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Autore: Maya_06    03/05/2025    8 recensioni
Mi sono sempre chiesta cosa fosse accaduto dopo la famigerata notte del ballo con indosso l'abito da donna. Avrei voluto che si desse più spazio a quella vicenda invece che passare immediatamente alle puntate del Cavaliere Nero. Ho immaginato un percorso un po' diverso dall'originale, più introspettivo, pieno di nuovi intrighi, sviluppi e, perché no, anche degli avvenimenti che portano ad un finale alternativo a quello amato e odiato da generazioni. È la mia prima Fanfiction su di loro e costituisce la prima parte di una trilogia.
Genere: Drammatico, Hurt/Comfort, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: André Grandier, Axel von Fersen, Hans Axel von Fersen, Marie Antoinette, Oscar François de Jarjayes
Note: Lime, Missing Moments, What if? | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Di spade e di cuori a Vienna, Parigi e Firenze '
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“Come dite, mia Regina? Voi vorreste andare a Vienna coi nostri figli?”- il Re si voltò stupefatto ad osservare Maria Antonietta.

 

Gli era andata incontro nella bottega del fabbro, adducendo improrogabili motivi per cui necessitava un immediato confronto con lui.

 

“Sì, Sire. Ormai ho deciso, ritengo sia indispensabile per me intraprendere questo viaggio, in modo da poter riacquistare un nuovo equilibrio interiore che possa favorire il mio governo al vostro fianco.”

 

“Capisco… Capisco, certamente, ma… I nostri figli sono bambini, non vorrei ne risentissero. Joseph è ancora convalescente e Sofia è molto piccola…”

 

“Madamigella Oscar sarà alla guida della spedizione, assieme a parte del suo reggimento. La Contessa di Polignac, la Contessa de Jarjayes e altre mie dame di compagnia di fiducia si occuperanno dei bambini. Vi prego, Luigi, non negatemi questo mio desiderio!”- gli si avvicinò prendendogli le mani e guardandolo con quegli occhi azzurri che avevano sempre avuto il potere di far capitolare l’ingenuo Sovrano.

 

Difatti, quest'ultimo spalancò gli occhi, in evidente difficoltà dinnanzi quella richiesta così intensa… Avrebbe potuto dirle di no, che la voleva al suo fianco durante l’Assemblea che sarebbe iniziata la settimana successiva…

 

Ma d’altronde, non aveva mai partecipato attivamente alla vita politica lei, e se lo aveva fatto era stato solo per via indiretta con risultati in effetti poco efficaci.

 

“Beh, Madamigella Oscar è sempre stata degna di grande fiducia, vi ha protetta egregiamente fin dal giorno del vostro arrivo in Francia… Con lei al comando, credo non dovrebbero sorgere particolari problemi…Però…”

 

Lo aveva convinto, ne era sicura, bastava guardarlo in faccia… Se Luigi aveva un pregio, era quello di assecondare sempre le sue esigenze senza quasi mai contraddirla.

 

“Vi prometto che non mi tratterrò a lungo da mio fratello, tornerò prima che le sedute dell'Assemblea siano terminate… Mi rendo conto del momento che il nostro Paese sta attraversando, non intendo certo lasciarvi solo ad affrontare tutto.”

 

E quando lo guardava con quello sguardo così angelico, come poteva rifiutare?

 

Uomo di poco polso era, in effetti, e probabilmente lo sapeva anche lui, ma negli anni le si era sinceramente affezionato e d’altronde non si poteva negare che fosse molto infelice negli ultimi tempi.

 

“Quella dannata collana… Che poi, era anche parecchio pacchiana a guardarla bene…Oh, beh, il passato non può essere cambiato, è inutile continuare a pensarci… Devo ancora risponderle definitivamente.”

 

“E va bene, mia Regina. Se questo è il vostro desiderio, io non posso negarvelo, anche perché mi avete assicurato che avrete un'adeguata scorta al seguito. Darò ordine oggi stesso che vengano preparate le migliori carrozze, che vengano presi i cavalli più prestanti e che venga inviato un messaggio alla Corte Austriaca per avvertire vostro fratello, l’Imperatore Giuseppe II, del vostro imminente arrivo.”

 

E il sorriso che le illuminò il volto le donò un’aria che parve farla ringiovanire di quasi vent'anni, come quando era un’entusiasta e vivace Principessa, innamorata dell'idea di diventare Sovrana di una Nazione così influente.

 

“Oh, Luigi, vi ringrazio infinitamente. Ero certa che mi avreste capita e che mi avreste lasciata partire. Vi assicuro che mi terrò informata riguardo tutto ciò che accadrà qui e non appena tornerò sarò pronta a darvi il mio costante supporto.” 

Mancava poco che cominciasse a saltellare da una parte all'altra del salone. 

 

“Certamente, mia Regina, non ne dubito. Bene, vorrà dire che farò annunciare dal Ministro della Corte della vostra imminente partenza che avverrà fra… Quando avevate intenzione di andare?”

 

“Non appena sarà tutto pronto, le mie dame preparate, così come i bagagli miei e dei bambini e la scorta ufficiale adeguatamente organizzata… Credo che una settimana possa essere sufficiente.”- dichiarò lei.

 

“Sono d’accordo. Allora direi che non resta altro da fare se non dare avvio ai preparativi.”

 

La notizia dell’incombente viaggio della Regina Maria Antonietta si fece rapidamente strada fra i membri della corte di Versailles. 

 

L’annuncio suscitò grande sdegno e disapprovazione nei cortigiani, i quali ritenevano si trattasse dell'ennesimo segno di disinteresse della Sovrana nei confronti della Francia.

 

Nel salotto dell'appartamento privato del Duca di Germain si era riunito un nutrito gruppo di nobili, i quali, durante un’intensa partita di carte, scambiavano opinioni e giudizi in merito alla situazione.

 

“Guarda caso, la partenza è stata stabilita proprio il giorno precedente all'avvio della prima seduta.”- esordì  il Marchese d’Ivres.

 

“Sì, Marchese, ma in tutta onestà mi permetta di dire che a mio parere probabilmente è meglio che non vi partecipi, visti i suoi precedenti contributi.”- rispose il Duca.

 

“Indubbiamente, ma è comunque inaccettabile come atteggiamento, non è più una bambina, ma a quanto pare non ha perso quella sua attitudine viziata e capricciosa.”

 

“E quei poveri figli, poi… Fargli intraprendere un viaggio simile col rischio che gli venga un malanno o addirittura vengano attaccati!”- aggiunse il Conte di Giverny.

 

“Sembra che le importi solo di sé stessa… Non le interessa come i suoi desideri possano influenzare negativamente ciò che la circonda.”

 

“Che ne pensate della storia del quadro? Quello che è stato commissionato a Madame Le Brun raffigurante lei e i Principi?”

 

“Probabilmente sarà un diversivo per tentare di distogliere la nostra attenzione da tutte le sue mancanze. Chissà… Quella pittrice è brava, per carità, ma… Non credo servirà a molto.”- e sorrise malizioso, il Duca, dinnanzi al proprio trionfo in quella mano di gioco.

 

“Voi che ne dite, il Re saprà farsi valere in questa Assemblea? O si lascerà mettere in scacco come al solito senza concludere nulla di efficace?”

 

“Non è sempre stato così, in realtà… In determinate circostanze ha compiuto anche valide azioni.”

 

“Comunque, il colpo di grazia è stata la nomina di Calonne… Con lui stiamo andando alla deriva, se restiamo ancora nelle sue mani perderemo ogni cosa.”

 

“Su una cosa sembra siamo d’accordo… Nessuno di noi stima quell'uomo, neppure la stessa Regina.”- concluse il Barone de Poissy, mentre fumava la sua pipa, andando ad impregnare ancor di più l’aria già satura dell'odore di tabacco.

