Questa fanfic ha un’importanza emotiva senza pari, perché è la prima a quattro mani che Deadellapioggia ed io pubblichiamo. È nata da lei, la prima parte è tutta sua e, come una buona simbiosi che si rispetti, dopo averla letta io ho visualizzato la seconda parte, con la reazione dei nakama di fronte al momento di fragilità di Seiji. Scriverla è stata la diretta conseguenza, così come mettere insieme le due parti per renderla un’unica storia.
Per cui eccola qui, frutto della nostra alchimia.
Buona lettura.
Per cui eccola qui, frutto della nostra alchimia.
Buona lettura.
MAI SENZA DI VOI
Seiji accarezzò la sua nodachi con la riverenza che poteva avere solo chi si era allenato fino allo sfinimento, per anni e anni. La sollevò per guardare in controluce lo splendido bagliore dato dalla lama leggermente ricurva, perfettamente affilata.
Quella spada non era per tutti, certamente.
L'elsa molto lunga rendeva difficile impugnarla con una mano eppure, per molto tempo, era riuscito a combattere stringendola in un solo palmo.
La lama poi, così sproporzionatamente lunga, richiedeva un buon allenamento fisico e tanto equilibrio per non venirne travolti e trovarsi sbilanciati in avanti. Un'arma difficile da utilizzare, da molti valorosi guerrieri considerata quasi un impedimento piuttosto che un vantaggio, ma per Seiji era diventata un'estensione naturale del proprio corpo.
Anche se, adesso, i momenti in cui fronteggiava i nemici fendendo l'aria con movimenti felini, rapidi e decisi, sembravano così lontani…
Notò con dispiacere che, man mano che i giorni passavano, la sua spada sembrava sempre più pesante, segno che ormai non gli rimaneva più molto tempo.
Un sorriso amaro gli si dipinse sul volto realizzando quante volte avesse visto in faccia la morte e come questa non solo non gli facesse più paura, ma rappresentasse, per lui, una sorta di liberazione da quella prigione dalla quale altrimenti non si sarebbe mai completamente liberato, perché incisa nel proprio corredo genetico.
C'era solo una ragione, quattro in verità, che nel corso degli anni gli avevano impedito di abbandonarsi tra le braccia della nera signora, nonostante ci si fosse avvicinato, a volte in modo considerato dai medici irreversibile, fin troppe volte.
Era stato addirittura in coma dopo un gravissimo incidente, totalmente insensibile a qualsiasi stimolazione, tranne alla presenza dei suoi compagni.
Aveva deciso di non lottare più, di lasciare che la febbre lo ardesse vivo salvo poi reagire, ad un passo dal baratro.
Si era lasciato morire di fame, fermo nel proposito di distruggere quel corpo del quale non aveva mai avuto pieno possesso ma, quando ormai le sue condizioni sembravano disperate, ancora una volta, si era voltato indietro e, all'ultimo minuto, aveva deciso di sopravvivere.
Si era sottoposto ad allenamenti estenuanti, con il solo scopo di smantellare, pezzo per pezzo, il sogno dell'erede perfetto che suo malgrado la famiglia vedeva in lui, arrivando a provocarsi danni piuttosto seri, fino a quando un legame potente e inscindibile lo aveva strappato a quel piano folle e autodistruttivo.
Perché Seiji non temeva la morte, ma non poteva immaginare di stare, né sulla terra e né in qualsiasi altro luogo ci fosse nel “dopo”, senza i suoi nakama, né tantomeno causare loro dolore.
Eppure, adesso non aveva altra scelta.
Il giorno prestabilito in cui il suo nome si sarebbe dovuto unire a quello della ragazza che la famiglia aveva scelto per lui, era sempre più vicino.
Si era ribellato, aveva protestato, aveva smesso di mangiare, tentato di fuggire…
Tutto inutile.
