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Autore: Parmandil    09/06/2025    1 recensioni
Per sette anni gli avventurieri della Destiny hanno esplorato il Multiverso, in cerca della via di casa. Ora tutto questo sta per finire. Contattati dal Viaggiatore, i nostri eroi scoprono una misteriosa ziggurat, dove li attendono sfide inaspettate. Da lì raggiungono l’Aleph, il quartier generale dei Viaggiatori, punto d’osservazione del Multiverso. Ma dopo i pessimi trascorsi, possono ancora fidarsi di Ratri? E che senso ha tornare a una patria in cui sono ricercati?
Mentre la Federazione inaugura il nuovo Quartier Generale, un’innovativa stazione spaziale, gli Undine scatenano la loro vendetta. Anche sfuggendo al virus mutageno, la loro flotta è invincibile... a meno di radunare le forze del Multiverso. Mentre si consuma la titanica battaglia, il tessuto della realtà comincia a sfaldarsi. È la temuta Incursione, lo scontro fra Universi che li annienta tutti. Avventurieri e Viaggiatori dovranno affrontare la sfida finale contro l’Imperatore degli Undine, per la salvezza del cosmo. Le lealtà saranno testate fino all’estremo limite, quando ciascuno dovrà decidere quanto è pronto a sacrificare. Mentre tutto precipita verso l’annichilimento, c’è una sola certezza: questa è la fine delle avventure per la ciurma della Destiny.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Il Viaggiatore, Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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-Capitolo 3: Vecchie ferite
 
   «Groan... chi non è morto, batta un colpo!» mugugnò Shati, mezza stordita dalla caduta.
   «Ci siamo solo noi tre» disse Naskeel, «e non è saggio produrre rumori o vibrazioni. Ritengo che il nemico ci stia cercando».
   «Solo noi?!» si riscosse la Caitiana. «Ma gli altri...».
   «Ritengo che siano sopravvissuti al crollo. Tuttavia non possiamo contattarli, dato che gli invasori disturbano le comunicazioni» le ricordò il Tholiano.
   «Gli Scarrran ci spediranno i Charrid alle calcagna. Dobbiamo muoverci» convenne Omren.
   Shati si rialzò e si guardò attorno, cercando di raccapezzarsi. Erano scivolati in un corridoio sotterraneo, abbastanza largo, sebbene il contrasto con gli ampi spazi del livello superiore le desse comunque una sensazione di claustrofobia. Le pareti, il soffitto e il pavimento erano composti da blocchi rocciosi, di colore bruno. C’era una strana luminosità diffusa, che non proveniva né da torce, né da tecnologie moderne. Esaminando le pareti più da vicino, la Caitiana si accorse che erano coperte da licheni debolmente fosforescenti. La frana aveva sigillato lo sbocco del corridoio, perciò non restava che andare avanti. Per fortuna nessuno dei tre era ferito, nemmeno Omren. «Dove vuoi condurci?» gli chiese Shati.
   «Ai portali che si trovano in cima all’edificio, così ci metteremo in salvo» rispose l’Eidelon.
   «E i nostri compagni?» obiettò la Caitiana.
   «A quanto ho visto, ci siamo divisi in tre gruppetti. Ciascuno ha con sé un Viaggiatore, quindi è in grado di lasciare la ziggurat. Ci ritroveremo tutti al sicuro» spiegò Omren.
   «Scusa, ma le vostre garanzie di sicurezza non mi paiono così affidabili!» rimbeccò Shati. «Non voglio tornare sulla Destiny e poi mettermi ad aspettare, sperando che gli altri se la cavino. Voglio che ci raduniamo qui, e ce ne andiamo tutti assieme!».
   «Concordo, dobbiamo ritrovare il resto della squadra» disse Naskeel.
   «Questo comporterà altri scontri con gli invasori» avvertì l’Eidelon.
   «Se non sei tagliato per il combattimento, lascia fare a noi!» disse la Caitiana, mentre controllava che la sua panoplia fosse ancora operativa. Aveva preso qualche botta, ma l’elettronica funzionava.
   «Di solito come reagite quando un nemico invade le vostre strutture?» chiese il Tholiano.
   «Cerchiamo di respingerlo con la minima violenza possibile, ad esempio ricorrendo a illusioni» rispose Omren. «Ma se gli invasori sono troppi e la base è perduta... allora ci assicuriamo che non cada in mani sbagliate. Vale a dire che attiviamo l’autodistruzione. È anche per questo che vi esortavo ad andarcene. Non vorrei che Ratri facesse esplodere la ziggurat mentre ci siamo ancora dentro».
   «Groan, perfetto! Siamo ancora minacciati da quell’invasata!» sbuffò Shati. «Senti un po’... con le tue percezioni extrasensoriali non puoi localizzare gli altri Viaggiatori?».
   «Posso avvertire la loro vicinanza, anche se non con precisione assoluta. Quindi sì, posso guidarvi dagli altri gruppi» confermò l’Eidelon. «Ma non so se ci convenga, finché siamo braccati» avvertì.
   «Allora prima affronteremo i nostri inseguitori» decise Naskeel. «C’è una zona adatta per tendergli un’imboscata?».
   «Uhm, credo di sì» esitò Omren. «Anche se come Eidelon, e ancor più come Viaggiatore, non dovrei mai incoraggiare la violenza. Il nostro scopo è mediare, trovare soluzioni pacifiche».
   «Realisticamente, puoi calmare i nostri inseguitori e convincerli a lasciarci andare?» domandò la Caitiana, scettica.
   «Realisticamente no» sospirò l’Eidelon. «I Charrid sono cocciuti, e questi in particolare sono mercenari con ordini tassativi. Non posso soverchiare la loro volontà» ammise.
   «Come immaginavo, dovremo cavarcela alla vecchia maniera» concluse Shati. Indossò di nuovo la maschera da Cacciatrice, attivando la visione a infrarossi. Aveva notato che i Charrid erano equipaggiati in modo simile a lei... affrontarli non sarebbe stato facile.
   I tre si misero in movimento. Omren era in testa al gruppetto e faceva strada. Shati gli era subito dietro, con le armi pronte, mentre Naskeel stava in retroguardia. Svoltarono da un corridoio all’altro, seguendo strani percorsi. Il Tholiano, che teneva conto delle svolte, si accorse ben presto di una stranezza. «Con le svolte che abbiamo fatto, saremmo dovuti tornare al punto di partenza. Invece siamo in una zona diversa» notò.
   «Ci troviamo in una ziggurat trans-dimensionale. Questo ambiente non segue una geometria euclidea» spiegò Omren, facendo strada. «Attenti a non perdervi, statemi vicini. Presto ne vedrete delle belle».
 
   Giunto a uno snodo del corridoio, Klaatu si fermò. Illustrò la situazione al Capitano Rivera e alla dottoressa Giely, in termini simili a quanto stava facendo Omren nel medesimo momento. Anche loro convennero che bisognava riunirsi, prima di lasciare la ziggurat.
   «Non sarà facile radunarci, gli Scarran ci avranno già lanciato i loro segugi alle calcagna» avvertì il Viaggiatore. Si portò le mani alla tempia, concentrandosi. «I Kalish... ci hanno spedito contro i Kalish. Non lasciatevi ingannare dal loro aspetto innocuo: sono pericolosi come gli altri».
   «Ma tu puoi estraniarti, giusto? Puoi accelerare il tuo tempo soggettivo e disarmarli prima che se ne accorgano!» obiettò il Capitano.
   «No, non posso» rivelò inaspettatamente Klaatu. «Ogni cosmo ha leggi fisiche leggermente diverse, che impattano sui poteri di noi Viaggiatori. In questo cosmo, purtroppo, l’estraniamento ci è precluso. Altrimenti lo avremmo già sfruttato, per respingere questa invasione senza usare la violenza».
   «Caramba» mugugnò Rivera. Adesso capiva perché, fin dal suo arrivo, i Viaggiatori gli apparivano così sottotono. «Beh, allora ci serviranno delle armi. Io purtroppo ho perso il phaser nel crollo. Quindi lo chiedo a te, che conosci questo luogo. Avete un’armeria, un armadietto delle armi... qualunque cosa che possiamo usare per difenderci?!» incalzò.
   «Abbiamo delle armi, pur aborrendone l’uso» ammise Klaatu. «Vi esorto a stordire gli avversari, anziché ucciderli. Seguitemi, il deposito non è lontano».
   Il Viaggiatore guidò gli ospiti lungo un dedalo di corridoi. Era un tale labirinto che a volte persino lui doveva fermarsi brevemente a riflettere. Tuttavia non si sbagliò mai e infine giunse di fronte a un portone metallico. Somigliava in modo bizzarro alla porta di una vecchia cassaforte, o di una camera blindata, ma Rivera pensò che fosse una coincidenza.
   «Ci siamo» disse Klaatu. Prese a inserire la combinazione d’apertura, talvolta fermandosi come se fosse in ascolto.
   Il Capitano approfittò della breve attesa per rivolgersi alla compagna. «Se arriveremo allo scontro, mettiti al riparo» raccomandò.
   «Non se ne parla. Non ti lascio a combattere da solo» ribatté Giely.
   «Ci sono validi motivi per cui non combatti. Sei un medico, è la tua vocazione...» obiettò Rivera.
   «Sarei un pessimo medico se ti lasciassi uccidere da quei mercenari» ribatté la Vorta. «Abbiamo fatto troppa strada insieme per fermarci adesso. Se ci attaccano, ci difenderemo insieme».
   «Ecco» disse il Viaggiatore, inserita la combinazione. Spalancò la porta blindata, con un certo sforzo per via del suo peso. Il Capitano e la dottoressa vennero ad aiutarlo. Aperto il portone, finirono quasi per ruzzolare all’interno. E si trovarono in quello che sembrava un ufficio d’altri tempi, con macchina da scrivere e telefono a cornetta. Una gatta nera, dal collare bianco, sonnecchiava su un divanetto. Attraverso la finestra s’intravedevano i grattacieli e il traffico di una popolosa città.
   «Ooops, ho sbagliato combinazione» comprese Klaatu.
   «Che posto è questo? Un altro pianeta?!» chiese Giely.
   «Si direbbe la Terra del XX secolo» riconobbe Rivera. «Non scherzavi, quando dicevi che questi portali conducono ovunque».
   «È l’ufficio di uno dei nostri Ispettori... ma non dovremmo essere qui. Ha già abbastanza problemi, senza che lo trasciniamo nei nostri» spiegò il Viaggiatore. Fece per richiudere la porta blindata, ma in quella una giovane donna entrò nell’ufficio. Aveva i capelli biondi cotonati e vestiva in toni vivaci d’arancione e viola. Quando vide gli intrusi, spalancò gli occhioni azzurri e lasciò cadere il fascicolo che aveva in mano.
   «E voi chi siete?! Non potete stare qui, è un ufficio governativo! Andate, o sarò costretta a chiamare la polizia!» protestò la donna, forse una segretaria. In quella notò la fisionomia aliena del Viaggiatore, oltre ai labirintici corridoi dietro di lui. Allora i suoi occhi si spalancarono ancor più, e rimase a bocca aperta.
   «Signorina... Lincoln, dico bene?» esordì Klaatu. «Non si preoccupi, è tutto a posto. Siamo colleghi dell’Ispettore Seven».
   «Colleghi, eh? Gary... voglio dire, l’Ispettore non parla spesso di voi. C’è qualche problema? Avete bisogno d’incontrarlo?» chiese la segretaria, riavendosi dallo stupore.
   «No, noi... abbiamo solo sbagliato indirizzo. Ci scusi per l’intrusione, ora ce ne andremo. Non occorre che riferisca all’Ispettore. Buona giornata, signorina Lincoln» salutò il Viaggiatore, cominciando già a richiudere il portone.
   «Arrivederci a voi. Riguardatevi, siete un po’ pallidi» disse la segretaria, chinandosi a raccogliere il fascicolo caduto. «E informate i vostri capi che abbiamo un bel po’ di ferie arretrate!» aggiunse, rialzandosi e agitando i fogli. Sul divanetto, la gatta si svegliò e miagolò forte.
   SBAM. La porta blindata si chiuse sonoramente e Klaatu la sigillò di nuovo. «Scusate. Ci sono così tante combinazioni che capita anche a me di sbagliare» ammise, imbarazzato.
   «Quella era la Terra del XX secolo» ribadì il Capitano. «Dunque ci avete piazzato un vostro agente, quel Seven».
   «Due agenti. Il termine preciso è Ispettori» puntualizzò Klaatu. Si rimise all’opera sul portone, inserendo un’altra combinazione.
   «Come, anche la ragazza è dei vostri? Eppure non mi sembrava...» si stupì Rivera.
   «No, la signorina Lincoln è autoctona della Vecchia Terra. Fa solo la segretaria e tiene la bocca chiusa sulla vera natura dell’ufficio» spiegò il Viaggiatore. «L’Ispettrice di cui parlo è Iside. Non l’avete notata? Riposava sul divanetto».
   «Ma sul divano c’era solo... la gatta...» fece il Capitano, stranito.
   «Una Mutaforma. Forse una Fondatrice del Dominio» riconobbe Giely. «Siete proprio ben ammanicati, voi Viaggiatori. Eppure stentate a difendere questa ziggurat!».
   «Colpa della carenza d’organico. Non siamo mai stati molti, e ultimamente abbiamo subìto perdite significative. Inoltre molti dei nostri sono impegnati a presidiare le loro zone e non possono essere mobilitati» si giustificò Klaatu. «Oh, ci siamo!» esclamò, aprendo nuovamente la porta.
   Stavolta il portone blindato si aprì sul lato opposto rispetto a prima, come se i cardini si fossero spostati. Il Viaggiatore e i suoi ospiti si affacciarono su una sala completamente diversa dalla precedente. Questa era una vera e propria armeria, colma di strani attrezzi. Il Capitano riconobbe alcune armi originarie del suo cosmo, e degli altri che aveva esplorato. Ma ce n’erano anche di sconosciute, opera di civiltà che non aveva mai incontrato.
   «Oh, adesso sì che si ragiona!» disse, cominciando ad equipaggiarsi.
 