 

“Anche oggi la fortuna è dalla vostra parte, Conte… Avete vinto ben tre mani di gioco.”- disse il Marchese, sorseggiando il vino rosso dal suo calice.

 

E sorrise vittorioso il suddetto Duca… Certo, era soddisfatto per la vincita, ma ciò che più lo soddisfaceva era la consapevolezza che le previsioni che aveva fatto anni prima si stavano rivelando sempre più concrete ormai… La monarchia di Luigi XVI e l’Austriaca stava vacillando di giorno in giorno, probabilmente non sarebbe trascorso molto tempo prima che la situazione degenerasse per loro.

 

Prese anche lui un calice di vino dal vassoio adagiato sul tavolino di fianco ai suoi compagni di intrattenimento.

 

“Sapete una cosa? Ho questo timore… Che per il nostro ceto nobile possano sorgere difficoltà in futuro. Ultimamente sto notando che il popolo si raduna sempre più spesso per cercare di far udire la propria voce nella speranza di migliorare la propria situazione sociale… Ho seriamente paura che un indomani possano addirittura pensare di tentare una rivolta.”- giunse improvvisamente la voce pensierosa del Marchese di Giverny.

 

A quelle parole, il sorso di vino che stava bevendo il Duca, gli andò di traverso facendogli mancare il fiato e scomparire quel sorriso soddisfatto che aveva adornato il suo volto.

 

Furioso, riprese il controllo di sé stesso, sbatté violentemente il bicchiere sul tavolino e gettò per aria le carte che aveva nella mano destra.

 

“Ma che sciocchezze andate farneticando? Davvero credete che la plebaglia senza alcun potere e senza nessun mezzo possa osare una rivolta? E come farebbe senza venire decimata? E poi noi dovremmo temere coloro che non hanno alcun valore all'interno della società? Nessuno può minacciare i nostri privilegi e le nostre posizioni, tantomeno il Terzo Stato! Mi rifiuto di sentire simili discorsi nel mio salotto!”

 

S’era talmente infervorato che il volto aveva assunto un colorito amaranto, la parrucca si era smossa e s’era addirittura levato la giacca di dosso.

A quella scena, tutti i membri nella stanza tacquero, improvvisamente colpiti dalla situazione illustrata dal Marchese. 

 

Possibile che potesse esserci un fondamento di verità in quella prospettiva? Davvero sarebbe potuto accadere che il popolo un giorno decidesse di rivoltarsi e andare contro il sistema mettendo a rischio anche la Nobiltà? 

Ipotesi agghiacciante, davvero… Ma non così remota, in effetti.

 

La partita a carte era giunta al capolinea, ben s’intendeva, e assieme ad essa anche le chiacchiere riguardo il viaggio della Regina.

 

Difatti, il Duca di Germain osservò tutti i presenti, con uno sguardo indecifrabile.

 

“Uscite tutti. Voglio restare solo!”

 

Senza aggiungere altro, gli uomini si congedarono per continuare a vivere normalmente la loro giornata, ma con una mentalità più cupa rispetto alla spavalderia avuta finora.

 

Non c’era molto da dire… Il tarlo del dubbio riguardo allo scenario profetizzato dal Marchese s’era insinuato prepotentemente in tutti coloro che l’avevano udito.

 

Aveva mostrato ira, quasi ribrezzo, il Duca di Germain a quelle parole, ma la verità era che il primo ad essersi sentito scosso da quell'ipotesi era stato lui e la sua reazione ne era la chiara dimostrazione.

 

“Dannazione…Dannazione! Ma come ha osato fare certe insinuazioni! Quei moscerini della plebe potrebbero rappresentare una minaccia? Verso di me? Mai! Dovessi smuovere mari e monti pur di proteggere la mia posizione, non mi fermerò davanti a nulla! Che vengano pure deposti quei due inetti di Luigi e l’Austriaca, non m’importa nulla di loro due, ma nessuno può osare minare il mio rango!”

 

Ma in cuor suo temeva, eccome se temeva… Quello sciocco del Duca d’Orléans, poi… 

Accogliere al Palais- Royal tutti quei popolani dalla mentalità liberale… 

 

Probabilmente per lui non aveva importanza il preservare la sua posizione, però… Però per quanto cercasse di convincersi che i discorsi del Marchese non erano che insulsi vaneggiamenti privi di fondamento, non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che il pericolo c’era, era possibile e, soprattutto, non avrebbe potuto fare nulla per impedirne le conseguenze.

 

“Maledizione…Maledizione… È tutto sbagliato!”- e preso dall'ira, scaraventò il bicchiere di vino contro la parete, facendolo frantumare in mille pezzi.

 

Come sovente accadeva quando trapelavano notizie di notevole rilevanza, l’imminente viaggio di Maria Antonietta raggiunse rapidamente anche le strade parigine, diventando il principale argomento di conversazione dei popolani.

 

“La Regina Maria Antonietta sceglie, incurante di tutto, di voltare le spalle al suo popolo per andarsene in villeggiatura in Austria. Io credo che sia un’ulteriore testimonianza del suo disinteresse nei confronti del nostro Paese e della nostra condizione. È inaudito che all'alba dell'inizio di un’Assemblea così importante per la Francia, la Sovrana decida di partire vanificando il senso di tutto ciò di cui si discuterà.”- era severo Maximilien Robespierre nell’esprimere tali parole.

 

Quanto era ardente in lui il rimorso per quel discorso enunciato durante l’incoronazione tutti quegli anni addietro…La situazione era sempre più penosa e francamente, non biasimava i cittadini che bramavano un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

 

Di fianco a lui se ne stava Bernard, osservando pensieroso la folla riunita attorno a loro. Aveva in mente qualcosa, era evidente a Robespierre… Chissà, forse un nuovo articolo ad effetto per il giornale. 

 

“Ma dove si sarà cacciato Saint-Just? Quel ragazzo un giorno di questi compirà qualche scelleratezza!”- si interrogava, poi, Robespierre.

 

Si diresse rapidamente accanto a Bernard, certo che avrebbe saputo dargli ragguagli riguardo al giovane.

“Dimmi, Bernard… Hai notizie di Saint-Just? Sono alcuni giorni che non si è fatto né vedere né sentire… Non vorrei si fosse cacciato nei guai.”

 

“No, non l’ho visto nemmeno io. Sai com’è fatto, di tanto in tanto si dà alla macchia, ma poi torna sempre. Ti è devoto, lo sai, così come lo è nei confronti della causa popolare.”

 

“È indubbio tutto ciò… Ma dalle volte si lascia andare ad azioni che si distaccano troppo dai nostri principi e intenti. Non vorrei che anche stavolta abbia combinato qualcosa di simile.”

 

“L’ultima volta che ci siamo visti, mi ha detto di aver iniziato a comporre un'opera che avrebbe poi voluto pubblicare. Come ha detto di averlo intitolato…L’Organt, sì…Ha detto così.”

 

“Così ora ha deciso di darsi alla scrittura? Beh, chissà, potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante.”

 

“Non saprei, ma una cosa posso assicurartela… Una novità particolare la noterai presto.”- sorrise, malizioso, Bernard, stuzzicando l’attenzione di Robespierre.

 

“Che intendi dire? Un nuovo articolo per il giornale? Nuovi pamphlets riguardo la Sovrana?”

 

“No, molto meglio. Vedrai, sarà una svolta inaspettata, ma sarà di grande effetto.”

 

“Ho grande fiducia di te, so che parli sempre con cognizione di causa, perciò non dubito di ciò che hai in mente di attuare. Piuttosto…A quanto pare il popolo è davvero indignato per il viaggio dell'Austriaca.”

