Serie TV > Star Trek
Segui la storia  |       
Autore: Parmandil    09/06/2025    1 recensioni
Per sette anni gli avventurieri della Destiny hanno esplorato il Multiverso, in cerca della via di casa. Ora tutto questo sta per finire. Contattati dal Viaggiatore, i nostri eroi scoprono una misteriosa ziggurat, dove li attendono sfide inaspettate. Da lì raggiungono l’Aleph, il quartier generale dei Viaggiatori, punto d’osservazione del Multiverso. Ma dopo i pessimi trascorsi, possono ancora fidarsi di Ratri? E che senso ha tornare a una patria in cui sono ricercati?
Mentre la Federazione inaugura il nuovo Quartier Generale, un’innovativa stazione spaziale, gli Undine scatenano la loro vendetta. Anche sfuggendo al virus mutageno, la loro flotta è invincibile... a meno di radunare le forze del Multiverso. Mentre si consuma la titanica battaglia, il tessuto della realtà comincia a sfaldarsi. È la temuta Incursione, lo scontro fra Universi che li annienta tutti. Avventurieri e Viaggiatori dovranno affrontare la sfida finale contro l’Imperatore degli Undine, per la salvezza del cosmo. Le lealtà saranno testate fino all’estremo limite, quando ciascuno dovrà decidere quanto è pronto a sacrificare. Mentre tutto precipita verso l’annichilimento, c’è una sola certezza: questa è la fine delle avventure per la ciurma della Destiny.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Il Viaggiatore, Nuovo Personaggio
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
-Capitolo 9: Il più debole dovrà perire
 
   «Altezza, ditemi che le vostre parole erano un inganno. Un modo per esigere condizioni più favorevoli. Non lascerete certo che i Loom annientino la nostra civiltà!» protestò il Viceré, quando il canale con la Destiny fu chiuso.
   «Non hai udito le mie parole? I Loom annienteranno la Federazione prima d’arrecarci danni irreparabili. Faranno ciò che oggi la nostra flotta non ha potuto fare. Trasformeranno la disfatta nella più grande delle vittorie, perché cancelleranno persino il ricordo della Federazione. Ecco perché ho tutto l’interesse a sguinzagliarli!» rispose l’Imperatore.
   «Ma avete udito il Viaggiatore... se lasciate bruciare il tessuto cosmico, il danno diverrà irreparabile. Neanche noi potremo fermare i Loom. E allora bisogna agire, prima che sia troppo tardi!» insisté il Viceré.
   «Da quando credi ai nostri nemici?» inquisì l’Imperatore.
   «Finora non hanno mai errato, riguardo i pericoli dell’Incursione. Tutto ciò da cui ci hanno messi in guardia si sta avverando puntualmente» si giustificò il Viceré. «Perciò mi chiedo, e vi chiedo: cos’altro deve ancora accadere, prima di prenderli sul serio? Quand’è che il prezzo di questa guerra diverrà troppo alto?!».
   «Quando io lo stabilirò!» ringhiò l’Imperatore. «Se hai paura, ora che siamo alla resa dei conti, questo non è il luogo adatto a te. Torna nello Spazio Fluido... occupati d’evacuare i nostri insediamenti più vicini all’epicentro. Così non sarai del tutto inutile. Al mio ritorno, tuttavia, non aspettarti la mia benevolenza» avvertì.
   «Se tornerete» rimuginò il Viceré, ma stavolta non trasmise i suoi pensieri. Fece un breve inchino, il minimo indispensabile, e lasciò il centro di comando. Nemmeno le pareti dell’Aleph gli parevano sicure, ora che interi universi erano sul punto di collassare. Varcato un portale dei Viaggiatori, il Viceré tornò nello Spazio Fluido, dove ancora stazionavano alcune bionavi che non avevano partecipato alla grande battaglia. Assunto il comando, prese a dirigere l’evacuazione dei mondi minacciati dai Loom. Era una lotta contro il tempo, e comunque sarebbe stata vana, se non si fermava l’Incursione.
 
   «Allora, che si può fare?» chiese il Capitano Rivera, vedendo che Klaatu rimaneva silenzioso dopo la fallimentare trattativa con l’Imperatore.
   «Niente... non si può fare niente» rispose sconfortato il Viaggiatore.
   «Come sarebbe?! Hai detto che i Loom sono come un incendio... non si può circoscrivere in qualche modo?» insisté Rivera.
   «Non in queste condizioni» spiegò Klaatu. «Possiamo ritirarci, spostando la flotta e anche il Quartier Generale. Ma i Loom finiranno comunque per consumare un pianeta dopo l’altro. L’unica via di salvezza sarebbe domare l’incendio là dove è scaturito... ricucire la trama cosmica, nel modo che vi ho detto. Un’emissione gravitonica qui, una nello Spazio Fluido e una nella Rete Miceliare; solo l’Aleph ha abbastanza energia per quest’ultima. Ma finché l’Imperatore rifiuterà di collaborare, non c’è niente da fare».
   «Possiamo riconquistare l’Aleph! I più grandi campioni del Multiverso sono con noi!» obiettò Ratri, alludendo alle flotte alleate. La battaglia infatti era ancora in corso, con gli Undine ormai accerchiati e prossimi alla sconfitta. La Keter si era rituffata nella mischia; invece la Destiny rimaneva presso il Quartier Generale. La nave aveva riportato pochi danni, ma gli avventurieri erano restii a riprendere il combattimento, ora che su tutti loro gravava una minaccia ancora peggiore.
   «Riconquistare l’Aleph? Temo che l’Imperatore conti proprio su questo. Vuole attirarci su un terreno a lui favorevole... di certo si sarà attrezzato a riceverci. Andare da lui, in questo momento, significa ficcarci in trappola» avvertì il Viaggiatore.
   «Ma deve pur esserci un modo... uhm, il vascello Nous più vicino ci chiama» s’interruppe Talyn.
   «Temo che i miei colleghi vogliano far scattare la trappola, pur di fermare l’Imperatore. Un’avventatezza che non posso condividere» disse Klaatu, sempre cupo.
   «Sentiamo almeno cos’hanno da dire... forse insieme troveremo un’alternativa. Sullo schermo» ordinò il Capitano, deciso a non rassegnarsi.
 
   «Rapporto tattico» ordinò l’Imperatore.
   «Alcuni vascelli Nous hanno lasciato la battaglia. Hanno aperto delle brecce, recandosi nello Spazio Fluido» riferì l’addetto ai sensori.
   «Come previsto... vogliono fermare l’Incursione» gongolò l’Imperatore. «Lasciateli fare. Lasciamo pure che giungano a un passo dal successo. L’unico tassello mancante sarà la riconquista di questa base. Loro verranno qui... dove siamo pronti ad accoglierli» aggiunse, mentre le sue guardie del corpo si stringevano attorno a lui.
   «Altezza, i Loom sono in aumento» rilevò l’ufficiale. «Per ora si accaniscono soprattutto contro i nostri nemici. Probabilmente dipende dal fatto che la loro stazione, e i loro vascelli, hanno equipaggi più numerosi dei nostri» ipotizzò.
   «Sì... se il Viaggiatore ha detto il vero, i Loom cominciano sempre col cancellare gli individui, e solo in seguito passano al resto. Quindi faranno più danni al nemico che a noi. Lasciamoli fare» approvò l’Imperatore.
   Passarono i minuti, durante i quali il sovrano continuò a monitorare l’evoluzione della battaglia. Ciò che restava della flotta Undine costringeva federali e alleati a mantenere la posizione, per non farsi sfuggire la vittoria ormai a portata di mano. Ma più restavano lì, più erano preda dei Loom, che li attaccavano all’interno delle astronavi; e da quelli non c’era scampo.
   «Maestà, alcuni portali si stanno aprendo nell’Aleph. I Viaggiatori attaccano» disse a un tratto l’addetto ai sensori.
   «I Viaggiatori attaccano! Ecco una frase che non si sente spesso!» ridacchiò l’Imperatore. «Che vengano pure; sappiamo come trattarli». Si accostò agli oloschermi della Sicurezza, osservando l’evolversi della battaglia. I Viaggiatori non erano soli; avevano portato con sé i corpi speciali della Flotta Stellare, oltre ad altri reparti degli alleati. Poco alla volta i combattimenti si avvicinarono al centro di comando, finché l’Imperatore sentì che il nemico era alle porte. A un tratto si bloccò, davanti a un oloschermo che mostrava la battaglia spaziale. Il sovrano mise mano ai comandi e ingrandì un settore, finché l’astronave inquadrata divenne pienamente riconoscibile. Non si era sbagliato, era la Destiny.
   «Altezza?» chiese l’addetto ai sensori.
   «Dopo tutto ciò che è accaduto, non lascerò che quegli avventurieri la scampino ancora una volta!» ringhiò l’Imperatore. Ormai era una faccenda personale. «Fortuna vuole che siamo nell’Aleph: da qui si può raggiungere ogni luogo desiderato. Tenetevi pronti: quando gli intrusi che ora ci abbordano saranno stati respinti, aprirete un altro portale. Uno che ci metterà in comunicazione con la plancia della Destiny. Non vedo l’ora di rivedere il vecchio Klaatu e la sua pittoresca banda».