“Non credere che questi giochini funzionino ancora, Seiji” gli aveva detto Date-sama con la convinzione di chi sapeva di non aver lasciato margine d'errore nel progetto che accarezzava, fin dalla nascita di quel nipote tanto prezioso quanto ribelle.
Seiji sospirò, pensando ai quattro ragazzi che amava.
“Perdonatemi”.
Sorrise, ma questa volta il suo viso si illuminò di una dolcezza commovente che ne ammorbidiva i lineamenti già così belli, rendendolo ancora più etereo.
“Non posso accettare questa cosa, sposarmi e dare alla mia famiglia una discendenza che non sento di volere”.
Una discendenza che, Yayoi si era premurata di fargli sapere, avrebbe avuto dei colori più conformi a quelli della loro famiglia, dai quali solo lui, come un bizzarro segno del destino, si distaccava in modo così palese.
Non aveva dubbi, sebbene non avesse degnato di uno sguardo la futura sposa, che la scelta fosse ricaduta su una giovane giapponese, di nobili origini, dall’aspetto piacevole e comune, facilmente manovrabile dalla sua onnipresente sorella.
“Io vivrò in voi” disse, sollevando la sua nodachi e appoggiando la lama sul polso sinistro, appena sopra le vene che si diramavano sotto la pelle d'avorio.
Bastavano due tagli netti: uno sul polso sinistro e l'altro sul destro. Non aveva neanche bisogno di usare la forza, la lama era sufficientemente affilata per penetrare nella carne senza fatica. Doveva solo essere veloce, giorni di ostinato e purtroppo inutile sciopero della fame l'avevano indebolito molto e l'emorragia che sarebbe seguita al primo taglio avrebbe peggiorato le sue condizioni rapidamente. Eppure, per essere sicuro che nessuno lo soccoresse in tempo, era meglio recidere le vene su entrambi i polsi.
“Non è vita senza di voi…” sussurrò, lasciando che la lama gli incidesse la pelle.
Non provò dolore, neanche un po’ e si dovette guardare il braccio per accertarsi di aver portato veramente a compimento la prima parte del suo progetto. Quando vide la lama sporca di sangue, le mani tinte di rosso e un rivolo scarlatto inzuppargli lo yukata, capì di esserci riuscito e uno strano senso di pace lo pervase.
Ma non poteva perdere tempo. Aveva già la vista annebbiata e la testa gli stava girando vorticosamente. Con il braccio ferito impugnò l'elsa della nodachi e offrì alla lama il polso destro.
Abbassò l'arma sulla sua candida pelle, ma questa volta chiuse gli occhi per concentrare tutte le energie in quel disperato movimento.
Sentì una stretta avvolgergli il braccio e la spada scivolare via dalla sua presa. Aprì gli occhi, resi sempre più deboli dall’emorragia e gli parve di sognare.
“Voi…” sussurrò.
Troppo debole per comprendere cosa stesse davvero succedendo, Seiji si abbandonò all'indietro e si ritrovò appoggiato su un petto ampio, morbido e accogliente, il cui cuore batteva all'unisono con il suo.
Sentì voci, profumi, sensazioni dalle quali la sua vita dipendeva come se fossero state ossigeno.
“Ha perso molto sangue”.
“La ferita è profonda”.
“Usiamo la mia fascia per bloccare l'emorragia. Dobbiamo annodarla stretta intorno al suo braccio”.
“È magrissimo, secondo me sono giorni che non mangia…”.
“Tranquillo pesciolino, ci penserai tu a rimetterlo in forze”.
“Lasciate, lo prendo in braccio io”.
“Presto, portiamolo via da qui”.
“La pagheranno per tutto questo…”.
Seiji aprì lentamente gli occhi. La vista annebbiata non gli permise di vedere chiaramente i volti dei ragazzi chini su di lui, ma il suo cuore lo fece al loro posto.
“Siete davvero voi? Non sto sognando?”.