 

“Come dargli torto? Sta scappando, è evidente, vuole scrollarsi di dosso le sue responsabilità facendo appello al fatto che nella politica sia sempre stata in disparte rispetto al Re. Ma una vera Sovrana sarebbe rimasta, avrebbe mostrato sostegno, si sarebbe preoccupata dei punti da discutere, della situazione finanziaria ormai al collasso e delle difficoltà popolari.”

 

“E pensare che in principio c’era stato grande entusiasmo per la loro imminente ascesa al trono… Sono stati una vera delusione.”

 

Ascoltava con interesse quei discorsi Alain, mentre si dirigeva verso casa dopo un'altra notte trascorsa a pattugliare le strade di Parigi assieme agli altri soldati della Guardia.

 

Fra le braccia reggeva il rancio della sera precedente, non era molto ma almeno avrebbe potuto aggiungere qualcosa di diverso rispetto alla solita zuppa di patate che avrebbe preparato sua madre quel giorno.

 

“Povera mamma…Si spacca la schiena per portare avanti la nostra casa mentre io non ci sono, e non ha nemmeno di che mangiare per bene…Menomale che Diane e Rosalie le danno una mano.”- pensava con avvilimento.

 

Quella giovane Rosalie era stata una vera manna dal cielo. Sembrava fosse stato il destino a far incrociare le loro strade proprio nel momento in cui entrambi ne avevano più bisogno. 

 

Quando l’aveva portata a casa sua alcuni giorni prima, Rosalie era apparsa timorosa e in soggezione, dicendo di non volersi trattenere più del dovuto per non arrecare ulteriori disturbi.

 

“Ma poi Diane, la mamma ed io siamo riusciti a convincerla che la sua presenza ci rallegrava e che saremmo stati davvero felici all'idea che restasse per un po' con noi. È stata proprio una ventata d’aria fresca quella ragazza.”

 

E mentre ci pensava, giunse dinnanzi la porta di casa.

Non appena entrò, si sentì travolgere da quell'atmosfera casalinga che, nonostante le ristrettezze e le difficoltà, resisteva tenacemente non mancando mai di farlo sentire accolto.

 

I suoi occhi si soffermarono sulla sua dolce sorellina intenta a rammendare una delle sue camicie. Era tutta assorta, sembrava non accorgersi di ciò che accadeva intorno a lei.

 

Poi, il suo sguardo si spostò verso sua madre che stava preparando il brodo con Rosalie… Ridevano divertite per chissà cosa. Era una bella immagine, non sentiva la risata di sua madre così vivace da anni ormai. 

 

“Certo, non conduciamo la vita di quei ricconi imbellettati di Versailles… Ma che c’importa, siamo felici e va bene così. Se solo potessi garantire maggiori agi a mia mamma e a Diane, però… Sarebbe molto meglio.”

 

Poi, rendendosi conto che nessuna delle tre si era accorta del suo ritorno, emise un sonoro fischio per attirare l’attenzione su di sé.

 

“Ehilà, sono tornato dopo un'intera notte in mezzo alla strada e questa è l’accoglienza che ricevo?”- e rise di gusto.

 

“Oh, Alain, perdonaci, non ti avevamo proprio visto. Ti ho sistemato la camicia, vedi? Adesso è praticamente come nuova.”- gli venne incontro Diane, abbracciandolo proprio come faceva da bambina.

 

“Ma guarda un po', sorellina, hai fatto proprio un bel lavoro, è perfetta! Grazie mille, Diane.”- le accarezzò dolcemente i lunghi capelli biondi.

 

“Ehi mamma, t’ho portato questo… Non è molto, però almeno il brodo sarà accompagnato da qualcos'altro. Oppure possiamo usarlo per cena, decidi tu.”- e le diede il pacchetto dove era chiuso il rancio che aveva preso in caserma prima di andare via.

 

“Alain, caro… Ma tu hai mangiato qualcosa da ieri? Non sarai stato a digiuno tutto il giorno spero…Vieni qui, il brodo è quasi pronto e Rosalie stamattina ha potuto comprare ben due filoni di pane, prendine un pezzo.”- gli prese la mano sua mamma, conducendolo a sedersi al tavolo e porgendogli un tozzo di pane.

 

“Magnifico, ultimamente anche il prezzo del pane è diventato improponibile, ma sembra che oggi siamo stati fortunati.”- e lo addentò con voracità.

 

“Signora, il brodo è pronto, l’ho appena assaggiato e mi sembra buono, quando volete apparecchio la tavola e possiamo mangiare.”- sussurrò Rosalie, con lo sguardo basso. 

 

Era evidente che era ancora parecchio in soggezione con loro, sentendosi in debito per l’ospitalità e l’aiuto che le stavano offrendo.

 

“Rosalie, cara, ti ho già detto di chiamarmi Adeline, non devi essere così formale con me. E non guardare verso il basso, tesoro. Non devi sentirti in imbarazzo con noi…Sei una bravissima ragazza e per noi è solo un piacere averti qui.”- le accarezzò con dolcezza materna la guancia la madre di Alain, mostrando ancora una volta a Rosalie un calore e un affetto che non aveva più provato per anni dopo la morte della madre adottiva.

 

Arrossì, stringendo le mani in grembo, annuendo con un sorriso timido. 

“Io vi ringrazio infinitamente per quello che state facendo per me… Non voglio essere un peso per voi, però… Anche per me è una gioia stare qui perché siete davvero delle brave persone e una splendida famiglia.”

 

“Sì, sì, tutto fantastico ma ora basta con tutta questa sdolcinatezza. Non sei affatto un disturbo per noi, ormai sei di famiglia, perciò bando alle ciance e procediamo col brodo che sennò si fredda.”- disse Alain, sorridendo spavaldo.

 

Rise di cuore Rosalie a quelle parole… Era vero, Alain di primo acchito poteva sembrare intimidatorio e duro, soprattutto per la sua imponente statura, ma la verità era che aveva un animo veramente buono che, a suo modo, riusciva a metterla a suo agio.

 

Cominciarono a desinare inizialmente in silenzio, poi Diane chiese notizie della città al fratello.

 

“Beh, ormai la questione che tiene banco è il viaggio che farà a breve la Regina in Austria coi figli. Sono tutti indignati, nobili e non, perché dicono che in tal modo si disinteressa sempre di più a noi del popolo anche in vista dell'Assemblea della prossima settimana.”

 

“Porterà anche i figli? Ma è un viaggio lunghissimo…”- disse, stupita, la madre.

 

“Sinceramente a me importa ben poco di quello che vuole fare. Quella donna è stata totalmente inadeguata al suo ruolo, assieme al marito. Non si è privata di nessuno sfizio o futilità. Ben venga se vuole andarsene, tanto per quello che vale…”- rispose con ostilità lui, gettando con noncuranza il cappello dell'uniforme sulla poltrona lì accanto.

 

Durante quello scambio di battute, Rosalie taceva, evitando di incrociare lo sguardo con loro. 

Non aveva detto nulla riguardo gli anni della sua vita dopo la morte di sua madre, a parte essere fuggita da casa di quella despota della sua madre biologica. 

 

“Chissà cosa penserebbero di me se sapessero che ho vissuto per anni in casa di una delle famiglie nobili più vicine alla Monarchia e che, addirittura, ho incontrato e parlato ripetutamente con la Regina.”

 

Non poteva biasimarli per le opinioni che avevano di Maria Antonietta, anche lei finché non l’aveva conosciuta non la giudicava positivamente. 

 

Non era sicura di cosa pensasse di lei attualmente…Cattiva non era di certo, anzi. Sembrava piuttosto parecchio infelice e sola, probabilmente alla perenne ricerca di qualcosa che potesse restituirle la vera felicità. Di sicuro, però, non agiva in modo proficuo e coscienzioso per il suo Paese.