 
   «Eccomi, Capitano» disse Shati, rientrando in plancia. Da quando la Destiny aveva lasciato la battaglia, la Caitiana aveva ceduto il timone a un collega ed era andata a indossare la panoplia da Cacciatrice. Il Capitano la preferiva in quella veste, ora che la minaccia non veniva più dalle bionavi, ma dai Loom che potevano sbucare in ogni momento. «Ci sono novità?» chiese Shati, vedendo che anche Irvik e Giely erano stati convocati, come per una riunione. Con l’Ingegnere Capo c’era anche Ottoperotto, che stava riparando alcuni piccoli danni in plancia.
   «L’attacco all’Aleph non è andato bene, i Viaggiatori sono stati respinti con gravi perdite» riferì Talyn.
   «Se fossimo stati con loro, magari...!» protestò Ratri, scoccando un’occhiataccia a Klaatu.
   «Saremmo stati uccisi o catturati anche noi» replicò questi. «No, non possiamo essere così avventati da ficcarci consapevolmente in trappola».
   «Quindi che si fa? La battaglia contro gli Undine ormai è vinta, ma sarà stato inutile, se i Loom cancellano tutto!» notò Talyn.
   «Per questo vi ho convocati» disse il Capitano, accennando a Irvik e Giely. «Vorrei andarmene da qui, per non essere così vicini all’epicentro dell’Incursione. Ma non possiamo fuggire per sempre, proprio ora che eravamo a un passo dall’essere riaccolti. Del resto non ci sono luoghi sicuri, se l’intero cosmo è a rischio. Perciò voglio sentire il vostro parere, prima di decidere. Avete qualche idea? Ci sono strumenti, tecnologici o biologici, che potrebbero aiutare i nostri alleati a riconquistare l’Aleph?» chiese.
   «Non conosco abbastanza quel posto... non ci sono mai stato» sospirò Irvik. «Non ho idea di come si potrebbero superare le sue difese. Se nemmeno i Viaggiatori, che l’hanno costruito, riescono a riconquistarlo, temo che noi non abbiamo speranza».
   «Quella con gli Undine è sempre stata una lotta biologica, più che tecnologica» ragionò Giely. «E abbiamo messo a punto qualche arma. Il cannone al thalaron, le nanosonde... e ora questo anticorpo» disse, mostrando un ipospray. Era più grosso degli ipospray comuni, come se fosse modificato per renderlo più resistente, e per iniettare una quantità insolitamente elevata di fluido. «Qui dentro c’è una dose così concentrata che potrebbe uccidere un centinaio di Undine. Come medico mi ripugna creare armi biologiche, ma c’è l’Universo in gioco. Se riuscissimo a diffondere questo nell’impianto d’aerazione dell’Aleph, forse potremmo eliminare gli occupanti».
   «Aspetta... hai detto che quella è una dose super-concentrata. Se la nebulizziamo e la diffondiamo in tutta la base, finirà per diluirsi. Darà agli Undine solo un leggero fastidio, com’è accaduto quando abbiamo diffuso l’anticorpo nel Quartier Generale» obiettò Irvik.
   «Dipende da quant’è grande l’Aleph» puntualizzò la Vorta.
   «Troppo grande, temo» disse Klaatu. «Potrebbe funzionare se la diffondessimo solo nel centro di comando, ma non credo sia attuabile...». D’un tratto s’interruppe, guardandosi attorno con apprensione.
   «Che succede?» chiese Rivera, temendo il peggio.
   «I Loom sono qui... e sono molti!» avvertì il Viaggiatore, con aria spiritata. Le sue parole ebbero immediata conferma. Dalle pareti e dal soffitto emersero le creature, capaci d’attraversare scudi e scafo dell’astronave come se niente fosse. Calarono sugli avventurieri in un brulicare di tentacoli, mossi da una fame inestinguibile. Un Loom sbucò dallo schermo anteriore e attaccò il bersaglio più vicino, ovvero il sostituto timoniere. Lo avvolse nei tentacoli, incurante dei colpi al plasma di Shati che cercava di salvare il collega. Quando fu ben avvinghiato dal Loom, il timoniere svanì. Non era stato divorato dalla creatura, che pure aveva delle fauci; era semplicemente sparito. Gli avventurieri se lo ricordarono solo perché erano testimoni della sua fine, come aveva spiegato il Viaggiatore. Ma chiunque non fosse in quella stanza, e non l’avesse visto coi propri occhi, aveva scordato la sua esistenza.
   «Frell, non si fermano!» imprecò Shati. Lei e gli altri arretrarono verso l’uscita. Ma in quella un altro Loom calò dal soffitto e si pose davanti alla porta, così che nessuno potesse lasciare la plancia.
   «Siamo in trappola... riuscite ad aprire un portale per fuggire?!» chiese il Capitano ai Viaggiatori.
   «Ci provo, tenetevi pronti» disse Klaatu, impugnando il passe-partout.
   «Sbrigati!» lo pressò Rivera. Intanto sparava col phaser contro i Loom, senza ottenere altro che infastidirli leggermente. Allora il Capitano impugnò la frusta neurale Ferengi, che aveva padroneggiato nel corso degli anni, e li sferzò con quella. La frusta si dimostrò più efficace, perché respingeva i tentacoli delle creature, che in tal modo non riuscivano ad abbrancarlo. Ma se lo avessero circondato, attaccandolo alle spalle, non avrebbe avuto scampo.
   Disarmata, Giely cercò d’accostarsi a Rivera, in cerca di quel poco di protezione che poteva offrirle. D’un tratto vide apparire dal nulla un portale azzurro dei Viaggiatori. Ormai ne aveva visti abbastanza da non potersi sbagliare. Con la coda dell’occhio vide Klaatu che armeggiava col suo passe-partout. «Da questa parte!» gridò la Vorta. Essendo la più vicina al portale, lo varcò per prima, aspettandosi che tutti la seguissero. Non sapeva dove sarebbero finiti, ma si aspettava che il Viaggiatore avesse scelto un luogo sicuro. Uno abbastanza lontano da non essere infestato dai Loom, almeno nell’immediato.
   «No, ferma!» gridò Klaatu, stranamente allarmato. Tese la mano verso Giely, ma era troppo tardi: la dottoressa era già svanita nel vortice bluastro.
   «Che c’è, il tuo portale non conduce al sicuro?!» chiese il Capitano, sferzando i Loom per tenerli lontani.
   «Quello non è il mio portale. Non ho fatto in tempo ad aprirlo» rispose cupamente il Viaggiatore.
   «Cosa?! Ma allora...» si sgomentò Rivera.
   «Non importa chi è stato, quella è l’unica via di fuga!» gridò Shati, messa alle strette. Ormai gli avventurieri erano pressati l’uno contro l’altro, in un angolo della plancia. I Loom stavano per ghermirli; l’unica salvezza era il vortice. Lo varcarono senza aspettare gli ordini del Capitano. Anche Ottoperotto andò con loro, affrettandosi dietro a Irvik. Per ultimi rimasero Rivera e Klaatu, che si scambiarono un’occhiata cupa: avevano un sospetto su dove conducesse quel portale sconosciuto. Ma nonostante tutto, non potevano indugiare. Lo varcarono a loro volta, sfuggendo per un soffio ai tentacoli dei Loom. Per un attimo si sentirono precipitare; poi ruzzolarono su un freddo pavimento bianco.
   «Benvenuti, vi stavo aspettando. Mancavate solo voi alla resa dei conti» li accolse l’Imperatore.
 
   Il Capitano si rialzò, con il phaser in una mano e la frusta neurale nell’altra. Giely era accanto a lui, e così gli altri che avevano varcato il portale. Si trovavano in una vasta sala ultratecnologica, dalle superfici bianche e le pareti piene di consolle e oloschermi. Qua e là vi erano altre consolle, disposte a raggiera attorno a sottili colonnine. Doveva essere il centro di comando dell’Aleph. Ma al momento sembrava più un campo di battaglia.
   Il pavimento era ingombro di cadaveri appartenenti ai Viaggiatori, ai commando federali e agli alleati che li avevano seguiti in quel disperato attacco. Erano stati uccisi in modi spaventosi: alcuni con armi da fuoco, ma altri parevano smembrati a mani nude. Gli avventurieri sapevano da tempo che era quello il modo di combattere preferito degli Undine. Su ogni volto dei caduti era rimasto impresso un orrore indicibile. Alcune consolle erano state distrutte dai colpi andati a vuoto e stavano ancora fumigando. L’aria era satura dell’odore di bruciato, misto a quello del sangue. Qua e là c’erano anche i corpi di alcuni Undine, segno che la battaglia aveva mietuto vittime da ambo le parti. Al centro del salone i corpi erano stati accatastati, formando una pila vagamente simile a un trono. E su questo tetro scranno era assiso l’Imperatore, incolume.
