinandosi a lui e prendendolo per mano.
 
“Ci tenevo,” rispose, dando una leggera stretta alla mano di Jim.
 
“Che ci fai qui? Credevo che avessi da fare al club.”
 
“Era così infatti, ma mi sono liberato. Ho pensato che avresti gradito un aiuto in più per gestire… quanti, sei ragazzini?”
 
“Sì,” rispose e ridacchiò, mascherando la sua preoccupazione a riguardo. “Lo apprezzo molto.”
 
Sapeva che Oswald non era la persona più paziente del mondo e che non andava d’accordo con i bambini, fatta eccezione per Barbara, perciò apprezzò ancora di più la sua intenzione di dargli una mano. Era certo che il suo sostegno silenzioso sarebbe stato abbastanza.
 
Jim avrebbe voluto dargli un bacio, almeno sulla guancia, ma in salotto oltre a sua figlia c’era anche Erin, intenta a finire di appendere una delle ghirlande.
 
“Salve signor Cobblepot,” lo salutò infatti, dopo essere scesa dalla scala che stava usando per raggiungere i punti indicati da Barbara.
 
“Erin,” ricambiò tiepidamente lui, rivolgendole un sorriso di cortesia.
 
Lui e la babysitter non avevano legato affatto, anzi Jim sospettava che gli desse fastidio sapere che una donna gli girava attorno. Anche se, ai suoi occhi, era ancora una ragazzina e Oswald lo sapeva.
 
“Posso aiutarvi con qualcosa?” chiese, guardandosi intorno.
 
“Ti faccio vedere le mie ghirlande!” esclamò Barbara, prendendogli la mano per portarlo con lei all'esplorazione della casa.
 
Jim lo lasciò andare e li guardò per un momento, poi tornò a occuparsi dei palloncini.
 
Oswald ormai aveva la chiave del loro appartamento, Jim gliel’aveva data in quel periodo perché voleva che avesse sempre modo di stare con loro. Un grande cambiamento, rispetto a quando si sarebbe opposto fortemente all’idea di farlo entrare in casa, per timore che potesse fare del male a sua figlia.
 
Quella chiave in realtà rappresentava la promessa di vivere insieme, un giorno. Oswald non si era opposto all’idea, né aveva suggerito un cambio di domicilio, e di questo Jim era grato perché non voleva affrontare un secondo trasloco in così poco tempo.
 
Prima di iniziare a convivere, però, avrebbero dovuto parlare chiaramente con la signora Kapelput e stavano rimandando la questione al momento più adatto, perciò restava un obiettivo fissato per il futuro.
 
Presto arrivarono i primi ragazzini, per la gioia di Barbara, e Jim gestì da solo le chiacchiere con i loro genitori, che per sua fortuna se ne andarono presto. Gli invitati erano due maschi e tre femmine, che Jim sperava non si sarebbero fatti troppo chiassosi ed esuberanti.
 
La festa si fece subito movimentata, tra musica e giochi proposti da Erin. La babysitter stava gestendo la situazione egregiamente, suggerendo le attività da fare ma lasciando la libertà ai bambini di giocare a modo loro, e controllando che non si facessero male.
 
“Per fortuna che c’è lei,” sospirò Jim, tenendoli d’occhio dalla cucina, seduto accanto a Oswald.
 
“È sorprendentemente portata per occuparsi dei bambini,” gli concesse Oswald.
 
Il peluche che aveva regalato a Barbara sedeva con loro su una sedia libera, quasi fosse un ulteriore invitato che partecipava in silenzio alla festa.
 
“Non ti va proprio a genio, vero?” gli chiese, prendendo la sua mano sinistra e accarezzandone il dorso con il pollice.
 
“Non è questo, ma… a volte mi sembra che ti veda più spesso di quanto ti vedo io,” ammise, corrugando la fronte.
 
“Questo perché siamo entrambi molto impegnati. Ma ehi, Erin non si ferma a cena qui, né a dormire,” gli fece notare, il che provocò un sorriso del suo compagno.
 
“Giusta osservazione,” rispose, spostando lo sguardo su di lui, ma solo per un momento.
 
Poi tornarono entrambi a guardare come Barbara si stava divertendo a giocare con i suoi amici.
 
“Non abbiamo nemmeno tanta confidenza,” continuò, volendo essere certo di averlo rassicurato. “Mi chiama ancora per cognome, e a me sembra sempre la studentessa delle superiori che ho assunto l’anno scorso. Però ho sentito che si è trovava un ragazzo adesso, e sono preoccupato all’idea che una sera, tornando a casa tardi, potrei trovarlo qui con lei.”
 
Oswald ridacchiò, capendo che stava esasperando la situazione di proposito.
 
“Meglio per loro se non provano a fare uno scherzo simile,” commentò, senza guardarlo negli occhi.
 
Il campanello suonò e Jim corrugò la fronte. Non aspettavano altri ospiti, quindi speche non fossero i vicini, venuti a lamentarsi del baccano - contenuto - che i bambini stavano facendo.
 
“Vado a vedere chi è,” dichiarò, lasciando la mano di Oswald.
 
Non appena aprì la porta, schiuse le labbra per la sorpresa.
 
“Mamma?” disse, incredulo.
 
Sua madre si era presentata lì senza preavviso, il che non lo rendeva propriamente felice.
 
“James, che bello vederti dopo tanto tempo,” lo salutò lei, stringendolo in un abbraccio veloce. “Dovreste venire a trovarmi più spesso! E dov’è la mia nipotina?” chiese.
 
Guardandosi intorno, sembrò stranita da tutte le decorazioni e il caos.
 
“Nonna!” esclamò Barbara, che l’aveva finalmente notata, e le corse in contro.
 
“Eccoti piccola mia,” la salutò lei, felice, piegandosi per essere alla sua altezza per poi accarezzarle i capelli. “Tanti auguri di buon compleanno,” aggiunse, consegnandole un piccolo pacchetto.
 
“Grazie! Papà, posso aprirlo?” chiese lei, impaziente.
 
“Aspetta dopo la torta,” le rispose, e la bambina obbedì appoggiando il pacchetto insieme ai regali portati dai suoi amici.
 
“Vedo che le hai organizzato una piccola festa. Mi sorprendo del fatto che tu riesca a gestire tutti questi bambini da solo,” commentò sua madre, che sembrava felice di ciò che stava vedendo.
 
