Molti fantasmi si aggirano per Prinsengracht. C'è un odore doloroso nell'aria. È burro, è polline di ginestra, è la pioggia che ha smesso da poco. Tra le nozioni inutili che ho appreso da bambina, questa mi è rimasta impressa; "petricore". "Con il termine neoclassico petricore si intende" leggevo sul dizionario "un particolare odore emesso da idrocarburi di origine vegetale". È l'odore della pioggia sulla terra bruciata dal sole estivo. L'Olanda, paese di navigatori, ha un popolo mite quanto il tempo è capriccioso. Un sabato come questo, in Settembre, poteva cominciare con una centifuga consumata camminando per il Vondel, per poi fumare una sigaretta sotto il sole. Allora veniva a piovere mentre il cielo era ancora limpido, e ci si trovava a correre tra i tram e gli stormi disorientati di turisti schiacciati come topi per le vie del centro, finché non si trova un caffè dove poter fumare la terza sigaretta del giorno e osservare, bevendo un oat milk latte, come l'odore di settembre sia doloroso. Non conosco i fenomeni della sinestesia, eppure posso testimoniare che questo odore è tanto buono, tanto vero, terroso, insomma petricore, che mi sento una fitta all'altezza dello stomaco. Qualcuno dei miei 27 autunni aveva saldato il neurone A al neurone B, per cui io associavo all'odore della pioggia, del burro e dell'avena al rimpianto.
Esco spesso al mattino nei giorni liberi, mi obbliga a svegliarmi e a mantenere il ritmo circadiano congeniale a noi umani. Altrimenti, dormirei fino al pomeriggio. Nei miei sonni agitati sudo e mi spoglio delle coperte e del pigiama e al mattino congelo nella pozza gelata di sudore che mi impregna la biancheria e le lenzuola. Allora mi copro -non ho il coraggio di affrontare il freddo mattino olandese - e torno a dormire per anestetizzare i tremori febbrili. Quando mi sveglio, in quei pomeriggi di sabato, i lampioni di Bloemendaal sono già accesi.
-cazzo ho dormito tutto il giorno- urlavo al mio coinquilino
-perché cazzo non mi hai svegliata, devo lavorare!-
Peter, il mio placido coinquilino, non osa affrontarmi quando sono isterica.
Oggi no, sono soddisfatta della mia mattinata. L'odore che mi aveva turbata svanisce nel 38 che odora invece di lana bagnata e corpi umani.
Appoggio il laptop sulle ginocchia e lavoro distrattamente. Poi il treno, un'ora interminabile di periferia e piatta campagna olandese coperta di pioggia. Appena fuori dalla stazione assaporo una marlboro a dispetto della tirannico bando del fumo sul trasporto pubblico che per sua natura -tediosa e deprimente- istiga il fumatore.
La mia Bloemendaal si sviluppa su una sola strada, alla fine della quale ho in affitto un appartamento al primo piano di un piccolo edificio di mattoni rossi.
Sotto c'è il piccolo bistrot della proprietaria, mi saluta con cortesia mentre spazza foglie secche con una grossa scopa di saggina.
Due ragazzone bevono caffè sedute ad un tavolino gocciolante di pioggia. Da una porta sul retro si accede ad una scalinata di legno marcio e scricchiolante: hanno la pendenza e la discutibile stabilità comune ad ogni altra casa olandese.
Peter mi apre la porta e mi saluta da sopra le scale. Ha una sigaretta accesa in bocca e l'appartamento puzza di cenere e tabacco.
-Cristo Peter, non puoi fumare qui dentro-
Sospiro mentre mi tolgo il cappotto appesantito dalla pioggia.
Lui non mi ascolta, sta già tornando a sedersi sul divano, trascinandosi i pantaloni del pigiama sotto i talloni.
Quanto è caro il buon Peter, con i suoi lunghi capelli ricci e la barba arruffata, il suo enorme maglione di lana grezza e le sue braccia villose.
Presto è ora di pranzo, e il sabato cucino io.
Metto su il telegiornale, taglio lo zenzero, la cipolla e le carote. Appena le tuffo nell'olio il piccolo appartamento olandese non sa più di cenere e sudore, ma di oriente, di dolce Samsara. Peter accende una canna d'erba, infischiandosene bellamente del mio monito.
La cartina brucia dopo un turo profondo, poi me la passa mettendomela direttamente tra le labbra. La fumo dalle sue dita. Erba amara, terrosa e profumata. la mia gola si gonfia di fumo e il naso brucia e prude.
Mangiamo in piedi contro la penisola di finto marmo.
-È buono peter?-
Peter annuisce e sorride.
Parla solo una o due volte al giorno, e solo se la comunicazione verbale è necessaria a soddisfare i bisogni primari.
