Anime & Manga > I cinque samurai
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Autore: PerseoeAndromeda    17/05/2025    0 recensioni
Raccolta di cinque oneshot atte a raccontare la vita dei cinque protagonisti in un luogo ben definito, ispirandosi a cinque prompt. Era lo scopo della challenge e io ho scelto di parlare dei cinque samurai in un post canon situato dopo il terzo oav, in base al mio headcanon che li vede trasferirsi a vivere tutti insieme a Tokyo.
Genere: Angst, Hurt/Comfort, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Shonen-ai | Personaggi: Cye Mouri, Kento Rei Faun, Rowen Hashiba, Ryo Sanada, Sage Date
Note: Missing Moments | Avvertimenti: Spoiler!, Tematiche delicate
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“CERTE VOLTE QUESTO MONDO MI FA PAURA”
 
“C’è un articolo sul Palazzo del Governo Metropolitano”.
Le mani di Shin, intente ad asciugare un piatto, si bloccarono e dovette controllare il tremito delle dita per mantenere salda la presa.
La semplice enunciazione di Touma, all’apparenza una frase buttata lì per conversare mentre sfogliava una rivista di architettura, era arrivata come un tuono che lo scosse da capo a piedi. Questo perché entrambi sapevano benissimo che non si trattava solo di una frase buttata lì.
Quello che Shin non si sarebbe aspettato, era la propria reazione: si trattava solo di un nome, dopotutto, e si trattava solo di un edificio di Shinjuku…
Shinjuku…
Un altro, semplice nome…
Il luogo in cui era apparso Arago la prima volta… la loro prima battaglia…
Il luogo in cui Suzunagi li aveva intrappolati… sulla vetta di quell’edificio.
L’ultima battaglia, la consapevolezza che tutto era stato scritto, che loro non erano stati altro che marionette mosse da qualcosa di cui non avevano scoperto l’identità fino in fondo.
Si sentì girare la testa, riposò il piatto nel lavello e si portò una mano alla fronte.
“Non posso reagire così” si rimproverò. “Shin, vedi di piantarla”.
“Parli da solo, pesciolino?”.
Sussultò.
Touma gli si era avvicinato senza che lui se ne rendesse conto e aveva udito il suo sussurro.
Era sul punto di rispondere, quando Shu si addentrò nella cucina e, ostentando indifferenza, transitò accanto al tavolo facendo sparire nella propria mano uno dei biscotti che il guerriero dell’acqua aveva sfornato da poco.
Fu quindi a lui che il cuoco di casa rivolse la propria vocina gentile, che sapeva rendere un ringhio stizzito all’occorrenza:
“Ehy, quelli sono per la colazione di domani!”.
“Quelli cosa? Io non ho fatto nulla”.
Una carezza dispettosa giunse a scompigliare i capelli di Shu:
“Posa il malloppo, scimmietta”.
Ryo aveva pensato bene di intromettersi, attratto dalla prospettiva di uno dei giocosi battibecchi tra Shu e Shin che non si sarebbe perso per nulla al mondo.
Kongo gli rispose con una linguaccia e, subito dopo, il biscotto si aprì un varco tra le sue mascelle. Quindi mostrò al nakama le mani vuote, biascicando a bocca piena:
“Visto? Non ho niente”.
“Ma sei proprio scemo” rise Ryo, puntandogli l’indice sulla punta tondeggiante del naso paffuto.
Shu non esitò ad arricciarlo, tra due guance in fiamme.
“Non siamo più tornati lì” pronunciò una voce seria, interrompendo il momento di leggerezza e portando l’attenzione di tutti sulla figura di Seiji, la schiena appoggiata allo stipite della porta e le braccia incrociate sul petto.
Li guardava e nei suoi occhi viola c’era una scintilla diversa: da tempo, ormai, si mostrava tenero con loro, ma tutto quell’amore che lessero, quell’impressione che dava di volerli abbracciare con lo sguardo, pur con l’apparente, algida fermezza della sua espressione, non l’avevano mai percepita in maniera così intensa.
Tuttavia, le parole pronunciate dai nakama, nell’animo di Shin cancellarono ogni altra percezione.
Era consapevole di cosa significassero: ormai erano trascorsi giorni da quando il sigillo che li aveva tenuti prigionieri sulla cima di quel palazzo era stato spezzato dall’intervento di Ryo, che aveva liberato Suzunagi dal suo tormento. Nessuno di loro aveva più nominato quel luogo.