“Sì, siamo davvero noi” si sentì rispondere da una voce colma d'affetto e preoccupazione. “E tu sei un pazzo, Sei! Non dovevi arrivare a tanto!”.
“Non potevo permetterglielo…” sussurrò esausto.
Quando si sentì sollevare da terra, cercò la forza per formulare un'ultima domanda.
“Dove mi state portando?”.
“A casa. Ma prima bisognerà far sistemare il brutto taglio che hai sul braccio”.
Seiji sorrise e si abbandonò fiducioso.
Non era morto, eppure aveva raggiunto lo stesso il paradiso.
***
I quattro giovani lo avevano percepito nel momento in cui erano quasi giunti al cancello della tenuta, una vibrazione così chiara e dolorosa che si erano, d’istinto, avvicinati gli uni agli altri.
Shin si era portato una mano alla bocca a soffocare un singhiozzo, Shu e Touma avevano condiviso un brivido di terrore e Ryo, incapace di pensare in maniera lucida, fu il primo a spiccare una corsa disperata lungo il sentiero sterrato.
Gli altri lo seguirono quasi subito e il cancello di legno scuro, sovrastato da una maestosa tettoia, sembrò spalancarsi davanti a loro, come se gli antenati della famiglia, anziché tenerli lontani, volessero accoglierli, perché accoressero in salvo del loro erede più prezioso.
Non trovarono alcun ostacolo, solo un alito di vento che agitò i cespugli fioriti e gli alberi dei ciliegi che allungavano i loro rami a protezione del dojo, un po’ defilato dall’edificio principale, raggiungibile attraverso un sentiero in pietra che si diramava tra i giochi di sabbia di un delicato giardino zen.
Pochi istanti dopo raccolsero Seiji nel loro abbraccio.
A casa…
Dovevano portarlo a casa.
Questo pensavano tutti, mentre facevano strada a Shu, che lo stringeva a sé, senza distogliere gli occhi, lucidi di preoccupazione e rabbia, da quel viso tanto bianco da sembrare etereo.
Mai stato così bianco, lui che bianco lo era sempre.
La parola “ospedale” riecheggiava tra loro e, facendo tesoro di un flebile residuo di forze, Seiji provò a esalare a fil di labbra:
“No…”.
Le voci dei nakama erano così concitate e la sua talmente debole che, all’inizio, nemmeno Shu, che lo teneva attaccato al suo cuore, udì. Insisté, ripetendo quella breve sillaba più volte, poi ancora, finché riuscì, non seppe come, a tramutarla in una parvenza di urlo:
“No!”.
Fu sufficiente a bloccare ogni parola, quattro paia di occhi si specchiarono nei suoi.
“In ospedale… no…”.
“Seiji hai bisogno…”.
“Ryo!”.
Quel tono che, tanto spesso, era stato in grado di imporsi sul leader, riuscì anche questa volta nell’intento: il samurai del fuoco sussultò, lo lasciò parlare, anche se faceva così male al cuore la fatica che ogni parola impiegava per formarsi sulle labbra livide della loro luce.
“Sarei… perduto… non ne uscirei più…”.
“Ma…” pigolò Shin, incerto.
“Ha ragione!”.
Tutte le attenzioni si rivolsero a Touma e al convincimento che aveva infuso nel proprio intervento.
I pugni stretti lungo i fianchi, tremanti a dispetto della calma apparente che cercava di mantenere, abbassò il capo e proseguì:
“Se lo portiamo in ospedale, faranno di tutto per impedirci di vederlo, troveranno altri modi per allontanarci da lui e…”.
“Lo perderemo” deglutì Ryo in un singhiozzo spezzato.
“Io mi perderò” esalò Seiji, mentre il viso si abbandonava con allarmante mollezza contro il petto di Shu. I sensi stavano per venire meno.