Proprio in quel momento Erin tornò dal bagno, dove era andata per mettere un cerotto sulla gamba di un bambino che era caduto. Sua madre la squadrò da capo a piedi, improvvisamente seria, e anche la ragazza si accorse di lei.
 
“James, mi meraviglio di te. È poco più che una ragazzina,” commentò mettendosi a braccia conserte, senza toglierle gli occhi di dosso.
 
Erin sgranò gli occhi e rimase ferma sul posto, come pietrificata dalle sue parole.
 
Jim aveva fatto l’errore di accennare a sua madre che stava frequentando qualcuno, durante una delle loro ultime telefonate. Il punto era che lei si era dimostrata preoccupata, sapendolo lontano a crescere Barbara da solo, e così Jim aveva parlato troppo. Adesso però sua madre stava traendo conclusioni affrettate.
 
“Lei è la babysitter, Erin,” dichiarò, salvandola da quella situazione imbarazzante.
 
“Ah, certo,” disse sua madre, rilassando le braccia e sospirando per il sollievo. “Margaret Gordon, piacere di conoscerti cara.”
 
Jim guardò le due che si stringevano la mano e cercò Oswald con lo sguardo, trovandolo seduto in cucina dove lo aveva lasciato, solo che adesso sembrava più pallido del solito.
 
“Scusa,” mimò con le labbra, senza emettere un suono.
 
“Allora James, dov’è la fortunata?” chiese sua madre, riportando la sua attenzione su di lui.
 
In quell’esatto istante Erin tornò dai bambini, forse capendo che stavano per avere un discorso scomodo. Molto scomodo, temeva Jim.
 
Sua madre era vedova, come lui, perciò gli aveva offerto molto sostegno nel primo periodo. Lo aveva cresciuto da sola e non si era mai risposata anche se, dopo quindici anni circa trascorsi a fare la mamma single, aveva trovato un nuovo amore. Dopo quindici lunghi anni.
 
Jim aveva aspettato poco più di un anno, e “la fortunata” nel suo caso era un uomo. Sua madre sapeva che lui era bisessuale ma, ne era certo, non avrebbe approvato.
 
Trattenne un sospiro. Aveva trent'anni, poteva farcela ad affrontare quella situazione! Anche se, francamente, avere intorno sei ragazzini urlanti non era d’aiuto.
 
“Che ne dici se ne parliamo in privato?” propose, mettendo una mano sulla spalla destra di sua madre e indicandole il corridoio con l’altra.
 
Lei ne sembrò sorpresa, però non si oppose e si lasciò condurre fino alla stanza di Barbara. Qui, mentre si guardava attorno con aria curiosa, Jim socchiuse la porta e inspirò per prendere coraggio.
 
“Questa camera parla chiaro del tuo rapporto con tua figlia. Ha scelto tutto lei, non è vero? E quanti giocattoli…” commentò distrattamente, mentre si sedeva sul letto della bambina.
 
Non era stata una madre severa, ma aveva imposto a Jim delle regole che, se ne rendeva conto adesso, lui non aveva dato a sua figlia. E preferiva così.
 
Barbara aveva scelto praticamente tutto della sua cameretta, persino il colore con cui dipingere le pareti, e Jim era stato ben felice di assecondarla. Aveva perso la madre da poco e lui aveva voluto trasmetterle quanto ci tenesse a lei. Certo, a volte si lasciava sopraffare e diventava chiaro che Barbara fosse la regina della casa, ma poco importava.
 
Era una bambina gentile, educata e che sapeva rispettare le regole, anche se a volte dimostrava di avere moltissima energia, e lui non l’avrebbe cambiata di una virgola.
 
“Mamma, perché sei venuta senza preavviso?” le chiese, innanzitutto.
 
Era la prima volta, la primissima, che si presentava a casa loro. Di solito era il contrario. Per quanto Jim non andasse d’accordo con Carl, il suo compagno, si assicurava di andare da loro ogni tanto, anche e soprattutto per Barbara. Quindi che ci faceva lì?
 
“Ho pensato di farvi una sorpresa, per il compleanno di Barbara. A proposito, ho lasciato la mia valigia in macchina.”
 
Jim schiuse le labbra, spiazzato.
 
“Per quanto ti fermerai?”
 
“Una settimana o giù di lì. Carl non avrà problemi a prepararsi da mangiare da solo, una volta tanto,” sorrise, evidentemente felice all’idea di passare qualche giorno con figlio e nipote.
 
Peccato che Jim era del tutto impreparato a quell’eventualità.
 
“Ti ricordo che io lavoro, non sono a casa spesso.”
 
“E che problema c’è? Starò con Barbara. La sua babysitter gradirà un po’ di tempo libero, dopo oggi.”
 
Jim sospirò, non sapendo come ribattere, ma quella rottura della loro quotidianità non lo entusiasmava affatto.
 
“Adesso mi dici perché siamo qui?” chiese, sollevando un sopracciglio.
 
“Perché devo dirti una cosa e temo che non ti piacerà. Ma è una cosa davvero importante… e se mi giudicherai su questo, dopo puoi anche andartene.”
 
“James!” esclamò lei, indignata, e corrugò la fronte. “Sono tua madre. Forza, dimmi di che si tratta,” lo spronò, in un tono calmo.
 
“Okay,” rispose e sospirò. “Ricordi quando andavo alle scuole medie e hai capito che mi piacevano i ragazzi? Allora mi dicesti che non c’era niente di sbagliato in me, ma che avrei fatto meglio a trovare una donna da amare e a mettere su famiglia con lei...”
 
Sua madre gli rivolse un’espressione smarrita.
 
“Non capisco dove tu voglia arrivare.”
 
“Fammi parlare e lo capirai. Io… amavo Barbara, lo sai, e non ho mai più fatto entrare nessuno nella mia vita dopo di lei. Almeno fino a poco tempo fa. Ma quel qualcuno, mamma, non è una donna.”
 
“Oh… Avrei dovuto tenere in considerazione questa possibilità,” rispose, in un tono neutro, e abbassò lo sguardo sulle proprie mani.
 
“L’hai presa decisamente meglio di quanto mi aspettassi,” commentò Jim, rilassando le spalle.
 
“Ma no figliolo, sapevo che sarebbe potuto succedere, solo non lo avevo messo in conto. Pensavo che quello fosse un periodo e che ormai fosse acqua passata.”
 