Non piaceva a nessuno di loro rievocare quei momenti, pur consapevoli che, forse, a tutti e cinque avrebbe fatto bene parlarne e confidarsi reciprocamente su come affrontavano il ricordo.
Shin, più di tutti, fuggiva ad ogni accenno di dialogo a riguardo, lo sapeva, come sapeva di non poterne fare a meno: aveva paura ed era troppo difficile ammetterlo a se stesso e agli altri.
Ammettere che le sue insicurezze, anziché diminuire, erano aumentate e che, anziché acquistare equilibrio e coraggio, nel diventare adulto il suo cuore era sempre più prossimo a spezzarsi e a fare male.
Aveva paura di tutto, di perderli in primo luogo, di vederli ancora soffrire, dei ricordi, di perdere il controllo sulle proprie emozioni, di non essere più in grado di sopportare qualunque difficoltà fosse sopraggiunta a mettere in discussione quel loro angolo di paradiso che avevano creato nella grande casa vicina al parco di Ueno.
“Dovremmo andare a dare un’occhiata”.
“Touma, no!” avrebbe voluto urlare Shin. Invece tenne quel grido serrato dentro il proprio cuore, che così ebbe un sussulto doloroso. Un frammento che andava ad accumularsi su tutto quel mucchio di cose che gli facevano male.
Non si sarebbe opposto alle decisioni dei nakama, non lo avrebbe mai fatto: dove andavano loro, sarebbe andato lui e inoltre era certo che avessero ragione. Dopo tutto quel che era accaduto, si trattava di uno dei loro doveri, controllare che tutto fosse a posto, che nessuno corresse rischi, che nessun pericolo incombesse ancora sugli abitanti di Tokyo e del mondo intero.
Shinjuku si era rivelato un ricettacolo sensibile agli attacchi di forze oscure, un luogo in cui, ormai era certo, la barriera tra il mondo terreno e quello spirituale era particolarmente sottile e il Palazzo del Governo Metropolitano, nel corso della loro ultima battaglia, aveva assunto il ruolo di catalizzatore, anche se loro soli erano a conoscenza di ciò che aveva richiamato.
“Andiamo a controllare”.
Gli sembrò di ascoltare se stesso come in un film distante, per un momento non credette di essere stato proprio lui a parlare: la sua bocca aveva espresso un bisogno contrario rispetto a ciò che gli suggeriva il cuore.
La sua bocca aveva parlato come quella di un samurai, mossa dal senso del dovere, il suo cuore si era messo a battere fino a balzargli in gola e un senso di soffocamento si impadronì di lui.
Per questo, nel pronunciare quella frase non guardò in faccia nessuno dei nakama e, anche dopo, si impose di continuare a svolgere il lavoro in cui era impegnato, riprendendo in mano i piatti e l’asciugamano.
Finse di non sapere che gli occhi di tutti erano fissi sulla sua schiena, mentì a se stesso, la sua voce era stata sicura, non aveva tremato neanche un po’, la sua figura non esprimeva alcuna emozione, non stava tremando.
Allora perché il piatto gli scivolò tra le dita, per ricadere con un rumore che parve assordante, in mezzo alle altre stoviglie nel lavello?
Non si ruppe, ma lui sobbalzò come se fosse stato colto di sorpresa da un’esplosione.
“Shin” fu l’esclamazione di Ryo. Non si era trattato di un grido, ma le sue percezioni erano dilatate, i sensi iperattivi.
Si voltò, sorrise e gli sembrò di vedere il proprio sorriso, talmente forzato da risultare grottesco:
“Mi è scivolato”.
A quel sorriso nessuno rispose e la preoccupazione non svanì dai loro volti: parve, piuttosto, accentuarsi.
Shin cancellò dalle proprie labbra quell’espressione falsa e si fece serio:
“Cosa c’è?”.
“Dovremmo chiederlo noi a te” rispose Touma, con fare indagatorio.
Il tatto non era mai stato il suo forte, soprattutto quando la mancanza di delicatezza era generata da preoccupazioni nei confronti dei nakama.
Shin non poteva sostenere quello sguardo ed abbassò il proprio.
“Sto bene. Ho avuto un momento di nervosismo, ma è passato”.