   «Coraggio, i portali non sono lontani» disse Ratri, tirandosi dietro Talyn lungo la rampa di scale.
   «No, aspetta, devo fermarmi» mugugnò l’El-Auriano, sentendo un dolore lancinante alla caviglia. Abbassando lo sguardo, la vide gonfia e sanguinante. Uno dei macigni frantumati lo aveva colpito e, pur essendo rotolato via, lo aveva ferito.
   Giunti su un pianerottolo, i due fuggiaschi si fermarono. Talyn sedette e si esaminò la caviglia col tricorder, trovando conferma ai suoi timori. «È rotta, maledizione» rivelò. «Non credo che riuscirò ad arrivare in cima alla ziggurat. Vacci tu, se vuoi».
   «Scherzi? Io non ti lascio!» obiettò Ratri.
   «Eppure non sarebbe la prima volta» le rinfacciò Talyn, scoccandole un’occhiata tagliente.
   «Che intendi?».
   «Non fare la finta tonta, sono certo che non hai scordato i nostri trascorsi» disse l’El-Auriano, sempre severo. «Mi riferisco alle visioni di sventura che ebbi sul Nous. Quando te le descrissi, tu giurasti che mi avresti aiutato a sventarle. Che almeno ci avresti provato. Ma dopo che ti salvai la vita a Xelaya, te ne andasti senza riportarci a casa. E quando le mie visioni si avverarono... tu non c’eri. Siamo stati traditi e decimati, abbiamo perso la nave, poi siamo stati braccati con false accuse. Io sono finito in coma per mesi, e l’unico ad accudirmi era il Capitano, anche lui malridotto. Shati ha rischiato d’impazzire per i traumi dei continui combattimenti. Mia madre Losira ha subìto le violenze dei Goa’uld. E la povera Giely è stata ridotta anche peggio, temo che non si riprenderà mai del tutto. Abbiamo passato un anno d’inferno, tutti quanti, prima di ritrovarci e riconquistare la Destiny. Tu intanto che facevi, eh?!» l’accusò.
   «Io... ero così a pezzi che ho dovuto ricominciare daccapo» mormorò Ratri, in preda alla vergogna. «Mi sono disintossicata, ho rinunciato a ogni velleità di comando sui superstiti del Nous e sono tornata l’apprendista di Klaatu. Ti ho cercato, sai. Vi abbiamo cercati per tutto il Multiverso. Ma è difficile seguire le vostre tracce, quando balzate da un cosmo all’altro. Pensa che una volta, seguendo una falsa pista, sono finita su Commorragh. Lo conosci? È la capitale dei Drukhari, che praticano la tortura per raggiungere l’estasi. Non immagini cosa ho passato laggiù» rabbrividì.
   Talyn la osservò con attenzione. Non c’erano segni di torture su di lei. O i Viaggiatori erano guaritori abilissimi, o l’El-Auriana non se l’era vista così brutta. «Mi spiace, ma dopo tutte le balle che mi hai raccontato, non posso più crederti. Sono venuto qui solo perché è stato Klaatu a chiamarmi... perché ha promesso di riportarci a casa. Ma da quel che vedo, anche lui dovrebbe imparare a difendere casa sua, prima d’invitare gli altri» commentò Talyn, risentito.
   «Questo attacco degli Scarran ci ha colti di sorpresa» ammise Ratri. «Sai, è difficile respingere gli assalti, quando si ha fatto voto di non violenza. L’altra volta rinunciai ai nostri valori, e sappiamo com’è andata. Stavolta sto cercando di rispettarli, e anche così...». S’interruppe, udendo dei suoni in lontananza. «Gli Scarran stanno arrivando. Sei certo di non poter camminare?».
   «Mi spiace, sta peggiorando a ogni passo. Puoi farci qualcosa?» chiese Talyn, ricordando le capacità taumaturgiche dei Viaggiatori.
   «Una frattura è troppo grave da riparare senza strumenti. Cercherò di lenire il dolore, ma per il resto dovremo armarci e resistere. Presto gli altri gruppi si riuniranno a noi, e allora potremo fuggire tutti insieme» disse Ratri. Passò le mani sull’articolazione ferita, concentrandosi, e Talyn sentì diminuire sensibilmente il dolore. Dopo di che l’El-Auriana scattò in piedi e scese di qualche gradino. I rumori dal basso aumentavano, incanalandosi nella tromba delle scale.
   «Aspetta, dove vuoi andare?» chiese Talyn, accorgendosi che stava per lasciarlo. Malgrado l’asprezza con cui le si era rivolto, non voleva che si dividessero.
   «Te l’ho detto, dobbiamo armarci meglio» disse Ratri. «Vado al deposito più vicino, tornerò subito» promise.
   Talyn deglutì e impugnò il phaser, preparandosi a resistere. Non poteva fare a meno di chiedersi se quella fosse solo una scusa per fuggire, per abbandonarlo di nuovo. Così azzoppato era un peso morto... forse Ratri voleva solo raggiungere un portale e lasciare la ziggurat. «Vai pure... ti aspetto» disse l’El-Auriano, cercando di nascondere la sfiducia e i timori che lo attanagliavano.
   «Be-beep» fece Ottoperotto, affiancandolo. Almeno l’Exocomp poteva difenderlo con un campo di forza... per qualche minuto, finché aveva energia.
   Invece di procedere verso l’alto, come Talyn si aspettava, Ratri prese a scendere la scalinata. Dunque per raggiungere l’armeria doveva avvicinarsi agli Scarran, correndo un grosso rischio. A un tratto si voltò e parve concentrarsi. Allora la scala prese a riconfigurarsi. L’ultimo gradino prima del pianerottolo si sollevò lentamente, rivelandosi un lastrone di granito. In tal modo stava isolando il tratto in cui si trovava Talyn.
   «Che fai?!» chiese l’El-Auriano, sebbene fosse evidente.
   «Cercherò di depistare il nemico, piuttosto che ingaggiarlo in uno scontro diretto» rispose Ratri. «Se vedi che il passaggio si riapre, aspetta prima di sparare. Potrei essere io» raccomandò con un sorriso agrodolce. Il lastrone la nascose alla vista e pochi attimi dopo raggiunse il soffitto, fermandosi con un tonfo. Talyn era isolato sia da lei, sia dagli Scarran.
   «Be-beep» ronzò Ottoperotto.
   «Lo so, è molto coraggiosa» ammise l’El-Auriano. «Spero che se la cavi. Con tutti i suoi poteri dovrebbe farcela, anche se... non so. In certi momenti sembra invincibile, e subito dopo appare così fragile...» mormorò, rimpiangendo di non poterla seguire.
 
