Data Stellare: 2617.37
Luogo: Dytallix B
La falce scarlatta di Dytallix B – un mondo in rotazione sincrona, mezzo arroventato e mezzo ghiacciato – era un degno sfondo per la sanguinosa battaglia che si consumava nell’orbita. Da tempo la Federazione non si lasciava coinvolgere in uno scontro di quelle proporzioni; ma era l’inevitabile resa dei conti di un vecchio conflitto che il Comando di Flotta voleva chiudere a ogni costo. L’Ammiraglio Hod, uno degli ufficiali più decorati nella storia della Flotta, guidava una forza d’assalto di cinquanta astronavi, tra le più moderne e armate. C’era l’USS Harmony, l’ammiraglia di Flotta, un potente vascello di classe Universe. Ma per ragioni più sentimentali che tattiche, Hod partecipava alla battaglia sulla sua vecchia nave, l’USS Keter. Era con quel vascello che l’Elaysiana aveva partecipato alla Guerra Civile, quand’era Capitano, ormai un quarto di secolo prima. Ed era con quel vascello che intendeva chiudere i conti.
Dytallix B, infatti, era l’ultima roccaforte dei Pacificatori, la corrotta forza militare che aveva spadroneggiato durante la Guerra Civile. C’erano voluti quattro anni per vincere la guerra; ma oltre un ventennio per dare la caccia ai resti sbandati dei Pacificatori, che si erano dati al terrorismo e alla pirateria. L’Ammiraglio Hod si era promessa di non andare in pensione prima d’averli estirpati. Ora quel momento era finalmente arrivato. L’Hunter Squadron, il corpo d’agenti selezionati per stanare i Pacificatori, aveva localizzato il loro ultimo covo su quel mondo desolato.
Così si era giunti alla battaglia, il cui esito era scontato. All’agguerrita flotta federale, infatti, si contrapponevano una manciata di vecchie navi scalcagnate e poche centinaia tra caccia e navicelle. Era tutto ciò che restava ai Pacificatori. La loro base sotterranea, ricavata in una vecchia miniera abbandonata, non aveva nemmeno uno scudo. Vedendoli così male in arnese, Hod gli aveva proposto la resa, garantendo un equo processo. I Pacificatori avevano reagito attaccando, nella speranza di distruggere almeno la sua astronave; ma avevano fatto male i conti. La Keter era impervia a ogni attacco, grazie allo scafo in neutronio. Le altre navi le facevano scorta, abbattendo ogni nemico in avvicinamento. L’ultima carica dei Pacificatori era diventata un’assurda carneficina.
«Guardate... l’insensato epilogo di un’insensata guerra» mormorò Hod, osservando i vascelli dei Pacificatori che esplodevano uno dopo l’altro sotto il serrato fuoco difensivo. Distrutte le poche astronavi, i federali concentrarono il fuoco sulle navicelle. Dall’entità delle esplosioni era chiaro che il nemico le aveva riempite d’antimateria, per mettere a segno attacchi kamikaze. I loro lampi ricordarono all’Ammiraglio i fuochi d’artificio estivi che guardava su Elaysia, quand’era bambina.
«Il senso glielo daremo noi, finendola una volta per tutte» disse il Capitano Shil, corrucciato. Aveva servito per molti anni sulla Harmony, ma di recente era tornato sulla Keter, rilevando il comando dal precedente Capitano Ki’Lau. «Intensificare il fuoco anteriore, la difesa dev’essere impenetrabile. Proteggete l’ala destra dello schieramento, il nemico si sta avvicinando troppo. Proteggetela, ho detto!» raccomandò.
In quella alcune navicelle imbottite d’antimateria giunsero a bersaglio. Come temuto s’immolarono in attacchi kamikaze, colpendo i punti più vulnerabili dei vascelli federali: la plancia, il deflettore, le gondole quantiche. Due grandi esplosioni riverberarono sugli scafi più vicini.
«Abbiamo perso la Garuda e la Rukh» riferì mestamente l’Ufficiale Tattico. «La Nelscott segnala gravi danni, deve ritirarsi».
«Aprite lo schieramento per consentire la ritirata. Piazzate l’Harmony al suo posto, affinché l’ala destra regga. Noi terremo il centro» ordinò l’Ammiraglio, dura in volto. Se i Pacificatori volevano combattere fino all’ultima goccia di sangue, li avrebbe accontentati.
I rimanenti shuttle e caccia nemici furono abbattuti dall’intenso fuoco di sbarramento federale. Altri fuochi d’artificio che punteggiarono lo spazio. Persino quando ne rimasero una manciata rifiutarono d’arrendersi, perseguendo fino all’ultimo la strategia kamikaze. Infine i cannoni phaser della Keter disintegrarono l’ultima navicella, pochi attimi prima che colpisse la plancia. I suoi frammenti rimbalzarono sullo scafo in neutronio, senza danneggiarlo. Il bilancio finale fu di tre navi federali distrutte e dodici danneggiate. Erano danni superiori al previsto... il colpo di coda dei Pacificatori. Ma la battaglia non era ancora finita.
«Hod a flotta, disporsi in orbita geostazionaria. Pronti a intercettare eventuali missili provenienti dalla superficie. Inviare le Squadre Spettro a espugnare la base» ordinò l’Ammiraglio, riferendosi ai corpi speciali muniti di tute occultanti.
«Squadre Spettro trasferite» riferì Norrin. Dopo tanti anni, era ancora l’unico Hirogeno in forze alla Flotta Stellare. Ufficiale Tattico e poi Comandante della Keter, ora dirigeva gli Hunter Squadron che avevano stanato gli ultimi Pacificatori. Perciò era lui a occuparsi della conquista della base. Se Hod non l’avesse trattenuto, sarebbe stato capace di mettersi in testa alle squadre d’assalto, come faceva quand’era più giovane. «Ogni squadrone punta all’obiettivo designato. La messa in sicurezza del reattore, la conquista del centro di comando... e naturalmente la cattura della Giunta» disse, riferendosi alla piccola giunta militare che comandava i rimasugli dei Pacificatori.
«Mi tenga informata. E stia pronto a inviare rinforzi» disse Hod.
«Ai vecchi tempi saremmo andati a stanarli di persona...» commentò il Capitano Shil – Vrel per gli amici – con una punta di rimpianto.
«Ai vecchi tempi eravamo degli scavezzacollo. E non avevamo un’intera flotta» rispose l’Ammiraglio, con un mezzo sorriso. Quanto le mancavano quegli anni...
Trascorsero ore di duri combattimenti. Le Squadre Spettro inviavano frequenti aggiornamenti, a cui Hod e Norrin rispondevano con nuovi ordini. I Pacificatori resistevano strenuamente, contendendo ogni corridoio e sala, ma furono soverchiati dal numero e dal migliore equipaggiamento dei federali. Poco alla volta le squadre segnalarono d’aver raggiunto i loro obiettivi. Il centro di comando, la centrale energetica e gli altri punti nevralgici della base furono espugnati. Gli ultimi Pacificatori caddero nelle sparatorie o si arresero. Infine giunse la notizia più attesa.
«Squadra 1 a Keter, abbiamo trovato la Giunta. Si era rifugiata nel livello più profondo» riferì il caposquadra.
«Ottimo lavoro. Ammanettateli e portateli su, così potremo teletrasportarli. Non vedo l’ora di parlarci faccia a faccia» ordinò Norrin.
«Sarà difficile, signore. Si sono tutti suicidati per sfuggire all’arresto, ingerendo delle capsule di veridio» rivelò il caposquadra. La telecamera del suo casco trasmise l’immagine dei corpi riversi su un tavolo, in uno stanzone semibuio. Gli ufficiali della Keter li riconobbero: erano proprio gli ultimi leader dei Pacificatori, ai quali avevano dato la caccia per anni. In un’alcova della parete campeggiava una piccola immagine olografica della dittatrice Rangda, da essi riverita alla stregua di una divinità. Hod arricciò le labbra in una smorfia soddisfatta: quell’idolo profano non aveva salvato i suoi fedeli. D’un tratto notò che su uno schermo parietale, una delle poche fonti di luce, campeggiava un messaggio. «Cosa c’è sullo schermo?» volle sapere.
«Il loro ultimo proclama; non hanno potuto diffonderlo perché stiamo ancora disturbando le loro trasmissioni» rispose il caposquadra. Lesse le prime righe.
Oggi ci uniamo ai martiri della libertà.
Non importa trionfare oggi,
l’importante è avere ragione domani.
La resistenza armata popolare continuerà
fino al rovesciamento dell’Impero Genocida dell’Uomo
e alla restaurazione della democrazia.
Non importa trionfare oggi,
l’importante è avere ragione domani.
La resistenza armata popolare continuerà
fino al rovesciamento dell’Impero Genocida dell’Uomo
e alla restaurazione della democrazia.
L’espressione “Impero Genocida dell’Uomo” era quella abitualmente usata dai Pacificatori per riferirsi alla Federazione Unita dei Pianeti. Il messaggio continuava a lungo, sempre con questo tenore ideologico esasperato e vittimista.