   «Sono lieto che siate venuti a farmi visita. Ho già ricevuto degli ospiti, ma come vedete c’è posto per tutti» li accolse beffardo. «Specialmente per te, piccola Ratri. Ora che hai ammazzato la tua cara mammina, potresti prenderne il posto al mio servizio. Scommetto che saresti una Formatrice altrettanto fedele... mi serviresti in tutti i modi in cui mi ha servito lei...» la provocò.
   Ratri si gettò in avanti, plasmando la sua arma fluida in forma di lama. Voleva trafiggergli il cuore, voleva mozzargli la testa, voleva vedere la luce spegnersi nei suoi occhi maligni. Ma aveva fatto pochi passi che il cimelio Vau N’Akat si ritorse contro di lei. La lama tornò alla fase fluida, le si avvolse attorno al braccio e risalì fino alla gola. Qui si trasformò in un collare, che la strinse sempre più forte, mozzandole il respiro. L’El-Auriana cadde a terra, boccheggiando. Talyn le fu subito accanto, ma non c’era modo d’aprire o di spezzare quel resistentissimo collare; non senza rischiare di squarciarle la gola.
   «Che ti ho insegnato? Mai usare un’arma psico-cinetica contro un telepate più potente» mormorò Klaatu, accorrendo a sua volta. Le s’inginocchiò accanto e le passò la mano sulla gola, cercando d’influenzare l’arma per liberarla. Ratri intanto era sempre più cianotica. Fissò Talyn con disperato amore e gli strinse le mani, temendo che quelli fossero i loro ultimi momenti.
   Fu allora che gli avventurieri entrarono in azione. Shati, Naskeel e Rivera spararono all’Imperatore con tutte le armi a loro disposizione. Anche Losira e Irvik, che si erano muniti di phaser durante l’attacco dei Loom, fecero fuoco. Per quanto l’Undine fosse resistente, una simile gragnola avrebbe dovuto ferirlo, forse abbatterlo. Ma i colpi furono assorbiti da un campo di forza individuale, il cui emettitore si trovava in una sorta di cintura indossata dall’Imperatore.
   Era logico, compresero gli avventurieri. Se la Maestra Formatrice disponeva di uno scudo personale, a maggior ragione doveva esserne equipaggiato il sovrano. Dunque le armi a energia erano inutili. Avrebbero dovuto demolirlo con le armi da taglio... sempre che non fosse lui a farli a pezzi, come aveva fatto con quanti li avevano preceduti.
   Con un formidabile sforzo mentale, Klaatu riuscì a intervenire sull’arma Vau N’Akat. Il collare ridivenne fluido e liberò Ratri, che inspirò a pieni polmoni. Il metallo liquido fluì sul pavimento, plasmandosi nuovamente in forma di bracciale. Talyn lo calciò lontano, non fidandosi a brandire un’arma che rispondeva all’Imperatore. Poi abbracciò Ratri. «Sei libera, puoi respirare» l’incoraggiò, cercando d’aiutarla a ritrovare una parvenza di calma.
   «Ecco cosa accade quando i bambini giocano con le armi degli adulti!» ridacchiò l’Imperatore.
   Verificato che la sua apprendista era fuori pericolo, Klaatu si rialzò e si rivolse al despota. «È ora di finirla con questa follia!» disse, facendosi avanti disarmato. «I Loom stanno cancellando entrambe le nostre realtà. Il rogo universale avanza... se non lo fermiamo subito, sarà troppo tardi. Sai che è la verità!».
   «Nessuno deve sopravvivere per ricordare la battaglia di oggi» ribatté l’Imperatore, riferendosi alla propria disfatta. «Ma poiché conosco il senso dell’onore, vi offro questa possibilità. Vi siete battuti più volte contro i miei campioni; ora affrontate me. Uccidetemi, se vi riesce. Sempre che abbiate sufficiente forza di volontà. Loro non ne avevano abbastanza» disse alludendo alla pila di cadaveri su cui era assiso. «E loro nemmeno» aggiunse.
   Alcuni di quelli che gli avventurieri avevano scambiato per cadaveri si rialzarono, qua e là per la stanza. Erano dei commando federali, ancora coi phaser in mano. Avevano gli occhi sbarrati, colmi d’orrore. Con gesti lenti rivolsero le armi contro gli avventurieri. Era come se lottassero contro se stessi, mossi da una forza che non riuscivano a contrastare.
   «Revenant» mormorò il Capitano.
   «Impossibile, la Flotta ha vaccinato tutti» obiettò Giely.
   «Non sono Revenant. L’Imperatore li sta controllando direttamente con la telepatia» avvertì Klaatu. «Ricordate che nel corso degli anni ha assorbito i poteri di molti Viaggiatori. Non sappiamo fin dove si spingano le sue capacità». Si portò due dita alla tempia e chiuse gli occhi, concentrandosi nel tentativo di liberare i federali dalla stretta del nemico. Ratri e Talyn lo imitarono, soccorrendolo con le loro volontà.
   «Fin dove mi sono spinto? Certo più in là di dove abbiate mai osato spingervi voialtri!» si vantò l’Imperatore.
   Per qualche momento rimasero serrati in una gara di volontà. I federali cercavano disperatamente di liberarsi, o almeno d’abbassare le armi, sorretti in questo dai Viaggiatori. Ma l’Imperatore, sebbene solo, aveva una volontà soverchiante. Le dita dei commando tremarono e si strinsero con più forza alle impugnature dei phaser. «Scappate...» mugugnò il caposquadra, esangue. Ma nemmeno questo era possibile: il vortice si era richiuso e le porte del centro di comando erano sigillate. Al cenno dell’Imperatore, i federali aprirono il fuoco contro gli avventurieri. Una mezza dozzina di phaser spararono... e si arrestarono contro il campo di forza generato da Ottoperotto.
   «Divertente!» commentò l’Imperatore. «Ma in fondo è meglio così. Sbarazziamoci di questi soldatini e rendiamo le cose più personali, che ne dite?».
   Un altro cenno e i federali rivolsero i phaser verso se stessi. Ciascuno si puntò l’arma alla tempia, sebbene avessero i muscoli tesi allo spasmo nel tentativo d’opporsi.
   «Non potete salvarli?!» chiese Rivera ai Viaggiatori.
   «Capitano, non ha idea... non avevo mai incontrato una simile potenza...» mugugnò Klaatu, tremando da capo a piedi per lo sforzo. Gocce di sudore gli solcavano la fronte contratta, mentre concentrava tutte le sue energie per soccorrere i federali. Accanto a lui, Talyn e Ratri fecero lo stesso. Opposero le loro volontà a quella dell’Imperatore, cercando di liberare gli ostaggi. Per un attimo l’aria si fece elettrica...
   «Fine del gioco» disse l’Imperatore, senza la minima traccia di fatica. I federali premettero i grilletti, facendosi saltare le cervella, e caddero a terra morti. «Ora tocca a voi» riprese il sovrano. Si alzò dal suo trono di cadaveri, accorciando le distanze con gli avventurieri.
   «Chiamate a raccolta la vostra volontà» raccomandò Klaatu. «Quell’essere cercherà d’infiltrarsi nella vostra mente, come un verme nella crepa di un muro. Non devono esserci crepe in voi. Non offritegli alcun appiglio».
   «Oh, ma tutte le menti sono piene di crepe» ghignò l’Imperatore. «Specialmente quelle di reietti come voi, che hanno passato tutta la vita a fuggire. Dubbi. Paure. Traumi. Fallimenti. Sensi di colpa. Non c’è altro in voi. Siete dei rottami, tenuti insieme con lo sputo. È giunto il momento di guardarvi allo specchio... e ammettere che le vostre esistenze sono dei completi fallimenti. Parlo anche a voi, insignificanti Viaggiatori. Voi pure avete fallito su tutta la linea. Potete mentire a voi stessi e agli altri, ma non a me. È tempo che siate giudicati».
   Le pupille cruciformi dell’Undine si contrassero, mentre sfoderava il suo potere più insidioso... e per i suoi avversari si spalancò l’inferno.
 
   Klaatu riacquistò i sensi, che per un attimo si erano oscurati. Si guardò attorno... e si ritrovò nella sala del trono dell’Imperatore, sul Mondo Corallo. Era circondato da Undine di varie caste, che lo fissavano beffardi. Davanti a lui, l’Imperatore stava prosciugando Navin coi tentacoli. Ai suoi piedi c’era Vidra, ferita e priva di sensi. Klaatu comprese di trovarsi in un ricordo di vent’anni prima: stava rivivendo il giorno in cui l’Imperatore aveva mostrato il suo volto, e a farne le spese erano stati i genitori di Ratri. Navin boccheggiò, con gli occhi bianchi e ciechi, il viso sempre più scavato man mano che l’Imperatore lo prosciugava. A terra Vidra emise un debole lamento, mentre i filamenti di voraci cellule Undine si propagavano dalle ferite. All’epoca Klaatu l’aveva creduta spacciata; ora invece sapeva che l’attendeva qualcosa di peggio. Se fosse riuscito a salvarla... o almeno a finirla, prima che diventasse una di quei mostri...