“No mamma, non era un periodo. Ero io,” sottolineò, corrugando la fronte.
 
Era a dir poco imbarazzante affrontare quel discorso adesso, superati i trent’anni, ma immaginava che sarebbe potuta andare peggio.
 
“Comunque non importa, possiamo tornare di là,” annunciò con un sospiro e riaprì la porta.
 
Sua madre uscì per prima. Malgrado l’argomento della loro conversazione, sembrava avere l’aria soddisfatta, il che secondo Jim era positivo. Adesso non restava che presentarle Oswald e sperare che andasse tutto per il meglio.
 
Jim si sorprese di vedere che non era più in cucina. I bambini dovevano averlo coinvolto in un gioco, perché adesso sedeva su una sedia in salotto e teneva in mano una ciotola in cui c’erano dei foglietti accartocciati. Dopo aver osservato la situazione per un secondo, Jim capì che i bambini stavano mimando qualcosa, le parole scritte su quei foglietti presumibilmente, ed Erin teneva il conto dei punti delle due squadre in cui si erano divisi.
 
Oswald si accorse del ritorno di Jim solo quando lui gli mise una mano sulla spalla, quindi alzò lo sguardo con aria preoccupata. Sua madre intanto era andata in cucina a prendersi da bere.
 
“Non hai qualcosa di alcolico, figliolo?” chiese da lì, non curandosi dei bambini all’ascolto.
 
“No mamma, non oggi,” sottolineò.
 
Non avrebbe mai lasciato alcolici in giro durante la festa di compleanno di Barbara.
 
“Oswald,” disse poi a bassa voce, tornando concentrato su di lui. “Ti va bene se ti presento come si deve? Le ho già detto che sto frequentando un uomo, quindi non dovrebbe andare tanto male,” specificò, anche per rassicurare sé stesso.
 
Il suo compagno schiuse le labbra e gli rivolse uno sguardo sorpreso.
 
“Credevo che mi avresti presentato come un amico,” rispose, ma non sembrava opposto all’idea.
 
“No, non voglio mentire su di noi anche con lei. Certo, la situazione non è delle migliori, ma direi di toglierci il pensiero ormai.”
 
“Papà, disturbi il gioco,” gli fece notare Barbara, avvicinandosi per pescare un bigliettino.
 
“Scusa, tesoro, ma devo rubarvi Oswald per un momento,” le disse, prendendo la ciotola dalle sue mani e passandola a Erin.
 
“Nooo,” si lamentò piano Barbara, mentre gli altri bambini le facevano eco.
 
“Stai facendo faville,” commentò, divertito, e offrì una mano a Oswald.
 
Lui la prese e si alzò in piedi. Il suo sorriso era decisamente uno di quelli nervosi, il che rendeva l’idea di quanto fosse teso per ciò che stavano per fare.
 
Jim diede una stretta leggera alla sua mano, un po’ per rassicurarlo e un po’ per farsi coraggio un’ultima volta, mentre procedevano verso la cucina.
 
Sua madre stava bevendo un bicchiere di cola quando la raggiunsero. Un’immagine, quella, che Jim non aveva mai visto in vita sua. Lei era più da vino o, se proprio non c’era, semplice acqua.
 
“Mamma, ti presento Oswald. Il mio compagno,” disse, sperando che la sua reazione fosse ancora una volta pacata.
 
Lei rivolse uno sguardo sorpreso a suo figlio, poi squadrò Oswald come aveva fatto prima con Erin, solo senza sembrare severa questa volta.
 
“È un piacere conoscerla, signora,” intervenne lui, offrendole la mano.
 
Lei esitò un istante prima di stringerla.
 
“Margaret Gordon,” si presentò, senza nessuna inflessione nella voce.
 
Oswald le sorrise, malgrado lei non stesse facendo lo stesso.
 
“Da quanto tempo vi frequentate, tu e mio figlio?” gli chiese.
 
“Da circa nove mesi, giorno più giorno meno.”
 
Sua madre sgranò gli occhi e rivolse la sua attenzione a Jim.
 
“Perché io l’ho saputo solo il mese scorso?” sottolineò, e lui si grattò la nuca per stemperare l’imbarazzo.
 
“Perché temevo che avresti reagito male. Non sarebbe successo?”
 
“No. Beh, forse, ma non ti giustifica affatto.”
 
Il sorriso di Oswald si fece più genuino mentre assisteva a quello scambio.
 
“E dimmi, Oswald, di cosa ti occupi?” continuò, forse intenzionata a fargli il terzo grado.
 
“Sono… il proprietario di un club,” rispose, e Jim fu in grado di leggere l’insicurezza sul suo volto.
 
“Un club sportivo?” indagò sua madre, inarcando le sopracciglia.
 
“Un night club, in verità.”
 
“Ah. E immagino che vi siate conosciuti lì.”
 
Eccolo, il suo tipico atteggiamento giudicante.
 
“Hai frainteso,” intervenne Jim. “Oswald è anche il sindaco di Gotham.”
 
Sua madre corrugò la fronte.
 
“Un uomo di politica, allora. Questo è inaspettato.”
 
“Oooooz!” lo chiamò Barbara dal salotto, facendo voltare tutti e tre.
 
Sembrava che si fosse dimenticata del suo papà, ma in effetti gli stava offrendo l’opportunità di mettere fine a quel discorso scomodo.
 
“Il dovere chiama,” disse loro Oswald, e dopo aver rivolto uno sguardo dispiaciuto a Jim tornò dai bambini.
 
“Almeno va d’accordo con Barbara,” commentò sua madre storcendo la bocca.
 
“Che c'è?” le chiese Jim, corrugando la fronte.
 
“Niente. Solo non immaginavo che fosse questo il tuo tipo… Dimmi, come ha fatto a farti cedere?”
 
Udito quel commento, Jim era praticamente pronto a mandarla via, ma lei parve notarlo e gli rivolse un sorriso tirato.
 
“Ho capito, è una tua scelta e io non posso giudicarti per questo.”
 
"Né puoi giudicare lui,” insistette.
 
Perché Jim poteva sopportare quel lato di sua madre, ma non voleva che anche Oswald ci dovesse fare i conti.
 
“Accordato. E non temere, mi fermerò solo un paio di giorni. Scherzavo prima, riguardo a Carl. Sarebbe perso senza di me.”
 
Jim si sentì un po’ più sereno.
 