«È la solita vecchia propaganda, Ammiraglio. Dicono che si sacrificano per la libertà, che la lotta armata popolare continuerà, eccetera. Vuole che registriamo il messaggio?» chiese il caposquadra, giusto per senso del dovere.
«No, cancellatelo. Oggi l’ideologia dei Pacificatori muore con loro» decise l’Ammiraglio.
Detto fatto, l’ultimo proclama fu cancellato. Anche l’ologramma della dittatrice fu spento nella sua alcova. Gli agenti federali presero a infilare i corpi dei leader nemici nei sacchi neri per cadaveri. Li avrebbero portati ai livelli superiori della miniera, dove potevano essere agganciati dal teletrasporto e quindi imbarcati sulle astronavi. Il regolamento, infatti, imponeva l’autopsia prima di procedere alle esequie.
«Così è finita, finalmente» sospirò Vrel. «Vorrei che Jaylah fosse qui, per assistere al collasso dei Pacificatori».
«Ne sarà informata» mormorò l’Ammiraglio, venendogli accanto. Da tempo la loro amica si era ritirata a vita privata, su una remota colonia federale. Aveva visto abbastanza battaglie... come la capivano. Ora che gli ultimi strascichi della Guerra Civile erano terminati, anche Hod e Norrin erano tentati di dimettersi.
«Sarà una gran festa, immagino. Magari l’occasione per una bella rimpatriata» commentò Vrel.
«Non devono esserci festeggiamenti per questa vittoria» ammonì Hod. «Il Presidente e il Comando di Flotta concordano che deve passare tutto in sordina. Parlarne troppo non farebbe che riaprire vecchie ferite. Faremmo il gioco dei Pacificatori, facendoli passare per martiri. No, meglio il silenzio... contentiamoci d’aver fatto il nostro dovere».
«Siete sempre una stratega, eh?» commentò Vrel, con un mezzo sorriso.
«Quando ci vuole, ci vuole. Non saremo la loro cassa di risonanza» confermò l’Elaysiana. «Ora dobbiamo pensare al futuro. I fuochi d’artificio ci saranno, eccome, ma per tutt’altra ragione».
«Si riferisce all’inaugurazione del nuovo Quartier Generale» indovinò Norrin. «Pensavo che non l’avrebbero mai terminato. Da quanto ci lavorano, vent’anni?».
«Come minimo. Ogni tanto il vecchio Dib mi manda degli aggiornamenti. Si comporta come se fossi ancora il suo Capitano» sorrise Hod. «Beh, stavolta fanno sul serio. I lavori sono finiti, l’inaugurazione è imminente. Ci sarà mezza Flotta, sarà una grande celebrazione. Naturalmente siete tutti invitati. Ho già spedito gli inviti ai vecchi amici, così avremo la nostra rimpatriata. E speriamo che sia l’alba di una nuova era per la Federazione. Un’era di pace».
«Quella che avremmo voluto per noi... almeno l’avranno i nostri figli» sospirò Vrel, scambiando un’occhiata con la moglie Zafreen, che teneva la postazione sensori e comunicazioni. Dopo di che il Capitano prese a scorrere il rapporto danni sull’oloschermo del bracciolo. La Keter era praticamente illesa, anche se il resto della flotta non poteva dire altrettanto. Il colpo di coda dei Pacificatori era stato velenoso: le vittime federali superavano il migliaio.
L’Ammiraglio gli posò la mano sulla spalla, in segno d’incoraggiamento. Dopo di che si accostò allo schermo, osservando la falce rossa di Dytallix B, non più minacciosa. I Pacificatori erano debellati... stentava a crederlo, dopo aver passato un quarto di secolo a combatterli. Una delle due grandi ossessioni della sua vita era scomparsa: si sentiva come se le avessero tolto un macigno dalle spalle. Ora che non aveva incarichi più pressanti, poteva dedicarsi alla sua seconda ossessione. Poteva finalmente concentrarsi sulla ricerca dell’USS Destiny, la nave smarrita nel Multiverso.
Data Stellare: 2617.37
Luogo: Katratzi (in un altro cosmo...)
La Destiny zigzagava in una cintura d’asteroidi, a poca distanza da un planetoide a malapena sferico e privo d’atmosfera. Tutt’intorno lo spazio era incendiato dai vivaci colori della nebulosa circostante. Raggi phaser e impulsi al plasma balenavano nel vuoto, misti alle occasionali esplosioni dei siluri. La nave federale, infatti, era braccata da tre giganteschi incrociatori alieni. Disposte in formazione a cuneo, le Dreadnought sparavano all’impazzata con le armi anteriori, colpendo sia la Destiny che i bolidi in rotta di collisione.
«Gli Scarran ci stanno alle costole! I bastardi non demordono, nemmeno in mezzo agli asteroidi!» avvertì Talyn dalla postazione sensori e comunicazioni.
«Continua a trasmettere che non abbiamo intenzioni ostili e non volevamo sconfinare nel loro spazio. Spiega che è un errore dovuto al fatto che siamo nuovi di qui!» ordinò il Capitano Rivera, reggendosi alla poltroncina, mentre la nave si squassava sotto i colpi nemici.
«Ormai è tardi per giustificarci. Andiamocene a massima velocità!» raccomandò la Comandante Losira, seduta accanto a lui.
«Sarebbe un grosso rischio. Se le informazioni che abbiamo acquisito dai mercanti Nebari sono corrette, gli Scarran possono tracciarci anche dopo il balzo!» ricordò l’Ingegnere Capo Irvik.
«Mah, io non mi fiderei troppo delle loro parole!» obiettò Shati dal timone. «Sono stati i Nebari a consigliarci questa rotta, senza avvertirci del pericolo. Altro che costeggiare lo spazio Scarran, ci siamo finiti nel mezzo! Non mi stupirei se lo avessero fatto in accordo coi lucertoloni, per dargli una scusa per abbordarci!» insinuò la timoniera.
«Anche questo è possibile» ammise il Capitano. Erano in quel cosmo da appena un mese e già si erano fatti dei nemici. E non dei nemici qualunque. Gli Scarran erano rettili predatori, praticamente la versione locale dei Gorn. Le loro Dreadnought erano pesantemente armate, tanto da mettere a dura prova gli scudi della Destiny. Rivera le osservò, inquadrate sullo schermo dai sensori di poppa. Erano vascelli chilometrici, assai più grandi della Destiny. Gli scafi color acciaio avevano una strana forma, essendo costituiti da diversi moduli. Quello anteriore era sferico e conteneva buona parte degli armamenti, oltre che presumibilmente la plancia. «Rapporto tattico!» ordinò il Capitano.
«Sono vascelli potenti, ma i loro scudi non sono sofisticati come i nostri. Sto variando le armoniche dei phaser, in cerca di una frequenza più efficace» spiegò Naskeel dalla postazione tattica.
In quella un grosso asteroide, schivato da Shati, si avventò sulla nave di testa. Gli Scarran lo colpirono, disgregandolo in una miriade di frammenti, che bersagliarono la Dreadnought come una grandine. Poiché i vascelli avevano accelerato a pieno impulso durante l’inseguimento, la forza d’impatto era devastante. Gli scudi resistettero, ma fu un duro colpo.
«La nave di testa è stata colpita, i suoi scudi sono indeboliti. Una raffica di siluri transfasici dovrebbero neutralizzarla, forse distruggerla» disse Naskeel, preparandosi a fare fuoco. I siluri transfasici erano l’arma più potente di cui la Destiny disponesse; in sette anni di scontri nel Multiverso avevano eliminato parecchie minacce.
«No, aspetta!» gridò il Capitano, accompagnandosi con un gesto secco. «Sono vascelli enormi, avranno migliaia di persone a bordo. Non possiamo distruggerli così, come se niente fosse. Non siamo in guerra con questa gente».
«Ma loro sono in guerra con noi!» obiettò Shati, mentre la Destiny vibrava sotto il fuoco implacabile degli inseguitori.
«Non importa, andiamocene e basta!» ordinò il Capitano. Dopo il tremendo anno trascorso nel cosmo degli stargate, era più deciso che mai a evitare gli scontri. Anche quelli che in apparenza potevano vincere. Aveva imparato a non sottovalutare mai il nemico.
«Energia del nucleo al deflettore, siamo pronti a balzare in cavitazione» garantì Irvik dalla postazione ingegneristica.
«Addio, lucertoloni!» disse Shati, pronta al balzo che auspicabilmente li avrebbe messi in salvo. Ma aveva parlato troppo presto. Un triplice attacco da parte degli inseguitori squassò la Destiny, facendo squillare gli allarmi.
«Gli scudi di poppa hanno ceduto, un altro colpo e siamo morti!» avvertì Talyn. «Un condotto del plasma è esploso sul ponte 9. Perdiamo potenza... significa che non possiamo balzare in cavitazione. Men che meno lasciare questo cosmo».
«Possiamo dirottare l’energia?» chiese Rivera.