   «Scappa, codardo» lo derise l’Imperatore. «Scappa, come facesti allora. Non hai mai saputo proteggere coloro a cui dici di tenere. Non hai salvato questi due. E non hai salvato nemmeno la piccola Ratri, sebbene tu l’abbia adottata. Hai lasciato che si gettasse in guerra da sola, esasperata dalla tua vigliaccheria!».
   La visione mutò, mostrando a Klaatu la caduta dell’Aleph. Vide i suoi colleghi accasciarsi e dibattersi, contagiati dal virus mutageno. Vide sé stesso fuggire, abbandonando la base in mano al nemico, pur sapendo che ciò avrebbe avuto conseguenze nefaste. Intanto i suoi colleghi si trasformavano in Revenant...
   «Non hai capito cosa stava accadendo, e quando è stato palese, sei fuggito lasciandoli a me» tuonò l’Imperatore, implacabile. «Non è quello che fai sempre? Fuggi innanzi al pericolo, mentre i tuoi protetti soffrono e muoiono. Forse lo fai apposta, a sacrificarli al posto tuo».
   Seguirono altre visioni, d’altri fallimenti in cui Klaatu era incorso nella sua lunga esistenza di Viaggiatore. Alcune erano vecchie ferite che credeva d’aver accettato; ma era come se l’Imperatore le riaprisse e ci versasse il sale. Altre – riguardanti Talyn e Ratri – erano così vicine e brucianti che non c’era nulla da aggiungere al tormento.
   «Siamo tutti esseri fallibili. Anche noi Viaggiatori. Sbagliamo, cadiamo e ci rialziamo. La forza d’animo non risiede nel non vacillare mai, ma nel perseverare anche dopo un fallimento» mormorò Klaatu.
   «La tua perseveranza sta costando le vite altrui. Non sarà orgoglio?» insinuò l’Imperatore.
   Klaatu rinunciò a controbattere, cercando piuttosto di schiarire la mente, di liberarsi da quelle visioni tormentose. Lo preoccupava soprattutto il fatto che, se lui era assalito da ricordi così vividi e dolorosi, altrettanto stava accadendo ai compagni. E loro non erano Viaggiatori addestrati a schermare la mente. Ciò che per lui era già fin troppo doloroso, per loro poteva essere così devastante da farli impazzire. E anche senza arrivare a questi estremi, all’Imperatore bastava distrarli con quelle visioni per poterli uccidere senza difficoltà. Klaatu si disse che doveva liberarsi al più presto, o ai fallimenti passati se ne sarebbe aggiunto un altro, il peggiore di tutti. Ma tra il dire e il fare c’era un mare che nemmeno il Viaggiatore riusciva a varcare...
 
   Ratri si guardò attorno, disorientata. Aveva appena rivissuto il momento in cui lei e gli altri apprendisti ribelli avevano rubato il Nous, per gettarsi in una crociata contro gli Undine che – ora lo sapeva – sarebbe finita in tragedia. Rivedere i loro volti, così giovani e fiduciosi, era stato un colpo al cuore. Riascoltare la propria voce, che gli prometteva vittorie e gloria, quando invece li avrebbe condotti alla morte... quello era ancora più devastante. E adesso eccola lì, sulla plancia del Nous, a rivivere il disastro di Xelaya. Sullo schermo poteva vedere i caccia, che aveva incautamente lanciato contro gli Undine, cadere nella loro trappola. I suoi apprendisti venivano catturati da quei mostri. Alcuni venivano prosciugati dall’Imperatore... la stessa sorte di suo padre... così che il despota accrescesse i suoi poteri. Quegli stessi poteri grazie a cui adesso poteva intrappolarla in quelle visioni. Altri apprendisti scontavano una sorte ancora peggiore: erano contagiati dagli Undine e si trasformavano in Revenant. La sorte di sua madre. Ma il ricordo più doloroso in assoluto era un altro.
   Prigioniera della sua stessa mente, Ratri vide se stessa – con gli occhi innaturalmente blu, resa folle dall’abuso di Spezia – che combatteva contro Talyn. Il povero Talyn, colpevole solo d’amarla, d’aver cercato di farla ragionare, di salvare l’equipaggio dalla sua follia. E lei in cambio aveva saputo solo aggredirlo, come se fosse lui il nemico. L’El-Auriana sentì la propria voce che lo accusava della sconfitta e lo insultava. Parole ingiuste, ipocrite, meschine, che ora la colpirono come pugnalate al cuore. Come aveva potuto fare tanto male a chi l’amava? Talyn aveva tutte le ragioni di lasciarla per sempre... invece di tornare da lei, rischiando nuovamente la vita a causa sua.
   La plancia turbinò. L’El-Auriana fu gettata in un altro ricordo atroce, ma questo assai più recente. Era nell’infermeria federale e sua madre, trasformata in Revenant, era sul punto di uccidere Klaatu e Talyn. Stavolta però Ratri non si vide da fuori come le altre volte. C’era solo lei... era lei a doverli salvare, uccidendo sua madre. Trascinata da una forza soverchiante, ripeté quei gesti. Afferrò la spada, si accostò alle spalle della creatura che era stata sua madre... e la colpì alla schiena. La uccise a tradimento, come aveva fatto in passato... e come avrebbe ripetuto infinite volte in futuro.
   Sua madre si accasciò, trafitta al cuore, e riprese le sue sembianze originarie. Era così simile a Ratri che all’El-Auriana parve di vedere se stessa, con qualche anno in più. «Io ti ho dato la vita, e tu ora me la togli? Figlia sciagurata... abominio, vergogna della mia carne... vorrei non averti mai messa al mondo...» boccheggiò Vidra, morendo dissanguata.
   «No, non è andata così!» gridò Ratri guardandosi le mani sporche di sangue. «Lei mi ha assolta, mi ha perdonata! Lo ricordo bene! Stai giocando sporco, Imperatore! Dove sei? Fatti vedere, vigliacco!» inveì.
   Ogni cosa attorno a lei riprese a turbinare. Ratri si aspettava un altro cambio di scena, ma non fu così. Era di nuovo nell’infermeria federale, con sua madre che stava per uccidere Klaatu e Talyn. Di nuovo dovette afferrare la spada per trafiggerla, assistere alla sua agonia, ricevere le sue maledizioni, finché lei stessa non fu più certa di quali fossero i ricordi giusti. E ancora, e ancora... perché quello era l’Inferno, rivivere all’infinito il suo ricordo più doloroso.
 
   L’Imperatore si guardò attorno, soddisfatto. I suoi avversari erano a terra, prigionieri dei loro ricordi più dolorosi. Le visioni erano così nitide e realistiche che gli avventurieri non riuscivano a vedere e sentire nient’altro. Erano del tutto inermi, tanto che avrebbe potuto ucciderli facilmente. E infatti li avrebbe uccisi... ma prima voleva farli soffrire. E la sofferenza non era solo mentale, ma anche fisica. Nel rivivere i loro traumi, ne erano risucchiati al punto da provare persino il dolore delle vecchie ferite. L’Imperatore sapeva benissimo che il dolore non risiede nelle terminazioni nervose, o nei segnali trasmessi dai nervi, bensì nel cervello che li elabora. Stimolando quelle aree cerebrali, poteva far rivivere ai suoi avversari le sofferenze fisiche, oltre a quelle psicologiche.
   C’era un solo individuo immune a quella tortura: Naskeel. Per quanto l’Imperatore si sforzasse, non riusciva a influenzare i pensieri del Tholiano, certo per via della sua natura inorganica. Vedendo che i colleghi erano incapacitati, Naskeel sparò nuovamente all’Undine, cercando di tenerlo a distanza; ma il suo scudo personale era impenetrabile.
   «Non metterti fra me e le mie prede. Sei uno scherzo della natura... all’apparenza forte, ma in realtà assai fragile!» ringhiò l’Imperatore. Mosse appena la mano, appellandosi ai poteri telecinetici che aveva carpito ai Viaggiatori. Naskeel fu scagliato all’indietro, contro la parete, e il fucile polaronico gli saltò via di mano. Cosa più grave, l’emettitore del campo di forza che lo proteggeva dalla temperatura ambiente fu danneggiato e prese a sfarfallare. Ad ogni intermittenza, il Tholiano era esposto a una temperatura per lui così bassa da risultare letale. Fortunatamente l’emettitore non era del tutto guasto; ma il continuo accendersi e spegnersi del campo ebbe su Naskeel l’effetto di una tortura. Il Tholiano si accasciò, stridendo a una frequenza quasi ultrasonica, mentre il suo esoscheletro si scuriva per il raffreddamento.