Quando smette di piovere a settembre, il sole spunta e l'aria si scalda. Allora io sono una creatura beata, perché sono fatta, ho lo stomaco pieno e una sigaretta in mano. Sono sul mio divano, in pigiama e vestaglia. Guardiamo un documentario in televisione, ma entrambi ci stiamo lentamente addormentando. Che bel sole che entra dalla finestra e pentra tra le grandi foglie di Ficus; ho la pelle calda e le palpebre pesanti, lo stomaco e le budella lasse.
"De Britse veldmaarschalk Bernard Montgomery pleitte er tijdens de opmars vanuit Normandië..." gracchia la televisione. Mi rilassa sentire la narrazione delle catastrofi del passato. Mi dà la patetica illusione di capire il presente e il piacevole conforto di avere tutto sotto controllo. Non importa quanto io pianga e mi disperi, romolo augustolo verrà deposto nel 456 e, senza che io faccia alcunché affinché accada, nel 1945 sarà finita la guerra. I morti sono fotografie in bianco e nero, rigidi e sorridenti in uniforme. Abbiamo la sensazione che riposino in pace. Ma chi viene ammazzato a Kursk, oggi, non ha più nulla di romantico. Ecco, un ragazzo viene colpito da un proiettile, perde sangue, piange, implora aiuto. C'è una pace possibile per lui? Eppure i suoi compagni muoiono ancora, fragili come porcellana cinese nell'uragano. I suoi familiari dovranno aspettare anni per piangere una lapide sopra una tomba vuota, o piena di frattaglie e monconi.
Ma a che vuoi che importi? Non a me. Montgomery vince in Africa, gli alleati marciano, hanno vinto la guerra contro i malvagi teutoni. Sfilano i canadesi per Bloemendaal, vanno ad Amsterdam. Li sento marciare e cantare "in a foreign Field, in distant land, See the Ric-a-dam-doo!"
E io fumo ancora quest'erba amara.
Peter dorme, il mio cuore invece corre.
Mi accorgo subito che sta per arrivare: è un attacco di panico. Un brivido rovente attraversa i processi spinali, dalle vertebre lombari a quelle cervicali. La gola si stringe, le budella si contorcono e tremano scosse da spasmi dolorosi. Mi siedo compostamente sul divano e con una mano tra i seni misuro l'entità del mio male. Il cuore batte contro lo sterno, ho il sacro timore che lo sfondi e cada rotolando sul pavimento. Un brivido più forte sale dallo stomaco che ora rifiuta il bolo alimentare.
-lascia andare-
Mi suggerisce.
-è solo vomito, lascia che io mi liberi-
La fronte e le mani sono gelide e umide di sudore. Non voglio che peter mi veda vomitare, mi infilo il cappotto e scendo in strada. Ogni gradino che scendo sento gli acidi dello stomaco ribollire.
-non ancora-
Sussurro stringendo i denti.
Sono in strada, nella calma Bloemendaalesweg adornata di foglie gialle e brune. Sono un elemento di disturbo in tanta calma, nel tepore autunnale della suburbia. Le mani tremano, mi appoggio ad un palo della luce assicurandomi di non essere vista, fisso il marciapiede aspettando di svuotarmi.
-perché non mi risparmi questo strazio?-
Interrogo le mie viscere
-fai solo che sia una cosa veloce, non farmi soffrire ancora-
Un conato mi sorprende impreparata e scoppio a piangere pateticamente. Fa molto più freddo di quanto mi aspettassi, fuori dal mio appartamento con riscaldamento a pellet. Chiudo gli occhi, il battito decelera.
Cerco di convincermi che il tarlo che trapana il mio cervello malato sia solo frutto della marijuana. Tra la marea indistinguibile di stimoli e pensieri, la mia mente cerca di effettuare una diagnosi logica analizzando antecedenti e conseguenze del mio stato di disgrazia. Appena mollo la presa e rilasso i muscoli del collo, di nuovo spasmi e tachicardia tornano più forti.
Ma sento qualcuno correre e pestare le pozzanghere.
-juffrouw!- grida.
Una bella ragazza bionda mi afferra la spalla: ha gli occhi azzurri e dolci, le sue mani gelide mi toccano la fronte.
-si sente bene? È pallida come un lenzuolo-
Non rispondo, la mandibola è serrata, monta la guardia ad un possibile getto di vomito, segno manifesto del mio peccato.
La ragazza allora mi afferra il cappotto e mi accompagna verso un caffè: fatico a muovere le gambe ancora contratte per gli spasmi.
-no, no, non posso entrare-
Sussurro, ho il terrore di vomitare su quel bel parquet bianco.
Lei non mi ascolta, mi fa sedere e mi porta un thé bollente.