   «Ne ho un’altra» disse Shati, rompendo il lungo silenzio. Lei e Naskeel stavano ancora seguendo Omren, in cerca del punto adatto in cui affrontare gli inseguitori Charrid.
   «Un’altra cosa?» domandò il Tholiano.
   «Un’altra storiella da raccontarti».
   «Tenente, non mi sembra il momento. Siamo in una situazione d’emergenza, separati dal resto della squadra, e presto affronteremo degli inseguitori molto più numerosi di noi» ricordò Naskeel.
   «Proprio per questo è il momento giusto. Potremmo morire fra poco, e allora non potrei più raccontartela» spiegò Shati.
   «C’è del vero in questo» ammise il Tholiano.
   «Cos’è questa storia?» chiese Omren, voltandosi a mezzo.
   «Sto cercando di cavare l’umorismo da una pietra» rispose la Caitiana, alludendo all’alieno cristallino.
   «Ah, mi piacciono le barzellette. Racconta, almeno io ti ascolto!» la incoraggiò l’Eidelon.
   «Bene, premetto che questa è una storiella sui Pakled. Tu forse non li conosci. Sono nativi del nostro cosmo... e non sono propriamente delle cime» chiarì Shati. Era stata fin troppo gentile: i Pakled avevano un quoziente intellettivo assai basso, infatti si erano avventurati nello spazio solo rubando le tecnologie di qualche sfortunato visitatore alieno.
   «Allora, un Pakled va in villeggiatura su Risa, il più famoso pianeta-vacanze della Federazione» prese a raccontare Shati. «Un giorno s’imbatte in una splendida giovane donna, che alloggia nel suo stesso albergo. Ne è così affascinato che vorrebbe provare a corteggiarla. D’un tratto, però, la vede passeggiare a braccetto con un alieno sconosciuto. I due scherzano, ridono e mostrano tanta familiarità da far sospettare che siano una coppia, nel qual caso il Pakled non avrebbe speranza. Deciso a vederci chiaro, l’aspirante corteggiatore riesce a prendere da parte l’alieno per fargli qualche domanda.
   “Scusa se sono indiscreto, ma non ho potuto fare a meno di notare che ti accompagnavi a quell’affascinante signorina... non sarà mica la tua compagna?” chiede il Pakled, sperando in una risposta negativa.
   A quelle parole, l’alieno fa una risata bonaria. “No, amico, c’è un equivoco. Devi sapere che io sono un J’naii. La mia specie è androgina, per cui non abbiamo compagne!”.
   “Ah, capisco... niente compagne” fa il Pakled, sollevato. D’un tratto però gli sorge un altro terribile sospetto. “Ma senti un po’... non sarà mica tua figlia?!”».
   Omren ridacchiò, mentre Naskeel si prese qualche momento prima di commentare. «Se i J’naii sono una specie unisessuata, e quindi non hanno compagne di sesso femminile, allora men che meno possono generare figlie femmine» notò.
   «Appunto, e il Pakled non se n’era reso conto. Non ti fa spataccare dalle risate?!» insisté Shati.
   «No, non mi fa spataccare» ribatté Naskeel. «Ma comincio a capire che l’umorismo si basa sull’equivoco. Pensare una cosa, quando la realtà è altrimenti».
   «Bravo, sei sulla buona strada!» approvò la Caitiana.
   «La realtà è spesso ingannevole» ammise Omren. «Ecco perché noi Viaggiatori ci sforziamo d’andare oltre le apparenze... ma ecco, siamo arrivati» s’interruppe.
   Erano giunti in un corridoio molto più ampio degli altri. Il soffitto, in particolare, era assai alto. Su ambo i lati vi era un camminamento rialzato, ornato di statue che potevano tornare utili per nascondersi e tendere un agguato. Raffiguravano soggetti perlopiù umanoidi, ma appartenenti alle specie più disparate. Le dimensioni erano superiori al vero: la maggior parte delle statue erano alte tre o quattro metri e larghe in proporzione.
   «Belle sculture. Sono amici vostri?» chiese Shati.
   «Sono grandi Viaggiatori e Ispettori del passato» disse Omren in tono reverente. D’un tratto indicò la prima coppia di statue, quella più vicina all’ingresso. «Guardate i due più recenti. Sono Navin e Vidra, i genitori di Ratri».
   «Erano così famosi?» si stupì la Caitiana.
   «Erano delle leggende, sebbene i loro metodi fossero poco ortodossi. Io li conoscevo bene» rivelò l’Eidelon. «Tentarono di parlare con l’Imperatore degli Undine, di avvertirlo del rischio che le sue attività innescassero un’Incursione, cioè uno scontro catastrofico fra le realtà. Ma la missione andò male... Navin e Vidra furono uccisi, e con loro morirono gli sforzi diplomatici per fermare gli Undine. Da allora il conflitto non ha fatto che inasprirsi».
   In quella si udì un’eco di passi dietro di loro. L’acustica dei corridoi era così ben congegnata che i passi degli inseguitori risuonavano amplificati a grande distanza. «I Charrid hanno aggirato il crollo. Saranno qui a momenti» avvertì Omren.
   Gli avventurieri si chiesero come sapesse che erano proprio i Charrid. I tricorder, infatti, erano ancora confusi dal campo di smorzamento e non leggevano i segni vitali. Ma ormai era chiaro che ai Viaggiatori non servivano tricorder per essere consapevoli di quanto accadeva nelle vicinanze.
   «Dobbiamo appostarci» disse Naskeel. «Si può salire sui camminamenti?».
   «Sì, di qua» annuì l’Eidelon. Li guidò all’estremità opposta del corridoio, dove due scalette permettevano d’accedere sui ripiani laterali.
   «Dividiamoci per prendere il nemico nel fuoco incrociato» ordinò il Tholiano, dirigendosi verso la scaletta più vicina. Shati si affrettò verso l’altra. Separarsi era un rischio, ma il vantaggio del fuoco incrociato era troppo grande per rinunciarvi.
   «Tu che fai? Sei disposto a combattere?» chiese la Caitiana a Omren, incerta se affidargli un’arma.
   «Ci sono molti modi per combattere, e non tutti richiedono l’uso di armi» rispose l’Eidelon, enigmatico, infilando le mani nelle ampie maniche. Le venne dietro così, in quella posa che costituiva un palese rifiuto a impugnare un’arma.
   «Come vuoi» sospirò Shati, rinunciando a capire la filosofia dei Viaggiatori. «Quando comincerà la sparatoria, resta nascosto. Siamo così pochi che se verrai ferito o catturato non saremo in grado di salvarti» ammonì.
   Giunti sul camminamento, la Caitiana si appostò dietro una statua e si occultò. Diresse il puntatore laser verso l’ingresso, pronta a fare fuoco col cannoncino al plasma fissato sulla spalla destra. Omren si fermò dietro un’altra scultura, poco più indietro. Chiuse gli occhi e si concentrò, entrando in meditazione. Intanto Naskeel si era appostato dietro una statua sull’altro lato, pronto a sparare col fucile polaronico.
   Gli avventurieri attesero, mentre i passi nemici si facevano sempre più vicini. Le grandi statue li avrebbero protetti nei primi momenti, ma non sembravano molto resistenti. Se i Charrid le avessero prese di mira, c’era da aspettarsi che le disintegrassero con pochi colpi. Allora Naskeel, Shati e anche Omren sarebbero rimasti allo scoperto. Cosa che, da quella distanza ravvicinata, era una condanna a morte. La Caitiana deglutì, pronta a sparare. Le era passata la voglia di fare battute.
 
   «Questa è l’arma primaria dei nostri Ispettori» disse Klaatu, porgendo al Capitano e alla dottoressa dei congegni piccoli e affusolati come matite. Erano suddivisi in sezioni che potevano ruotare e avevano anche dei piccoli comandi nella parte terminale. Il Viaggiatore spiegò rapidamente come adoperarli.
   «Ci sono quattro regolazioni. Questa è l’uccisione, che vi chiedo di non usare. Quest’altra permette di creare interferenze nei campi di forza. Vi avverto che il raggio è invisibile, ma ciò non lo rende meno pericoloso» ammonì il Viaggiatore.
   «Sembra facile» disse il Capitano, mentre provava le varie modalità, stando attento a non sparare. «Le altre?».
   «Questa regolazione ha un effetto stordente, quindi potremo usarla» proseguì Klaatu. «Quest’ultima, infine, ha un effetto rincitrullente».
   «Rincitrullente?» chiese Rivera, convinto d’aver sentito male.
   «Lascia la vittima disorientata e suggestionabile. Di solito gli Ispettori la usano per cancellare la memoria di chi ha visto o sentito troppo» chiarì il Viaggiatore.
   «Uhm» fece il Capitano, arricciando il naso. Non gli piacevano gli strumenti che agivano sulla mente delle persone. Comunque era incredibile che un congegno tanto piccolo avesse funzioni così disparate. Si trattava dell’ennesima conferma di come la tecnologia dei Viaggiatori fosse diversa, e superiore, rispetto a quella federale. Del resto loro avevano passato secoli a esplorare il Multiverso, traendo il meglio da ogni luogo.
   «Presto, i Kalish ci sono quasi addosso. Non devono entrare qui» avvertì d’un tratto Klaatu.
   Giely fece per lasciare l’armeria, ma Rivera la fermò. «Sai, preferirei davvero che ti barricassi qui, mentre noi ci occupiamo degli invasori» le disse, ancora preoccupato.
   «In due non ce la farete. E io non voglio restare chiusa qui dentro, a tormentarmi sulla tua sorte» obiettò la Vorta, e uscì per prima. Il Capitano non se la sentì di trattenerla – anche perché sospettava che Klaatu non avrebbe approvato – e la seguì. Il Viaggiatore uscì per ultimo, richiudendosi accuratamente il portone blindato alle spalle.
   «Dove sono gli altri gruppi, ce la facciamo a riunirci?» chiese Rivera, detestando l’idea di combattere così in pochi.
   «Siamo ancora troppo lontani» rispose Klaatu. «Seguitemi, presto. Dobbiamo appostarci, e conosco il luogo giusto». Corse in avanti, costringendo gli altri a seguirlo per non perdersi in quel labirinto.
   Sbucarono in un vasto salone, affollato di colonne. Il soffitto era piuttosto basso, ma le colonne formavano una selva. I fuggiaschi vi si nascosero dietro, ciascuno dietro un fusto, in modo che potessero vedersi tra loro, ma che fossero riparati dall’ingresso. Sorvegliarono la porta, pronti a colpire non appena fossero sbucati gli inseguitori. Il Capitano aveva il batticuore; come facevano a ridursi sempre in situazioni così disperate?
   «State pronti, arrivano» disse Klaatu.
 