“Andiamo nel bosco” intimò Touma, con una decisione che non ammetteva rifiuti. “Dal retro del dojo si accede direttamente alla foresta. È un po’ impervio e intricato addentrarsi da lì, ma per noi non sarà un problema!”.
Senza attendere risposta fece strada ai nakama, che lo seguirono dopo essersi scambiati una fugace occhiata.
Shu immediatamente dietro, tremando perché percepiva Seiji sempre meno reattivo tra le proprie braccia.
Shin gli camminava accanto, tenendo la fascia premuta sul polso di Korin, sperando di tamponare meglio che poteva, ma anche le sue mani erano ormai impregnate di sangue.
Il sangue di Seiji… che fuggiva insieme alla sua essenza vitale.
Ryo chiudeva la fila, tenendosi protettivo alle loro spalle, guardandosi intorno con i suoi occhi da gatto selvatico che scrutavano tra le ombre della sera ormai alle porte.
Fu quindi lui il primo a notare la figura che correva verso di loro, una giovane donna in abiti formali, ma tutti ne udirono il grido allarmato:
“Fermatevi!”.
La nuova venuta si trovò a fronteggiare quattro paia di occhi, tanto diversi quanto intensi, tutti assimilati dal comune intento di non lasciarsi intimidire da quel cipiglio severo.
“Siete voi! Cosa volete da mio fratello?!”.
“Lo riportiamo a casa” fu la ferma risposta di Ryo.
Gli occhi scuri della ragazza si spostarono su Seiji che tentò di guardarla e si vedeva che avrebbe voluto dire qualcosa, ma le forze erano ormai esaurite.
Dalle labbra uscì solo un flebile sussurro:
“Ne… esan…”.
“Perché quel sangue?” esclamò lei con gli occhi sgranati sul polso del giovane. “Cosa gli avete fatto?”.
Touma avanzò, fremeva a tal punto che i nakama temettero, per un attimo, che l’avrebbe aggredita. Invece giunse a sfiorarla con il proprio corpo: la giovane, intimorita, fece d’istinto un passo indietro.
“Noi nulla” rispose l’arciere, il tono così tagliente che sembrava stridere. “Lo stiamo salvando da voi. Soprattutto da te!”.
Le si avvicinò ancora, la sovrastò con la sua altezza, tanto che lei dovette piegarsi all’indietro per sostenere il suo sguardo. Ma si vedeva che stava perdendo tutta la propria sicurezza.
Touma continuò, in quello che era un ringhio sussurrato tra i denti:
“Non è vero, amorevole Yayoi-Neesan?”.
“Come osi?!” esclamò lei, ma arretrò ancora. I ragazzi intuirono che, di lì a poco, sarebbe corsa verso casa a chiamare rinforzi.
“Andate” intimò Touma, senza distogliere gli occhi dalla ragazza. “Lei non si muoverà di qui finché non lo vorrò io!”.
“Touma…” giunse, flebile, il sussurro preoccupato di Shin.
“Shu, vai!” insisté l’arciere. “Porta Seiji lontano da qui!”.
Il samurai di Kongo incoraggiò Shin con un cenno e si mosse, stringendo Seiji con un senso di protezione ancor più accentuato.
Shin obbedì, senza che l’ansia abbandonasse i suoi occhi, ma era più importante continuare a tamponare la ferita di Seiji.
Ryo rimase, si affiancò a Touma, tentando di ostentare la medesima fermezza.
Era giunto il momento di prendere sul serio il proprio ruolo di leader.
La sua spalla toccò quella del nakama, a rendere ancor più solida la loro unione, ma fu alla sorella maggiore di Seiji che si rivolse:
“Ora noi ce ne andiamo e Seiji verrà con noi. Faremo di tutto perché non possiate riprenderlo. Lo cureremo noi, finché non riacquisterà forze a sufficienza per essere in grado di tenervi testa”.