Poi mi tiene la mano e mi asciuga le lacrime che mi bagnano il viso.
-va tutto bene- mi ripete.
-è solo panico-
Io bevo a fatica, sorpresa continuamente dai conati. Ma il thé è così dolce e così caldo che il cuore rallenta e le mie mani si scaldano in quelle della bella ragazza.
Il suo sorriso mi commuove. Ha le gengive alte e rosa, i denti appena un po' gialli di fumo e caffè. Perché non posso baciare la bella ragazza bionda e dormire sul suo grembo un sonno eterno e beato?
Lo stomaco si rilassa, la gola si allarga, il cuore rallenta. Le guance si riempiono di sangue caldo e le posso sentire diventare rosa.
Sacra vergogna.
Esco spesso al mattino nei giorni liberi, mi obbliga a svegliarmi e a mantenere il ritmo circadiano congeniale a noi umani. Altrimenti, dormirei fino al pomeriggio. Nei miei sonni agitati sudo e mi spoglio delle coperte e del pigiama e al mattino congelo nella pozza gelata di sudore che mi impregna la biancheria e le lenzuola. Allora mi copro -non ho il coraggio di affrontare il freddo mattino olandese - e torno a dormire per anestetizzare i tremori febbrili. Quando mi sveglio, in quei pomeriggi di sabato, i lampioni di Bloemendaal sono già accesi.
-cazzo ho dormito tutto il giorno- urlavo al mio coinquilino
-perché cazzo non mi hai svegliata, devo lavorare!-
Peter, il mio placido coinquilino, non osa affrontarmi quando sono isterica.
Oggi no, sono soddisfatta della mia mattinata. L'odore che mi aveva turbata svanisce nel 38 che odora invece di lana bagnata e corpi umani.
Appoggio il laptop sulle ginocchia e lavoro distrattamente. Poi il treno, un'ora interminabile di periferia e piatta campagna olandese coperta di pioggia. Appena fuori dalla stazione assaporo una marlboro a dispetto della tirannico bando del fumo sul trasporto pubblico che per sua natura -tediosa e deprimente- istiga il fumatore.
La mia Bloemendaal si sviluppa su una sola strada, alla fine della quale ho in affitto un appartamento al primo piano di un piccolo edificio di mattoni rossi.
Sotto c'è il piccolo bistrot della proprietaria, mi saluta con cortesia mentre spazza foglie secche con una grossa scopa di saggina.
Due ragazzone bevono caffè sedute ad un tavolino gocciolante di pioggia. Da una porta sul retro si accede ad una scalinata di legno marcio e scricchiolante: hanno la pendenza e la discutibile stabilità comune ad ogni altra casa olandese.
Peter mi apre la porta e mi saluta da sopra le scale. Ha una sigaretta accesa in bocca e l'appartamento puzza di cenere e tabacco.
-Cristo Peter, non puoi fumare qui dentro-
Sospiro mentre mi tolgo il cappotto appesantito dalla pioggia.
Lui non mi ascolta, sta già tornando a sedersi sul divano, trascinandosi i pantaloni del pigiama sotto i talloni.
Quanto è caro il buon Peter, con i suoi lunghi capelli ricci e la barba arruffata, il suo enorme maglione di lana grezza e le sue braccia villose.
Presto è ora di pranzo, e il sabato cucino io.
Metto su il telegiornale, taglio lo zenzero, la cipolla e le carote. Appena le tuffo nell'olio il piccolo appartamento olandese non sa più di cenere e sudore, ma di oriente, di dolce Samsara. Peter accende una canna d'erba, infischiandosene bellamente del mio monito.
La cartina brucia dopo un turo profondo, poi me la passa mettendomela direttamente tra le labbra. La fumo dalle sue dita. Erba amara, terrosa e profumata. la mia gola si gonfia di fumo e il naso brucia e prude.
Mangiamo in piedi contro la penisola di finto marmo.
-È buono peter?-
Peter annuisce e sorride.
Parla solo una o due volte al giorno, e solo se la comunicazione verbale è necessaria a soddisfare i bisogni primari.
Quando smette di piovere a settembre, il sole spunta e l'aria si scalda. Allora io sono una creatura beata, perché sono fatta, ho lo stomaco pieno e una sigaretta in mano. Sono sul mio divano, in pigiama e vestaglia. Guardiamo un documentario in televisione, ma entrambi ci stiamo lentamente addormentando. Che bel sole che entra dalla finestra e pentra tra le grandi foglie di Ficus; ho la pelle calda e le palpebre pesanti, lo stomaco e le budella lasse.