 

“Se la Regina partirà per l’Austria dovrà avere una ricca scorta… Chissà se Madamigella Oscar andrà con lei? Conoscendola probabilmente vorrà essere in prima fila per assicurarsi che tutto proceda alla perfezione. E di certo André sarà al suo fianco… Quanto mi mancano…”- e sorrideva sognante al ricordo dei suoi due benefattori e protettori. 

 

Sorriso che non passò inosservato ad Alain che si chiedeva a cosa potesse essere dovuto.

Avrebbe indagato, d’altronde non c’era segreto che non scoprisse, in caserma lo sapevano tutti.

 

Le voci che parlavano ripetutamente della partenza della Regina erano forti, si udivano ovunque, ma c’era un suono che era capace di farle tacere seppur metaforicamente.

 

Era di quel suono che si nutriva il cuore di Oscar, trovando rifugio da quell’ipocrisia e da quella bassezza che regnava sovrana nei corridoi di Versailles.

 

Stava diventando ogni giorno più opprimente e probabilmente se non avesse avuto il suo reggimento di cui occuparsi non vi avrebbe mai più fatto ritorno.

 

Il tintinnio metallico delle lame delle spade dei soldati della Guardia Reale era musica per le orecchie di Oscar, avrebbe potuto ascoltarlo per ore senza interruzioni.

 

In groppa a César osservava soddisfatta i notevoli progressi dei suoi uomini, avvenuti in tempi brevi.

 

“Sono diventati ancor più abili di quanto fossero finora. La scorta della Regina sarà perfetta per gestire qualunque situazione.”- pensava, scrutandoli uno ad uno per valutare attentamente chi portare e chi far rimanere in territorio francese.

 

Accanto a lei, in sella ad Alexander, se ne stava André, ad ammirarla in tutto il suo splendore. 

 

In quei giorni l’aveva parecchio pensierosa per via della storia del viaggio. Si erano parlati poco, sempre con toni distesi, non c’era la tensione che aveva contraddistinto i giorni successivi al confronto sulle scale.

 

Però… Mancava la complicità fra loro… Sapeva André che con ciò che le aveva detto aveva toccato un tasto dolente in lei, mettendole di fronte una realtà che lei aveva tentato in tutti i modi di ignorare in quegli anni ma che ora sembrava voler riprendersi il posto che le spettava. 

 

“Chissà che questa trasferta austriaca possa aiutarti a risolvere i tormenti che ti porti dentro, Oscar…”- pensava, mentre posava i suoi occhi verdi sul suo volto sempre fiero e determinato.

 

“Chi ti vede e non ti conosce potrebbe pensare che tu sia fatta di ghiaccio come i tuoi occhi… Ma in realtà nel tuo cuore ardono mille emozioni. Chi ti guarda davvero questo lo nota, credimi, Oscar, anche se tu vorresti fingere il contrario.”- sorrise internamente.

 

C’era troppo silenzio fra loro, voleva parlarle anche se non poteva dirle ciò che sentiva davvero.

 

“Sembra che la notizia del viaggio della Regina abbia superato rapidamente le mura della Reggia. A Parigi non si parla d’altro e il parere è quasi unanime, sono tutti indignati per questa sua scelta.”- si voltò verso di lui Oscar, continuando a mantenere la sua espressione di Comandante di ferro.

 

“Non spetta a nessuno giudicare. Anche io non sono d'accordo e gliel’ho detto apertamente, è vero, ma… Alla fine la Regina resta lei e nessuno può mettere in discussione le sue decisioni, men che meno i cortigiani di Versailles con la loro meschinità. Non hanno mai approvato nulla di ciò che ha fatto fin dall'inizio del suo regno. Più che altro… Sinceramente mi sarei aspettata che dopo tutti questi anni avesse preso maggiore consapevolezza dell'importanza del suo ruolo e si rendesse conto che in una situazione simile la soluzione non è andare via, ma restare al fianco del Re e del popolo.”

 

“In effetti il momento non è il più indicato per andarsene. Io capisco che si senta sola e persa qui a Versailles in un ambiente chiaramente ostile, però… Non so quanto questo viaggio possa avere dei risvolti positivi. Non vorrei che accadesse qualcosa di grave durante la sua assenza.”- il tono di André era strano, sembrava voler suggerire qualcosa di più rispetto a ciò che aveva detto e Oscar si chiedeva di cosa potesse trattarsi.

 

“Temi che l’Assemblea possa non portare ai risultati sperati? Sai, ultimamente ho come l’impressione che stia per succedere qualcosa… Ma non so nemmeno io cosa, è una sensazione, ma è sgradevole perché non so se sia una mia impressione o davvero indice di qualcosa di imminente.”- anche la voce di Oscar trasmetteva preoccupazione, segno che anche lei temeva per il futuro che appariva sempre più incerto.

 

Non sapeva come esprimerle i suoi timori André… Come sempre Oscar si dimostrava dotata di grande intuito, il suo inconscio le suggeriva che qualcosa di serio stava per accadere, ma non poteva neanche immaginare quanto grave.

 

Lui, invece, stava assistendo sempre più spesso al crescente malcontento popolare e aveva paura che da un giorno all'altro si sarebbero trovati travolti da un evento irreparabile.

 

“La verità, Oscar, è che non è solo la Regina ad essere oggetto del risentimento del popolo, ma anche tutti i nobili. Ho paura Oscar, ho paura che un giorno possa capitarti qualcosa che non sarò in grado di fermare.”- quel pensiero terrorizzava André, ma non poteva esprimerlo apertamente. Perciò dovette limitarsi a risponderle con una parziale verità.

 

“Ormai è sempre più evidente che i cittadini comuni si stiano allontanando non solo dalla Famiglia Reale, ma anche dal resto della classe nobiliare… Credo che i tempi successivi saranno difficili, Oscar.”

 

A quelle parole, la donna abbassò lo sguardo, riconoscendo il vero nel pensiero espresso da André. 

 

Come poteva dimenticare la notte in cui aveva dovuto lottare contro il tempo per salvare la vita del piccolo Gilbert Sugane solo perché la sua famiglia non aveva il denaro necessario neanche per sopravvivere…Per non parlare di quel maledetto Duca di Germain che aveva ucciso a sangue freddo il piccolo Pierre, colpevole di aver cercato soldi per comprare da mangiare… E la lista sarebbe stata infinita. 

 

La verità era che pur facendone parte, disprezzava gli stili di vita dei nobili, poiché la maggior parte mostrava atteggiamenti di disumanità e indifferenza di fronte alle sofferenze popolari.

 

“Odio ammetterlo ma ho un esempio lampante…Arras. Mio padre non se ne cura come dovrebbe e quando ho provato a farglielo capire, mi ha dato uno schiaffo dicendomi di pensare agli allenamenti con la spada. Possibile che non capisca, che nessuno capisca che andando avanti così la situazione non farà che peggiorare?”- pensava con angoscia.

 

“È per questo che mi auguro che con l’Assemblea si ottengano buoni risultati e che dopo il viaggio in Austria la Regina si dedichi maggiormente al suo Paese. Altrimenti non so davvero cosa potrà succedere…”- e mentre diceva questo, una consapevolezza si fece strada nella sua mente.

 

“Se i nobili dovessero rimanere coinvolti nel malcontento popolare in modo grave, non voglio che accada nulla a chi non possiede un titolo. Farò in modo che la servitù di Palazzo sia messa adeguatamente al riparo, anche Nanny dovrà essere al sicuro e…Oh…André, tu…”- si voltò ad osservarlo, improvvisamente pervasa da un inspiegabile senso di malinconia.

 

Non aveva mai badato alla differenza di rango vigente fra loro due, per lei André era sempre stato un suo pari, eppure ora più che mai si rendeva conto che in nell'eventualità in cui avesse dovuto provvedere alla sicurezza di coloro che non erano nobili per farli sfuggire alla rabbia popolare, avrebbe dovuto separarsi da André. 