“E lo farà” aggiunse Touma. “Oh, se lo farà. Perché ci saremo noi con lui e non riuscirete mai più a scalfire la sua volontà e la sua forza interiore!”.
Lei li fissava, inebetita e furiosa, lottava tra il desiderio di sopraffarli con il proprio senso di superiorità e il timore che quei due giovani, furiosi almeno quanto lei e determinati nella loro decisione, le infondevano.
Così non poté fare altro se non rimanere immobile, a fissarli, mentre le davano le spalle, intraprendendo il medesimo cammino dei nakama, ormai quasi scomparsi lungo il sentiero che si immetteva nella foresta; l’oscurità sempre più fitta sembrava volersi rendere complice di quel loro atto sacrilego alle percezioni della giovane Yayoi Date.
La udirono pochi istanti dopo, mentre rovi e rami intricati si aprivano al loro passaggio, quasi una foresta incantata che davvero volesse metterli al sicuro da un mondo che non li comprendeva.
Udirono il grido d’allarme della ragazza, che chiamava a soccorso tutti i membri della famiglia, nelle orecchie dei samurai riecheggiava insistente il messaggio:
“Hanno rapito Seiji!”.
“Come no” mugugnò Touma, sprezzante, spostando con una mano una barriera vegetale che, contrariamente alle altre, appariva un po’ più ostinata.
“Dove potremmo nasconderci con Seiji in questo stato?” piagnucolò Shin, le cui emozioni si rincorrevano in un contrasto impietoso tra consapevolezza che stavano facendo la cosa giusta e timore che Seiji continuasse a non stare bene e che il loro gesto estremo potesse peggiorare la sua situazione.
“C’è una grotta, se riusciamo ad arrampicarci ancora un po’” rispose Touma senza esitazione. “Non ci si arriva facilmente, per noi non sarà un problema, ma per chi ci cerca sì”.
“Ma se i Date la conoscono…” iniziò ad obiettare Ryo.
Touma lo interruppe:
“No. Proprio perché così difficile da raggiungere la conosceva solo Seiji… il suo luogo segreto quando desiderava nascondersi da tutti per un po’, fin da bambino. Ci siamo andati una volta che…”.
“Sì… immagino” ridacchiò Shu.
“Shu…” giunse fino a lui il sussurro che lo spinse ad abbassare gli occhi su quelli di Seiji. Un lampo d’ametista si accese nell’oscurità, ma non era un’espressione di rabbia.
Imbarazzo, emozione, quella che Seiji, spesso, faticava ancora a considerare parte di se stesso…
Era troppo buio, ormai, per cogliere le sfumature di quello che doveva essere il suo sguardo, ma Shu ne indovinò il rossore.
Il calore era risalito anche alle guance di Touma, sapeva di essere avvampato, ma ormai non era un problema con i nakama, con tutta l’intimità che univa i loro cinque frammenti di cuore.
Sorrise nell’oscurità, grato a Shu, che aveva spezzato un poco la tensione.
Proseguì a passo sicuro, aprendo la strada, senza che la notte alle porte gli generasse incertezza: era passato un po’ di tempo da quando Seiji lo aveva preso per mano e condotto in quel luogo che era sempre stato solo suo.
“E ora sarà nostro” gli aveva detto allora. “Un giorno ci porteremo anche i nakama… il nostro piccolo luogo fuori dal mondo, in cui potremo essere noi stessi, senza paura di nulla”.
Fu quel ricordo a guidarlo, come una luce nel buio: era proprio così d’altronde. Seiji era la loro luce, la loro stella guida e, anche adesso che sembrava così vulnerabile, Touma poteva percepire la sua forza interiore che li avvolgeva e li cullava, con la gratitudine e la consapevolezza che ciò che stava accadendo era giusto.
Niente era più giusto nell’universo.
“Eccola qui” sussurrò infine l’arciere.