«Posso tentare, ma ci vorrà qualche minuto. Quelli ci distruggeranno da un momento all’altro!» esclamò Irvik, riferendosi agli inseguitori. «Capitano, di solito sono l’ultimo a consigliare la violenza, ma stavolta non abbiamo scelta!» aggiunse, le scaglie blu per la paura.
«O noi, o loro» convenne Losira.
Il Capitano osservò le Dreadnought Scarran, sempre più vicine ora che la Destiny perdeva potenza. I loro colpi sfioravano la nave, schivati a malapena dalle disperate manovre evasive di Shati. Gli ufficiali avevano ragione: senza contromisure drastiche, gli Scarran li avrebbero distrutti. Ancora una volta la situazione gli forzava la mano. «E va bene. Naskeel, fuoco coi siluri transfasici!» ordinò.
Il Tholiano non aspettava altro. Scagliò una salva completa dal lanciasiluri di poppa, dritta contro la prua dell’ammiraglia Scarran. Questa era ormai così vicina, e le velocità erano così elevate, che i missili colpirono in un secondo, senza che gli inseguitori potessero intercettarli. I primi siluri perforarono gli scudi, quello successivo squarciò lo scafo e l’ultimo entrò nella falla, detonando all’interno. La sezione anteriore sferica della Dreadnought ne fu disintegrata. Il resto del vascello, ancora intatto, sbandò di lato... e finì dritto contro una delle navi appoggio. Le velocità erano ancora così elevate che gli incrociatori affondarono uno nell’altro, i metalli tranciati come burro. Esplosero in un’immane fiammata che li annientò entrambi. La terza Dreadnought fu investita dall’onda d’urto e, pur non avendo subìto gravi danni, prese a rallentare.
«Due incrociatori distrutti nella collisione, il terzo rinuncia all’inseguimento» riferì Naskeel.
«Mi sa che gli Scarran ne hanno prese abbastanza e non vogliono rischiare la loro ultima nave» commentò Shati. Cessò le manovre evasive e puntò la Destiny verso l’alto, uscendo dalla pericolosa fascia d’asteroidi.
«Già, ma quella nave farà certamente rapporto alle autorità. Temo che gli Scarran continueranno a braccarci... ora possono accusarci di ben altro che uno sconfinamento» avvertì Talyn.
Il Capitano sospirò, ricadendo sulla poltroncina. Come al solito, ogni volta che risolvevano un problema ne creavano un altro. E intanto la gente attorno a loro continuava a morire... su quegli enormi incrociatori dovevano esserci migliaia d’individui, non tutti combattenti. Ma loro che altro potevano fare? Gli Scarran li avevano assaliti senza provocazione, rifiutando persino di rispondere alle loro chiamate. In quanto Capitano, lui doveva difendere il suo equipaggio: persino la Flotta Stellare autorizzava l’uso della forza letale in questi casi. Certo che, se fossero stati più bravi, magari avrebbero disabilitato le Dreadnought senza distruggerle... ma era tardi per recriminare.
«Hai fatto quello che dovevi» lo confortò Losira.
«Lo spero. Rapporto danni» disse Rivera.
«C’è quel condotto esploso sul ponte 9. I tecnici hanno interrotto il flusso di plasma e gli Exocomp hanno già iniziato le riparazioni» disse Talyn, riferendosi ai piccoli robot riparatori che corredavano la nave.
«Vado in sala macchine a organizzare i lavori» disse Irvik, lasciando la postazione di plancia.
«Reindirizzate il plasma, dobbiamo andarcene al più presto. Non vorrei che gli Scarran tornassero alla carica, magari con dei rinforzi» raccomandò il Capitano. Per fortuna i danni erano minimi. Con la perdita degli scudi aveva temuto il peggio, invece se l’erano cavata con poco...
«C’è dell’altro» proseguì Talyn. «Il Guardiamarina Marv della Sicurezza era vicino al condotto esploso. È stato investito dal plasma incandescente. Giely lo ha subito trasferito in infermeria, ma... dice che non c’è niente da fare».
«Come?!» sobbalzò Rivera. Era talmente abituato ai miracoli della medicina federale che quell’annuncio lo prese in contropiede.
«Purtroppo è così. Giely riferisce che il danno organico è troppo esteso. Nemmeno le nanosonde mediche sono sufficienti, né le altre tecniche di rianimazione. L’abbiamo perso» confermò Talyn.
Un cupo silenzio cadde in plancia. La perdita di un collega, un compagno di viaggio, era sempre dura da accettare. A maggior ragione dopo sette anni d’avventure su quella nave, che avevano cementato lo spirito di squadra. Per il Capitano in particolare, ogni vittima era un cocente fallimento. A peggiorare le cose, Marv – un caparbio Orioniano – era uno di quelli che avrebbero preferito smettere di viaggiare e stabilirsi da qualche parte. Il Capitano lo aveva ignorato... aveva sempre esortato l’equipaggio a sperare nel ritorno... e quello era il risultato. Un’altra vittima della sua ostinazione. Quand’è che il prezzo sarebbe divenuto troppo elevato? Quand’è che diventava legittimo dire: «Ora basta, fermiamoci prima che muoia qualcun altro?». Rivera aveva già tirato fin troppo la corda... e ora temeva che si spezzasse.
Il silenzio fu infine rotto da Shati. «Signore, abbiamo di nuovo la cavitazione quantica. Possiamo andarcene» disse la timoniera.
«Bene, riprendiamo la rotta per la Terra» ordinò il Capitano. «Appena terminate le riparazioni, ci riuniremo per decidere le prossime mosse, alla luce di questa disgrazia».
Poche ore dopo, il Capitano e gli ufficiali si riunirono in sala tattica come stabilito. C’era anche la dottoressa Giely, reduce dalla dolorosa morte del paziente. La nave era in buone condizioni, ma Rivera era amareggiato dall’incidente e inquieto al pensiero delle conseguenze. «Abbiamo distrutto due incrociatori appartenenti a un Impero bellicoso. È lecito aspettarci delle ritorsioni» esordì. «Se almeno sapessimo perché ci hanno attaccati così a vista...».
«Questo credo d’averlo capito» disse Talyn, recandosi allo schermo parietale. «Ho spulciato il database culturale che abbiamo acquistato dagli Interion. I nemici tradizionali degli Scarran sono i Sebaceani, una specie umanoide... anzi, pare che discendano proprio dai Terrestri. Guardate un po’ come sono fatti i loro incrociatori!».
Così dicendo, l’El-Auriano richiamò l’immagine sullo schermo. Allora tutti sgranarono gli occhi nel vedere che gli incrociatori Sebaceani erano incredibilmente simili alla Destiny. Avevano lo scafo principale lungo e squadrato, circondato da una sezione ad anello. Persino le dimensioni, indicate a lato, erano analoghe. Ovviamente c’era qualche differenza, ma nel complesso la Destiny poteva essere scambiata per un vascello Sebaceano, magari di una nuova classe. Non c’era da stupirsi se gli Scarran si erano allarmati, vedendola sconfinare nel loro spazio.
«Groan, ecco spiegato tutto» mugugnò Rivera, massaggiandosi le tempie. «Ora gli Scarran penseranno a un attacco Sebaceano... a causa nostra potrebbe scoppiare una guerra. Dobbiamo chiarire l’equivoco, prima che i lucertoloni sferrino una ritorsione» comprese.
«Ma se ci prendiamo la responsabilità – ehm – non finirà che gli Scarran ci sequestrano la nave? O peggio?» s’innervosì Irvik.
«Beh, non ci metteremo nelle loro mani» chiarì il Capitano. «Forse sarebbe meglio parlare prima coi Sebaceani. O meglio ancora a una terza parte, che faccia da paciere».
«I più grandi pacieri di questa Galassia sono gli Eidelon» disse Talyn, che si era documentato su di loro nel database recentemente acquistato.
«Eidelon? Mai sentiti. Sono unici di questo cosmo, vero?» chiese Losira.
«Già, non hanno equivalenti negli altri Universi che abbiamo visitato» confermò l’El-Auriano. «Sono una specie antichissima... pare che siano addirittura i creatori dei Sebaceani, che ottennero modificando geneticamente gli Umani primitivi».
«Uff! Prima i Goa’uld, ora gli Eidelon. Questi alieni non hanno nulla di meglio da fare che venire sulla Terra, rapire la gente e spedirla chissà dove?!» brontolò Rivera.
«Qui dice che lo fecero per creare una forza di pace interstellare, il più possibile neutrale, che li aiutasse a pacificare la Via Lattea. Per questa ragione, le forze armate sebaceane prendono il nome di Peacekeepers» spiegò Talyn.
«Pacificare la Galassia... un obiettivo ambizioso. Come contavano di fare?» chiese Losira.
«È qui che la cosa si fa interessante» disse l’El-Auriano. «Pare che gli Eidelon abbiano un potere telepatico unico nel suo genere. Sono in grado d’entrare in sintonia con le altre specie, esercitando un influsso calmante. In pratica riescono a inibire le parti più primitive e violente della psiche, esaltando invece la calma e la razionalità. Perciò si erano posti il compito di fare da mediatori tra i conflitti e da garanti della pace. Guardate, questo è un raro filmato storico che mostra una delle loro cerimonie d’iniziazione. A parlare è il saggio Yondalao, Gran Sacerdote del tempio di Arnessk».