“Per la cronaca, sono io che mi sono innamorato per primo. Per lui ero solo un amico.”
 
Sua madre gli rivolse uno sguardo sorpreso e poi tornò a osservare Oswald da lontano.
 
“E in realtà… Non abbiamo ancora detto a Barbara che stiamo insieme, perciò ti prego di essere discreta a riguardo,” aggiunse, con un sospiro.
 
“Oh Jim, questo non va bene…”
 
“Non so come gestire la cosa,” ammise.
 
“Parlale, andrà meglio di come credi. I bambini certe cose le capiscono, e mia nipote è una bimba particolarmente sveglia.”
 
Jim sorrise e annuì. Avrebbe seguito il suo consiglio e sperato in bene. Dopotutto, andava fatto se davvero volevano iniziare a convivere.
 
“Bambini, che ne dite di mangiare la torta?” propose, qualche minuto dopo.
 
Tutti sembrarono entusiasti all'idea.
 
Barbara spense le candeline, poi Jim tagliò una fetta per ognuno e si sedette tra Oswald e sua madre. Dopo il momento della torta venne quello dei regali, quasi tutti giocattoli che la resero molto felice. Poi ripresero i giochi.
 
Lentamente, verso l'ora di cena, i genitori arrivarono a prendere i loro figli. Jim era segretamente grato del fatto che Barbara non avesse fatto amicizia con i figli delle madri single, altrimenti avrebbe dovuto affrontare delle conversazioni più lunghe, e loro avrebbero tentato di curiosare nella sua vita.
 
Mentre gestiva i genitori degli invitati, notò che Oswald e sua madre stavano avendo una conversazione pacata in cucina, il che lo fece sorridere.
 
“Di cosa avete parlato, poco fa?” chiese a lui, mentre iniziavano a rimettere tutto a posto.
 
“Di Barbara. Tua madre mi ha chiesto come sta andando a scuola e se si comporta bene con noi. Comunque sia, temo di non piacerle.”
 
“Non è così. Dobbiamo solo darle il tempo di abituarsi all’idea,” ipotizzò.
 
Oswald sospirò.
 
“Spero che tu abbia ragione.”
 
“Fidati. Mia moglie non le era mai piaciuta e quello sì che era palese,” aggiunse, riportando alla mente il giorno in cui gliel'aveva presentata.
 
In confronto, quel pomeriggio era stato una passeggiata. Bambini esuberanti compresi.
 
In ogni caso, Jim era esausto. Erin era tornata a casa, perciò a rimettere a posto il casino rimanevano solo lui, sua figlia e Oswald. Anche sua madre, in realtà, ma si stava limitando a dare ordini.
 
Ecco da chi aveva preso Barbara.
 
 
—-------
 
La madre di Jim si era trattenuta a casa sua per tutto il weekend e il lunedì successivo, poi era ripartita. 
 
Oswald non ci aveva avuto molto a che fare, ma sabato e domenica era rimasto con loro a cena, e in quelle occasioni la donna gli aveva fatto molte altre domande e aveva tenuto d’occhio le sue interazioni con Jim e con Barbara. Il suo comportamento lo aveva messo abbastanza in soggezione, il che era una novità per lui, ma si trattava della madre del suo compagno. Inoltre gli aveva fatto capire di non approvarlo, ma non aveva mai detto nulla apertamente, anzi si era sempre dimostrata cordiale.
 
Per fortuna non si era trattenuta a lungo, e così erano tornati a vivere la loro quotidianità a tre - più Erin, purtroppo - senza subire alcuna conseguenza.
 
Era passata poco meno di una settimana da allora, e Oswald aveva riflettuto molto sul fatto che la madre di Jim adesso sapesse di loro, mentre la sua no. Perciò quella mattina, vedendola seduta a scrivere la lista della spesa, si trattenne di più con lei, con l’intenzione di trovare il coraggio necessario per dirle tutto.
 
“Madre, c’è una cosa che mi piacerebbe condividere con te,” iniziò, sentendosi pervadere dall’incertezza.
 
Lei gli rivolse uno sguardo curioso e, forse riconoscendo che era nervoso, posò la penna per prendergli le mani.
 
“Sai che puoi dirmi tutto, Oswald,” lo incoraggiò, e lui annuì.
 
“Si tratta di me e Jim. Noi, in verità, non siamo… soltanto amici,” riuscì finalmente ad ammettere, pur temendo la sua reazione.
 
Il sorriso di sua madre si fece più ampio e i suoi occhi brillarono di emozione.
 
“Oh, Oswald, finalmente ti sei deciso a dirmelo. Non sono una sciocca.”
 
Lui schiuse le labbra e boccheggiò, incredulo. Non pensava che sua madre lo avesse capito, anche se sapeva che lui e Jim si vedevano spesso, e diverse volte si erano persino incrociati tutti e tre in municipio. Ma, anche in quelle occasioni, non credeva che il loro comportamento fosse così ovvio.
 
“Lo avevi già capito? Come…?”
 
“Ho visto come lo guardi, e come lui guarda te,” rispose, emozionata. “Sono felice per te, Oswald.”
 
Lui ricambiò il sorriso, ancora incredulo. Avrebbe raccontato tutto quanto a Jim quella sera, ma già non vedeva l’ora. Forse presto avrebbero iniziato davvero a convivere, come programmavano da tempo. Adesso non c’era più niente che li frenava, dopotutto.
 
Rinvigorito dalla chiacchierata con sua madre, Oswald si recò in municipio. Lo attendeva una mattinata piena.
 
Quel pomeriggio, stava controllando alcuni documenti quando il suo telefono suonò. Vide che a chiamarlo era Jim quindi rispose subito, sperando che non fosse successo niente di grave. Raramente lo chiamava in orario di lavoro.
 
Magari aveva bisogno di una soffiata per un caso, ma di solito gli faceva visita di persona, se era questo il caso.
 
“James, va tutto bene?” gli chiese.
 
Ciao Oswald, non proprio,” rispose il suo compagno e lui lo sentì sospirare. “Erin ha avuto un imprevisto e non potrà essere dei nostri oggi. Tra poco Barbara esce da scuola, ma io sto lavorando a un caso e non posso proprio allontanarmi dalla centrale.”
 
“Quindi vuoi che vada io a prenderla,” intuì, un po’ nervoso all’idea.
 
“Solo se non è un problema. Altrimenti posso chiedere a una delle mamme di prendere anche lei, ho alcuni numeri di telefono…”
 
“Lascia stare James, posso pensarci io,” rispose.
 