   Rimasto solo sul pianerottolo, Talyn cercò di sfruttare l’attesa in modo costruttivo. Si concentrò sulla sua ferita, cercando di guarirsi, nel modo appreso dai Viaggiatori. Curare se stesso non era facile, e del resto il suo addestramento in questo ambito era rudimentale, per cui il risultato fu modesto. Almeno il dolore diminuì ulteriormente, il che gli permise di pensare con più chiarezza.
   «Talyn danneggiato, be-beep!» trillò Ottoperotto, ronzandogli attorno come se volesse ripararlo.
   «Temo di sì. Nulla che tu possa aggiustare, purtroppo» chiarì l’El-Auriano.
   I minuti trascorsero, lenti come ore. Talyn non osava contattare la Destiny, né i compagni di squadra, per timore che gli invasori lo localizzassero. Non si azzardava nemmeno a lasciare zoppicando quella zona, perché in tal caso Ratri non lo avrebbe trovato al ritorno. La squadra era già sparpagliata nella ziggurat: non voleva che anche loro due si dividessero. Così l’El-Auriano restò dov’era, ed ebbe tempo per riflettere. Pensò soprattutto a Ratri: a com’era apparsa felice di rivederlo, a come non ci aveva pensato due volte ad affrontare il nemico da sola. «Se solo avessi la certezza che stavolta non ha secondi fini...».
   «Be-beep! Segni vitali in avvicinamento!» trillò a un tratto Ottoperotto.
   «Quali?!» chiese Talyn, impugnando il phaser.
   «Impossibile stabilire, causa interferenze» gli ricordò l’Exocomp. Era già tanto che fosse riuscito a rilevare qualcosa.
   «Okay, prepara lo scudo» ordinò l’El-Auriano. Si nascose dietro l’angolo del pianerottolo, accucciato sui gradini, col phaser in pugno. Mirò la lastra di granito che bloccava la scalinata, pronto a sparare se qualcuno l’avesse infranta. Con la mano libera si levò il sudore dalla fronte; era questione di momenti.
   La lastra rocciosa stridette e prese ad abbassarsi, liberando il passaggio. Il dito di Talyn s’irrigidì sul grilletto... e si rilassò quando il giovane riconobbe Ratri. «Bentornata» l’accolse. «Hai fatto presto; com’è andata?».
   «Bene, direi» rispose l’El-Auriana, leggermente ansante. «Mi sono equipaggiata presso l’armeria più vicina. Sulla via del ritorno sono passata vicino agli Scarran, ma ho evitato lo scontro diretto. Ho riconfigurato la ziggurat per isolarli in una sezione separata dal resto. Questo dovrebbe trattenerli... per un po’».
   «Avevano armi pesanti. Non mi stupirei se abbattessero un muro per liberarsi» ragionò Talyn. «Hai notizie dei miei colleghi?».
   «Nessuna, ma sento che sono ancora vivi» rispose Ratri. «Klaatu e Omren li guideranno ai portali, perciò non dobbiamo restare indietro. Come va la caviglia, ce la fai a camminare?».
   «Credo di sì, il dolore è calato» rispose Talyn. Si rimise in piedi con l’aiuto di Ratri. Dopo di che i due ripresero a salire per l’interminabile scalinata.
   «Dove si trovano di preciso questi portali?» chiese a un tratto Talyn.
   «Nella camera più alta della ziggurat, perché?» rispose Ratri.
   «Stavo pensando che dobbiamo riprendere i contatti con gli altri gruppi. Il rischio che qualcuno resti bloccato è troppo grande» rimuginò l’El-Auriano. Era preoccupato soprattutto per il Capitano e Giely, che rischiavano di trovarsi indifesi. Perciò si rivolse a Ottoperotto: «Se trovassi gli altri, riusciresti a condurli da noi? O almeno a guidarli fino in cima alla ziggurat?».
   «Affermativo, be-beep» confermò l’Exocomp.
   «Allora ti chiedo di fare un giro di perlustrazione» disse Talyn. «Però non attardarti troppo. Se non li trovi entro... diciamo venti minuti, torna da noi» raccomandò.
   «Sicuro che sia il caso di mandarlo via? Il suo scudo potrebbe tornarci utile...» notò Ratri.
   «Potrebbe servire anche agli altri. Forse sono più in difficoltà di noi» obiettò Talyn. Il battibecco finì sul nascere, perché Ottoperotto era già scomparso nella tromba delle scale.
   «Visto che hai mandato via la nostra difesa, cerca d’affrettare il passo!» esortò Ratri, seccata.
   Talyn non rispose, ma cercò d’accontentarla, sopportando il dolore alla caviglia. Salirono fino al termine della scala e da lì imboccarono ulteriori passaggi, che li portarono sempre più in alto. Se gli Scarran erano davvero bloccati più giù, era probabile che gli El-Auriani avrebbero raggiunto per primi i portali. Restava da vedere quanto ci avrebbero messo gli altri due gruppi. Talyn non voleva lasciare la ziggurat prima che si fossero riuniti, ma temeva che Ratri non avesse la stessa premura.
 
   Il silenzio gravava sul corridoio adorno di statue, rotto solo dai passi sempre più vicini dei Charrid. I mercenari camminavano con passo militare, cadenzato. Shati ne ignorava il numero, ma temeva che fossero troppi per sopraffarli. Nella sua testa, i loro passi ritmici si sovrapponevano alle pulsazioni cardiache, così forti da rimbombarle nelle orecchie. Per un attimo il suo sguardo andò al bracciale sinistro dell’armatura. Era più grosso e squadrato rispetto al destro, perché vi era incorporata una bomba termobarica. L’ultima risorsa dei Cacciatori Yautja, che in caso di sconfitta s’immolavano in una grande esplosione. Così evitavano di divenire a loro volta dei trofei, conservando l’onore. Al tempo stesso impedivano ai nemici d’impadronirsi delle loro tecnologie, e anzi spesso ne uccidevano parecchi nella deflagrazione. Nel corso degli anni, Shati aveva usato ogni arma della panoplia, tranne quella bomba. Quando si trovava nei guai, si chiedeva se era la volta in cui avrebbe dovuto innescarla. Finora era sempre riuscita a evitarlo... a trovare delle alternative, a fuggire se necessario. Ma in quell’ora disperata, si disse che forse era giunto il momento.
   Il drappello nemico sbucò nel corridoio. Erano proprio i Charrid, armati e corazzati. Le loro panoplie ricordavano quelle Yautja, tuttavia sembravano più leggere. I mercenari impugnavano le armi al plasma, anziché tenerle fisse, affidandosi al puntatore laser. Inoltre sembravano privi dell’occultamento, il che dava un vantaggio a Shati – ma non a Naskeel.
   «Tutto dipende da quanto sono resistenti le loro corazze. Se non riusciamo a perforarle al primo colpo, siamo spacciati» rifletté la Caitiana. Regolò il cannoncino al plasma alla massima potenza, aggrappandosi a quella speranza.
   I Charrid avanzarono, ignari del pericolo. Gli avventurieri li lasciarono venire avanti, fila dopo fila, così che fossero più esposti e non potessero ritirarsi in fretta. Quanti erano? Shati ne contò una ventina... decisamente troppi. I primi della fila erano giunti a metà corridoio quando si arrestarono. L’intera colonna di mercenari si fermò di botto.
   «Segnatura termica!» gridò un Charrid, mirando la statua dietro cui si celava Naskeel. Il calore del Tholiano lo aveva tradito. Temendo per lui, Shati reagì fulminea. Ancora occultata, si sporse dal suo nascondiglio e aprì il fuoco. Abbatté il mercenario che stava mirando Naskeel, poi continuò a colpire gli altri. I nemici cadevano al primo colpo, segno che le loro corazze non erano poi così resistenti. C’era speranza, si disse la Caitiana, continuando a bersagliarli.
   I Charrid si volsero per rispondere al fuoco, ma non potevano mirare con precisione l’avversaria occultata; potevano solo dirigere i colpi in direzione del fuoco nemico. Naskeel approfittò della loro distrazione per sparare a sua volta, con la precisione chirurgica che lo caratterizzava. Anche il suo fucile polaronico si dimostrò abbastanza potente da perforare le loro corazze.
   Presi nel tiro incrociato fra due cecchini provetti, i Charrid si trovarono in difficoltà, malgrado la superiorità numerica. Cercarono di tornare indietro, ma la ziggurat si riconfigurò ancora. Una lastra di pietra sigillò l’ingresso da cui erano giunti, impedendo la ritirata. Un’altra bloccò l’uscita in fondo al corridoio. I Charrid erano in trappola, presi tra due fuochi.
   «Abbatteteli, sono solo due!» gridò il caposquadra, disintegrando la statua dietro cui si nascondeva Shati. La Caitiana si tuffò di lato, sfuggendo ai colpi grazie all’occultamento, e si riparò dietro la scultura adiacente. D’un tratto si accorse che lei e Naskeel non erano soli sul camminamento.
   Da ciascuna statua sul suo lato si sporse una replica di Shati, che bersagliò i Charrid. E da ogni statua sul lato opposto si sporse una replica di Naskeel, che fece lo stesso. Gli avventurieri compresero che era opera di Omren, ancora immerso in meditazione, al riparo di una scultura. L’Eidelon non era armato, ma come aveva spiegato poco prima, c’erano molti modi per combattere. Lui proiettava quelle illusioni, che non potevano danneggiare i nemici, ma permettevano agli avventurieri di mimetizzarsi. Shati uscì dall’occultamento, affidandosi a questa protezione.
   Trovandosi improvvisamente circondati da così tanti cecchini, i Charrid persero il sangue freddo. Spararono all’impazzata contro le apparizioni, ma essendo queste intangibili, ottennero solo di fare a pezzi le statue. Del resto anche i colpi delle illusioni li attraversavano, lasciandoli illesi. Solo i colpi degli avventurieri, mimetizzati tra loro, erano letali. Ma i Charrid non riuscivano a distinguere i raggi innocui da quelli mortali, se non quand’era troppo tardi.
   «Fermi, idioti, sono solo illusioni! Non fatevi distrarre, colpite quelli veri!» ordinò il caposquadra. Era l’unico che invece di sprecare colpi osservava gli avversari appostati sui camminamenti, cercando di capire da chi venivano gli attacchi letali. Riconosciuta la vera Shati, regolò la sua arma al massimo e mirò alla testa. Ma fu abbattuto da Naskeel prima di premere il grilletto.
   Con la morte del caposquadra, i mercenari si sbandarono. Corsero all’ingresso, concentrando i colpi sul lastrone di pietra che impediva la fuga. Con un fuoco intenso riuscirono a frantumarlo. Gli avventurieri li abbatterono tutti, prima che potessero mettersi in salvo; ma non era ancora finita.
   Un ultimo Charrid, che era strisciato lungo la parete tenendosi fuori tiro, raggiunse la scaletta. La salì di corsa, sbucando sul camminamento, sul lato di Shati e Omren. Non era ancora in grado di riconoscere la vera Caitiana, in mezzo a tanti duplicati. Ma vide l’Eidelon, nascosto dietro una delle poche statue ancora integre. Capì che era lui a proiettare le illusioni e lo prese di mira. D’un tratto Omren aprì gli occhi, interrompendo la meditazione, e aggirò la statua per mettersi al riparo. Nell’attimo in cui la sua concentrazione venne meno, le illusioni svanirono. Gli avventurieri, ancora concentrati nel colpire gli ultimi avversari, non se ne avvidero.
   Il Charrid sparò, disintegrando la scultura. Omren cadde all’indietro, bersagliato dai frammenti. Non aveva più riparo; il prossimo colpo lo avrebbe ucciso. Ma lo schianto attirò l’attenzione di Shati, che si girò fulminea e aprì il fuoco. Il colpo al plasma sorvolò l’Eidelon e raggiunse il Charrid, spezzandogli il fucile tra le mani. Questi gettò il troncone e impugnò rapidamente una pistola al plasma. Prima di poterla usare fu centrato da Naskeel, anche lui allertato dal frastuono. Il mercenario vacillò, urtò il muro e infine cadde giù nel corridoio. Quando si abbatté al suolo, la sua maschera metallica si staccò e rotolò via, rivelando il viso ferino e un po’ scimmiesco del Charrid.
   Nel corridoio tornò il silenzio, interrotto solo dal respiro ansante di Shati e dall’occasionale caduta di qualche frammento di statua. «State bene?» chiese la Caitiana ai compagni.
   «Più o meno» gemette Omren, ancora a terra. Frammenti della statua distrutta lo avevano graffiato e ora lo ricoprivano; il suo volto era imbiancato dalla polvere.
   Shati gli si accostò e gli porse la mano, aiutandolo a rialzarsi. «Le illusioni erano opera tua, vero?» chiese per conferma.
   «Sì... un misero contributo, temo» sospirò l’Eidelon, levandosi la polvere e i frammenti di dosso. Fortunatamente non aveva gravi ferite, e i graffi si stavano già rimarginando. Shati immaginò che c’entrassero i poteri curativi dei Viaggiatori.
   «Hai contribuito a sufficienza. Senza quelle apparizioni non avremmo avuto scampo» riconobbe la Caitiana. I due lasciarono il camminamento e scesero lungo la scaletta, tornando al piano di calpestio. Naskeel fece lo stesso sul suo lato, così che s’incontrarono a terra.
   «Intendevo dire che noi Viaggiatori dovremmo impedire gli scontri. Che la sparatoria abbia avuto luogo è di per sé una sconfitta, a prescindere dal fatto che siamo sopravvissuti» spiegò Omren, osservando tristemente i resti dei Charrid che ingombravano il corridoio.
   «Beh, meglio loro che noi. Voglio dire, loro ci hanno attaccati, il che ci obbliga a difenderci!» obiettò Shati. Intanto si guardava attorno col visore a infrarossi, accertandosi che tutti i mercenari fossero effettivamente morti.
   «Ognuno di questi caduti è un pretesto con cui l’Ammiraglio Gherrod potrà giustificare i suoi prossimi attacchi. Ancora non sappiamo fin dove voglia spingersi» avvertì l’Eidelon.
   «Ciò non toglie che dovessimo affrontarli» ribadì Naskeel. «E il confronto non è ancora finito. Abbiamo eliminato i Charrid, ma restano gli Scarran e i Kalish, che di certo sono sulle tracce dei nostri colleghi. E non è da escludere che ricevano ulteriori rinforzi dall’astronave. Perciò dobbiamo affrettarci a ritrovare gli altri gruppi e prestargli soccorso. Può farci da guida?».
   «Sì, seguitemi» annuì Omren, riscuotendosi dal pessimismo. Si diresse di buon passo verso l’estremità del corridoio, seguito dagli avventurieri. La lastra di pietra che chiudeva l’uscita si sollevò con un suono raschiante, permettendo al terzetto di proseguire. Procedettero svelti, guidati dalle percezioni dell’Eidelon, sperando d’arrivare in tempo per soccorrere i colleghi.
 