Così dicendo, Talyn mostrò un antico filmato. Gli avventurieri videro un salone gremito di persone, quasi tutte Eidelon; ma c’era anche qualche pittoresco alieno. L’aspetto degli Eidelon era umanoide, salvo per le linee – orizzontali e verticali – che solcavano il volto, disegnando una sorta di scacchiera. Vestivano tuniche di vari colori, dall’aria sacerdotale; forse la tinta rifletteva il grado d’iniziazione. Un giovane Eidelon era inginocchiato in una vasca, con l’acqua che gli arrivava alla vita, mentre il Gran Sacerdote imponeva le mani su di lui. A Rivera ricordò il battesimo cristiano, che nell’antichità era fatto agli adulti; ma si trattava di tutt’altra cerimonia. Qualcosa di riservato agli Eidelon, in virtù del loro potere, che per quanto intrinseco andava insegnato e coltivato.
D’un tratto Yondalao parlò: «In gioventù noi apriamo i nostri volti all’Universo. Assorbiamo la gioia, l’angoscia e gli affanni di tutte le creature. In seguito, in età matura, saliamo sull’altare per accogliere in noi l’Hora Dalay, il dono d’infondere nel prossimo ragione, serenità, saggezza e discernimento. La preziosa facoltà di persuadere i popoli a perseguire la pace comporta gravissime responsabilità. Sei pronto a portare questo fardello per il resto dei tuoi giorni?».
L’iniziato si disse pronto, ma Talyn interruppe il filmato, avendo già mostrato il passaggio saliente. «A quanto ho letto, gli Eidelon sono stati garanti di molti trattati di pace... incluso quello fra i Sebaceani e gli Scarran» spiegò.
«Wow, sono come i Vulcaniani sotto steroidi!» commentò Shati. «Farebbero comodo anche nella nostra Galassia. Ci pensate? Un’intera specie di conciliatori!».
«Non è così semplice» avvertì Talyn. «Il potere degli Eidelon funziona solo a breve distanza... in pratica devono essere faccia a faccia con gli interlocutori. Ed è accaduto talvolta che quanti erano stati indotti a firmare la pace se ne pentissero in un secondo momento, credendo d’essere stati manipolati. Gli Eidelon furono accusati d’esercitare ipnosi di massa, controllo mentale... d’essere dei manipolatori che miravano al potere personale. Così, millenni fa, una coalizione di specie ostili lanciò un inaspettato e devastante attacco contro di loro. Gli Eidelon, che erano pacifici, furono quasi del tutto sterminati. Rimasero poche sacche di superstiti, nascoste su mondi remoti, all’insaputa della Galassia».
Così dicendo l’El-Auriano mostrò alcuni pianeti, man mano che proseguiva la narrazione. «Su Arnessk, i sacerdoti del tempio s’ibernarono in attesa di tempi migliori. Speravano che i loro simili venissero a svegliarli presto... invece furono dimenticati da tutti. Dormirono per ben dodicimila anni, venendo risvegliati appena seicento anni fa. Un altro gruppo di superstiti, più numeroso, sopravvisse per molte generazioni nascosto sul pianeta oceanico Qujaga. Vivevano su un’isola occultata, senza mai contattare gli stranieri, e per via del lungo isolamento persero la facoltà d’ispirare la pace. La potenzialità era ancora in loro, ma era come sopita. Nel frattempo i Sebaceani tentarono d’essere ancora garanti della pace galattica, ma senza la guida degli Eidelon si trasformarono nell’esatto opposto, una spietata dittatura militare. Non avendo più sistemi pacifici di persuasione, infatti, si ridussero a usare la forza bruta per imporre la loro autorità.
Le cose precipitarono all’inizio del XXI secolo, quando gli avventurieri della nave Moya prima risvegliarono i sacerdoti di Arnessk e poi trovarono anche la comunità di Qujaga. All’epoca i Sebaceani e gli Scarran erano sul piede di guerra, perciò gli avventurieri cercarono di far incontrare i due gruppi, così che i sacerdoti istruissero il resto del loro popolo nell’arte della conciliazione. Purtroppo le cose non andarono come previsto. Gli Scarran dapprima bombardarono Arnessk, uccidendo quasi tutti i sacerdoti. Poi trovarono anche Qujaga, sferrando un assalto devastante per sterminare gli ultimi Eidelon. I Sebaceani e altre fazioni s’intromisero nella battaglia... non sto a raccontarvi tutto. L’importante è che alla fine Sebaceani e Scarran furono per così dire costretti a firmare la pace, dietro minaccia di reciproco e totale annientamento. Yondalao, l’ultimo degli antichi sacerdoti, riuscì a trasmettere le sue facoltà alle nuove generazioni, prima di morire. E sebbene Qujaga sia stato praticamente distrutto, gli ultimi superstiti fuggirono su Moya.
In seguito, grazie alla lunga pace e alla fine delle persecuzioni, la civiltà Eidelon è rinata dalle ceneri. I superstiti hanno rioccupato Arnessk, ricostruendo il tempio, e nei secoli una fiorente città gli è cresciuta attorno. Gli Eidelon hanno intrecciato stretti rapporti coi Sebaceani, rimettendoli in carreggiata e rendendoli di nuovo una forza di pace. Anche i Terrestri, da quando si sono avventurati nello spazio, hanno instaurato buone relazioni con loro. Ormai gli Eidelon hanno ripreso il ruolo di mediatori galattici e garanti degli accordi, quindi credo che possano aiutarci» concluse Talyn.
«E gli Scarran, che fanno?» chiese il Capitano, ancora dubbioso.
«Beh, loro sono sempre difficili da trattare» ammise l’El-Auriano. «In certi momenti hanno violato la tregua, tanto da rendere necessario rinegoziare la pace. Comunque il loro Impero non è più quello di un tempo. Dovete sapere che gli Scarran avevano soggiogato altre due specie, integrandole nella loro società. I Charrid erano usati come soldati... diciamo pure come carne da cannone. Invece i Kalish, meno avvezzi al combattimento, servivano come burocrati e tecnici».
«Un po’ come hanno fatto i Fondatori coi Jem’Hadar e con noi Vorta» commentò Giely. Lei era fuggita da tempo, in cerca di libertà; ma il resto del suo popolo era ancora al servizio del Dominio.
«Sì, era una situazione simile» confermò Talyn. «Ma negli ultimi secoli le cose sono cambiate. L’Impero Scarran si è indebolito, le specie clienti si sono ribellate... e hanno conquistato l’indipendenza. Pare che solo qualche sparuto gruppo di mercenari e rinnegati sia ancora al servizio degli Scarran. La maggior parte dei Charrid e dei Kalish ora sono liberi e si governano da soli».
«Magari accadrà lo stesso con la tua gente» mormorò il Capitano, sfiorando la mano della compagna.
«Magari» mormorò Giely, sebbene non sperasse d’assistervi nel corso della sua vita.
«Se gli Scarran sono così indeboliti, non saranno ansiosi di scatenare una nuova guerra. Quindi gli Eidelon potrebbero chiarire l’equivoco che ha portato alla distruzione delle loro navi» commentò Naskeel.
«È quello che spero» annuì Talyn. «Per questo consiglio caldamente di precipitarci ad Arnessk e spiegare tutto. Gli Eidelon possono fermare sul nascere il nuovo conflitto. Dopo di che, se gli Scarran vorranno ancora le nostre teste, potremmo sempre cambiare aria».
«Il discorso fila» ammise Losira, dando un’occhiata al Capitano.
«E va bene, modificate la rotta. Andremo su Arnessk a chiarire questo pasticcio» decise Rivera. «Dopo di che, in base alla reazione degli Scarran, decideremo come muoverci. Nella peggiore delle ipotesi lasceremo questo cosmo e passeremo al prossimo. Ci aggiorniamo» disse, alzandosi.
«C’è un’altra cosa» lo trattenne Giely. «Dovremmo tenere le esequie di Marv».
«Sì, ci occuperemo anche di quelle. Lo seppelliremo nello spazio, secondo l’abitudine» sospirò il Capitano. Che brutta giornata... e dire che proprio quel giorno ricorrevano i sette anni dall’inizio della loro odissea nel Multiverso. Sette anni prima, infatti, avevano abbordato la Destiny ed erano stati catapultati nello Spazio Fluido, scontrandosi con gli Undine. Il Capitano si era chiesto se organizzare una festicciola per la ricorrenza, ma aveva lasciato perdere, temendo che i più la prendessero male. Sette anni, di cui uno passato in cella nel cosmo degli stargate, erano più di quanto la ciurma avrebbe dovuto sopportare. Molti di loro, compresa la sua amata Giely, avevano sofferto terribilmente. Lui stesso era sempre più tormentato dalla scelta che aveva fatto a inizio viaggio, quando l’Esaminatore degli Undine gli aveva offerto un patto.
