Un freddo vento da est spirava deciso, portando con sé nuove nuvole dense e scure che lasciavano presagire l’arrivo imminente di un nuovo acquazzone.
Invano tentava di scostarsi i capelli dorati dal volto, Oscar, ma quei riccioli indomiti sembravano proprio non voler restare al proprio posto.
Alzò gli occhi verso l’ampia finestra della stanza dei Sovrani all'interno della Reggia.
Ormai era quasi tempo di partire… Mancavano meno di ventiquattr’ore, così come per l’avvio della prima
seduta dell’Assemblea dei Notabili.
Difatti, guardandosi intorno, era possibile percepire l’altissima tensione che aleggiava nella sontuosa Reggia.
Non le piaceva l’idea di partire in un momento così cruciale per la Francia, ma non aveva altra scelta.
Avrebbe dovuto affidarsi a Girodelle per vegliare sul Re e sull’andamento degli eventi, cosa per lei estremamente ardua da accettare non amando dover delegare a terzi.
C’era un insolito silenzio negli immensi giardini, complice il tempo incerto che aveva fatto sì che molti cortigiani rinunciassero alla consueta passeggiata mattutina.
Mentre camminava, reggeva le redini di César, sentendolo piuttosto irrequieto… Quel magnifico destriero sembrava avere una particolare connessione con lei, quasi come fosse in grado di captare lo stato d’animo della sua padrona.
Perché, sì, quel giorno Oscar era irrequieta. Si era destata nel suo letto all'alba, sentendosi ancor più stanca di prima, avendo trascorso ore a vagare durante la notte per i corridoi di Palazzo Jarjayes.
Era scesa in cucina per la colazione e aveva trovato André intento a prepararsi una tazza di thè caldo.
Cercava di fare piano, evidentemente non voleva svegliare nessuno per via dell'ora prematura, ma non appena la vide, le sorrise con aria imbarazzata, quasi come se lei lo avesse colto in un atto proibito.
“André… Sei appena tornato?”
“Sì… Sarei venuto prima, ma fino a un'ora fa sembrava si stesse scatenando un tifone.”
“Sì, ho visto… Dove hai passato la notte?”
“In una locanda a Parigi.”
“E… Perché eri andato lì?”- lo guardò con uno sguardo abbastanza eloquente.
“Avevo bisogno di un paio di cose in vista della partenza.”- le rispose con nonchalance, preparando l’infuso per il thè.
Oscar era frastornata… Era una motivazione più che plausibile, gliel’aveva detta con scioltezza… Eppure, non riusciva a levarsi da mente la strana sensazione che André non le stesse dicendo la verità.
“Vuoi del thè anche tu, Oscar? Mi sembri stanca.”- le lanciò uno sguardo preoccupato, André.
Si osservarono un momento, e quel sentimento genuino negli occhi di lui le suscitò un dubbio: perché mai André avrebbe avuto ragione di mentirle? Non si erano forse promessi da bambini di non tenere mai segreti fra loro?
“Sì, André, ti ringrazio. Hai trovato ciò che ti serviva?”- gli sorrise con delicatezza.
“Sì, ho anche ultimato il mio bagaglio.”- rispose lui, continuando ad osservare le occhiaie violacee sul suo volto.
“Bene. Spero che Nanny non aggiunga altro a ciò che le ho detto di mettere nel mio… Sembrava volermi preparare delle valigie come se stessimo andando in villeggiatura.”
“Conosci mia nonna, vuole assicurarsi che non manchi nulla, in modo che la sua bambina abbia tutto ciò che le occorre.”- rise André.
“E lo apprezzo, davvero, ma… Non ho bisogno di tutto ciò che ha pensato di farmi portare… Tutte quelle camicie, pantaloni… Come se non trascorrerò quasi tutto il tempo in uniforme.”
“Attenta, Oscar… Mia nonna la Generalessa sta scendendo le scale, la vedo alle tue spalle!”- mi sussurrò furtivo André, facendomi l’occhiolino.