   Quando i Kalish entrarono nel salone, i difensori li lasciarono avanzare per un tratto allo scoperto prima d’aprire il fuoco. Sulle prime l’imboscata ebbe successo: parecchi Kalish si accasciarono, colpiti dai raggi stordenti. Il Capitano riconobbe che le armi degli Ispettori erano efficaci, anche se trovava seccante che i raggi fossero invisibili, perché così stentava a capire quali avversari fossero stati effettivamente colpiti. C’era il rischio che qualcuno si fingesse stordito, per poi balzare su al momento opportuno. Ma queste riflessioni erano premature, perché lo scontro era ancora tutto da vincere. Passato il primo attimo di sorpresa, infatti, i Kalish reagirono. Alcuni si nascosero dietro l’ingresso, mentre altri trovarono riparo dietro le colonne. Sarebbe stato difficile stanarli.
   «Attenti, vogliono accerchiarci!» gridò Rivera ai compagni. I Kalish infatti avanzavano, correndo da una colonna all’altra, mentre quelli appostati all’ingresso facevano fuoco di copertura. Le loro armi avevano raggi giallastri, che piovevano attorno ai difensori, costringendoli a restare nascosti.
   «Non devono farcela» disse Klaatu, osando sporgersi per sparare con la sua arma stordente. E fu colpito in pieno petto da un raggio dei Kalish.
   «NO!» urlò il Capitano, vedendo sfumare le loro speranze. Senza il Viaggiatore, lui e Giely erano soli, circondati dai nemici in quella fortezza labirintica.
   Klaatu s’irrigidì per un attimo, osservando con vago stupore la chiazza nera sul suo abito argenteo. Poi si riparò dietro la colonna. «Sto bene, non sono ferito. Quello era un raggio stordente. Sono tutti raggi stordenti» rivelò. In effetti quelli che colpivano le colonne o le pareti non lasciavano alcun danno, segno che si trattava di raggi a bassa energia.
   Rivera sospirò di sollievo. Se il Viaggiatore era vivo, c’era ancora speranza... anche se l’incidente sollevava qualche domanda. Assodato che i Kalish usavano raggi stordenti, perché Klaatu non era stato effettivamente stordito? Forse c’entravano i suoi poteri di Viaggiatore... ed era ora che li sfoggiasse, pensò il Capitano. La seconda domanda era più inquietante: perché i Kalish volevano catturarli vivi? Dovevano aver ricevuto precisi ordini al riguardo, perciò la vera questione era: perché l’Ammiraglio Gherrod li voleva vivi?
   Lo scontro proseguì, coi Kalish che cercavano di circondare i difensori, ma finivano per cadere sotto i loro colpi stordenti, finché i pochi ancora in piedi dovettero ritirarsi. La lunga sparatoria ebbe termine e tornò il silenzio.
   «State bene?» chiese Giely ai compagni. Era preoccupata soprattutto per Klaatu, che si era beccato un colpo in pieno petto, sebbene al momento non paresse risentirne. Osò sporgersi di poco... ma in quella udì il click di un’arma innescata a pochi centimetri dalla sua testa.
   «Getta l’arma!» intimò una voce aspra accanto a lei... no, sopra di lei.
   La Vorta alzò lo sguardo... e vide una donna Kalish che la teneva sotto tiro. Era appollaiata sulla colonna in una posizione assurda, come se avesse i piedi incollati alla superficie verticale. Di conseguenza il suo corpo era ruotato di 90°, come se rispondesse a una gravità tutta sua. Guardandosi attorno, Giely si accorse che altri Kalish avevano fatto la stessa mossa surreale. Erano strisciati su pareti e colonne, come gechi dalle zampe appiccicose. La Vorta non aveva mai visto una simile capacità e non riusciva a spiegarsela.
   «Getta l’arma, ho detto! Ultimo avvertimento!» minacciò la Kalish che la teneva sotto tiro. Come tutti i suoi simili, aveva occhi verdi e chiome rossicce. Nel suo caso i capelli erano raccolti in dei giganteschi bigodini che puntavano in tutte le direzioni, dandole un’aria bizzarra. La pelle, vista da vicino, aveva un aspetto lievemente squamoso, specie sulle tempie.
   Con l’arma nemica puntata alla testa, Giely fu costretta a lasciar cadere la propria. Il suo corpo tuttavia rimase teso, pronto a scattare. «Affascinante, il vostro talento. Come ci riuscite?» chiese, la sua curiosità scientifica sempre accesa.
   «Noi Kalish possiamo spostare il nostro centro di gravità» ghignò l’avversaria, pur senza entrare nei dettagli. «È un’abilità naturale, che le specie più grossolane c’invidiano. Avanti, giù le armi anche voi!» intimò, rivolta agli altri difensori.
   «Perché prenderci vivi? Che avete in mente?» chiese Rivera.
   «Le faccio io le domande» avvertì la Kalish, che pareva la caposquadra. «Sono il Tenente Sukri e vi dichiaro prigionieri dell’Impero Scarran» si presentò.
   «Io credo di comprendere le vostre intenzioni» intervenne Klaatu. «Voi Kalish siete rinomati per la produzione di bioloidi, cioè d’androidi che imitano alla perfezione gli organici. Li avete spesso infiltrati tra gli avversari, usandoli come spie e sabotatori. Ma affinché i bioloidi siano copie esatte, dovete scannerizzare a fondo gli originali, preferibilmente mentre sono ancora in vita. Ecco perché volete catturarci. Solo così potrete infiltrare i nostri sosia sulla Destiny».
   «Ringrazia che l’Ammiraglio Gherrod voglia quella nave, altrimenti vi avremmo già eliminati» confermò Sukri. «Ora vi condurremo sulla Dreadnought, dove sarete duplicati. I vostri bioloidi saranno rilasciati e andranno sulla Destiny, aiutandoci a impadronircene. Voi resterete a nostra disposizione per gli interrogatori... per ora».
   «No, non andrà così» disse pacatamente Klaatu. «Computer, variare le geometrie gravitazionali!» ordinò.
   L’effetto fu immediato e sconvolgente. Soffitto e pavimento si scambiarono di ruolo, così che gli avventurieri si trovarono a cadere verso l’alto. Fortunatamente quel salone non aveva un soffitto particolarmente elevato. Anche i Kalish furono presi alla sprovvista dal ribaltamento di gravità. Quale che fosse la loro capacità di spostare il baricentro, gli servì qualche momento per adattarsi. E gli avventurieri ne approfittarono per contrattaccare. Klaatu e Rivera avevano ancora le armi degli Ispettori, di cui si servirono per colpire gli avversari più vicini. Quando un Kalish veniva stordito, si staccava dalla parete o colonna su cui era appollaiato e cadeva giù, segno che la loro misteriosa facoltà richiedeva d’essere vigili.
   Ma Giely aveva già dovuto gettare via la sua arma. Perciò, quando il ribaltamento gravitazionale distrasse Sukri, dovette affrontarla a mani nude. Con uno scatto fulmineo l’afferrò per i polsi e le si avvinghiò addosso, puntando verso l’esterno la pistola al plasma. Appesantita, la Kalish si sbilanciò e perse l’adesione alla colonna. Caddero entrambe verso il soffitto, tra le arcate.
   «Urgh!» gemette Sukri, battendo la testa contro un costolone di pietra. Perse la presa sull’arma, che cadde di lato. La geometria gravitazionale cambiava ogni pochi secondi, in modi imprevedibili. O ci si aggrappava a qualcosa, o si rischiava d’essere sbatacchiati qua e là per il salone, rompendosi le ossa ad ogni impatto.
   Inferocita, Sukri sfoderò un pugnale che portava in cintura. «Sei ancora mia!» avvertì.
   «Non ci contare, mercenaria» ribatté Giely con freddezza. Trasse un’impugnatura che portava celata nello stivale. La premette, estendendo la lama metallica nella sua interezza. Adesso impugnava una daga Jem’Hadar, dall’affilata lama ricurva.
   «Credevo fossi un medico. Che ne è del tuo giuramento?!» chiese la Kalish, con una smorfia.
   «Dopo la mia esperienza coi Goa’uld, ho giurato di non farmi più catturare. Mai più, a costo della vita» ribatté freddamente la Vorta. Questo proposito l’aveva spinta ad addestrarsi sul ponte ologrammi, talvolta assieme a Shati. Non sarebbe mai stata al livello della Caitiana, ma almeno non era più inerme come in passato. Adesso sapeva difendersi da sola.
   «Peggio per te. Vorrà dire che i tecnici dovranno accontentarsi del tuo cadavere per duplicarti!» ringhiò Sukri, e attaccò. Le lame guizzarono, sprizzando scintille quando si scontravano.
   Tutt’attorno infuriava ancora la sparatoria. Klaatu e Rivera affrontavano i Kalish, sempre cercando di stordirli. A complicare le cose ogni pochi secondi la gravità cambiava, puntando ora verso il pavimento, ora verso il soffitto, ora verso questa o quella parete. In tali condizioni era difficile per ambo le parti soccorrere le due combattenti, a loro volta sbatacchiate qua e là per il salone a ogni cambio gravitazionale.
   «Frell!» imprecò Sukri, duellando a un ritmo sempre più indiavolato. Era una mercenaria esperta, e si aspettava di vincere facilmente contro una dottoressa; ma aveva sbagliato i calcoli.
   Giely si muoveva con scatti rapidi e imprevedibili, talvolta incalzando l’avversaria, talvolta arretrando bruscamente per mettersi fuori tiro. Non c’era verso di capire dove si sarebbe trovata di lì a un secondo. Spesso non usava nemmeno la sua lama per parare gli attacchi, limitandosi a scattare qua e là per mandarli a vuoto. Sebbene lo tenesse per sé, molta di quell’abilità le era stata trasmessa nel periodo in cui aveva servito i Goa’uld. Ora almeno quell’orrore le tornava utile, si disse, mentre scambiava colpi con l’avversaria.
   Lo scontro non fu dei più lunghi. Approfittando dell’ennesimo cambio di baricentro, Giely riuscì a spiccare un gran balzo, che la portò sopra la testa dell’avversaria. La lama Kalish le passò a un soffio dal volto. La Vorta le afferrò la mano destra, riuscendo a bloccarla, e gliela tranciò all’altezza del polso. Sukri strillò e cadde in ginocchio, comprimendosi la ferita, da cui peraltro stillava pochissimo sangue. Giely le atterrò accanto, puntandole la lama Jem’Hadar alla gola. «Ordina ai tuoi di ritirarsi, o perderai ben altro che la mano!» minacciò.
   Sukri si guardò attorno, cercando di capire chi fosse in vantaggio. La sua squadra aveva praticamente circondato Rivera e Klaatu... la vittoria era a portata di mano. Ma in quella Ottoperotto entrò in sala dall’ingresso di fondo. Schizzò accanto ai compagni e li circondò con un campo di forza protettivo, su cui si arrestarono i colpi dei Kalish.
   «Fa’ ritirare la squadra, ho detto!» intimò Giely, minacciando Sukri con entrambi i pugnali. Le premette la gola con il proprio, facendo stillare una goccia di sangue.
   «Andate via. Fuori di qui, tutti!» boccheggiò la Kalish, sempre comprimendosi la ferita. Di sangue ne usciva poco, ma il dolore lo percepiva tutto. E ormai temeva che la Vorta non avesse remore ad attuare le sue minacce.
   I Kalish si fermarono. A differenza degli Scarran e dei Charrid, non erano disposti a combattere fino all’ultimo. Nel momento in cui la situazione si faceva difficile, e la loro comandante era presa in ostaggio, la loro dottrina militare contemplava la ritirata. Perciò se ne andarono, per lo stesso ingresso da cui erano venuti. In breve furono tutti fuori, tranne quelli che erano stati storditi.
   «Computer, normalizzare l’assetto gravitazionale» ordinò Klaatu. I presenti poterono finalmente assestarsi sul pavimento, senza il rischio d’essere sballottati qua e là.
   «Tempismo perfetto» si congratulò il Capitano con Ottoperotto. «Ma che ci fai qui? Credevo fossi con Talyn. Lui sta bene?».
   «Affermativo, be-beep. Talyn mi ha inviato a cercarvi. Vi guiderò da lui» spiegò l’Exocomp, disattivando il campo di forza.
   «Bene, è ora di riunirci» disse Rivera, sollevato. Si recò da Giely, che teneva ancora la caposquadra in ostaggio. Gli bastò un’occhiata per verificare che la Vorta non era ferita. «Ben fatto, anche se devo dire che mi hai sorpreso» commentò. In tanti anni non l’aveva mai vista mutilare un avversario.
   «Non farti un’idea sbagliata» disse Giely. «Negli ultimi giorni ho studiato la fisiologia dei Kalish e ho scoperto che hanno fenomenali capacità rigenerative».
   «Cioè le ricrescerà la mano?» s’incuriosì il Capitano.
   «No, ma si può riattaccare» rivelò la Vorta. «Sempre che agiamo in fretta. E sempre che tu stia ferma» si rivolse alla prigioniera, che la fissava con rabbia impotente. Poi la dottoressa recuperò la sua valigetta medica. Disinfettò la tremenda ferita di Sukri e ricollocò l’arto mozzato in posizione, accertandosi che i lembi delle ferite combaciassero. Infine le fasciò il polso, avvolgendo anche gran parte della mano, in modo che vi restasse attaccata. «Non fare idiozie, e c’è una buona probabilità che recuperi la piena mobilità» raccomandò.
   «E non t’azzardare a spostare il tuo baricentro, o stavolta ti faccio saltare le cervella!» minacciò Rivera. «Cammina, svelta. Sarai il nostro ostaggio, finché non usciremo di qui».
   «Siete pazzi se credete di uscire!» sbottò la Kalish. «Anche se mi usate come scudo, gli Scarran non si faranno problemi a uccidermi per arrivare a voi».
   «Che vuoi che ti dica? Prenditela coi tuoi datori di lavoro!» ribatté il Capitano, innervosito dai pericoli appena affrontati e da quelli ancora da affrontare. «Presto, dobbiamo riunirci agli altri. Fa’ strada, Ottoperotto. Sarai il nostro filo d’Arianna in questo labirinto» lo esortò.
   Per un attimo l’Exocomp esitò, come se volesse dire altro, ma poi sotto la spinta dell’urgenza fece come ordinato. Si diresse verso l’uscita di fondo del salone, seguito dagli avventurieri e dal loro ostaggio. Da lì prese a guidare con sicurezza il gruppo attraverso l’intrico di sale e corridoi, percorrendo a ritroso il tragitto già fatto. La sua memoria elettronica non poteva sbagliare: aveva registrato ogni svolta con precisione. Solo un paio di volte Ottoperotto si fermò, coi sensori all’erta, per accertarsi che non ci fossero segni vitali nemici nelle vicinanze. Così il gruppo procedette abbastanza rapidamente, salendo verso la sommità della ziggurat, dove gli avventurieri speravano di ritrovare i compagni.
 