Era inutile mentire di fronte all’evidenza, anche se si sentiva male ogni volta che si trattava di confessare una propria debolezza, persino con loro: significava accettare di essere fragile…
Il più fragile di tutti…
Il più debole…
Il vile.
Lui, che avrebbe tanto desiderato proteggerli, non era in grado di farlo e si trovava costretto a fare i conti, sempre più, con la propria inutilità.
“Non serve che andiamo tutti, possiamo andare in due, forse io e Seiji…”.
“No!”.
Era chiaro l’intento di Ryo e Shin non poteva permetterlo. La veemenza con cui lo interruppe gli fece guadagnare una nuova occhiata intrisa di inquietudine da parte del leader, seguita da un imbarazzante silenzio, al quale pose termine Seiji.
“D’accordo” avanzò verso il samurai dell’acqua e gli pose una mano sulla spalla. “D’accordo Shin. Andremo tutti”.
In quel tono calmo e in quel gesto era racchiusa la volontà di rassicurare, il messaggio che il giovane Suiko recepì fu: “Andrà tutto bene”.
Seiji aveva capito tutto e Shin gli rivolse un’occhiata di pura gratitudine mentre arrossiva, per poi abbassare di nuovo lo sguardo.
“È solo che… sono passati pochi giorni e non so quanto quel luogo sia sicuro. Credo… sia meglio non separarsi”.
Si rendeva conto di quanto fossero deboli e poco connesse le sue osservazioni, ma ormai lo avevano colto in fallo e sarebbe stato inutile nascondersi dietro ad una razionalità che non gli apparteneva.
“Hai ragione” lo assecondò Seiji, rafforzando la presa sulla sua spalla e fingendo di non notare l’imbarazzo del nakama.
“Shin…”
Ryo non si arrendeva così facilmente: aveva colto le vibrazioni negative emesse da Suiko e voleva andare fino in fondo.
Shu e Touma non erano da meno, continuavano a fissarlo, come a voler estirpare da lui risposte che non osava rivelare a voce.
Era suo compito rassicurarli.
Si mosse e la mano di Seiji sulla sua spalla per un attimo esitò, poi si convinse a lasciarlo andare. Quando fu davanti a Ryo, Shin gli sfiorò una guancia, spostò una lunga ciocca corvina scomposta dietro l’orecchio del giovane Rekka e gli sorrise:
“Sto bene, non devi stare in ansia per me, lo sai”.
“Shin…” ripeté il leader, un mormorio sommesso, si vedeva che non era convinto, ma il lieve tocco delle labbra di Suiko sulle sue sembrò voler suggellare l’invito a non preoccuparsi oltre.
Shin lo oltrepassò, precedette i nakama nella stanza accanto e la sua voce dolce risuonò un po’ disarmonica tra le quattro mura:
“Andiamo subito, dobbiamo assicurarci che non vi sia più alcun pericolo per nessuno”.
Ryo lo seguì riluttante, imitato da Touma e Shu, che si scambiarono una fugace occhiata.
Seiji, invece, rimase fermo ancora per qualche istante, mentre le parole di Suzunagi gli risuonavano nella mente:
“Un vile che ha paura del futuro”.
Così quello spirito inquieto aveva descritto Shin.
Vile…
Una definizione che aveva ferito Korin, come se fosse stata rivolta a lui: come poteva, uno dei suoi nakama, venire accusato di viltà, con tutto quello che avevano passato, che avevano affrontato e subito?
Shin poi, che era l’essenza dell’amore e dell’abnegazione…
Shin, che non era affatto vile, ma era fragile, quello sì, ma come pretendere una cosa diversa da un ragazzo che veniva aggredito dalle emozione proprie e altrui assorbendole e amplificandole a livelli esponenziali?
No…
Non era fragile…
Portava le emozioni del mondo nel cuore ed esse alimentavano le sue.
L’acqua non è fragile: l’acqua è un ricettacolo del bene e del male, tanto limpida che sporcarla è fin troppo facile, è vitale quando può scorrere libera, ma il dolore dell’universo può soffocarla o farla esplodere in uno tsunami di sofferenza.
 
***
 
Il sole stava tramontando e i grattacieli di Shinjuku si tingevano di rosso: quelle fiamme che spiccavano tra torri di cemento erano come il portale per un altro mondo.