Ah, quel patto! Rivera e la sua ciurma potevano tornare a casa, se solo gli avessero lasciato la Destiny. Il Capitano però non si era fidato dell’alieno: non credeva che li avrebbe riportati indietro. E anche in quel caso, sapeva che avrebbe continuato a usare la Destiny come esca, per catturare altri sventurati equipaggi. Perciò aveva rifiutato l’offerta, uccidendo l’Esaminatore. Così facendo aveva condannato se stesso e tutto l’equipaggio a quell’interminabile odissea. Lo aveva confessato solo a Giely... e anche a Irvik, in un momento in cui credeva che sarebbero morti. Ma tutti gli altri ancora non lo sapevano, nemmeno gli amici più stretti. Ed era meglio che non lo scoprissero mai, o avrebbero perso le ultime briciole di fiducia che ancora nutrivano nei suoi confronti.
Arnessk era un pianeta di classe M, uno dei più accoglienti che gli avventurieri avessero incontrato nel loro lungo viaggio. Grandi oceani mitigavano il clima e le terre emerse ospitavano una vegetazione lussureggiante. Nell’emisfero settentrionale sorgeva il nuovo tempio Eidelon, attorno a cui era cresciuta una fiorente città. Presso la costa, tuttavia, un grande cratere segnava il luogo in cui l’antico tempio era stato distrutto. I pacifici sacerdoti erano stati massacrati, ricordò il Capitano: un monito sulla pericolosità degli Scarran. Gli Eidelon comunque avevano imparato la lezione. In orbita c’erano parecchi vascelli dei Peacekeepers a proteggerli. Erano davvero simili alla Destiny, con gli scafi squadrati circondati dalla sezione anulare.
Fedeli al loro proposito, gli avventurieri contattarono gli Eidelon, cercando di spiegare l’accaduto. Ben presto si resero conto che la distruzione delle Dreadnought era ancor più grave del previsto. Gli Scarran infatti stavano già lanciando minacce al Comando dei Peacekeepers. Ogni funzionario con cui parlavano si affrettava a metterli in contatto col suo superiore. Così, di grado in grado, gli avventurieri furono chiamati a riferire direttamente all’Alto Consiglio. Negli ultimi secoli, infatti, la leadership Eidelon aveva acquisito una connotazione meno sacerdotale e più laica, pur continuando a praticare l’Hora Dalay, la pacificazione telepatica. Quando il ministro con cui parlavano li invitò a “scendere con una navetta”, Rivera si rivolse a Talyn: «Per caso c’è qualche interferenza che blocca il teletrasporto?».
«Nessuna, a quanto vedo» rispose l’El-Auriano, scansionando il tempio e l’area circostante. «Non ci sono nemmeno scudi o campi di smorzamento. Credo che neanche loro abbiano familiarità col teletrasporto». Da quando erano capitati in quel cosmo, infatti, avevano scoperto che lì nessuno ne era provvisto.
«Tele... trasporto?» chiese il ministro, perplesso.
«È più veloce delle navette. Avvertite l’Alto Consiglio che lo raggiungeremo a momenti» disse il Capitano, e chiuse la comunicazione. «Naskeel, Shati, Talyn, venite con me. Disarmati, mi raccomando. Losira, a te la nave» stabilì.
«Terremo i sensori puntati su di voi. Al primo segno di pericolo vi riprendiamo a bordo» promise la Comandante.
«Stiamo andando dai più grandi conciliatori della Galassia. Non dovremmo correre alcun rischio» notò Rivera.
«Può darsi, ma ricorda la Regola numero 99 dell’Acquisizione» ribatté Losira.
«“Che si vinca o si perda, c’è sempre il tabacco Hupyriano”?» citò a memoria Rivera, perplesso riguardo la sua utilità.
«Macché, quella è la numero 65!» protestò la Risiana. «La numero 99 afferma che: “La fiducia è il più grande debito”».
«Sì, anche sulla Terra abbiamo un proverbio simile. “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”» citò il Capitano. «Beh, se vogliamo risolvere questa faccenda, dobbiamo pur farci ricevere. Squadra, con me!».
Gli avventurieri si recarono al teletrasporto e da lì furono trasferiti direttamente nella sala dell’Alto Consiglio. Era un salone semicircolare, in cui i Consiglieri sedevano a un tavolo a ferro di cavallo. Vestivano tuniche blu scuro, munite di cappucci, al momento calati. Ora che li vedeva dal vivo, Rivera notò che le linee sui loro volti non erano solo una strana pigmentazione: solcavano la pelle come se fossero cicatrici. Era strano, ma non poté stare a fissare. La comparsa della squadra aveva destato un comprensibile sconcerto fra gli Eidelon, specialmente tra le guardie.
«Calmi, signori! Veniamo in pace, infatti siamo disarmati!» esordì l’Umano, alzando le mani e lasciandosi perquisire. «Io sono il Capitano Rivera della Destiny; con me vi sono il Tenente Naskeel, il Tenente Shati e il Guardiamarina Talyn. Ci siamo trasferiti grazie a una nostra tecnologia, che consente il trasporto istantaneo sulle brevi distanze. Siamo qui in risposta al vostro invito, per riferire sull’incidente di Katratzi» spiegò. Anche il resto della squadra si lasciò perquisire, pur con una certa riluttanza. In breve fu evidente che erano tutti disarmati.
«Non ci aspettavamo un arrivo così fulmineo, ma... siete i benvenuti» li accolse la delegata al centro del tavolo. «Io sono Zasia, Prima Consigliera degli Eidelon. Poiché venite in pace, vi accolgo in pace. È un bene che vi siate rivolti a noi, dopo questo grave incidente. Gli Scarran accusano i Peacekeepers d’averli attaccati, violando gli accordi. Stanno radunando la flotta... la tensione al confine aumenta rapidamente. Siamo pronti ad ascoltare la vostra testimonianza e a riferirla agli Scarran, per chiarire l’equivoco e favorire la distensione» garantì.
Rivera passò un’ora buona a spiegare com’erano andate le cose, assistito occasionalmente dai suoi ufficiali. Ammisero di venire da un’altra realtà e di potersene andare all’occorrenza. Spiegarono d’avere sconfinato per sbaglio, mentre erano diretti verso la Terra. E soprattutto misero in chiaro come gli Scarran li avessero aggrediti senza alcuna provocazione. «Le nostre testimonianze sono avvalorate dai diari dei sensori, che vi abbiamo già trasmesso» concluse il Capitano.
«Esamineremo anche quelli, sebbene non abbia motivo di dubitare che sia così» disse Zasia. «Naturalmente gli Scarran potrebbero sostenere che anche i diari siano falsificati, quindi il loro valore è relativo. Ora, noi sappiamo per certo che non sono stati i Peacekeepers ad attaccare. E se v’incolpate dell’incidente, siamo pronti a credervi. Useremo tutti i nostri mezzi diplomatici per convincere gli Scarran».
«Supponiamo che ci riusciate» intervenne Naskeel. «Gli Scarran smetteranno d’accusarvi e la crisi si estinguerà sul nascere. A quel punto, però, gli Scarran ci daranno la caccia. Anche se staremo lontani dal loro spazio, potrebbero chiedere l’estradizione. In quel caso che farete?».
«Tradizionalmente noi accogliamo chi fugge dall’Impero Scarran. Tuttavia gli accordi di pace contemplano l’estradizione, in caso di crimini conclamati. Nel vostro caso, il punto cruciale riguarda chi ha sparato per primo, innescando lo scontro» spiegò la Prima Consigliera.
«Come ho detto, gli Scarran hanno aperto il fuoco non appena ci hanno rilevati, senza alcuna provocazione, salvo lo sconfinamento accidentale. Non ci hanno dato la possibilità di tornare indietro... non hanno nemmeno risposto alle nostre chiamate!» ripeté il Capitano.
«Questo è ciò che stiamo per appurare. Le nostre facoltà mentali ci consentono di leggere la sincerità in voi. Restate in attesa e non inquietatevi» raccomandò Zasia. Lei e gli altri Consiglieri chiusero gli occhi e inspirarono a fondo, come se entrassero in meditazione. Fecero anche uno strano gesto, portando le mani ai lati del volto.
«Quindi leggono anche nel pensiero?» chiese Rivera a Talyn. Era una faccenda più invasiva rispetto al semplice “ispirare la pace”. «E cosa intendevano con “non inquietatevi”? Perché dovremmo... CARAMBA!» sobbalzò. Gli Eidelon stavano facendo qualcosa d’inaspettato e raccapricciante.
«Frell, le loro facce si aprono!» imprecò Shati, mentre la sua pelliccia si rizzava di paura. «Ditemi che non è vero... le facce si aprono!».
«Sapevo che i politici hanno spesso una doppia faccia, ma qui siamo a un altro livello» commentò Talyn, anche lui impressionato.