   «Un ultimo sforzo, ormai ci siamo!» disse Ratri, incoraggiante.
   Sopportando il dolore alla caviglia, Talyn salì gli ultimi gradini. Sbucarono in un vasto salone, posto sulla sommità della ziggurat. La luce diurna entrava a fiotti da finestroni posti a corona in cima alle pareti. «Caspita...» mormorò Talyn, guardandosi attorno.
   Le pareti erano costellate da portali quadrangolari, profondamente incassati nello spessore. In quel momento erano disattivati, ma l’El-Auriano sapeva che, una volta accesi, potevano condurli ovunque in quel cosmo. E probabilmente anche in altri cosmi. Su tre delle pareti si aprivano delle scalinate che conducevano ai piani sottostanti, mentre al centro del salone era posta una consolle circolare. «Allora, dove hai in mente d’andare? Ci riporti sulla Destiny?» chiese Talyn.
   «Quello è complicato, ora che ha gli scudi alzati» rispose Ratri, recandosi ai comandi. «No, penso che andremo prima all’Aleph» rivelò.
   «Aleph... ricordo che me ne accennasti. È il vostro quartier generale, giusto?» chiese Talyn. Lui non c’era mai stato, poiché gli apprendisti che lo avevano addestrato sul Nous erano dei fuggiaschi, che non potevano tornare alla base. Ma ora che Ratri si era riappacificata coi maestri, il problema non sussisteva più.
   «Esatto. Si trova nella Rete Miceliare, una realtà molto particolare, che fa da ponte a tutte le altre. Preparati» disse Ratri, attivando la consolle. Icone luminose apparvero su quella che pareva scabra roccia. Altri comandi apparvero a mezz’aria, come ologrammi. Invece d’essere contenuti dentro degli oloschermi, si estendevano e si sovrapponevano in strani modi.
   Dalla sua posizione addossata alla parete, Talyn osservò affascinato. L’idea di visitare finalmente l’Aleph lo elettrizzava. Lì avrebbe potuto incontrare i Viaggiatori più esperti, magari fargli qualche domanda. C’era solo un problema. «Non ce ne andremo prima d’esserci ricongiunti col resto della squadra» mise in chiaro.
   «Sigh, ogni decisione deve sempre essere una lotta?!» si lamentò Ratri. «Almeno varcalo tu il portale. Nelle tue condizioni è inutile che ti attardi. Io aspetterò l’arrivo degli altri... sempre che siano ancora vivi» mormorò.
   Quelle parole fecero squillare un allarme rosso nella mente dell’El-Auriano. Se Ratri nutriva ancora astio nei confronti dei maestri, o se non osava affrontare gli Scarran, poteva rinunciare ad aspettarli. Poteva tornare indietro, chiudere il portale e affermare che purtroppo gli altri non se l’erano cavata. Sarebbe stata capace di un simile tradimento? Talyn sperava di no... ma sfortunatamente Ratri aveva già fatto molte cose orribili che lui non si aspettava. E quindi non poteva più crederle sulla fiducia.
   «Ho detto che andremo tutti insieme» s’incaponì l’El-Auriano, «o dovrò credere che vuoi lasciarli indietro».
   Ratri lo fissò esasperata, e per un attimo a Talyn parve di percepire la collera in lei. Ma l’El-Auriana riuscì a dominarsi. «Come vuoi, testa dura, li aspetteremo. Intanto guarda!» disse. Premette gli ultimi comandi, attivando i portali. Non uno, ma tutti.
   Sotto lo sguardo meravigliato di Talyn, i vortici blu apparvero in tutte le alcove incassate nelle quattro pareti. Osservandoli attentamente, dopo che si furono stabilizzati, l’El-Auriano riuscì a scorgere ciò che si trovava al di là. Vide un pianeta oceanico dalle onde increspate e un altro serrato nella morsa dei ghiacci. Vide un mondo venusiano, oppresso da un’atmosfera densa e schiacciante, e vide una landa craterizzata, senz’aria sotto la volta stellata. Qua si estendeva una giungla rigogliosa, dagli alberi che coprivano il cielo con le loro chiome; là vi era una metropoli aliena, dagli alti grattacieli scintillanti. E finalmente Talyn scorse un lucido corridoio bianco.
   «Quello è l’Aleph» confermò Ratri. «Sta’ pronto a varcarlo. Sento che tra poco avremo compagnia».
   Lo sentiva anche Talyn, e non era una percezione extrasensoriale. Dalla tromba delle scale proveniva un chiaro suono di passi. Il giovane impugnò il phaser e con passo ancora zoppicante venne accanto a Ratri, presso la consolle. Dietro quel nascondiglio i due El-Auriani potevano sorvegliare l’ingresso, oltre ad essere vicini al passaggio per l’Aleph, che si apriva dietro di loro. In caso d’emergenza potevano imboccarlo in pochi attimi. Tuttavia aspettarono, udendo i passi sempre più vicini che salivano dalla scalinata. Talyn mirò l’ingresso, temendo che fosse il nemico...
   «Pace, siamo noi!» disse Klaatu, sbucando per primo. Ottoperotto gli era accanto. Dopo di loro vennero il Capitano Rivera e la dottoressa Giely, che portavano una prigioniera Kalish dalla mano bendata. Sollevato, Talyn abbassò il phaser e si mostrò, invitandoli ad avvicinarsi. Si aspettava che arrivasse anche il resto della squadra... ma dalla scalinata non giunsero altri.
   «Lieto di rivedervi. Me lo sentivo che eravate sfuggiti agli Scarran» salutò il Viaggiatore, mentre il suo sguardo correva ai numerosi portali aperti.
   «Vi stavamo aspettando» disse Talyn. «Vedo che Ottoperotto vi ha guidati... ma dove sono gli altri?».
   «Non sono già qui?» s’inquietò il Capitano, guardandosi attorno.
   «No, speravo che si fossero aggregati a voi» confermò l’El-Auriano.
   «Non li vediamo da quando il crollo ci ha divisi» disse Rivera, con un groppo in gola. «Credo che siano finiti nei sotterranei, quindi può darsi che abbiano difficoltà a risalire».
   «Questo è un guaio... se non arrivano presto, dovremo andare a cercarli» commentò Giely.
   «Omren è con loro» ricordò Klaatu. «È il custode della ziggurat, perciò non stenterà a guidarli sin qui. Abbiate pazienza, credo che li rivedremo a breve».
   «Se solo potessimo permetterci d’aspettare...» mormorò Ratri in tono lugubre.
   Altri passi, più pesanti, salirono dalla scalinata principale. Si udirono respiri affannosi, misti a suoni più inquietanti, come sibili e ringhi. Infine gli alti guerrieri corazzati irruppero nel salone. Gli Scarran erano arrivati.
 