Provai a trattenermi, ma un sorriso fece comunque capolino sulle mie labbra.
“Oscar, bambina mia, cosa fai già alzata? Pensavo stessi dormendo ancora…”
“Buongiorno, Nanny. Devo recarmi a Versailles prima stamattina, perciò ho preferito alzarmi in modo da potermi preparare con calma.”- non esattamente la verità, ma neppure una vera menzogna.
“Oh, Oscar, mia cara… Ecco, a proposito di questo, avrei un favore da chiederti. In verità non vorrei farlo, però…”- Nanny sembrava in difficoltà, come se temesse la reazione di Oscar per la sua richiesta inespressa, cosicché la giovane le prese delicatamente le mani per incoraggiarla a parlare senza timore.
“Nonna, dimmi pure tutto ciò di cui hai bisogno, lo sai che a me puoi chiedere qualsiasi cosa.”
“Ecco, io… Volevo chiederti se André stamattina potesse restare qui a Palazzo per aiutarmi ad ultimare la preparazione dei bagagli. Solo se non ti dispiace, ovviamente, André dovrebbe essere al tuo fianco per proteggerti, badare alla tua sicurezza e…”
“E niente, nonna. Non ho bisogno di nessuna protezione, lo sai. André non deve certo restarmi attaccato ogni istante, sono perfettamente capace di andare e tornare da Versailles da sola. Se lui non ha obiezioni in merito, per me va benissimo che resti qui a darti una mano. In verità, resterei anch’io se non dovessi andare alla Reggia.”
“Oh, Oscar, non dire sciocchezze, non sono certo mansioni adeguate a te!”- rispose Nanny, interdetta.
“Onestamente preferirei di gran lunga preparare valigie che andare a Versailles. E poi, nonna, lo sai che non ho mai badato alle differenze di rango, io. Ora vado a vestirmi. Grazie per il thè, André.”- e si allontanò dalla cucina, Oscar, dopo aver riposto la tazza di porcellana sul tavolo.
E così, si era ritrovata ad andare per la prima volta nella sua vita alla Reggia di Versailles completamente sola.
Doveva ammettere che era stato strano non avere la solita presenza di André al suo fianco. La sua assenza si faceva sentire e, in effetti, gli mancava.
Aveva notato che lui aveva maldestramente tentato di mascherare una smorfia di delusione quando, dopo averle sellato César, l’aveva salutata assicurandole che si sarebbero visti al suo rientro.
Di certo anche per lui doveva essere strano non accompagnarla dopo quasi vent'anni.
E adesso, si ritrovava a ripensare a quei momenti con crescente turbamento. Di solito, quelle sensazioni sarebbe riuscita a mitigarle circondata dagli splendidi roseti degli immensi giardini della Reggia, ma quel giorno proprio non ci riusciva.
Continuava a camminare, accarezzando la liscia criniera candida di César.
Aveva ormai ultimato la sessione d’addestramento dei suoi soldati, anche quella supplementare con quelli che sarebbero partiti per Vienna. Era convinta delle sue scelte ed era sicura che nulla avrebbe potuto nuocere alla Regina e ai Delfini, eppure…
C’era qualcosa di sbagliato.
Percepiva un presagio negativo che le imperversava le viscere.
Stava aspettando l’arrivo di Girodelle per concordare gli ultimi dettagli prima di lasciargli il comando del reggimento in sua assenza, ma non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione di essere osservata.
Stava tardando il suo secondo, cosa alquanto insolita per lui. In verità, il Capitano Mirabeau le aveva detto che quel mattino non si era neanche presentato alla Reggia… Che gli fosse capitato qualcosa? Non era un comportamento consueto per lui.
Stava per voltarsi per tornare indietro all'ingresso principale della Reggia, quando udì una voce dietro di sé che la fece sussultare, cogliendola di sorpresa.
“Oscar, è un piacere rivedervi.”- disse la voce cristallina di Fersen.
Si girò eccessivamente lenta, lei, credendo di averlo immaginato.