Era impossibile vedere qualunque cosa, i nakama potevano scorgere solo le ombre ormai poco distinte di un intrico di arbusti che formavano una barriera all’apparenza impenetrabile intorno ad un muro di roccia.
Solo quando Touma separò in due l’intreccio di rami e scomparve in un buco nero compresero.
“Venite”.
Udivano solo la sua voce, ma la ascoltarono fiduciosi.
“Dovrei avere una torcia” ragionò ancora il ragazzo di Osaka, parlottando tra sé e sé.
Lo sentirono rovistare nel suo zaino e, dopo pochi istanti, un alone di luce illuminò i loro volti e le pareti dell’antro di roccia.
“Sempre pieno di risorse il nostro panda” si complimentò Shu.
Poi fece ancora qualche passo e si abbassò, portando con sé Seiji per posarlo delicatamente a terra.
Shin seguì ogni sua mossa.
Ryo si acquattò a propria volta, dalla parte opposta del nakama ferito, che si trovò così al sicuro, curato e protetto da tre paia di mani amorevoli.
Dal canto suo, Touma aveva ancora qualcosa da fare.
Si avvicinò all’entrata e riaccostò meglio che poté il groviglio vegetale, cercando di non lasciare neanche uno spiraglio, in modo che da fuori non si potesse immaginare cosa si nascondeva dietro quella cortina di rami, foglie e rovi.
Poi andò ad acquattarsi accanto ai nakama.
“Non ci troverà nessuno finché non decideremo di uscire”.
“Hai in mente quello che faremo?” gli domandò Ryo, che non aveva più smesso di accarezzare la fronte di Seiji.
Touma illuminò con la torcia il polso reciso, in modo che Shin potesse continuare a tamponare: sembrava che fosse riuscito a fermare l’emorragia.
“Rimettiamo in sesto la nostra luce e poi ce ne torniamo a casa… attraversando il bosco e non il terreno dei Date naturalmente. Seiji è adulto davanti alla legge, nessuno, anche se lo cercano, potrà riportarlo alla famiglia contro la sua volontà”.
“Touma…” esalò il respiro di Seiji e l’arciere gli posò una mano sulla guancia.
“Shhh, lasciati curare adesso”.
“Dimmi che in quello zaino hai qualcosa di utile anche a questo” sospirò Shin. “Il sangue si è fermato, ma ci vorrebbero…”.
“Medicazioni e bende” concluse per lui Touma e, poco dopo, dal suo zaino saltò fuori tutto l’occorrente.
“Il tuo QI funziona meglio del previsto” lo canzonò Shu, con un ghignetto.
“Di sicuro più del tuo” ribatté l’arciere. “Almeno io a queste cose ci penso”.
Shu rispose con un risolino e tese una mano a dargli un buffetto sul naso:
“Hai ragione”. Non c’era ironia questa volta, ma sincero affetto e gratitudine. “Se non ci fossi tu… noi non avremmo saputo cosa fare”.
Touma arrossì nel buio e, borbottando qualcosa di incomprensibile, ostentò indifferenza concentrandosi solo sul polso di Seiji.
“Ragazzi…” giunse di nuovo il sussurro provato ma, fu la sensazione di tutti, forse più sereno.
“Non ce la fai proprio a chiudere quella boccuccia, vero?”.
Touma si chinò su Seiji, i loro visi si fecero vicini.
“Vediamo se ci riesco così” soffiò l’arciere e posò le labbra su quelle livide del nakama.
Seiji accettò il gesto senza mostrare alcuna delle sue tipiche rigidità, forse perché ormai, tra loro, non aveva più senso o forse perché troppo debole. In ogni modo chiuse gli occhi con dolcezza, accogliendo tutto quell’amore.
“Touma, gli dicevi di stare zitto perché non si sforzasse, ma così non è che lo aiuti a non stancarsi”.
Anche Shin, più tranquillo per le sorti di Seiji, aveva ritrovato un po’ della sua vena da tenero squaletto, che gli valse un’arruffata di capelli da parte di Ryo, sorridente nel buio.