 

Come avrebbe mai potuto chiedergli di restare al suo fianco anche a costo della sua vita? Ma al contempo… Come avrebbe potuto continuare la sua esistenza senza averlo al suo fianco dopo aver trascorso praticamente tutta la vita insieme?

 

Uno strano sentimento cominciò ad insediarsi nel suo corpo, facendole provare una sensazione di freddezza e vuoto che la costrinse ad avvolgersi più stretta al suo mantello. 

 

André se ne accorse e le si avvicinò.

“Hai freddo? Tieni, prendi anche il mio mantello, in effetti anche se c’è il sole oggi fa ancora un gran gelo.”

 

Lo guardò attentamente nell'atto di chinarsi e prendere il mantello dalla sacca legata alla sella di Alexander.

 

“Perché mai mi sono sentita così al pensiero di dovermi eventualmente separare da lui? È il mio migliore amico da sempre, mio fratello… Deve essere stato per forza per questo.”- si autoconvinse.

 

Ma André, che la conosceva come un libro aperto, notò l’improvviso cambiamento sul suo volto e nel suo sguardo. Non era così evidente, era abilissima nel celare le sue emozioni, ma non a lui. Lui riusciva sempre a captare anche il più impercettibile mutamento.

 

“Va tutto bene, Oscar? Volevi forse dirmi qualcosa?”

 

“André, io…”- no, non glielo avrebbe detto. A che serviva poi fare certi pensieri? Erano solo sciocchi timori, probabilmente non sarebbe mai successo nulla di eclatante da parte del popolo verso i nobili, quindi perché preoccuparsi?

 

Sorrise lievemente lei, scuotendo la testa come a voler allontanare ogni ricordo di quanto pensato poco prima.

 

“Volevo solo chiederti se potessi lucidare un po' la punta della spada.”

 

Era una scusa, questo era evidente, ma André non voleva metterla in difficoltà facendole ulteriori domande. 

 

Tra l'altro gli sarebbe stato impossibile farlo, poiché vide sopraggiungere con la coda dell'occhio Girodelle in groppa al suo cavallo.

 

Arretrò di qualche metro, rimanendo però a distanza sufficiente da poter udire ciò che si sarebbero detti lui ed Oscar. 

 

Prese la spada e cominciò a lucidarla proprio come aveva fatto tante volte in passato.

 

Intanto, non aveva distolto l’attenzione dalla figura di Girodelle che scese da cavallo e si avvicinò ad Oscar.

 

“Colonnello, buongiorno. Vedo con piacere che i soldati hanno compiuto notevoli progressi in pochissimi giorni. Del resto, non potevo dubitarne visto che siete voi ad occuparvene. Avete già deciso chi inserirete nella scorta reale?”- chiese lui, sorridendole amabilmente.

 

Non si lasciò minimamente impressionare da quel sorriso Oscar, salutandolo e rispondendogli col suo classico distacco.

 

“Tenente Girodelle, buongiorno a voi. Concordo con voi sul fatto che i soldati siano migliorati e che siano pronti per la spedizione. Riguardo a chi portare… Sì, ho già delle idee.”

 

“Ne sono felice. Se permettete, vorrei darvi qualche mio suggerimento personale.”- aggiunse lui.

 

“Che irritante che è! Gli ha appena detto di aver già scelto chi portare in Austria, d’altronde lui non partirà nemmeno, quindi perché scomodarsi!”- pensava André, mentre lucidava con più fervore la spada. 

Era già perfetta in realtà, ma era un ottimo espediente di sfogo.

 

“Vi ringrazio dell'interesse, Tenente, ma non credo sarà necessario. Non ho intenzione di mutare le mie scelte e sarà mia premura comunicarle domani stesso alle Loro Maestà.”- rispose Oscar, accarezzando il muso di César.

 

“Certamente, Comandante. Sono sicuro che coloro che avete scelto saranno perfettamente in grado di adempiere al loro ruolo senza deludervi. Del resto, voi non scegliete mai senza cognizione di causa.”- era insolitamente adulatorio quel giorno Girodelle, contribuendo ad accrescere l’amarezza di André.

 

Dal canto suo Oscar sembrava totalmente indifferente al tono lusinghiero contornato di sorriso di Girodelle.

 

Ma ad André gli sguardi del Tenente erano chiari, cristallini addirittura. 

 

“Non sei avvezza alle questioni di cuore, sei tanto pratica di strategie militari ed armi, quanto ingenua riguardo ai sentimenti che le persone attorno a te provano nei tuoi confronti… Ma io conosco bene le sfumature degli sguardi del Conte Girodelle, e se li capisco è perché quegli stessi sguardi sono quelli che ti lancio io di nascosto da anni ormai.”- e soffriva André, altroché se soffriva! 

 

Non solo era costretto a tenere celati i suoi sentimenti e a limitarsi ad osservarla da lontano per non farsi scorgere da anima viva, per quanto doveva anche sopportare la vista di un altro uomo che non si faceva scrupoli a mostrarle apertamente ciò che sentiva per lei.

 

Ci si poteva specchiare su quella lama talmente di quanto era limpida, ma a lui non importava ed anzi prese a lucidarla ancor più velocemente.

 

“E quello sfacciato non è mica solo per te che lancia questi sguardi… No, ho capito troppo bene la sua tattica ormai… Sa benissimo che io l’osservo ogni giorno e vuole proprio sbattermi in faccia il fatto che lui può prendersi l’ardire di manifestare certi sguardi rispetto a me che non avrei neanche il diritto di guardarla. Sai che vorrei dirti, mio caro Tenente? Che ti stai solo illudendo… Ad Oscar non interessano certe smancerie e comunque il suo cuore è già di un altro.”- ed era una sorta di magra consolazione per André poiché almeno sentiva di non essere l’unico a struggersi per un amore non ricambiato.

 

Ciò non toglieva che quegli sguardi e quei sorrisi sempre più insistenti lo stessero irritando oltre misura… Ma perché non se ne tornava da dove era venuto?

 

Poi, accadde una cosa che non si aspettava…Un gesto capace di fargli gelare il sangue nelle vene e di fargli mozzare il respiro in gola…E così velocemente come era rimasto freddato, immediatamente in lui prese ad ardere violenta la gelosia.

 

“Comandante, se permettete vi aiuto a salire sul vostro cavallo.”- e prima che Oscar avesse la possibilità di rifiutare, non avendo mai voluto l’aiuto di nessuno per montare in sella fin da bambina, si sentì cingere la vita e prendere la mano da Girodelle. 

 

A quel contatto, ebbe un brusco sussulto e la sua espressione già solitamente distaccata, si fece di ghiaccio e la sua voce diventò affilata quanto la sua spada.

Scostò di colpo il braccio di Girodelle dalla vita e allontanò la mano dalla sua presa.

 

“Non ho bisogno del vostro aiuto, né quello di nessun altro per salire in sella. Inoltre mi infastidisce non poco l’essere toccata senza permesso!”

Girodelle fece una leggera smorfia di disappunto, capendo di aver osato troppo col suo Comandante. In effetti era stata una mossa falsa…

 

E mentre ci pensava maledicendo la sua insolita mancanza di autocontrollo, un lamento di dolore giunse alle sue orecchie.

 

“Ah! Maledizione!”- era la voce di André. Immediatamente, Oscar sembrò dimenticarsi della presenza di tutti e di quanto accaduto pochi istanti prima.

 

“André, cos’è successo? Perché hai urlato?”- e di scatto si avvicinò a lui.

André stava ancora guardando malignamente Girodelle, ma alla vista di lui che toccava Oscar si era distratto e si era tagliato la mano con la punta della spada.

 

“Ah…No, non è niente, Oscar. Non è successo nulla, davvero, solo…”- e distolse lo sguardo da lei quando la vide arrivare al suo fianco.