   «Per adesso può bastare» valutò l’Imperatore. Lasciò Naskeel alla sua agonia e tornò a concentrarsi sugli altri avventurieri; soprattutto sul Capitano. Tutti i traumi, le sofferenze, i fallimenti cui l’Umano era andato incontro nella sua vita gli si rovesciarono addosso. Rivera si contorse al ricordo di quando aveva assaggiato le fruste neurali dei carcerieri, durante la Guerra Civile. Sentiva il dolore delle sferzate, come se fosse di nuovo in quel campo di lavoro. All’epoca era ancora un ragazzo... e quando la Flotta Stellare l’aveva finalmente liberato, aveva scoperto che i suoi genitori non erano sopravvissuti.
   D’un tratto il Capitano passò a un altro ricordo: la sua azione più infame, quella di cui si vergognava maggiormente. Quando la Destiny era rimasta senza cristalli di dilitio, e quindi senza energia, Rivera aveva cercato d’acquistare quelli del pianeta Thalassa. Gli abitanti però avevano rotto le trattative, accorgendosi di non avere a che fare con la Flotta Stellare, ma con degli avventurieri. Allora, spinto dal bisogno, Rivera aveva deciso di rubare i cristalli. Lui stesso era entrato nella centrale energetica per impadronirsene... e si era scontrato con la Direttrice Corinna, con la quale nei giorni precedenti aveva intrecciato una relazione. Erano venuti alle mani... e lui l’aveva messa fuori combattimento, allo scopo di derubarla. Se n’era andato col bottino, lasciandola sanguinante e semi-stordita. Anche se l’aveva fatto per garantire la sopravvivenza del suo equipaggio, era stata comunque un’azione efferata, per la quale non si era mai perdonato.
   Venne poi un altro ricordo straziante: quella volta che nel cosmo degli stargate si era lasciato attirare in trappola con tutta la nave. I Goa’uld e gli Wraith si erano impossessati della Destiny, facendo cose atroci all’equipaggio. Solo dopo un anno di sofferenze Rivera e i suoi ufficiali erano riusciti faticosamente a riunirsi, a liberare i prigionieri e a riconquistare la nave.
   «E ti definisci ancora un Capitano? Ti sei fatto ingannare come un novellino!» lo derise l’Imperatore. «Hai lasciato che i nemici conquistassero la tua nave, imprigionassero il tuo equipaggio, torturassero i tuoi ufficiali... e s’impadronissero persino della tua donna. Non sei stato all’altezza di nessuna delle tue responsabilità. Hai deluso tutti coloro che confidavano in te... come li stai deludendo ancora, in questo preciso momento!».
   «E tu?! Ti nascondi dietro i nostri vecchi avversari... che peraltro abbiamo già sconfitto! Che c’è, hai paura d’affrontarci di persona?!» ribatté il Capitano, sperando che la sua voce risuonasse anche fuori da quelle visioni, nel mondo reale, e che l’Imperatore la udisse. In quella però fu sopraffatto dal ricordo della Regina Wraith che gli risucchiava la forza vitale, trasformandolo in un fragile vecchio. Il dolore gli s’incendiò nel petto e da lì dilagò in tutto il corpo, con la stessa intensità d’allora. Era come bruciare vivo; il Capitano non poté far altro che contorcersi al suolo, in agonia.
   «Bene, bene... ne avete collezionati proprio tanti, di fallimenti» mormorò l’Imperatore, osservando gli altri avventurieri. Erano tutti nelle stesse condizioni, tutti condannati a rivivere i loro traumi.
   Talyn ricordava quando, da bambino, era rimasto sepolto per giorni sotto le macerie della sua casa, distrutta dai bombardamenti della Guerra Civile. In quella strage aveva perso la sua intera famiglia. Rammentò quando si era trovato disperso nella biosfera degli Undine e poi nel deserto di Arena, a un passo dalla morte. Rivisse il suo scontro con Ratri, quando aveva dovuto ingannarla e stordirla per fermare il suo sconsiderato assalto contro gli Undine. Infine rivisse la terribile esperienza di quando era caduto in coma e si era risvegliato mesi dopo, solo per scoprire che avevano perso nave ed equipaggio.
   Accanto a lui, Irvik ricordava tutti i passi che lo avevano portato al divorzio e all’allontanamento dai figli. Rivisse il momento in cui era stato costretto a unirsi all’equipaggio della Destiny e aveva compreso che non sarebbero tornati facilmente. Rivide tutte le volte in cui non era stato abbastanza veloce nel risolvere i problemi o nel riparare i danni, e per questo avevano perso dei colleghi. Infine vide qualcosa che non era ancora successo, ma che temeva. Finalmente riusciva a tornare dai suoi figli... ma questi ormai erano cresciuti e non volevano saperne di lui. Dapprima non lo riconoscevano nemmeno; poi gli rimproveravano d’essere stato assente per tanti anni.
   «Sono tentato di lasciarti andare, affinché questo si verifichi» ridacchiò l’Imperatore. «Ma è più probabile che i Loom banchettino con la tua allegra famigliola, facendoti scordare di loro».
   Si concentrò poi su Shati. La Caitiana ne aveva passate tante: l’espulsione dall’Accademia, il litigio con sua madre, anni di delusioni e rifiuti prima d’essere raccattata da quella ciurma d’avventurieri. Le visioni l’assalirono una dopo l’altra, senza darle il tempo di riprendersi. Rivide quella volta in cui, nell’assalto a Thalassa, le avevano sparato alla schiena e aveva perso la coda. Poi il difficile anno nello Specchio, culminato quando si era scontrata con la sua alter-ego. Poi quella volta in cui era naufragata su una versione post-apocalittica del suo mondo, scontrandosi con mostri e predatori provenienti da un altro cosmo. Il momento peggiore era quello in cui aveva dovuto sparare a Mirak, lo Kzinti di cui era innamorata, affinché non fosse la larva aliena dentro di lui a ucciderlo in modo ancor più doloroso.
   Ancora più tormentose erano le visioni di Losira. L’uccisione del marito, la fuga precipitosa da Risa. Anni d’angoscia, miseria e solitudine, prima di finire in quella ciurma. E poi altre esperienze devastanti: nell’Universo dello Specchio era stata torturata, in quello degli stargate i Goa’uld le avevano fatto di peggio. Era stata colpita a morte, rianimata con un sarcofago, sequestrata dai nemici. Le avevano ficcato in corpo una parassita Goa’uld che l’aveva controllata per un anno... Losira aveva cercato di dimenticare, ma quei flash-back la costringevano a rivivere i momenti peggiori. Momenti in cui si sarebbe uccisa, se solo avesse avuto il controllo del proprio corpo.
   Ma i ricordi più sconvolgenti di tutti erano quelli di Giely. La Vorta non aveva genitori: era emersa già adulta da una vasca di clonazione, nona della sua linea genetica, destinata a servire il Dominio, come le Giely prima di lei e quelle che le sarebbero seguite. Era fuggita, in cerca di una vita migliore; ma la fuga era costata la vita al suo amico e protettore, un Jem’Hadar di nome Ome’tikal. Anche dopo essersi unita alla Flotta Stellare, i disastri erano continuati. Giely rivide l’attacco degli Undine alla Destiny, costato la vita al resto dell’equipaggio originale. Si rivide vagare sola, quasi impazzita, sulla nave alla deriva. E poi l’odissea nel Multiverso, costellata d’ulteriori traumi. Nell’Universo dello Specchio era rimasta separata dal resto dell’equipaggio, aveva vissuto per un anno tra i nemici, sempre col terrore d’essere riconosciuta e giustiziata. E nel cosmo degli stargate... Giely gridò e si contorse come un’ossessa al ricordo di come i Replicatori le si fossero avvinghiati addosso, trasformandola in una cyborg sotto il loro controllo. Aveva tradito l’equipaggio, consegnando la Destiny al nemico; aveva persino cercato di uccidere Rivera. In seguito aveva servito il nemico per un anno, torturando e uccidendo per suo conto, prima che i colleghi la salvassero. Anche se l’avevano riaccolta senza biasimarla, Giely non si era mai perdonata per essersi lasciata sopraffare.
   «Tutte queste sofferenze... a cosa vi hanno portato? Vi siete detti che servivano a uno scopo, che avreste trovato la redenzione... invece avete trovato me!» infierì l’Imperatore. «Tutto ciò che avete passato nel Multiverso non sarebbe accaduto, se io non vi avessi intrappolati, usando la Destiny come esca. Sì... io sono tutti i vostri nemici. Tutte le vostre sconfitte. Tutte le vostre sofferenze!» si gloriò.
   In quella accadde qualcosa che l’Imperatore non aveva previsto, e che lo lasciò sconcertato. Qualcuno prese a ridere. Cominciò come una risatina trattenuta, ma in breve divenne una risata forte e inequivocabile. L’Undine si guardò attorno, cercando di capire chi riuscisse a divertirsi in quel frangente... e scoprì che era Giely. Proprio quella che stava soffrendo di più.
   «Cos’hai da ridere, insulso clone? Ti piace il dolore? Posso infliggertene ancora!» ringhiò l’Imperatore, avvicinandosi.