Quelli sul volto degli Eidelon non erano semplici solchi. Erano vere e proprie spaccature nella carne, e anche nelle ossa. I loro volti umanoidi si aprirono verso l’esterno, come le ante di un armadio, rivelando i sottostanti visi alieni, sprofondati nel cranio. Su ognuno di quei visi spiccavano cinque occhi alieni, tutti fissi sugli avventurieri. L’occhio centrale alloggiava su una protuberanza, quasi un breve tentacolo proteso in avanti; gli altri quattro lo contornavano, due per lato. Non c’era alcuna emorragia, ma la carne viva spiccava rossiccia; la pelle interna doveva essere sottile e delicata. Come se non bastasse, un bagliore violaceo promanò dalle facce scoperchiate, a indicare che i loro poteri mentali erano all’opera.
«Ora capisco cosa intendeva quell’antico sacerdote, dicendo che “in gioventù noi apriamo i nostri volti all’Universo”» mormorò Rivera, riavendosi a stento. «Pensavo fosse una metafora per dire che aprivano le menti. Invece aprono proprio le facce!».
«Mi lasci dire che certe volte voi Organici siete disgustosi» disse Naskeel, voltandosi per non guardare. Per la prima volta da quando lo conosceva, il Capitano ebbe l’impressione che il Tholiano fosse sul punto di vomitare.
«Hai ragione, facciamo schifo!» convenne Shati. «Secondo voi che succede, se gli entra la polvere lì dentro? E se qualcuno gli facesse squish...» aggiunse, protendendo la mano verso una delle protuberanze occhiute.
«Ora basta, ricomponetevi! Questi sono pur sempre dei Consiglieri!» esclamò il Capitano, sentendo la necessità di rimettere in riga la ciurma.
«Non si preoccupi, siamo abituati a queste reazioni» ammise Zasia, non appena ebbe richiuso il suo volto. Riaprì gli occhi e di nuovo parve umanoide. Certo che gli avventurieri non riuscivano più a vederla come prima. Non vedevano nessuno degli Eidelon come prima. Ora sapevano che, dietro quelle facce ordinarie, si celava un grappolo d’occhi alieni e scrutatori.
«Ebbene, avete letto la sincerità in noi?» chiese Talyn.
«Ho letto anche troppo» disse Zasia portandosi la mano alla tempia, come se avesse l’emicrania, «ma sì, ho visto la sincerità. Pertanto ritengo che possiate restare. Qualcuno ha obiezioni?» si rivolse ai colleghi.
I Consiglieri scossero le teste – ora richiuse – e borbottarono il loro assenso. Uno di loro, tuttavia, prese la parola con aria turbata. «Gli stranieri sono sinceri e la loro testimonianza può risolvere la crisi. Ma quando gli Scarran avranno reindirizzato il loro odio dai Peacekeepers alla Destiny, per quanto potremo proteggerla? Dare riparo ai loro nemici ci porrà ugualmente in conflitto» ammonì.
«Sentite, se il problema è questo, toglieremo il disturbo» promise Rivera. «Ci recheremo lontano da qui, nello Spazio Inesplorato. Nella peggiore delle ipotesi, lasceremo questo cosmo e non torneremo mai più. Del resto non pensavamo di trattenerci molto».
«La sua offerta è accettabile» disse Zasia. «Tuttavia, finché non avremo spiegato tutto agli Scarran, vi chiedo di restare presso Arnessk. Così potremo contattarvi rapidamente, se servissero altre testimonianze».
«La mia ciurma può sbarcare? È da molto che non mettiamo piede a terra...» azzardò Rivera.
«Concesso, a patto che righiate dritto» acconsentì la Prima Consigliera. «Lei sarà responsabile dei suoi uomini, Capitano. E le raccomando, se dovessimo chiamarla, di risponderci al più presto».
«Intesi» disse Rivera. Non era andata poi così male, a parte la sorpresaccia delle facce apribili. Potevano sostare su un mondo ridente, conoscere nuove specie, magari combinare qualche buon affare. Era quel che occorreva all’equipaggio per superare l’amarezza della recente vittima.
L’indomani il Capitano convocò una nuova riunione tattica. Gli pareva infatti che bisognasse dare degli obiettivi alla ciurma, per impedire che cadesse nell’apatia, com’era accaduto talvolta in passato. E spulciando nel database locale, gli pareva d’aver trovato il modo.
«Bene, signori, ora che la mediazione degli Eidelon sta risolvendo le cose, possiamo pensare al futuro» esordì. «Questo cosmo sembra promettente, per cui dovremmo sceglierci una missione. E penso d’aver trovato quella che fa al caso nostro!» annunciò.
«Capitano, prima c’è una faccenda che...» azzardò Losira.
«Ti prego, lasciami spiegare» fece Rivera, non volendo essere preceduto da qualche altro progetto. «Ieri sera leggevo che il conflitto tra Sebaceani e Scarran d’inizio XXI secolo fu segnato dal tentativo di padroneggiare i tunnel spaziali, e persino d’usarli come armi».
«Armi-tunnel... nel nostro cosmo i Vaadwaur fecero qualcosa del genere, con effetti devastanti» ricordò Irvik.
«Già, ma qui accadde qualcosa di singolare» proseguì il Capitano. «Il segreto dei tunnel fu rivelato a John Crichton, il primo Umano che si avventurò nello spazio profondo. Pare infatti che Crichton incappò in un raro wormhole naturale durante il volo di prova della navicella spaziale Farscape 1. Questo lo catapultò dall’altra parte della Galassia, dove l’astronauta si unì agli avventurieri della nave-Leviatano Moya.
Il povero Crichton stava ancora cercando d’orientarsi e di ritrovare la Terra, quando s’imbatté in una specie aliena incorporea. Queste creature vivono dentro i tunnel spaziali, che possono creare e manipolare a piacimento. Saputo del suo incidente, gli trasmisero telepaticamente una profonda conoscenza dei tunnel, dapprima inconscia, poi sempre più consapevole. Pare che in tal modo volessero semplicemente aiutarlo a tornare a casa. Questo però ebbe conseguenze catastrofiche, perché prima i Sebaceani, poi anche gli Scarran seppero delle sue conoscenze. Gli dettero una caccia spietata, nel tentativo di ottenere le conoscenze sui wormhole e impiegarle a scopo bellico.
Qualche anno dopo, quando divampò la guerra tra le due potenze, Crichton riuscì finalmente a padroneggiare il suo sapere. Creò un tunnel spaziale che distrusse il pianeta Qujaga, assieme a gran parte delle flotte rivali che si affrontavano in orbita. Davanti alla prospettiva del reciproco annientamento, Sebaceani e Scarran furono per così dire costretti a firmare la pace, anche grazie alla mediazione degli Eidelon. In seguito pare che gli alieni incorporei abbiano rimosso la conoscenza dei tunnel dalla mente di Crichton, per impedire che fosse usata a fini distruttivi».
«Un’interessante lezione di storia, ma... in che modo ci riguarda?» chiese Shati.
«Andiamo, non lo immagini? Non lo immaginate?!» si animò il Capitano, rivolto a tutti i presenti. «Stiamo parlando di alieni incorporei, che vivono dentro i tunnel spaziali e possono manipolarli. Alieni che sembrano vivere fuori dallo spazio-tempo lineare. Alieni così estranei ai nostri sensi che possono manifestarsi solo assumendo l’aspetto di persone note all’interlocutore. Non vi ricorda niente?!».
«Beh, detto così... sembrano simili alle entità del Tunnel Spaziale Bajoriano. I cosiddetti “Profeti”» azzardò Talyn.
«Bingo!» approvò Rivera. «Più che simili, direi identici. Tanto da farmi credere che siano le stesse entità trans-dimensionali. Perciò, se riuscissimo a contattarli in questo cosmo...».
«... potrebbero accompagnarci nel nostro?» concluse Irvik.
«Sono convinto di sì. Tanto convinto che vale la pena cercarli» confermò il Capitano, sempre animato. «Ora, devo avvertirvi che si tratta di creature elusive. Infatti anche i Sebaceani e gli Scarran hanno difficoltà a contattarli. Tuttavia ci sono alcuni indizi che possiamo seguire...».
«Capitano, no» disse Losira, con un’insolita gravità. La Risiana era sempre stata un tipo deciso, che manifestava le sue opinioni senza giri di parole. Ma stavolta il suo tono era davvero perentorio.
«Come, no?!» fece Rivera, interrotto sul più bello. «Ora che il ritorno è alla nostra portata...».
«Non lo è affatto, se nemmeno le maggiori potenze galattiche riescono a contattare quelle entità» obiettò Losira. «Ma a parte questo... la ciurma non ne può più, Capitano. E questo vale anche per noi ufficiali. Non ti seguiremo nell’ennesima caccia al tesoro dall’esito fallimentare».
«Come sarebbe? Vi state ammutinando?!» impallidì Rivera.