Al solo pensiero che Jim chiamasse uno degli altri genitori per un favore, e che magari fosse una delle madri single che avevano provato insistentemente a stringere un rapporto con lui, gli ribolliva il sangue nelle vene. No, ci sarebbe andato lui e avrebbe messo in chiaro che a Jim e Barbara non serviva nessun altro.
 
“Grazie, allora avviso la scuola che andrai a prenderla tu. E sappi che mi farò perdonare.”
 
Dopo avergli risposto che non ce n’era bisogno, Oswald si fece dire l’orario esatto in cui terminavano le lezioni e, appurato che mancava poco, diede alcune direttive a Stemmel, che era a capo del suo staff, e uscì.
 
Era la prima volta che lui si recava alla scuola di Barbara. Fino a quel momento c’erano sempre andati Jim o Erin, ma Oswald sapeva che prima o poi sarebbe successo. Soprattutto se sarebbe diventato ancora più presente nella vita della bambina.
 
Fino a quel momento, non era mai capitato di doverla accompagnare o andare a prendere, anche perché lui aveva molto da fare con il suo lavoro e le altre cose di cui si occupava.
 
Quando aveva capito che Jim provava qualcosa per lui, e si era reso conto che per lui era lo stesso, aveva dovuto fare i conti con la consapevolezza che tra loro non ci sarebbe potuto essere mai niente, se non intendeva cambiare vita.
 
E Oswald, ai tempi, aveva troppi conti in sospeso per poter valutare di cambiare vita davvero.
 
Per questo era sparito e aveva elaborato un nuovo piano, che alla fine aveva portato alla morte di Don Maroni, di Fish Mooney, e all’uscita di scena di Don Falcone. Solo a quel punto, una volta messo Butch Gilzean a capo della malavita di Gotham, si era sentito davvero soddisfatto, perché Butch in realtà rispondeva a lui.
 
Lo aveva detto a Jim, all’inizio della loro relazione. Butch aveva subito un lavaggio del cervello ai tempi di Don Maroni, perciò avrebbe governato sui criminali di Gotham in base ai principi che Oswald gli aveva imposto.
 
Ma c’era dell’altro.
 
Prima di farsi da parte, Oswald aveva fatto rinforzare il lavaggio del cervello su Butch e ideato un modo per comunicare segretamente con lui. Un sistema di messaggi cifrati nascosti nelle bolle di consegna che arrivavano al night club con la nuova merce, portati da corrieri ignari che ritiravano i pacchi da uno dei magazzini gestiti segretamente dai sottoposti di Gilzean. Allo stesso modo, anche Butch riceveva delle bolle di consegna contenenti messaggi in codice, direttamente alla sua residenza ovvero la villa che un tempo era stata di Falcone.
 
Era stato molto faticoso insegnare a quell’idiota come usare il codice, ma alla fine era riuscito a impararlo.
 
Era sempre Gilzean a comandare sulle bande, in base ai principi stabiliti per lui da Oswald, ma talvolta lo contattava per capire come gestire una disputa specifica o un’altra questione in particolare.
 
Inoltre la maggior parte dei guadagni di Butch, che percepiva dalle diverse organizzazioni malavitose che gestiva e dalle attività a cui offriva protezione, andavano in realtà a Oswald, in un conto aperto per lui da un prestanome.
 
Non sarebbe mai stato scoperto, Oswald ne era certo. Ci sarebbe dovuto essere un genio alla GCPD, per capire il modo in cui comunicavano e portare alla luce il suo coinvolgimento. E a sapere del suo ruolo in tutto questo erano solo lui e Butch Gilzean. E Victor Zsasz, che aveva rafforzato il lavaggio del cervello su Butch. E Arthur Penn, il suo contabile al night club che gestiva le consegne ed era il titolare del conto bancario in questione.
 
Insomma, pochi individui fidati che non conoscevano comunque tutti i dettagli.
 
Oswald si sentiva in una botte di ferro. Con quel sistema, poteva mantenere il suo intervento al minimo e ricavarne il massimo. Al contempo, la malavita era tenuta sotto controllo proprio come lui avrebbe voluto, mantenendo le strade relativamente sicure e la pace tra le bande.
 
Tutto procedeva alla perfezione.
 
In quei mesi, lui e Butch si erano abituati a comunicare usando il codice, raggiungendo l’intesa perfetta. Adesso che avevano trovato un equilibrio non c’era più nessun intoppo e, di conseguenza, Oswald si era trovato con meno preoccupazioni e più tempo libero.
 
Quindi poteva anche fare qualcosa come andare a prendere Barbara a scuola, quando era necessario.
 
L’edificio scolastico in questione era modesto, trattandosi di una scuola pubblica situata vicino al quartiere dove vivevano. Jim l’aveva scelta soprattutto badando all’aspetto economico, anche se Oswald aveva provato a offrire il suo contributo proponendogli altre opzioni, che alla fine il detective aveva scartato.
 
Una volta dentro, vide il banco delle informazioni e si diresse lì. Da dietro il bancone, una signora apparentemente indaffarata alzò lo sguardo e gli rivolse un’espressione sorpresa.
 
“Sindaco Cobblepot…? Come posso esserle utile?”
 
Oswald non sapeva chi fosse, ma era abituato a essere riconosciuto dagli abitanti di Gotham ormai.
 
“Salve. Sono venuto a prendere la figlia del mio compagno,” disse con tranquillità.
 
Dopotutto, difficilmente raccontavano a qualcuno della loro relazione, o si lasciavano andare a effusioni in pubblico, ma che stessero insieme non era davvero un segreto. Prima o poi dei pettegolezzi avrebbero iniziato a circolare, giungendo anche alle orecchie dei giornalisti. Fino ad allora Oswald non se ne sarebbe preoccupato, anche perché adesso sua madre era a conoscenza della realtà dei fatti, perciò non aveva più motivo di tenerlo nascosto.
 
“Confido che lui abbia chiamato per avvisare del mio arrivo.”
 
“Verifico subito. Come si chiama la bambina?” chiese la segretaria, mentre sfogliava dei documenti.
 
“Barbara Gordon,” rispose e si guardò intorno.
 