Ma era proprio lì, davanti a lei, in tutto il suo classico splendore.
“Fersen… Buongiorno, anche per me è un piacere rivedervi.”
Era la prima volta che si ritrovavano faccia a faccia dopo quella famigerata notte del ballo… Ma questo lui non lo sapeva, ragion per cui doveva cercare di dissimulare al meglio delle sue capacità.
“Sono contento di esservi riuscito ad incontrare prima della partenza, Oscar. Di certo in questi giorni sarete stata sobbarcata dagli impegni più del solito.”
“Sì, in effetti c’è stato qualche aspetto da sistemare, ma è tutto perfettamente pronto per domani.”
“Non ne dubitavo minimamente.”- rispose lui, sorridendole.
Ma c’era qualcosa di strano nella sua espressione, il modo in cui la osservava pareva celare un qualcosa di non detto che trasmetteva ad Oscar un senso di inquietudine.
“State bene, Fersen?”
“Sì, certamente…Oscar, dov’è André?”
“Oh, lui è rimasto a Palazzo per occuparsi della preparazione dei bagagli.”
“Capisco.”- era più unico che raro non vederla accanto a lui, sempre pronto a farle da ombra e a vegliare su di lei, anche da lontano.
Rimasero in silenzio, ad osservarsi in modo indefinito per qualche istante, finché Fersen non ruppe quella quiete.
“Che ne dite di fare una passeggiata nel Bosco di Venere, Oscar? Mi farebbe piacere discorrere un po' con voi prima del viaggio.”
“Con piacere, Fersen.”- non era esattamente entusiasta dalla proposta, ma non poteva rifiutare senza farlo insospettire.
Si incamminarono lentamente lungo gli splendidi luoghi immersi nel verde della Reggia, beandosi di quella brezza fredda che smuoveva i loro lunghi capelli.
Non parlavano, si lasciavano cullare dal suono dell'acqua scrosciante dalle fontane.
Si sentiva strana, Oscar, nel saperlo così vicino a lei in quel momento… Il ricordo delle ultime parole che le aveva rivolto, seppur inconsapevolmente, bruciava ancora nel suo animo, benché le costasse fatica ammetterlo.
“È da un po' che non ci vediamo, vero, Oscar?”- esordì lui.
“Sì, in effetti non ricordo nemmeno l’ultima nostra conversazione.”- eccome se la ricordava.
Lui la osservava attentamente, tentando di scorgere un dettaglio nel suo atteggiamento che potesse suggerirgli come muoversi in quella situazione.
La Contessa era lei, questo era assodato, ma per quanto riguardava la ragione del gesto? Aveva bisogno di un’ulteriore conferma.
Com’era possibile che quelle due donne fossero la stessa persona? Una era un soldato di ferro, che non si lasciava scalfire da nulla, che dimostrava coraggio e lealtà in ogni caso; l’altra, era stata una donna in ogni senso, che si era lasciata andare ai piaceri legati al mondo femminile, con un ballo, un abito elegantissimo e… Un comportamento che suggeriva un interesse più profondo di una semplice amicizia.
Possibile che il Colonnello Oscar e la Contessa straniera fossero la stessa persona? Gli sembrava impossibile in quel momento. Ma era proprio quello che doveva capire.
“Io, invece, ho memoria del nostro ultimo incontro.”
“Davvero?”
Lei era di un paio di passi avanti a lui, gli dava le spalle, non potendo, perciò, scorgere la sua espressione.
“Sapete, volevo raccontarvi un fatto che mi è capitato circa tre settimane fa… Sono andato ad un ballo ed ho conosciuto una donna bellissima. Non l’avevo mai vista prima, mi è stato detto che era una Contessa proveniente dall'estero. Ad ogni modo, abbiamo danzato insieme e… Beh, non so perché, ad un certo punto è andata via prima che la musica finisse. Da quella notte non l’ho mai più vista.”