«No, io sto cercando d’impedire un ammutinamento» spiegò stancamente Losira. «Capitano, come tuo Primo Ufficiale, ho il dovere di sottoporti una questione che non può più essere rimandata. Sono trascorsi ormai sette anni dall’inizio del nostro viaggio, e tutti a bordo dubitano seriamente che torneremo mai a casa. In questi anni ne abbiamo passate di tutti i colori. Siamo stati in guerra, siamo naufragati, abbiamo sofferto prigionia e torture. Finora ti abbiamo sempre seguito fedelmente, lo sai. Ma siamo arrivati al punto di rottura. E non si tratta solo dei nervi, ci sono anche problemi pratici. Nel cosmo degli stargate abbiamo avuto così tante perdite che da allora la Destiny è diventata difficile da governare. Nell’ultimo anno molti dell’equipaggio, soprattutto tra gli ingegneri, hanno avuto orari di lavoro estenuanti».
«È così?» chiese il Capitano, rivolto a Irvik.
«Purtroppo sì» confermò l’Ingegnere Capo. «Io stesso devo spesso fare i doppi turni. Certo, gli Exocomp ci aiutano... ma nemmeno loro possono rimpiazzare dei veri tecnici esperti».
«Se il problema è la carenza d’equipaggio, potremmo reclutare nuovi elementi. Lo abbiamo già fatto nell’Universo dello Specchio» ricordò Rivera.
«Quel cosmo era molto simile al nostro: stesse specie, stesse tecnologie. Questo è piuttosto differente» obiettò Irvik. «Qui nessuno ha mai visto un teletrasporto o un replicatore, tanto per dire. Ci vorrebbero anni per impartire la giusta formazione agli ingegneri. E poi non credo che troveremmo molti volontari pronti ad abbandonare il loro Universo per venirci dietro».
«Ci sarebbe anche un problema di sicurezza» aggiunse Naskeel. «I pochi elementi che abbiamo reclutato nello Specchio ci erano stati garantiti dai nostri alleati ribelli. Qui invece assumeremo dei perfetti sconosciuti, che potrebbero avere secondi fini. Ad esempio rubare le nostre tecnologie, come il teletrasporto, per avvantaggiare le loro specie, innescando una nuova corsa agli armamenti. In questi anni abbiamo già incontrato una lunga serie di traditori...».
«Groan, non farmeli ricordare!» mugugnò il Capitano. In effetti era già accaduto che fossero traditi dai passeggeri, con esiti catastrofici. Il dottor Atrevius era quasi riuscito a distruggerli nell’Universo dello Specchio e aveva torturato Losira. Erzsébeth dei Nietzscheani, poi rivelatasi un Infiltratore Undine, aveva quasi ucciso Talyn. L’Ispettrice Rani, rivelatasi una pericolosa Signora del Tempo, li aveva persino spediti nel passato. Ultimo e peggiore di tutti, il Tenente Zahak aveva aiutato i Goa’uld a impossessarsi della Destiny e aveva fatto cose atroci a Giely. Come potevano continuare a fidarsi, ad accogliere persone a bordo, dopo questi tradimenti? Ovunque andassero c’era gente pronta a tutto pur d’impadronirsi della Destiny. «Sono i rischi che si corrono attraversando il Multiverso...» mormorò Rivera.
«Ora non più. Abbiamo rischiato troppo, sofferto troppo, sepolto troppi amici» ricordò Losira. «Come tua Comandante ti chiedo ufficialmente, a nome della ciurma, di porre fine a quest’odissea che ci sta dissanguando. È il momento di stabilirci in una delle realtà più ospitali che abbiamo trovato finora. Magari quella dei nostri amici della Orville» suggerì.
Rivera la fissò cupamente. Il momento che aveva temuto per tutti quegli anni era giunto, infine. Non poteva neanche rimproverare la ciurma... semmai era eccezionale che avesse resistito tanto. «Sai cosa significa mettere radici da qualche parte. Significa distruggere la Destiny, per impedire che cada in mani sbagliate. Questo rende la scelta irrevocabile. Una volta distrutta la nave, resteremo in quella realtà per sempre» ricordò.
«Lo sappiamo, Capitano» sospirò Losira. «Siamo pronti a farlo. Ormai abbiamo accumulato grandi ricchezze. Se le spartiremo in modo equo, ciascuno di noi ne avrà abbastanza da rifarsi una vita dignitosa».
«Ma una volta divisi e senza nave saremo più vulnerabili!» insisté Rivera. «Inoltre accontentare chi vuole fermarsi significa calpestare chi invece spera ancora nel ritorno. Non è così? Voi che ne dite?!». Si rivolse a Irvik e Naskeel, i due ufficiali che erano sempre stati più determinati a tornare.
«Cosa vuole che le dica, Capitano?» sospirò il Voth. «Io più di tutti vorrei tornare a casa, per riabbracciare i miei figli. Ma in questi anni ho visto troppi morti, e ora la situazione si è fatta insostenibile. Non posso chiedere alla ciurma di continuare a sacrificarsi. Se ci fermeremo da qualche parte, non mi opporrò. Almeno la mia ex moglie Maia continuerà a occuparsi dei ragazzi. Visto come ci siamo lasciati, dubito che gli parlerà di me. E se lo farà, non sarà certo in termini elogiativi... ma pazienza. L’importante è che cresceranno» disse malinconico.
«Anch’io ho sempre voluto tornare all’Annessione Tholiana, ma prendo atto che proseguire il viaggio sta diventando impraticabile» disse Naskeel. «Non la incolpo, Capitano. Ho sempre saputo che poteva finire in questo modo. A volte bisogna accettare che gli ostacoli sono insormontabili».
Tombola, si disse Rivera. Se persino Irvik e Naskeel erano così rassegnati, allora il resto dell’equipaggio doveva essere a un passo dalla rivolta. «Tu... che cosa ne pensi, Talyn?» chiese, aggrappandosi alla sua preveggenza come ultima risorsa.
«Non so cosa ci riserva il futuro, Capitano» disse l’El-Auriano, sconsolato. «Pensavo che in qualche modo saremmo tornati... magari grazie ai Viaggiatori... ma comincio a credere che non sarà così. Del resto ogni Universo è un luogo sterminato; noi ci siamo a malapena guardati attorno. Ovunque decidiamo di fermarci, ci saranno abbastanza occasioni da riempire le nostre vite. Io, ad esempio, ammetto che mi piacerebbe fermarmi a studiare gli Eidelon e la loro facoltà d’ispirare la pace. Potrebbe essere l’approdo del mio percorso».
«Cerchiamo almeno di fermarci tutti nello stesso cosmo, okay?» fece Rivera, inquieto. Se nemmeno Talyn era dalla sua, la situazione era davvero critica. L’Umano si sentiva l’unico ancora desideroso di proseguire il viaggio. Forse era il segno che non era più speranza, ma follia... e perciò doveva rinunciarvi.
«Quindi accogli la nostra richiesta?» incalzò Losira.
«Io... ci penserò, okay?» disse il Capitano, cercando di prendere tempo. «Prima risolviamo questa crisi con gli Scarran. Così non ci lasceremo dietro faccende irrisolte».
«Come vuoi, ma ti prego di non temporeggiare. La ciurma esige una risposta chiara, in tempi ragionevoli» avvertì la Comandante.
«Datemi una notte per pensarci, e vi renderò nota la mia decisione» sospirò Rivera.
Quella sera, nel loro alloggio, Rivera e Giely si confrontarono. «Sei rimasta silenziosa, durante la riunione. Cosa ne pensi di questo... ultimatum? Credi che sia ora di concludere il viaggio?» chiese il Capitano.
«Ogni viaggio si conclude, prima o poi. Alcuni lo fanno in luoghi imprevisti» sospirò la dottoressa. «Per quanto mi riguarda, non ti nascondo che è dura essere l’unico medico di questa nave. Certo, il Medico Olografico fa quel che può, ma non può sopperire a un’intera equipe. Quanto all’equipaggio, ho udito delle lamentele. Sono tutti stanchi di questo viaggio interminabile. All’inizio la prospettiva era tornare a casa, ma... dopo l’anno d’inferno nel cosmo degli stargate, tutto è cambiato. Ormai la prospettiva sono solo altre fatiche, altri pericoli, altri morti. La ciurma teme che ci consumeremo nel viaggio, finché non resterà più nessuno».
«Quindi pensi anche tu che sia l’ora di fermarci» concluse Rivera, amareggiato. Come poteva darle torto? Giely era quella che aveva sofferto più di tutti.
«È complicato» disse la Vorta. «Non conosco la nostalgia di casa, perché non ho mai avuto realmente una casa. Prima il Dominio, poi la Flotta Stellare... sono sempre passata da un luogo all’altro. La Destiny è il primo posto a cui mi sia affezionata. Ma se tornassimo alla Federazione, dovremmo restituirla alla Flotta Stellare. Quindi... se devo lasciarla in ogni caso, non fa molta differenza dove lo faccio. Mi basta rimanere con te. Certo, vorrei vederti felice, e mi pare di capire che lo saresti solo tornando alla Federazione. Purtroppo l’equipaggio vuole fermarsi, e questo costringerà a sacrificare le speranze e la felicità di qualcuno».