Altri genitori stavano entrando o uscendo dalla scuola in quel momento. Essere lì lo fece sentire davvero parte della vita della piccola, perché stava facendo qualcosa per lei, e da solo, non con Jim. Fu una bella sensazione, che rese più genuino il sorriso di cortesia che aveva sfoggiato fino a quel momento.
 
“Eccola qui. Sì, ci risulta che il signor Gordon ha chiamato poco fa. La sua classe è la seconda a destra,” gli disse, indicando la giusta direzione da prendere.
 
“La ringrazio,” rispose e si avviò verso l’aula.
 
Una volta dentro, notò che metà dei bambini erano già andati via, mentre altri erano in attesa dei genitori oppure insieme a loro, che stavano chiacchierando prima di tornare a casa.
 
Poi vide Barbara e rimase spiazzato. La piccola aveva chiaramente pianto, perché si stava sfregando gli occhi e teneva la testa bassa sul suo album da disegno.
 
“Barbara,” la chiamò piano, avvicinandosi a lei, e si chinò pesandosi sulla gamba sinistra per arrivare alla sua altezza.
 
Lei sollevò lo sguardo e sembrò sorpresa di vederlo.
 
“Oz… Dov'è Erin?” chiese, in un tono di voce stanco che gli fece provare una stretta al cuore.
 
“Oggi Erin è impegnata, ma ci sono io al suo posto. Vuoi dirmi cos’è successo?”
 
Mentre attendeva una risposta le accarezzò piano la testa e le portò dietro le orecchie le ciocche di capelli sfuggite ai suoi codini.
 
La bambina sembrò riluttante, ma alla fine parlò.
 
“È Dustin. Mi prende in giro.”
 
Oswald strinse la mascella. Non ricordava nessun Dustin tra i bambini invitati al compleanno di Barbara, quindi doveva essere un altro dei suoi compagni.
 
“Chi è questo Dustin?”
 
Lei si guardò intorno timidamente e poi scosse la testa.
 
“È già andato a casa.”
 
Oswald sospirò tutta la sua frustrazione. Avrebbe voluto dirne quattro a quel ragazzino e ai suoi genitori, e poi prendere da parte Barbara e insegnarle il miglior modo per pugnalare i suoi nemici. No, questo non l'avrebbe fatto davvero, perché Jim non ne sarebbe stato contento… ma in quel momento desiderava tanto poterlo fare.
 
“Salve,” disse qualcuno in un tono gentile, e Oswald alzò lo sguardo incontrando quello di una giovane donna, probabilmente la maestra. “Non l'ho mai vista qui prima d’ora. Lei è…?”
 
“Oswald Cobblepot,” si presentò, pesandosi sul bastone per rimettersi in piedi. “Il compagno di James Gordon.”
 
Solo dopo averlo detto si rese conto che Barbara doveva aver sentito, ma spostò lo sguardo su di lei e vide che non aveva avuto nessuna reazione. Segno che, come immaginava, non conosceva il significato di quella parola.
 
“Certo, dalla segreteria mi hanno avvisata che sarebbe venuto. È un piacere conoscerla,” disse, e lui stirò le labbra in un sorriso di cortesia.
 
“Signora…”
 
“Signorina Mill,” lo corresse.
 
“Signorina Mill, Barbara dice che un bambino di nome Dustin la prende in giro. Spero che lei ne fosse già a conoscenza e che abbia fatto qualcosa a riguardo.”
 
“Certo. Ho detto a Dustin di smetterla, ma sa come sono i bambini alla loro età. Probabilmente Barbara gli piace e non sa come esternare i suoi sentimenti,” dichiarò, con leggerezza.
 
L'espressione di Oswald si indurì mentre sentiva la collera crescere in lui. Non poteva avere uno scoppio d’ira nella classe di Barbara con altri bambini e genitori presenti. Non poteva, quindi si sforzò di aspettare cinque secondi prima di rispondere, altrimenti avrebbe reagito male comunque.
 
“Non mi interessa quali pensa che siano le motivazioni alla base del comportamento di Dustin. Io mi aspetto che lei tuteli Barbara, non di trovarla in lacrime quando vengo a prenderla,” puntualizzò, provando con tutte le sue forze a non alzare la voce.
 
“Certo, lo capisco, ma…”
 
“Niente ma!” ribatté, sollevando una mano per farle segno di stare zitta. “Tutelare i bambini ed evitare che avvengano atti di bullismo dovrebbe fare parte del suo lavoro, e io mi aspetto che lei lo faccia!”
 
Pur non volendo, alla fine aveva alzato la voce e attirato l'attenzione degli altri genitori presenti. La maestra era rimasta spiazzata e forse si sarebbe persino messa a piangere, a giudicare dalla sua faccia.
 
“Oz, va bene così…” disse piano Barbara, aggrappandosi alla sua gamba sinistra.
 
Lui le rivolse lo sguardo e sentì la rabbia scemare. Barbara era fin troppo buona.
 
Okay piccola, andiamo a casa,” dichiarò, in un tono di voce che non nascondeva la sua indignazione.
 
Lei si mise in spalla la cartella e strinse al petto l'album da disegno, poi allungò la mano destra verso Oswald perché lui la prendesse. Lui non esitò, e dopo aver scoccato un'occhiata di fuoco alla signorina Mill uscì con passo sicuro dall'aula.
 
In una situazione diversa, avrebbe portato con sé la bambina in municipio, per chiudere la giornata lavorativa in attesa che Jim passasse a prenderla. Quello infatti era stato il suo piano iniziale.
 
Vedendola così abbattuta e sapendo cosa aveva passato, però, decise che sarebbero andati dritti a casa loro, che le avrebbe preparato una cioccolata calda e avrebbe provato a consolarla.
 
Non aveva mai fatto niente del genere per un bambino prima d'ora, ma lei non era una bambina qualsiasi. Barbara era la figlia di Jim, e per questo la sentiva un po’ sua. Insomma, si era affezionato molto alla piccola.
 
Per questo aveva presenziato volentieri alla sua festa di compleanno, malgrado si prospettasse un covo di bambini urlanti. Per questo aveva partecipato ai giochi quando lei lo aveva chiesto, segretamente felice che volesse coinvolgerlo.
 
E quindi le sarebbe stato vicino anche adesso che le cose andavano male e il suo papà era impegnato.
 
Non ci misero molto ad arrivare all'appartamento di Jim. La piccola aveva ancora l'aria abbattuta, ma sembrò più serena quando lui le mise davanti una tazza di cioccolata calda.
 