 

Avrebbe voluto far finta di nulla André, e ci sarebbe anche riuscito se non fosse stato per una goccia di sangue che cadde dal palmo della sua mano, andando a depositarsi sul terreno.

 

A quella vista, Oscar perse momentaneamente la sua solita compostezza.

 

“André, ma tu… Stai sanguinando! Fammi vedere.”- e gli prese d’istinto la mano per ispezionare la ferita che, in effetti, appariva profonda.

 

A quel contatto, il corpo di André ebbe un brivido, non aspettandosi quel tocco improvviso da parte di Oscar. Fu come una scossa elettrica, sufficiente ad eclissare il dolore che sentiva alla mano.

 

Anche Oscar avvertì una strana sensazione prendendo la mano di André, ma non si lasciò influenzare.

 

“Non è niente, Oscar, davvero. Perdonami, mi sono distratto… Non appena smetterà di sanguinare finirò di lucidare la tua spada.”- ma la presa non si allentava.

 

“Non preoccuparti della spada, piuttosto…Dovremo medicarla altrimenti non smetterà di sanguinare. Dunque…”- prese il fazzoletto di seta che portava sempre nella giacca dell'uniforme e lo usò per tamponare la ferita.

 

“Oscar, ma… Questo è il fazzoletto sul quale mia nonna ha ricamato le tue iniziali, non dovevi sporcarlo per me…”- si sentiva in colpa André, sapendo bene il legame affettivo di Oscar per quel fazzoletto.

 

“Non dire sciocchezze, André… La nonna può sempre farmene un altro, ora è importante sistemare la tua mano. Ecco, ora non dovrebbe sanguinare più.”- e strinse saldamente l’oggetto attorno alla mano per fermare l’emorragia.

 

Lo fece con cura, non fece movimenti bruschi e usò un'insolita delicatezza. Da piccoli si medicavano sempre le ferite dell'uno e dell'altro, ma erano passati anni dall'ultima volta. 

 

Fu una sensazione piacevole, desiderò per un momento di poter continuare a sentire il calore della sua figura e della sua mano per l’eternità. 

 

E probabilmente non fu abbastanza abile da riuscire a celare questa sua volontà poiché l’espressione sul volto di Girodelle bastò a fargli capire che per una volta, non era stato l’unico a lasciarsi andare ad uno sguardo più audace.

 

Non appena Oscar ebbe terminato la fasciatura, alzò lo sguardo verso André e per un istante i loro occhi si incrociarono come magneti e sembrò che ciò che li circondava fosse improvvisamente scomparso.

 

L’azzurro del ghiaccio si immerse nel verde smeraldo e per alcuni millisecondi, Oscar ripensò a ciò a cui aveva riflettuto prima dell'arrivo di Girodelle e si sentì nuovamente pervadere da quella sconosciuta sensazione di vuoto al pensiero di doversi possibilmente separare da André un giorno.

 

Fu un istante fugace, ma sufficiente a lasciarla interdetta. Poi, rendendosi conto del fatto che doveva tornare ad occuparsi dell'addestramento dei soldati, distolse lo sguardo dagli occhi di André.

 

“Bene. La ferita è sotto controllo. La spada è perfettamente lucidata, ti ringrazio. Adesso vado dai miei uomini. Tu resta qui ed occupati dei cavalli.”- e alla perdita di contatto con la mano di Oscar, André sentì improvvisamente freddo, come se una parte di sé mancasse. 

 

La guardò allontanarsi, gioendo, però, internamente per quello che avevano appena condiviso. Non sapeva esattamente come definirlo, ma gli aveva lasciato dentro un sentimento profondo.

 

Poi, spostò il suo sguardo verso Girodelle che era rimasto fermo ad osservare l’intera scena. 

 

L’espressione del Tenente era indecifrabile, chiaramente impregnata di invidia e irritazione, ma ad André non importava. 

 

Nonostante i sentimenti che poteva provare per Fersen, Oscar non aveva mai smesso di considerarlo il suo migliore amico. Si erano allontanati negli ultimi tempi, era vero, ma… Si ritrovavano sempre. 

 

“E invece con voi, Tenente Girodelle, non c’è storia poiché non c’è mai stato nulla.”

 

Lo guardava André, per una volta non tentando di nascondere ciò che sentiva davvero, e al contempo si toccava la mano fasciata.

 

Sentiva ancora il calore della mano di Oscar, così come il profumo che emanava la sua figura e, per estensione, quel fazzoletto che ora sentiva essere una parte di lui. 

 

L’avrebbe tenuto con sé, anche se sporco di sangue… Era un pezzo di Oscar che aveva solo lui e guai a chi avrebbe osato toccarglielo. 

 

Lo guardò attentamente e si rese conto che il lato su cui lei glielo aveva annodato, corrispondeva proprio a dove sua nonna vi aveva ricamato tanti anni prima le sue iniziali dorate. Sorrise allora lui, incurante del fatto che Girodelle fosse ancora lì ad osservare il tutto. 

 

Venne il tramonto e con esso anche il momento di far rientro a Palazzo.

 

Cavalcavano quasi fianco a fianco André ed Oscar, ognuno immerso nelle proprie riflessioni.

 

“Probabilmente stasera si terrà una nuova riunione a Parigi, vista la notizia del viaggio della Regina… Dovrei andarci.”- pensava André.

 

“Cosa significava quello sguardo che ci siamo scambiati io e André dopo che l’ho medicato? È stato… Strano… E poi mi ha fatto ripensare alla storia di un'eventuale separazione fra noi se un giorno i nobili dovessero trovarsi nei guai. Non capisco perché mi sono sentita in quel modo…”- era qualcosa che sentiva sfuggire al suo controllo e la cosa la irritava parecchio, essendo sempre stata abituata a tenere tutto sotto controllo. Un altro scherzo del suo cuore ultimamente in subbuglio? Possibile, certamente… Ma perché stava avvenendo tutto così velocemente? André era il suo migliore amico e le sue erano solo suggestioni, non sarebbe mai avvenuto nulla capace di dividerli, ne era sicura.

Ma allora perché non ne era convinta?

 

“Sei pensierosa, Oscar. Ci sono problemi?”- si accostò al suo fianco André.

 

“No, va tutto bene. Domani comunicherò a Sua Maestà le mie scelte per la scorta. La tua mano come va, ti fa male?”

 

“No, tranquilla, è solo un graffio. Grazie per avermi medicato.”

 

“Figurati, ti ricordi, lo facevamo sempre da bambini, anche se tu cercavi sempre di sfuggirmi.”- e rise lei, ripensando a quei giorni lontani.

 

“Certo, non eri per nulla delicata, e poi era quasi sempre colpa tua se ci facevamo male.”- rise anche lui.

 

“Davvero? Ti ricordo che fosti tu una volta a suggerire di giocare a chi riusciva a salire sul ramo più alto della quercia accanto al lago.”

 

“Quel lago in un modo o nell'altro ha rischiato di vederci passare a miglior vita tante di quelle volte!”- e risero insieme, sentendo ritornare in loro quella spensieratezza che sembrava sempre più rara ormai.

 

Non appena giunti all’ingresso del Palazzo, André si rivolse ad Oscar, già pronta a dirigersi nelle scuderie.

 

“Dopo che mi sarò occupato di César, non rientrerò, Oscar. Preferisco andare a fare una lunga cavalcata, perciò dí pure a mia nonna di non preoccuparsi e di non restare alzata fino a tardi ad aspettarmi. Stessa cosa vale per te, ovviamente.”

 

“Va bene, André, ma… Va tutto bene? Ultimamente stai uscendo spesso la sera, è forse successo qualcosa?”- chiese lei, passandogli le briglie del suo destriero bianco.

 

“No, niente, è solo che ho bisogno di riflettere su alcune questioni e cavalcare mi rilassa.”- odiava mentirle, ma non era ancora il momento di dirle la verità.