   «Siete in trappola. Per l’ultima volta, arrendetevi all’Impero Scarran!» intimò il Comandante. Detto in quella sala dei portali, era una battuta infelice. Gli avventurieri potevano mettersi in salvo attraverso uno qualunque dei vortici... ma a ben vedere, finire dispersi su un mondo sconosciuto era tutt’altro che una salvezza. A maggior ragione se si fossero divisi. No, dovevano restare uniti. E soprattutto dovevano infilare il portale giusto. Solo i Viaggiatori sapevano quale fosse, fra i tanti, per cui gli sguardi corsero a loro. Intanto gli avventurieri si nascondevano meglio che potevano dietro la consolle al centro del salone.
   «Calma!» disse Klaatu, levando la mano per mostrare agli Scarran il palmo disarmato. «Non c’è ragione di sparare. Guardate, abbiamo catturato una dei vostri. Siamo disposti a rendervela, come dimostrazione di buona volontà» disse, alludendo a Sukri. La Kalish scosse la testa, con aria spaventata. Non era affatto impaziente di tornare tra gli Scarran, e anzi aveva avvertito gli avventurieri di cosa poteva succedere. Ma il Viaggiatore sembrava determinato a tentare.
   «Se l’avete catturata, significa che è una buona a nulla. E noi non sappiamo che farcene dei buoni a nulla!» ringhiò il Comandante Scarran. E col massimo disprezzo per la Kalish, le sparò al cuore, freddandola. Sukri si accasciò, con gli occhi vitrei e la mano bendata che non sarebbe più guarita.
   Klaatu dovette abbassarsi di scatto, nascondendosi con gli altri dietro la consolle, per sfuggire alla scarica successiva. «La loro aggressività supera ogni sforzo di conciliazione» ammise tristemente. «Dobbiamo raggiungere l’Aleph».
   «La via è aperta» disse Ratri, accennando al portale dietro di loro, quello che immetteva nel corridoio bianco. «Ma non possiamo lasciare che gli Scarran s’impadroniscano di questa base. Se acquisissero le nostre conoscenze, la nostra tecnologia, sarebbero inarrestabili».
   «No, non possiamo permetterlo» riconobbe il Viaggiatore. «Sai cosa fare, mia apprendista» disse con tristezza, quasi con riluttanza.
   «Ricevuto» disse Ratri, tornando a premere comandi sulla consolle. Intanto gli avventurieri scambiavano colpi con gli Scarran, per trattenerli presso l’ingresso. Talyn notò che i rettiloidi erano pochi: ne contò appena sei. Durante l’attacco iniziale ne aveva visti ben di più. Forse gli altri erano bloccati in qualche sezione isolata della ziggurat, come gli aveva detto Ratri... ma per quanto ancora? Da un momento all’altro si sarebbero liberati, venendo a dare manforte ai loro simili. Non c’era un secondo da perdere.
   «Che stai facendo?!» chiese il Capitano a Ratri, vedendola armeggiare coi comandi. Anche lui stentava a fidarsi, a causa dei loro trascorsi. Tanto più che quei comandi erano scritti in El-Auriano, e Rivera non sapeva leggerli. Ma qualcun altro poteva. Talyn si accostò a Ratri, spiando sopra la sua spalla per decifrare le istruzioni. Non gli capitava spesso di leggere l’intricata scrittura del loro popolo, ma quel che comprese gli gelò il sangue.
   «Sta attivando l’autodistruzione; la ziggurat sarà disintegrata» avvertì l’El-Auriano.
   «Come sarebbe?! Dobbiamo aspettare il resto della squadra!» protestò il Capitano.
   «Gli altri potrebbero essere già morti» ribatté freddamente Ratri. «E presto lo saremo anche noi, se non andiamo subito» aggiunse, mentre i colpi Scarran passavano sopra le loro teste.
   «Ci vogliono vivi, per sostituirci coi bioloidi...» cominciò Giely, ma in quella un raggio schiantò una sezione della consolle, costringendola a rannicchiarsi dietro ciò che restava.
   «Sembra che abbiano perso la pazienza» constatò Klaatu, imperturbabile. «Mi spiace, ma non possiamo trattenerci oltre. Dobbiamo varcare quella soglia».
   «Autodistruzione innescata, possiamo andare» confermò Ratri.
   «No, un momento! Quanto manca all’esplosione?!» domandò il Capitano. Poiché la giovane non gli rispondeva, si rivolse a Talyn. «Dimmelo tu, quanto tempo resta!» ordinò.
   «Dieci minuti, e serve un codice per fermare il conto alla rovescia» rispose l’El-Auriano. Lui non era in grado di bypassarlo; di certo non in così poco tempo.
   «Così non va, dobbiamo aspettare! Disinnesca la sequenza o sarà peggio per te!» intimò Rivera, puntando la sua arma contro Ratri.
   «No» rispose gelidamente l’El-Auriana. «E se lei mi uccide, non ci sarà nessun altro che possa farlo, quindi la ziggurat sarà distrutta in ogni caso. Le consiglio di fasciare il suo cuore sanguinante e varcare quella soglia, Capitano. Siamo in guerra e si richiedono scelte difficili».
   «E voi sareste Viaggiatori?! Klaatu, diglielo tu che...» cominciò il Capitano, ma le sue parole furono coperte da un frastuono improvviso. Qualcuno si era affacciato da uno degli ingressi laterali e prendeva di mira gli Scarran. I nuovi arrivati avevano armi pesanti, al punto che due Scarran furono abbattuti, malgrado le robuste corazze. Gli altri dovettero indietreggiare, nascondendosi dietro la soglia.
   «Non pensavate mica d’andarvene senza di noi, vero? Sarebbe poco carino!» disse Shati. Lei e Naskeel continuarono a bersagliare gli Scarran. Con loro c’era anche Omren, che li aveva guidati fin lì dai sotterranei.
   Il Capitano si chiese se i Viaggiatori fossero stati in grado di calibrare i tempi per garantire la fuga di tutti, o se quella fosse solo una fortuita coincidenza. C’erano ancora troppe cose che non capiva di loro... ma forse si sarebbe schiarito le idee una volta raggiunto l’Aleph. «Venite, svelti!» ordinò ai nuovi arrivati. «Noi facciamo fuoco di copertura!» aggiunse, sparando lui stesso. Ora che doveva affrontare quei rettiloidi in armatura, aveva commutato la sua arma su uccisione.
   Gli avventurieri e gli Scarran si scambiarono una pesantissima gragnola. I raggi andati a vuoto semidistrussero la consolle al centro del salone e intaccarono le pareti. Alcuni si persero nei portali attivi, raggiungendo le destinazioni... si poteva solo sperare che non colpissero nessuno. Poiché gli Scarran non demordevano, Ottoperotto si fece avanti, attivando ancora una volta il suo scudo difensivo. Allora Naskeel, Shati e Omren poterono farsi avanti, riunendosi al resto del gruppo.
   «Svelti, tutti dentro! E attenti a non sbagliare!» ordinò il Capitano, accennando al portale che conduceva all’Aleph. Ci mancava solo che qualcuno finisse disperso chissà dove.
   Uno dopo l’altro, gli avventurieri e i Viaggiatori si misero in salvo, scomparendo nel vortice bluastro. Per ultimi rimasero Naskeel e Shati, oltre a Rivera.
   «Svelti, tocca a voi. E non preoccupatevi per gli Scarran: non gli resterà niente su cui mettere le zampe» rivelò il Capitano. Una parte di lui era emozionata al pensiero di visitare l’Aleph, ma un’altra si chiese che ne sarebbe stato della Destiny nel frattempo. Si augurò che la Comandante la riportasse ad Arnessk, dove avrebbero potuto riunirsi. «Avanti, Losira, non fare sciocchezze... la nave prima di tutto» si disse, sperando nel suo buonsenso.
   Naskeel e Shati indietreggiarono verso il portale, finché vi scomparirono. Rivera, che li affiancava, lo varcò pochi attimi dopo, assieme a Ottoperotto. L’ultima cosa che vide furono gli Scarran che irrompevano nel salone semidistrutto.
 