“Papà dice che è solo per le occasioni speciali,” gli disse, rivolgendogli uno sguardo che lui non seppe interpretare.
 
Sorpreso che Jim le avesse imposto una regola del genere, quando solitamente la viziava in tutto, Oswald accennò un sorriso.
 
“Questa è la prima volta che vengo a prenderti a scuola, a me sembra un'occasione abbastanza speciale.”
 
La bimba sorrise.
 
“È vero,” gli concesse, e con il cucchiaino raccolse lo strato superiore che si era formato sulla cioccolata*, per mangiarlo subito.
 
“Fai con calma, è ancora calda,” si raccomandò, mentre si versava una tazza di tè.
 
Sperava che berlo lo aiutasse a restare calmo. Si sentiva già calmo, in realtà, ma il discorso che stava per intavolare con lei non era dei migliori.
 
Oswald era stato vittima di bullismo per lungo tempo. Jim probabilmente no, doveva essere stato uno dei ragazzi popolari della scuola, quelli circondati da ragazze e sempre pronti a divertirsi.
 
Sperava che Barbara potesse avere una vita scolastica felice, non come era stata per lui. Sperava che quello fosse solo un caso isolato.
 
“Ti prende in giro spesso, questo Dustin?” le chiese.
 
Barbara si fece di nuovo triste e scosse la testa senza alzare lo sguardo dalla sua tazza.
 
Oswald sospirò, sentendosi già più tranquillo. Ma il punto non cambiava, se quello era bullismo andava fermato sul nascere. Certo, forse avrebbe fatto meglio a parlarne con Jim e a raccomandarsi che agisse lui, per non rischiare di fare un'altra scenata o di farsi prendere la mano in altri modi. Ora, però, poteva essere d'aiuto parlando con Barbara.
 
“Ti va di parlarmene?” la spronò.
 
Dopo un momento di esitazione, la bimba annuì e sospirò mentre mescolava la cioccolata.
 
“È successo solo oggi… perché ho le codine.”
 
Oswald rivolse lo sguardo ai suoi capelli, acconciati in modo diverso rispetto al solito. Normalmente glieli vedeva sempre sciolti. Notando quanto fosse spettinata, gli venne naturale chiedersene il perché.
 
“Per caso ti ha anche tirato i capelli?”
 
Barbara annuì, sempre senza guardarlo negli occhi.
 
Oswald indurì la mascella. Forse, come diceva quell’incompetente della sua maestra, quel bambino era interessato a Barbara, e per questo aveva agito così. Tirare i capelli della bambina per cui si ha una cotta è un tipico comportamento - stupido - da ragazzini. Questo però non bastava a giustificarlo.
 
“Ti fa male da qualche parte?” le chiese, accarezzandole la testa e sciogliendole piano i codini.
 
“No, sto bene,” rispose, e accennò un sorriso dopo aver bevuto un sorso di cioccolata.
 
Un sorriso sporco di cioccolato che risollevò l’umore anche a Oswald.
 
Con la mano le accarezzò piano i capelli per darci una parvenza di ordine.
 
“Ottimo. Dirò al tuo papà di parlare con i genitori di Dustin, così smetterà di darti fastidio.”
 
“E se si arrabbia?” chiese lei, rivolgendogli un’espressione poco convinta.
 
“Non si arrabbierà mai con te, tu non hai colpe,” le assicurò, con un tono di voce gentile.
 
Inoltre scommetteva che Jim non si sarebbe arrabbiato tanto quanto lui, che aveva fatto una scenata a scuola. Non era nel suo stile.
 
Anche se, trattandosi di sua figlia… chissà.
 
“Se ti dovesse capitare ancora una cosa del genere, devi dirlo a un adulto, intesi? Se non alla maestra, allora al tuo papà, a me… o a Erin,” aggiunse a malincuore, dovendo ammettere che anche la babysitter era parte integrante della vita della bambina.
 
“Ma questo non mi renderebbe… una spia?” chiese, corrugando la fronte.
 
Oswald sorrise e fece ondeggiare la testa da un lato all’altro prima di rispondere, ponderando le sue parole successive.
 
“Sì, ma a volte è necessario. La tua sicurezza è più importante,” rispose. “Sai, anche io alla tua età venivo preso in giro. Se avessi saputo cosa fare, o avessi avuto qualcuno su cui contare, sarebbe stato molto meglio. Tu hai degli amici, hai me e il tuo papà. Non tenerti tutto dentro,” si raccomandò, e alla fine la piccola annuì.
 
“Va bene,” gli concesse, per poi bere un altro sorso di cioccolata calda.
 
Oswald inspirò a fondo, rassicurato, e bevve anche lui un sorso del suo tè.
 
“Scommetto che hai dei compiti da fare. Finisci la cioccolata e vai a lavarti la faccia, così ti aiuto a farli.”
 
Barbara sbuffò, ma non si lamentò.
 
Diversi minuti dopo si era seduta sul tappeto del salotto per fare i compiti sul tavolino basso, mentre Oswald la supervisionava dal divano. Barbara era una bambina sveglia, ma aveva qualche difficoltà in matematica. Lui provò a spronarla quando la vide in difficoltà, ma alla fine le suggerì alcune delle risposte, non resistendo al desiderio di aiutarla.
 
Dopo i compiti si mise a disegnare, attività che forse preferiva tra tutte.
 
Fu in quel momento che il suo telefono suonò. Era Jim.
 
“Sto uscendo adesso dal lavoro, ho fatto prima che ho potuto. Sei andato a prendere Barbara?”
 
“Sì, siamo a casa vostra adesso,” gli rispose.
 
“Bene. Arrivo subito.”
 
Oswald non accennò niente riguardo a ciò che era successo, per non farlo preoccupare, ma si preparò mentalmente ad affrontare il discorso con lui.
 
 
—------
 
Quando Jim tornò a casa e trovò sua figlia che disegnava tranquilla, dopo aver già finito di fare i compiti, fu molto sorpreso. Ma ciò che gli raccontò Oswald subito dopo lo sorprese ancora di più.
 
“E quell’incompetente della sua maestra ha lasciato correre, perché crede che fosse una dimostrazione d’affetto e non un atto di bullismo. Mi meraviglio che le permettano di insegnare!”
 
Oswald si stava lamentando già da un po’, tenendo basso il tono di voce anche se era chiaramente arrabbiato. Jim non lo vedeva così da tanto tempo.
 