Il Capitano rifletté su quelle parole. «Non fraintendermi... se ci fermassimo da qualche parte, non sarebbe la fine del mondo. Anche per me la cosa più importante è rimanere assieme. Che sia nella Federazione o altrove. È solo che mi sembra di venir meno all’impegno che mi assunsi all’inizio del viaggio... caramba, sembra un secolo fa! Se ci fermassimo, è come se tutti i sacrifici fatti sinora fossero stati vani».
«Ma se è l’equipaggio stesso a chiederlo, non puoi rimproverarti di niente. Hai fatto tutto quello che era possibile, e anche di più» obiettò Giely. «Ho letto da qualche parte che la casa è dove si trova il cuore. Se è così, allora forse noi due l’abbiamo già trovata...».
Si abbracciarono, restando stretti a lungo. Giely aveva colpito nel segno, pensò Rivera. Chissà se immaginava che lui stava seriamente pensando di ufficializzare il loro legame. Di farle una proposta di nozze, alla vecchia maniera, con tanto d’anello. Gli serviva solo l’occasione giusta. «Beh, se aspetto il ritorno, finirò per non farlo mai» si disse il Capitano. Forse l’occasione si sarebbe presentata non appena avessero trovato un luogo stabile in cui vivere. Se non era nella Federazione, pazienza. C’erano altri luoghi accettabili per sistemarsi, tra quelli che avevano esplorato.
Fu così che Rivera prese la decisione più sofferta. Perché finché era qualche nemico a voler rubare o distruggere la Destiny, il Capitano poteva sempre sperare di ribaltare la situazione. Ma adesso che era lui ad accettare la fine del viaggio, accogliendo la richiesta dell’equipaggio, niente gli avrebbe impedito di farlo.
La mattina dopo, il Capitano entrò in plancia con qualche minuto di ritardo, quando gli altri ufficiali erano già subentrati al turno di notte. Al suo arrivo, tutti lo fissarono. Losira in particolare lo osservò con apprensione. Era stata molto dura con lui il giorno prima, perché sapeva che solo così poteva smuoverlo. Perciò ora si chiedeva quale sarebbe stato il suo atteggiamento, dopo la notte di decantazione. Sarebbe stato severo? Furioso? Depresso? Magari si sentiva tradito? Rivera era un uomo di profondi sentimenti, e Losira temeva d’averlo ferito.
Ma il Capitano che entrò in plancia quella mattina era stranamente calmo. Sedette sulla poltroncina e richiese il check-up quotidiano, a cui tutte le postazioni risposero in modo soddisfacente. Dopo di che si rivolse a Talyn: «Qualche novità dagli Eidelon?».
«Nessuna, signore. Le trattative con gli Scarran saranno ancora in corso» rispose l’El-Auriano.
«Capitano!» esclamò Losira, incapace di trattenersi oltre.
«Sì?».
«Hai preso una decisione, riguardo la nostra richiesta di ieri?!» chiese la Risiana.
«Sì».
«E quindi?!».
«Sì» fece Rivera, lapidario.
Per qualche secondo vi fu un silenzio assoluto. Poi la Comandante si riprese. «Intendi dire che porremo fine al viaggio?» chiese più compiutamente.
«Appena la crisi con gli Scarran sarà risolta... dovrebbe essere questione di pochi giorni... sì, concluderemo il viaggio» confermò il Capitano in tono asciutto. «Nel frattempo decideremo dove stabilirci. Vorrei che almeno ci fermassimo tutti nello stesso cosmo, così da poterci ancora aiutare, in caso di bisogno. Per quanto riguarda la scelta, potrei permettere alla ciurma di votare. Del resto è facile prevedere che torneremo in quello della Orville».
«Hai fatto la scelta giusta, Capitano. Non te ne pentirai» esalò Losira.
«Temo che molti se ne pentiranno, alla prima grossa avversità; ma ormai la frittata sarà fatta» sospirò Rivera. «Talyn, apri un canale con tutti i ponti. Devo fare l’annuncio all’equipaggio».
«S-sì, Capitano» mormorò l’El-Auriano. Passarono lunghi momenti, in cui il giovane trafficò coi comandi della sua consolle. Più passava il tempo, più sembrava concentrato.
«Allora, ci siamo?» chiese Rivera, sorpreso che ci volesse tanto. Come se non fosse già abbastanza teso... stava per fare l’annuncio che avrebbe segnato la sorte di tutti.
«Un momento, Capitano. Sto ricevendo una trasmissione dallo spazio profondo. È ripetuta ogni pochi secondi... ed è indirizzata a noi» spiegò Talyn.
«Strano, non conosciamo ancora tanta gente qui...» mormorò Rivera, sebbene desse poca importanza alla cosa. Era ancora distratto dall’annuncio che stava per fare.
«Aspetta, come fai a dire che la trasmissione è indirizzata a noi?» chiese Losira.
«Perché è su una frequenza della Flotta Stellare. E ha una cifratura della Flotta, perciò non è una coincidenza» rivelò l’El-Auriano, sempre concentrato sui comandi.
Cadde il gelo in plancia. Quella notizia, se confermata, cambiava tutto.
«Puoi farcela sentire?» chiese il Capitano in tono controllato.
«Un po’ di pazienza, sto cercando di decodificarla. Per fortuna qui sulla Destiny abbiamo le matrici di decrittazione» spiegò Talyn. Subito Irvik si fiondò accanto a lui. Lavorando in tandem, riuscirono a decifrare il segnale, mentre i colleghi attendevano come se fossero sui carboni ardenti.
«Ecco, ci siamo. Guardate un po’» disse infine l’El-Auriano, proiettando la trasmissione sullo schermo principale. Pur avendo una cifratura della Flotta Stellare, il messaggio non si apriva col tradizionale logo. Il mittente apparve direttamente sullo schermo. Allora tutti trattennero il fiato... perché il mittente era Klaatu.
«Salve, amici della Destiny» esordì il Viaggiatore. «Sarete sorpresi – anche se spero non delusi – poiché vi aspettavate la Flotta Stellare. Se vi trasmetto in questo modo, è per attirare la vostra attenzione. Mi spiace aver impiegato così tanto tempo per rintracciarvi. Avete tutto il diritto d’essere risentiti. A mia discolpa, posso dirvi solo che il Multiverso è di una vastità inconcepibile... e che ultimamente la guerra con gli Undine ha assorbito gran parte delle nostre risorse. Guerra che ormai ha raggiunto il punto critico. Ma non è di questo che voglio parlarvi» disse, incrociando le mani tridattile.
«No, vi parlo come un amico che è in debito con voi, per quanto avete fatto contro gli Undine; e non solo. Di recente ho visitato il cosmo degli stargate, e lì ho sentito narrare le vostre imprese. Ora finalmente sono riuscito a localizzarvi. Dovete sapere infatti che noi Viaggiatori abbiamo avamposti in molti Universi; e uno di questi avamposti si trova non lontano da voi. Il custode è un Eidelon di nome Omren» disse, mentre l’interessato lo affiancava nell’inquadratura. Il suo volto pieno di solchi lo qualificava indubbiamente come un esponente di quella strana specie.
«Salve, valorosi avventurieri. Il vostro scontro con gli Scarran, e il conseguente ricorso all’Alto Consiglio di Arnessk, hanno attirato la mia attenzione» spiegò Omren. «Essendo anch’io un Viaggiatore, ho subito convocato il mio collega Klaatu. Siamo tutti impazienti di vedervi. Poiché sappiamo che non gradite le intrusioni, abbiamo pensato che avreste preferito essere contattati in modo tradizionale, anziché vederci sbucare a bordo. Perciò vi contattiamo dal nostro avamposto, di cui stiamo inviando le coordinate. Vi chiediamo di raggiungerci al più presto».
«Nel caso ve lo chiedeste: sì, vi offriamo la possibilità di tornare alla Federazione» riprese Klaatu. «Dopo di che, rinnoverò al giovane Talyn l’offerta di unirsi a noi. Ma il vostro ritorno non è vincolato alla sua decisione: non siamo qui per ricattarvi. Del resto siamo favorevoli al vostro rimpatrio, non solo per ragioni umanitarie, ma anche perché così potrete rivelare alla Flotta Stellare tutto ciò che avete scoperto. Dunque, a prescindere dalla libera scelta di Talyn, voi tornerete a casa. Questa è la nostra promessa. Affrettatevi, vi aspettiamo».
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NB: nella precedente saga di Star Trek Keter avevo introdotto la fazione dei Pacificatori come parte in causa nella Guerra Civile Federale. Da un lato vi era la dispotica Unione, il cui braccio armato erano i Pacificatori; dall’altro la Federazione, difesa dalla Flotta Stellare. In questo capitolo i Pacificatori fanno un’ultima apparizione, permettendoci d’assistere alla loro definitiva sconfitta.
Per evitare confusione coi Pacificatori della serie Farscape, in cui è ambientato questo racconto, ho deciso di non tradurre il loro nome, lasciando l’originale Peacekeepers. Dunque con l’italiano Pacificatori mi riferisco a quelli dei miei racconti precedenti, ambientati nell’universo di Star Trek, mentre con l’inglese Peacekeepers intendo quelli di Farscape.