Touma si rialzò, diede un’ultima occhiata alla fasciatura appena conclusa e, come ultima mossa, sfiorò anch’essa con le proprie labbra. Poi riabbassò il braccio di Seiji e glielo posizionò, con delicatezza, accanto al corpo.
“Fatto. Ora devi solo riposare. Peccato che su questa fredda pietra non sarà molto comodo”.
“Ehy, panda” protestò Shu con una certa veemenza. “Guarda che la terra può farsi morbida e accogliente! La testa di Seiji, sulle mie gambe, starà comodissima e dormirà benissimo!”.
“Sarai tu che non riuscirai a dormire, scimmietta” sorrise l’arciere.
“Dormirò domani, quando saremo sullo shinkansen per Tokyo”.
“Ragazzi…” ripeté Seiji, un poco più energico, cosa che fece ben sperare tutti.
“Che chiacchierone” bofonchiò Touma.
Nel medesimo istante illuminò il bel viso del nakama con la torcia e tutti i loro cuori ebbero un balzo quando lo videro sorridente, quel sorriso così raro e così prezioso.
“Lasciami parlare, panda. Poi ti prometto che mi riposerò. Ma ora che siete qui sento di stare talmente bene che voglio dirvelo… voglio dirvi quanto vi sono grato per…”.
Esitò, non per debolezza, ma per soppesare ogni parola, in modo che fosse perfetta e che ogni tassello si incastrasse al posto giusto.
Distolse gli occhi dai loro, apparendo quasi timido, lui, che era l’emblema della forza dei samurai…
Ma nel campo dei sentimenti le sue insicurezze venivano fuori, ancora troppo spesso.
“Perché date un senso a tutto… al mio essere qui… e al mio voler vivere”.
“Seiji…” sussurrò Shin e il nome del nakama prese forma con un velo di pianto.
Allora gli occhi di Seiji cercarono i suoi, poi quelli degli altri, a turno, come per fissarli nella propria mente, nel lieve cerchio di luce che parve intensificarsi in quello scambio di sguardi.
“Perdonatemi…” soggiunse infine, la voce roca per la commozione. “Perdonatemi perché… perché stavo per arrendermi”.
Sul suo viso cadde una lacrima versata dagli occhi di Ryo:
“Perdonaci tu, perché ci abbiamo messo tanto e non avevamo capito fino a che punto…”.
“Shh” Seiji sollevò il braccio che l’intervento provvidenziale dei nakama gli aveva impedito di scalfire e sfiorò il viso di quel leader tanto passionale nella sua emotività. “Va tutto bene Ryo… niente sensi di colpa che non hanno motivo d’essere”.
“Vale anche per te però” intervenne Shu.
Un singhiozzo acuto si levò sulle voci di tutti: Shin si era portato una mano alla bocca, tentando vanamente di soffocarlo.
Touma gli avvolse un braccio intorno alle spalle:
“Buono, pesciolino”.
“Shin… non piangere”.
La preghiera di Seiji venne pronunciata con un tono talmente dolce da dare l’impressione che volesse accarezzare il cuore del nakama con le sole parole.
La mano di Shin abbandonò il volto, scivolò in basso e si rifugiò in grembo.
“Non farlo più” supplicò. “Non fare più una cosa simile… non pensare mai più di lasciarci”.
Il braccio ferito di Seiji si mosse, la mano cercò quella di Shin e le loro dita si intrecciarono:
“Non lo farò. Domani starò bene e torneremo a casa… la nostra casa”.
“La nostra” ripeté una scia di voci.
Si strinsero ancora di più gli uni vicini agli altri, lasciarono che il calore dei loro corpi rendesse più facile affrontare la notte e rimasero così, ad attendere la luce del giorno che avrebbe loro mostrato il cammino verso casa.