Ed eccolo lì… Il segno impercettibile, ma presente: Oscar ebbe un sussulto, e un lieve tremore alla mano destra che reggeva le redini di César.
Continuava a camminare, però, sebbene meno decisa di prima.
“Davvero… Sì, è davvero un fatto insolito. Siete riuscito a conoscere il suo nome?”
“Il colore dell'abito metteva in risalto l’azzurro dei vostri occhi, Oscar.”- ecco, l'aveva detto.
E in lontananza, un lampo squarciò il cielo, seguito dal rombo di un tuono.
Arrestò il passo, Oscar, trasalendo visibilmente. Ora non c’era più modo di dissimulare.
Aveva capito che era lei… Probabilmente quella stessa notte mentre lei fuggiva dalle sue braccia.
Continuò a dargli le spalle.
“Che… Che avete detto?”- la sua voce era incerta.
Lui si avvicinò, rimanendo a pochi centimetri di distanza da lei.
“Oscar, non serve più che fingiate. Ho capito che eravate voi dal momento in cui stavate per inciampare e i nostri occhi si sono incrociati.”
Strinse gli occhi, lei, traendo un respiro profondo che le diede la forza di voltarsi per guardarlo in faccia.
“Fersen, io… Ho commesso un errore quella notte. Non avrei mai dovuto farlo.”- doveva mantenere la calma.
“No, Oscar… Non potete liquidarlo così… Ci deve essere stata una ragione che vi ha spinta a compiere un simile gesto.”- la guardò eloquente.
“Vi prego, non chiedetemi altro… Quella notte va dimenticata, il mio è stato uno sbaglio, uno sciocco capriccio privo di importanza.”
“No, non vi credo. Siete troppo scaltra per lasciarvi andare ad un mero capriccio, vi conosco. Non è da voi. Ci deve essere stato per forza un motivo valido.”
Ma perché insisteva?
“Fersen, non mi conoscete in ogni mio aspetto… Magari volevo solo sperimentare per una volta la mia condizione femminile come tutte le altre donne.”- menzogna, ma non completamente.
“Su una cosa concordo con voi: non vi conosco come credevo. Perché se davvero l'avessi fatto, avrei capito immediatamente cosa vi turbava. Vi confesso che… Non l’avevo neanche mai immaginato.”
“Cosa non avete mai immaginato, esattamente, Fersen?”
“La verità.”- e ora il vento si faceva più impetuoso.
Gli occhi di Oscar luccicarono, ma non si lasciò abbattere, doveva restare lucida, benché fosse estremamente difficile.
“E qual è la verità, Fersen? Cosa vorreste sentirvi dire esattamente, visto che è chiaro che vi siete già dato una spiegazione.”- gli occhi si incrociarono, incollandosi magneticamente.
“Oscar… Ciò che penso io non è importante, ma ciò che corrisponde alla verità… Ditemi che mi sbaglio, che mi sono convinto di qualcosa che non esiste…”
E allora Oscar sentì qualcosa dentro di sé spezzarsi… Non poteva fare più nulla, ormai… Le parole non servivano, gli occhi parlavano per lei, confermando a Fersen ciò che già sapeva ma che non aveva voluto ammettere fino in fondo.
Si guardarono intensamente, e Fersen sentì il suo cuore angosciarsi… Se fino a quel momento aveva sperato di essersi ingannato e che la sua amicizia con Oscar potesse salvarsi, quel suo silenzio fu una dolorosa smentita.
“Oscar, io… Non me lo sarei mai aspettato, credetemi…”
“Fersen, non aggiungete altro, questa conversazione è durata anche troppo, vi prego di lasciarmi sola adesso.”- e tentò di voltarsi, senza dargli la possibilità di ribattere, ma lui le afferrò d’istinto la mano destra e gliela tenne stretta facendole gelare il sangue.
“Lasciatemi la mano, per favore.”- la sua voce si era indurita.