 

Lo guardò attentamente Oscar, come se cercasse ulteriori spiegazioni fra le espressioni del suo volto. 

 

Voleva chiedergli altro, ma non ne ebbe modo poiché sopraggiunse Nanny all'ingresso della stalla.

 

“Madamigella Oscar, siete tornata. Vostro padre mi ha detto di riferirvi che al vostro rientro voleva vedervi nel suo studio.”

 

E Oscar annuì, benché si chiedesse come mai suo padre volesse vederla. Era tornato da due giorni e ad eccezione di un rapido saluto, non avevano ancora avuto modo di parlarsi. Probabilmente voleva saperne di più in merito al viaggio della Regina.

 

“Bene, nonna, ti ringrazio. Rientro subito.”- e Nanny si congedò. 

 

Rimasti soli, né Oscar né André proferirono parola, ma André in cuor suo si chiedeva cosa volesse il Generale da Oscar.

 

Poche cose lo spaventavano nella vita e fra queste c’erano i colloqui privati tra Oscar e suo padre, poiché spesso finivano con dei severi rimproveri da parte di quest'ultimo e, specialmente quando lei era solo una ragazzina, anche con degli schiaffi. 

 

Ogni volta che glieli vedeva dare gli veniva voglia di allontanare con la forza il Generale, non capacitandosi di come un padre potesse trattare in quel modo sua figlia.

 

“Tutto per questa assurda fissazione dell'erede maschio!”

 

Continuò a strigliare César, ma con la coda dell'occhio osservò Oscar dirigersi verso l’uscita della stalla in silenzio. Poi, gli parlò nuovamente, con voce bassa.

 

“Probabilmente non sarò sveglia al tuo rientro, stasera, perciò… Buonanotte, André.”- e andò via, senza attendere risposta.

 

Lui sorrise dolcemente dentro di sé e le mandò a sua volta la buonanotte.

 

Entrò in casa Oscar, e udì la voce di Nanny fare mille raccomandazioni a Jérôme, uno dei domestici più longevi della famiglia.

 

“Il padrone si è raccomandato che sia esattamente come quello di prima, hai capito vero, Jérôme?”

 

“Ma certo, Nanny, non sono mica un impedito! Sta' tranquilla, sarà perfetto!”- e uscì dopo aver fatto un inchino ad Oscar.

 

“Mio padre è nel suo studio?”- chiese Oscar, sfilandosi i guanti bianchi dell'uniforme.

 

“Sì, Madamigella, quando volete potete raggiungerlo.”

 

“Ora vado. Oh, Nanny… Cosa è andato a fare Jérôme per mio padre?”

 

“Ah, sì, è andato a commissionare il regalo di vostro padre per il compleanno di vostra madre.”- disse Nanny, mentre ordinava un mazzo di rose all'interno di un vaso.

 

Già, il compleanno di sua madre… Sarebbe stato fra tre settimane e sicuramente per allora sarebbero stati a Vienna.

 

Con tutto ciò che era successo, non aveva ancora pensato a cosa regalarle… Era difficile in effetti, per lei, per nulla pratica di oggetti femminili. 

 

Era proprio per questo che ogni anno delegava questo compito a sua sorella Hortense.

 

“Dopo che avrò parlato con mio padre, le scriverò una lettera e gliela spedirò domani. Sicuramente lei saprà cosa prenderle.”

 

Aveva sempre prestato, però, grande attenzione a ciò che riceveva sua madre ogni anno e, difatti, faceva sempre in modo che Hortense le prendesse un oggetto diverso dall'anno precedente.

 

“L’anno scorso erano degli orecchini in madreperla, quest'anno dovrà essere diverso.”

 

Mentre faceva queste riflessioni, si rese conto di aver salito lo scalone e di aver automaticamente imboccato il corridoio che conduceva fuori alla porta dello studio di suo padre.

 

Bussò e attese il permesso per entrare.

 

“Avanti.’- giunse la voce severa.

 

Aprì la porta e si ritrovò all'interno dello studio. Seduto dietro la scrivania stava suo padre, intento a leggere dei dispacci.

 

Stette in silenzio Oscar, aspettando che lui prendesse la parola.

 

Era tesa, benché volesse fingere tranquillità. Le faceva quell'effetto quello studio e, per estensione, suo padre. Forse era perché sentiva sempre di dover fare di tutto per dimostrare a suo padre di essere ciò che lui voleva che fosse.

 

Si spingeva al massimo per lui, da sempre faceva di tutto per renderlo orgoglioso e non dargli mai dispiaceri, consapevole del fatto che nonostante tutto, un’unica mancanza, la più importante, sarebbe stata per sempre indelebile: il suo essere nata donna.

 

“Vieni, Oscar. Siediti.”- non un saluto, non un barlume d’interesse per il suo benessere… Tutto come sempre, insomma.

 

Si accomodò sulla poltrona in velluto blu posta di fronte alla scrivania.

 

“Volevate vedermi, padre.”- giunse le mani in grembo.

 

Poi, il Generale Jarjayes, alzò lo sguardo dai fogli posti sulla superficie in mogano e scrutò sua figlia o, come la identificava lui, figlio.

 

“Sì, Oscar. Ho saputo che Sua Maestà la Regina Maria Antonietta intraprenderà un viaggio per Vienna assieme ai Principi Reali la settimana prossima. Confido che tu abbia predisposto alla perfezione un'adeguata scorta e che saprai occuparti impeccabilmente della protezione sia della Sovrana che dei Delfini.”- disse con tono deciso.

 

“Certamente, padre. Ho raddoppiato gli addestramenti dei miei soldati e ho ottenuto eccellenti risultati. Domani stesso comunicherò ai Sovrani le mie scelte.”

 

“Bene. Non avevo alcun dubbio. Sei sempre stato attento e meticoloso quando si trattava dei tuoi soldati e della protezione della Regina. Ovviamente, immagino che anche André verrà con te.”- rispose lui.

 

Ed eccolo sempre lì… Il maschile, perché Oscar era suo figlio, non figlia. Ma questo non l’aveva mai sfiorata, almeno fino a quel momento.

 

Forse perché in quei giorni non sapeva nemmeno lei cosa provava davvero… E sembrava che più passasse il tempo, meno chiara diventava la faccenda.

 

“Sì, padre. André sarà al mio fianco come sempre.”

 

“È una buona cosa questa. Purtroppo, non ho potuto far a meno di notare, mentre facevo ritorno dalla mia ultima spedizione, che la situazione a Parigi è in netto peggioramento e non ti nascondo che apprezzo il fatto che lui venga con te.”- disse suo padre, alzandosi dalla scrivania, dirigendosi di fronte l’ampia finestra che affacciava sul giardino protagonista dei tanti duelli di Oscar e André.

 

“La decisione di partire della Regina ha suscitato parecchio malcontento, ma ciò che conta è che sia lei che i Principi siano adeguatamente protetti.”- non fece alcuna menzione su di sé Oscar, né tantomeno riguardo la presenza di André che sembrava rassicurare suo padre.

 

“Sono felice di sentirti parlare in questo modo, Oscar. Sai, incarichi simili potrebbero anche portare ad un avanzamento di carriera, e non nego che per me sarebbe una grande soddisfazione se riuscissi ad avanzare di grado. Porterebbe ancora una volta grande lustro e onore al nostro casato.”

 

Ecco ciò a cui voleva alludere suo padre in quel discorso… Tutto quadrava, non era per nulla stupita. Ovviamente lui badava al grado militare. 

 

Onestamente a lei non era mai importato molto di queste questioni, ora ciò che contava era garantire la protezione di Maria Antonietta e dei suoi figli.

 

Com’era cambiata la sua prospettiva negli anni… A quattordici anni non desiderava assolutamente essere al fianco di una donna; adesso, invece, reputava la Regina una delle persone a lei più care.