   Dalla sua posizione accasciata, la Vorta lo guardò... ebbene sì, poteva vederlo. Si era liberata dalle visioni, un’impresa che non era riuscita nemmeno ai Viaggiatori. Come aveva fatto, lei che non era nemmeno una telepate?!
   Vedendo l’alieno mostruoso e infuriato che incombeva su di lei, Giely rise ancora più forte. «No, è solo che le tue parole sono molto buffe. Se sei “tutti i nostri nemici”, allora sei anche il dottor Chaotica. Sai, quello delle Avventure di Capitan Proton sul ponte ologrammi. Non lo conosci? Te lo devo mostrare! In effetti vi somigliate. Siete entrambi dei palloni gonfiati, che si credono geniali e invincibili, ma combinano un pasticcio dopo l’altro. Anche se ammetto che Chaotica non ha mai rischiato di distruggere l’intero Universo, quindi... chapeau, sei più maldestro di un cattivo della Golden Age!».
   A quelle parole, anche i colleghi presero a ridere. E come per incanto, la presa dell’Imperatore su di loro si spezzò. Uno dopo l’altro, gli avventurieri e i Viaggiatori si liberarono dalle visioni tormentose. Poterono rialzarsi, di nuovo vigili e con le armi in pugno.
   «Complimenti, dottoressa. Una risata è la miglior medicina contro la disperazione» riconobbe Klaatu. Era straordinario come proprio Giely, colei che aveva sofferto più di tutti, fosse riuscita a infrangere il potere dell’Imperatore... ma forse era proprio quello il motivo. Solo chi aveva toccato il fondo dell’Inferno era in grado di liberare gli altri.
   «Una risata... non serve poi molto per farti arretrare, brutto sgorbio» disse la Vorta, fronteggiando l’Imperatore.
   «Attenta!» gridò Rivera, temendo per lei. L’Undine poteva farla a pezzi, come i commando che li avevano preceduti. Il Capitano fece per slanciarsi in avanti, ma il Viaggiatore lo trattenne; intervenire in quel momento avrebbe solo peggiorato le cose.
   «Osi sfidarmi, tu che sei la più debole di questa banda d’inetti?!» ringhiò l’Imperatore, incombendo su Giely. «Sì, io ti conosco meglio di quanto tu conosca te stessa. Leggo nelle tue memorie, anche quelle che vorresti sopprimere. In passato sei già stata sconfitta, spezzata, ridotta in briciole. Vogliamo parlare di quella volta che divenisti la marionetta dei Goa’uld? Hai torturato e ucciso in loro nome, perché eri troppo debole per opporti. E ora credi di poterti opporre a me?! Cosa ti fa credere che avrai miglior fortuna, stavolta?!» incalzò.
   «Non credo nella fortuna, ma nelle esperienze» ribatté Giely. «Sono una sopravvissuta. Le mie cicatrici fanno parte di me. Non ne vado fiera, ma ci convivo. E cerco di trarne una lezione, per non cadere ancora. Tu, piuttosto... quanto sei stato messo alla prova, prima d’oggi? Hai mai scoperto i tuoi limiti?» ritorse.
   Ancora più oltraggiato da quel tono di sfida, l’Undine prese ad avvolgerla nei tentacoli, con l’idea di prosciugarla da... qualunque fosse il misterioso potere che le aveva permesso di liberarsi. «Ti ostini a non capire. Hai visto la vastità incommensurabile del Multiverso. Hai visto i suoi tumulti indomabili, i suoi orrori indicibili, i suoi peccati irredimibili. Dovresti aver compreso che in una realtà siffatta, tu e la tua ridicola ciurma non siete nulla. Siete meno che insetti calpestati distrattamente. Tutte le vostre fatiche, le vostre lotte, i vostri patimenti, in ultima analisi sono irrilevanti. Quindi perché continui a lottare, pur sapendo che è inutile?!» chiese, in tono sempre più nevrotico.
   «Perché ne vale la pena» rispose la Vorta, con sconcertante sicurezza.
   «E perché ne vale la pena, sentiamo?!» incalzò l’Imperatore. «Pensi davvero di lottare per qualcosa, a parte la tua sopravvivenza immediata? Una causa superiore? E sai dirmi di che si tratta, posto che tu ne abbia coscienza? Magari la libertà, di cui tutti abusano? O la verità, che ognuno si plasma su misura per confermare i propri pregiudizi? O la pace, cioè la fase preparatoria della guerra? Non dirmi che è l’amore... il più insulso capriccio della percezione, il più scialbo auto-inganno degli intelletti deboli. Patetici tentativi di giustificare un’esistenza totalmente priva del minimo significato e scopo!» ringhiò, serrandola sempre più nei tentacoli.
   «Tu hai paura» constatò Giely.
   «Come?!» fece l’Imperatore, così allibito che la sua presa s’indebolì, permettendo alla dottoressa di liberare un braccio. Per un attimo l’Undine pensò che la Vorta non avesse compreso le sue parole, o che fosse scivolata nella follia e parlasse a vanvera.
   «Tutte queste ciance su quant’è brutta la realtà e quanto sono inutili le nostre vite... sono tipiche di chi ha paura» insisté Giely. «Anche tu hai visto la vastità del Multiverso, la sua complessità, la sua varietà. Ma invece d’accettare di farne parte... d’esserne una piccola parte... hai temuto di non riuscire a controllarlo. Allora hai cercato di mettere le cose in gabbia: hai sequestrato interi pianeti, coi loro abitanti. Hai organizzato gli scontri su Arena e nelle biosfere nel tentativo di rendere il tuo popolo invincibile. Quando hai visto che non era possibile... perché nessuno è invincibile... hai creato il virus mutageno per trasformare tutti in Undine, quindi in tuoi sudditi. Un altro tentativo di dominare il caos. Quando abbiamo trovato la cura contro il virus, ci hai assaliti con la flotta, sempre per paura di sembrare vulnerabile. E ora che anche la tua flotta ha fatto cilecca... che stai facendo? C’è un’Incursione in corso, che minaccia entrambi gli Universi, e tu non fai niente. I Loom stanno cancellando le nostre civiltà, e tu li lasci fare. Sei così terrorizzato dall’idea di non poter controllare tutto e tutti... che preferisci veder sparire ogni cosa, compreso il tuo stesso regno. È l’atteggiamento tipico dei vigliacchi, degli immaturi che non si sono mai sentiti dire “no”».
   «Teoria interessante... peccato che nessuno vivrà per ricordarla» sibilò l’Imperatore. Inarcò le estremità dei tentacoli, preparandosi a conficcarli nel corpo della Vorta per prosciugarla. «Ma la mia domanda è ancora senza risposta. Perché continui a sfidarmi, pur sapendo che è inutile? Per cosa credi di batterti?!».
   «Mi batto perché ho scelto di credere che le nostre vite abbiano un valore, e che le nostre scelte contino. Come questa!» esclamò Giely. Così dicendo usò il braccio libero per levarsi di tasca l’ipospray, quello che aveva caricato con l’anticorpo concentrato. Certo, la pelle dell’Imperatore era così resistente che non sarebbe mai riuscita a iniettarlo. Quindi gli conficcò l’ipospray in uno degli occhi gialli, i suoi unici punti deboli; e premette fino a svuotarlo.
   L’Imperatore lanciò un urlo psichico che risuonò in tutto l’Aleph e oltre, disperdendosi nella Rete Miceliare. I tentacoli fremettero, le membra si contorsero, il suo gran corpo vacillò. Giely gli aveva iniettato una quantità d’anticorpo sufficiente a uccidere un centinaio di Undine comuni... sarebbe bastato per abbatterlo?
   «Povero Imperatore» commentò Naskeel, mentre Ottoperotto gli riparava l’emettitore di campo. «Credevi di dover affrontare un Klingon, e non ti sei accorto che ce n’erano due!» disse, ricordando l’ultima barzelletta di Shati.
   A quelle parole la Caitiana drizzò le orecchie, mentre il cuore le palpitava dalla commozione. «Avete sentito? Naskeel ha fatto una battuta, ha capito l’umorismo! Sapete che significa? Beh, significa che tutto è possibile! BANZAI!» gridò, tornando alla carica. Anche se le armi a energia erano inutili, la sua panoplia da Cacciatrice era equipaggiata con diverse armi da taglio. Shati impugnò la lama rotante e la scagliò con forza e precisione contro l’Undine. Il cerchio dentato sibilò nell’aria, tranciando tutti e quattro i tentacoli dell’Imperatore. Giely cadde a terra e rotolò per allontanarsi dall’alieno furibondo. I tentacoli mozzati fremettero come code di lucertole, ma la Vorta riuscì a liberarsene. Balzò in piedi e tornò di corsa presso i colleghi.
   «Irvik, ci servi tu! Siamo nel centro di comando dell’Aleph. Devi lanciare quel raggio gravitonico e fermare l’Incursione, prima che sia troppo tardi!» lo richiamò.