“No, Oscar… Non potete lasciare questa conversazione in sospeso.”- erano vicini, tremendamente vicini, il suo cuore batteva all'impazzata, doveva scappare, non poteva più restare davanti a lui, era troppo…
“Vi ho detto di lasciarmi la mano, immediatamente.”- ma lui non la lasciava e allora lei si divincolò dalla sua stretta, riuscendo ad allontanare la mano lasciando, però, il candido guanto dell'uniforme nella mano di Fersen.
Agì d’istinto, non si guardò indietro, sentiva il respiro farsi soffocante, montò rapidamente in groppa a César e si lanciò furiosamente al galoppo, desiderosa di allontanarsi il più possibile da Fersen.
Era vigliacca, lo sapeva, aveva sempre affrontato ogni sfida e avversità a testa alta fin da ragazzina, senza lasciarmi mai travolgere dalle sue emozioni, ma stavolta non ci riusciva… Perché stavolta era la donna a parlare, quel maledetto cuore di donna che non le lasciava scampo.
L'aveva vista scattare veloce come un fulmine, Fersen, senza dargli il tempo di fermarla.
“No… Non posso lasciarla andare via… Devo inseguirla, raggiungerla… Non può finire così.”- si disse, osservando l’accessorio nella sua mano.
L’aveva vista fuggire via da lui già una volta senza che potesse fermarla, troppo sconvolto dalla prospettiva che avesse ballato con lei, ma ora giurò a sé stesso che non se la sarebbe lasciata sfuggire di nuovo senza prima conoscere tutta la verità dalla sua bocca.
E corse, incurante del fatto che non si addicesse ad un uomo del suo rango, andando a recuperare il suo destriero.
Si lanciò all’inseguimento, consapevole di doversi sbrigare poiché lei aveva già guadagnato parecchia distanza da lui.
Scorgeva, in lontananza, la figura del suo cavallo bianco che correva forsennato, come a voler sfuggire da una imminente sciagura.
“Lo sto facendo galoppare troppo veloce… Se continuo così finirò per farmi disarcionare.”- lo sapeva Oscar, lo sapeva benissimo… Ma era conscia anche del fatto che se si fosse fermata non avrebbe avuto altra scelta che fronteggiare Fersen.
Avrebbe dovuto guardare in faccia la realtà del suo cuore di donna, e di tutte le emozioni che ne derivavano.
Ma non poteva scappare in eterno. Lo sapeva, eccome se lo sapeva…
Poteva rifuggire la verità, ma non poteva cancellarla… E prima poi, a furia di giocare col fuoco si sarebbe scottata.
Era Oscar François de Jarjayes, non fuggiva dinnanzi a nulla, e non avrebbe dovuto lasciare che il suo cuore la mettesse in scacco…
Perché, però, sentiva che la ferita inferta dalla lama di una spada le avrebbe causato minor dolore di quell'inevitabile confronto con Fersen?
“Perché per la prima volta dovrai affrontare un avversario completamente ignoto e inaspettato: te stessa.”- le sussurrò una voce interiore.
Correvano, più veloci del vento… Ma il destriero dalla criniera beige aveva quasi raggiunto quella candida di César, segno che presto sarebbe tutto finito.
Note finali: credevo davvero non sarei riuscita ad aggiornare questa settimana. Poi, però, le sere mi sono messa d’impegno a scrivere, anche per distogliere la mente dai tanti pensieri. Tra l'altro, il contenuto del capitolo lo avevo già, dovevo solo trovare il modo di metterlo nero su bianco. Quando ho terminato questa parte avrei potuto anche andare avanti, ma ho ritenuto maggiormente effettivo dividerlo in due parti per non sfociare nel prolisso. Nonostante tutto, dunque, alla fine sono riuscita comunque a non rimandare la pubblicazione settimanale e la cosa non può che farmi felice.
In attesa della seconda parte, vi lascio questa prima qui, il cui titolo è, peraltro, riferito al meraviglioso brano dei Rondò Veneziano.
Con profondo affetto e sempre tanta gratitudine per il vostro
continuo supporto,
Maya (alias Arianna).