 

Suo padre si voltò ad osservarla. Gli appariva diversa… Vero, si erano visti di sfuggita da quando era tornato, però… C’era qualcosa di strano in lei, sembrava turbata per qualcosa.

 

Aveva passato molto più tempo con lei che con le altre sue figlie il Generale Jarjayes, l’aveva vista crescere, maturare, acquisire una forza e una determinazione che nessuno poteva eguagliare.

 

Aveva fatto di lei un valido soldato, un giorno sarebbe stata un degno erede per il loro casato… Però, aveva come l’impressione che fosse cambiato qualcosa in lei.

 

“Che sia accaduto qualcosa durante la mia assenza della quale non sono stato messo al corrente?”- no, impossibile, lui veniva a sapere sempre tutto. E poi, stavolta sembrava più una sensazione che qualcosa di concreto.

 

“Oscar…Mio figlio, il mio erede…”- la vedeva ancora in accezione maschile e forse, se l’avesse osservata attentamente per quello che era davvero, si sarebbe reso conto di cosa stesse turbando quella sua figlia prediletta.

 

“Certamente, padre. Mi impegnerò al massimo per adempiere come sempre al mio ruolo alla perfezione.”- lo disse con fermezza lei, dando l'idea a suo padre che la sua fosse stata solo suggestione e suo figlio fosse sempre lo stesso.

 

Se solo si fosse accorto che davanti a sé non aveva un figlio, bensì una splendida figlia il cui animo era in tumulto poiché improvvisamente sconvolto da sentimenti rimasti fino a quel momento sconosciuti!

 

“Bene, Oscar. Non ho altro da aggiungere. Ora continuerò ad occuparmi di questi documenti. Probabilmente non sarò presente a cena questa sera, perciò ti auguro una buonanotte, figliolo.”- e tornò a sedersi alla scrivania.

 

“Buonanotte a voi, padre.”- si alzò con eleganza Oscar, inchinando leggermente il capo verso il genitore che non la guardava più. 

 

Poi, si diresse alla porta e non appena fu uscita, si appoggiò alla balaustra delle scale, rilasciando un sospiro che aveva inconsciamente trattenuto per l’intera durata del colloquio.

 

Per un istante, aveva avuto l’impressione che suo padre le stesse scrutando l’anima, osservandola come poche volte aveva fatto nella sua vita e si era sentita insolitamente esposta, come se avesse dovuto nascondere qualcosa che non poteva assolutamente fargli sapere.

 

“Nanny è una tomba…Non gli dirà mai che per una sola notte ho indossato un abito da donna. Non dovrà mai saperlo o altrimenti succederebbe l’irreparabile.”- giurò a sé stessa Oscar.

 

Cominciò a camminare in direzione della sua stanza, sentendosi improvvisamente oppressa dal calore della divisa.

 

Suo padre non la vedeva come una donna e se avesse scoperto quel suo momento di debolezza, non immaginava cosa avrebbe potuto dirle.

 

Forse lei non se ne pentiva più, ma doveva restare comunque un segreto. Però era vero che suo padre l’aveva guardata attentamente…Che avesse voluto dirle qualcosa? No, era stato solo un momento, poi era tornato ad essere il solito sé.

 

Aveva bisogno d’aria, nonostante fosse inverno e fuori si gelasse.

 

Entrò velocemente nella sua camera, togliendosi gli stivali, la giacca, allentò lo jabot, slacciò i primi bottoni della camicia e spalancò il balcone dirigendosi all'esterno.

 

Spirava una fredda brezza ma per lei fu come un balsamo rigenerante che le fece dimenticare momentaneamente ciò che aveva vissuto in quella giornata. 

 

Sentiva i capelli venire smossi dal vento, poi i suoi occhi furono attratti da una minuscola macchia carminia sul polsino destro della camicia candida… Si era asciugata, probabilmente non si sarebbe potuta più togliere. 

 

Avrebbe detto a Nanny che si era graffiata durante l’addestramento, così da non dare adito a domande. 

 

Il sangue di André… Quello stesso sangue che aveva tamponato con il fazzoletto che portava con sé da quasi quindici anni…Si toccò il polsino della camicia e rimase a contemplarlo, finché non udì la voce trafelata di Nanny alle sue spalle.

 

“Oh, Madamigella Oscar, cosa fate qui fuori? Fa freddo, potrebbe venirvi un malanno! Rientrate, presto!”- e Oscar le diede ascolto, più per farla tacere che altro. Le sorrise bonariamente, si era sempre preoccupata per lei fin da bambina.

 

“Quello sciagurato di mio nipote non è ancora rientrato, ma quanto ci mette in quelle stalle?”- esclamò la vecchia governante, mentre sistemava sul camino il vaso colmo rose bianche che aveva preparato prima.

 

“È andato a Parigi, nonna. Tornerà tardi.”

 

“E cos'è andato a fare quel disgraziato?”

 

“Aveva bisogno di stare un po' da solo, nonna. Lascialo fare, dopotutto è un suo diritto.”

 

“Il suo compito è proteggerti! Non scorrazzare da una parte all'altra!”

 

“Non ho bisogno di alcuna protezione, Nanny, sta’ tranquilla. André è libero di fare ciò che vuole per quanto mi riguarda.”- e a questa frase, Nanny non aggiunse altro.

 

Poi, Oscar si mise ad osservare le rose bianche contenute nel vaso…Provenivano dai roseti di sua madre, erano davvero magnifiche.

 

Le venne improvvisamente in mente una volta di tanti anni prima quando, di nascosto da suo padre, sua madre la portò a vedere con lei quei roseti in fiore. Era uno dei pochissimi ricordi d’infanzia che aveva con lei.

 

“Erano anni che non ci pensavo più…”- sua madre… Da quanti giorni non si parlavano? Si vedevano quasi sempre a Versailles, ma le conversazioni tra loro erano sempre rare.

 

Un pensiero fece capolino nella sua mente.

 

“Nanny…Cos’ha regalato mio padre a mia madre per il suo compleanno?”

 

“Oh, il Generale ha avuto un pensiero dolcissimo. Purtroppo il fermaglio preferito di Madame, quello argentato con gli zaffiri e gli smeraldi, si è rotto qualche settimana fa e tuo padre ha pensato di regalargliene uno simile ma ancora più bello.”

 

Un fermaglio… A stento sapeva come fossero fatti… Nanny gliene aveva messo uno la sera del ballo e, in effetti, li trovava piuttosto eleganti. 

 

Forse era uno dei pochi accessori femminili che potevano piacerle.

Continuò a guardare le rose bianche.

 

“Nonna, non mangerò in sala da pranzo, stasera. Più tardi verrò io in cucina a prendere qualcosa. Se non ti dispiace, ora vorrei riposare un po'.”- e Nanny si congedò, non prima di aver lasciato una lieve carezza sul volto di colei che considerava ancora la sua bambina, nonostante gli anni trascorsi.

 

Rimasta sola, Oscar prese una delle rose da dentro al vaso ed uscì nuovamente fuori al balcone.

 

Ammirò deliziata il cielo stellato sopra di lei, meravigliandosi di quanto fosse immenso in confronto agli esseri umani sulla Terra.

 

Poi, staccò un petalo e lo tenne in mano. Dopodiché, ne strappò un altro e fece lo stesso finché non rimase solo lo stelo.

 

Guardò nuovamente le stelle e, un’idea insolita si fece strada dentro di sé. Un’altra decisione in cui non si riconosceva, ma un'altra di cui non si pentiva, nonostante fosse anche questo un salto nel buio.

 

“Non scriverò nulla ad Hortense… Quest’anno sarò io a decidere un regalo per mia madre.”- e soffiò dolcemente sui petali, lasciando che il vento li facesse volare nella direzione che voleva.

 



 
   
 
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