   «S-sì... vado ai comandi» farfugliò il Voth, che aveva già adocchiato quelli giusti. Corse alla consolle ingegneristica, verificando i livelli energetici dell’Aleph. «Il nucleo è qui vicino... non ho mai visto così tanta energia. Sintetizzo i gravitoni e li incanalo verso l’emettitore. Dovrebbe funzionare» disse, ragionando sulla complessa procedura.
   «Ti aiuto» si offrì Klaatu, che era più pratico di quei comandi. «Dobbiamo coordinarci con la Destiny e il Nous affinché lancino i loro fasci nello stesso momento. Venite anche voi» aggiunse, coinvolgendo Losira e Giely nell’operazione. Anche Ottoperotto si unì agli sforzi.
   Il resto del gruppo non se ne stette con le mani in mano: bisognava trattenere l’Imperatore. Questo era stato gravemente indebolito dall’iniezione di Giely, al punto da perdere le sue facoltà telepatiche. Ma era ancora in piedi, con la forza di smembrarli a mani nude... e adesso era deciso a farlo. Così scoppiò la lotta all’ultimo sangue.
 
   Fu il combattimento più selvaggio e senza quartiere che quei veterani avessero mai sostenuto. Rivera sfruttava soprattutto la frusta neurale, cercando di bloccare l’Imperatore, affinché gli altri potessero colpirlo. Shati usava le armi da taglio della sua panoplia: la lancia, la lama rotante, le lame da polso. Naskeel si gettò in battaglia, con lo scudo riparato da Ottoperotto, brandendo due vibro-lame recuperate dai commando federali. Ratri aveva di nuovo la sua lama fluida, che ora poteva usare in sicurezza, poiché l’avversario aveva perso le capacità telepatiche. Anche Talyn aveva recuperato una vibro-lama federale.
   Per quanto fosse debilitato dall’anticorpo, l’Imperatore non si tirò indietro. Dovendo rispondere ai colpi, brandì una spada di fattura Undine che portava in cintura. Dapprima vi era solo l’elsa, ma appena la impugnò, ecco che la lama crebbe a vista d’occhio, come un corallo. Una lama ricurva, color cremisi... la lama di un Imperatore. Forse il sovrano non aveva mai avuto la necessità di brandirla in un vero duello, prima d’allora. Ma quando lo fece, si dimostrò tanto allenato da tenere testa ai cinque avversari. Ogni tanto qualche colpo lo sfiorava, strappandogli un grugnito e magari lasciandogli un graffio; ma nulla più. Gli avventurieri invece dovevano stare ben attenti, poiché un solo colpo della lama vermiglia sarebbe stato letale per loro.
   «È troppo coriaceo, ci serve un’idea!» avvertì Talyn, notando che le loro lame lo graffiavano appena.
   «Io ho ancora la bomba termobarica. Provo a fargliela ingoiare?» scherzò Shati.
   «Meglio di no» avvertì Klaatu, affaccendato sui comandi. «Il nucleo energetico è qui vicino. Una bomba termobarica lo farebbe esplodere, distruggendo l’Aleph, assieme a un bel pezzo di micelio».
   «Il danno al micelio sarebbe irreparabile?» chiese Talyn.
   «Beh, no... ricresce molto in fretta...» ammise il Viaggiatore.
   «Allora non scarterei l’idea della bomba» disse l’El-Auriano. «Se non possiamo riconquistare l’Aleph, non resta che distruggerlo. Dopo aver fermato l’Incursione» chiarì.
   «Non ve lo permetterò!» ringhiò l’Imperatore, mulinando la spada. Per un attimo riuscì a respingere tutti e quattro gli avversari. Quattro?! Guardandosi attorno, l’Undine notò che Shati era sparita. Merito della sua tuta occultante. Cercò di localizzarla con la telepatia, ma al momento i suoi poteri erano troppo fiochi. D’un tratto qualcosa lo colpì con violenza alla cintura. La Caitiana tornò visibile. Impugnava la lancia Yautja... e gliela aveva conficcata nell’emettitore dello scudo, mandando in pezzi i delicati circuiti. Il campo di forza individuale sfarfallò e si dissolse, lasciandolo vulnerabile alle armi a energia.
   «Guardate, l’Imperatore è nudo!» ghignò Shati.
   In un impeto di collera, il sovrano afferrò l’estremità della lancia e gliela strappò di mano. Se la palleggiò, impugnandola correttamente, e cercò di colpirla con quella; ma la Caitiana si era nuovamente occultata. L’Undine si guardò attorno, in cerca di un altro bersaglio, e scelse colei che lo aveva umiliato. Prese di mira Giely, che affiancava Irvik ai comandi, in fondo al salone. Notando il gesto, Rivera gli avvolse il braccio con la frusta neurale, facendogli sbagliare il tiro. La lancia Yautja si conficcò nella paratia accanto a Giely, che sobbalzò per lo sfiorato pericolo e si volse brevemente. Vedendo che l’Imperatore non aveva altre armi da lancio, la Vorta tornò al lavoro. Lei e gli altri avevano quasi terminato. Il nucleo si caricò d’energia; le sue pulsazioni fecero tremare l’Aleph. Vista da fuori, la sommità dell’edificio s’illuminò, pronta a rilasciare il fascio di gravitoni.
   «Ci siamo!» annunciò Irvik, col cuore in gola. «Siamo coordinati con la Destiny e il Nous. Tra pochi attimi lanceremo i tre raggi... speriamo che funzioni» disse, ricordando che una simile procedura non era mai stata tentata.
   «Deve funzionare» disse quietamente Klaatu.
   L’Imperatore si slanciò contro di loro, nell’estremo tentativo di fermarli. Ma furono gli avventurieri a fermare lui. Rivera gli bloccò le gambe con la frusta neurale, Shati gli scagliò contro la rete in maglia metallica. Dopo di che tutti presero a bersagliarlo con le armi a energia. L’Undine si protesse con la spada, intercettando i colpi, ma infine anche questa andò in pezzi, lasciandolo disarmato.
   «ORA!» gridò Irvik, attivando l’emettitore.
   L’Aleph tremò dalle fondamenta fino alla sommità, mentre rilasciava il potentissimo fascio gravitonico. Risuonarono gli allarmi, a indicare che l’energia era ai livelli di guardia. Nello stesso momento, la Destiny rilasciò un fascio di gravitoni nello spazio federale, mentre il Nous fece lo stesso nello Spazio Fluido. I tre raggi, emessi simultaneamente in tre realtà diverse, ma capaci ciascuno di “forare” il tessuto cosmico, si scontrarono. Vi fu un’onda d’urto, come il rintocco di un diapason, che fece vibrare le realtà stesse. A quel rintocco, i Loom furono messi in fuga. Smisero di nutrirsi e abbandonarono gli Universi che avevano invaso, tornando... ovunque provenissero. Svanirono come incubi al risveglio, lasciando i federali e i loro alleati decimati, ma vittoriosi. La grande battaglia era finita: dell’orgogliosa flotta Undine non restava una sola bionave.
   «Credo che abbia funzionato» mormorò Irvik, leggendo i dati dei sensori. «I Loom sono svaniti... il tessuto cosmico si rigenera».
   «L’Incursione è terminata, gli Universi sono salvi» confermò Klaatu, anche lui concentrato sulle analisi. «Grazie a tutti voi. Avete salvato... ogni cosa».
   A quelle parole, Ratri si rivolse all’Imperatore, ancora impaniato nella frusta neurale e nella rete da caccia. «Sentito? Sei sconfitto su tutta la linea, tiranno» disse l’El-Auriana, ancora ansante per il combattimento. «Arrenditi e salverai almeno la vita».
   «Non mi arrenderò mai, insulsi parassiti!» ringhiò l’Imperatore. Appellandosi a tutte le sue forze, squarciò la rete metallica e si liberò anche dalla frusta neurale; lo strattone scaraventò Rivera all’indietro. Per un attimo l’Undine si guardò attorno, in cerca di un bersaglio su cui sfogare il suo odio. Finì per scegliere nuovamente Giely, colei che più di tutti lo aveva ostacolato. Scelta la vittima, l’Imperatore compì uno spettacolare balzo da fermo. Sfiorò il soffitto del salone e ricadde sulla dottoressa, con gli artigli protesi e le zanne sbavanti. Voleva maciullarla, farla a brandelli.
   All’ultimo istante Naskeel si frappose, impugnando la lancia Yautja che aveva recuperato dalla parete. Spintonò Giely di lato, mettendola in salvo, e affrontò la furia dell’Imperatore. Quando questi gli cadde addosso, finì per impalarsi sulla lancia. Il sovrano lanciò un grido animalesco, che echeggiò nel salone, mentre il sangue violaceo gli sprizzava dalla ferita. Cercò convulsamente d’estrarsi la lancia dal petto, ma Naskeel la spinse ancora più a fondo, finché la lama fuoriuscì dalla schiena dell’avversario. I due alieni erano avvinghiati in una stretta mortale. L’Undine graffiava e mordeva selvaggiamente il Tholiano, riempiendo di crepe il suo corpo cristallino. Tra tutti gli avventurieri, Naskeel era l’unico che potesse reggere quel corpo a corpo; e non per molto.