   «Ora che facciamo, li inseguiamo?» chiese uno degli Scarran al suo superiore.
   «Negativo. Siamo troppo pochi, mentre il nemico potrebbe avere rinforzi dall’altra parte» rispose il Comandante, osservando il portale vorticante. «È meglio presidiare questo luogo... si direbbe la sala comando» aggiunse osservando la consolle, ridotta a un ammasso di rottami fumiganti.
   In quella tutti i portali si disattivarono, lasciando le alcove vuote. I collegamenti con l’Aleph, e con tanti altri luoghi, erano recisi. «Signore...» fece uno Scarran, innervosito.
   «Ho visto. Meglio così. Nessuno verrà a disputarci la nostra conquista» ribatté il Comandante. Passò accanto al corpo di Sukri, degnandola appena di uno sguardo. Non gli piacevano i mercenari Kalish, li considerava viscidi e incapaci. Gli ultimi eventi avevano confermato la sua opinione: solo gli Scarran ottenevano risultati. Ringalluzzito, il Comandante attivò il comunicatore inserito nel bracciale. «Squadra 1 ad Ammiraglio, abbiamo conquistato la piramide. Ora ci troviamo in quello che sembra il centro di comando, anche se molti controlli sono stati distrutti nello scontro. Chiedo rinforzi per presidiare adeguatamente il resto della struttura» riferì.
   «Bene, li avrete» rispose Gherrod. «Che ne è degli avventurieri, li avete catturati?». Impadronirsi di loro, per sostituirli coi bioloidi, era una parte essenziale dei suoi piani.
   «Purtroppo hanno opposto un’accanita resistenza, e i nostri mercenari non si sono rivelati all’altezza. Temo che siano riusciti a fuggire» ammise il Comandante. «Ma signore, questa base offre tecnologie incomparabili, compresa quella dei tunnel spaziali che abbiamo cercato tanto a lungo. È una conquista di gran lunga superiore alla Destiny» sostenne, cercando di farsi perdonare.
   «Questo lo giudicherò io» disse l’Ammiraglio, irritato dalla fuga degli avventurieri. «I rinforzi sono in arrivo, intanto restate a presidiare il centro di comando. Quello almeno è in sicurezza?».
   «Affermativo, signore!» rispose il Comandante con orgoglio. «I nemici sono fuggiti, niente può smuoverci da qui!».
   Fu in quel momento che la ziggurat trans-dimensionale esplose.
 
   Fu un’esplosione come quel mondo non ne aveva mai conosciute, sin dall’epoca remota della sua formazione. L’autodistruzione non si limitò a consumare la piramide, un gradone dopo l’altro, dall’ampia base squadrata all’edificio in sommità. Scavò anche nel sottosuolo, divorando i livelli sotterranei. Travolse la navicella Scarran posta all’ingresso, disintegrandola. E s’innalzò nella stratosfera, in forma di gigantesco fungo. L’onda d’urto spazzò via le dune sabbiose per decine di chilometri in ogni direzione. Visto dallo spazio, il deserto fu marcato dalle increspature concentriche, come quelle prodotte da un sasso gettato in uno stagno. Ma qui si era innanzi a un’esplosione così potente da scuotere l’intero pianeta, rimbombando da un emisfero all’altro.
   Sulla plancia della Destiny, Losira e gli altri avventurieri fissarono allibiti quel cataclisma. Il fungo stava già allargando il suo ombrello nella stratosfera, nascondendo il cratere ribollente. Era una fortuna che – a parte gli occupanti della ziggurat – il pianeta fosse disabitato, perché altrimenti le vittime si sarebbero contate a milioni.
   «Quello che vediamo è... reale?» deglutì Losira, ricordando i poteri d’illusione dei Viaggiatori.
   «I sensori lo confermano» disse Lum dalla sua postazione. «La piramide non c’è più, è stata disintegrata. Le ceneri oscurano l’atmosfera, l’onda d’urto sta rimbalzando da un capo all’altro del pianeta. Non può essere un’illusione... è tutto vero».
   «Aspettate, non dobbiamo disperare» disse Irvik. «I nostri colleghi erano coi Viaggiatori, e loro possono andare ovunque. Li avranno portati con sé, prima d’attivare l’autodistruzione» indovinò.
   «Quand’è così... dove sono il Capitano e gli altri? Se i Viaggiatori sono nostri amici, perché non li hanno riportati qui?!» obiettò Ruuvan dalla postazione tattica.
   «Possono esserci molte spiegazioni» farfugliò l’Ingegnere Capo, sebbene in realtà nessuna lo convincesse appieno. «Magari non hanno avuto tempo di aprire un portale sulla Destiny e hanno dovuto accontentarsi di una destinazione prefissata. O forse non possono raggiungerci finché abbiamo gli scudi alzati».
   «E come si presume che ci ritroviamo? I Viaggiatori dovevano riportarci a casa, invece ci hanno separati un’altra volta!» protestò il Nausicaano.
   «Basta così!» disse Losira, ritrovando la voce. «Non sappiamo che ne è dei nostri, ma fino a prova contraria ci comporteremo come se fossero sopravvissuti. Intanto pensiamo a custodire la Destiny. Che fanno gli Scarran?» volle sapere.
   «La loro Dreadnought viene verso di noi... e sta dando energia alle armi» avvertì Ruuvan.
   «Gherrod non avrà preso bene la perdita della sua squadra d’assalto» commentò Irvik. «Non potendo vendicarsi sui Viaggiatori, se la prenderà con noi».
   «Una sola Dreadnought... possiamo affrontarla» suggerì il Nausicaano.
   «No, il Capitano ci ha ordinato d’evitare lo scontro, per non aggravare la crisi diplomatica» ricordò Losira. Dunque non c’era che una sola linea d’azione. «Ritiriamoci, presto. Non ha senso azzuffarci con gli Scarran nell’orbita di un pianeta morto» ordinò.
   «Sto uscendo dall’orbita. Nello spazio aperto siamo più veloci, non credo che ci raggiungeranno» disse il timoniere.
   «Bene, rotta per Arnessk. Il Capitano ci aveva ordinato d’aspettarlo lì» ricordò Losira. «Del resto è l’unico luogo in cui saremo al sicuro dagli Scarran» aggiunse. Non disse cosa avrebbero fatto se, una volta arrivati, non avessero trovato la squadra. Non ne aveva idea.
   «Rotta per Arnessk» confermò il timoniere, inserendo le coordinate. Per un attimo la Destiny sussultò sotto il fuoco della Dreadnought, ma i robusti scudi resistettero. Subito dopo la nave federale balzò in cavitazione quantica, sottraendosi all’inseguimento.
 
   Sulla plancia della Dreadnought piombò il silenzio quando la Destiny svanì innanzi agli occhi degli Scarran. La perdita della ziggurat, e dei suoi segreti tecnologici, era già stata un grave smacco. Il fatto che la Destiny si fosse messa in salvo era un ulteriore affronto. E gli Scarran non tolleravano affronti. Di certo non li tollerava quello Scarran che la Galassia conosceva come l’Ammiraglio Gherrod, e che ora misurava a grandi passi la plancia, sfrigolante di collera.
   «Gli avventurieri sono fuggiti... non riesco a tracciarli» mormorò l’addetto ai sensori.
   «Ah, ma non ne abbiamo bisogno! Sappiamo benissimo dove sono diretti!» ringhiò Gherrod. «Torneranno dai loro protettori Eidelon. Che però stavolta non potranno proteggerli, a meno che siano disposti a combattere una guerra per loro. E non credo proprio che sia il caso».
   «Traccio la rotta per Arnessk» disse il timoniere, le mani già sui comandi.
   «Aspetta!» lo fermò l’Ammiraglio. «Certi messaggi sono più efficaci se non li si recapita da soli. Raduniamo la flotta, ci presenteremo laggiù con forze schiaccianti. Così non sarà l’autorità degli Eidelon, né la forza dei Sebaceani a fermarci. Avremo la Destiny ad ogni costo».
 
   
 
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