“Sto bene, papà,” lo rassicurò la piccola, ma lui non si sentì comunque tranquillo.
 
“Okay, domani ti accompagnerò a scuola prima così potrò parlare con la tua maestra e con i genitori di Dustin.”
 
“Nooo,” si lamentò Barbara, sollevando il capo.
 
“Sì invece. Ti sei comportata bene con Oswald?”
 
Barbara annuì e rivolse lo sguardo a lui come per chiedergli conferma.
 
“Sì James, ha fatto la brava.”
 
La bambina smise di disegnare e andò in camera sua, annunciando che doveva prendere Jordan. Era quello il nome che aveva dato al suo nuovo orsacchiotto di peluche gigante.
 
Jim ne approfittò per sedersi sul divano accanto a Oswald e dargli un bacio sulle labbra.
 
“Grazie per oggi, mi hai salvato.”
 
“Suvvia Jim, per così poco,” rispose il suo compagno, rivolgendogli un sorriso genuino. “Barbara è adorabile, non mi dispiace occuparmi di lei. Sempre se ho tempo, s’intende, e oggi ne avevo. Comunque… ero certo che non ti saresti arrabbiato.”
 
“Perché ti sei già arrabbiato tu per entrambi,” gli fece notare.
 
Oswald abbassò lo sguardo, appoggiò una mano sul suo ginocchio sinistro e lo accarezzò con tocco leggero ma affettuoso.
 
“A questo proposito… Non credo che sarai molto contento, quando ti diranno che ho fatto la predica alla maestra.”
 
Jim sollevò un sopracciglio.
 
“Ah, ma io ero certo che l’avessi fatto. Ti conosco bene ormai.”
 
“Sì, hai ragione,” gli concesse Oswald, rivolgendogli di nuovo lo sguardo. “Ma non sono riuscito a trattenermi quanto avrei voluto e spero che non ci saranno conseguenze, per te e per Barbara.”
 
Jim fece spallucce.
 
“Al massimo ti bandiranno dalla scuola,” buttò lì, per scherzare.
 
Oswald ridacchiò.
 
“Che ci provino. Sono il sindaco,” sottolineò, lasciando sottinteso il fatto che il suo ruolo gli conferisse il potere di andare dove voleva.
 
“Ah, quasi dimenticavo. Questa mattina ho detto di noi a mia madre.”
 
Jim batté le palpebre un paio di volte, sorpreso.
 
“Credevo volessi aspettare… e che le avremmo parlato insieme.”
 
Oswald inspirò profondamente e scosse la testa.
 
“Ho capito che era un buon momento e l’ho colto.”
 
“Lei cosa ha detto?”
 
“Che aveva già capito tutto e che è felice per noi. Non le ho ancora detto che vogliamo convivere, ma credo che non si opporrà.”
 
In quel momento Barbara tornò in salotto con il suo peluche in braccio, sfoggiando un ampio sorriso.
 
“Oz viene a vivere con noi? Quando?” chiese, saltellando davanti a loro.
 
Entrambi si scambiarono uno sguardo sorpreso.
 
“Presto,” rispose Jim, perché non avevano ancora parlato di una data. “Se per te va bene.”
 
“Certo!” esclamò la bambina, senza smettere di saltare.
 
“Fermati un attimo adesso, tesoro,” chiese Jim, sporgendosi in avanti per mettere le mani sulle sue spalle.
 
Barbara obbedì e gli rivolse uno sguardo interrogativo.
 
“Io e Oswald dobbiamo dirti una cosa,” iniziò, ma non sapeva davvero quali parole usare.
 
Sua madre aveva detto di parlarle, che sarebbe andato tutto bene, ed era decisamente arrivato il momento.
 
Prima di dire altro, però, si voltò verso il suo compagno. Aveva lo sguardo preoccupato, proprio come il suo probabilmente, ma annuì.
 
“Ti ho sempre detto che Oswald e io siamo amici. In realtà… siamo più che semplici amici. Siamo una coppia,” ammise finalmente, e sperò in una reazione positiva da parte della bambina. “Ciò non significa che prenderà il posto della mamma, però… puoi vederlo come un secondo papà, se vorrai.”
 
Lo sguardo di Barbara si fece confuso mentre passava da lui a Oswald.
 
“Posso continuare a chiamarti Oz?” gli chiese.
 
“Sì, puoi chiamarmi come preferisci,” le concesse, al che lei sorrise.
 
“Allora va bene!”
 
Jim, confuso, le impedì di rimettersi a saltellare posando di nuovo le mani sulle sue spalle.
 
“Hai capito davvero cosa significa?” le chiese, con tono gentile ma determinato.
 
“Sì che ho capito. Papà, tu ami Oz?” gli domandò, prendendolo alla sprovvista.
 
“Sì,” rispose, rivolgendo lo sguardo - e un sorriso timido - al suo compagno.
 
“E tu Oz, ami papà?”
 
“Certo che sì,” disse lui.
 
“Allora va bene,” ripeté la bambina, ridacchiando e coinvolgendo anche loro con il suo buon umore.
 
Jim le lasciò libere le spalle, permettendole di aggirare il tavolo e mettersi a sedere sul tappeto, con Jordan accanto.
 
“Comanda lei,” commentò Oswald, divertito.
 
“Avevi dubbi?” indagò Jim, che aveva avuto la stessa impressione.
 
“No, nessuno,” rispose, trattenendo una risata.
 
 
 
 
-FINE-
 
 

 
Spazio di quella che scrive
E siamo giunti alla fine!
Se avete prestato attenzione, avrete notato un paragrafo in particolare in cui emergono tutte quante le falle nel piano di Oswald, e leggendolo dovrebbe esservi suonato un campanello di allarme. A questo proposito... Se la storia vi ha soddisfatto, consideratela finita qui... Ma se sareste curiosi di leggere altro, sappiate che ha un seguito e che lo pubblicherò presto! Infatti Balance of Secrets fa parte della serie “Crossing the line”, formata da due storie in totale (già completamente scritte). La seconda avrà più drama, siete stati avvisati. Quindi a presto!
(Nell’attesa, se cercate altre storie su Jim e Oswald ne trovate tante sul mio profilo!)
*la cioccolata calda che beve la piccola Barbara è una cioccolata per come la intendiamo noi in Italia, sì. Mi piaceva l'idea! L'ho scelta semplicemente per questo.
   
 
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