   «Andate via! Lasciate la bomba, fate esplodere questa base!» esortò il Tholiano. Era l’unico modo per distruggere l’Imperatore.
   «Ma morirai! Non lascerò che ti sacrifichi!» gemette Shati. Si strappò la maschera da Cacciatrice, per guardarlo negli occhi.
   «È meglio così. Se tornassi all’Annessione Tholiana sarei costretto a rivelare i segreti militari federali che ho appreso, mettendovi tutti in pericolo. Preferisco andarmene, sapendovi al sicuro» rivelò Naskeel.
   «Non fare idiozie! Non devi niente a quegli esseri inferiori!» ringhiò l’Imperatore, mentre il sangue gli colava dalle fauci. Intanto cercava sempre di sfilarsi la lancia che lo trafiggeva.
   «Niente che tu possa capire» ribatté il Tholiano, continuando a spingerla in profondità.
   Tutti gli avventurieri si avvicinarono. Rivera venne accanto a Giely, aiutandola a rialzarsi; la Vorta non era ferita. «Non te lo ordinerò, Shati. Fa’ come credi giusto» disse il Capitano.
   «Ho sigillato la porta, ma gli altri Undine la stanno sfondando. Saranno qui a momenti» avvertì Irvik, e infatti la porta blindata si stava deformando sotto i micidiali colpi degli alieni.
   Lacerata fra il dovere e i sentimenti, Shati comprese che solo esaudendo la richiesta di Naskeel avrebbe salvato tutti gli altri. «Sei il migliore amico che abbia mai avuto» mormorò, mettendo mano alla bomba termobarica. Era un piccolo ordigno quadrangolare, fissato al bracciale sinistro. Usando la mano destra, Shati lo armò, impostando un conto alla rovescia di pochi minuti. Il display si attivò, mostrando i caratteri Yautja – simili a graffi rossi – in rapida diminuzione. Il countdown era accompagnato da un ronzio sempre più incalzante, che non lasciava dubbi su ciò che stava per accadere. Attivata la bomba, Shati la staccò dal bracciale e la gettò a terra, a poca distanza dalle due creature avvinghiate.
   Intanto Klaatu stava cercando d’aprire un portale che li riconducesse sulla Destiny. I comandi erano semplici, almeno per un Viaggiatore esperto come lui. E ora che l’Incursione era cessata, non c’erano da temere interferenze. Eppure l’alcova ronzò stranamente, senza che comparisse il vortice.
   «Beh, che succede?!» chiese Irvik.
   «Oh, no» mormorò Klaatu. «L’Imperatore ha criptato i comandi dei portali per impedirci la fuga. Potrei raccogliere e concentrare le vostre volontà per aprirne uno, ma temo che ci manchi il tempo» disse, notando la bomba il cui timer correva verso lo zero.
   «Certo, vi porterò tutti con me!» tuonò l’Imperatore, continuando a dibattersi selvaggiamente, malgrado la tremenda ferita.
   «Non credo proprio» disse Talyn, che aveva ancora con sé un passe-partout dei Viaggiatori. Si concentrò al massimo, focalizzandosi sulla plancia della Destiny; ed ecco apparire il vortice bluastro.
   «Lo hai aperto da solo... hai raggiunto la piena maturità, ora sei un Viaggiatore» riconobbe Klaatu, ammirato.
   Talyn ricambiò con un cenno e prese per mano Ratri, preparandosi a varcare il portale con lei. Il vortice blu prometteva un sicuro ritorno sulla Destiny... ma non per tutti.
   «Andate, presto!» esortò Naskeel, trattenendo a stento l’Undine.
   «Addio, hermano. Grazie di tutto» disse il Capitano, commosso. Uno dopo l’altro gli avventurieri e i Viaggiatori attraversarono il portale, mettendosi in salvo. Gli ultimi a varcarlo furono Rivera e Shati, dopo aver rivolto un ultimo sguardo grato al Tholiano. Il vortice bluastro si chiuse dietro di loro, recidendo il collegamento con la Destiny. Intanto il ronzio della bomba si era trasformato in un fischio acutissimo e le cifre rosse erano diminuite fin quasi a sparire.
   «Questa è la fine per noi due» constatò Naskeel, fissando l’avversario al quale era ancora avvinghiato.
   «Sempre meglio della resa!» ringhiò l’Imperatore, sfrigolante di rabbia.
   «Credo che il tuo successore sarà più saggio, e firmerà la pace» ribatté il Tholiano.
   La porta blindata cedette di schianto e una fiumana di guerrieri Undine si riversò nel salone, per soccorrere il loro sovrano. Ma in quell’attimo la bomba termobarica detonò, con una potenza di parecchi megatoni. Il centro di comando fu distrutto, così come l’adiacente nucleo energetico. Allora vi fu una seconda esplosione, d’incommensurabile potenza. L’Aleph fu annichilito con tutti i suoi occupanti. Svanirono gli Undine, sia quelli che erano nati tali, sia i Revenant creati dal virus mutageno. Svanì Naskeel, assieme ai commando federali che si erano sacrificati prima di lui. E infine svanì definitivamente l’Imperatore, il cui ultimo grido psichico risuonò in tutta la Rete Miceliare. La Rete stessa fu bruciata per un ampio tratto, incenerendo o costringendo alla fuga le creature del sottobosco. Ma ora che l’Incursione era cessata, e la trama cosmica si era ricucita, il micelio prese subito a ricrescere. In casi come quello, il Multiverso sapeva ripararsi da solo.
 
   Riuniti sulla plancia della Destiny, gli avventurieri si guardarono attorno, cercando di raccapezzarsi. Erano accadute così tante cose, e così in fretta, che quasi stentavano a crederle. Ma indietro non si tornava, per cui non restava che farsi una ragione dell’accaduto. A parte Naskeel, erano sopravvissuti tutti al confronto con l’Imperatore; anche Ottoperotto era rientrato sulla Destiny con loro. Ma il sacrificio del Tholiano li aveva colpiti nel profondo. Vedendo che Shati si era accasciata, affranta dalla perdita dell’amico, il Capitano le venne accanto. «Mi spiace per Naskeel. Ha fatto una scelta coraggiosa... se mi passi il termine, la scelta più umana» le disse.
   «Mi mancherà. Sarà anche stato di pietra, ma aveva il cuore d’oro» disse la Caitiana, e prese a levarsi i pezzi rimanenti della panoplia.
   «Racconteremo la sua storia... il suo sacrificio sarà ricordato in tutti i Quadranti» si promise Irvik.
   «E anche nelle altre realtà» aggiunse Ratri.
   Talyn intanto era tornato alla sua postazione, per sincerarsi della situazione. «La nave sembra in ordine... non si registrano altre vittime dei Loom tra l’equipaggio» riferì. «E la battaglia è finita, gli Undine sono stati spazzati via».
   «La loro flotta è distrutta, ma il loro popolo è ancora forte, là nello Spazio Fluido. Spero solo che questa esperienza li induca ad essere più responsabili!» si augurò Klaatu.
   «Quindi... è finita?» chiese Losira, ancora scioccata dall’accaduto.
   «Quasi. Alcune navi federali si stanno avvicinando» disse Talyn, inquadrandole sullo schermo. La Keter era in testa, seguita da un paio di navi scorta. Il resto della flotta manteneva la posizione, poco lontano dal Quartier Generale. «La Keter ci chiama» riferì l’El-Auriano.
   Il Capitano si rimise in cintura la frusta neurale e sedette in poltrona. «Sullo schermo» ordinò, chiedendosi cosa avessero capito i federali dell’accaduto.
   L’Ammiraglio Hod apparve sullo schermo, contornata dai suoi ufficiali. «I nostri sensori hanno rilevato le emissioni gravitoniche e subito dopo i Loom sono svaniti. Devo dedurre che l’Incursione è terminata?» chiese l’Elaysiana.
   «Sì Ammiraglio, il cosmo è salvo» rispose Klaatu, facendosi avanti. «E l’Imperatore non minaccerà più nessuno: è stato distrutto con l’Aleph. Dovete ringraziare gli avventurieri per questo. È tutto merito loro» rivelò.
   A quelle parole, Hod sgranò gli occhi per lo stupore. «Se è così, la Federazione è profondamente in debito con voi. Avete fatto ciò che non è riuscito nemmeno ai nostri migliori agenti. Non sarete della Flotta Stellare, ma di certo ne incarnate lo spirito» riconobbe.
   «Chi l’ha incarnato davvero, sino in fondo, ora non è più fra noi» sospirò Rivera. «Ma vi racconteremo la sua storia, e vi chiediamo di divulgarla in tutta la Federazione e oltre. Perché tutti devono sapere che è stato un Tholiano a sacrificarsi per fermare questa minaccia. Il suo nome era Naskeel».
 
   
 
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Serie TV > Star Trek / Vai alla pagina dell'autore: Parmandil