"De Britse veldmaarschalk Bernard Montgomery pleitte er tijdens de opmars vanuit Normandië..." gracchia la televisione. Mi rilassa sentire la narrazione delle catastrofi del passato. Mi dà la patetica illusione di capire il presente e il piacevole conforto di avere tutto sotto controllo. Non importa quanto io pianga e mi disperi, romolo augustolo verrà deposto nel 456 e, senza che io faccia alcunché affinché accada, nel 1945 sarà finita la guerra. I morti sono fotografie in bianco e nero, rigidi e sorridenti in uniforme. Abbiamo la sensazione che riposino in pace. Ma chi viene ammazzato a Kursk, oggi, non ha più nulla di romantico. Ecco, un ragazzo viene colpito da un proiettile, perde sangue, piange, implora aiuto. C'è una pace possibile per lui? Eppure i suoi compagni muoiono ancora, fragili come porcellana cinese nell'uragano. I suoi familiari dovranno aspettare anni per piangere una lapide sopra una tomba vuota, o piena di frattaglie e monconi.
Ma a che vuoi che importi? Non a me. Montgomery vince in Africa, gli alleati marciano, hanno vinto la guerra contro i malvagi teutoni. Sfilano i canadesi per Bloemendaal, vanno ad Amsterdam. Li sento marciare e cantare "in a foreign Field, in distant land, See the Ric-a-dam-doo!"
E io fumo ancora quest'erba amara.
Peter dorme, il mio cuore invece corre.
Mi accorgo subito che sta per arrivare: è un attacco di panico. Un brivido rovente attraversa i processi spinali, dalle vertebre lombari a quelle cervicali. La gola si stringe, le budella si contorcono e tremano scosse da spasmi dolorosi. Mi siedo compostamente sul divano e con una mano tra i seni misuro l'entità del mio male. Il cuore batte contro lo sterno, ho il sacro timore che lo sfondi e cada rotolando sul pavimento. Un brivido più forte sale dallo stomaco che ora rifiuta il bolo alimentare.
-lascia andare-
Mi suggerisce.
-è solo vomito, lascia che io mi liberi-
La fronte e le mani sono gelide e umide di sudore. Non voglio che peter mi veda vomitare, mi infilo il cappotto e scendo in strada. Ogni gradino che scendo sento gli acidi dello stomaco ribollire.
-non ancora-
Sussurro stringendo i denti.
Sono in strada, nella calma Bloemendaalesweg adornata di foglie gialle e brune. Sono un elemento di disturbo in tanta calma, nel tepore autunnale della suburbia. Le mani tremano, mi appoggio ad un palo della luce assicurandomi di non essere vista, fisso il marciapiede aspettando di svuotarmi.
-perché non mi risparmi questo strazio?-
Interrogo le mie viscere
-fai solo che sia una cosa veloce, non farmi soffrire ancora-
Un conato mi sorprende impreparata e scoppio a piangere pateticamente. Fa molto più freddo di quanto mi aspettassi, fuori dal mio appartamento con riscaldamento a pellet. Chiudo gli occhi, il battito decelera.
Cerco di convincermi che il tarlo che trapana il mio cervello malato sia solo frutto della marijuana. Tra la marea indistinguibile di stimoli e pensieri, la mia mente cerca di effettuare una diagnosi logica analizzando antecedenti e conseguenze del mio stato di disgrazia. Appena mollo la presa e rilasso i muscoli del collo, di nuovo spasmi e tachicardia tornano più forti.
Ma sento qualcuno correre e pestare le pozzanghere.
-juffrouw!- grida.
Una bella ragazza bionda mi afferra la spalla: ha gli occhi azzurri e dolci, le sue mani gelide mi toccano la fronte.
-si sente bene? È pallida come un lenzuolo-
Non rispondo, la mandibola è serrata, monta la guardia ad un possibile getto di vomito, segno manifesto del mio peccato.
La ragazza allora mi afferra il cappotto e mi accompagna verso un caffè: fatico a muovere le gambe ancora contratte per gli spasmi.
-no, no, non posso entrare-
Sussurro, ho il terrore di vomitare su quel bel parquet bianco.
Lei non mi ascolta, mi fa sedere e mi porta un thé bollente.
Poi mi tiene la mano e mi asciuga le lacrime che mi bagnano il viso.
-va tutto bene- mi ripete.
-è solo panico-
Io bevo a fatica, sorpresa continuamente dai conati. Ma il thé è così dolce e così caldo che il cuore rallenta e le mie mani si scaldano in quelle della bella ragazza.
Il suo sorriso mi commuove. Ha le gengive alte e rosa, i denti appena un po' gialli di fumo e caffè. Perché non posso baciare la bella ragazza bionda e dormire sul suo grembo un sonno eterno e beato?
Lo stomaco si rilassa, la gola si allarga, il cuore rallenta. Le guance si riempiono di sangue caldo e le posso sentire diventare rosa.
Sacra vergogna.