“Il portale per un altro mondo…” pensò Shin, lo sguardo verso l’alto e il cuore che si tuffava in un vortice pulsante a tal punto da fargli male al petto.
“Il mondo è in fiamme…”.
Ancora parole che si rincorrevano dentro di lui, le membra che faticavano a contenere i tremiti.
Era una sera calda, che si approssimava all’estate, ma lui sentì improvvisamente freddo, un gelo talmente inaspettato e destabilizzante che si ritrovò ad abbracciarsi mentre camminava dietro ai nakama.
Era rimasto indietro, senza rendersene conto, ma inconsciamente comprese: l’innato istinto a guardare le loro spalle.
Ryo e Seiji guidavano, lui doveva stare dietro, stava quasi sempre dietro, non aveva mai confessato che uno dei motivi era perché si riteneva l’ultimo, colui che doveva custodire le spalle dei suoi signori, che li doveva proteggere, fare in modo che niente e nessuno li cogliesse di sorpresa.
Era il solo a vedere le cose in questo modo, lo sapeva benissimo: non vi era alcuna gerarchia tra loro, eppure era il suo bisogno, suo e di nessun altro, il suo modo di sentirsi utile.
Ma come poteva essere utile se si ritrovava a tremare come un bambino a causa di traumi che suggestionavano ogni sua percezione?
Deglutì e si impose di continuare a camminare, mantenendosi all’erta, tenendo d’occhio le schiene dei nakama e preparandosi ad ogni evenienza.
“Ma quale evenienza?” si disse. “È tutto a posto, non accadrà nulla”.
Poi, come un maestoso gigante che svettava persino tra i grattacieli più alti, il Palazzo del Governo Metropolitano si stagliò a distanza, con le sue torri inondate di fuoco.
Tutti e cinque arrestarono i passi: la tensione li attraversò in un’unica onda che li portò ad avvicinarsi gli uni agli altri, l’istinto di protezione reciproca a guidarli.
“Be’ è… bello… non è vero?”.
L’osservazione incerta di Touma ruppe il silenzio che, fino a quel momento, li aveva trattenuti in un’atmosfera solenne.
Sì, era bello.
“Tanto bello quanto spaventoso” si ritrovò a rispondere Shin, dando voce alle proprie emozioni.
Se il tono di Touma era stato incerto, quello di Shin esprimeva un tale timore reverenziale e rifletteva a tal punto il tremore del proprio corpo che i nakama, come era accaduto poco prima nella loro abitazione, si voltarono a guardarlo.
In realtà tutti loro provavano il medesimo sentimento, ma la vulnerabilità di Shin li teneva in guardia costante nei suoi confronti.
Seiji scosse il capo e sorrise: non vi era nulla di pericoloso in quel luogo in quegli istanti, ne era certo, poteva percepire solo vita che brulicava, troppo caotica per lui, troppo rumorosa, ma vita, le sole ombre a incrinarla quelle di una quotidianità complicata per tutti. Niente mostri, niente youja, niente spiriti inquieti che avrebbero provato a dividerli e a far loro del male, non in quel momento.
Andava tutto bene: per una volta ne era sicuro.
Tese la mano verso Shin, fece in modo che lo sguardo del nakama incontrasse il suo sorriso e questi lo fece, due occhi grandi pieni di stupore e, per la prima volta da qualche ora, di speranza.
Le loro mani si intrecciarono e il senso di euforia che rischiarava il cuore di Seiji si tramutò in parole rassicuranti sulle sue labbra:
“Non ci sarà niente di spaventoso quando saliremo lassù e saremo circondati di luce”.
Altre tre mani si posarono sulle prime due e altri tre sorrisi si accesero.
“La nostra luce” mormorò Ryo.
Le labbra di Shin, sotto i suoi occhi ancora più grandi e lucidi di meraviglia e gratitudine, si schiusero nel tentativo di dire qualcosa. Infine rinunciò e si nutrì di quei sorrisi, sforzandosi di aggiungere il proprio: non gli riusciva facile, forse la forza di un tempo era del tutto svanita, ma per loro ci avrebbe provato, giorno dopo giorno, a cominciare da quel tuffo nei tremendi ricordi di Shinjuku.
“Ce la farò” promise a se stesso. “Per loro... per noi… per ricominciare davvero da noi cinque”.
   
 
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